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"Si chiama libertà ma è capitalismo", di Lelio Demichelis
«I confini della libertà economica»: è questo il tema intrigante e ambivalente del Festival dell’Economia di Trento che si chiude domani. Dove la parola-chiave sembra appunto «confini» (fisici, etici, culturali): importante ieri ma ancor più oggi, dopo quest’ultima crisi (ancora in corso) provocata da una corrotta idea di libertà economica che ha aperto le porte alla speculazione e ai disastri attuali. Portando allo stesso tempo il capitalismo a conquistare un’egemonia (in senso gramsciano) ormai globale. E apparentemente inattaccabile. Ma cos’è questo neoliberismo imperante da trent’anni? Il termine e seguiamo l’analisi critica dell’inglese David Harvey in L’enigma del capitale si riferisce «ad un progetto di classe mascherato da una buona dose di retorica sulle libertà individuali, responsabilità personale e virtù della privatizzazione, del libero mercato e del libero scambio», progetto che ha legittimato politiche «mirate a ristabilire e a consolidare il potere della classe capitalista».
Delocalizzazioni, deregolamentazione, privatizzazioni, indebolimento e divisione del sindacato, ma anche rete e (aggiungiamo) società del divertimento: il «partito di Wall Street» ha conquistato il potere. Producendo quello che Harvey chiama il «connubio stato-finanza»: un’istituzione feudale «zeppa di intrighi e di passaggi segreti che esercita un potere totalmente antidemocratico». Che fare? Il capitalismo sopravviverà anche a questa crisi? I nuovi movimenti antagonisti nati magari fuori dalle fabbriche, tra i nuovi «indigenti» e i tanti «espropriati» saranno l’alternativa possibile e necessaria per modificare le «pratiche» economiche dominanti? E’ pensabile un «nuovo comunismo»? Oppure l’egemonia capitalista ha prodotto ormai irreversibilmente una società egoista, incattivita, iper-competitiva?
Già, la competitività. Una sorta di pandemia «che non risparmia non solo nessuna impresa, ma anche nessuna istituzione e nessun essere umano» scrive Luciano Gallino nella “Introduzione” a I paradossi della società competitiva di Alessandro Casiccia. Paradossi, perché la competizione tra i poveri e tra i lavoratori non esclude l’oligopolio per i ricchi. Perché questo suo essere un imperativo categorico dell’economia sta uccidendo ogni forma di socialità. Mentre dovrebbe essere evidente che la competizione è concetto ambivalente, che ha significati e usi diversi. Che non può essere usato indifferentemente per una scuola o un’impresa (e invece lo facciamo ogni giorno). Urgente sarebbe allora trovare dei criteri per stabilire se sia meglio il mercato o l’aiuto (e quale tipo di aiuto). Su quali siano ad esempio i modi migliori per diffondere istruzione e sanità. Esther Duflo, economista dello sviluppo ha utilizzato gli «studi controllati randomizzati» e in I numeri per agire prova a definire dei criteri per verificare sul campo l’efficacia dei diversi tipi di intervento contro la povertà, testati in India, in Africa e in Messico. Criteri simili forse a quelli che dovremmo applicare anche a noi paesi ricchi. E ai modi di organizzare il lavoro.
Lavoro che resta ancora fordista in senso classico. Che diventa immateriale ma per fasce limitate dell’economia. Che si fa indipendente in forme crescenti e con grandi capacità di «migrazione virtuale» grazie alla rete. A questo ultimo tipo di lavoro dedicano un saggio Sergio Bologna e Dario Banfi: Vita da freelance. Un «lavoro indipendente postfordista» dove importanti sono ancora i confini ma quelli (assai diversi) della «mobilità» e non più del mercato. Dove si produce una mutazione antropologica nei modi di fare e di pensare e dove anche l’individualismo si trasformerebbe e produrrebbe un «salto verso la coalizione, l’unione con altri colleghi, per affrontare insieme i problemi» per «vivere meglio più che per avere successo».
