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"Ecco gli scienziati che mettono il Sole in bottiglia", di Elena Dusi

Una scintilla di Sole. Si preparano ad accenderla i 500 scienziati da 34 paesi che in Provenza hanno appena iniziato a lavorare all’International thermonuclear experimental reactor, o Iter: un reattore che sfrutterà la fusione nucleare.
«È l’energia delle stelle» spiega il direttore, il giapponese Osamu Motojima. «Quando ho iniziato a occuparmene, 35 anni fa, aveva il fascino dell’impossibile. Oggi siamo partiti con il cantiere. Mio figlio, che ha 30 anni e fa il mio stesso mestiere, vedrà i frutti di questo lavoro».
Come avvenne per il fuoco, anche la fusione nucleare – la reazione che permette alle stelle di risplendere per miliardi di anni – una volta domata promette all’umanità un salto epocale, con energia illimitata, non inquinante e priva della pericolosa tendenza a sfuggire di mano della fissione. «Un incidente come Cernobyl o Fukushima è inconcepibile qui. La nostra reazione è difficile da innescare e mantenere, non da contenere» spiega Motojima.
Il problema di Iter è che nessuno ha trovato l’equivalente del bastone cavo di Prometeo per riprodurre sulla Terra un processo che ha bisogno di 150 milioni di gradi. E gli scienziati che in Provenza, a Cadarache, costruiscono Iter – 23mila tonnellate (tre torri Eiffel), un milione di componenti da assemblare con la precisione di un orologiaio – sembrerebbero dei pazzi cui non basta nemmeno la Luna ma vogliono il Sole se non si appoggiassero a un progetto da 15 miliardi di euro, ipotizzato nel 1985 da Gorbaciov in un vertice per il disgelo a Ginevra con Reagan, oggi coinvolge 34 governi (più della metà della popolazione mondiale) e non è spaventato dal sapere che la prima energia verrà prodotta nel 2027. Ma solo se non ci saranno intoppi.
“Mettere il Sole in bottiglia. È una grande idea. Il problema è come fare la bottiglia”. Così sintetizzò Sébastien Balibar dell’Accademia delle Scienze francese. A temperature stellari, qualunque contenitore fonderebbe. L’unica “frusta” in grado di domare il materiale incandescente è un campo magnetico di 13 tesla (260mila volte quello terrestre), che fatica ancora a soffocarne i ruggiti. All’interno di Iter potrà accadere che lingue di materiale incandescente allo stato di plasma lambiscano le pareti del reattore, danneggiandole. «Il plasma è uno dei fenomeni della natura più imprevedibili. Per controllarlo servono campi magnetici intensi e molto accurati» spiega Motojima.
Per quanto ai limiti della ragionevolezza, alla scommessa di mettere il Sole in bottiglia è difficile resistere. «Il combustibile della fusione viene da acqua e rocce» spiega Mario Merola, responsabile della divisione “componenti interni”. «Il litio della batteria di un portatile e il deuterio contenuto nell’acqua di mezza vasca da bagno fornirebbero energia a un uomo per trent’anni. Non so se io vedrò questa realtà, ma è un regalo che farei volentieri ai miei figli». Nel Sole la reazione avviene fra nuclei di idrogeno a 15 milioni di gradi. Sfrutta la forza di gravità che la massa della stella esercita premendo sulla sua parte centrale. In Iter alla mancanza della pressione bisogna ovviare aumentando la temperatura e scegliendo due diversi isotopi dell’idrogeno: deuterio e trizio. A 150 milioni di gradi i nuclei di questi elementi si fondono formando elio, gas inerte e pulito, emettendo neutroni e liberando quantità enormi di energia. Se dentro al reattore – progettato per raggiungere 500 MW contro i 50 consumati per riscaldare il plasma – sarà immesso un grammo di combustibile, se ne ricaverà l’energia equivalente di 10mila litri di petrolio.Considerato il deuterio dell’acqua di mare una fonte pressoché inesauribile, il limite della fusione sta nel trizio, che si formerebbe all’interno del reattore stesso a partire dal litio. Questo elemento è disponibile sulla Terra in quantità simili al piombo. «Per mantenere i livelli attuali di consumo – scrive in Sustainable Energy David MacKay dell’università di Cambridge – ne servirebbero 100 milioni di chili l’anno. Le scorte di litio possono bastare per più di un milione di anni». E la radioattività? «All’esterno del reattore – spiega Joelle Elbez Uzan che a Cadarache si occupa di radiosicurezza – ci saranno 3 microsievert all’anno, quando per la fissione è imposto un limite di 12». La missione di compiere quello che forse è il più grande sbalzo di calore dell’universo è affidata a Luigi Serio, responsabile della criogenia. «Le pareti del reattore sono raffreddate prima da acqua, poi da uno schermo metallico rivestito di argento e infine da un’intercapedine con il vuoto assoluto, dove non c’è conduzione di calore». Tra il 2012 e il 2017, 200 convogli eccezionali trasporteranno le 23mila tonnellate di materiali lungo strade allargate e ponti rinforzati. «Contiamo di produrre elettricità – spiega Motojima – a un prezzo doppio dell’attuale. Ma sappiamo che il petrolio è in diminuzione, la popolazione in aumento e il costo dell’elettricità è destinato ad aumentare». Secondo Aldo Pizzuto, responsabile delle tecnologie per la fusione all’Enea, «il problema di Iter è che non se ne sente l’urgenza, con le lobby che puntano sui combustibili fossili. Ma quando le fonti non rinnovabili cominceranno a scarseggiare, anche i finanziamenti si sbloccheranno».

