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"Servono infrastrutture per il nuovo Stato digitale", Alfonso Gambardella e Guido Tabellini

Che le tecnologie dell’informazione siano la rivoluzione dei nostri tempi non è una novità. Ciò che forse è meno noto è che in questo mese di giugno del 2014 si sta avviando la trasformazione verso uno Stato digitale. Dal 6 giugno è obbligatoria la fatturazione elettronica per i fornitori della Pubblica amministrazione (Pa). Il 13 giugno il decreto di riforma della Pa ha approvato l’identità digitale: dal 2015 ogni cittadino avrà un codice per accedere da casa a tutti i servizi della Pa. Il 30 giugno diventerà obbligatorio il processo civile telematico, che impone di archiviare in forma digitale tutti gli atti del processo. Entro la stessa data le Regioni dovranno presentare i piani per realizzare l’archiviazione e la gestione informatica dei documenti sanitari dei cittadini: avremo tutti una cartella sanitaria elettronica con i nostri dati consultabile ovunque.
Questi cambiamenti nei servizi pubblici e nei rapporti tra Stato e cittadini sono solo l’inizio. L’Agenda Digitale, come l’ha chiamata la Commissione europea, promette impatti ancora più significativi, non solo sullo Stato e i cittadini, ma anche sui mercati, sulle imprese e sulle loro capacità di innovare. Ad esempio, la Commissione stima che il settore legato all’elaborazione dei dati pubblici potrebbe raggiungere nella Ue-27 alcune centinaia di miliardi di euro, o quasi 2% del Pil.
Per realizzare questi obiettivi occorre prendere alcune importanti decisioni di policy. Innanzitutto servono infrastrutture. In un paese moderno le infrastrutture per la crescita sono sempre meno i ponti e le autostrade. L’Italia ha bisogno di investimenti infrastrutturali fatti sia di tecnologie (ad esempio, un grande cloud che raccolga i dati della Pa, con relative tecnologie per la sicurezza) che di servizi (per standardizzare le informazioni).
Bisogna però guardarsi da due errori. Il primo è il localismo. La digitalizzazione è un’opportunità soprattutto se i dati e i sistemi comunicano su scala nazionale.
Anche le imprese hanno più incentivi a investire nell’innovazione di supporto se il mercato è nazionale. Ma oggi molti sistemi sono locali. La cartella sanitaria è consultabile solo nella città, o nello studio medico, in cui è stata creata. Gli investimenti vanno fatti su scala nazionale e coordinati dal governo, se possibile dalla Presidenza del consiglio.
La protezione dei “campioni nazionali” è il secondo errore da evitare. Gli appalti vanno assegnati con bandi aperti a soggetti nazionali ed esteri, e senza sacrificare troppo la qualità per risparmiare sul prezzo. Non è vero che ciò significa abdicare a tecnologie e imprese estere. L’apertura incoraggia consorzi misti.
Inoltre, un’infrastruttura complessa avrà più fornitori, sia nazionali che esteri, e potrà creare un indotto nazionale. Facendo investimenti importanti nel nostro paese, le imprese multinazionali potrebbero localizzare in Italia attività ad alto valore aggiunto, come attività di ricerca. Infine, in questi settori gli investimenti più importanti sono in capitale umano, e poco importa se gli ingegneri e gli informatici che sviluppano le nostre infrastrutture digitali sono dipendenti di Google o di Poste Italiane.
In secondo luogo, occorre facilitare l’accesso ai dati in possesso della Pa e rendere meno restrittiva la legislazione a tutela della privacy. I dati che confluiranno sui portali della Pa possono essere sfruttati per offrire servizi di mercato e per valutare e migliorare i servizi pubblici.
Ad esempio una start-up inglese, Mastodon-C, ha analizzato le prescrizioni di una classe di farmaci, scoprendo differenze nelle prescrizioni del prodotto di marca rispetto al generico non spiegabili da esigenze terapeutiche, e ha fatto risparmiare centinaia di milioni alla sanità britannica. Le rilevazioni elettroniche giornaliere dei consumi energetici delle famiglie possono essere sfruttate per ottimizzarne l’allocazione intertemporale.
In Italia, i dati Invalsi potrebbero essere usati per fornire alle famiglie informazioni sulla qualità delle singole scuole, così come sta avvenendo con il Programma Nazionale Esiti che ha messo in rete vari parametri di qualità di Asl e ospedali. E così via. Perché ciò possa avvenire, tuttavia, l’accesso ai dati deve essere reso più agevole, dal punto di vista sia giuridico sia operativo.
Al contrario di quanto avviene in altri paesi, in Italia la tutela della privacy ha un’impostazione particolarmente restrittiva, che impone di giustificare l’uso dei dati con riferimento a un interesse giuridicamente tutelato e collegato al documento a cui si chiede accesso. Questa impostazione andrebbe invertita: il diritto di accesso alle informazioni in possesso delle istituzioni pubbliche e l’obbligo di trasparenza dovrebbero essere rinforzati, e l’onere della prova andrebbe spostato su chi chiede di restringere l’accesso in nome della sicurezza nazionale o della privacy individuale. Inoltre, il governo dovrebbe impegnarsi a fare il massimo sforzo per facilitare l’accesso ai dati di cui dispone, soprattutto quando riguardano i servizi pubblici (si vedano anche gli articoli in questa pagina).
Il governo sta attuando un’importante riforma della dirigenza pubblica. La digitalizzazione della Pa è una riforma complementare, che potrebbe avere effetti ancora più rivoluzionari sui rapporti tra Stato e cittadino e sull’iniziativa privata.
Per cogliere questa occasione, tuttavia, non basta vincere alcune complesse sfide tecnologiche. Occorre anche abbandonare una tradizione amministrativa e legislativa che vede la diffusione delle informazioni più come una minaccia che come un’opportunità. Tutto ciò richiede un’attenta e lungimirante guida politica da parte del governo.