Ma dove porta questa logica della coalizione? E quanto è libera o libertaria la scelta del lavoro in-dipendente? Certo, il coworking chiede oggi non solo relazioni virtuali ma ancora fisiche. E questo è offerto ad esempio dalle pratiche di community, che permetterebbero di fare rete, gruppi di interesse, legami anche se deboli. Ma bastano (chiediamo) per fare coalizione – se non sindacato, anche se diverso dal passato – per difendere ruolo e posizionamento davanti ad un mercato che sempre più individualizza, precarizza, estrae valore dagli individui?
Più convincente sembra allora la tesi che Carlo Formenti oggi uno dei più intelligenti critici della realtà della rete espone nel suo ultimo Felici e sfruttati. E che ci riporta come critica del neoliberismo applicato alla rete alle riflessioni iniziali di Harvey a proposito della lotta del capitalismo contro il lavoro e i lavoratori. Sulla scia delle riflessioni svolte nel precedente Cybersoviet, Formenti ci presenta (tornando anche a Marx) una realtà molto diversa da quella offerta dalle retoriche del lavoro in rete. Dove non vi è solo lavoro di conoscenza, ma caduta dei redditi e sfruttamento, monopoli e insieme balcanizzazione del web, indipendenza ma anche collaborazione indotta. E taylorismo.
Dunque, un libro che associa indignazione verso un’economia del gratuito che è in realtà espropriazione e privatizzazione dei saperi personali e sociali e verso i retori della wikinomics e della condivisione, verso tecnologie digitali che non ci liberano dal lavoro ma accrescono all’ennesima potenza tempi e ritmi di lavoro. Producendo lavoratori ancor più individualizzati e ancor meno dotati di coscienza collettiva, che cercano al più vie di fuga personali. Rete dove il sogno libertario di una società post-capitalista si tramuta in network non sociali ma economici. Insomma, una lettura non retorica e non ideologica del capitalismo digitale. Che appunto lega il mondo della rete di Formenti con quello finanziario di Harvey. Nel nome della «indignazione» che entrambi ci suggeriscono di tornare a gridare.
La Stampa 04.06.11
"La porta stretta della sinistra", di Miguel Gotor
Gli esiti di queste elezioni lasciano intravedere l´esistenza di un passaggio stretto, ma percorribile, verso una nuova fase della politica italiana. Al netto della propaganda e delle forzature interpretative i risultati sono chiari e assegnano al Pd una responsabilità imprevista e uno spazio di agibilità politica inedito, alimentati non dai desideri o dalle speranze, ma dai nuovi equilibri usciti dalle urne, i soli che contano per davvero.
Si è avuto uno “sconfitto mascherato”, ossia il terzismo attendista, formato da quanti auspicavano la contemporanea dissoluzione dei due poli e l´apertura di uno spazio al centro che raccogliesse contemporaneamente le due frane tanto agognate: quella di Berlusconi e dei democratici. E di conseguenza c´è stato anche un “vincitore oscurato”, il Pd, che vede accresciuto il suo ruolo di perno di una possibile alternativa all´attuale blocco di potere: dai suoi voti, ossia dal suo consenso popolare, volenti o nolenti, bisogna passare.
Quali sono i processi di fondo che caratterizzano gli albori di questa originale fase politica e perché, se il vecchio sole tramonta, il nuovo fatica a nascere? Anzitutto, si riceve la conferma che, nonostante le difficoltà, il bipolarismo resiste. Non si è aperto uno spazio per soluzioni terzopoliste autonome e non per colpa di questa legge elettorale, ma perché c´è un´antica e radicata tendenza italiana al bipolarismo multipartitico che costituisce, insieme con il potere di ricatto delle forze medio-piccole, un tratto distintivo del sistema politico nazionale. Il Terzo polo deve ripensare la sua strategia poiché rischia di essere meno condizionante di quanto avrebbe voluto e i suoi elettori hanno dimostrato che, se vedono un´alternativa credibile a Berlusconi, sono disposta a votarla, anche se collocata dentro il fronte progressista.
