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"Il calcio e l´omertà del potere", di Tito Boeri

Non possiamo permetterci di sottovalutare questo ennesimo scandalo. Il calcio è in grado di catturare l´attenzione di milioni di persone (un italiano su due si dice interessato o molto interessato al pallone), condizionando profondamente norme sociali e comportamenti. Gli studi epidemiologici documentano addirittura una riduzione dei suicidi nei Paesi le cui nazionali si qualificano per la fase finale della Coppa del Mondo nell´anno in cui tiene la competizione planetaria. I giovani sognano e si identificano nei campioni. E la sanzione sociale contro chi viola le regole, soprattutto fra le persone meno istruite, si plasma anche sulla fermezza con cui si risponde agli illeciti sportivi. Quello scoperto in questi giorni è solo un nuovo episodio di una serie infinita di partite truccate in Italia (il primo episodio documentato risale addirittura al 1927 e portò alla revoca dello scudetto al Torino), avviene solo cinque anni dopo Calciopoli e mostra come il mondo del calcio non abbia saputo affatto crearsi degli anticorpi. La differenza rispetto al Campionato 2004-2005 è che questa volta sono i calciatori, più che gli arbitri, a essere coinvolti e il business è legato alle scommesse anziché a risultati economico-sportivi, come la vittoria nel campionato, una retrocessione evitata, la qualificazione per la Champions League, eccetera. In questo richiama episodi riscontrati anche all´estero (come lo scandalo esploso nel 2009 in Germania, che ha messo in luce più di 200 partite truccate in 9 Paesi). Ma da noi l´intreccio fra illecito sportivo e criminalità organizzata sembra essere stato più forte, dato il coinvolgimento della camorra nel racket delle scommesse. Quindi l´illecito è un male non solo in quanto tale, ma anche in quanto strumento per riciclare denaro sporco e favorire crimini ben più gravi.
È perciò desolante assistere al silenzio dei vertici del mondo del calcio di fronte a questi episodi. Si è trincerato dietro al Presidente della Figc, Giancarlo Abete. Sarà solo lui a parlare, a quanto pare, per la Serie A e la Serie B. Capiamo che ci debba essere cautela di fronte a episodi ancora in gran parte da appurare e che si debbano evitare processi sommari. Ma si può sin d´ora discutere di cosa fare per rompere l´omertà diffusa nel mondo del calcio che questo scandalo ha nuovamente messo in luce. Una cosa è certa: Abete non è certo in grado di guidare il fronte che si ribella all´omertà. Se non altro perché qualche giorno fa ha votato per riconfermare alla guida della Fifa Sepp Blatter, che nei suoi 18 anni ai vertici dell´organizzazione del calcio mondiale ha chiuso un occhio, se non due, di fronte a gravi episodi di corruzione, come quelli legati alla vendita dell´organizzazione del mondiale al Qatar. Nella patria dei conflitti di interesse ad Abete sarà anche apparso del tutto irrilevante che il nipote di Blatter tratti i diritti televisivi sulle partite del mondiale.
Il migliore antidoto contro gli illeciti sportivi è la sanzione sociale contro chi viola le regole e la valorizzazione di chi rompe il fronte dell´omertà. Oggi un calciatore non ha nessun incentivo a ribellarsi a un direttore sportivo che gli chiede di perdere una partita o di farsi segnare un certo numero di goal per vincere una scommessa. Al contrario, ha tutto da perderci soprattutto quando il manager in questione si giustifica dicendo che i soldi ottenuti con le scommesse serviranno per pagare i giocatori, che magari da mesi non ricevono lo stipendio. Bisogna allora, al più presto, definire procedure e bonus sportivi, per cui chi aiuta a smascherare illeciti sportivi venga non solo tutelato, ma anche premiato per il suo coraggio.
Ci vogliono anche controlli molto più serrati sui bilanci societari. Sono utilissimi nell´identificare episodi di corruzione. Non pochi giocatori coinvolti nello scandalo, ad esempio, hanno cambiato squadra di recente. Il sospetto è che i trasferimenti a prezzi non di mercato di questi giocatori abbiano rappresentato per le squadre una specie di contributo in natura offerto a seguito della collusione in illeciti sportivi. Si sostiene che chiedere alle società di redigere con cura, pubblicare e certificare i bilanci sarebbe troppo costoso, soprattutto per i club della Lega Pro, che hanno in media un patrimonio di soli 30.000 euro, come documentato da un utilissimo rapporto dell´Arel (Report Calcio, 2011). Ma per risanare il calcio bisognerà fortemente ridurre il numero di squadre. Oggi ce sono troppe (133 contro le 56 della Germania, le 42 della Spagna o le 40 della Francia) e con troppi tesserati (in media 38 giocatori a squadra). Inevitabilmente la ripulitura del calcio richiederà una più forte selezione. Perché i conti in rosso, il debito che schizza alle stelle (l´incremento tra serie A, B e Lega Pro è stato di quasi il 25 per cento in tre anni) per lo più utilizzato per finanziare spesa corrente, anziché investimenti che potranno ripagare in futuro, espone questi club al ricatto e alle pressioni della criminalità organizzata.
Ci sono dunque tante cose da fare, sulla scia della giusta indignazione del pubblico. Gianfranco Teotino elenca dieci proposte sul sito www.lavoce.info che a mio giudizio dovrebbero tutte essere prese in seria considerazione. Si può essere d´accordo con alcune, meno con altre. Ma il fatto importante è che non bisogna lasciarsi sfuggire l´occasione offerta da questo nuovo scandalo per cambiare. E questa volta bisogna cambiare davvero.