da Il Sole 24 Ore

Padoan: «Priorità è ridurre le tasse», da redazione Unità

«È urgente intervenire per contenere l’elevata pressione fiscale che è ostacolo al ritorno a ritmi di crescita in linea con i partner internazionali» ha affermato ieri il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, intervenendo alla cerimonia ufficiale per festeggiare il 240esimo anniversario della Guardia di Finanza, nata nel lontano 1774 per volere dell’allora re di Sardegna, un secolo prima dell’unità d’Italia.
E probabilmente, in questo lungo periodo di storia patria, ben poche dichiarazioni politiche sono state ripetute tanto spesso e tanto inutilmente quanto la necessità o la promessa di ridurre il carico fiscale. Ma Padoan, a differenza della quasi totalità di quanti lo hanno preceduto in materia, fa parte di un governo lontano da campagne elettorali e che ha già incassato a marzo una legge delega per mettere mano al sistema tributario nel suo complesso.

LA REVISIONE DEL SISTEMA
E il responsabile del dicastero di via XX settembre ne ha ribadito ieri le finalità, sottolineando come l’esecutivo punti «a rendere più equo l’onere del prelievo fiscale» e a «tenere conto delle difficoltà dei contribuenti onesti», attraverso riforme e semplificazioni che saranno introdotte con i decreti attuativi della delega fiscale (solo venerdì, ad esempio, il Consiglio dei Ministri ha approvato quello sulle commissioni censuarie previste dalla riforma del Catasto). «Un fisco equamente distribuito consentirà di affrontare meglio questo momento» ha continuato il ministro, ricordando come il fenomeno dell’evasione fiscale, che produce «effetti economici negativi molto rilevanti».
Inutile spiegare, infatti, quanto un sistema tributario più equo ed efficace sia in grado di incidere non solo sulla salute delle casse dello Stato, ma sull’intera economia nazionale, visto che attualmente l’evasione «determina effetti distorsivi sull’allocazione delle risorse e interferisce con il normale funzionamento della concorrenza nel mercato». Non solo. «Accresce l’onere fiscale per i contribuenti onesti, esaspera le disuguaglianze, ed è legata in modo simbiotico alla corruzione e alla criminalità organizzata».
Allo stesso modo, la scarsa fedeltà fiscale di alcuni cittadini, per non parlare di quanti, persone e società, si macchiano di illeciti di natura tributaria, fa più male al Paese di quanto danneggi le risorse dell’Erario. «I danni provocati alla collettività dai comportamenti illeciti riconducibili ai crimini fiscali non producono un impatto solo di natura sociale ed economica, di per sè già inaccettabile, ma minano alla base la stessa credibilità di un Paese e del suo sistema politico» ha concluso il ministro dell’Economia. Per questo bisogna condividere «valori quali la legalità, l’equità e il rispetto delle regole». E le Fiamme Gialle svolgono un «ruolo decisivo nella realizzazione di un rapporto di fiducia tra Stato e cittadini che legittimamente pretendono istituzioni efficien- ti, vicine ai loro bisogni».

da L’Unità

"Gradimento record per il premier. Dubbi sull’efficacia del governo" di Nando Pagnoncelli