In secondo luogo, l´astensionismo, soprattutto nelle città principali, è forte e sarebbe sbagliato trascurare questo dato. L´impressione è che un 20% dell´elettorato abbia scelto di restare a guardare e che un polo sia prevalso sull´altro, come spesso accade, soprattutto in quanto è riuscito a portare la sua parte a votare. Si tratta di un blocco dormiente, prevalentemente moderato, con tanti elettori che in passato hanno scelto Berlusconi e che ora si sono astenuti in attesa di una nuova proposta politica o perché non ancora convinti dal valore equilibratore del Pd. Certo, gli assenti hanno sempre torto, ma non bisogna pensare che lo saranno ancora o per sempre, altrimenti il risveglio, soprattutto in caso di elezioni politiche, potrebbe rivelarsi amaro.
L´esistenza di questo blocco sommerso e ancora da convincere interroga la funzione nazionale e costituente del Pd a cui ora viene chiesto di elaborare una piattaforma politica non solo in grado di vincere le elezioni, ma anche di governare il Paese. Per riuscirvi il Pd deve continuare a occupare il centro delle opposizioni a Berlusconi (Fini/Casini da un lato, Vendola/Di Pietro dall´altro) proponendo un´alleanza per la ricostruzione materiale e civile dell´Italia che tenga insieme progressisti e moderati. Non una santa alleanza antiberlusconiana, ma un progetto costituzionale, repubblicano e riformatore – moderato e progressista nelle sue componenti interne come sempre è avvenuto nei momenti fecondi di sviluppo della storia italiana – che sia capace di rispondere ai bisogni inevasi dal lungo ciclo di governo berlusconiano sul terreno della crescita economica, della politica fiscale e della dignità nazionale. Perché qui è il punto: Berlusconi ha governato soltanto 6 mesi nel decennio 1991-2001, ma ben 8 anni su 10 in quello successivo e dunque porta oggi tutto intero sulle spalle il peso della sua sconfitta come forza dirigente. Bisogna però riconoscere che egli ha rappresentato una delle possibili risposte a una serie di nodi antichi nel nostro Paese che non dipendevano da lui e che non si scioglieranno come per incanto con la sua eventuale sconfitta.
Sull´onda dell´euforia il Pd non deve ripetere un errore già commesso dal Pds nel 1993: questo Paese, nella sua lunga e tribolata storia, non è stato mai governato secondo una logica frontista, puntando su un´autosufficienza progressista. Non a caso il successo del Pd è stato oscurato esaltando la forza della sinistra radicale oltre ogni dato di realtà: si vorrebbe spingere Bersani a bordo ring, tutto schiacciato a sinistra dentro una sfida per la leadership con Vendola e Di Pietro in una nobile corsa a chi ama di più i rom o i fratelli musulmani e si sente per grazia ricevuta migliore dell´altra Italia, per definizione gretta e volgare. In questo modo si vuole aprire in vitro uno spazio al centro in cui una nuova proposta potrebbe raccogliere gli esisti del berlusconismo senza Berlusconi strutturandoli dentro un quadro neo-moderato e di segno centrista. Per evitarlo è necessario che Bersani continui a dialogare con le forze che lo incalzano a sinistra e che hanno il merito di mobilitare un elettorato altrimenti non votante, senza però rinunciare a definire una proposta che parli al mondo imprenditoriale, finanziario, culturale che oggi non si sente più rappresentato da Berlusconi, appartiene al campo moderato, ma sa di non poter vincere con il Terzo polo e basta.
Il percorso che si apre davanti è stretto e dispendioso, ma è l´unico pagante come queste elezioni hanno cominciato a rivelare. Bersani ha il passo del maratoneta e ora ha ottenuto un rifornimento di consensi persino inaspettato, che deve però saper gestire perché la competizione è ancora lunga. Peraltro nessuno mai ha pensato che la soluzione dell´equazione italiana, andare oltre il berlusconismo senza cadere in un nuovo populismo di segno progressista, fosse una gara da sprinter: servono, piuttosto, durata, spirito di sacrificio e temperamento fino all´ultima curva e oltre.
La Repubblica 04.06.11
"Le stragi dimenticate", di Lapo Pistelli
È difficile per un dirigente politico dover scegliere se affrontare la tragedia dell’affondamento del barcone di migranti al largo di Kerkennah con il realismo pessimista di chi analizza una sequenza di fatti o con la determinazione ideale di chi intende cambiare la realtà. È difficile soprattutto trovare la chiave per legare la durezza dell’oggi alle condizioni per un domani diverso.
