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"Decreto sviluppo, il no ai deputati da parte di precari e studenti", da La Tecnica della Scuola

Decreto sviluppo, il no ai deputati da parte di precari e studenti
Le critiche al Dl n.70/2011 espresse durante le audizioni del 31 maggio. Forti critiche dei Cip alle norme che bloccano i neo-assunti per 5 anni e sulla nuova cadenza triennale delle graduatorie: basta livore verso chi opera nella scuola statale. Le associazioni studentesche puntano il dito contro la Fondazione per il merito. Ora i deputati della Camera non potranno certo dire che le decisioni prese dal Governo sul fronte dell’istruzione sono chieste in primis dalla “base” del mondo scolastico: il 31 maggio alcune delegazioni dei precari e degli studenti hanno infatti esposto a chiare lettere tutte le loro perplessità su un impianto riformatore, ribadito con il recente Decreto Legge n.70 del 13/05/2011, più noto come “decreto sviluppo”, contenente un lungo articolo, il 9, interamente dedicato alla scuola, troppo incentrato sul risparmio delle spese e praticamente assente sul lato didattico-pedagogico. I Cip, in particolare, hanno consegnato un documento, attraverso cui esprimono “una serie di circostanziate riserve, osservazioni e proposte”. Per quanto riguarda la parte del provvedimento più a loro vicina, quella del personale docente precario, hanno spiegato che “le disposizioni non garantiscano né l’attesa assunzione a tempo indeterminato né la auspicata continuità didattica e men che mai l’innalzamento dello standard di qualità dell’offerta scolastica statale”.
Entrando nello specifico, i Comitati insegnanti precari “ritengono che lo slittamento al 31 agosto non assicurerà il corretto avvio dell’anno scolastico e arrecherà ulteriore disagio a quanti, in attesa di nuova nomina o mobilità, sono per questo costretti a cambiare sede di lavoro e, spesso, anche domicilio”. Negativo anche il giudizio sulla nuova cadenza triennale di rinnovo delle graduatorie ad esaurimento: ritengono l’aumento di un anno “penalizzante e, in certe situazioni, eccessivamente vincolante, specie in relazione alla scelta di una solo provincia che ha, di fatto, reintrodotto la disciplina vigente nel 2007”. Critiche pure al comma 21 della Legge 70: quello che impone ai neoimmessi in ruolo una permanenza di 5 anni nella provincia di titolarità e il divieto di avvalersi, per lo stesso periodo, dell’assegnazione provvisoria. I Cip tagliano corto: “la restrizione non serve a garantire la continuità didattica ma a scoraggiare lo spostamento in altra provincia. Tant’è che il vincolo non riguarda la cattedra ricoperta ma la provincia. Ciò sottintende che l’amministrazione ha facoltà di dirottare il docente su qualunque posto disponibile, mentre il lavoratore sarebbe confinato in quella provincia, quali che siano le sue legittime aspettative personali, familiari e professionali”.
La “ricetta” dei precari per ridare dignità e incisività all’istituzione scolastica, oltre che “decoro e sicurezza a chi vi lavora”, è quindi quella di cambiare approccio verso la pubblica amministrazione: “occorre che sia indenne dal livore e non sia spinta da belluina furia distruttiva verso la scuola statale e, men che mai dall’accanimento preconcetto nei confronti della categoria degli insegnanti, precari e non”.
A chiedere un cambiamento di rotta sono anche gli studenti, che dopo aver ricordato il nuovo taglio di 23 milioni di euro al fondo per il diritto allo studio, si sono scagliati sui fondi che il Governo dirotterà nei confronti dei più bravi attraverso la costituzione della Fondazione per il merito: “ci avevano promesso – ha detto al termine dell’audizione Michele Orezzi, il nuovo coordinatore nazionale Udu – che il fondo per il merito non avrebbe avuto finanziamenti pubblici ma avrebbe attinto solo da fondi privati, invece metà dei fondi per il diritto allo studio previsti per l’anno prossimo vengono destinati proprio a questo. Ma il vero merito è andare a colmare il divario delle differenze sociali ed economiche tra gli studenti”.
Anche Luca Spadon, portavoce nazionale Link, ha contestato “la volontà del Governo di costituire una Fondazione di diritto privato che dovrebbe in futuro basare il proprio funzionamento su capitali privati”. Inoltre, ha chiesto di eliminare “la possibilità per le Regioni di vincolare un 10% delle borse di studio ai residenti nella stessa”, come già indicato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che aveva sollevato profili di incostituzionalità: “ci sembra molto grave che il Governo continui a portare avanti posizioni contrarie all’articolo 34 della costituzione e che andranno a creare disparità tra gli studenti. Un domani uno studente pugliese venuto a studiare in Piemonte – ha concluso il rappresentante Link – potrebbe vedersi negata la borsa di studio pur avendo diritto per il solo fatto di non essere piemontese”.