Dopo i fatidici cento giorni dall’insediamento di un nuovo governo solitamente viene misurato il giudizio dei cittadini sul suo operato.
L’opinione pubblica è molto divisa in proposito. I giudizi positivi prevalgono su quelli negativi riguardo alla riduzione della burocrazia e della spesa pubblica (53% contro 45%), al contenimento dei costi della politica (51% contro 45%) nonché alle riforme costituzionali e alla nuova legge elettorale, sia pure di poco (49% contro 45%). Al contrario prevalgono i giudizi negativi relativamente al contrasto della disoccupazione (i critici sono il 55%, mentre il 42% apprezza quanto realizzato finora) e alla diminuzione della pressione fiscale (58% negativi contro 40% positivi).
Tra gli elettori del Pd, com’era lecito attendersi, le opinioni sono nettamente più favorevoli, con l’eccezione della riduzione delle tasse che vede una polarizzazione dei giudizi. Prevale il segno negativo invece tra gli elettori di Forza Italia e, più marcatamente, del M5s.
Nel complesso il 37% degli italiani ritiene che il governo abbia mantenuto del tutto o in larga misura gli impegni assunti, il 45% pensa che abbia rispettato le promesse solo in minima parte e il 17% è del parere che non le abbia rispettate per nulla. Eppure l’apprezzamento dell’operato di Matteo Renzi si mantiene su livelli molto elevati e trasversali: il 69% esprime un giudizio molto o abbastanza positivo. Il premier è apprezzato da oltre il 90% degli elettori del Pd, da quattro quinti di quelli centristi (80%), da circa tre quarti di quelli di FI (72%) e perfino dalla maggioranza assoluta dei grillini (59%) e degli astensionisti (60%).
Come si spiega questa contraddizione tra l’elevato gradimento del premier e i giudizi non del tutto positivi, quando non esplicitamente critici, nei confronti dell’azione del governo? Da tempo, infatti, i cittadini sono sempre più critici e disillusi, pragmatici, impazienti di verificare i fatti e severi nel giudicare i risultati dell’esecutivo. Eppure non fanno venir meno il sostegno a Renzi.
Ricondurre tutto alla sua conclamata capacità di comunicare appare riduttivo, anche se il linguaggio spigliato e la battuta pronta lo aiutano molto e lo fanno apparire diverso dai politici più paludati e tradizionali, accentuando la distanza tra vecchio e nuovo. Ma la comunicazione non è tutto e la sua efficacia non dipende solo da «come» comunicare, ma da «cosa» comunicare. In tal senso Renzi appare dotato di una non comune capacità di sintonizzarsi con il Paese, «fiutando l’aria», cogliendo il comune sentire, individuando i temi e i toni a cui i cittadini sono più sensibili.
A ciò si aggiunge la grande determinazione e l’assunzione in prima persona della responsabilità del cambiamento. Non a caso una delle sue espressioni più riuscite è «metterci la faccia».
Un ultimo aspetto, non meno importante, riguarda il tipo di relazione che Renzi ha instaurato con i cittadini: è una relazione immediata, cioè non mediata, diretta. Abitualmente quando si utilizza il termine «disintermediazione» si fa riferimento agli atteggiamenti svalutativi espressi da molti cittadini nei confronti dei partiti, delle istituzioni di rappresentanza e di molti dei corpi intermedi della società che, pertanto, appaiono screditati e «delegittimati». Vengono messi in discussione «dal basso». In realtà Renzi sembra adottare lo stesso atteggiamento ma calato «dall’alto».
Emblematico risulta in tal senso il discorso pronunciato al Senato nel giorno dell’insediamento del governo, quando si ha avuto la netta impressione che quanto stava dicendo fosse rivolto non tanto ai senatori in aula ma ai cittadini; e quando mette in soffitta la concertazione e risulta disinteressato al coinvolgimento dei sindacati o delle associazioni imprenditoriali nei processi decisionali mostra di privilegiare la relazione diretta con gli elettori ed è solito utilizzare un’altra espressione-simbolo a fronte del comprensibile risentimento degli esclusi: «se ne faranno una ragione».
La forte empatia con i cittadini sembra metterlo al riparo da possibili rischi di impopolarità. Se le riforme procedono a rilento e il Paese fatica a cambiare, se il Pil stenta a crescere e la disoccupazione a calare, secondo i suoi sostenitori la responsabilità è della burocrazia, di chi si oppone per difendere i propri privilegi o della «palude» rappresentata dalla vecchia politica.
Ed è largamente diffusa la convinzione apocalittica che Renzi rappresenti l’ultima spiaggia per l’Italia e un suo eventuale fallimento determinerebbe il fallimento del Paese. Se il premier incarna l’idea di cambiamento è probabile che la luna di miele con i cittadini sia destinata a durare a lungo, anche in presenza di risultati più modesti di quelli auspicati.