Il canale di Sicilia inghiotte da anni un tributo assurdo di vite umane che cercano in Europa un futuro che è impossibile costruire nei paesi di origine. Barconi improvvisati, manovre maldestre, gesti inumani degli scafisti hanno alimentato questa tomba d’acqua anche prima delle rivoluzione arabe, spesso nella indifferenza dei media e nello scarico di responsabilità fra i paesi rivieraschi.
Una situazione insostenibile che i fatti del 2011 hanno moltiplicato.
Da un lato, il collasso delle autorità preposte al controllo delle frontiere, dall’altro la gestione cinica di una pressione migratoria usata come strumento di ricatto e di conflitto hanno intensificato una pressione verso la quale l’Europa, la politica restano ostinatamente sorde e cieche.
Ogni strage genera una discussione fatua, un fiorire di dichiarazioni e di editoriali, che restano però lettera morta rispetto alla necessità di approntare in tempi certi e rapidi gli strumenti adatti per gestire questa pagina della storia.
Poi la discussione cala d’intensità, l’attenzione volge altrove in attesa della prossima strage degli innocenti. L’affondamento di Kerkennah non è il primo e non sarà purtroppo l’ultimo.
Con la stagione che si avvicina all’estate aumenta il numero dei trasporti e il rischio che gli scafisti sono disposti a sostenere nell’aspettativa del mare calmo e del maggiore guadagno.
Ma il calendario europeo non lascia intravedere realisticamente nuove occasioni per discutere soluzioni o nuovi strumenti in un tempo breve.
È proprio questo pessimismo dell’analisi che impone alla politica di scuotere la polvere dall’ipocrisia nazionale ed europea.
L’Europa è un continente invecchiato che ha bisogno, anche per ragioni di mera razionalità, di aprirsi ad una maggiore e ordinata immigrazione.
L’Europa ha il dovere di mostrare una decente coerenza fra le parole di sostegno esibite davanti ai sommovimenti della sponda sud e la capacità di sostenere gli inesorabili squilibri generati da quegli eventi. L’Europa deve assumere l’imperativo di garantire corridoi umanitari per assicurare alle vittime dirette e indirette dei conflitti in corso una possibilità alternativa, anche se questo impone di mutare strategia in Libia e nei paesi contermini. La giaculatoria sulla giusta prospettiva di nuove condizioni di sviluppo in loco per dopodomani non ci esimono dalle emergenze di oggi.
Una Tunisia in transizione non sta battendo ciglio mentre ospita nei propri campi 300.000 profughi provenienti dalla Libia e da altri paesi. In Italia – per limitarsi al nostro paese – la gestione di un numero pari ad un decimo di quello tunisino ha alimentato una campagna elettorale cattiva e perdente ed una risposta non all’altezza di un paese del G8.
È sicuramente indispensabile coinvolgere l’Europa. Difficile essere un partner dell’Africa in subbuglio se non si è disponibili a mettere sul piatto risorse per la cooperazione, apertura dei mercati per il commercio e aumento delle quote per l’immigrazione, ma solo buoni e paternalistici consigli. Ma è anche difficile, se si è il paese d’ingresso del condominio europeo, convincere e coinvolgere gli abitanti della casa con qualche comunicato d’agenzia dettato a caldo dopo le tragedie e negli scampoli di tempo rilasciati da una crisi di governo virtuale.
Per stare al passo di questa nuova storia mediterranea serve un altro ritmo, un’altra iniziativa, un modo non querulo di dialogare con l’Europa, una diversa visione e passione. Lo dobbiamo alla razionalità oggettiva dei fatti di cui si alimenta la politica e lo dobbiamo alle vittime di Kerkennah.
Tutto questo non lo può fare, non lo sa fare il governo in coma politico che oggi sopravvive a palazzo Chigi.
da Europa Quotidiano 04.06.11
"La Gelmini ritiri il test sulla seconda lingua", di Salvo Intravaia
Rivolta dei presidi delle medie. “No a un´altra prova scritta obbligatoria, esame a rischio”. Bufera sugli esami di terza media. A meno di tre settimane dal loro avvio, il ministero dell´Istruzione emana una circolare che, contrariamente agli anni precedenti, impone alle scuole di organizzare una prova scritta autonoma per la seconda lingua comunitaria. E i presidi insorgono. Al ministro Mariastella Gelmini fanno sapere forte e chiaro che non ci stanno.