La Repubblica 07.06.11

"Terza media, tregua sull'esame", di Alessandra Ricciardi

Tanto rumore per nulla. Viale Trastevere prova a stemperare le tensioni che ha sortito la recente circolare sugli esami di terza media. Si tratta della nota n. 46, con la quale il ministero dell’istruzione, in merito agli esami che inizieranno la prossima settimana, ha sottolineato «l’opportunità» di prevedere una prova scritta anche per la seconda lingua straniera. Un coro di polemiche si è levato dalle scuole che hanno lamentato l’eccesso di prove per gli studenti e soprattutto i tempi troppo stretti della comunicazione, tanto che l’associazione nazionale presidi ha chiesto che la circolare venga ritirata. «Ma oggi il 90% delle scuole medie già fa di propria sponte uno scritto per valutare la seconda lingua straniera», precisa Carmela Palumbo, direttore agli ordinamenti, firmataria della nota ministeriale finita nel polverone, «con la circolare si sottolinea solo l’opportunità di uniformare i comportamenti valutativi delle scuole, non c’è nulla di prescrittivo». Del resto, aggiunge il capo dipartimento Giovanni Biondi, «la seconda lingua comunque già fa media al pari di tutte le altre discipline, quello che può cambiare è la modalità di valutazione: solo l’orale oppure orale e scritto».

A decidere se adottare o meno il secondo scritto è il collegio dei docenti. «E se ci sono scuole in difficoltà dal punto di vista organizzativo, possono tranquillamente rinviare la nuova modalità al prossimo anno, noi abbiamo solo voluto dare indicazioni sull’opportunità di una verifica uniforme sul territorio», aggiunge la Palumbo. Le scuole che hanno l’inglese potenziato, ovvero l’italiano potenziato, non devono ovviamente prevedere alcuna prova di seconda lingua. Precisazioni sono giunte, sempre con la circolare, anche in merito alla media dei voti che danno il voto finale della licenza: «Per media dei voti deve intendersi la media aritmetica in quanto la volontà del legislatore è stata quella di attribuire a tutte le prove d’esame uguale peso. Si esclude pertanto ogni possibilità di ricorrere alla media ponderata». Questo però non significa che la commissione giudicante non debba tenere conto del percorso complessivo fatto dal ragazzo. Il ministero infatti sottolinea la necessità che «il voto conclusivo sia il frutto meditato di una valutazione collegiale delle diverse prove e del complessivo percorso scolastico dei giovani candidati. Si cercherà così di evitare possibili appiattimenti, che rischierebbero di penalizzare potenziali eccellenze». Per la certificazione finale delle competenze, in assenza di un modello nazionale, la circolare dispone che le scuole facciano riferimento alle vecchie indicazioni nazionali per il primo ciclo, attualmente oggetto di revisione. Come avvenuto già lo scorso anno.

da ItaliaOggi 07.06.11

"Missione compiuta", di Curzio Maltese

Fine della telenovela, ma non lieto. Santoro lascia la Rai per La Sette. Accordo consensuale, con la firma di Lorenza Lei, che in un mese è riuscita dove l´incapace Mauro Masi aveva fallito. Berlusconi l´aveva anticipato, anzi ordinato, e sarà finalmente contento. In fondo, la chiusura di «Annozero» è il primo obiettivo centrato dal suo governo in tre anni. Gli italiani, popolo lamentoso, avrebbero magari preferito l´occupazione giovanile o la favoleggiata riduzione delle tasse, anche per chi le paga, ma non stiamo a spaccare il capello. Questa è una vittoria politica di Berlusconi, l´unica di questi tempi. Ed è una sconfitta enorme per la Rai, quindi anche una vittoria aziendale.
La tv di Stato perde in un colpo uno dei suoi professionisti migliori, il programma d´informazione più seguito, il più ricco di ricavi pubblicitari, sei milioni di spettatori destinati a rimpinguare il boom de La Sette e qualche decina di migliaia di cari abbonati al canone, buoni ma non fessi. D´altra parte, ormai La Sette con il tg di Mentana, la satira popolare di Crozza, l´informazione di Lerner e ora di «Annozero», si candida come il vero servizio pubblico. Quello che fornisce perfino le date esatte per andare a votare. Nella serata lasciata libera da Santoro si potrebbe però provare a rilanciare Sgarbi, fare un «meglio di Radio Londra», scusate il sarcasmo, oppure leggere le poesie di Bondi, così da spargere anche il sale sulle rovine.
«Annozero» era una delle più tenaci ossessioni del premier, insieme ai giudici di Milano e alle presunte nipotine di statisti stranieri. Delle tre, la meno giustificata. Come ha ammesso con rammarico lo stesso Santoro, se Berlusconi ha perso le amministrative non è stato certo per il salotto di «Annozero». Dove semmai si nota un certo logoramento della compagnia di giro, a sinistra con Di Pietro e Vendola, a destra con la Santanchè, La Russa e Castelli. Ma il premier, fra altre qualità, è assai vendicativo e non dimentica i torti subìti. A partire dal più grave, la libertà di giudizio. Non potendo più prendersela con Montanelli e Biagi, ai quali rese un inferno gli ultimi anni, si era concentrato nel tempo contro Santoro e pochi altri, con pervicacia degna di miglior causa.
Santoro avrebbe firmato la resa già l´estate scorsa, se l´astuto Masi non avesse festeggiato pubblicamente troppo presto. I soldi non sono l´unica spiegazione. Non è facile lavorare soltanto in virtù di una sentenza della magistratura, dentro un´azienda di servi che ti fanno la guerriglia ogni giorno, arrivando al grottesco dispetto di non pagare i collaboratori. A proposito, s´intende che Travaglio e Vauro otterranno dal tribunale quanto spetta loro e probabilmente molto di più. Tanto, come nel caso delle multe al notiziario Luce di Minzolini, pagano i cittadini. Ma si tratta di dettagli, per quanto non irrilevanti. Il punto centrale è che la Rai, come servizio pubblico, non esiste più. Per tanti anni abbiamo scritto della necessità di una riforma televisiva che smontasse il duopolio, a partire dalla privatizzazione di due reti Rai. La politica ha preferito fare le bicamerali e i patti delle crostate. Il risultato è che due reti Rai sono state nei fatti privatizzate al padrone di Mediaset. Ma le manteniamo ancora tutti noi.