Il Corriere della Sera 22.06.14

"Cultura senza fondi crollano i consumi (tranne la classica e i Rolling Stones)", di Luisa Grion

Era prevedibile che la crisi avrebbe compromesso i consumi culturali. In base ad un adagio antichissimo, le esigenze del vivere vengono prima di quella del fare, in senso lato, filosofia. Se i redditi diminuiscono la cultura ne soffre. Questione di soldi, certo, ma anche di una mentalità che stenta a cambiare. La crisi economica sta soffocando la cultura: lo Stato taglia gli investimenti, i privati lesinano i fondi, l’offerta langue e il pubblico scema. Si va meno al cinema, si trascura il teatro, resistono — a sorpresa — solo i concerti di musica classica. Per il secondo anno consecutivo — e dopo dieci d’ininterrotta crescita — calano i consumi culturali degli italiani. L’ultimo rapporto Federculture (l’associazione delle aziende pubbliche e private che operano nel settore) mette in fila una lunga serie di numeri negativi, ma ce n’è uno, positivo, che dimostra che non tutto è ineluttabile: il pubblico è tornato alla musica classica, la fruizione ai concerti è aumentata — fra il 2012 e il 2013 — del 16,7 per cento. «Merito della gestione dell’offerta » spiega Roberto Grossi, presidente di Federculture «il mondo è cambiato, è finito il tempo in cui la cultura poteva vivere d’investimenti pubblici. A livello nazionale il consumo di musica classica è aumentato non solo perché il pubblico che l’ascolta ha maggiore disponibilità economica, e quindi risente meno della crisi. Ma anche perché molte fondazioni liriche e sinfoniche hanno ampliato l’offerta, hanno sviluppato la stagione estiva, hanno proposto pacchetti di biglietti. In altre parole hanno sconfitto la crisi con scelte gestionali: è un modello che dovrebbe essere importato in tutto il settore». Una felice eccezione perché nella maggior parte dei casi — scrive Grossi nella prefazione al rapporto — «crollano gli investimenti, la politica culturale stenta a decollare, ma permane inossidabile il peso di un apparato burocratico sempre meno efficiente e produttivo». Musica classica a parte, la crisi ha fatto cadere la domanda: nel 2013, rispetto al 2012, la vendita dei biglietti teatrali è diminuita dell’8 per cento, gli ingressi a mostre e musei del 7,5, le presenze al cinema del 5,6 per cento. In calo anche la lettura, già non brillante: nel 2013 le persone con oltre 6 anni d’età che nel corso dell’anno hanno letto almeno un libro sono diminuite del 6,5 per cento. La crisi economica pesa: l’anno scorso la spesa delle famiglie italiane per attività culturali e ricreative è stata pari a 66,6 miliardi, per una media mensile di 225 euro. Il 3 per cento in meno rispetto al 2012 che già aveva tagliato il 4,4 per cento rispetto al 2011. Pesano anche i tagli agli investimenti pubblici e privati: gli stanziamenti a favore del Ministero dei beni culturali sono diminuiti negli ultimi dieci anni del 27,4 per cento e un ulteriore calo del 3 è messo in conto per il prossimo trennio; gli investimenti che i Comuni dedicano alle attività culturali fra il 2011 e il 2012 (ultimi dati disponibili) hanno subito un taglio del 9,4 per cento, quelli delle Province del 25. Ma le cose non vanno meglio sul fronte privato: fra il 2008 e il 2013 le sponsorizzazioni sono diminuite del 41 per cento, anche se si segnala una lieve ripresa negli ultimi mesi, le fondazioni bancarie hanno stretto i cordoni della borsa (meno 9 per cento fra il 2011 e il 2012), le erogazioni da parte di persone, imprese o enti sono crollate del 26,6. Ma visto che il Paese riparte solo se riparte la cultura — sostiene il rapporto — «lamentarsi non basta». Federculture propone un rilancio in tre punti: investire sulla scuola; migliorare l’offerta grazie ad una netta svolta gestionale; favorire la spesa delle famiglie incidendo sul fisco.

La Repubblica 22.06.14

"Al di là del bene e del Maalox", di Luca Landò

Alla fine ha ceduto. Come il braccio del Dottor Stranamore, che si tende all’improvviso rivelando l’anima segreta dell’ex generale tedesco, il blog di Grillo ha mostrato mercoledì la vera natura dell’ex comico genovese. Difficile dire se alla notizia delle difficoltà economiche de l’Unità (sai che scoop) l’avambraccio del leader sia partito davanti alla tastiera in un destro saluto: cose d’altri tempi e d’altri luoghi (anche se la maschia traversata del- lo Stretto a nuoto qualche neurone lo aveva riscaldato).

Sappiamo però che l’idea di avere meno voci e meno giornali (soprattutto il nostro) ha eliminato del tutto i già scarsi freni inibitori del guru a cinque stelle che preso dall’entusiasmo, non solo ha smesso di assumere la quotidiana dose di Maalox, ma ha messo nero su bianco (più il primo che il secondo) il suo candido pensiero: «Meno giornali significa più informazione».