da La Tecnica della Scuola 01.06.11

"L´ottimismo dell´intelligenza", di Barbara Spinelli

Se non ci fossero state persone come Giuliano Pisapia e Luigi de Magistris, nelle due città malate d´Italia che sono Milano e Napoli, probabilmente non avremmo assistito in diretta alle fine politica di Berlusconi e della sua inaudita magia.
Molti elementi hanno contato, e tra questi sicuramente la coalizione divenuta un garbuglio, la cocciuta scommessa di Gianfranco Fini su una nuova destra legalitaria, la smisurata insipienza di un premier che s´aggrappa follemente a Barack Obama come Michele Sindona s´aggrappò negli anni ´70 agli amici americani.
Ma il vento più impetuoso viene da altrove, viene da dentro gli animi, è una forza che ha travolto tutti i copioni consueti. Eravamo abituati a dire, con Gramsci, che quel che urge è il pessimismo della ragione e l´ottimismo della volontà. Non è vero. Quel che ha vinto, a Milano e Napoli, è l´ottimismo della ragione: lo sguardo chiaro, veggente, sui tanti segnali degli ultimi anni. Il non possumus di Fini, le onde viola, la manifestazione delle donne il 13 febbraio, irradiatasi da Internet come virus (“Bastava non votarlo”, diceva un cartello: è stato preso sul serio). Qualche giorno dopo, al festival di San Remo, il televoto scelse Roberto Vecchioni e anche quello fu un segno.
Alle nostre spalle, ci sono tanti sassolini bianchi che hanno finito col mostrare la via, come nella fiaba di Grimm. Li abbiamo messi noi, cittadini-elettori. Il castello che sembrava granitico, è il popolo sovrano che l´abbatte; lo stesso popolo che il premier usa per affermare un potere illimitato. Un´immensa e tranquilla fiducia di potercela fare, un´intelligenza-conoscenza dell´Italia reale, una voglia di provare alleanze interamente centrate sull´etica pubblica e la legalità, un´estraneità profonda ai partiti dell´opposizione, alle loro élite: questi gli ingredienti che hanno fatto lievitare il pane che abbiamo mangiato lunedì. E il senso che sì, più di Gramsci valeva Pessoa: «Tutto vale la pena, se l´anima non è piccola». Chi ha ottimismo della volontà, lasciando che la ragione si deprima e inebetisca, altro non gli resta che la volontà di potenza.
L´ottimismo dell´intelligenza apre lo sguardo ai segni – rendendo visibile l´invisibile – entra in sintonia con le mutazioni di una società, resuscita parole diradatesi per malinconia. È possibile ricostruire una Milano accogliente, capitale morale. È possibile strappare il Sud a mafia, ‘ndrangheta, camorra, corona unita, cominciando dalla città-Babilonia che è Napoli. Non ci fa paura la paura. Luigi Bersani ha avuto la saggezza (dopo due sconfitte dei candidati Pd: alle primarie milanesi e nel primo turno a Napoli) di presentire che questa primavera italiana lui doveva assecondarla, aiutarla. Come scrive nel suo blog Pietro Ancona, già segretario della Cgil, Bersani s´è mostrato capace di buon senso: «Ha preferito vincere senza essere il protagonista principale, piuttosto che perdere essendolo». Anche questo è ottimismo dell´intelligenza.
Non siamo più invischiati in un Pd che corre da solo, che fa cadere Prodi presumendo di liberarsi della zavorra di Antonio Di Pietro o della sinistra radicale. Che per anni ha avuto come scopo essenziale quello di esser battezzato «riformista» dal finto sacerdote Berlusconi. Pisapia, Vendola, De Magistris guardano al potere senza più complessi: aspirano a prenderlo, con fiducia in sé, nel proprio ragionare, negli elettori. Gli stessi vizi della sinistra radicale (la riluttanza a governare, a pagare il prezzo che questo comporta) si fanno obsoleti e inutili.
Crederci, non crederci: questo era il dilemma, se parafrasiamo Amleto. «Se sia più nobile sopportare gli oltraggi, i sassi, i dardi dell´iniqua fortuna, o prender l´armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli». Sulla bilancia è stata la forza trasformatrice della verità a pesare: forza malinconica forse – disvelatrice di fatti e misfatti – ma non pessimista. I veri giustizialisti sono stati in questi anni coloro che più esecravano i magistrati. Fino a quando non si è condannati in terzo grado, tutto è permesso: gli insulti, le più immorali condotte pubbliche. Gli elettori delle amministrative restituiscono alla politica la sua vera ambizione: quella di agire e correggersi prima che intervenga il magistrato. Quella di non contar frottole, quando la crisi infuria.
C´è infine la crisi, che cambia il vento: un po´ come in America quando vinse Obama. I candidati dell´opposizione non si sono accontentati più di dire: «Noi italiani siamo fatti così, c´è poco da fare». C´è invece, a cominciare da sé. Basta legger con cura i dati Istat sull´economia che barcolla, e la chimera dell´Italia immunizzata evapora. Basta scoprire come l´economia di intere regioni stagni, perché pervasa dall´illegalità, dallo sprezzo dello Stato. È molto significativo che a Napoli sia un uomo di legge («malato di protagonismo», dicevano le sinistre fino a poco tempo fa) ad aver conquistato uno straordinario 65,4 per cento. Tutto quello che sappiamo dei disastri economici causati dalle mafie, o del peso ricattatorio esercitato a Napoli e Roma da persone come Cosentino, gli ottimisti dell´intelligenza l´hanno appreso da indagini giudiziarie preziose. I magistrati sono per Berlusconi brigatisti, cancri, uomini antropologicamente diversi. Ora è antropologicamente diversa gran parte d´Italia. Sarà interessante vedere se anch´essa sarà insultata: come la Consulta, la Costituzione, il Quirinale, la magistratura, l´informazione indipendente.
Nel berlusconiano impero dei segni, tanti s´erano installati: vassalli riottosi, ma pur sempre vassalli. Anche il Pd, quando faceva mancare i propri voti alla Camera; anche Casini, quando approvava la legge liberticida sul fine vita. Scoraggiamento e pessimismo li inchiodavano dov´erano. Un´altra Italia ha fatto scoppiare la bolla dei segni, con la spilla dei buoni argomenti, la mitezza dei candidati, anche con lo scherno: c´è stato un momento, fra i due turni, in cui ha fatto irruzione l´ironia e il banco di Berlusconi è saltato. È stato quando un utente twitter ha lanciato un appello alla Moratti: «Il quartiere Sucate dice no alla moschea abusiva in via Giandomenico Puppa! Sindaco rispondi!”. Al che il sindaco: «Nessuna tolleranza per le moschee abusive!». Era una bufala, né Sucate né Puppa esistono. Così come non esistono l´Italia berlusconiana, gli annunci miracolosi del premier. Un´esilarante fandonia ha scacciato la fandonia sempre meno allegra, sempre più cupa, del leader.
Prima o poi la ribellione doveva venire, connettersi al mondo reale. Un mondo dove i giovani, stando all´Istat, sono derubati di futuro: con tassi di disoccupazione superiori di 3,7 punti rispetto alla media europea; con un´emigrazione all´estero in aumento, perché il merito da noi non conta più. Quasi la metà dei giovani occupati è precaria. Quasi un quarto è Neet (acronimo inglese di Not in Education, Employment or Training).
Ora si tratta di vedere cosa l´opposizione farà: come costruirà, dopo aver distrutto. Come si mobiliterà per il referendum su acqua, legittimo impedimento (legalità), nucleare. È un´impresa colossale, dopo anni di crisi negata. Il 24 maggio, la Corte dei Conti ha ammonito: per raggiungere un rapporto fra debito pubblico e Pil pari al 60% (per evitare la bancarotta greca, come chiesto dall´Europa), l´Italia dovrà ridurre il debito del 3% all´anno, pari oggi a circa 46 miliardi.
Per Berlusconi, è missione impossibile: a causa del governo infermo, e del populismo. Ma sinistra e altri oppositori ne sono capaci, dopo aver sostenuto in questi anni che Prodi cadde per colpa del rigore? Sono capaci di dire che le tasse non vanno diminuite, che nell´economia-mondo la crescita sarà debole, i sacrifici non comprimibili, l´equità tanto più indispensabile? La strada è impervia. Ma l´Italia forse ascolta oggi parole di verità, se chi le dice avrà l´ottimismo dell´intelligenza, oltre a quello della volontà.