La Repubblica 07.06.11

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“Una nuova stagione a viale Mazzini”, di MARCELLO SORGI

In nessun Paese del mondo l’uscita di un conduttore da una tv e il suo probabile passaggio a un’altra rete hanno mai provocato quel che è accaduto ieri in Italia all’annuncio della separazione consensuale tra Michele Santoro e la Rai. Una scossa d’adrenalina in tutto il sistema politico, una tale ondata di reazioni, nella maggioranza e nell’opposizione, da far dimenticare le giornate più calde della rovente campagna elettorale appena conclusasi.

E’ un’anomalia alla quale è difficile abituarsi, e di fronte alla quale, anzi, non si finisce di stupirsi, anche se le guerre politiche attorno alla televisione, pubblica e privata, durano da oltre trent’anni in Italia, cioè da quando è finito il monopolio statale dell’emittenza, e hanno avuto una recrudescenza da quando il padrone delle tre maggiori reti private, divenuto presidente del Consiglio, ha esteso il suo controllo anche a quelle pubbliche.

Nel caso specifico c’è una ragione in più che spiega quanto sta accadendo: oltre a essere il bersaglio numero uno di Berlusconi, che lo aveva silurato già ai tempi della sua prima legislatura al governo nel famoso «editto bulgaro», e ne è stato cordialmente ricambiato in tutti questi anni in cui il famoso conduttore ha potuto trasmettere grazie a una sentenza della magistratura, Santoro è stato proclamato solo pochi giorni fa vincitore delle ultime elezioni, conclusesi, come si sa, con l’elezione dei sindaci Giuliano Pisapia a Milano e Luigi De Magistris a Napoli.

Naturalmente è tutto da dimostrare che l’endorsement venuto dallo studio di «Annozero» sia stato forte al punto da spingere così in alto i due principali vincitori e aprire un baratro talmente profondo per i candidati del centrodestra. Ma Berlusconi se ne è convinto e lo ha ripetuto fino alla noia ai suoi collaboratori e davanti al vertice del suo partito. Per molti di loro non era affatto una novità: nel 2001, parliamo di dieci anni fa, quando il centrodestra sfrattò di nuovo dal governo il centrosinistra, Berlusconi s’era addirittura fatto fare dai sondaggisti una tabella che faceva vedere a tutti e a suo parere dimostrava come ogni settimana Santoro gli portasse via da un punto e mezzo a due punti di vantaggio sui suoi avversari. E siccome aveva vinto per poco, non faceva che ripetere: «Se si fosse votato una settimana dopo, quello lì riusciva pure a farmi perdere!».

Se davvero, come ha annunciato Enrico Mentana ieri sera, Santoro è a un passo dall’accordo con La7, la tv di Telecom che s’avvia ormai a diventare stabilmente il terzo polo televisivo tra Rai e Mediaset, quella di Berlusconi sarà stata una vittoria di Pirro. Sai che soddisfazione, per lui che lo considera il peggior nemico, aver tolto Michele da Raidue per vederselo spuntare alla stessa ora, e magari con maggiori ascolti, su un altro canale. Per questo, all’interno della Rai eternamente in ebollizione, l’annuncio dell’accordo raggiunto con il conduttore ha sollevato reazioni negative anche all’interno del consiglio d’amministrazione, che è da sempre il tramite tra la tv di Stato e la politica, e nel fronte che fa capo al presidente del Consiglio. Curiosamente, sia da parte della sinistra che della destra del cda si sono levate voci che pretendevano che a Santoro, in caso d’uscita, fosse imposto una sorta di patto di non concorrenza per tenerlo lontano dalle telecamere per almeno due anni.