La Repubblica 03.06.11

«Donne al vertice? Più crescita e meno crisi», di Francesca Basso

Un palco di prestigio ma tutto al maschile per la conferenza inaugurale del Festival dell’economia di Trento: in questa edizione, però, fanno sapere che la presenza femminile è aumentata. E a difendere la necessità delle quote rosa in prima persona si è prestato Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, che ne ha discusso con il vicedirettore della Banca d’Italia, Anna Maria Tarantola. I «confini della libertà economica» -tema centrale di quest’anno -passano anche dalla diversità di genere, sottile linea rossa che esclude le signore dal fare carriera e dall’entrare nella stanza dei bottoni. Lo spunto era il libro «Fatti più in là» di Monica D’Ascenzo. Tarantola affronta il tema, «strategico per il nostro Paese» , citando alcuni dati che dipingono «una situazione estremamente sconfortante» : «L’occupazione femminile è al 46%, venti punti in meno di quella maschile. Se il divario raggiungesse lo zero -calcola -il Pil crescerebbe di 12 punti» . E a livello di vertici le proporzioni fra i generi non migliorano: «Nei consigli di amministrazione delle società non quotate le donne raggiungono il 14%mentre in quelle in Borsa scendono al 7%» . Eppure ci sarebbero tre validi motivi per allargare la partecipazione femminile: «Un quasi meccanico aumento del Pil, maggiore crescita e minore probabilità di crisi aziendale» . Insomma, non è una questione di competenze. Certo, ammette Tarantola, «le quote rosa sono una distorsione ma servono per aprire il cancello, non è detto che debbano essere permanenti. E se non si fa nulla e si lasciano le cose così per avere il 30%di donne nei cda sarebbero necessari venti trent’anni» . Dunque si deve cambiare, e ne è convinto anche Corrado Passera, malgrado qualche reticenza iniziale: «Pensavo fosse un sistema non meritocratico -confessa -ma non è così se sappiamo selezionare» . I numeri di Intesa Sanpaolo parlano di un processo in atto: «Ci eravamo posti l’obiettivo del 10%nei consigli di amministrazione e lo abbiamo raggiunto. Le donne a inizio carriera sono il 50%, 40%i quadri e 30%i manager» . Attenzione però a non confondere le quote rosa con il tema delle carriere in azienda: «Il meccanismo automatico è discriminante» . Il lavoro femminile non è solo una questione aziendale, spiega Passera, anche la società e lo Stato devono fare la loro parte. «Sono una nonna ma non assisto i miei nipoti -ammette Tarantola -. E sempre più donne saranno come me» . Perciò servono servizi, asili nido, incentivi. «Anche una fiscalità agevolata» ipotizza. Una riforma complessiva della società, dove pubblico e privato si intrecciano. E questo è uno di quei confini che verrà affrontato in questi giorni a Trento, come ha spiegato Tito Boeri, direttore scientifico del Festival. Ma anche i confini della conoscenza che interessano Innocenzo Cipolletta oppure i punti di contatto che permettono confronti e relazioni come le intende Lorenzo Dellai. A unire le diverse interpretazioni ci ha pensato Fabrizio Saccomanni nel suo ricordo di Tommaso Padoa Schioppa: «Per tutta la vita si è impegnato per la libertà economica, contribuendo a costruire le istituzioni e le regole che la proteggessero» .

IL Corriere della Sera 03.06.11

"La centralità del Quirinale", di Stefano Folli

La festa nazionale del 2 giugno ha suggellato le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità. E bisogna riconoscere che tutto si è svolto nel migliore dei modi. Vedere oltre quaranta capi di Stato e i rappresentanti di numerosi altri paesi riuniti a Roma, a far da corona al presidente della Repubblica in un giorno festoso e lieto, è corroborante.. Aiuta a superare le amarezze quotidiane. Lo stesso Napolitano deve averlo pensato, se ha sentito l’impulso di sottolineare “la realtà viva e dinamica dell’Italia”.
E’ legittimo ricavare alcune considerazioni dai momenti celebrativi che si sono susseguiti per circa due mesi e mezzo, dal 17 marzo a ieri, sotto la regìa del capo dello Stato. In primo luogo tutti hanno potuto costatare che l’unità nazionale rappresenta un bene apprezzato dagli italiani. Meno male che il ministro Maroni non ha mancato di essere al suo posto alla sfilata dei Fori Imperiali. Può essere il segno che la Lega ha capito di aver commesso un grave errore, nei mesi scorsi, volendosi distinguere in modo sprezzante e quasi derisorio dal sentimento di unità nazionale e di rispetto verso il processo risorgimentale che Giorgio Napolitano e prima di lui Carlo Azeglio Ciampi hanno saputo interpretare e alimentare con parole e gesti appropriati.