La Repubblica 01.06.11

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“In fila per salutare il capo dello Stato Berlusconi snobbato al ricevimento”, di Liana Milella

E i leader pd esultano: “Che goduria certe facce”. Scherzano Alfano e il capo di Anm Palamara: “Ci sfideremo a una partita di calcio”. In ottocento per stringere la mano a Napolitano, poche signore attorno al premier. Nella grande festa di Napolitano ora lui è costretto a giocare la parte della comparsa. Non gli si addice, non è abituato. È già fosco quando entra, volutamente, dall´ingresso meno accorsato, quello che da via XX settembre dà direttamente sui giardini del Quirinale. Lo vedi subito se Berlusconi è di cattivo umore – e ieri il suo era davvero pessimo – perché incassa più del solito la testa nelle spalle, cammina senza guardare nessuno, quasi corre. Tant´è che, tra alte siepi, compie le decine di metri che lo separano dalla palazzina del presidente d´un balzo. Resta lì dentro, dove ci sono già Napolitano, Fini, Schifani, solo pochissimi minuti. Poi eccolo fuori, già in un angolo. E lì resterà per 90 minuti, quelli che trascorre sul Colle. Niente passeggiata tra le aiuole, a stringer mani e distribuire sorrisi, come aveva fatto l´anno scorso. I vincitori – Bersani, D´Alema, Veltroni, Prodi, la Finocchiaro, Fassino, Franceschini, Renzi, Bertinotti con Lella – non li vuole neppure sfiorare. Scende i gradini della palazzina per una sola stretta di mano, quella al capo della banda musicale. Quando risale si guarda bene dal mettersi al centro, dove c´è Gianfranco Fini, con compagna e figlia tutte e due in rosso. Elisabetta Tulliani stringe la mano di Carolina, il padre la accarezza e canta visibilmente tutto l´inno di Mameli. Berlusconi neppure applaude.
Ma il peggio deve ancora venire. Si materializza di lì a poco. Quando il premier, mai lasciato da Gianni Letta, parla con il deputato europeo Mario Mauro. In quei tre o quattro minuti si forma una fila lunghissima per salutare Napolitano e la moglie Clio. Per lui, invece, tre o quattro persone. Attempate signore dai tacchi vertiginosi. Stimano le fonti ufficiose del Colle che a stringere la mano del presidente siano state alcune centinaia di persone. Chi butta lì addirittura 800. È la cifra di una coda che dura quasi due ore. Napolitano, a un certo punto, è costretto perfino a sedersi.
Questo succede quando la sinistra sbaraglia il campo e vince. Berlusconi confonde le acque, per due volte parla a lungo con i giornalisti, butta sui candidati la colpa della sconfitta. Annuncia le riforme, ma singolarmente tace sulla giustizia. Davanti ha decine di toghe, tutti quelli del Csm con il vice presidente Michele Vietti, quei «comunisti» della Consulta, e poi Luca Palamara, il battagliero presidente dell´Anm, anche lui in fila per Napolitano con cui parla per vari minuti («Che ci siamo detti? Ovviamente top secret»). Potrebbe rilanciarla la sua vendetta sulle toghe. Invece sfuma, quando glielo si chiede risponde distratto con un «ma sì, la faremo, è già in Parlamento». Come mormorano nel suo staff, in queste ore, è grande la preoccupazione per la sentenza sul lodo Mondadori. Se ne va, senza aver rivolto la parola a Tremonti.
Per un Berlusconi in ombra, la sinistra non nasconde il suo entusiasmo. A D´Alema strappano una battuta sul Cavaliere: «Errore di comunicazione sulle amministrative? Forse voleva dire che non gli hanno comunicato bene i risultati…». La Finocchiaro: «Hanno presso una mazzata? Io sono una ragazza di buon cuore e indulgente…». Franceschini: «Vedere le facce di quelli della destra oggi è davvero una soddisfazione».
In effetti hanno l´aria sbandata. Cicchitto con Gasparri. La Russa che evita accuratamente di incrociare il Guardasigilli Angelino Alfano. La moglie elegantissima al fianco, lui non perde il gusto della battuta. Si ferma con Palamara, gli fa i complimenti per la linea, lo sfida a una partita di calcio governo contro toghe. Poi, ironico: «Preparati, perché per due anni non faremo che parlare di riforma della giustizia».
La curiosità del party è quella sciarpa rossa di Gianni Pennacchi, lo scrittore che con Fli ha tentato la sfida di Latina. La porta quando arriva, se la tiene addosso fino alla fine. Per lui è la prima volta, non nasconde la commozione: «Quando hanno suonato l´inno mi sono commosso. Napolitano è un grande, saggio, autorevole presidente».