Ora, a parte la pretesa di difendere la libertà di stampa, e al suo interno quella del conduttore, imponendogli un bavaglio e cancellandolo dai teleschermi, è sicuro che a queste condizioni Santoro non avrebbe mai accettato di sciogliere il suo contratto con la Rai. In attesa di conoscere già oggi i dettagli dell’accordo e le intenzioni del leader del partito di «Annozero», si può tentare di stilare un provvisorio borsino dei vincitori del primo tempo di questa partita. Primo, ovviamente, Michele in persona: s’è tolto la soddisfazione di vedere uscire dalla Rai prima di lui Mauro Masi, il precedente direttore generale, che era arrivato a minacciarlo in diretta di sanzioni telefonandogli mentre il suo programma andava in onda, e alla fine di una trattativa abbastanza simile a quella che s’è conclusa ieri non era riuscito a convincerlo e aveva dovuto gettare la spugna. Inoltre, se quello di ieri è solo un arrivederci, e Santoro tornerà presto in scena da La7 o da un’altra emittente, non dovrà temere le proteste del suo pubblico, che si manifestarono sonoramente via Internet la volta scorsa, alle prime indiscrezioni della trattativa con Masi, e potrà togliersi la soddisfazione di far la concorrenza alla tv di Stato che lo ha messo alla porta e di continuare a criticare Berlusconi come gli aggrada.

La seconda vincitrice è Lorenza Lei, la nuova direttora generale della Rai. Si dirà che non può diventare un titolo di merito aver accontentato come prima mossa il più forte dei capricci del Cavaliere. Ma nel modo in cui lo ha fatto, riconoscendo a Santoro il valore della sua professionalità, lasciando aperto uno spiraglio a collaborazioni future, rifiutandosi di imporgli assurde clausole di non concorrenza, e trovando così il suo consenso, c’è una prova di autonomia che, pur nell’ambito ristretto in cui un manager della Rai deve muoversi, non è affatto comune. Immaginiamoci le facce dei consiglieri d’amministrazione che dovranno ratificare l’oneroso accordo di buona uscita di Santoro: per rifiutarlo, dovrebbero votare contro Berlusconi. E se lo accettano, dovranno invece riconoscere che la Lei ha deciso da sola, li ha messi di fronte al fatto compiuto e poi è passata all’incasso.

Quella della Rai è la storia di una guerra infinita, e anche il caso Santoro, c’è da scommetterci, non finisce qui. Ci sarà un contrattacco, non sarà il primo né l’ultimo. Ma dopo mesi, per non dire anni, di mediocre gestione e di andamento inconcludente, è possibile che dall’inatteso blitz di ieri pomeriggio al settimo piano di viale Mazzini venga un segno di cambiamento.

La Stampa 07.06.11

"Noi, soldati nella guerra dei fatti nostri", di Marco Belpoliti

L’Italia è una Repubblica fondata sull’aggressività e lo psicofarmaco? Sembrerebbe proprio di sì. Negli ultimi cinque anni le minacce e le ingiurie, stando a un rapporto del Censis appena pubblicato, sarebbero aumentate del 35,3%. Detto altrimenti, il controllo delle pulsioni e il rispetto delle regole in Italia sono in pericolo. E questo è l’aspetto out del processo in corso; mentre l’aspetto in riguarda invece l’aumento degli stati di depressione combattuti con l’aiuto di farmaci ora in netto aumento. Possibile? Direi sicuro.

Da tempo gli psicologi e i sociologi ci segnalano la fine di quelle che il filosofo tedesco Peter Sloterdijk chiama le «banche dell’ira», ovvero le istituzioni che permettevano di mettere a deposito, in modo fruttifero, le frustrazioni, i risentimenti, gli odi, l’ira, suscitate dalle tensioni sociali e personali che attraversano le società moderne, e non solo quelle. Le fondamentali banche dell’ira erano, da un lato, il cristianesimo, ovvero la Chiesa cattolica, in Italia, e l’ideologia socialista e comunista, dall’altro, in Europa. Rinviando gli individui frustrati al Regno dei Cieli o alla società socialista o comunista, si raccoglieva il risparmio delle persone e lo si metteva a frutto, erogando in futuro un credito che maturava, come ci ricorda in un capitolo del suo libro Marco Revelli (Poveri, noi, Einaudi). Nella disgregazione di queste istituzioni, che hanno perso la loro presa sulla società, non ci sono più contenitori capaci di mantenere la pentola in ebollizione senza però farla esplodere. Il rancore e il risentimento sono il vero mood della società postmoderna che consuma le proprie energie frustrate nella microconflittualità segnalata del Censis. Secondo la ricerca, resa ora nota, l’85,5% degli italiani si ritiene l’unico arbitro dei propri comportamenti. Non ci sono regole condivise; ovvero, non c’è una morale collettiva, valori, su cui commisurare la bontà o meno delle proprie azioni presenti e future. L’effetto positivo o negativo diventa l’unico metro di calcolo per cui un comportamento individuale è da ritenersi giusto o sbagliato. La depressione è l’altra faccia del risentimento e del rancore, poiché ogni fallimento individuale, patito come tale, e che non trova un capro espiatorio su cui scaricarsi, rimbalza indietro come un boomerang, e produce uno stato di tristezza, abbattimento, caduta dell’autostima e conseguente bisogno di autopunizione. Ci si scaglia contro gli altri, in questa individualizzazione del risentimento, non più canalizzato verso obiettivi collettivi, e questo è lo stato euforico, aggressivo, che ci tenta tutti dinanzi ai fallimenti veri o presunti; o invece ci rivolge a una sorta di catatonia, il sonnambulismo diurno che connota molte delle nostre espressioni individuali, che è curato in vari modi e maniere, spesso con il ricorso alla pastiglia. Oggi ciascuno di noi è, come scrisse il Poeta, dopo l’esperienza della Prima guerra mondiale, nel 1936: Ognuno sta solo sul cuor della terra/trafitto da un raggio di sole:/ed è subito sera. In effetti noi tutti combattiamo ogni giorno, da mattina a sera, e anche oltre, una battaglia continua con cose, persone, entità invisibili o assenti, una guerra mai dichiarata, e proprio per questo logorante, che ci fa diventare minacciosi e ingiuriosi con il vicino della porta accanto, chiunque esso sia, oppure cadere in una forma di tristezza inspiegabile, perché qualsiasi cosa succede o facciamo non c’è nessuno che ci dia una mano: è la guerra dei fatti nostri.