Quel tanto di separatismo umorale che i leghisti accreditavano (forse avvertendo che le leggi federaliste non erano in grado, da sole, di suscitare entusiasmi elettorali) non è servito a mascherare la battuta d’arresto del partito di Bossi nel Nord. Probabilmente l’ha addirittura accentuata. Oggi il Carroccio è davanti al classico bivio. Può tornare alle sue radice secessioniste, ritirandosi nei fondovalle alpini senza più prospettive di uscirne. Oppure può abbandonare del tutto i vezzi semi-separatisti e diventare, se ci riuscirà, quella forza davvero riformatrice e anti-statalista che in questi anni non ha saputo né voluto essere. In base alla scelta, gli equilibri politici del paese – e non solo il destino del governo – ne verranno condizionati.

In secondo luogo si conferma la centralità del Quirinale nell’attuale fase. Per meglio dire, si ribadisce che Giorgio Napolitano è il protagonista decisivo del dibattito pubblico. Un fattore chiave per capire i prossimi passaggi politici. Sappiamo che le amministrative hanno fotografato il declino di Berlusconi. E’ vero che non è a portata di mano un’alternativa al centrodestra (Pdl e Lega), ma è altrettanto vero che il premier e Umberto Bossi sono due alleati logorati dagli anni e dagli errori, incapaci di quel cambio di rotta che i loro sostenitori si ostinano a vedere possibile.

Un Quirinale che tiene in mano le redini della situazione è rassicurante, perché il rischio di un paese senza timone, oscillante fra stagnazione e colpi di testa, è piuttosto alto. Un 2 giugno nel segno dell’unità rappresenta un messaggio di coesione nel momento in cui l’intero sistema politico dovrebbe dar prova di responsabilità istituzionale (magari, perché no, dimostrandosi capace di riformare la legge elettorale).
Ma la centralità del Quirinale vale anche rispetto all’opposizione. Qui il richiamo a un centrosinistra in grado di elaborare un’autentica “cultura di governo” non può essere lasciato cadere. Tanto più che i risultati delle città sono, sì, molto brillanti, ma presentano anche parecchie incognite. A Napoli, ad esempio, città molto cara al presidente, De Magistris è un po’ un osservato speciale. Qualcuno ha scritto che sul golfo il riformismo della sinistra è morto. Toccherà al neo-sindaco dimostrare che non è vero, con quel tanto di realismo che è l’antidoto alla demagogia.

Il Sole 24 Ore 03.06.11

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“Il Cavaliere tra fischi e sbadigli poi la gaffe con il re Juan Carlos”, di Alessandra Longo

Il sole caldo, il cielo terso solcato dalle Frecce Tricolori, il Colosseo avvolto dalla bandiera, tutto il mondo a Roma, monarchi, capi di Stato e di governo, dal vice di Obama Joe Biden all´afgano Karzai, dall´israeliano Peres al palestinese Abu Mazen. Tutti qui per la festa della Repubblica e i 150 anni d´Italia. Eppure Silvio Berlusconi non sembra entusiasmarsi, se non a tratti, (quando sfilano, per esempio, le crocerossine), chiude gli occhi, a tratti si accascia sulla sedia, sbadiglia, mastica vistosamente caramelle. Per non infierire, un´agenzia di stampa definisce il suo stato di torpore e noia «uno stand by».
Si vede che il premier non sente sua la Festa, tanto più quest´anno, tanto più dopo le elezioni che lo hanno umiliato. Prima della sfilata, all´altare della Patria, si prende anche decine di fischi. Al contrario, Giorgio Napolitano viene accolto dagli italiani dietro le transenne con corale ovazione. Fiutato il clima, il capo del governo per la prima volta arriverà da piazza Venezia in macchina fin sotto il palco delle autorità. Significativo cambio di programma rispetto agli anni scorsi: Berlusconi aveva sempre cercato il cosiddetto bagno di folla dei fans ma questo 2 giugno non tira aria. E dunque: auto blindata, vetri scuri, ridotti al minimo i contatti con i comuni mortali.
Ecco il re di Spagna Juan Carlos, ospite di riguardo, a pochi passi dal presidente Napolitano, da Schifani e Fini. Troppo forte la tentazione di familiarizzare: Berlusconi si sporge dalla sedia, gli strizza un braccio, gli sussurra qualcosa, pare si informi del suo ginocchio. Lui, regalmente, si gira con sorriso di circostanza. E´ subito sfida tra gli esperti di etichetta reale. C´è chi registra «un piccolo strappo». I re non si toccano, semmai sono loro a decidere di toccare. Forse è questo che Napolitano tenta di spiegare al premier mimando il gesto proibito. Tant´è: il Cavaliere disarcionato a Milano ha ben altri pensieri. Deve tirare le fila di una maggioranza che si regge su Scilipoti, ha bisogno di tutti. Non è un caso che, per la prima volta, Roberto Maroni presenzi alla parata. Di solito la Lega mandava figure di terzo o quarto piano, sconosciuti dal cravattino verde. Invece il ministro dell´Interno ha risposto alla chiamata, chiacchiera rilassato con Gianni Letta e Mara Carfagna, vestita di blu, la più chic.
Mentre sfilano i reggimenti, garriscono le bandiere storiche e solcano il terreno 216 quadrupedi, il palco brulica di contatti e pour parler, da quelli che non fanno storia, per esempio tra Gasparri e Cicchitto, o tra la Meloni e Alfano, a quelli di respiro internazionale. Karzai, in mantello verde smeraldo, sussurra all´orecchio del vicepresidente Usa Biden, il quale, a sua volta, parla fitto con il segretario della Lega Araba Amr Moussa. Berlusconi, quando si riprende, impegna in lunghi conversari il presidente Schifani e il possibile neoministro della Giustizia Maurizio Lupi. Gianfranco Fini lo ignora, graziosamente ricambiato, mentre scambia continue cortesie con il capo dello Stato. Letta, indecifrabile come al solito, ride con Formigoni, arrivato da Milano, orfano della Moratti, di ottimo umore. Dovrebbe essere una gran Festa italiana ma è plastica la distanza di tutti con tutti, sia pur nascosta dal cerimoniale e mitigata dalla presenza degli ospiti stranieri.
Sullo stesso palco siedono il premier al tramonto e il leader del Pd, Pier Luigi Bersani (anche lui per la prima volta alla sfilata), che gli stringe la mano ma ne chiede le dimissioni. Serpeggia l´idea della fine vicina di un leader e dei suoi sacerdoti. Il clima della politica italiana è «acido», lamenta Schifani. In controtendenza, Ignazio La Russa, ministro della Difesa, sorride di nuovo a Gianfranco Fini che non disdegna. Lassù, lontano dalle prime file della nomenklatura, il sindaco di Roma Gianni Alemanno, in fascia tricolore, circondato da D´Alema e Amato, preferisce stringersi ai suoi “parenti” amministrativi, Zingaretti e Polverini. Fa caldo (Mirko Tremaglia avrà un malore), camerieri portano vassoi d´argento con acqua e succhi di frutta.
Il cerimoniale fa strani, involontari scherzi. Nella stessa inquadratura la telecamera riprende Karzai, Bersani e l´ineffabile senatore Sergio De Gregorio, titolato al palco in quanto ex presidente di una Commissione Difesa. Rutelli può esibire grande familiarità con Biden. Gli mostra il cellulare con la prova fotografica che suo figlio Giorgio ha l´adesivo della campagna elettorale Obama-Biden del 2008. Biden chiama allora Giorgio per invitarlo a dare una mano alle prossime presidenziali. Berlusconi non vede i due, altrimenti sai che invidia.