La Repubblica 01.0.11

"Disoccupazione in calo ad aprile ma scendono anche gli occupati", di Luciano Costanti

Un aprile in chiaroscuro perché se è vero che scende il tasso di disoccupazione è altrettanto vero che cala anche quello dell’occupazione. Al di là di numeri e percentuali forniti dall’Istat è questo il quadro del momento sul mercato del lavoro. Il nostro istituto di statistica dice che ad aprile il tasso di disoccupazione cala all’8,1% dall’8,3% di marzo, vale a dire -0,2 percentuali. Su base annua la diminuzione è di 0,6 punti. Il livello più basso dall’agosto del 2009. Il tasso di disoccupazione giovanile è sceso al 28,5% con una flessione congiunturale dell0 0,1%. Il dato più generale di aprile indica i disoccupati in poco più di due milioni, il 2,9% in meno rispetto a marzo (-60.000). Il tasso di disoccupazione maschile è al 7,3%, quello femminile al 9,1%. Variazioni minime che non mutano sostanzialmente il quadro,
Però sempre ad aprile (ed è questa l’altra faccia della medaglia) l’Istat conta anche 71.000 occupati in meno (-0,3%) rispetto a marzo. Numeri che fanno attestare il tasso di occupazione al 56,9% in calo dello 0,2% su base mensile e annua. Le due «voci», disoccupazione e occupazione, sono il risultato secondo i tecnici dell’Istituto, di una minore partecipazione al mercato del lavoro per oggettive per quanto diverse ragioni. Così si spiegherebbe anche il dato, probabilmente più preoccupante, che riguarda il fronte dei cosiddetti inattivi, cioè quelle persone collocate tra i 15 e i 64 anni, il cui numero è cresciuto di 152.000 unità pari al +1% rispetto al mese di marzo, portando il livello complessivo di inattività al 3,1%, 0,6 punti in più rispetto ad aprile del 2010 (+0,4 punti su marzo). Il che vuol dire che in un anno gli inattivi sono cresciuti di 302.000 unità, ovvero il 2%. Gli inattivi rientrano, infatti, in quella ampia schiera di coloro che non hanno un lavoro, non lo cercano o non sono disponibili ad iniziarlo subito. Un esercito di oltre 15 milioni. Secondo il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, «il saldo è sostanzialmente stabile: della ripresa beneficiano per ora i cassintegrati che vengono richiamati al lavoro mentre per i giovani bisogna alzare il livello di apprendimento». Per i sindacati il dato positivo sulla disoccupazione oscura quello preoccupante della crescita degli inattivi. «Un’autentica voragine», a giudizio della Cgil. Il livello di disoccupazione, calcolato però a maggio, cala in Germania al 7% contro il 7,3% di aprile mentre nella zona dell’euro, ad aprile, è rimasto stabile attestandosi al 9,9%.
Ancora l’Istat rileva che, secondo stime provvisorie, il tasso di inflazione a maggio è rimasto stabile al 2,6%, lo stesso livello registrato ad aprile, il dato più alto dal novembre del 2008, con un aumento dei prezzi al consumo dello 0,1%. L’inflazione acquisita per il 2011 è pari al 2,3%. La stabilità risente della flessione congiunturale dei prezzi relativi a trasporti e ai beni non durevoli, controbilanciati dall’aumento dei prezzi dei generi alimentari e di quelli dei beni energetici regolamentati, come le tariffe del gas. I prezzi dei carburanti, dopo una lunga serie di aumenti, mostrano oscillazioni con la presenza di qualche segno meno. Quello della benzina è cresciuto dell’11,1% su base annua e dell’1,1% su base mensile. Quello del gasolio del 15,2%, ma meno rispetto al mese precedente (-18,9%).

Il Messaggero 01.06.11

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“Istat: meno disoccupati ma 70 mila posti bruciati”, di SANDRA RICCIO

Ad aprile è calato il numero di lavoratori a spasso, con il tasso di disoccupazione che è scesco all’8,1%, livello che non si raggiungeva dall’agosto del 2009, ovvero da quasi due anni. Il termometro dell’Istat, però, segna anche una riduzione del numero degli occupati, con oltre 70 mila posti bruciati in un mese e un un forte aumento degli inattivi, coloro non lavorano e non cercano neppure un posto. Sempre ad aprile nell’Eurozona il tasso di disoccupazione è rimasto stabile, appena sotto il 10% (9,9%), mentre nell’Unione europea ha fatto registrare un lieve calo (9,4%). L’Italia, quindi, riesce a mantenersi sotto la soglia media del Vecchio continente, ma ciò non è più vero se si guarda ai giovani: anche se la quota di chi è alla ricerca di un impiego cala al 28,5%, la percentuale è comunque tra le più alte d’Europa.

Intanto alza le sue perfomance la Germania, che a maggio vede scendere il tasso di disoccupazione al 7% (dato destagionalizzato), il valore più basso dalla riunificazione. Analizzando più da vicino le stime dell’Istat ad aprile si contano poco più di 2 milioni di disoccupati, 60 mila in meno (-2,9% su base mensile, -7,6% su base annua). Una quota in calo di 0,2 punti rispetto a marzo e di 0,6 a confronto con aprile 2010. Le riduzioni hanno interessato sia le donne, che vedono scendere il tasso al 9,1%, che gli uomini (7,3%). L’Istituto fa, tuttavia, notare che la flessione congiunturale delle persone alla ricerca di un posto si accompagna al calo degli occupati, in diminuzione di 71 mila unità (-0,3%) su marzo. Non stupisce, quindi che il tasso di occupazione sia tornato sotto la soglia del 57%. Insomma, spiega l’Istat, si è ridotta la partecipazione al mercato del lavoro, con una conseguente crescita del numero degli inattivi, che ad aprile superano i 15 milioni di persone (sopratutto donne, 9,719 milioni). In un mese la schiera si è allargata di oltre 150 mila unità (+1%) e di oltre 300 se si fa il confronto con un anno fa (+2%). E il tasso di inattività, che in Italia è già tra i più alti d’Europa, sale al 38,1%, il livello più alto da agosto 2010.

Per il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, il quadro che emerge dai dati dell’Istat «consegna un saldo sostanzialmente stabile». Più preoccupati i commenti dei sindacati, secondo la Cgil aprile segna «una vera e propria voragine di occupati», mentre la Cisl esprime timori per la crescita degli inattivi, sulla stessa linea anche la Uil e l’Ugl.