Che il tipo fosse allergico alle più elementari forme di democrazia lo avevamo sospettato da tempo. Dal «non ti faccio parlare» urlato a Renzi in diretta streaming, al divieto di partecipare ai talk show (salvo andarci lui di persona) fino alle liste di proscrizione per i giornalisti non allineati, è lungo l’elenco dei comportamenti squadristi che Grillo ha tenuto per quasi due anni, alternandoli a battute volutamente esagerate con il solo scopo di meglio veicolare messaggi antilibertari, antidemocratici o più genuinamente fascisti. Quella di Grillo non è la banalità del male, ma la sua banalizzazione. Mischiando l’iperbole comica («vivisezioniamo Dudù») con quella politica («io non sono Hitler, sono oltre») il comizio diventa uno spetta- colo dove, ridendo a crepapelle, si applaude il leader che invoca un mondo senza quotidiani e un consenso al cento per cento che nemmeno l’Argentina di Videla.

Certo, è tutto uno scherzo e tutto un ridere. Intanto però, nello stesso giorno e sullo stesso blog in cui si rideva per l’agognata fine de L’UNI- TÀ e la «buona notizia che i giornali chiudono», verso le 17 è comparso sul sito l’annuncio della santa alleanza tra il Movimento di Grillo e il partito xenofobo dell’Ukip. Già, per- ché in attesa di sapere, mercoledì prossimo, se davvero Beppe è uscito dal blog (lo vedremo nell’incontro streaming sulla legge elettorale), mercoledì scorso i grillini sono entrati in un gruppo europeo e sul simbolo del Movimento sono comparse altre stelle. Sei per la precisione.

La prima è quella di Nigel Farage che, al pari di Grillo, è un sostenitore dell’oltrismo quella strana visione politica che gli consente di dire, esattamente come l’amico genovese, «non sia- mo di destra o di sinistra, siamo oltre». In effetti quelli dello Uk Independence Party sono oltre l’assistenza sanitaria per tutti, visto che ne chiedono drastici tagli e di sicuro vorrebbero andare ben oltre le attuali spese militari di cui pretendono robusti incrementi. Sono oltre l’effetto serra e oltre la green economy perché, dicono, il primo non esiste e la seconda è una bufala: molto meglio tornare al caro vecchio nucleare, ovviamente passando oltre i problemi della sicurezza e delle scorie. Dove oltre non si può andare, sono invece gli immigrati che «rubano il lavoro» e soprattutto i matrimoni gay, che dopo la legge voluta da Cameron sarebbero la causa delle intense alluvioni in Inghilterra. Ne è convinto David Silvester, consigliere comunale dell’Ukip (per fortuna sospeso a gennaio): «Le sacre scitture dicono palesemente che quando una nazione agisce contro il messaggio del vangelo verrà colpita da calamità naturali».

In questa politica dell’aldilà, anzi dell’oltre, cadono vecchi pregiudizi e si aprono nuove alleanze, visto che per formare un gruppo al Par- lamento europeo servono partiti di sette Paesi diversi. Così, insieme a Farage e Grillo, nel nuovo raggruppamento «Europa per la Libertà e la Democrazia» (Edf) compaiono personaggi di “oltre-destra”. Come Kristina Winberg, (seconda stella a destra, direbbe Bennato) neoletta deputata di un partito, Demokraterna, fondato nel 1988 da Gustav Ekstrom, ex volontario svedese delle Ss e i cui sostenitori, come ha ricordato Paolo Soldini su queste pagine, «fino alla metà degli anni Novanta erano invitati a mettersi in divisa militare quando compariva- no in pubblico». O come Roland Paksas (terza stella), leader lituano di un partito chiamato Ordine e giustizia (Tvarka Ir Teisingumas) che Anders Breivik, autore della strage di Utoja, ha definito «uno dei più rispettabili d’Europa». Di sicuro, il rispettabile Paksas nel 2003 è stato eletto presidente della Repubblica, ma tredici mesi dopo è stato cacciato con procedura di impeachment, l’unica in Europa, per una mazzetta da 400 mila dollari ricevuta dalla mafia russa.

Nella squadra degli “oltre” c’è anche la francese Joelle Bergeron (quarta stella) candidata nel Front National di Marine Le Pen con la pro- messa che, una volta eletta, avrebbe lasciato il posto a un altro. Peccato che, una volta a Bruxelles, la signora abbia fatto il gesto dello ombrello, lo stesso usato da Maradona per rispondere a Fazio che gli chiedeva delle tasse evase in Italia. Insieme a lei siederanno un professore di Praga (quinta stella) che vuole liquidare l’Unione europea e (sesta stella) un rappresentante dei “contadini verdi” della Lettonia a cui deve essere sfuggito il programma nucleare di Nigel Farage. Per completare il firmamento dei magnifici sette manca a questo punto sol- tanto la firma del «Congresso della Nuova Destra» polacco, una “pacifica” formazione decisa a ripristinare la pena di morte.