La Repubblica 03.06.11

I luoghi comuni sulle «ali estreme», di Luigi Manconi

La vittoria di Pisapia e De Magistris sono state presentate come il successo della sinistra radicale Nulla di più falso: il sindaco di Milano è mediatore e garantista, quello di Napoli un estremista di centro. Il voto di Milano e di Napoli, e non solo (Cagliari, Trieste, Novara…), ha rappresentato il più bruciante “falò delle vanità” politiche e giornalistiche: il più fiammeggiante rogo dei luoghi comuni e degli stereotipi. Poteva essere un’ottima occasione per emendare il linguaggio pubblico, liberarlo da ragnatele polverose e da fallimentari schemi di lettura. Così non è stato. Peggio: il risultato del voto sembra alimentare una paccottiglia tardo ideologica e sotto culturale che, semplicemente, impedisce di capire. Per dirne una, l’elezione di Giuliano Pisapia e di Luigi De Magistris è stata interpretata da quasi tutti gli analisti come il prevalere delle “ali estreme” nella coalizione di centrosinistra.
Nulla di più falso. Intanto perché tra i due non c’è alcuna, ma proprio alcuna, affinità culturale e politica. Con Pisapia, alla fine degli anni ’80, demmo vita a una micro associazione, autoironicamente denominata “Battaglie perse” (c’era anche Gustavo Zagrebelsky), impegnata nella denuncia delle violazioni dei diritti civili e delle libertà politiche. Ma se dovessi indicare il tratto principale della personalità di Pisapia parlerei della sua infaticabile volontà di negoziazione.
Il neo-sindaco ha una vocazione tanto appassionata quanto tenace alla mediazione saggia delle contraddizioni e dei conflitti. Ovvero, a partire dalle proprie convinzioni, la volontà di cercare sempre l’incontro e il punto di composizione tra opzioni diverse e fin opposte, al fine di raggiungere il “male minore”: il bene possibile, cioè, nelle condizioni date e negli attuali rapporti di forza. Una capacità di negoziazione ininterrotta, che pure non rinuncia ai propri principi fondamentali. D’altra parte, il suo garantismo non si esprime esclusivamente nella scrupolosa tutela delle garanzie nel processo penale. Esso rimanda all’idea che si possa sempre rintracciare e valorizzare un frammento ancorché minimo di verità nell’interlocutore, anche quando avversario politico.
L’esatto opposto, cioè, della caricatura della “sinistra radicale” per come viene abitualmente disegnata. Qui di radicale c’è quel marxiano andare alla radice delle cose e un metodo che, per alcuni versi, evoca effettivamente quello del Partito radicale.
Totalmente diversa è la cultura di De Magistris. Lo definirei un “estremista di centro”, che porta alle ultime (estreme) conseguenze alcuni valori che appartengono tradizionalmente al repertorio della destra, ma che nel nostro disgraziato paese finiscono col dislocarsi nel campo opposto. Si pensi al richiamo costante a “legge e ordine”, all’enfa-
si su un’etica che tende a ridursi a moralismo, all’idea centralista e organicista del sistema delle istituzioni, che connotano il discorso pubblico dell’ex magistrato. E tuttavia, prima del ballottaggio ho scritto che, fossi stato cittadino napoletano, avrei corso a perdifiato per votare De Magistris. E proprio perché penso, come detto appena sopra, che la politica sia prima di tutto la ricerca del male minore, ovvero del bene possibile. Ho concordato, pertanto, con Marco Pannella quando ha scritto che “De Magistris è una formidabile, popolare possibilità di rottura della maledetta nostra storia napoletana”. Può bastare questo per scegliere l’ex magistrato? A voglia, almeno per chi non ha una concezione metafisica e palingenetica della politica.
Ciò consente di riprendere il tema – cos’è oggi una politica di sinistra accennato nella rubrica del 27 maggio su queste colonne. Partiamo da un dialogo rivelatore, trasmesso da Exit (La7) qualche settimana fa. Nuova Politica: “siamo blogger venuti qua per mettere D’Alema di fronte alla verità nuda e cruda”; Vecchia Politica: “io ho fatto le primarie e la città è andata a votare. Te lo dice una persona che è del Pd che ha fatto la campagna elettorale per quelli di Sinistra e Libertà, Fassino le ha vinte e tu da cittadino hai il dovere di rispettare il fatto che sessantamila torinesi sono andati a votare alle primarie. Non è così che si fa. Venite nel partito, rimboccatevi le maniche e prendete posto. Tu in questo momento stai facendo politica come me. Io non prendo neanche un centesimo dalla politica, oggi ho fatto 400Km per lavoro, ho un contratto da metalmeccanico, mi sono laureata, son semplicemente più grande di te”; Nuova Politica: “ma io non sono dirigente di partito”. Nel filmato – una vera e propria rappresentazione di teatro civile vengono ritratte icasticamente due figure: la cosiddetta Nuova Politica, impersonata da un blogger e quella Vecchia, interpretata da una giovane “rinnovatrice”, che paradossalmente si trova a illustrare la bontà delle tradizionali virtù dell’agire pubblico. So di esagerare e di operare una indecorosa forzatura, ma – devo dire – il voto delle amministrative sembra dare ragione alla Vecchia Politica.

