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Scuola: Lenzi (Pd), precise garanzie per le immissioni a ruolo

“Il mondo dei precari della scuola è in subbuglio. La responsabilità ricade sul governo e sul ministro Gelmini con l’insensata decisione di permettere le iscrizioni alle graduatorie di altre tre provincie, decisione cui è stata costretta a tornare indietro e che nella sostanza ha reso inutile le graduatorie ad esaurimento volute da Fioroni. Se a questo si aggiunge il drastico taglio di cattedre e quindi di immissioni in ruolo si ha un quadro di quanto sia grave e difficile la vita dei precari della scuola.
Il Pd è da sempre contrario a qualsiasi soluzione farraginosa – come più volte ribadito dalla capogruppo Manuela Ghizzoni – che non farebbe che aggravare la situazione riaprendo la strada al contenzioso giudiziario e chiede al Governo la garanzia sul numero preciso di immissioni a ruolo”.
Lo ha dichiarato Donata Lenzi, dell’ufficio di presidenza del Gruppo del Pd della Camera.

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da Tuttoscuola

Decreto sviluppo ed immissione in ruolo di docenti: quanti, quando e come

Il Governo prima della tornata elettorale per le amministrative ha inserito nel “decreto sviluppo” un piano di assorbimento in ruolo del personale docente precario delle graduatorie ad esaurimento.

Sembrava una buona notizia, dopo il blocco delle nomine in ruolo dei precari disposto nel 2008 dal Governo. Purtroppo l’andamento del confronto in Parlamento ridimensiona la portata della novità: molte chiacchiere, pochi fatti, niente numeri. Anche il premier Berlusconi ha dichiarato prima delle elezioni che “ Tremonti non vuole numeri, ma le assunzioni della scuola saranno migliaia ”.

Il senatore della Lega Pittoni, in parallelo, non si stanca di attribuire al PD la colpa della mancata immissione in ruolo come se la questione fosse l’ordine di immissione e non il numero totale delle immissioni. Nel frattempo il ministro Gelmini nella pluralità di decreti e circolari emesse fino al 26 maggio non ha dato peso al bonus proposto dal sen. Pittoni e dal 1 giugno le graduatorie sono già in corso di aggiornamento in coerenza con le direttive ministeriali.

Quando e come potrà essere applicato il bonus proposto dal sen. Pittoni? Forse tra tre anni in occasione del prossimo aggiornamento.

Si sussurra, infine, di possibili accordi Lega-Pd. Al momento non sembra che il “rumor” abbia fondamento, sulla base anche degli esiti della recente riunione dei parlamentari Pd delle commissioni interessate, promossa dall’on.le Ghizzoni in vista della discussione di merito del decreto alla Camera. Tutti hanno convenuto sull’esigenza che nel decreto legge venga meglio precisato e chiarito il numero dei posti vacanti e disponibili per prevenire l’attivazione di un ulteriore contenzioso.

In assenza di correzioni e precisazioni – ha dichiarato a Tuttoscuola Giovanni Bachelet – “ accadrà, come negli ultimi tre anni, che solo una infima quota dei precari avrà la fortuna di essere stabilizzata e la maggioranza dei precari, in qualunque regione, resterà comunque fuori”.

"La svolta mite del paese stanco di urla", di Ilvo Diamanti

È in pieno svolgimento il terzo turno di questa lunga stagione elettorale. Il dopo-voto. Coincide con la proclamazione dei vincitori e degli sconfitti. Il confronto politico, in questa fase, riguarda gli attori, ma anche le ragioni che hanno prodotto il risultato. Ebbene, sugli sconfitti, ci sono pochi dubbi. Berlusconi, il Pdl, la Lega. Mentre sui vincitori le interpretazioni appaiono meno convergenti. (Lo ha osservato anche Eugenio Scalfari, nel suo fondo di ieri).

