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Cavillo atomico: «Il referendum deve saltare», di Claudia Fusani

Altro che «voto inutile» e «libertà di coscienza». Altro che neutralità ostentata. La verità, ormai palese, è che premier e maggioranza hanno una fifa blu del referendum sul nucleare. Tanto che palazzo Chigi e l’Avvocatura di stato hanno fatto ricorso alla Consulta contro la decisione della Cassazione. Il ricorso sarà discusso martedì, la prima udienza – tra l’altro – presieduta dal nuovo Presidente che sarà eletto, per l’appunto, domani. Insomma, un intreccio di “casualità”, da una parte, – la nomina di Alfonso Quaranta alla presidenza che sicuramente segna una svolta alla Corte – e, dall’altra, i toni e i contenuti del ricorso, rischiano di mettere seriamente e nuovamente a rischio il voto sul nucleare. Dal che, se ancora avessimo avuto dei dubbi, si deduce quanto faccia paura e dia fastidio, specie in termini di accordi commerciali, il voto popolare di domenica prossima. L’Avvocatura ha presentato il ricorso venerdì sostenendo che l’ordinanza della Corte di Cassazione del primo giugno deve essere considerata «inammissibile» perché alla Cassazine spetta solo una verifica formale dei requisiti e non anche ulteriori valutazioni «sostanziali».

Nella memoria allegata al ricorso, e che i giudici costituzionali potranno leggere solo domani, si sottolinea che con il varo del decreto Omnibus il Governo non ha fatto una modifica meramente «formale», ma una «innegabile e sostanziale diversità di scelta» rispetto alle norme sul nucleare sulle quali era stato chiesto il referendum. L’Avvocatura sostiene in pratica che gli elettori, il 12 e 13 giugno, «si troveranno a votare un quesito del tutto difforme rispetto a quello in base al quale sono state raccolte le sottoscri- zioni necessarie allo svolgimento del referendum».

Nella decisione della Cassazione – che ha ammesso il quesito, pur modificandolo, ma rispetto a una situazione, il piano energetico, diversa – vi è dunque «ben di più rispetto a quelle modifiche formali o di dettaglio» su cui la Cassazione si sarebbe potuta esprimere. Non solo: secondo l’Avvocatura è cambiata la natura stessa del referendum «non più abrogativa ma propositiva, se non addirittura consultiva».

L’Unità ha letto al telefono una sintesi dei motivi del ricorso a uno dei quattordici giudici (il quindicesimo, che dovrebbe prendere il posto dell’ex presidente De Siervo, non è stato ancora sostituito) membri della Consulta. I giudici infatti sono stati informati via mail dell’arrivo del ricorso ma potranno leggere le motivazioni solo domattina quando si riuniranno per l’elezione del nuovo Presidente.

«Direi che si tratta di una complicazione notevole – osserva il giudi- ce – viene sollevato un problema di merito e sostanziale molto importante. Vista l’urgenza dovremo decidere già martedì. E se il quesito dovesse essere giudicato inammissibile, la scheda sul nucleare dovrà essere annullata». Una faccenda dannatamente complicata e che «non ha precedenti».

Idv e Pd, il leader dei Verdi Angelo Bonelli, non hanno dubbi: si tratta dell’ennesimo «sabotaggio» ordito da Berlusconi ai danni del nucleare. «È evidente e logico che governo e maggioranza sperano che i referendum non passino, facendo carte false per non far raggiungere il quorum, e ancora adesso, a una settimana dal voto, scelgono la più totale ipocrisia» scrive Di Pietro sul suo blog. «I furbetti sono stati sconfitti più di una volta e lo saranno ancora» chiosa Vendola.

Pochi dubbi sull’infondatezza del ricorso dell’Avvocatura di Stato anche per gli avvocati che in Cassazione hanno sostenuto le ragioni dei referendari, il professor Alessandro Pace e l’avvocato Gianluigi Pellegrino.

Il Pd chiede il rigetto del ricorso. La segreteria nazionale del partito e i gruppi parlamentari di Camera e Senato si sono costituiti innanzi alla Corte costituzionale, con l’avvocato Gianluigi Pellegrino, chiedendo il «rigetto dell’ istanza del Governo volta a far dichiarare inammissibile il referendum sul nucleare e il perfezionamento, come previsto dalla legge e dalla Costituzione, della conferma della consultazione referendaria per il 12 e il 13 giugno, già sancita dalla Cassazione». La risposta è attesa per martedì. Il giorno dopo, per l’appunto, l’elezio- ne del nuovo Presidente. Che sarà, quasi sicuramente, Alfonso Quaranta. Non un’elezione qualsiasi: per la prima volta nella storia della Consulta verrà interrotta la prassi per cui diventa Presidente il più anziano dei giudici. La qual cosa ha imposto, a volte, presidenze lampo anche di tre sole settimane visto che i giudici costituzionali hanno una data di uscita inderogabile. Adesso si vuole un giudice che durerà di più. Quaranta resterà in carica due anni.