L’Unità 03.06.11

"Hanno vinto le primarie", di Mario Rodriguez

Anche dal punto di vista della comunicazione questa campagna elettorale ci dà alcune indicazioni importanti. La prima è che conta più quello che le persone si dicono che quello che i candidati, i loro dirigenti politici che li sostengono, dicono di sé. In pratica contano più le conversazioni, le relazioni personali, che gli slogan, i manifesti. Anzi, questi strumenti servono perché stimolano relazioni personali.
Certo, contano anche gli impulsi che giungono dal sistema dell’informazione, guai a metterlo in ombra. Ma questi diventano chiacchiera, vita quotidiana, si impastano con le esperienze e creano i sentimenti diffusi, il clima d’opinione.
Per questo le conversazioni in rete, i social network, hanno avuto importanza e ne avranno sempre di più. Ma l’hanno avuta quando è scattato il marketing virale spontaneo, la scintilla di Sucate, non quando la rete è stata usata come una bacheca sulla quale affiggere un volantino digitale.
In secondo luogo, le scelte di voto, avendo a che fare con valori e identità, sono frutto di lente stratificazioni; la classica goccia che riempie un bicchiere e per molto tempo può anche non dare effetti chiaramente visibili ma che, a un certo punto, trabocca. Quindi hanno avuto più efficacia i comportamenti autentici, credibili e continuati nel tempo che i colpi di teatro. Più le persone che andavano a distribuire i volantini a presidiare le postazioni che non i contenuti stessi di quei volantini.
Più la convinzione e la motivazione dei “sostenitori” che il “sostenuto”. Perché la forza di un “leader” sta proprio nel tener insieme i “follower”, i seguaci. La coesione.
In terzo luogo, ancora una volta, la personalizzazione, la coerenza tra persona e comportamenti, la credibilità, hanno svolto un ruolo cruciale nella costruzione di significati ben oltre le appartenenze organizzative o le etichette appiccicate dai media.
Come non riconoscere nei comportamenti di tutti i candidati (quelli espliciti come Fassino, Pisapia, De Magistris, Moratti, Lettieri, e quelli impliciti come Berlusconi, Santanchè, La Russa) un ruolo essenziale nel dare senso agli avvenimenti.
Infine il ruolo dell’esperienza, del vivere, dell’agire.
Ci si forma un’opinione, una motivazione, la si cambia (quelle poche ma cruciali volte in cui si cambia), vivendo esperienze. E proprio nell’esperienza collettiva fatta a Milano in tre momenti essenziali sta la chiave del successo.
Prima di tutto le primarie. Una scelta che ha fatto sentire parte di un processo di decisione un notevole numero di persone fino a quel punto sconfitte, scontente, insoddisfatte. Lasciamo stare se fosse il caso che il Pd avesse un suo candidato.
Le primarie sono state un percorso cruciale di legittimazione della candidatura. Ma la chiave di volta per creare un clima positivo è stata (ecco il secondo elemento) la gestione della vittoria di Pisapia (con un suo contributo essenziale nonostante le spinte degli apparati partitici) e soprattutto la reazione molto positiva degli sconfitti Boeri e Onida (non era scontato). Le primarie di Milano, e ancora di più quelle torinesi, alla fine sono apparse come qualcosa di fisiologico, una competizione collaborativa non distruttiva.
E questa è una lezione valida in generale: non vivere le primarie come l’ultima ratio di un gruppo dirigente che non riesce a scegliere, cioè l’ufficializzazione di un limite, ma come l’incarnazione di una volontà di rappresentare meglio, di dare autorevolezza ad una scelta adatta ad una società secolarizzata e post-ideologica.
Il terzo momento è stato il candidato, Giuliano Pisapia, le sue caratteristiche che hanno saputo dare un tono generale ai comportamenti diffusi e che hanno creato una palpabile e crescente differenza rispetto agli avversari. Merito a lui e a chi a vario titolo è stato al suo fianco.
Forse senza le tante delusioni prodotte dal sindaco Moratti e senza l’irruzione di Berlusconi, modello 2011, sarebbe stata un’altra storia. Ma certo quello che va riconosciuto è che Pisapia ha creato le condizioni per la coesione dello schieramento che lo sosteneva. E coesione significa motivazione, convinzione e capacità di dare un senso, di creare empatia, di attrarre o di creare dubbi, ripensamenti.
Possiamo perciò con più decisione ritenere che l’efficacia della comunicazione in politica dipenda dalla coesione dello schieramento, dal momento magico che rende un tutt’uno credibile leader e follower, candidato e sostenitori, obiettivi, valori di riferimento e proposte programmatiche, comportamenti che li rendono visibili, verificabili. I sostenitori di Pisapia pur non rinnegando le appartenenze si sono ridefiniti come qualcosa di diverso, un’evidenza di questo è l’adozione spontanea e generalizzata da parte dei militanti che erano in piazza Duomo di bandiere e sciarpe arancioni.
Questa coesione è fatta di due elementi: un processo di affermazione della candidatura che sia riconosciuto legittimo da tutti i sostenitori (e in questo momento non può che essere qualcosa che assomigli a quello che abbiamo definito primarie); una tensione costante a rappresentare gli interessi della maggioranza dei componenti della comunità a cui ci si rivolge (e per non scivolare in querelle nominalistiche ormai retrò possiamo anche non chiamarla vocazione maggioritaria).
Della necessità di trovare nuove forme di legittimazione della rappresentanza oggi sembra se ne rendano conto anche esponenti del Pdl alle prese con la crisi del leader carismatico, founder and ceo.
Beh, non sarebbe male che si riconoscesse al Pd il merito di aver imboccato e indicato, pur tra difficoltà e incertezze, la strada giusta.