In particolare, si è fatta largo una spiegazione extraparlamentare. Ben espressa, fra gli altri, da uno studioso autorevole come Luca Ricolfi, sulla Stampa. Il vero vincitore di queste elezioni, secondo questa lettura, sarebbe il “partito di Santoro”. Dove militano gli ospiti eccellenti di “Annozero”. Di Pietro e Vendola. Sullo sfondo: Beppe Grillo. Una spiegazione condivisa e rilanciata, immediatamente dallo stesso Berlusconi. Il quale ha attribuito la sconfitta ai media ostili. Che avrebbero silenziato il centrodestra (!). Se l´è presa, in particolare, con le trasmissioni faziose della Rai. Sopra tutte, “Annozero”. Appunto.
Il risultato delle amministrative, in questo modo, viene ricondotto al paradigma dominante. Che tutto riassume nell´antagonismo tra il berlusconismo e il suo reciproco. L´anti-berlusconismo. Nell´onnipotenza dei media, del marketing. E della personalizzazione. Il solito film, insomma. Protagonisti, Berlusconi e Bossi contro Santoro accanto ai magistrati. Con il Pd e Bersani a far da portaborracce a Vendola e Di Pietro. Perfino a Grillo.
Ammetto che questa narrazione non mi convince. Mi pare poco fondata. E inattuale. Nel teatro diretto da Santoro, negli ultimi mesi, hanno recitato in tanti. Con assiduità. La Russa e Gasparri, Castelli e Salvini. Stracquadanio e Cicchitto. E ancora: la Santanché, Belpietro e Sallusti. Cioè, gli sconfitti. “Annozero”, inoltre, ha un pubblico molto ampio. Non solo di sinistra. Ma “fedele”. E “politicizzato”. Comunque consapevole. Sa già cosa e come votare. Santoro ne rafforza le convinzioni. E poi, se “Annozero” va in onda da anni, perché proprio oggi ha prodotto questi risultati?
Questa “spiegazione”, insomma, non “spiega” le novità. Anzi, ne rifiuta l´esistenza. Mentre, a mio avviso, in questa occasione è andato in onda un film nuovo. Ispirato da un clima d´opinione profondamente diverso dal passato recente. Perché risente di una somma di atteggiamenti diffusi da tempo. Che, però, si sono cumulati, fino a giungere a un punto critico. Fino a produrre un brusco mutamento (come ha suggerito Francesco Ramella).
A) L´insoddisfazione sociale nei confronti del mercato e del lavoro. E di chi governa le politiche economiche da un decennio – con una breve pausa. B) Il divario fra le preoccupazioni dei cittadini e le priorità del governo. Riassunte in una sola. I problemi di Berlusconi con (e contro) la legge. C) Il fastidio verso il modo in cui vengono affrontate le crisi internazionali. D) E verso le brillanti avventure di Berlusconi con le ragazze, più e meno giovani. E) Mentre la crisi economica si acuisce.
All´indulgenza verso tutto ciò è subentrata una crescente insofferenza. E una crescente stanchezza. Verso la vita e la politica, sempre in diretta. Sui media.
Questo clima d´opinione è stato interpretato, quasi somatizzato, dai principali candidati di centrosinistra che si sono affermati. Pisapia: mite di aspetto e nelle parole. Definirlo estremista, agli elettori non viziati da pre-giudizi, è apparso ridicolo. E Fassino. Qualcuno si sentirebbe di definirlo un ultrà? Un gregario dei No Tav e della Fiom? Pare difficile perfino immaginare che sia stato comunista, in passato. Appare, invece, il giusto seguito di Chiamparino. Un sindaco apprezzato perché misurato. E realista. E Merola? Tanto poco pop da non sospettare che il Bologna calcio giocasse in serie A. Un amministratore sotto-traccia e quasi anonimo. Dopo l´esperienza di Cofferati e Delbono: un pregio. Roberto Cosolini, nuovo sindaco a Trieste. Proviene dall´associazionismo economico. È uno “normale”. Non un super-imprenditore, come Riccardo Illy. Infine Massimo Zedda, nuovo sindaco di Cagliari. Un altro estremista (vendoliano), si è detto. Sarà. Ma a vederlo sembra Harry Potter. Tanto timido che da Santoro non aprirebbe bocca. Mentre da Floris, dove l´ho intravisto dopo l´elezione, la bocca non l´ha proprio aperta. (E anche per questo mi è piaciuto…)
Certo, c´è il caso De Magistris a Napoli. Ma Napoli è proprio un “caso”. Un´iperbole. De Magistris: un leader senza partito. Certo, non è il gregario di Di Pietro, visto che i rapporti fra i due, per usare un eufemismo, non sono buoni. (Come quelli con Grillo, d´altronde.)
A me pare, insomma, che sia cambiato il clima d´opinione. Che si stia chiudendo un ciclo ventennale fondato, per evocare Albert Hirschman, sui valori privati. Sul mito dell´individuo, della competitività e del mercato. Su un linguaggio aggressivo, carico di paure. Dove parole come solidarietà e bene comune sono tabù. Sulla sfiducia e il distacco verso tutte le istituzioni e dallo Stato. Questo ciclo si sta chiudendo e forse si è chiuso. Per stanchezza e per fatica. In fondo, lo straordinario consenso di cui gode il presidente Giorgio Napolitano ne è prova. Testimonia una diffusa domanda di unità e di riconoscimento. Ma anche di dignità.
Non lo aveva capito il centrodestra. Ha gestito la campagna come uno scontro personale. Berlusconi contro tutti. Non lo ha capito la Moratti, a Milano. Lei, algida e blasée, nel faccia a faccia con Pisapia, si è berlusconizzata a sua volta. Così ha allontanato definitivamente i dubbiosi. E ha segnato la svolta, nella campagna elettorale. Non solo a Milano.
Quanto al presunto trionfo di Sel e dell´Idv, bisogna chiarire. Sel ha effettivamente ottenuto un risultato notevole (come le altre formazioni di Sinistra). Riportando al voto molti elettori delusi. Ma l´Idv ha subito un sensibile arretramento, rispetto alle Regionali dell´anno scorso. Nei comuni maggiori (oltre 15.000 abitanti) ha quasi dimezzato i voti: dal 7,5% al 3,8% (stime di Demos su dati Ministero Interni). A Bologna, Milano, Torino: non ha superato il 5%. Il Movimento 5 Stelle ha ottenuto un buon successo. Soprattutto nelle grandi città del Nord. Nel complesso, è salito dal 2,5% al 3,2%. I suoi elettori hanno votato “contro” tutti, nel primo turno. Non nel secondo. A dispetto dell´indicazione di Beppe Grillo, gran parte di essi ha sostenuto i candidati del centrosinistra. Il 93% a Napoli, il 75% a Milano (flussi elettorali calcolati dall´Istituto Cattaneo).
Infine il Pd. Mi pare francamente singolare il tentativo di ridimensionarne il risultato. In Italia e nel Nord, nei maggiori comuni al voto, oggi è il primo partito. Anche a Milano, fino a ieri capitale del Nord e del centrodestra, ha eguagliato il Pdl. Il capolista Stefano Boeri, sconfitto alle primarie, ha ottenuto un risultato personale importante. Il Pd oggi appare in grado di cementare la sinistra e di linkare con il Terzo polo. Il profilo basso, imputato a Bersani, la sua difficoltà di “fare il capo”: è divenuta una risorsa. Anche la sua immagine mite. Certo, resta l´impressione di un partito incompiuto, che non ha risolto i suoi problemi, anzitutto interni. Ma in questa occasione il Pd ha dimostrato potenzialità indubbie – e perfino inattese. Ha promosso e sostenuto candidati propri ma anche quelli dei partiti alleati. Con successo. (Come sarebbe stata possibile la vittoria di Pisapia, Zedda e dello stesso De Magistris, altrimenti?) Senza rimetterci voti (salvo che a Napoli). Al contrario. A conferma della sua vocazione di asse “coalizionale”.
Per queste ragioni, personalmente, penso che il risultato del voto amministrativo rifletta un cambiamento d´opinione. Maturato lontano da – e perfino “contro” – “Annozero”, Santoro e le televisioni. Segno di una “svolta mite”. Che ha reso inutili e perfino controproducenti i comportamenti “vistosi” che fino a ieri garantivano successo. Una “svolta mite”. Riflette una domanda di normalità, interpretata da leader politici normali. Poco mediatici. Che non gridano e non urlano, non insultano e non minacciano. Una svolta mite. Confermarla non sarà facile né automatico. Tuttavia, per verificare se il clima d´opinione sia davvero cambiato, c´è un´occasione immediata. I referendum di domenica prossima. Il quarto turno di questa stagione elettorale di svolta.