L’Unità 05.06.11

"Una buona occasione per salvare i referendum", di Michele Ainis

Primo turno, ballottaggi, referendum: e tre. Ci vorrà un atto d’eroismo per metterci in fila davanti ai seggi elettorali, quando ce lo chiedono per la terza volta in quattro settimane. Perché il governo ha rifiutato d’accorpare i referendum alle amministrative, anche a costo di gettare al vento 300 milioni. Perché ci mandano a votare senza spiegarci a che serve il nostro voto, tanto che l’Agcom ha preso carta e penna per inviare una solenne rampogna a mamma Rai.
Perchémagari si tratterà d’una fatica inutile, dato che gli ultimi 24 referendum hanno fatto cilecca, dato che da 14 anni nessuna consultazione popolare ha più raggiunto il quorum. E perché infine i 4 referendum che ci aspettano al varco cadono in un clima surreale, mentre i partiti si esibiscono in una sagra delle ipocrisie. Qual è infatti l’oggetto dei quesiti? Nucleare, acqua pubblica, legittimo impedimento. Ma sullo sfondo si staglia a lettere maiuscole una domanda più generale, più assorbente. Questa domanda investe la popolarità del quarto gabinetto Berlusconi, la sua capacità di riflettere gli umori prevalenti del Paese. Domanda impropria, ma poi neppure tanto. Perché la politica energetica, le privatizzazioni, le leggi ad personam corrispondono ad altrettante scelte strategiche dell’esecutivo in carica, ne disegnano il profilo, nel bene o nel male. E perché ogni referendum si carica di significati evocativi, ben al di là del suo oggetto specifico. Accadde già nel 1974, in occasione del primo referendum, quando il quesito sul divorzio finì per interrogare la laicità degli italiani, il loro grado d’obbedienza rispetto al Vaticano. Ma è un effetto fisiologico, giacché nei referendum si esprime la volontà popolare, senza filtri, senza mediazioni, e allora la sovranità diventa come un’onda che tracima dalle dighe. Non a caso la seconda Repubblica di cui siamo inquilini fu allevata da un referendum, quello del 1993 sulla legge elettorale. Ma tutto ciò è tabù, non se ne può parlare. O almeno non ne parla la politica, che difatti è impegnata in un singolare gioco delle parti. L’opposizione — da Bersani a Di Pietro— si sgola per convincere il popolo votante che questi referendum non sono affatto un’ordalia su Berlusconi. Per forza: altrimenti gli elettori del centrodestra resteranno a casa, e a sua volta il quorum resterà un miraggio. Il conto al governo verrà presentato dopo, se i referendum avranno successo nelle urne. Specularmente il presidente del Consiglio vede questa consultazione come il diavolo, però non lo può dire. E allora fa parlare l’Avvocatura dello Stato, chiedendole di sostenere dinanzi alla Consulta l’inammissibilità del nuovo quesito sulle centrali nucleari. Lascia libertà di coscienza ai propri elettori, aggiungendo che comunque i referendum sono inutili, non cambieranno nulla. E in conclusione mette le mani avanti: quale ne sia l’esito, il governo tirerà per la sua strada. Mettiamole anche noi, le mani avanti. Mettiamole sulle schede colorate che ci consegneranno tra una settimana, senza farci condizionare dai giochini dei partiti. Perché è vero, questi referendum hanno ormai assunto un valore simbolico, virtuale. Quello sul legittimo impedimento tocca una legge amputata già dalla Consulta, tant’è che Berlusconi ogni lunedì lo passa in tribunale. Quello sul nucleare concerne una legge amputata dalla stessa maggioranza di governo, sicché voteremo su un indirizzo normativo, anziché su norme vere e proprie. Ma il vero oggetto di questi referendum è lo stesso referendum, inteso come istituto di democrazia diretta, come canale di decisioni collettive. Un altro fiasco ne decreterebbe i funerali. E tuttavia dopo innumerevoli appelli all’astensione, dopo la fortuna bipartisan del trucchetto che ha messo in crisi i referendum, stavolta nessun partito ha la faccia tosta di consigliarci una vacanza al mare. Hanno capito che soffia un’aria nuova, e non vogliono beccarsi un raffreddore. Se quest’aria gonfierà le urne, magari lorsignori si decideranno ad abolire il quorum, o a correggerlo al ribasso. Dopotutto, se esistesse un quorum per le elezioni provinciali (dove ha votato il 45%), avremmo già abolito le province.

Il Corriere della Sera 05.06.11

"La nuova militanza", di Alfredo Reichlin

Guardando gli spostamenti elettorali ciò che più mi colpisce è la difficoltà di capire, anche a sinistra, cosa è successo di veramente nuovo e di profondo. Sembra che improvvisamente sia emerso un mondo sconosciuto. Ma come? Non si era detto (un coro assordante) che il Pd era ormai ridotto a un fatto appenninico, tosco-emiliano, e che dovevamo solo cercare di imitare la Lega che certamente avrebbe vinto le elezioni perché rappresentava l’anima e il nuovo blocco sociale del Nord? E adesso si scopre che il Pd è nettamente il primo partito e che, col centrosinistra, governa non le valli alpine ma tutta l’area metropolitana della Padania, da Torino a Milano, da Genova a Venezia, da Trento a Bologna e Trieste. Ma come? Non eravamo ridotti al punto che per sopravvivere dovevamo accettare un «Papa straniero»? Mi scuso per questo piccolo sfogo polemico.
In realtà esso mi serve per capire meglio la novità e la portata del messaggio che questo voto manda anche a noi. Parlo senza nessuna iattanza perché conosco l’enorme difficoltà dei problemi e la nostra inadeguatezza. Il fatto è che Milano, il cuore produttivo del Paese, ci dice tante cose ma al fondo il suo messaggio si può riassumere così. Siamo a un passo da eventi che se non governati possono rimettere in gioco tutto: desistenza di una grande Italia industriale, un drastico aumento della povertà anche tra i ceti medi, il precariato come destino di una generazione con ovvie ricadute sull’unità nazionale e la
democrazia repubblicana. Altro che declino. Un salto storico all’indietro come nel Seicento.
La mia impressione è che il Nord vota così perché sente e vive più direttamente di altri questi rischi. E perciò sente il bisogno di un riscatto civile. Non solo per moralismo ma per la necessità di una mobilitazione nuova di risorse sociali e intellettuali, essendo questa la condizione per uscire dal pantano, dal blocco ormai decennale della crescita denunciato l’altro giorno perfino dal governatore Draghi.
Ecco allora il nostro grande problema. Cade sulle nostre spalle una responsabilità enorme. Sono in gioco le stesse ragion d’essere del Partito democratico. La gente ci ha scelto non perché abbiamo il sole in tasca ma perché si comincia a capire che il Pd non è più la somma delle vecchie faide e dei vecchi partiti ma sta facendo emergere l’idea di una forza nuova in quanto più aperta, più tollerante ed inclusiva. Ma soprattutto perché stiamo cercando di ridefinire il senso di una nuova militanza politica. I media parlano ancora una vecchia lingua, quella del «politichese». Cercano il chi comanda e capiscono ancora poco un leader che non disprezza affatto le alleanze, le considera anzi necessarie, ma si rifiuta di definirle a priori. E perché? Perché parte da più in alto. Perché pensa che il suo scopo, il suo assillo, l’oggetto della sua politica è «salvare l’Italia». Capisco: una frase così sembra perfino ridicola. Invece questa è oggi (o dovrebbe essere) la politica. Come quando io ero ragazzo. La politica che mi travolse insieme a tanti altri giovani. Il messaggio di un certo Ercoli che sbarcò a Salerno e ci disse che dovevamo prima di tutto unirci e prendere le armi per cacciare i tedeschi. E il resto veniva dopo. E così accadde. Avvenne che ci mettemmo alla testa degli italiani per renderli padroni del loro destino e, quindi, i costruttori di un’Italia nuova. E ci riuscimmo. Il miracolo economico. La Costituzione democratica.
Oggi l’Italia è a un passaggio simile. Ho sentito il discorso di Draghi alla Banca d’Italia. Tutte cose giuste e dette benissimo. Tutte cose che bisognerebbe fare e che il Pd riproporrà certamente nel suo progetto per l’Italia. Ma vogliamo dire la verità? Tutte cose che già sapevamo ma che, per farle, richiedono che finalmente la politica (la grande politica) decida due cose. La prima è che per «canalizzare» il risparmio e le risorse tuttora grandi del Paese verso la crescita occorrono grandi investimenti nei beni pubblici, scuola, servizi, strutture e capitale umano. E anche questo lo sappiamo.
Ma come possiamo farlo senza inventare qualche strumento nuovo di politica economica che sia in grado di non sottostare alle logiche di un’oligarchia finanziaria che domina il mercato e si «mangia» l’economia reale? La seconda cosa è che il potere politico rompa l’attuale suo vergognoso intreccio con le infinite rendite che soffocano la produttività del sistema italiano e ci condannano al declino.
Qui sta la sostanza del messaggio politico che viene dal voto. Questo è il nostro compito: mettere in campo non solo un grande progetto, ma anche una nuova soggettività etico-politica. Perché nessun progetto è credibile se invece di restituire alla democrazia gli strumenti per decidere persiste l’idea che domina da anni secondo cui la società è poco più che la somma degli individui, per cui il solo modo per tenerla insieme è il populismo oppure il «lasciar fare al mercato».
Andiamo verso prove molto difficili, ma noi possiamo dare una speranza all’Italia se il Pd si rende conto che emergono dalla società civile spinte di solidarietà umana che riflettono un aumento della capacità e volontà delle persone di riprendere il controllo della propria vita.

