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"Il premier lasci, ormai è alla paralisi poi riforma elettorale o si vada al voto", intervista a Pier Luigi Bersani di Goffredo De Marchis

Bersani al Pantheon festa PD dopo i risultati dei ballottaggi. Sudato e quasi senza voce. Dopo la festa al Pantheon, Pier Luigi Bersani continua a godersi il successo del centrosinistra ricevendo telefonate nel suo ufficio. Si toglie anche qualche soddisfazione personale. «Ricordo le risatine che accompagnarono il mio pronostico, tre mesi fa. Pisapia vince facile, avevo detto. Com`è finita?». Difende le sue metafore prese in giro da Crozza: «Nei bar mi capiscono quando dico che un maiale non è fatto solo di prosciutti».

Cosa significa il suo appello al premier per l`apertura di una fase nuova ?
«Che Berlusconi si deve dimettere. E che il Parlamento cerchi, in una fase molto stretta di poche settimane, la soluzione di una nuova legge elettorale. Dopo di che si va a votare».

Il Cavaliere dice che andrà avanti.
«Lo farà affrontando una verifica parlamentare dove dovrà certificare il ribaltone che ha portato a una maggioranza Berlusconi-Scilipoti-Bossi e con la sentenza drammatica delle amministrative sulle spalle. Elezioni che dimostrano inequivocabilmente due cose: la fine della coalizione di governo e l`impotenza della sua azione. Ma ha un`altra strada: si dimette, prende atto del nuovo scenario che si apre e lascia alle Camere la valutazione su una legge elettorale del tutto diversa dall`attuale. Noi siamo disponibili a un esecutivo solo per fare la riforma».

C`è questo margine ?
«Ci può essere da parte di qualche forza una riflessione costruttiva».

Sta parlando della Lega ?
«Certo, della Lega. Ma non solo. Nel Pdl frantumato e diviso vedo aree che mostrano disagio per la legge Calderoli. Noi siamo pronti a parlare con tutti. Ma il grado di probabilità che si realizzi questo scenario non è molto alto».

Già dopo il primo turno lei aveva difeso il bipolarismo italiano. Siete pronti a interrompere l`inseguimento del Terzo polo ?
«In questa fase mi rifiuto di parlare di terzi poli, di primi e di secondi. Osservo che nel fondo del Paese si è consolidato un assetto bipolare. Il che non significa che non ci sia lo spazio per una qualche elasticità. La nostra proposta di alternativa, avanzata più di un anno fa, non mette barriere a una convergenza delle forze progressiste e moderate. E’ una carta che giocheremo al di là del gioco politicistico delle alleanze».

Un nuovo amo a Casini o un avvertimento ?
«Un polo che si definisce moderato ha già votato ampiamente per il cambiamento e ha bocciato l`estremismo e l`avarizia politica dell`altro campo. Non significa che sono meno moderati di prima ma che percepiscono la fase. Se stiamo al merito delle questioni democratiche e sociali abbiamo la possibilità di creare un messaggio molto ampio. Credo che tutto il centrosinistra comprenderà questa esigenza. Perché dobbiamo mettere le paratie?».

Come dire: se non viene Casini verranno i suoi elettori. E il centrosinistra si presenterà con Pd Sel eI dv.
«L`importante, nel malaugurato caso che non ci sia un allargamento, è il messaggio che diamo agli italiani. Io sto largo nella proposta che è la chiave per vincere. Poi ci pensano gli elettori a premiarti».

Un fatto è sicuro: le primarie sono indispensabili. Ora le invoca persino il Pdl.
«Sono molto contento degli apprezzamenti di Quagliariello e Ferrara. Diciamo che noi siamo molto avanti con il lavoro. Le primarie sono state uno strumento formidabile in queste amministrative, ci hanno dato una spinta enorme se penso a Torino, a Bologna, a Milano ma anche a centri minori come Cattolica per esempio. Detto questo, si capisce anche che le primarie di per sé non possono essere un automatismo».

E per la scelta del candidato premier ?
«La sequenza che ho in testa da tempo prevede tre step. Primo: un Pd che si carica delle sue responsabilità al servizio della coalizione. Secondo: un centrosinistra che fa un programma di 10 punti per il Paese e lo propone a un arco di forze più ampio. Terzo: il meccanismo per la scelta del leader. Non salteremo nessun passaggio».

Aveva auspicato un` inversione di tendenza. E invece ?
«Invece è molto di più. Il centrodestra è sotto una valanga. Non mi aspettavo che avremmo superato lo straordinario risultato del 2006. Allora le vittorie furono 55, oggi sono 66. L`Italia sta cambiando nel profondo. E non è fatta solo di grandi città ma anche di centri piccoli e medi. Nei bar di quei paesini capiscono se dico che il maiale non è fatto tutto di prosciutti».