La Repubblica 06.06.11

"Forchette rotte", di Mila Spicola

Saretta vorrebbe fare il liceo artistico. Farà un corso d’estetista. “Professoressa, il liceo? E come faccio? E poi che faccio?” Luigi vorrebbe andare al liceo musicale. Farà il professionale breve per l’elettotecnico. “Il musicista, professoressa, il musicista classico mi piacerebbe fare. Ma poi di che campo?” Manuela è brava, ma brava davvero. Ti prego fai il classico. “No prof, vado all’alberghiero, farò la cuoca, subito. Tanto la laurea a che serve qua?” Onore ai cuochi, ma perdiamo un talento.
Andrea è un genio matematico, sarebbe un ingegnere, un fisico da nobel. “Prof, prendo il professionale informatico, lavoricchio subito”. Magari mi inventa un nuovo facebook…

Ma no, che mi consolo? Mentre sono china sui loro compiti? Mentre metto a posto le loro carte per gli esami?

Non li vedrò più: tra un po’, andranno per la loro strada. Una strada sempre più distante da quella che potrebbero percorrere se solo fosse diverso. Se Palermo fosse diversa, se l’Italia fosse diversa.
Giorni fa ho rivisto Giuseppe, è uscito dalla scuola media tre anni fa, lo vedo spesso gironzolare intorno la scuola. Non ha proseguito, non fa nemmeno il meccanico. “Per l’officina ci vuole il diploma professorè”. E cavolo! E pigliatelo sto diploma, mannaggia al cielo.
Una laurea? Troppo lontana. E poi a che serve?

A che serve in Sicilia una laurea? A che serve un diploma? Il 50% dei giovani è disoccupato. Tra loro anche laureati e specializzati. 700.000 giovani lasciano la Sicilia. Non so quanti l’Italia. Mica è un male locale…Io li cresco, li formo, nelle condizioni peggiori possibili, dimenticati dalle distrazioni e dagli equivoci e poi si perdono. Talenti sprecati. Talenti dispersi.
In questi giorni sono arrivate delle buste con delle forchette rotte ad onorevoli siciliani prima e ai quattro rettori universitari dopo.
Forchette rotte a dire che gli stanno mangiando il futuro ma è ora di dire basta ( https://www.facebook.com/profile.php?id=100002487155542&sk=wall ) . Hanno mangiato troppo: rompiamogli le forchette e anche le scatole.

Gli Atenei siciliani sono quasi trentesimi in graduatoria. Palermo è la quinta città d’Italia per dimensioni, una delle ultime per tutto. Non se l’è mangiata solo la mafia. Bisogna cominciare ad urlarlo. I complici sono anche tra i puliti: classi dirigenti antiche e piene di privilegi.E la promozione del merito e dei giovani non se l’è mangiata solo la Gelmini. Complici sono i padri.

I ragazzi delle forchette (potrebbero essere i miei tra qualche anno?) denunciano la parentopoli negli atenei: “Nelle Università siciliane i parenti diventano docenti e i talenti diventano migranti”. 100 grandi famiglie dinastiche, padri, figli e parenti controllano le facolta’ in Sicilia. “A questo modello universitario diciamo basta – scrivono – e ai vertici dell’universita’ siciliana diciamo che ci siamo rotti e che col nostro futuro non ci mangia piu’ nessuno”.

I ragazzi delle forchette rotte si scagliano contro i privilegi dei dirigenti regionali: a 40 anni c’è chi è disoccupato, tra i “giovani nessuno” mentre sempre a 40 anni c’è chi se ne va in pensione prima grazie a una legge regionale iniqua.
Ridiamo merito al merito e forza ai miei ragazzi. Saretta, Luigi, Manuela, Andrea. Forchette rotte per loro. L’indignazione in Italia riparte da Palermo.