La Stampa 07.06.11

"Salvare la scuola in due mosse: passione e digitale", intervista a Marc Prensky di Luca Landò

Lasciate ogni computer voi che entrate. Certo, Dante la metteva diversamente ma per un ragazzo cresciuto a internet e twitter, facebook e videogiochi l’inferno, oggi, è un ambiente senza tecnologie digitali. Come la scuola. A dirlo è Marc Prensky, autore di una serie di videogiochi educativi e guru di quel campo, affascinante quanto impronunciabile, chiamato edutainment, dove educazione e divertimento diventano la stessa cosa.

«Le scuole di oggi stanno fornendo un pessimo servizio ai nostri ragazzi: che senso ha fornire l’educazione di ieri ai cittadini di domani? È una scuola che viene dal passato e che non è in grado di preparare il futuro. La pedagogia del “prima spiego, poi verifico” non funziona più: molti dei ragazzi di oggi non ascoltano a sufficienza e i risultati sono scadenti. Come non bastasse, i ragazzi a scuola non sono trattati come individui, le loro conoscenze (sono bravissimi come le nuove tecnologie o i giochi elettronici) non vengono rispettate. Ed è un errore perché potrebbero diventare il modo per imparare a creare e a risolvere problemi anche complessi. Le passioni individuali sono la chiave della nuova educazione, invece oggi non contano praticamente nulla. Fino a che non cambieremo tutto questo, fino a che non rivedremo la nostra pedagogia di base, gli strumenti digitali e l’innovazione tecnologica non saranno di grande aiuto all’educazione, tanto meno a scuola».

Il suo ultimo libro, «Teaching to digital natives», è dedicato agli insegnanti che si trovano davanti ragazzi nati e cresciuti in un mondo dominato dalla cultura e dalle tecnologie digitali. Come si insegna ai nativi digitali?

«Gli insegnanti devono rivolgersi agli studenti in modo nuovo. Il vecchio approccio tipo “io parlo, tu ascolti” deve essere sostituito da una pedagogia dove gli studenti possano fare quello che riesce loro meglio: trovare contenuti, usare nuove tecnologie, esprimere la loro creatività. Anche gli insegnanti devono fare le cose per cui sono più portati: fare le domande giuste, porre i problemi appropriati, assicurare il rigore e la qualità e mettere ogni cosa, ogni argomento, ogni espressione all’interno del giusto contesto. Dobbiamo mettere le passioni individuali degli studenti davanti a tutto e capire come sfruttare quelle passioni ai fini dell’insegnamento. Mettiamola così: grazie ai nuovi strumenti e alle loro passioni, gli studenti possono insegnare a loro stessi».

Scusi, ma gli insegnanti?

«Diventano i loro allenatori, le loro guide, i loro partner. Si mettono al loro fianco ad aiutarli anziché in alto a comandarli».

Abbiamo bisogno di “insegnanti digitali”?

«Sarebbe di grande aiuto se gli insegnanti, quelli in carne ed ossa intendo, capissero e rispettassero quello che gli strumenti digitali possono portare all’educazione. Per farlo, gli insegnanti non devono necessariamente imparare a usare loro stessi quegli strumenti (a meno che non lo vogliano): ci sono già gli studenti che possono farlo, anzi lo vogliono fare. Gli insegnanti possono, quando è il caso, utilizzare gli strumenti digitali per spiegare qualcosa agli studenti ma non devono – mai, in nessun caso – usare gli strumenti elettronici (lavagne elettroniche, computer o qualunque altra cosa) al posto degli studenti: sono gli studenti che li devono usare con gli insegnanti che li aiutano e che controllano la qualità del lavoro e dei risultati.
C’è poi un’altra categoria di insegnanti digitali, poco umana ma molto efficace: si tratta di software, video, giochi elettronici che agiscono come aiuto nel processo di insegnamento/apprendimento. Questo, ovviamente, sta già accadendo (guardate il sito www.khanacademy.org per avere un’idea) e diventerà assai sofisticato nei prossimi decenni. Uno dei principali benefici è che lo studente può ripercorrere l’insegnamento secondo i propri tempi e con il proprio passo, tante volte quante gli pare, e possono imparare nel modo che è loro più conveniente. Questo potrebbe avere una ricaduta molto positiva per le scuole, poiché consente all’insegnante di interpretare al meglio il nuovo, importantissimo ruolo di allenatore, guida, partner, lasciando agli “insegnanti elettronici” la parte dell’insegnamento più tradizionale».