La Stampa 01.06.11

"Le prediche utili al governo che verrà", di Massimo Giannini

Leggi le «Prediche Inutili» di Mario Draghi, e capisci subito con quale spirito il presidente del Consiglio e il ministro del Tesoro devono aver accolto il via libera dell´establishment di Eurolandia alla candidatura del nostro governatore alla Bce. Orgoglio: Draghi all´Eurotower è un modo per affermare un interesse nazionale finora poco riconosciuto. Ma anche pregiudizio: Draghi all´Eurotower è un modo per neutralizzare un potenziale competitore politico finora molto temuto. Le ultime «Considerazioni finali» sono un manifesto in cui si fondono al meglio la cultura liberale e l´economia sociale di mercato. Tutto quello che il thatcheriano Berlusconi e il colbertiano Tremonti avevano promesso e non hanno saputo dare all´Italia. «Tornare alla crescita». L´imperativo categorico che aprì l´era Draghi a Palazzo Koch nel marzo del 2006 è lo stesso che la chiude in questo maggio 2011. Anni di analisi, di esortazioni, di proposte, per rimettere l´Italia in condizioni di produrre ricchezza, e di redistribuirla equamente tra imprese e famiglie.
Anni a invocare «riforme strutturali» nei settori chiave dello sviluppo, dal fisco al mercato del lavoro, dalla concorrenza alle pubbliche amministrazioni. Anni in cui la politica non ha ascoltato, ha imbrogliato le carte, ha fatto finta di non vedere. Anni che vedono l´Italia in affanno sulla media europea in tutti gli indicatori, dal Prodotto lordo alla produttività, dagli investimenti esteri alle retribuzioni reali. Anni «inutili», appunto, che spingono Draghi a evocare le famose «prediche» di Einaudi e a rivolgere al governo la rampogna di Cavour sulla politica che non capisce che «le riforme compiute a tempo, invece di indebolire l´autorità, la rafforzano».
Draghi si congeda così, con un atto d´accusa elegante ma netto, rivolto a chi in questi anni doveva e poteva fare e non ha fatto. La mancata crescita è questione antica. Ma il quinquennio di cui parla il governatore, più che il governo Prodi (tarato da un programma elefantiaco e numeri inconsistenti) chiama in causa il governo Berlusconi (dotato di numeri stratosferici ma un programma inesistente). Un governo che non ha fatto riforme quand´era in luna di miele con gli italiani, e che ora li illude con altre chimere fuori tempo massimo, senza avere dalla sua né la politica né l´aritmetica. Un governo che dopo la disfatta elettorale rilancia a sproposito lo slogan «meno tasse per tutti», mentre si è impegnato con la Ue al pareggio di bilancio entro il 2014, senza sapere che questo impegno lo obbligherà a tagliare la spesa corrente di 5 punti percentuali nel prossimo triennio. Silvio e Giulio saranno anche contenti di essersi liberati del «fantasma» di Draghi. Ma dovrebbero spiegare ai cittadini su quali misure concrete e su quale base parlamentare intendono poggiare la prossima manovra da 40 miliardi. A occhio, la «stampella» dei responsabili sembra assai fragile allo scopo.
Sul piano della finanza pubblica, oggi l´Italia è un gigantesco ospedale, che somministra cure indiscriminate. Grazie a queste cure non siamo finiti come la Grecia, e almeno di questo il governatore dà atto a Tremonti. Ma per colpa di queste cure il Paese rischia di bruciare ricchezza per 2 punti di Pil nei prossimi tre anni. È l´esito dei famigerati «tagli lineari», che impediscono di «allocare risorse dove sono più necessarie». È quello che molti economisti, non solo in Banca d´Italia, ripetono da tempo. Ma è quello che il ministro del Tesoro si ostina a non ascoltare, e che Draghi gli rimprovera apertamente. Indicandogli persino un modello alternativo: la «spending review», cioè l´analisi capillare della spesa pubblica da rimodulare secondo voci specifiche e obiettivi mirati, per «conseguire miglioramenti capillari nell´organizzazione e nel funzionamento» di uffici, scuole, ospedali, tribunali. È il modello che Tommaso Padoa-Schioppa avviò nell´ultimo anno di governo dell´Unione, e che Tremonti ha smantellato subito dopo averlo sostituito a Via XX Settembre.
Sul piano dell´economia reale, oggi l´Italia è una gigantesca palude, con piccole eccellenze e un grande futuro dietro le spalle. Un Paese paralizzato dall´inazione dell´esecutivo e dalla rendita dei monopoli, dall´inefficienza delle amministrazioni e dalla resistenza delle corporazioni. Ma a chi imputare, se non soprattutto al governo in carica, i sette nodi che soffocano la crescita? La riforma della giustizia civile, il disastro della pubblica istruzione, la mancata liberalizzazione nei servizi, lo scandaloso ritardo nelle infrastrutture, il mercato del lavoro, l´occupazione femminile, le protezioni sociali. L´elenco di Draghi è impietoso, il responso dei numeri doloroso. L´«occorrismo», proprio dei moniti delle più autorevoli istituzioni repubblicane, è sempre in agguato: «occorre» far questo, «occorre» far quello. Ma è un fatto che non uno di questi nodi è stato sciolto, in questi anni. Semmai ulteriormente serrato. Ed ognuno di questi nodi è costato e costa punti di Prodotto lordo. Cioè ricchezza sprecata, posti di lavoro bruciati, investimenti sfumati.
«Quale Paese lasciamo ai nostri figli?», si chiede il governatore. Risanamento e modernizzazione sono sfide mancate, ma non ancora perdute. Ascolti Draghi e ti convinci che il declino non è un destino. Il ritorno a Cavour che dice «il risorgimento politico di una nazione non va mai disgiunto dal suo risorgimento economico» ti fa ben sperare. Anche se il governatore, ormai, ragiona più da tedesco che da italiano. Quando affronta i temi della crisi planetaria e della politica monetaria parla già da presidente della Bce, che ha come unica stella polare «la stabilità dei prezzi nel medio periodo» e che su tassi di interesse e liquidità non farà sconti a nessun governo. Eppure queste sue «Considerazioni finali», scandite prima del trasloco definitivo a Francoforte previsto per il prossimo autunno, stavolta risuonano tutt´altro che inutili. Insieme a quello di Draghi a Via Nazionale, altri cicli si stanno chiudendo in questo tribolato Paese. «Tornare alla crescita» è un programma eccellente, per il governo che verrà.

La Repubblica 01.06.11

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“Programma di governo in otto punti”, di LUIGI LA SPINA
Era l’ultima occasione. Ma era anche quella in cui il Governatore si sentiva più libero di parlare alla politica, perché non poteva più suscitare sospetti di una sua candidatura al governo del Paese. E Mario Draghi non se l’è fatta certo sfuggire.

Così, in attesa del suo trasferimento alla guida della Bce, la lettura delle sue «considerazioni finali» all’assemblea della Banca d’Italia gli è servita per tracciare un bilancio dei suoi cinque anni in via Nazionale, ma e soprattutto per lanciare un forte messaggio alla classe politica, a tutta la classe politica italiana.