L’Unità 06.06.11

"Contratti, scontro aperto sul nodo delle deroghe", di Roberto Giovannini

Sembra una questione di lana caprina e poco comprensibile, ma in realtà la partita aperta dalla nota del vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei – in risposta alle perplessità della Fiat di Sergio Marchionne sull’utilità dell’adesione del Lingotto a Confindustria – rischia di incendiare di nuovo il fronte sociale e sindacale. Ecco in sintesi, la proposta di Bombassei: contratti aziendali approvati a maggioranza dai lavoratori, pienamente vincolanti per tutti i sindacati, e soprattutto alternativi ai contratti nazionali di categoria validi per tutto un settore industriale. Il tutto blindato da una norma di legge approvata dal Parlamento. «Le scelte di Confindustria aveva scritto Bombassei – sono ispirate all’unico criterio di creare le migliori condizioni perché le aziende possano essere competitive oggi». Un’idea che ha lo scopo di mantenere tutti (una Fiat sempre più riluttante compresa) sotto l’egida di Confindustria. Ma che sta sollevando molte tensioni. Se ogni azienda può stipulare un contratto aziendale diverso e specifico – molti si chiedono – allora a che serve Confindustria e i suoi contratti nazionali, peraltro ancora graditi alla maggioranza degli associati, poco lieti di negoziare in azienda col sindacato?

«È chiaro che si tratta di un’idea sbagliata – replica da Trento il segretario della Cgil Susanna Camusso – noi continuiamo a pensare che il contratto nazionale è il punto di riferimento generale per le tutele e poi bisogna incrementare la contrattazione di secondo livello per le questioni specifiche». Per il segretario della Cgil si tratta di un paradosso per la confederazione degli industriali. «Se passa l’idea che ci sia una legge sulle modalità di contrattazione – ha affermato – spero che poi il vicepresidente raccolga le firme per sciogliere Confindustria, perché non si capirebbe più quale senso avrebbero le rappresentanze delle parti sociali». Il nodo sul tappeto è soprattutto quello della rappresentanza aziendale, molto caro alla Cgil. «Per definire la rappresentanza – ha aggiunto Susanna Camusso – bisogna misurare e certificare gli iscritti delle singole organizzazioni, poi incrociare questo dato con l’elezioni delle rappresentanze sindacali e della loro efficacia». Su questo si è avviato un confronto con i leader di Confindustria, Cisl e Uil, ma senza passi avanti concreti.

A Bombassei ribatte anche il segretario Cisl Raffaele Bonanni che pur concordando sul fatto che «un accordo firmato dal 50% più una testa, quindi dalla maggioranza del sindacato, deve avere un’applicabilità imprescindibile» non condivide la definizione delle regole per via legislativa.

«Penso che sia da evitare la legge, bisogna arrivare – dice invece – a un avviso comune tra le parti». Peraltro, la Cisl ma soprattutto la Uil – difficilmente possono accettare la cancellazione di uno dei due livelli contrattuali, ovvero quello nazionale. La proposta di Bombassei non convince nemmeno il Pd e l’Idv. «Dire oggi che gli accordi aziendali possono sostituire i contratti nazionali è pura demagogia – afferma Maurizio Zipponi, responsabile Lavoro dell’Idv perchè il numero di aziende che, dal 2009, hanno fatto accordi è pari al 2%». Cesare Damiano del Pd accusa il vice presidente di Confindustria di fare uno «sforzo per tenere insieme capra e cavoli», cioè il modello contrattuale basato su due livelli (nazionale e decentrato) e quello basato solo sul contratto aziendale. «Una simile innovazione – afferma rappresenta uno strappo e non un semplice e auspicabile riequilibrio a favore di quello decentrato».

La Stampa 06.06.11

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“Strappo sul contratto nazionale Confindustria nella bufera. Cgil e opposizione: balcanizzazione delle relazioni industriali”, di Luisa Grion

Fiat, Confindustria e il sempre più difficile scontro sul peso dei contratti nazionali e aziendali. La polemica, già nell´aria da tempo, è pronta ad esplodere e la via d´uscita che sabato scorso l´associazione delle imprese ha provato ad indicare non ha fatto che gettare benzina sul fuoco, suscitando dure reazioni nell´opposizione e nel sindacato.
Si sa che Sergio Marchionne – amministratore delegato di Fiat e Chrysler – per far pesare la valenza del contratto aziendale (debuttato nella newco di Pomigliano) su quello nazionale, sta pensando di uscire da Confindustria. Alberto Bombassei, vicepresidente degli industriali ha provato a trovare una «quadra», ma il suo intervento invece che placare ha alzato il tiro delle proteste. Fiat può stare il Confindustria, ha affermato, «pur avendo un contratto sostitutivo rispetto al contratto nazionale di lavoro». Bombassei si è detto pronto a definire in proposito «un accordo con le organizzazioni sindacali che possa poi essere recepito dal legislatore». Di fatto un´apertura alle richieste della Fiat che vorrebbe che i contratti stipulati a maggioranza siano vincolanti per tutti.
Ma la posizione di Confindustria non è piaciuta affatto al Pd. «Bombassei cerca di tenere assieme capra e cavoli» ha detto Cesare Damiano, capogruppo in Commissione Lavoro. «Una simile innovazione rappresenta uno strappo con la situazione esistente: è giunto il momento di tentare la strada di una nuova regolazione delle relazioni industriali , altrimenti, procedendo per strappi successivi, si andrà verso la balcanizzazione e verso il depotenziamento della rappresentatività delle grandi associazioni d´interesse, siano esse a tutela del lavoro che dell´impresa».
Dura reazione anche dell´Italia dei Valori : «Dire oggi che gli accordi aziendali possono sostituire i contratti nazionali è pura demagogia – ha detto il responsabile per il lavoro Maurizio Zipppni – perché il numero di aziende che dal 2009 hanno fatto accordi è pari al 2 per cento. Ciò significa che Bombassei ambisce a rappresentare il 2 per cento delle imprese». Quella espressa dal vicepresidente di Confindustria è «un´idea sbagliata» anche per la Cgil. «Noi continuiamo a pensare che il contratto nazionale sia il punto di riferimento generale per le tutele e che bisogna poi incrementare la contrattazione di secondo livello per le questioni specifiche – ha detto la leader Susanna Camusso – Se passa l´idea che ci sia una legge sulle modalità di contrattazione spero che poi il vicepresidente raccolga le firme per sciogliere Confindustria perché non si capirebbe più quale senso avrebbero le rappresentanze delle parti sociali».
La partita è fondamentale, anche perché la questione dei contratti si sposa a quella sulla necessità di «pesare» la rappresentanza sindacale, tema sul quale la stessa Confindustria chiede una legge. Ma l´associazione è tesa ad ottenere anche la riforma fiscale. Per dare maggiore peso alla richiesta gli industriali hanno messo nero su bianco i numeri dello «svantaggio» rispetto agli altri paesi europei. Da uno studio in collaborazione con Deloitte risulta che, per una società per azioni «l´imposizione fiscale in Italia è del 58 per cento, contro il 43 della Germania, il 40 del Regno Unito e il 29 della Spagna». Peggio di noi solo la Francia (60 per cento).