Sostengono che le scuole potrebbero andare incontro a difficoltà per una prova alla quale non sono stati preparati per tempo. A scendere in campo contro la circolare del 26 maggio è la più importante associazione di dirigenti scolastici italiana: l´Anp. Con una lettera inviata al ministero di viale Trastevere lo scorso primo giugno, l´Associazione nazionale presidi chiede il ritiro del documento. «Si chiede – si legge nella lettera firmata dal presidente, Giorgio Rembado – di valutare l´opportunità di diramare una nota integrativa che consenta agli istituti scolastici di gestire l´esame di Stato 2010/11 secondo le deliberazioni già assunte dai rispettivi collegi docenti».
Il perché è presto detto. Le scuole dovrebbero modificare in fretta e furia le deliberazioni assunte a settembre. Inoltre, spiega la missiva, «si vedrebbero costrette ad introdurre una seconda prova scritta ex abrupto, senza che gli alunni abbiano avuto modo di esercitarsi in modo adeguato in tal senso e con evidente pregiudizio per l´esito finale dell´esame».
La questione tocca i destini di quasi 580mila ragazzi che frequentano la terza media, i quali all´ultimo momento si vedrebbero costretti a svolgere anziché quattro, cinque scritti: Italiano, Matematica, Inglese, Francese / Tedesco / Spagnolo e prova nazionale Invalsi. E le ripercussioni potrebbero essere pesanti anche sul voto finale, visto che nella stessa circolare il ministero precisa che proprio il voto finale deve scaturire dalla media aritmetica di quelli «ottenuti nelle singole prove e nel giudizio di idoneità».
Niente media ponderata, quindi. La decisione in extremis di viale Trastevere è dettata dal fatto che essendo “l´insegnamento della seconda lingua ormai giunto a sistema in modo generalizzato, la fase transitoria e sperimentale è da ritenersi superata. Pertanto, si ravvisa l´opportunità che il collegio dei docenti preveda anche per la seconda lingua straniera un´autonoma valutazione all´interno dell´esame di Stato, al fine di garantire pari dignità ai due insegnamenti”.
L´insegnamento generalizzato della seconda lingua comunitaria venne introdotto nel 2004/2005. E dopo due anni fu oggetto di valutazione all´esame finale. Ma fino all´anno scorso le scuole potevano scegliere tre strade: prova scritta di Inglese e valutazione della seconda lingua nell´ambito del colloquio; unica prova scritta per entrambe le lingue straniere, con voto unico; prove scritte distinte per le due lingue straniere. E adesso?
La Repubblica 04.06.11
"Un paese che studia poco", di Luigi Berlinguer
La recente indagine Istat non va superficialmente archiviata.
Sono d’accordo con coloro che definiscono quei numeri «una lezione per la politica» perché rivelano moti e patologie profonde della nostra società. Quel rapporto è un grido d’allarme sullo spreco di risorse e uan sfida sociale. Tra gli altri aspetti, quello che personalmente mi preoccupa di più riguarda la “questione sociale” dell’istruzione che va insieme alla “questione economica”.
Liberiamo il campo dalla passione per l’ovvio, ribadendo che la cultura è un bene in sé, che non si studia per produrre ma per sapere e, infine, che una società senza cultura non ha civiltà. La cultura realizza la persona, attraverso lo studio dell’interessato. Sì, l’intero campo di scienze e cultura sono prima di tutto no profit.
Tale architrave, però, non è scalfito se si aggiunge la certezza che, se in un paese si studia di più, crescono redditi e Pil. Non significa infatti che lo studio debba essere schiacciato sul Pil. Ma, allo stesso tempo, non si può non essere profondamente soddisfatti se l’aumento delle risorse per studio e ricerca aumenta la ricchezza complessiva dell’Italia. Dispiace, semmai, che una classe dirigente di governo non abbia capito tale ovvietà e che ci siano ancora coloro che sono convinti che con la cultura “non si mangia”. Costoro ignorano che una fetta consistente del nostro Pil proviene dalle imprese e dalle attività culturali.