da Europa Quotidiano 03.06.11

"Essere all'altezza", di Carlo Galli

Il mondo festeggia l´Italia. La straordinaria quantità, e la qualità, delle presenze dei leader di tutto il mondo in occasione della festa della Repubblica, nel 150° anniversario dell´Unità d´Italia, è un omaggio, un riconoscimento, che solleva la nostra considerazione di noi stessi. Ci ricorda (mettendoci a contatto con il peso che la comunità internazionale ci conferisce) i nostri doveri verso noi stessi.
E ci ricorda anche i nostri doveri verso le altre nazioni. Il dovere di essere all´altezza di ciò che possiamo essere, di ciò che l´Italia significa nel mondo. Dell´idea dell´Italia.
Esiste infatti – ovviamente – l´Italia reale, governata ora da questo ora da quello, con i suoi interessi nazionali più o meno confliggenti e più o meno armonizzabili con quelli altrui; l´Italia della contingenza, anche della fatica e delle delusioni, che viene pesata senza sconti sulle bilance internazionali dell´efficienza, della potenza, e della credibilità. Ed esiste anche l´idea dell´Italia: nulla di metafisico, s´intende, e neppure di insopportabilmente retorico. È il disegno, la fisionomia del nostro Paese, quale esce dal lato positivo della nostra storia, cioè dai nostri successi (che ci sono stati), e soprattutto da quel grande atto riparatorio dei nostri errori, da quel progetto avanzato di Paese civile e democratico, progredito e solidale, che è la Costituzione della Repubblica. Sta lì l´idea dell´Italia: in una Costituzione che non a caso oltre che di un insieme di norme che prevedono diritti, doveri, istituzioni, si dota anche di un simbolo, il Capo dello Stato, che esprime l´unità della nazione, e che al tempo stesso è la suprema istituzione di garanzia dell´ordinamento costituzionale.
Insomma, la rappresentanza politica del popolo sta nel parlamento; la forza direttiva della politica sta nel governo; ma la presidenza della Repubblica è la suprema magistratura che racchiude in sé il significato simbolico del Paese, e che lo esprime non nella discendenza dinastica del presidente – che in questo caso sarebbe un re – ma nella sua qualità di custode e garante di quell´idea di Italia che è disegnata nella Costituzione. Un simbolo, insomma, non è un´astrazione: anzi, rinvia con un segno – in questo caso, con una persona fisica – a una realtà ideale, ricca di storia e di promesse.
Il presidente Napolitano è questo simbolo, per motivi di ufficio. Ma lo è anche per prestigio e autorità personale: e autorità non significa “potere”, ma “far crescere”, alimentare – in questo caso, naturalmente, ciò che è accresciuto è quel complesso di valori che definiamo l´idea dell´Italia. Napolitano è riconosciuto a livello nazionale come figura di riferimento nei tempi travagliati che attraversiamo, negli scossoni e nelle lesioni e la democrazia costituzionale patisce. Ed è un riconoscimento bipartisan, al quale ben pochi si sottraggono, per una politica di patriottismo costituzionale che, in linea del resto con quella di Ciampi, non è solo celebrativa ma, pur attentissima a non entrare direttamente nell´arena partitica, ha autentico valore politico proprio per la capacità, che Napolitano ha, di dare credibile spessore alle idealità della democrazia repubblicana, di richiamare la politica quotidiana all´esigenza di essere all´altezza della Costituzione.
Ed è riconosciuto a livello internazionale: solo per restare alla cronaca degli ultimi giorni, il rispetto con cui lo ha accolto e salutato Obama a Varsavia testimonia della considerazione e del prestigio di cui il nostro presidente gode. Di cui, naturalmente, è controprova il grandissimo successo di questo 2 giugno, di questa festa della Repubblica che, anche attraverso Napolitano, è diventata festa dell´Italia. L´omaggio delle nazioni al simbolo della nostra nazione è stato forse più convinto e sincero, meno cerimoniale e protocollare, grazie alla credibilità del Capo dello Stato.
Esiste un livello in cui la politica non può non avere un´espressione personale: anche la più laica e moderna delle democrazie esige di rappresentare se stessa e i propri valori in un simbolo, ed è ottima cosa, una felice circostanza, che questo sia credibile e autorevole. Che sia in grado, cioè, di essere non tanto lo specchio di ciò che il Paese è – per questo c´è il Parlamento – quanto di ricordare attivamente l´idea di ciò che l´Italia deve essere, e che si merita di essere. Una grande democrazia che tutti possano, senza vergogna e senza dolore, chiamare Patria.