La Repubblica 06.06.11

"La maschera del cavaliere", di Adriano Prosperi

La settimana che si apre è quella del referendum. Non è un appuntamento pacifico. Si leggono ogni giorno interventi appassionati e opinioni molto diverse. Non è l´acqua il vero problema del referendum: e non lo è nemmeno il fuoco della fissione nucleare anche se proprio intorno al nucleare il governo ha ingaggiato una sorda battaglia: non sul merito, visto che il Pdl ha dichiarato di lasciare liberi i suoi seguaci, ma sulla questione preliminare se il quesito debba o no essere sottoposto al voto.
Domani la Corte Costituzionale dovrà rispondere al ricorso presentato dal governo attraverso l´Avvocatura di Stato, con l´argomento che la sospensione per dodici mesi del programma nucleare italiano varata dopo la tragedia giapponese del reattore di Fukushima avrebbe modificato sostanzialmente la situazione rendendo improponibile il referendum.
La matassa apparentemente complessa del ricorso si dipana facilmente. Il fatto è che nel contesto della tragedia di Fukushima, la domanda relativa al nucleare posta dai promotori del referendum si profila chiaramente come quella più capace di realizzare le due condizioni indicate dall´articolo 75 della Costituzione: che partecipi la maggioranza degli aventi diritto al voto e che la proposta soggetta a referendum ottenga la maggioranza dei voti validi. Ora, una cosa deve essere chiara. Che si realizzino o meno le centrali nucleari in Italia al nostro premier non potrebbe importare di meno. L´unico futuro che gli importa è il suo. Non le scorie nucleari ma quelle penali dei reati comuni di cui è accusato nei processi pendenti a suo carico sono i problemi che occupano il suo orizzonte. E il tentativo che ancora una volta lo impegna allo spasimo è quello di mascherare il fine dell´interesse suo privato dietro le nebbie di una confusa discussione sui problemi del paese. Il punto è che tra i quesiti del prossimo referendum ce n´è uno, il quarto e ultimo, che riguarda il “legittimo impedimento a comparire in udienza” fissato dall´art. 2 della legge 7 aprile 2010: grazie a questa legge, che più “ad personam” di così si muore, Berlusconi è stato autorizzato da una maggioranza asservita ai suoi bisogni a infischiarsene degli inviti a comparire in udienza nei processi nei quali figura come imputato. Se il referendum passasse, Berlusconi sarebbe riportato alla condizione di cittadino di un paese dove la legge vale per tutti. Dunque è necessario che la questione del nucleare esca dai quesiti del referendum se si vuole esorcizzare il rischio che venga abrogato anche il “legittimo impedimento”. A questo scopo il premier ha giocato la carta della sospensiva.
L´esito delle recenti elezioni amministrative ha mandato un messaggio di estrema chiarezza. Per Berlusconi l´unico rimedio possibile davanti al disastro è “guadagnare il beneficio del tempo”, come suggerivano i consiglieri dei sovrani degli staterelli italiani preunitari quando incombeva la minaccia di confronti militari con le grandi potenze europee. Il tempo, appunto: bisogna che per un po´ di tempo il popolo italiano sia tenuto lontano dalle urne, ora che ha dimostrato di essersi riscosso dall´incantesimo e di non essere più disposto a farsi trascinare dalle emergenze personali del premier. E il referendum imminente minaccia una grandinata che questo governo molto traballante non può sostenere. Da qui la necessità di ostacolare in ogni modo la regolarità della consultazione ricorrendo al tentativo disperato del bluff. Parliamo di disperazione e di bluff a ragion veduta. La sospensione del programma nucleare è stato il bluff di un giocatore disperato. E anche impudente. Nella conferenza stampa col presidente francese Sarkozy del 16 aprile scorso Berlusconi ha dichiarato apertamente che il governo italiano, cioè lui stesso, resta convinto che “l´energia nucleare sia il futuro del mondo”. Dunque nella sostanza niente cambia negli orientamenti del governo. Ora, una sentenza della Corte Costituzionale (la n. 68 del 1978) ha affermato chiaramente che “se l´intenzione del legislatore rimane fondamentalmente identica, malgrado le innovazioni formali o di dettaglio che siano state apportate dalle Camere, la corrispondente richiesta /referendaria/ non può essere bloccata, perchè diversamente la sovranità del popolo (attivata da quella iniziativa) verrebbe ridotta ad una mera apparenza”. Ecco il punto decisivo: la sovranità del popolo, il cuore della democrazia, ha nell´istituto del referendum la sua manifestazione più alta, proprio per questo regolata in maniera particolarmente attenta dai padri costituenti. L´idea di democrazia implica l´assenza di capi, come ha scritto Kelsen e come ci ha ricordato di recente Luigi Ferrajoli. Implica anche che sia cancellato lo strappo al principio dell´uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge (art.3): proprio di tutti, nessuno escluso.