La ricorrenza dei 150 anni dell’unità nazionale ha suggerito al Governatore una citazione di Cavour, significativa dell’indirizzo particolare che, quest’anno, ha voluto dare alla sua ultima relazione. Uno scritto nel quale lo statista piemontese lega la crescita dell’economia alla buona politica, quella delle riforme che «compiute a tempo, invece di indebolire l’autorità, la rafforzano». Draghi conserva una fiducia di fondo sul nostro Paese, perché osserva come la diagnosi sui problemi dell’economia sia sostanzialmente condivisa da tutti e la convinzione che non esistano terapie veramente alternative sia altrettanto unanime. Alla politica è mancato il coraggio di affrontare il vero nodo che soffoca la crescita: «gli intrecci di interessi corporativi che in più modi opprimono il Paese».

La ricetta che, ieri, il Governatore ha lasciato come una specie di testimonianza ereditaria della sua azione quinquennale alla Banca d’Italia si può sintetizzare con la rivendicazione, orgogliosa e ripetuta, di aver per primo insistito sulla necessità della crescita. Una «predica inutile» alla Einaudi, ha constatato con amarezza, perché su questo tema il giudizio di Draghi sull’azione del governo è spietato: si è fatto molto poco. E’ vero che Tremonti ha avuto il merito di salvaguardare i conti pubblici e l’amministrazione finanziaria ha lottato efficacemente contro l’evasione fiscale, ma senza riforme strutturali il sistema economico italiano non è in grado di affrontare la sfida della competitività internazionale.

L’indicazione di otto punti di intervento nelle politiche pubbliche lanciata da Draghi ieri costituisce, in realtà, un ottimo programma di governo. Dettagliato come il Governatore non si era mai spinto a suggerire e attento anche a misurare le riforme possibili alla luce della necessaria sorveglianza sui conti dello Stato. Anche per raggiungere l’obiettivo del pareggio di bilancio la sua ricetta è stata chiara e senza ipocrisie: è sbagliata la procedura di tagli uniformi su tutte le voci; meglio utilizzare il metodo selettivo già intrapreso dal compianto Padoa-Schioppa. Così come occorre che il federalismo fiscale non si traduca in una somma di nuovi tributi locali a quelli nazionali, che resterebbero invariati.

Se esplicita è stata l’agenda consegnata dal Governatore alla politica italiana, più criptico, ma altrettanto evidente, è stato il messaggio sulla credibilità, l’autorevolezza e il coraggio necessari per accogliere e realizzare questo programma. Draghi ha ricordato come, all’inizio degli Anni Novanta, la situazione del debito pubblico avesse messo l’Italia in condizioni ben peggiori di quelle attuali. Eppure, l’azione di uomini come Ciampi, a cui è stata riservata una passerella trionfale del tutto programmata in modo significativo, è stata all’altezza della gravità dei problemi.

Il richiamo all’ex governatore e Presidente emerito della Repubblica non è stato solo l’esemplificazione della necessaria qualità di una classe politica che sembra assai lontana da quel modello. Ma è servito anche a Draghi per lanciare a chi dovrà scegliere il nuovo Governatore un richiamo sull’opportunità di utilizzare le risorse interne della Banca d’Italia. Chiaro è apparso il suo insistere, proprio all’inizio del discorso, sui meriti «di competenza e di indipendenza» che fanno dell’istituzione un prezioso «consigliere autonomo, fidato, del Parlamento, del governo, dell’opinione pubblica». Così come il ribadire la necessità di preservare «una voce autorevole e senza interessi di parte». Una raccomandazione che è apparsa preoccupata. Speriamo che l’impressione sia sbagliata o che Draghi sia un po’ troppo diffidente. Meglio pensare e augurarci che sia stata del tutto inutile.

La Stampa 01.06.11

Draghi , sì alla manovra a giugno «Declino non è ineluttabile», di Paola Pica

Il governatore cita Einaudi: risorgimento politico insieme a risorgimento economico. Basta intrecci corporativi. L’Italia è un Paese con un’economia «insabbiata» ma non è sulla via di un «declino ineluttabile» e per questo deve concentrare gli sforzi per «tornare alla crescita». Nella ripresa bisogna crederci, poiché essa è legata solo in parte a fattori economici e anzi «dipende dalle istituzioni, dalla fiducia dei cittadini verso di esse, dalla condivisione di valori e speranze». È questo il messaggio di Mario Draghi, presidente designato della Bce, alla sua ultima relazione da governatore della Banca d’Italia.

L’ESORTAZIONE – «Ciò che può unire è più forte di ciò che divide» è l’esortazione del banchiere centrale che in chiusura delle Considerazioni finali lamenta di sentirsi un po’ come il suo «ben più illustre predecessore» Luigi Einaudi. «A distanza di 5 anni, quando si guarda a quanto poco di tutto ciò si sia tradotto in realtà – dice riferendosi alle riforme – viene in mente l’inutilità delle prediche». «Quale Paese lasceremo ai nostri figli?» si chiede Draghi. «E perché la politica non fa propria la frase di Cavour: “Le riforme compiute a tempo, invece di indebolire l’autorità, la rafforzano”»? Il governatore ricorda che in 150 anni «il nostro Paese ha compiuto grandi progressi nelle condizioni materiali di vita grazie alla laboriosità, all’ingegno, alla capacità di sacrificio» per poi affidarsi di nuovo alle parole del primo presidente del Consiglio: «Il risorgimento politico di una nazione non va mai disgiunto dal suo risorgimento economico».

INTERESSI CORPORATIVI – «Occorre sconfiggere gli intrecci di interessi corporativi che in più modi opprimono il Paese. È è questa una condizione essenziale per unire solidarietà e merito, equità e concorrenza, per assicurare una prospettiva di crescita al Paese». «La crescita di un’economia -spiega il governatore – non scaturisce solo da fattori economici. Dipende dalle istituzioni, dalla fiducia dei cittadini verso di esse, dalla condivisione di valori e di speranze. Gli stessi fattori – ha aggiunto – determinano il progresso di un paese.