La Repubblica 03.06.11

"Così si è spezzato l’incantesimo: la grande sconfitta della televisione", di Roberto Brunelli

Quorum quasi certo nonostante il blackout della tv generalista, voti in fuga nonostante interviste-spot, Berlusconi da Vespa e gli ascolti crollano. Colpa della «blog democrazia» e di un «sogno» andato in tilt…
Il politologo Panarari «Tutto è nato da una minoranza che sa usare i nuovi mezzi». Anche la fabbrica mediatica del premier è entrata in crisi
Sono oscure e tempestose le nubi che si addensano su quella incredibile simbolandia che è la televisione. Ha perso magicamente il suo potere, a quanto pare. Qualcosa di profondo si è incrinato. Prendete i referendum. La tv generalista praticamente non ne ha parlato, i pochi spot sono incomprensibili, i talk show stanno sulla luna, nonostante gli appelli dello stesso presidente della Rai e gli esposti all’Agcom. Eppure il «rischio» che si arrivi al quorum è elevatissimo. Cos’è successo? Come (e forse ancora di più) per le elezioni comunali, determinante è stata la cosiddetta «autocomunicazione di massa»: lo sono stati i social network, lo è stata la rete, la «democrazia dei blog». Insomma, la televisione è la grande sconfitta. È un sistema tecnologico e comunicativo ad entrare in crisi, a perdere la sua efficacia. Forse non c’è da stupirsi, se è vero che come afferma uno studio di Stefano Epifani sul rapporto tra politica e web che mentre la carta stampata ci mette 120 anni a raggiungere 50 milioni di utenti, Facebook ci mette solo 1 anno e mezzo (la televisione sta ben indietro: 13 anni).
Certi sintomi sono significativi. Vedi il Silvio Berlusconi che va a Porta a Porta e il Dio Auditel se la dà a gambe. Le interviste-spot, praticamente a reti unificate, che non attirano voti (e forse, anzi, li mandano in fuga). L’agguato in diretta tv della candidata Moratti ai danni dell’antagonista Pisapia, punito nell’urna. Il cantante Gigi D’Alessio, sotto accusa per aver prestato la sua ugola a Moratti e Lettieri, subissato dai fischi ad uno show canterino da gonfiare di sponsor.
L’«egemonia sottoculturale» ha ricevuto un duro colpo, si potrebbe dire parafrasando un libro del politologo Massimiliano Panarari, che l’anno scorso fece molto scalpore, visto che sosteneva come i Signorini, i tronisti e i «grandi fratelli» avevano oramai raggiunto un posto ragguardevolissimo nella coscienza del paese, al posto della politica, degli intellettuali, fors’anche della religione. Ora qualcosa è cambiato. «La tv generalista si rivolge ad un pezzo di paese che a questo giro è rimasto a casa», ragiona Panarari. «Il vento che cambia, proprio come le ‘rivoluzioni gentili’ della primavera araba, nasce tendenzialmente da una minoranza che ha trovato i canali per formulare delle proposte, come nel caso dei referendum, riuscendo a farle arrivare al maggior numero di persone. Una minoranza che è cresciuta annusando le energie riuscendo poi a canalizzarle: in pratica, il successo alle elezioni è il combinato disposto tra una nuova narrazione e i nuovi media. Un ambito nel quale il centrosinistra italiano finora ha segnato grandi ritardi».
Sul fronte opposto, invece, assistiamo a quello che pare essere il repentino declino di un simbolo formidabile fino a poco tempo fa, Berlusconi. Senza parlare dell’inceppamento della sua macchina di propaganda, di quello straordinario «incantamento» prodotto consapevolmente attraverso la sua potenza di fuoco mediatica. Dice Panarari che il premier «è l’incarnazione di una delle tante autobiografie del paese», ma che oramai «la fase ascendente della sua spinta come interprete di un pezzo della nazione e di una fase della tecnologica comunicativa è una stella appannata». Probabilmente anche per colpa della crisi economica, la fabula silviesca mostra crepe sempre più vistose. «La tv generalista nell’ottica berlusconiana funziona solo finché il sogno non viene contestato, finché in scena non compare un progetto alternativo. Per ora è un progetto ancora frammentario, fatto finora di diverse narrazioni individuali (Pisapia, De Magistris, Zedda…), ma che finalmente comincia a contrapporsi a quello del premier».
D’altronde non è certo un caso che Silvio, in questi anni, abbia mostrato di temere l’innovazione dei famigerati new media: «Così, mentre occupava militarmente lo spazio dell’immaginario degli italiani, ha cercato di tenere il paese lontano da Internet, dalla digitalizzazione della tv e dal pluralismo catodico: un ambito nel quale l’Italia sconta un ritardo ventennale, che non a caso coincide con il ventennio del berlusconismo». Il bello è che il premier stesso è vittima del suo ritardo: obnubilato dalla propria Weltanschauung che s’identifica esclusivamente con la tv generalista, Re Silvio continua ad attaccare Annozero e gli altri programmi «di sinistra», secondo lui colpevoli di essere la causa del tracollo elettorale. Quella ormai è una battaglia di retroguardia. Ma di sicuro ilsuoèunmondochesiapreesichiude dentro la tv.