La Repubblica 06.06.11

"Una reazione morale contro l'indifferenza", di Giorgio Napolitano

Caro Magris, lei ha dolorosamente ragione. Tocca noi tutti («pure me stesso mentre sto scrivendo queste righe» : lei ha voluto sottolineare nell’articolo sul Corriere di sabato) l’assuefazione alle tragedie dei «profughi in cerca di salvezza o di una sopravvivenza meno miserabile» che periscono in mare. Le notizie relative ai duecento, forse trecento esseri umani scomparsi giorni fa in acque tunisine non riuscendo a salvarsi da un barcone travolto dalle onde, sono sparite dai giornali e dai telegiornali prima ancora che si sapesse qualcosa di più sull’accaduto. E con eguale rapidità è sembrata cessare la nostra inquietudine per un fatto così atroce. N on si è trattato — lo sappiamo— di un fatto isolato, ma di un susseguirsi, negli ultimi mesi, di tragedie simili. Lei ha spiegato con crudezza come miseria della condizione umana l’acconciarsi a convivere con quella che diviene orribile «cronaca consueta» . Ma se in qualche modo è istintiva l’assuefazione, è fatale anche che essa induca all’indifferenza? A me pare sia questa la soglia che non può e non deve essere varcata. Se è vero, come lei dice, che la democrazia è tale in quanto sappia «mettersi nella pelle degli altri, pure in quella di quei naufraghi in fondo al mare» , occorre allora scongiurare il rischio di ogni scivolamento nell’indifferenza, occorre reagire con forza — moralmente e politicamente — all’indifferenza: oggi, e in concreto, rispetto all’odissea dei profughi africani in Libia, o di quella parte di essi che cerca di raggiungere le coste siciliane come porta della ricca — e accogliente?— Europa. La comunità internazionale, e innanzitutto l’Unione europea, non possono restare inerti dinanzi al crimine che quasi quotidianamente si compie organizzando la partenza dalla Libia, su vecchie imbarcazioni ad alto rischio di naufragio, di folle disperate di uomini, donne, bambini. È un crimine lucroso gestito da avventurieri senza scrupoli, non contrastati dalle autorità locali per un calcolo, forse, di rappresaglia politica contro l’Italia e l’Europa. Ma è un crimine che si chiama «tratta» e «traffico» di esseri umani, ed è come tale sanzionato in Europa e perfino a livello mondiale con la Convenzione di Palermo delle Nazioni Unite nel 2000. Stroncare questo traffico, prevenire nuove, continue partenze per viaggi della morte (ben più che «viaggi della speranza» ) e aprirsi — regolandola — all’accoglienza: è questo il dovere delle nazioni civili e della comunità europea e internazionale, è questo il dovere della democrazia. La ringrazio, caro Magris, per la sua sollecitazione: che ho sentito come rivolta anche a me, come rivolta, di certo, a tutti gli italiani.

Il Corriere della Sera 07.06.11

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“L’assuefazione per quei morti”, di Claudio Magris

L’abitudine alle sciagure che colpiscono i profughi accresce la distanza tra chi soffre e noi. Su alcuni giornali, duecento morti o dispersi in mare come quelli dell’altro ieri, in una fuga della disperazione, non finiscono neppure più in prima pagina, scivolano in quelle seguenti fra le notizie certo rilevanti ma non eclatanti. Per sciagure analoghe, solo qualche anno fa pure un presidente del Consiglio si commuoveva o almeno sentiva il dovere di commuoversi pubblicamente. Le tragedie odierne dei profughi in cerca di salvezza o di una sopravvivenza meno miserabile che periscono, spesso anonimi e ignoti, in mare non sono meno dolorose, ma non sono più un’eccezione sia pur frequente, bensì una regola.

Diventano quindi una cronaca consueta, cui si è fatto il callo, che quasi ci si attende già prima di aprire il giornale e che dunque non scandalizza e non turba più, non desta più emozioni collettive.
Questa assuefazione che conduce all’indifferenza è certo inquietante e accresce l’incolmabile distanza tra chi soffre o muore, in quell’attimo sempre solo, come quei fuggiaschi inghiottiti dai gorghi, e gli altri, tutti o quasi tutti gli altri, che per continuare a vivere non possono essere troppo assorbiti da quei gorghi che trascinano a fondo. È giusto ma è anche facile accusarci di questa insensibilità, che riguarda pure me stesso mentre sto scrivendo queste righe e tutti o quasi tutti coloro che eventualmente le leggeranno.