Quali sono i vantaggi di una scuola completamente digitale? E le controindicazioni, come direbbero i medici?

«La tecnologia digitale comporta enormi vantaggi per l’educazione, compreso il fatto di connettersi col resto del mondo, condividere i problemi e le soluzioni, ricevere risposte… Ma la tecnologia digitale non è, di per sé, la soluzione ai problemi dell’educazione. Per capirci, aggiungere le nuove tecnologie alla vecchia pedagogia dello “spiego e verifico” potrebbe addirittura danneggiare il processo educativo, aumentando la distrazione e riducendo l’ascolto, senza portare alcun vantaggio da quei nuovi, potentissimi strumenti. La condizione indispensabile, irrinunciabile per introdurre le nuove tecnologie è cambiare la pedagogia classica dell’insegnamento verticale in una forma di affiancamento orizzontale. Come detto, l’insegnante deve diventare un partner dello studente: non ti insegno ma ti aiuto.

Fino a mezzo secolo fa quello che si imparava a scuola durava una vita, oggi le conoscenze hanno vita breve, rimpiazzati da nuove idee, nuove concetti, nuovi saperi. Che senso ha parlare di un periodo scolastico se l’educazione tenderà a essere permanente?

«L’esplosione di informazioni e il loro rapido cambiare è la conferma che imparare “cose” o “informazioni” è molto meno importante dell’apprendere alcune capacità. Per questo è importante proteggere e stimolare le passioni individuali dei ragazzi, perché sono quelle che ti permettono di sviluppare al meglio quelle capacità. La passione, quella individuale, qualunque essa sia, è il motore che spinge all’apprendimento e al successo».

Come possono aiutarci in tutto questo le nuove tecnologie?

«Le nuove tecnologie sono cruciali ma sono gli strumenti, non la soluzione. A questo proposito, uso la metafora dei verbi e dei nomi. I verbi sono le “capacità” che vogliamo che i nostri studenti apprendano e conoscano, come il pensiero critico, l’analisi, il problem solving. Queste capacità non cambiano col passare del tempo, sono le costanti dell’educazione. I nomi sono invece gli “strumenti” che sono sempre più tecnologici e che cambiano sempre più rapidamente. Il trucco per gli educatori è di usare i nomi più aggiornati per ciascun verbo. Ad esempio, per il verbo “comunicare” il nome preferito era un tempo “scritto a mano”, poi si è trasformato in “email” fino a diventare oggi “twittare”. E non c’è dubbio che i nomi (strumenti) cambieranno ancora, mentre il verbo “comunicare” durerà nel tempo».

Le scuole non dovrebbero insegnare agli studenti come usare le nuove tecnologie per raccogliere informazioni sempre aggiornate?

«Utilizzando la stessa metafora, il verbo in questo caso sarebbe “raccogliere e aggiornare le informazioni”. Come nome gli antichi studenti egizi usavano i rotoli di papiro. Le generazioni del secolo scorso usavano i libri e le bibloteche. I bambini di oggi e di domani usano i computer. Sono gli strumenti del loro tempo».

Vede un mondo in cui insegnare sarà fatto tutto al computer?

«Anche se già oggi il web contiene tutte le informazioni di cui uno abbia bisogno, usare solo Internet non è un modo particolarmente attraente o invitante di imparare. Questo sicuramente cambierà – in realtà sta già cambiando – anche se non sappiamo come. Sappiamo che sarà diverso, questo sì. Lo scrittore di fantascienza Vernor Vinge immagina nel suo romanzo Rainbows End che tutta l’informazione necessaria per qualunque nuovo lavoro possa essere caricata direttamente nel cervello. Il guaio è che dopo alcuni di questi pesanti trasferimenti di dati, la mente si rompe. Credo che “l’interazione di persone con altre persone” rimarrà, in un modo o l’altro, un modo attraente per imparare, ma questo apprendimento uomo-uomo sarà sempre più mediato dalla tecnologia e sempre meno dal contatto fisico faccia a faccia».

Cinquant’anni fa la conoscenza era un processo lineare (vai a scuola, apri un libro, ascolti una conferenza) oggi è frammentata: pezzi di informazione qui e là. Chi ti insegna a ricomporre questi frammenti?

«La conoscenza è sempre frammentata, fino a che le persone non mettono assieme i vari pezzi. Una differenza col passato è che prima ci volevano degli “esperti” per fare questa ricomposizione, ora con i moderni strumenti è più semplice per i singoli individui fare questo in modo nuovo. Wikipedia è un grande esempio.
Dal punto di vista teorico, i nuovi strumenti possono essere appresi in contesti formali, come le scuole. Ma data la velocità del cambiamento è più facile che accada, io credo, attraverso media come YouTube…».

Qual è la scuola ideale (o la più efficiente) che ha in mente?