l’Unità 03.06.11

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Intervista a Carlo Massarini «Benvenuti nell’era Facebook. Berlusconi è rimasto nel passato», di Andrea Carugati

Il conduttore ed esperto di Rete: «Ormai non sono più le tv a orientare i consensi. Basta guadare al voto di Milano: decisivo il passa parola in rete». Forse non è ancora l’ondata americana che ha portato Obama alla Casa Bianca, ma certamente queste ultime elezioni segnano una svolta per quanto riguarda l’uso della Rete in politica», dice Carlo Massarini, giornalista e conduttore, uno dei primi a parlare di Internet in tv, già alla metà degli anni Novanta. «Il web questa volta ha avuto il ruolo di una reale alternativa, capace di far sentire le persone più coinvolte, non più spettatori passivi. E certamente il fatto che a Milano il popolo di Internet abbia “adottato” Pisapia ha avuto un peso notevole nel risultato». Eppure Berlusconi accusa tv e giornali per la sua sconfitta…
«Mi pare che il premier non abbia la percezione di quello che è successo, del mutamento che c’è stato anche nella comunicazione politica. La maggior parte delle persone sotto i 40 anni ormai non si informa più attraverso la tv. Le serate delle famiglie italiane sono profondamente cambiate, il vecchio focolare televisivo, tranne che per i grandi eventi, non esiste più. Tutto è molto più frazionato, gli stessi programmi tv sono subito commentati e chiosati su Facebook». Berlusconi è rimasto indietro? «Sembra uscito da un altro mondo, da un passato che non esiste più. Basti pensare a come ha trascurato la possibilità, per i suoi ospiti, di scattare foto e video con i telefoni durante le sue cene…Pensa ancora che la tv sia il mezzo chiave per catturare il consenso, ma non è più così. Anzi, è scattato un meccanismo contrario, che punisce la sovraesposizione. Non è un caso che i Fiorello ormai si approccino alla tv con grande prudenza…». Però l’Italia non ha una diffusione di Internet paragonabile agli Usa…
«E tuttavia c’è stato un forte cambiamento negli ultima 4-5 anni, Facebook ha assunto un ruolo chiave. E chi non lo capisce è oggettivamente in una posizione di difficoltà, anche in politica. La rete ha la capacità di far circolare le idee molto velocemente, ma anche di mettere in ridicolo: basta osservare quello che è successo con i tormentoni su Pisapia, e a come Red Ronnie è stato travolto da uno tsunami per le cose che aveva detto contro il candidato del centrosinistra».
Quali sono le regole della politica in rete? «È più difficile ingannare la gente. Non puoi più presentarti, dire quello che vuoi ed evitare il contraddittorio. Se non ci sei realmente se ne accorgono subito. Ci vuole costanza per crearsi una reputazione e basta poco per perderla. È un oggetto da maneggiare con cura, che condanna la pigrizia intellettuale».
È iniziata una nuova epoca?
«Siamo agli albori, forse saranno le prossime politiche a fare davvero la differenza. Il web non è la panacea di tutti i mali, bisogna stare attenti alle illusioni, però ha una straordinaria capacità di moltiplicare ciò che sembra piccolo ma non lo è».

l’Unità 03.06.11