Diversamente da altri casi, in cui l’indifferenza o la livida ostilità si accaniscono sullo straniero, sul miserabile, su chi ci è etnicamente o socialmente diverso, in questa circostanza la nostra insensibilità non nasce dalla provenienza e dall’identità a noi ostica di quelli annegati. Nasce dalla ripetizione di quei drammi e dall’inevitabile assuefazione che ne deriva. Anche se, per sciagurate ipotesi, ogni giorno le cronache dovessero riportare notizie di soldati italiani caduti in Afghanistan, la reazione, dopo un certo tempo, si tingerebbe di stanca abitudine. Pure atroci delitti di mafia vengono a poco a poco vissuti come una consuetudine.

Non si può sopravvivere emozionandosi per tutte le sventure che colpiscono i nostri fratelli nel mondo; pure la commozione per qualche delitto particolarmente raccapricciante, ad esempio l’efferata uccisione di un bambino, dopo un certo tempo orribilmente si placa; la notizia è stata assorbita, non scuote più l’ordine del mondo né il cuore. L’assuefazione – alla droga, alla guerra, alla violenza – è la regina del mondo. «Bisogna pur vivere – si dice in un romanzo di Bernanos – ed è questa la cosa più orribile».

Forse una delle più grandi miserie della condizione umana consiste nel fatto che perfino il cumulo di dolori e disgrazie, oltre una certa soglia, non sconvolge più; se annuncio la morte di un parente, incontro una compunta comprensione, ma se subito dopo ne annuncio un’altra e poi un’altra ancora rischio addirittura il ridicolo. Proprio per questo – perché, a differenza di Cristo, non possiamo veramente soffrire per tutti, così come non ci rattrista la lettura degli annunci mortuari nei giornali – non possiamo affidarci solo al sentimento per essere vicini agli altri. Il nostro sentimento, comprensibilmente, ci fa piangere per un amico che amiamo e non per uno sconosciuto, ma dobbiamo sapere – non astrattamente, ma realmente, con la comprensione di tutta la nostra persona – che uomini da noi mai visti e non concretamente amati sono altrettanto reali.

Sta qui la differenza tra il pensiero reazionario e la democrazia. Il reazionario facilmente irride l’umanità astratta e l’astratto amore ideologico per il genere umano, perché sa amare il proprio compagno di scuola, ma non sa veramente capire che anche compagni di scuola di persone a lui ignote sono altrettanto reali; non astrazioni ma carne e sangue. La democrazia – schernita come fredda e ideologica – è invece concretamente poetica, perché sa mettersi nella pelle degli altri, come Tolstoj in quella di Anna Karenina, e dunque pure in quella di quei naufraghi in fondo al mare.

Il Corriere della Sera 04.06-11

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Messaggio del Quirinale dopo le ultime tragedie in mare. Napolitano “Immigrati non si resti indifferenti”, di Umberto Rosso

Bisogna reagire, questo è un crimine, un traffico di esseri umani che va stroncato. «È un crimine. Un traffico di essere umani che va stroncato». Sono duecento, e forse molti di più i morti ancora da recuperare. Imprigionati nel barcone affondato al largo della Tunisia, e mai arrivato a Lampedusa. Di fronte alla strage di Sfax, quello che Giorgio Napolitano lancia, più che un appello, è un vero e proprio grido di accusa e di dolore attraverso una lettera che il capo dello Stato ha inviato al Corriere della sera, in risposta a un articolo di Claudio Magris contro l´indifferenza. Per mettere tutti in guardia dall´assuefazione, pure di fronte a tragedie spaventose come queste, o peggio ancora dal pericolo di scivolare nell´indifferenza: «È un rischio da scongiurare. È una soglia che non può, non deve essere varcata» ammonisce il presidente della Repubblica. E per questo «occorre reagire moralmente e politicamente».
Ma Napolitano prende di mira con parole sdegnate, durissime, scafisti e organizzatori della tratta dei disperati del Mediterraneo. Compiono «un crimine», si rendono responsabili di «un traffico di esseri umani che va stroncato», lucrano su «viaggi della morte ben più che viaggi della speranza». Il presidente della Repubblica sollecita perciò la comunità internazionale, e anzitutto l´Unione Europa, ad usare la mano dura per fermare la catena di morte nel canale di Sicilia e chiede loro, al contempo, «di aprirsi, regolandola, all´accoglienza». E dall´Idv alla Boniver, arriva il consenso delle forze politiche.
Nell´articolo, Magris aveva denunciato un clima quasi di routine che ormai sembra accompagnare (anche sui giornali) il susseguirsi di naufragi delle carrette cariche di immigrati. «Lei ha spiegato con crudezza – si legge nella lettera di Napolitano, anticipata dal sito del Quirinale – come miseria della condizione umana l´acconciarsi a convivere con quella che diviene orribile “cronaca consueta”. Ma se in qualche modo è istintiva l´assuefazione, è fatale anche che essa induca all´indifferenza? A me pare sia questa la soglia che non può e non deve essere varcata». Bisogna reagire perciò, da un punto di vista sia morale che politico, «oggi e in concreto, rispetto all´odissea dei profughi africani in Libia, o di quella parte di essi che cerca di raggiungere le coste siciliane come porta della ricca – e accogliente? – Europa».
Parole piene di amarezza che pure arrivano in un giorno di festa per l´Italia, con una folla di 20 mila cittadini in visita nei giardini del Quirinale. Il presidente ne ha incontrati alcuni, un breve saluto. «Dobbiamo essere più uniti e operosi – ha esortato – per garantire un futuro degno della nostra storia». Ma sul traffico dei “nuovi schiavi” nel Mediterraneo, la condanna senza appello. Contro chi quotidianamente organizza le partenze dalla Libia, «su vecchie imbarcazioni ad alto rischio di naufragio, di folle disperate di uomini, donne, bambini». E la comunità internazionale, la Ue «non possono restare inerti». È il «dovere della democrazia».