SOTTOBRACCIO A CIAMPI – Il presidente emerito della Repubblica e governatore onorario della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, è arrivato all’assemblea annuale della banca d’Italia accompagnato dal governatore Mario Draghi e dal direttore generale Fabrizio Saccomanni. Nelle prime battute delle considerazioni finali , Draghi si è interrotto per salutare pubblicamente Ciampi e ringraziarlo della sua presenza. La platea a sua volta si è spesa in un lungo applauso.

LA MANOVRA – «Appropriati sono l’obiettivo di pareggio del bilancio nel 2014 e l’intenzione di anticipare a giugno la definizione della manovra correttiva per il 2013-14 – dice ancora il governatore nelle considerazioni finali – grazie alle riforme previdenziali avviate dalla metà degli anni Novanta, a un sistema bancario che non ha richiesto salvataggi, a una prudente gestione della spesa durante la crisi, lo sforzo che ci è richiesto è minore che in molti altri paesi avanzati». «Una manovra tempestiva, strutturale, credibile agli occhi degli investitori internazionali, potrebbe sostanzialmente limitare gli effetti negativi sul quadro macroeconomico».

LA RIDUZIONE DELLA SPESA – Non si possono ridurre gli investimento o aumentare le entrate. Va ridotta allora la spesa che serve alla gestione pubblica «di oltre il 5 per cento in termini reali nel triennio 2012-14, tornando, in rapporto al Pil, sul livello dell’inizio dello scorso decennio». Attenzione però: «non è consigliabile procedere a tagli uniformi in tutte le voci» perchè penalizzerebbe le amministrazioni virtuose e «inciderebbe sulla già debole ripresa dell’economia, fino a sottrarle circa due punti di Pil in 3 anni». Serve invece «un’accorta articolazione della manovra, basata su un esame di fondo del bilancio degli enti pubblici, voce per voce, commisurando gli stanziamenti agli obiettivi di oggi, indipendentemente dalla spesa del passato». È quello che i tecnici chiamano spending rewiev.

IL COSTO DELLE MANCATE RIFORME – «Occorre proseguire nella riforma del nostro sistema di istruzione, già in parte avviata, con l’obiettivo di innalzare i livelli di apprendimento, che sono tra i più bassi nel mondo occidentale anche a parità di spesa per studente». Secondo valutazioni dell’Ocse, «il distacco del sistema educativo italiano dalle migliori pratiche mondiali potrebbe implicare a lungo andare un minor tasso di crescita del pil fino a un punto percentuale». I ritardi della giustizia civile, tema che va affrontato «alla radice», fanno perdere al paese fino a un punto di Pil all’anno.

IL PESO DEL FISCO – La riduzione del peso fiscale sulle imprese e il lavoro è un passaggio fondamentale per favorire la ripresa. «Andrebbero ridotte in misura significativa le aliquote, elevate, sui redditi dei lavoratori e delle imprese, compensando il minor gettito con ulteriori recuperi di evasione fiscale, in aggiunta a quelli, veramente apprezzabili, che l’amministrazione fiscale ha recentemente conseguito», sostiene Draghi. «Per incentivare il ricorso al capitale di rischio – aggiunge Draghi – andrebbe ridotto, nel quadro di una complessiva ricomposizione del bilancio pubblico, il carico fiscale sulla parte dei profitti ascrivibile alla remunerazione del capitale proprio».

L’OCCUPAZIONE FEMMINILE- Le donne trovano più difficilmente lavoro e guadagnano di meno, sottolinea Draghi che torna ancora una volta a dire come la scarsa partecipazione femminile sia «un fattore cruciale di debolezza del sistema». «Oggi il 60% dei laureati è formato da giovani donne – ricorda – conseguono il titolo in minor tempo dei loro colleghi maschi, con risultati in media migliori, sempre meno nelle tradizionali discipline umanistiche. Eppure – aggiunge – in Italia l’occupazione femminile è ferma al 46%, venti punti in meno di quella maschile, è più bassa che in quasi tutti i Paesi europei soprattutto nelle posizioni più elevate e per le donne con figli; e le retribuzioni sono, a parità di istruzione ed esperienza, inferiori del 10% a quella maschili».
Andrea Beltratti presidente del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo
Andrea Beltratti presidente del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo

BANCHE E REGOLE – «La protezione del cliente della banca è un dato di civiltà» e un elemento cruciale per la credibilità e la fiducia nel sistema, ricorda il governatore. «In Italia on vi è stata una crisi bancaria, tuttavia dobbiamo ora rivedere il quadro delle regole in linea con gli orientamenti internazionali lungo due direttrici: ampliare lo spettro delle misure di risoluzione delle crisi; dotare la Vigilanza della possibilità di rimuovere gli esponenti responsabili di condotte nocive alla sana e prudente gestione di una banca». Le Fondazioni, se ben gestite, possono restare nel capitale delle banche.
Nell’intervento tradizionalmente svolto dal rappresentante di Intesa Sanpaolo, primo azionista di Banca d’Italia, il presidente del consiglio di gestione Andrea Beltratti aveva sostenuto come «il recente rafforzamento patrimoniale attuato da alcune banche italiane, incoraggiato dalla Banca d’Italia, è un esempio di manovra che previene le difficoltà e crea esternalità positive per l’economia nel suo complesso. Le banche italiane maggiormente capitalizzate – ha sottolineato Beltratti – sono in posizione di forza anche grazie al loro modello particolarmente prudente di business».

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Amministrative, Baruffi: “La Caporetto del centrodestra”

Il dato che emerge dalle prime analisi del voto a Modena e nel resto d’Italia. Analisi del voto e referendum. Questi i temi al centro della direzione del Pd convocata per domani, mercoledì primo giugno, alle 20.45 nella sala C di palazzo Europa. All’analisi del voto e dei flussi elettorali il Pd modenese intende dedicare anche un seminario di approfondimento, che si terrà nei prossimi giorni, dopo la tornata referendaria. Intanto però emergono le prime indicazioni di una tornata elettorale che ha segnato, a parere unanime dei commentatori, una durissima sconfitta del centrodestra e del presidente del Consiglio.