L’Unità 05.06.11

Bersani: «Gli elettori di sinistra e centro si sono già mischiati», di Aldo Cazzullo

Segretario Bersani, cosa rappresenta per lei questo voto?
«Il segno di una riscossa civica, nel quadro di un problema sociale che si è fatto acuto e ha via via reso vulnerabili anche i ceti che finora si erano ritenuti al riparo dalle incertezze. È la prova che nell’incrocio tra questione democratica e questione sociale c’è l’evoluzione della crisi del Paese. Il rito personalistico e populistico si è mostrato inconcludente e menzognero di fronte ai problemi che prometteva di risolvere. Lo si vede più nettamente al Nord; cioè nel luogo più dinamico» . Bersani, è sicuro che il Pd abbia vinto? Pisapia e de Magistris non erano i vostri candidati. «In questo tam tam c’è la velina del terzismo: un colpo al cerchio e uno alla botte, se Atene piange Sparta non ride. Siamo l’unica democrazia al mondo in cui si ragiona così. In realtà, se uno perde ci dev’essere qualcuno che vince. I dati sono chiarissimi: su 29 vittorie, il Pd aveva 24 candidati; a Milano, su 28 consiglieri del centrosinistra il Pd ne ha 24. Non solo il nostro partito non ha pagato una presunta opzione radicale, ma elettoralmente ha spesso compensato i problemi degli alleati. Oggi siamo la forza centrale nella costruzione di un’alternativa. E cresciamo mettendoci al servizio di un centrosinistra che si apre a tutte quelle forze e a quelle opinioni che pensano di andare oltre Berlusconi su un terreno saldamente costituzionale. Gli elettorati di sinistra e centristi si sono già ampiamente mescolati nei ballottaggi» . Questo significa che continuate a cercare l’accordo con il terzo polo? Oppure la sinistra può fare da sé? «La barca della politica deve avere più pescaggio. Magari viaggerebbe più lenta; ma è bene avere più pescaggio. C’è un’esigenza di ricostruzione. Il Paese ha davanti problemi seri; è tempo di affrontarli. Una democrazia che assuma un carattere costituzionale, una politica economica che prenda atto della realtà, la necessità di uscire dalla malattia del berlusconismo, sono obiettivi che ormai accomunano gli strati di opinione che si definiscono di centrosinistra con altri di centro o anche di centrodestra non berlusconiano» . Quindi avanti verso un’intesa più ampia possibile? «Vedremo se la congiunzione avverrà tra elettori, o tra forze politiche. Il Pd intende ribadire questa prospettiva: un centrosinistra che non rifaccia l’Unione ma si vincoli a riforme visibili ed esigibili, proposte a tutte le forze politiche, cittadine, sociali che vogliono guardare oltre Berlusconi. Non esiste la possibilità di alzare steccati verso chi ha mostrato di voler discutere con noi. In nome di un’esigenza costituente, il centrosinistra non metta barriere e si rivolga in modo ampio. Tocca alle forze politiche prendersi responsabilità» . Ma alle Amministrative accordi con il terzo polo ne avete fatti pochini. «Dove non sono venuti i partiti, sono venuti gli elettori. Dove l’accordo si è fatto, come a Macerata, nessuno ha pagato alcun prezzo» . L’allarme sociale è così grave secondo lei? «Vedo che nel centrodestra si chiacchiera molto: Alfano, primarie. Non trovi mai una discussione che parta dai problemi. Eppure, dopo il referendum avremo di fronte scelte micidiali. Nelle carte che Tremonti ha già scritto, anche se forse Berlusconi forse non le ha lette, c’è scritto che dobbiamo arrivare al 2014 con una base di spesa pubblica di 40 miliardi in meno, forse anche 50. Io dico: è irrealistico. Non lo possiamo fare, se no andiamo in recessione sparati. Non si è voluto andare in Europa e dire: noi facciamo un pacchetto di riforme strutturali— fisco, lavoro, liberalizzazioni, pubblica amministrazione —, e impostiamo tagli più graduali» . Ma voi sosterreste un governo di fine legislatura, con un premier diverso da Berlusconi, che impostasse queste riforme? «Il governo non è operativo da mesi e mesi. La coalizione che vinse il premio di maggioranza non esiste più. Il voto ha dimostrato che Berlusconi non ha più neppure la maggioranza nel Paese. Dovrebbe presentarsi dimissionario alla verifica che giustamente gli chiede il capo dello Stato, e rimettersi a lui. La nostra opinione è che a quel punto la strada maestra sarebbe il voto. Siamo pronti però a discutere un rapido passaggio che consentisse di andare a votare con una diversa legge elettorale, perché questa deforma l’assetto democratico. Purtroppo Berlusconi sembra insistere nella sua tecnica di sopravvivenza estenuata. E il distacco non solo tra governo e Paese ma anche tra istituzioni e Paese si accentua. Mi chiedo come la Lega possa accettarlo » . Lei ha lanciato segnali alla Lega, con formule tipo «partito di popolo a partito di popolo» . Dove vuole arrivare? Potrete mai fare un pezzo di strada insieme? «Noi siamo alternativi alla Lega. Ma le diciamo: il federalismo non finisce se finisce Berlusconi. A noi interessa, naturalmente dal punto di vista di un partito saldamente nazionale, come ci interessano temi che una volta Bossi indicava e ora sono finiti nel bosco: la sburocratizzazione, la trasparenza, la pulizia. Noi su questi temi ci siamo. Con un punto di vista diverso dal loro, ma ci siamo. Io ad esempio non ho mai detto che la Lega è razzista. Ho detto che, a forza di ripetere “ognuno a casa propria”, si finisce per assecondare pulsioni razziste. Ormai il calo del Pdl non porta buono alla Lega. La somma non è zero. Perdono tutt’e due. Se poi la Lega pensa di uscirne chiedendo più ministeri, diremo al Nord che ha legato il Carroccio dove voleva l’imperatore» . L’accordo con il terzo polo significa rinunciare alle primarie. È così? «Non è questo il punto. Io ho chiara la sequenza, che esporrò nella direzione Pd di lunedì (domani; ndr): prima i problemi, e le riforme; il Pd presenta un progetto per l’Italia e ne discute con chi ci sta. A cominciare naturalmente dal centrosinistra; poi si decide il passo successivo. Le primarie le abbiamo inventate noi e restano sempre la strada preferita; ora vedo che ne parla anche il Pdl; ma primarie e Berlusconi sono un ossimoro. Non mettiamo però le primarie in testa. In testa mettiamo una decine di riforme da fare: democratiche e sociali. Se negli Anni ’ 90 avevamo l’euro, oggi il grande obiettivo devono essere le nuove generazioni. Organizziamo ogni cosa intorno a questo, disturbandoci, pagando qualche il prezzo. Chi ha di più, dia di più» . Lei sa bene che l’Irpef non fotografa la ricchezza degli italiani ma dei lavoratori dipendenti. Finireste per colpire il ceto medio. «Non è così. Noi vogliamo un’operazione seria, solida, in nome dei giovani. Alleggeriamo le imposte sul lavoro e sull’impresa che dà lavoro. Colpiamo l’evasione e le rendite immobiliari e finanziarie. Aggrediamo la precarietà: un’ora di lavoro stabile deve costare un po’ meno, un’ora di lavoro precario un po’ di più» . Casini invita a votare due no al referendum. Voi siete per il sì. Come la mettiamo? «Intanto è importante l’impegno affinché si vada a votare. Il quorum andrebbe calcolato in proporzione ai votanti delle ultime Politiche. Raggiungere il 50%non è facile, ma possiamo farcela. Senza politicizzare il referendum, che sarebbe un errore» . La destra la accusa di aver cambiato idea sulla privatizzazione dell’acqua. «Il referendum semplifica tutto: sì o no. Noi siamo contro l’obbligo di privatizzare la gestione dell’acqua. Per quanto riguarda la questione della governance e degli investimenti, in Parlamento c’è una nostra proposta di legge. Se vince il sì, ripartiamo da quel testo» . Vendola nel ’ 98 votò per la caduta di Prodi. Oggi le pare un alleato affidabile? Anche sull’Afghanistan? «Lo verifichiamo, prima del voto. Ci presenteremo agli italiani senza ambiguità. Quando dico che non vogliamo rifare l’Unione, intendo che dobbiamo costruire un profilo di governo, anche sulla politica estera. Non do nulla per scontato. Mi auguro che ognuno si prenda le sue responsabilità» . Prodi è salito con lei sul palco della vittoria, e già si parla del Quirinale… «Mi ha fatto un grande piacere averlo al mio fianco. Vedo in lui il padre nobile della grande operazione che stiamo portando avanti. Prodi ha già
un ruolo internazionale. È un uomo che ha una visione strategica, e abbiamo bisogno anche di quella. Più grande sarà la sua disponibilità, più grande sarà la mia disponibilità a impiegarlo in battaglia» .

Il Corriere della Sera 05.06.11

"Soffia il vento del popolo sovrano", di Eugenio Scalfari

Venticinquemila persone hanno formato una lunghissima fila a Milano per poter stringere la mano al neo sindaco Giuliano Pisapia nel giorno del suo insediamento a Palazzo Marino. Un fatto simile non era mai accaduto né a Milano né altrove anche perché una fila lunga chilometri non somiglia ad una piazza affollata e urlante di passione e di insiemità. La fila invece è silenziosa e ciascuno sta con se stesso e con i propri pensieri tra i quali domina la decisione di testimoniare che un cambiamento è avvenuto e che il testimone l´ha vissuto con civica partecipazione.
Segnalo questo episodio per rispondere a coloro che subito dopo i ballottaggi del 30 maggio si sono posti la domanda su chi abbia perduto e su chi abbia vinto le elezioni amministrative. La loro sentenza ha avvistato come perdente Silvio Berlusconi e la coalizione da lui guidata, ma non ha trovato alcun vincitore. O meglio, un vincitore secondo loro c´è stato ed è il popolo delle astensioni, schifato dalla politica e dalla casta che accomuna in un unico disprezzo la destra, il centro e la sinistra. Il vincitore sarebbe stato insomma Beppe Grillo e chi la pensa come lui.
Coloro che hanno emesso questo responso non si sono forse accorti che il suddetto comico, subito dopo avere appreso i risultati elettorali, è esploso in una rabbiosa invettiva contro i vincitori manifestando la sua delusione. Dunque il vincitore non era lui.