Poiché le stelle sono tante, milioni di milioni recitava un’antica pubblicità, viene da chiedersi se nell’universo delle formazioni europee non ci fosse niente di meglio. Soprattutto vorremmo sapere che ne pensano gli elettori che il 25 maggio hanno votato Cinque Stelle. Per- ché è vero che il 12 giugno il voto grillino della rete ha scelto l’alleanza con il «simpaticissimo» Farage, ma il parere dei 23.191 che hanno votato online rappresenta davvero quello dei 5.784.000 elettori grillini delle Europee? Non sarebbe stato più onesto annunciare prima del voto, anziché dopo, che i deputati europei a Cinque Stelle avrebbero lavorato e votato insieme a una voltagabbana francese, una nostalgica nazista, oltre a omofobi polacchi, razzisti inglesi e sostenitori dei raid notturni per cacciare gli stranieri dalla “vera” Svezia?

È vero, la regola europea delle sette nazionalità impone salti mortali e Bruxelles, non solo Parigi, val bene una messa. Ma la nascita del nuovo eurogruppo certifica la fine ufficiale della retorica “oltrista” usata finora da Grillo e Farage, perché i loro compagni europei di viaggio, non sono ambiguamente «oltre la destra e la sinistra», ma autenticamente e oggettivamente di destra estrema.

Qualcuno l’ha definita un’armata Brancaleone o, meglio ancora, una «ribollita europea» dettata solamente dalla necessità di avere una voce al Parlamento. Sarà, ma mentre la ribollita è un divino piatto toscano che ben amalgama verdure diverse e lontane, l’eurogruppo di Grillo&C. (che comunque vale 30 milioni di sovvenzioni) sembra un confuso ortomercato dove, volendo, trovi davvero di tutto. Ma qui si apre un problema, perché il regolamento europeo richiede che tra i partiti che formano il gruppo ci sia anche «affinità politica». E qui delle due l’una: o quell’affinità non esiste (ma allora qualcuno potrebbe chiedere un’inchiesta e valutare lo scioglimento dell’Edf) oppure Grillo, Farage e i nazionalisti svedesi e polacchi hanno davvero una comune visione politica. Basta saperlo.

L’Unità 22.06.14

"La strana coalizione che non vuole  lo shopping della domenica", a cura di Giuseppe Botteri

Le commesse di Bolzano che sono volate fin da Papa Francesco con i cartelli «Domenica No Grazie», l’alleanza «per le festività libere» che si sfoga su un cliccatissimo gruppo Facebook. E poi le sigle sindacali senza troppe distinzioni, il governatore del Veneto Luca Zaia, i vescovi, la Confcommercio, Confesercenti, sindaci sparsi per l’Italia, a macchia di leopardo. 
Che strana coalizione, quella che sta muovendo contro la liberalizzazione delle aperture dei negozi, fissata nel 2011 da Monti e messa nel mirino da (quasi) tutte le associazioni dei piccoli esercenti, che monitorano attenti come poche altre volte i progressi della legge bipartisan che sta avanzando svelta in Parlamento, precisamente in commissione attività produttive.  
 
La proposta – decisamente osteggiata dalle grandi aziende – è stata presentata dal deputato Pd Angelo Senaldi all’inizio del mese. Dopo lunghe trattative, il 18 giugno hanno votato a favore Partito democratico, Ncd, Sel, Forza Italia e Lega. L’arco costituzionale al gran completo, a parte i Cinque Stelle e Scelta Civica. 
L’ipotesi su cui si sta lavorando è un parziale passo indietro rispetto alla situazione attuale e prevede la chiusura obbligatoria degli esercizi nelle giornate di Capodanno, Epifania, 25 aprile, Pasqua, Pasquetta, 1° maggio, 2 giugno, Ferragosto, 1° novembre, 8 dicembre, Natale e Santo Stefano. A discrezione dei Comuni, sei di queste dodici festività potrebbero essere sostituite da una domenica nel corso dell’anno.  
L’idea piace anche ad alcuni esponenti del governo, e la scorsa settimana il ministro dello Sviluppo Federica Guidi l’ha appoggiata pubblicamente: «Siamo già sollecitati dall’Europa, ma oltre questo affrontare il tema di un numero limitato di chiusure su base annuale è un principio che mi trova d’accordo ed è percorribile», ha detto davanti a una platea di commercianti. Applausi. 
 
Eppure il fronte non è così compatto. Anche perché, scorrendo i numeri, si scopre che i clienti, le aperture domenicali, le apprezzano parecchio. Il 65% della popolazione italiana è favorevole, certifica la Nielsen, un numero che sale all’80% quanto ad essere interpellati sono i giovani. «Non si tratta di obbligare qualcuno a restare aperto, ma di dare la possibilità di restare aperti quando c’è la domanda di acquisto», ragiona Andrea Giuricin, docente all’università Bicocca e fellow dell’Istituto Bruno Leoni. È il pensiero dei grandi distributori, contrarissimi a un passo indietro, seppure parziale.  
 