Tullio De Mauro ha di recente ricordato che «il paese cresce se studiano tutti ». Eric A. Hanushek, economista dell’università di Stanford, sostiene (non da oggi) che «dove l’istruzione è di qualità migliore il Pil corre di più». Alcuni leader illuminati lo hanno ben compreso.
Il presidente Obama sostiene che nei prossimi 10 anni «quasi la metà dei nuovi posti di lavoro» richiederà un livello di istruzione più elevato della licenza di scuola secondaria superiore, e ha aggiunto che «non esiste politica economica migliore di quella che produce più laureati con le competenze necessarie per avere successo».
E in Italia? Aggiungo qualche dato: l’Italia è al quart’ultimo posto in Europa per numero di laureati (32,2% la media europea rispetto al 19,8% in Italia). Nel nostro paese, dal 2005 al 2008, si sono ridotti i diplomati negli istituti tecnici (da 181.099 a 163.918). Si registra, inoltre, un “calo potenziale” della aspirazione a proseguire nell’educazione post-secondaria e si registra un calo effettivo delle immatricolazioni universitarie. Il profilo economico è intimamente connesso al profilo sociale. Solo la metà di coloro che finiscono nel (consistente) fenomeno definito degli Esl – Early school leaver, cioè gli abbandoni scolastici – trovano un lavoro. Tra coloro che abbandonano il 44% sono figli di genitori che hanno solo la licenza elementare e il 25% solo la licenza media. E da qualche giorno abbiamo (ri)scoperto i Neet (Not in Education, Employment or Training), ovvero quel grande numero di giovani che non studia, non lavora, non si aggiorna. In Italia questo esercito è il doppio della media europea. Due terzi di questi giovani provengono da famiglie in condizioni “disagiate”.
Da ultimo, aggiungo un dato che mi ha molto colpito (reso noto dall’Ocse): le persone più istruite vivono di più, sono più attive nelle proprie comunità e partecipano di più alla politica, comemttono meno crimini. In questa particolare classifica dell’Ocse ai primi posti ci sono i soliti noti: Finlandia, Corea, Canada, Giappone. E agli ultimi Italia, Spagna, Cile, Portogallo, Turchia e Messico.
Da qui deve ripartire la nostra riflessione.
L’istruzione così organizzata conserva discriminazioni sociali profondamente ingiuste (e anti-produttive). Coloro che abbandonano, coloro che non lavorano, coloro che non si aggiornano testimoniano il rischio di fallimento dell’istituzione scolastica, il rischio di un fallimento sociale e un fallimento individuale.
Non si può dunque abbassare la guardia sulla “questione sociale” dell’istruzione.
C’è un punto però che viene ancora messo poco in rilievo accanto alla rischiesta di maggiori investimenti e di maggiori risorse: è quello che riguarda la qualità e la natura del modello educativo. Anche qui, per tornare all’ovvio, non c’entra nulla la sottovalutazione delle eccellenze e del merito. Un paese che non coltiva e non sostiene i suoi talenti è un paese che sbrana i propri figli e il proprio futuro.
Credo che non si faccia mai abbastanza per le eccellenze. Ma una politica dell’eccellenza che significhi solamente selezione ed espulsione (verso la sottooccupazione) di chi non ce la fa è una bestemmia.
Oggi è impensabile contrapporre qualità e quantità. Le statistiche ci dicono che i paesi emergenti ottengono insieme più inclusione e più qualità. È per questo che occorre stimolare le diversità. Come sostiene Alain Touraine: libertà, uguaglianza e diversità. L’istruzione modellata sul soggetto, fondata sull’apprendimento, è assente dal dibattito politico italiano. occorre stimolare di più i giovani, con un’istruzione capace di valorizzare le diversità trasformandole in ricchezza, capace di sollecitare le vocazioni e le attitudini di ciascuno. Una scuola senza gerarchie interne tra cultura nobile e quella dei poveracci. Ciò fornisce capacità di ragionamento e, insieme, capacità di scoperta, gioia di creare. Logos, scienza, arte. Accanto alle indispensabili risorse proviamo a discutere anche di quale modello di scuola? Sarebbe il modo migliore di rispondere a numeri da brivido.