La verità è che ha vinto lo spirito civico contro chi finora aveva manipolato le istituzioni e le coscienze. Ha vinto a Milano, a Torino, a Napoli, a Bologna, a Cagliari, a Trieste, a Vicenza, a Novara, a Mantova, a Crotone, a Macerata e in tanti altri luoghi e con esso hanno vinto le forze politiche che si sono identificate con quel risveglio delle coscienze e del civismo, hanno lavorato per farlo emergere, si sono offerti come sostegni, strutture organizzative, punti di riferimento politici.
Non è l´antipolitica grillina ad aver vinto ma la Politica una volta tanto con la P maiuscola. Capisco che a molti Soloni da strapazzo questa lettura oggettiva dei fatti non piaccia; capisco che il rabbioso sfogo di Grillo li imbarazzi e ancor più il fatto della presenza di molti grillini che hanno inneggiato a Pisapia in piazza del Duomo, a Fassino in piazza San Carlo e a de Magistris in piazza Plebiscito; ma così sono andate le cose e a questa vittoria della politica dovete rassegnarvi.
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Il primo riscontro di quella vittoria c´è stato appena due giorni dopo nei giardini del Quirinale, all´assemblea della Banca d´Italia, durante la sfilata del 2 giugno ai Fori e poi nella cena di Giorgio Napolitano con i capi di Stato venuti da tutto il mondo per celebrare a Roma i 150 anni dalla nascita dello Stato unitario italiano.
Napolitano non gradisce che lo si descriva come il contraltare politico di Berlusconi e sottolinea la diversa natura della presidenza della Repubblica rispetto alla presidenza del Consiglio. Sono due istituzioni che si muovono su piani diversi, l´inquilino di Palazzo Chigi è uno dei giocatori nel campo della politica mentre l´inquilino del Quirinale ha il compito di far rispettare le regole della partita che si svolge sotto la sua sorveglianza arbitrale.
Accade tuttavia che i due piani confliggano con frequenza crescente per la semplice ragione che Berlusconi ha una concezione autoritaria della democrazia profondamente diversa da quella configurata nella nostra Costituzione. Ma sarebbe tuttavia sbagliato trasformare il Quirinale in un soggetto politico deformandone con ciò la natura e il ruolo.
Resta il fatto che quel ruolo è cresciuto d´importanza e riscuote consenso e fiducia sempre maggiori in proporzione inversa a quanto sta accadendo per il governo e per chi lo guida. Questa non è un´opinione ma una notizia e con le notizie è inutile polemizzare.
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La sconfitta del centrodestra alle elezioni amministrative ha fatto emergere la crisi che da tempo covava all´interno del Pdl ed ha seriamente indebolito il rapporto di alleanza con la Lega.
I referendum del 12 e 13 giugno possono infliggere – a distanza di due settimane – un secondo colpo ancor più micidiale al centrodestra provocandone la definitiva implosione. Siamo ora in attesa della decisione che la Corte costituzionale prenderà martedì prossimo sul quesito che riguarda il referendum sull´energia nucleare dopo la pronuncia della Cassazione che ha giudicato tuttora in piedi la richiesta referendaria confermando la consultazione del 12 giugno prossimo.
Se la pronuncia della Consulta sarà conforme a quella della Cassazione, se i referendum raggiungeranno il quorum “del 50 per cento più uno” e se i “sì” avranno la meglio sui “no” verrebbero cancellati tre aspetti fondamentali della politica di centrodestra attinenti all´energia, all´ecologia e alla giustizia.
Il governo aveva tentato nei giorni scorsi di de-politicizzare l´appuntamento referendario, ma venerdì ha deciso di cambiare rotta opponendosi con un ricorso alla Corte costituzionale alla consultazione referendaria. Ha in tal modo imboccato la stessa strada e ripetuto lo stesso errore che aveva compiuto nelle elezioni amministrative politicizzando al massimo anche quella referendaria.
Esiste tuttavia una profonda differenza tra quei due appuntamenti. In quello amministrativo sono andati alle urne circa 7 milioni di elettori su 13 milioni di aventi diritto. Se i referendum del 12 giugno raggiungeranno il “quorum” saranno nell´ipotesi minima 25 milioni e mezzo di elettori a deporre la loro scheda nelle urne. Si esprimerà cioè il popolo sovrano direttamente, senza dover passare per il filtro dei partiti e delle liste. Il popolo sovrano e il cittadino diretto portatore della sovranità diffusa esprimeranno la loro volontà anzitutto con la partecipazione e poi nel merito con un “sì” o con un “no”.
Se questo avverrà, sarà molto difficile per il Pdl continuare ad appellarsi all´autorità che gli deriva da un popolo che gli ha dato torto per la seconda volta nell´arco di un mese. Vorrà dire che il vento è veramente cambiato e che la sola strada da percorrere sarebbe quella d´un governo nuovo di zecca che gestisca gli ultimi due anni di questa legislatura oppure – se quell´ipotesi non si verificasse – lo scioglimento anticipato delle Camere e nuove elezioni.
* * *
Si pone a questo punto la domanda: che cosa accadrebbe se Berlusconi e il suo governo rifiutassero di passare la mano e continuassero pervicacemente a restare appoggiati alle poltrone? Possono farlo?
Teoricamente sì, possono farlo: un governo, a norma della Costituzione, deve dimettersi quando il Parlamento gli vota la sfiducia. Senza questo passaggio rimane in carica. Per fare che cosa? Per governare.
È quello che gli si chiede invano da tre anni. Finora l´ha chiesto l´opposizione ed una parte consistente dell´opinione pubblica, ma ora glielo chiedono anche gli italiani che fin qui l´hanno sostenuto con un consenso che sta smottando ogni giorno di più. Lo chiedono addirittura i suoi più fedeli sostenitori che si sono auto-battezzati “servi liberi e forti”. Una definizione singolare e non facile da interpretare, forgiata dal Foglio che fa della libera servitù una sorta di nuova divisa fondata sul paradosso.
Che cosa vogliono questi “pasionari” che hanno liberamente accettato di servire il Cavaliere? Lo scrive per tutti loro Giuliano Ferrara: vogliono che Berlusconi torni ad essere quello che fu nel ´94, rinverdisca la sua grinta e il programma di allora, si ripresenti in questa nuova foggia e si riprenda il suo popolo che gli è sfuggito di mano.
Sembra una richiesta difficile quella di rimettere le lancette del tempo indietro di 17 anni per poter riprendere lena e saltare in avanti. Perciò siamo andati a rivisitare con la memoria e la documentazione come era 17 anni fa l´uomo Berlusconi e il suo programma.
Ebbene, i “servi liberi e forti” non chiedono assolutamente niente: il Cavaliere era allora quello che è oggi (a parte la pancia che allora non aveva e i capelli che invece gli ornavano il cranio). Lui era sbruffone, bugiardo e megalomane tal quale è tuttora. Il programma era meno tasse, meno Stato, crescita economica, maggiore reddito, più lavoro, più sicurezza. Ed è ancora quello per la semplice ragione che quel programma non è mai stato attuato.
Cari servi liberi, la vostra richiesta è la più eloquente testimonianza che 17 anni sono stati dissipati. La vostra libera servitù ha soltanto contribuito a creare una palude piena di miasmi nella quale avete impantanato un Paese che ora finalmente ha deciso di alzarsi e camminare senza di voi.