“In Emilia-Romagna e a Modena – spiega il segretario provinciale del Pd Davide Baruffi – mediamente vinciamo e vinciamo bene, anche in realtà che parevano inespugnabili come Cento o molto complicate per la gestione passata (penso a Bologna ma anche a Finale Emilia). Le sfide che avevamo di fronte nei 6 comuni andati al voto in provincia di Modena erano difficili, in alcuni casi difficilissime: avendo a riferimento le regionali dell’anno passato, noi eravamo tecnicamente minoranza o sul filo in tutti i comuni. Cinque anni fa riportammo un risultato eclatante, vincendo in 5 di quei 6 municipi, ma eravamo dentro un altro ciclo politico, quello che portò alla vittoria di Prodi e dell’Unione”.

In questa tornata elettorale il centrosinistra ha conservato 4 di quei 5 comuni, a partire da Pavullo e da Finale, i due centri maggiori e gli obiettivi dichiarati della destra, che non ha lesinato risorse in questa campagna elettorale. Anche a Zocca il centrosinistra ha vinto una battaglia che fino a qualche mese fa poteva apparire impossibile, a causa delle note vicende amministrative e giudiziarie che avevano segnato la precedente legislatura. Infine, Sestola: il sindaco Bonucchi ha raccolto il 75% dei consensi in un Comune dove alle elezioni politiche il centrodestra è sempre stato in netto vantaggio. Montefiorino ha confermato invece la sua fiducia al centrodestra, pur avendo recuperato il centrosinistra oltre 10 punti punti percentuali, mentre a Palagano ha vinto il candidato di una lista civica fuori dalle alleanze di centrosinistra e centrodestra.

Di particolare interesse i numeri di Finale, dove al ballottaggio di domenica e lunedì il candidato del centrosinistra Fernando Ferioli ha ottenuto il 54,2% dei consensi. Già al primo turno la flessione di Pdl e Lega era evidente: se il Pdl veniva infatti da un 27,9% del 2009, crollando poi alle regionali 2010 col 19,6%, oggi ha raccolto ancora meno, il 17,5%. La Lega alle europee aveva preso il 17,3% ed era cresciuta un anno dopo alle regionali (19,1%), mentre alle comunali si è fermata al 14%, perdendo 5 punti.

Viceversa, il Pd che aveva raccolto nel 2009 il 35,5%, era poi sceso nel 2010 al 32,3. Oggi torna a salire al 35,4%, nonostante la lista civica di Ferioli abbia raccolto quasi il 9%. Non diversamente le cose sono andate a Pavullo, dove il crollo dei consensi di Pdl e Lega appare ancor più marcato. Il Pdl ha infatti raccolto il 12% in meno rispetto al 2010, la Lega il 10% in meno.

“Altro che l’inarrestabile crescita del Pdl di cui favoleggiava ancora qualche giorno fa la Bertolini. E’ una débacle su tutta la linea – commenta Baruffi – una Caporetto a Modena come nel resto d’Italia. Anche per la Lega e per la sua campagna di “conquista dell’Emilia rossa” (come recitava il famoso documentario sulle camice verdi nella nostra regione) il tempo pare scaduto: perde consensi e non elegge alcun sindaco. E’ finito l’incantesimo del partito di lotta e di governo, attivissimo a parole sul territorio ma a Roma prono agli interessi del miliardario. Il nuovo film – conclude Baruffi – va quindi intitolato C’era una volta la Lega, come giustamente ama ripetere il presidente Vasco Errani”.

Pdl: "Riconoscimento ex combattenti Salò. Per loro contributi statali come per Anpi"

Le Associazioni degli ex combattenti della Repubblica sociale di Salò potrebbero avere lo stesso riconoscimento dell’Anpi e delle altre associazioni ex combattentistiche, ricevendo anche contributi statali: l’apertura è prevista da una proposta di legge del Pdl al voto della commissione Difesa della Camera. Ma è scontro con le opposizioni. La proposta di legge, di cui Gregorio Fontana è il primo firmatario, nasce dalla volontà di dotare le associazioni ex combattentistiche di una personalità giuridica, visto che tra l’altro ricevono dei fondi dal ministero della Difesa (tra il 2009 e il 2011 hanno ricevuto 1,5 milioni annui complessivamente). Il provvedimento stabilisce i requisiti perché queste associazioni ricevano il riconoscimento di Associazioni di interesse delle Forze Armate: tra i requisiti ci deve essere la loro apoliticità e che i loro statuti rispettino i principi di democrazia interna. I problemi cominciano perché la proposta assegna al Ministero un compito di vigilanza non solo sulla legittimità dei loro statuti, ma sulle attività stesse delle associazioni. E qui il centrosinistra vi ha visto la volontà di sottoporre a controllo l’Anpi, cioe’ l’Associazione nazionale partigiani.

Ma l’elemento deflagrante è l’apertura al riconoscimento delle associazioni dei combattenti di Salò. Il testo infatti prevede che possano essere riconosciute dal ministero tutte le associazioni di ex ”belligeranti”, senza limitazioni di sorta. Il braccio di ferro si è protratto nelle scorse sedute della Commissione Difesa, dopo che gli emendamenti delle opposizioni che correggevano questi elementi sono stati tutti bocciati. Per bloccare l’iter il Pd ha presentato oggi una propria proposta, a prima firma Antonello Giacomelli, che è stato abbinato al testo Fontana.

Questa proposta di legge prevede il riconoscimento solo per le associazioni di quanti sono stati ”legittimamente belligeranti”, il che escluderebbe i reduci della Repubblica sociale; in secondo luogo la vigilanza del Ministero non è sulle attività, ma unicamente sullo statuto delle Associazioni; infine le Associazioni sono sotto l’Alto patronato della Presidenza della Repubblica, per ”sottrarle alla maggioranza di turno”. ”Capisco che qualcuno possa dire – commenta Giacomelli – che l’omissione della dicitura ‘legittimamente belligeranti’ sia solo una dimenticanza, ma ultimamente queste coincidenza si moltiplicano: solo poche settimane fa era stata presentata proprio dal Pdl una proposta che abrogava il divieto di ricostituire il Partito fascista, ed oggi si strizza l’occhiolino ai reduci di Salò. Alla vigilia del 2 giugno è meglio mettere dei punti fermi”. “In una giornata come questa mancava la proposta di dare soldi ai reduci di Salò. Veramente qui dentro c’è chi lavora per il re di Prussia” è stato il commento del parlamentare del Pdl Franco De Luca, vicino alle posizioni del ministro Rotondi.

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