«La scuola dovrebbe essere un posto dove la gente riesce a dar seguito e a far crescere le proprie passioni – qualunque queste siano – e trovano la possibilità, facendo questo, di imparare quanto più possibile. Oggi Internet è il deposito della maggior parte dell’informazione e della conoscenza del mondo. Ma, di nuovo, Internet è solo uno strumento, un nome. Verrà sicuramente rimpiazzato, prima o poi, da un nome migliore».

Non rischia di essere pericoloso un mondo dove la conoscenza è web based quando non tutti possono ancora accedere a internet?

«È pericoloso avere educazione o elettricità o assistenza sanitaria quando non tutti possono accedervi in modo eguale? No, naturalmente. Dobbiamo semplicemente lavorare più duramente per dare un accesso a tutti. Credo che tutti, e gli educatori in particolare, debbano fare il possibile per diventare “moltiplicatori digitali”, ad esempio dovrebbero fare la loro parte per portare i benefici della tecnologia digitale, compreso l’accesso, a gruppi sempre più ampi, fino a incrociare tutti. E dovrebbero fare lo stesso per la salute, il cibo, l’educazione e altre tecnologie».

A cosa sta lavorando adesso?

«Di recente ho sviluppato dei videogiochi per apprendere le regole di base della finanza: sono rivolti agli studenti che hanno finito il liceo e stanno per entrare nell’università. Ne ho finito un altro che aiuta i ragazzi tra i 13 e 15 anni a prevenire e superare la depressione e che è stato giudicato utilissimo dai ricercatori che trattano di questo argomento. Al momento sto lavorando su un gioco che insegna grammatica: i giocatori devono aggiungere la punteggiatura ai discorsi di famosi personaggi mentre il testo scorre sul gobbo, ma ne ho altri tre per imparare l’algebra, la storia e la scienza. Se svilupati bene, con sufficiente respiro e completezza, i giochi elettronici possano diventare strumenti utili, dei nomi appunto, per insegnare ai nativi digitali».

L’Unità 06.06.11

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“Edutainment: l’altro modo di educare”, di Carlo Infante

È inevitabile utilizzare nuove parole per dare nome a nuove cose, anche
se a volte può dare fastidio l’abuso di neologismi anglosassoni.
Una di queste è edutainment che coniuga educational (ciò che è educativo) ed entertainment (ciò che è intrattenimento, spettacolo, gioco) definendo così un nuovo ambito per dare sviluppo a un’idea più dinamica per l’apprendimento. Questo principio ludico-educativo può rivelarsi uno dei migliori approcci per affrontare la mutazione digitale.
La multimedialità e il web si stanno rivelando non solo dei buoni strumenti ma ambienti in cui inventare nuove forme di comunicazione che riguardano sempre più la sfera sociale ed educativa. Per questo che è necessario considerare un’educazione permanente che i sistemi della formazione avanzata stanno attuando da tempo e che sarebbe opportunoestendere alle iniziative che promuovono cittadinanza attiva.
Il mondo della scuola già alla fine degli anni novanta, quando fu lanciato il primo piano strutturato per le tecnologie didattiche, contemplò questo aspetto, si crearono, qua e là, esperienze emblematiche, come le prime biblioteche multimediali, veri presidi culturali radicati nel territorio. Il dato cardine di questa riflessione è che il mondo della scuola non può essere lasciato da solo, perché la questione educativa va ben oltre la didattica. L’educazione, ribadiamo, è direttamente proporzionale alla percezione di uno spazio pubblico
condiviso, condizione che riguarda lo sviluppo di una Società dell’Informazione in cui le reti svolgono un ruolo decisivo per le nuove generazioni. Nella comunicazione multimediale il fatto stesso di far interagire il principio cognitivo (la testualità) con quello percettivo (le immagini e i suoni) induce a un rapporto che rientra in pieno nel concetto di edutainment: un modo in cui l’educazione si coniuga con il gioco inteso come modalità scatenante di creatività, partecipativa e collaborativa.
Se educare significa stimolare un approccio dinamico con le conoscenze, tirare fuori risorse più che mettere dentro informazioni, ci si rende conto di come l’impianto dell’istruzione tradizionale sia impreparato alle metamorfosi sociali provocate dai media.
Nessuno si sognerebbe di sottovalutare l’importanza della struttura didattica dell’insegnamento ma qui s’intende evidenziare il principio attivo che sta alla radice del concetto stesso di educazione, quel “far crescere” che riguarda una nuova generazione proiettata nel futuro digitale.

L’Unità 06.06.11

Contro le violazioni del ministro, parte il ricorso al Tar

Riceviamo, e pubblichiamo, un comunicato stampa dell’Associazione Per la Scuola della Repubblica

Più di 2mila ricorrenti e tante associazioni come sostenitrici: il mondo della scuola si muove contro la circolare 21/2011 che taglierà a settembre 34.000 posti. Appello per la mobilitazione delle Regioni

Lo scorso 28 maggio è stato notificato al TAR del Lazio il ricorso sottoscritto da oltre 2 mila genitori, docenti e studenti di tutta Italia contro la Circolare Ministeriale 21 del 14/3/2011 che determina i tagli del personale per il prossimo anno scolastico: 20.000 posti docente e 14.000 non docente, dopo i 67.000 e 43.000 degli scorsi due anni, oggetto dei precedenti ricorsi.