La Repubblica 05.06.11

"Dal social network all’inferno. A 13 anni", di Fabio Lupino

Li guardiamo, li scrutiamo, cerchiamo segnali per sentirci noi sicuri di
loro. Ma non ci ricordiamo se veramente ci parliamo, se comunichiamo, se il nostro affetto arriva. Se siamo dalla loro parte, sempre e comunque. Noi, genitori, loro, i figli. I malfermi, gli insicuri siamo noi. Ed è così che quando irrompe l’imprevisto non sappiamo quasi mai reagire, se non autocommiserandoci. Nel mondo invisibile degli adolescenti entrano ed escono universi troppo grandi per loro. La cybervelocità crea crepe, fratture, miti e falsi miti ogni giorno. Marida Lombardo Pijola, giornalista, inviato del Messaggero, negli ultimi anni ha indagato questo territorio sconosciuto. Da qualche settimana è uscito Facciamolo a skuola, Storie di quasi bimbi, Bompiani, 14 euro.
Si può dire idealmente il terzo capitolo di una trilogia iniziata con Ho12 anni, faccio la cubista, mi chiamano principessa, seguito da L’età indecente, di un anno e mezzo fa. Né romanzi né saggi, ma l’uno e l’altro insieme. Lo sforzo grande che l’autrice fa anche in questo libro è l’esatta rappresentazione del linguaggio degli adolescenti, quasi adolescenti. Coatto, ostentato molto più che in stagioni passate. Ma anche rattrappito, slegato, triste, vuoto, una continua richiesta di aiuto.
La storia di Facciamolo a skuola parte dalla realtà, si intreccia nella fantasia. Ma è meglio non illuderci che sia la seconda a prevalere sulla
prima. Una ragazza come tante di tredici anni non bella, ma adolescente né carne né pesce che per emergere inizia a vendersi a scuola facendosi nprima toccare il seno sbocciato in bagno e poi facendo molto, molto altro, con relativo prezzario. Annichilita dalla sua stessa determinazione, in una scelta vissuta come autoaffermazione, ma in cui l’auto e l’affermazione non esistono. La discesa agli inferi arriverà e nel modo peggiore.
Una figlia normale di una famiglia comune, comunissima. Un’adolescente obbligata a mostrarsi, ad accedere forzosamente in un mondo dove ritiene di non poter concorrere, per entrarci però con la chiave dell’autodistruzione. Lombardo Pijola ci avverte: le sollecitazioni del cyberlinguaggio sono alla portata di tutti, dei nostri figli. E dall’esposizione di sé sulle pagine di Facebook, alla simulazione erotico
pornografica del linguaggio sui social network, da cui si pretende di rimanere immuni, alla vendità di sé dove il cyber reale diventa reale. E fa male, distrugge, uccide. La rete è libertà, ma anche prigione. La giornalista, al termine della sua trilogia immaginiamo scarnificante non essendo affatto facile riprodurre in modo così fedele linguaggi e comportamenti di un’adolescenza non lontana da sé, essendo madre, lancia un allarme al mondo degli adulti, definitivo. Prendiamo realmente per mano i nostri figli. Quanto basta per non lasciarli soli.