La Repubblica 06-06-11

"Chi ci guadagna dai referendum", di Mario Tozzi

Sappiamo veramente su cosa andiamo a votare fra sette giorni? Al di là dello specifico giuridico dei quesiti referendari, e prima di dividerci in favorevoli e contrari, la questione è se sappiamo valutarne esattamente contenuti e conseguenze. Cominciamo dall’acqua. Andiamo davvero a votare per stabilire se l’acqua italica perderà il suo carattere pubblico e potrà essere mercificata come altri beni? La risposta è no, quello che invece succederà è che la gestione dei servizi idrici avrà una corsia preferenziale per i privati. Ma è invece giusto domandarsi se questo porterà vantaggi per i cittadini, per l’ambiente e, infine, per la risorsa acqua in sé.

Oggi l’acqua in Italia costa circa un euro ogni mille litri, una cifra davvero irrisoria, e viene garantita alla stragrande maggioranza della popolazione pulita e abbondante, tanto che, se lasciassimo aperti tutti i rubinetti di casa 24 ore su 24, l’acqua continuerebbe a esserci servita per tutto il tempo. Per questa ragione sembra difficile migliorare il servizio idrico: escluso che si possa fornire acqua colorata o profumata o gassata al rubinetto, per l’utente non ci può essere alcun vantaggio. I fautori del no sostengono che così si riparerà la rete degli acquedotti italiani, ridotta a perdere circa 40 litri ogni 100, ma sembrano ignorare tre fatti: che quell’acqua in gran parte ritorna in falda (e dunque agli acquedotti), che il vero spreco dell’acqua è nell’agricoltura (circa il 60% dell’uso, contro meno del 20% di quello potabile) e che nessun privato si sobbarcherà una spesa che viene valutata cautelativamente attorno a 60-80 miliardi di euro. Sostanzialmente il servizio idrico domestico non può essere migliorato ed è difficile individuare altri motivi a questa privatizzazione forzata che non quelli del mero profitto per le imprese, non del vantaggio per i cittadini: un piccolo guadagno, però costante per decenni, come la rendita di un affitto. La controprova sta nel fatto che, dovunque in Italia, la gestione privata ha sollevato le critiche dei cittadini e ha, di contro, sempre portato un aumento delle tariffe (basta confrontare Agrigento o Lucca, private, con Milano o Roma, pubbliche; mentre Parigi torna al pubblico dopo anni di privatizzazione).

Il referendum sull’energia nucleare può essere letto in questa stessa chiave: il ritorno all’atomo porterà un vantaggio per i cittadini, per l’ambiente o per il fabbisogno energetico nazionale? L’incidente di Fukushima dimostra che l’energia nucleare non è sicura intrinsecamente: dopo tre mesi le perdite radioattive non sono state ancora fermate e sarà difficile tornare ad abitare in quei luoghi per almeno mezzo secolo. È vero che anche gli altri impianti di produzione di energia sono dannosi per la salute e per l’ambiente, ma quando avviene un incidente in una centrale nucleare sono guai per tutto il pianeta per generazioni (le mutazioni indotte dall’incidente di Cernobil si trasmettono geneticamente, cosa che non accadde nemmeno per le bombe atomiche sganciate sul Giappone).

Ma anche il vantaggio per i cittadini sembra dubbio: già oggi l’energia nucleare è la più cara di tutte, come dimostrano i dati del dipartimento dell’Energia degli Usa (Doe, 11,15 cent/kWh contro i 9,61 dell’eolico e gli 8,03 del gas, con previsioni di divaricazione di quelle forbici al 2020: 14,37 contro 11,32 e 8,05 rispettivamente). Inoltre un impianto nucleare Epr 1600 III plus costa fra 8 e 10 miliardi di euro (stima Areva) e non si considerano qui tutti quei costi che, chissà perché, ci ostiniamo a chiamare «esterni» e che, invece, sono intrinsecamente connessi ai combustibili geologici (anche il nucleare lo è): eventuali incidenti, smantellamento (decommissioning) e inertizzazione delle scorie verranno necessariamente addossati alla collettività (come dimostra il caso giapponese). In queste condizioni la bolletta costerà di più, non di meno, soprattutto in un Paese che dovrebbe impiantare ex novo le centrali. Inoltre l’Italia dovrà importare l’uranio, che prima o poi finirà, esattamente come il petrolio. E anche per l’ambiente non si vedono vantaggi, perché è vero che si riducono le emissioni clima alteranti, ma non esiste ancora al mondo nemmeno un sito per lo stoccaggio definitivo delle scorie. Anche in questo caso il vantaggio è tutto dei gruppi che costruiranno e gestiranno le centrali, che, non a caso, si oppongono fieramente al referendum, perché perdono l’occasione di contrarre un mutuo molto vantaggioso: introiti privatizzati e «perdite» a carico dello Stato. Al di là dei distinguo ideologici, le questioni acqua e energia su cui si voterà si riducono a logiche molto più semplici ed è su quella base che i cittadini possono riappropriarsi di una consapevolezza troppe volte lasciata in altre mani.

La Stampa 06.06.11