Mai il numero dei ricorrenti è stato così elevato! Ciò si deve principalmente alla constatazione che i tagli Tremonti – Gelmini, oltre a devastare la scuola statale, sono stati dichiarati illegittimi dal Tar del Lazio con la sentenza del 14 aprile 2011.
Ciononostante, a fronte di una sentenza che annulla i decreti sugli organici del 2009 e del 2010 censurando l’uso delle circolari come fossero leggi, la CM 21, come le precedenti, vìola gravemente lo stato di diritto e le procedure previste per l’emanazione di qualsiasi normativa.

Il ricorso è patrocinato dagli avvocati Fata, Mauceri e Virgilio; i ricorrenti sono di Bologna, Pordenone e San Vito al Tagliamento, Roma, Firenze, Milano, Genova, Padova, Vicenza, Ferrara, Carpi e Modena, Pisa. Le associazioni sostenitrici sono l’associazione nazionale “Per la Scuola della Repubblica”, il Comitato bolognese Scuola e Costituzione, il C.R.I.D.E.S. di Roma, Scuola Daneo Genova, Rete scuole Milano, il Comitato Scuola pubblica Ferrara, l’Associazione Scuola futura Carpi.

Il ricorso è inoltre rafforzato e sostenuto da centinaia di mobilitazioni e in particolare da un inedito sciopero della fame che genitori, docenti e studenti stanno attuando in alcune località come forma di lotta per scongiurare una ulteriore dequalificazione del sistema d’istruzione.

Auspichiamo che anche questo ricorso, come quello dello scorso anno, venga sostenuto da un numero crescente di enti locali, danneggiati direttamente da provvedimenti che penalizzano le scuole statali e scaricano sulle comunità locali i costi dell’istruzione di competenza statale.
Il ricorso dello scorso anno era stato sostenuto da vari Comuni, intervenuti ad adjuvandum, nonché dalle Province di Bologna, Perugia, Pistoia, Cosenza e Vibo Valentia.

Ci aspettiamo ora l’adesione dei nuovi sindaci recentemente eletti e che le Regioni non continuino a restare silenti come finora è stato. Noi le esortiamo con forza a considerare l’importanza dell’esito favorevole dei ricorsi precedenti e a prendere posizione a fianco del mondo della scuola in questa battaglia per la sopravvivenza della Scuola della Costituzione.

da www.partitodemocratico.it

Bersani: "Vogliamo essere il primo partito italiano"

Pier Luigi Bersani apre la Direzione Nazionale del PD con la relazione sul voto alle amministrative: “Mai così bene, neanche nel 2006. Governo si dimetta e si vada al voto”. E’ cominciata con una relazione del segretario nazionale del PD, Pier Luigi Bersani, la Direzione Nazionale del Partito in corso presso la sede nazionale.

Ne pubblichiamo una breve sintesi

Referendum. Bersani promette: “Faremo di tutto per raggiungere il quorum. Sarà arduo ma è possibile raggiungerlo. Sull’acqua non accettiamo speculazioni sulla nostra posizione: un ministro come Ronchi che non sa la differenza tra liberalizzazione e la privatizzazione forzata non dovrebbe avere la patente di ministro.

Quale scenario dopo le elezioni amministrative. Bersani spiega che all’Italia servono buone istituzioni, civismo, buona politica. Per questo chiede che ora il governo si presenti dimissionario alla verifica parlamentare dato che la maggioranza attuale non è più quella uscita dalle elezioni politiche. “Siamo al ribaltone e al teatrino della politica. La maggioranza non c’è più nel paese. Siamo all’assenza di governabilità. Berlusconi si presenti dimissionario alla verifica parlamentare poi si vedrà. Per noi La strada maestra sono le elezioni”. Siamo disponibili a considerare le eventuali condizioni per cambiare legge elettorale.
PD alle elezioni. Per il segretario del PD le scorse amministrative hanno registrato un “risultato elettorale eccellente, addirittura superiore a quello del 2006. Vogliamo essere il primo partito partito italiano e il soggetto primario dell’alternativa democratica e riformista. Ci siamo posizionati alla confluenza di movimenti con cui ci siamo sentiti a nostro agio e non siamo stati sentiti estranei. Movimenti che hanno visto protagonisti tante donne e tanti giovani, movimenti di riscossa civica con cui noi ci sentiamo a nostro agio. È emersa una risorsa civica di cultura democratica, una potenzialità da consolidare”.
In conclusione Bersani ha annunciato che entro fine mese “ci sarà una Direzione sui temi del partito per mettersi all’altezza situazione. Abbiamo perso alcune amministrazioni solo dove ci siamo frantumati e questo non potrà più accadere. Bisogna avviare un percorso verso la conferenza sul partito che non sia burocratica ma aperto e largamente partecipato, che coinvolga territorio, circoli e la rete. Serve partito più federale e più nazionale. Approfondiremo il rapporto tra gli amministratori e il gruppo dirigente, il ruolo dell’iscritto e il ruolo dell’elettore. Dobbiamo mettere in sicurezza le primarie e rendere esigibili i codici etici”.

“C’è parecchio lavoro da fare, ma mi pare che vi siano le condizioni per arrivare al risultato”.