L’Unità 05.06.11

"Il diritto di critica e le risposte mai date", di Luciano Gallino

Sergio Marchionne ha affermato che l´Italia deve cambiare atteggiamento nei confronti di Fiat Auto. L´Italia dovrebbe diventare più comprensiva nei confronti delle sue strategie. Più aperta al nuovo che esse rappresentano in tema di relazioni industriali e di piani produttivi. Da ciò si dovrebbe anzitutto dedurre che i suoi uffici gli passano da tempo una rassegna stampa largamente incompleta. Una pur rapida scorsa agli articoli pubblicati nell´ultimo anno o due, alle dichiarazioni dei politici, ai comportamenti di due dei maggiori sindacati su tre, porta a concludere che nove articoli su dieci dei maggiori quotidiani, quattro quinti degli accademici, l´intero governo, e perfino gran parte dei politici di opposizione si sono espressi con fervore dalla parte delle strategie di Fiat. Tutti d´accordo: chi critica Fiat si oppone al nuovo che avanza, ai dettami della globalizzazione, allo sviluppo industriale del paese.
Quel che vuole l´ad più noto al mondo tra i costruttori d´auto (pochissimi tra il pubblico sanno chi sia l´ad di Volkswagen, del gruppo Peugeot-Citroen, di Ford, ma tutti sanno chi è il grande comunicatore a capo della Fiat-Chrysler) non è dunque un atteggiamento più favorevole del Paese: vuole semplicemente che nessuno lo critichi. Ora, dato che nessuno fa nulla per niente, si potrebbe chiedere a Sergio Marchionne che cosa sia lui disposto a fare affinché la minoranza che non lo applaude come invece fanno gli americani e la maggioranza dei commentatori italiani cambi atteggiamento. Tra le tante, vengono in mente due o tre cose.
Marchionne dovrebbe riconoscere in primo luogo che lo sviluppo del diritto del lavoro, ovvero dei diritti personali dei lavoratori ha rappresentato in Italia tra gli Anni 60 e l´inizio degli Anni 80, per milioni di persone, la porta di accesso a un mondo dove anche il più povero, il meno istruito, il più sprovvisto di mezzi, aveva diritto ad essere trattato come persona, poteva con i compagni levare la voce per migliorare la propria condizione, non era più soggetto agli umori ed agli arbitri dei caporali che con un cenno di mano reclutavano all´alba, oppure no, i braccianti a giornata.
Questo salto da un mondo dove uno non contava niente a uno in cui, attraverso i sindacati da un lato, e la legislazione del lavoro dall´altro, uno sentiva di contare qualcosa, è stato più ampio e significativo in Italia che non in altri paesi europei i quali o non avevano visto interrotta da una dittatura la crescita del movimento sindacale, come in Gran Bretagna e in Francia, oppure si erano trovati subito dopo la guerra con una legislazione imposta dai vincitori che assegnava notevole peso politico ed economico al sindacato, come in Germania. Un elemento essenziale di tale salto in avanti e all´insù nella scala dei diritti è stata, in Italia, la libertà di associazione sindacale e di contrattazione collettiva. Appunto quella che il piano di Pomigliano prima e quello di Mirafiori dopo appaiono voler eliminare alla radice.
In questa prospettiva il confronto che tanto la Fiat quanto i suoi sostenitori propongono con le relazioni industriali in Usa è del tutto privo di senso. Per tre ragioni concomitanti: sia la legislazione che la giurisprudenza americane sono molto più arretrate di quelle dell´Europa occidentale; i sindacati hanno subito a causa delle politiche neoliberali, da Reagan in poi, sconfitte catastrofiche; infine si trovano addosso il peso enorme delle pensioni e della sanità privata su basi aziendali, per salvare le quali debbono accettare qualunque compromesso al ribasso. Come hanno dovuto fare i sindacati della Chrysler.
In secondo luogo chi si permette di non festeggiare ogni mossa della Fiat potrebbe cambiare atteggiamento se l´ad si disponesse finalmente a diradare la coltre di nebbia che fino ad oggi grava sul piano chiamato Fabbrica Italia.
Con le sue 650.000 unità prodotte in patria nel 2010 l´Italia, come costruttore di auto, è stata ormai sopravanzata non solo da Germania e Francia, ma anche da Spagna, Regno Unito, Polonia, e perfino dalla Repubblica Ceca e dalla Serbia. Stando al piano sopra indicato, nel 2014 la Fiat dovrebbe tornare a produrre nel nostro Paese oltre un milione e mezzo di vetture. Ma dove, e come, con quali catene di fornitura dei diversi livelli? Tre quarti di un´auto sono costruiti fuori dagli stabilimenti in cui si effettua l´assemblaggio finale. Davvero uno può credere che Mirafiori, che oggi lavora una settimana al mese quando va bene, sarà definitivamente rilanciato assemblando grossi suv progettati e costruiti in gran parte in Usa? O che negli stabilimenti della ex Bertone, nel Torinese, saranno prodotte 50.000 Maserati, bellissime auto da 130.000 euro al pezzo, una quantità dieci volte superiore a quelli che si vendono attualmente? O, ancora, che Pomigliano ritornerà anch´essa a nuova vita producendo un modello di utilitaria ormai vecchiotto, che costa molto meno produrre in Polonia o in Brasile?