Difficile capire quanto, davvero, questi primi due anni e mezzo abbiano cambiato i consumi. Gli analisti di Federdistribuzione hanno elaborato una statistica che racconta come le 8,1 milioni di famiglie che non sono state sbranate dal calo del potere d’acquisto abbiano fatto salire da 184,6 a 203,1 gli articoli acquistati durante le festività. Poco? Tanto? L’unica certezza è che, pur cambiando pelle, il commercio ha resistito alla grande crisi: secondo i dati di Movimprese il numero di esercizi registrati a marzo 2014 è pari a 865.820, in calo «solo» di 750 unità – lo 0,1% – rispetto al marzo 2013.  
 
Certo, tocca reinventarsi, e parecchio: il vecchio parrucchiere all’angolo di Via Madama Cristina, a Torino, ha lasciato spazio ad un salone gestito da ragazzi cinesi. Non chiudono neppure il lunedì, e si sono presi il lusso di assumere una signora italiana. Alle clienti piace, si sentono a casa, loro spendono un po’ di più ma hanno la qualità garantita. Non è così per tutti: «Chi non fa il nostro mestiere non sa cosa voglia dire vivere la nostra vita fatta di molte rinunce. Gente con fior di lauree che fa il commesso per necessità, ma che poi magari si è innamorato di questo mestiere. Ebbene anche loro hanno lo stesso diritto di essere trattati con rispetto ed educazione», racconta Silvia, cassiera trentina, 33 anni, in una lettera aperta indirizzata a Renzi.  
La regione Veneto e l’Abruzzo si sono mossi per un referendum che permetta un ritorno al passato. Non è semplice, perché per sottoporre il quesito alla Cassazione servono almeno cinque Consigli, ma l’iniziativa procede