da Europa Quotidiano 04.0.11
"Fincantieri ritira il piano industriale, stop agli esuberi", di Valentina Conte
«Se queste sono le richieste, allora ritiriamo il piano industriale». Sono passate da poco le 13 e Giuseppe Bono, amministratore delegato di Fincantieri, cede «per esorcizzare le tensioni», dice. Un applauso liberatorio esplode come un boato nel corteo dei duemila lavoratori arrivati a Roma da tutta Italia e bloccati a pochi metri dall´Arco di Costantino da decine di agenti in tenuta antisommossa. Il Colosseo sullo sfondo, il cellulare in mano per avvertire le famiglie, una Roma assolata nel ponte di festa. E un unico grido: «Lavoro, lavoro». Per ora, niente chiusure dei cantieri di Sestri Ponente e Castellammare di Stabia. Nessun ridimensionamento di Riva Trigoso. E, soprattutto, salvi i 2.551 posti di lavoro in esubero. Per ora.
«Il piano presentato nei giorni scorsi non era una novità per nessuno», si difende Bono, spiegando le ragioni del ritiro. «Sono una persona che si assume le proprie responsabilità, ma con gli attacchi subiti da tutte le parti, da destra e sinistra, anche la mia forza viene meno». Il tavolo tra governo, azienda e sindacati dura una mezz´ora. Accanto a Bono, ci sono il ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, Maurizio Landini della Fiom e i leader della Fim e della Uilm e anche Cgil, Cisl e Uil, oltre ai rappresentati di Confindustria e di sei dicasteri, dal Lavoro alla Difesa. Per motivi di sicurezza, con i capi di Stato stranieri giunti nella Capitale per il 2 giugno, la riunione si svolge all´Eur, nella sede distaccata del ministero di Romani, in viale Boston. Fuori c´è un gruppo di lavoratori campani, molti in cassa integrazione da un anno. «Se chiude Fincantieri muore Castellammare», si legge sui cartelli. Più in là, il corteo si muove verso il Colosseo. In testa il sindaco di Genova, Marta Vincenzi, Pd. Ma anche quello di Casarza Ligure, Claudio Muzio, Pdl. E alcuni consiglieri regionali della Liguria, come Edoardo Rixi, della Lega.
«Il ritiro del piano è una grande soddisfazione, ma è solo il primo passo», commenta Giorgio Cremaschi, Fiom. Così, gli altri sindacati. «Aspettiamo di affrontare il rilancio del gruppo, ma intanto è stato rimosso un grosso ostacolo», dice Marta Vincenzi. «Il ritiro del piano ha lo scopo di restituire serenità, ma non esistono ricette miracolose», gela gli entusiasmi la Fincantieri che ribadisce come il piano non fosse «frutto di improvvisazione, ma di riflessione approfondita» delle condizioni del mercato. «Il ritiro era un passaggio obbligato, ma l´85% di ordini in meno su Fincantieri è un dato di fatto», gli fa eco il ministro Romani, che al termine della riunione, in mattinata, è sceso in strada e, megafono alla mano, ha annunciato agli operai campani l´esito del tavolo. «L´obiettivo è trovare nei prossimi mesi soluzioni condivise con livelli occupazionali adeguati», assicura. «E, comunque, anche senza soluzioni condivise non ci sarà la chiusura di nessuno stabilimento». Il ministro chiede all´azienda «nuove soluzioni industriali», garantendo il sostegno per gli investimenti che si renderanno necessari, la proroga degli ammortizzatori sociali e la ricerca di risorse ulteriori dall´Unione europea. E conferma l´apertura di due tavoli regionali, in Campania e in Liguria.
Si infiamma, intanto, lo scontro politico. Da una parte il Pd che accusa il governo di aver sottovalutato la crisi di Fincantieri. Dall´altra il Pdl che con Fabrizio Cicchitto, capogruppo alla Camera, pretende una spiegazione dall´ad Bono. «Proprio alla vigilia delle elezioni ha proposto un piano del tutto provocatorio dal punto di vista sociale e adesso lo ritira. Una persona responsabile non lo avrebbe neanche avanzato».
La Repubblica 04.06.11