Ecco, se in merito a questo paio di punti l´atteggiamento della Fiat cambiasse, smettendo di presentare un balzo all´indietro in tema di libertà sindacali come il nuovo che avanza, e fornendo indicazioni realistiche su ciò che progetta di fare quanto a organizzazione complessiva delle sue produzioni, compreso il centralissimo capitolo della fornitura, anche coloro che per ora hanno più di una perplessità sia sul salto all´indietro che essa propone nel campo delle relazioni industriali, sia sul nebuloso piano Fabbrica Italia, potrebbero cambiare atteggiamento.

La Repubblica 05.06.11

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“Rispetti gli impegni come fa in America noi lo aiuteremo su turni e produzione”, di Luisa Grion

Nessuno dice che la internazionalizzazione sia sbagliata, ma noi vorremmo conoscerne i termini e quindi discutere di politica industriale
Penso che i fantasmi che ha in testa il ministro Sacconi stiano diventando un problema serio Nel suo ruolo dovrebbe imporre il rispetto delle regole. Invece di ripetere «stancamente» le cose già dette mille altra volte, Marchionne s´impegni in Italia come ha già ha fatto a Detroit: vedrà che le cose cambieranno anche qui. Susanna Camusso, leader della Cgil, commenta le accuse rivolte dall´amministratore delegato di Fiat e Chrysler al sindacato che lei dirige con un: «Nulla di nuovo, parole già sentite».
Una novità, a dire il vero, c´è: Marchionne ha annunciato che il quartier generale della società non si sposta, resta a Torino. Non è un bella notizia?
«Lo sarebbe, se l´affermazione fatta fosse così netta, ma non lo è: l´amministratore delegato ha solo detto che il problema non è sul suo tavolo, quindi che non è prioritario. Non sono parole chiare, i dubbi sul disimpegno restano. Marchionne si lamenta che l´America lo ama e l´Italia no, ma si è mai chiesto perché?».
Secondo lei?
«Perché là ha preso impegni e li ha rispettati. Faccia lo stesso qui: ci dica cosa c´è nel piano, cosa vuol fare dell´Italia, che ruolo vuole riservare a questo Paese nell´internazionalizzazione dell´azienda. Perché sia chiaro, nessuno ha mai pensato che la politica dell´internazionalizzazione sia sbagliata, ma vorremmo conoscerne i termini e discutere di politica industriale».
Quindi la Cgil non pensa di cambiare atteggiamento, come l´ad Fiat chiede?
«Direi che è l´intero scenario che va cambiato, non il nostro atteggiamento: parliamo, appunto, di politica industriale e facciamolo con responsabilità, rispettando le leggi del paese nel quale operiamo e tenendo a mente che il rilancio di un´azienda non è in contrapposizione con i diritti delle persone che vi lavorano. Se Fiat manterrà i suoi impegni, noi faremo la nostra parte su turni e produzione, come già fatto molte altre volte».
Da quanto tempo è che lei non incontra Marchionne?
«Ci siamo visti al Lingotto in occasione del referendum alla Bertone. Allora si disse che, davanti al grande senso di responsabilità dimostrato dal sindacato, la discussione sulla Fiat sarebbe ripartita. Non è vero, non c´è stato nemmeno un cenno».
Lei parla di rispetto dei diritti dei lavoratori, non è che alla Chrysler il rilancio c´è stato anche perché i dipendenti ne hanno di meno rispetto ai colleghi italiani?
«Non direi proprio, non dimentichiamo che il sindacato americano è quasi proprietario di Chrysler ed è nei fondi pensione. Sono due sistemi che non si possono comparare. Non è quello il problema, il problema è nel rispetto delle regole che si sono».
Se, come chiede anche il Pd, Fiat metterà sul piatto i 20 miliardi d´investimento promessi le cose potranno cambiare?
«Sarebbe un buon segnale. Gli atteggiamenti sono funzionali alla percezione che si ha delle cose fatte».
I commenti fatti da Marchionne sul quadro italiano sono stati fatti propri dal ministro del Lavoro Sacconi, che ha parlato di sindacato conformista, magistratura ideologica e borghesia bancaria. Che ne pensa di questa compagnia?
«Penso che i fantasmi che Sacconi ha in testa stiano diventando un serio problema. La sua è un modalità assolutamente insopportabile: visto il suo ruolo di ministro del Lavoro dovrebbe imporre il rispetto delle regole, dovrebbe stare dalla parte dei lavoratori, invece spende il suo tempo in cerca di fantasmi e nemici».
Quanto ha pesato la rottura fra voi, Cisl e Uil nella vertenza Fiat?
«Moltissimo, sia in termini di rappresentanza che di democrazia. E´ stata la Fiat a voler escludere il più grande sindacato italiano, ma Cisl e Uil hanno subito accettato».
Il 18 giugno ci sarà la prima udienza del ricorso Fiom per la newco di Pomigliano, lo stesso giorno Cisl e Uil saranno in piazza insieme per chiedere un nuovo fisco. Almeno quello non era terreno in comune?
«Temo che non si chieda più la stessa cosa, ovvero una politica redistributiva che incida sui grandi patrimoni e s´impegni nella lotta all´evasione. Ora si sta semplicemente spostando la tassazione dalle persone alle cose, il che non solo non avrà lo stesso impatto redistributivo, ma penalizzerà i redditi bassi. Sia perché favorirà l´inflazione, sia perché sarà aumentata tutta l´Iva, anche quella sui consumi obbligati».