da la Stampa

"La grande menzogna dei boss", di Roberto Saviano

“GLI uomini della ‘ndrangheta non sono in comunione con Dio, sono scomunicati”. Le parole di papa Francesco fanno entrare la Chiesa in una nuova era.
LE ha pronunciato in Calabria non a Roma. Le ha pronunciate sapendo che sarebbero arrivate forti e chiare. È andato a confortare i parenti di Cocò il bambino di tre anni ucciso con un colpo in testa e bruciato a Cassano allo Ionio. Un bambino ucciso è la prova oggettiva e definitiva della menzogna “d’onore” dei mafiosi. Bergoglio, ricordando questo bambino massacrato, non ha avuto bisogno di dimostrare con altre parole la barbarie del potere criminale. Ha annullato con un gesto la menzogna con cui la ‘ndrangheta si autocelebra come società d’onore e di difesa di deboli, poveri, e come distributrice di giustizia, lavoro e pace sociale.
Qualcuno potrebbe credere che sia naturale e scontato per la Chiesa ricordare un bambino ammazzato e bruciato, e denunciare i colpevoli. Ma purtroppo non è così. Ecco cosa disse il parroco di Cassano, don Silvio Renne, qualche tempo fa in un’intervista a Niccolò Zancan: «Ancora Cocò? È una storia chiusa. Abbiamo fatto il funerale. Io non sono un investigatore. Non spetta a me dire chi è stato. E poi è ancora tutto da dimostrare se c’entra la droga o la ‘ndrangheta…».
Per Papa Francesco non è storia chiusa e non teme di dire che i colpevoli sono i mafiosi. Tenere fuori dalla cristianità gli affiliati, dichiararlo in Calabria è atto di coraggio, non è scelta retorica, non è disquisizione teologica. La scomunica è parola smarrita nel tempo, pena del diritto canonico che ha perduto il senso drammatico e spesso persecutorio che ha avuto dal IV secolo sino alla fine dello Stato della Chiesa. Ma oggi diventa invece il gesto più fortemente simbolico possibile per estromettere dalla cristianità le organizzazioni mafiose, per tagliare i legami che tante volte hanno stretto con le parrocchie locali. Le parole del Papa tuonano come dichiarazione finale, e denunciano senza scampo la menzogna dei mafiosi che si autoproclamano cattolici e fedelissimi alla Chiesa di Roma. Anche Giovanni Paolo II aveva pronunciato — il 9 maggio del 1993 ad Agrigento — un attacco durissimo alla mafia: «Convertitevi, verrà il giudizio di Dio». Due mesi dopo i corleonesi misero una bomba a San Giovanni in Laterano.
Ma poi l’impegno antimafia dei vertici ecclesiastici sembrò affievolirsi delegando tutto ai preti definiti di “frontiera” o di “strada” a seconda della moda giornalistica.
Ora, invece, se la Chiesa vuole essere conseguente e non ripetere gli errori del passato, deve far seguire a questa scomunica una serie di comportamenti fondamentali, come il rifiuto delle donazioni dei mafiosi; l’allontanamento dopo accertamenti e condanne dei preti considerati conniventi; la creazione di una commissione antimafia in seno alla Chiesa che possa vagliare indipendentemente dalle autorità di polizia il rapporto, l’estensione della scomunica ai politici, imprenditori che si considerano cattolici e che hanno relazioni con le organizzazioni criminali.
La scomunica è un’arma potente perché nella logica abnorme della narrazione mafiosa il legame con la religione è fondante: c’è tutta una ritualità distorta che regola la cultura delle cosche. L’affiliazione alla ‘ndrangheta avviene attraverso la «santina», l’effigie di un santo su carta, con una preghiera. San Michele Arcangelo è il santo che protegge le ‘ndrine: sulla sua figura si fa colare il sangue dell’affiliato nel rito dell’iniziazione. La dirigenza gerarchica massima della ndrangheta è definita “santa” al cui interno un grado superiore si chiama “vangelo”.
Il potere è considerato un ordine provvidenziale: anche uccidere diventa un atto giusto e necessario, che Dio perdonerà, se la vittima mette a rischio la tranquillità, la pace, la sicurezza della “famiglia”. La Madonna viene vista come la mediatrice
tra l’uomo costretto al peccato e suo figlio Gesù che attraverso di lei comprende che quell’effrazione è stata fatta a fin di bene, in una mondo di peccati ed ingiustizie. I sacramenti stessi sono usati per consolidare i legami mafiosi. In passato, quando nasceva un maschio, il giorno del battesimo gli veniva messo accanto un coltello e una chiave: se il bambino toccava il coltello era destinato all’“onore” se toccava la chiave a diventare sbirro. Ovviamente la chiave veniva sempre messa distante.
Tra i motivi che portarono alla morte di don Peppino Diana ci fu la sua acerrima lotta ai clan che volevano sfruttare i sacramenti come viatici alla cultura camorrista. La ‘ndrangheta è struttura completamente permeata dalla cultura cattolica. A Polsi il 2 settembre al santuario della Madonna in Aspromonte i capi si riunivano mischiandosi ai fedeli per dare nuove investiture e costruire alleanze, siglare patti. Non a caso l’”albero della scienza” metafora della struttura ndranghetista si trova proprio vicino al santuario.
Le storie di intreccio tra chiesa e ‘ndrangheta sono moltissime. Le chiese sono state usate come territorio di negoziato fra i clan: durante una messa nel 1987 la vedova del capo assoluto degli “arcoti” Paolo De Stefano, ammazzato dal “nano feroce” Antonino Imerti, chiese la fine di una delle faide più cruenti della storia criminale internazionale. Ci sono stati sacerdoti accusati di complicità: come Don Nuccio Cannizzaro, parroco di Condera accusato dall’antimafia di falsa testimonianza a difesa del sistema ndranghetista dei Crucitti e Lo Giudice. O don Salvatore Santaguida prete di Vibo Valentina accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.
Nel 2009 la famiglia Condello è persino riuscita ad ottenere la lettura delle parole di felicitazione di Benedetto XVI trasmesse nella cattedrale di Reggio Calabria da don Roberto Lodetti, parroco di Archi, agli sposi Caterina Condello e Daniele Ionetti: la prima, figlia di Pasquale; il secondo, il figlio di Alfredo Ionetti, ritenuto il tesoriere della cosca. La prassi vuole che quando gli sposi desiderano ricevere un telegramma o una pergamena del Papa, ne facciano richiesta al parroco o ad un prete di loro conoscenza, il quale trasmette la richiesta all’ufficio matrimoni della Curia. Desta scandalo il via libera dato dalla Curia reggina per le nozze in cattedrale di due rampolli di una potentissima ‘ndrina calabrese. Difficile credere che non si sia prestata attenzione ai cognomi dei due sposi. Anche perché Caterina Condello e Daniele Ionetti sono cugini di primo grado e il diritto canonico (art. 1091) consente un matrimonio tra consanguinei solo con motivata dispensa richiesta dal parroco e sottoscritta dal vescovo.
La chiesa che ha portato il Papa a pronunciare queste parole non è solo la chiesa dei martiri, ma la chiesa di tutti quei preti che in territori difficilissimi e tormentati rappresentano l’unica via possibile al diritto, l’unica strada alla dignità laddove lo stato spesso è solo manette e sequestri di beni, dove non c’è alternativa tra emigrare o vivere nella totale disoccupazione. In Calabria don Giovanni Ladiana e don Giacomo Panizza sono tra gli esempio di chiesa che si fa prassi di resistenza, non semplice simbolo antimafia, ma creazione di una via possibile al diritto al conforto, alla condivisione, al futuro.
Questa scomunica è solo l’inizio di un percorso che potrà risultare epocale.

da la Repubblica