La Repubblica 05.06.11

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“Ma in Usa c’era un piano sostenuto dal governo”, di Umberto Giovannini

Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, Marchionne vi chiede di cambiare atteggiamento.
«Non trovo nulla di nuovo nelle dichiarazioni di Marchionne. Va bene che Obama sia contento perché l’industria dell’auto lì rifiata, ma non penso che in Italia si possa dire lo stesso».

Eppure ci sono i primi segnali positivi sul mercato.

«Meglio così, ma serve molto lavoro per tornare a livelli soddisfacenti. Il fatto è che negli Stati Uniti c’era un piano industriale, sostenuto dal governo, e che ha dato risultati. In Italia non si conosce il piano industriale dell’azienda e non c’è un governo con un ruolo di sostegno e di controllo».

Sergio Marchionne dice che negli Usa lo ringraziano, voi no e anzi lo insultate. Che dovrebbe fare per essere ringraziato anche dalla Cgil?

«Non funziona che o sei d’accordo o vuol dire che lo insulti. C’è la libertà di opinione e non un obbligo di omaggio a prescindere. Negli Stati Uniti si decide di rilanciare l’auto, Fiat entra in Chrysler e rispetta gli obiettivi, Obama ringrazia. Noi di cosa dovremmo ringraziare l’amministratore delegato? Di non averci mai detto cosa sarà Fiat Auto in Italia? Di non avere mai voluto discutere qual è il piano, quali sono i nuovi modelli? Di averci escluso, tornando indietro di quarant’anni nelle relazioni industriali?» Direi che lui pensa di meritare un grazie per aver salvato l’auto in Italia.

«Peccato, non siamo d’accordo. Che non è un insulto, ma una legittima opinione differente».

Alla Fiom la Cgil ha detto che la via giudiziaria non poteva essere il modo per contrastare la Fiat. Però, pare che la Fiat ne sia molto preoccupata – il 18 comincia l’esame della causa sulle «newco» – e che per questo abbia litigato con Confindustria.

«Beh, per una associazione d’imprese un’azienda che destruttura sistematicamente il contratto nazionale è un bel problema. Io sono convinta che sarebbe meglio trovare soluzioni sindacali, non giudiziarie. Però, abbiamo anche proposto tante volte all’ad Fiat di voltare pagina. Mai nessuna risposta».

La Fiat dice che per realizzare il suo progetto industriale sono indispensabili le regole che voi non accettate.

«Secondo me è un errore: nella storia i modelli autoritari hanno fallito, sempre. Coinvolgere i lavoratori, formazione, partecipazione, democrazia, buone retribuzioni sono sistemi molto più efficaci. Non vedo fatti, prove che diano ragione a Marchionne. Che qui ha fatto solo promesse: negli Usa le fabbriche producono auto, in Italia solo cassa integrazione».

E si stanno avviando gli investimenti.

«In alcune fabbriche sì, in altre no. In Italia, però, si investe meno di quanto si fa negli Usa per la Chrysler».

Temete che la Fiat sposti il suo centro da Torino a Detroit?

«Lui dice che non è una priorità, non che non lo farà. Non è mai stato chiarito che ruolo avrà l’Italia nel progetto di internazionalizzazione della Fiat. Se è internazionalizzazione, va bene; c’è il dubbio che sia un trasferimento di base».

Non c’è aria di negoziato, ma quali modifiche chiede la Cgil per accettare il «modello Pomigliano»?

«Difficile dirlo. La Fiat ha aperto tutti i fronti “militari” possibili: il contratto nazionale, i diritti individuali dei lavoratori, le newco , l’esclusione di un sindacato, ha abolito le elezioni dei rappresentanti dei lavoratori… A un certo punto l’azienda – che finora ha sempre operato per rotture – deve decidere se vuole avere una relazione positiva o no. Dovrebbe fare delle proposte, mostrare di discutere. Noi aspettiamo».

E se i tribunali dessero torto alla Fiat? Non temete che possa decidere di abbandonare l’Italia?

«Le leggi sono uguali per tutti. Non ci può essere un diritto su misura. Non credo che un’azienda multinazionale non debba rispettare le leggi nazionali. La storia della Fiat non è la storia dei suoi amministratori delegati, ma anche la storia delle decine di migliaia di lavoratori che l’hanno resa grande negli anni. E che meritano rispetto».

La Stampa 05.06.11