Non rischiate di fare gli stessi errori del 2006 quando alla fine la vittoria arrivò per un pelo e l`esperienza di quel governo fu disastrosa?
«So bene le cose che dobbiamo correggere. Il punto fondamentale è una rigorosa proposta di governo con un programma esigibile. Senza questo, tanto vale riposarsi».

Il Pd è stretto tra la sinistra di Pisapia e il giustizialismo di De Magistris?
«Sopportiamo anche le chiacchiere sul Pd strattonato dagli estremismi. Abbiamo avuto in realtà grandi risultati al primo turno. Su 29 città e province il candidato del Pd ha vinto in 24 casi. Negli altri 5 il partito si è messo a disposizione dei candidati, a cominciare da Pisapia. Abbiamo indicato la strada e ci siamo messi al servizio della coalizione».

Pisapia le è più simpatico di De Magistris ?
«De Magistris spunta da una vicenda più turbolenta e meno lineare come quella di Napoli. La differenza tra i due è molto semplice: Pisapia ha partecipato alle primarie e noi abbiamo introiettato il criterio che chi le vinceva bene a tutti. Tuttavia siamo stati leali anche con il candidato di Napoli».

Prodi era sul palco con lei ieri. Può essere il vostro candidato al Colle ?
«Finchè c`è Napolitano, un grande presidente, non parlo del Quirinale se non per sbarrare la porta a Berlusconi. Non è in dubbio la mia stima per Prodi ma qui mi fermo».

E sulla corsa a Palazzo Chigi? Ha fatto qualche metro in più la sua candidatura ?
«La risposta è sempre la stessa: io ci sono ma non mi metto davanti al progetto».

La Repubblica 31.05.11

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Bersani al governo: deve dimettersi. Nuova legge elettorale. «Noi alla guida in 66 città sopra i 15 mila abitanti»
di R. R.

ROMA— «Noi ci rivolgiamo al governo: la maggioranza che vinse le elezioni, non c’è più; punto secondo, abbiamo un governo paralizzato. È abbastanza per dimettersi? Berlusconi si dimetta e non tenga in ostaggio il Paese. C’è una riscossa civile, un risveglio civico e democratico» . Pier Luigi Bersani, leader del Pd, esulta per i risultati ottenuti nel ballottaggio delle amministrative. Lo fa durante una conferenza stampa e poi in un comizio romano organizzato in piazza del Pantheon, dove viene raggiunto sul palco da Romano Prodi: che lo abbraccia e resta al suo fianco, raccogliendo dal pubblico una lunga standing ovation. Bersani evoca ripetutamente le dimissioni: «Un leader che vuol bene al suo Paese non può far finta di niente davanti a cose di questo genere» e «bisogna mandarlo a casa e guarire dalla malattia, espellere le tossine che ha messo in tanti anni» ; però il segretario Pd non chiede che si vada subito a votare: «Dopo le dimissioni — spiega — in un sistema democratico la strada maestra sono le elezioni… Noi siamo pronti a considerare percorsi che consentano una nuova legge elettorale» . Stretto fra la consapevolezza che in città come Milano e Napoli la vittoria è andata a candidati che il Pd non voleva, le istanze di una rinvigorita ala sinistra la volontà di tessere nuove alleanze, Bersani dunque frappone un «percorso» tra il successo appena riscosso e una conta nazionale. E per le alleanze i messaggi sono chiari: Bersani richiede al centrosinistra di aprirsi a chi «vuole andare oltre Berlusconi» . A partire dall’Udc. Ma con richiami espliciti alla Lega: «Avete visto i risultati di Gallarate, di Rho, di Novara o di Arcore? Di quale Nord state parlando? Il centrosinistra ora governa a Torino, Genova, Milano, Trieste, Pordenone, Bologna… Dove pensate di andare? Non potete continuare a reggere la sedia dell’imperatore. Nel popolo leghista è scattato un meccanismo: trovare un’altra strada» . Perché tra Pdl e Lega «il matrimonio è in crisi» . Certo il presente segnala vittoria: «Nel 2006, il momento più alto per il centrosinistra, vincemmo 55 città sopra i 15 mila abitanti. Oggi ne abbiamo 66» . E Massimo D’Alema festeggia la crescita del Pd bollando come «deficiente» chi afferma il contrario. Ma intanto il futuro resta in fondo a un percorso.

Il Corriere della Sera 31.05.11

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Abbiamo smacchiato il giaguaro. Ora costruiamo un sogno con le gambe e ventre aterra sui referendum
Bersani: “Ora il premier si arroccherà. Sarebbe un disastro, ma spero nella Lega. Un governo breve solo per la legge elettorale”
di Carlo Bertini

Berlusconi dovrebbe dimettersi, ma credo purtroppo che si arroccherà e sarà un disastro per il Paese»: mentre scappa verso la sua auto dopo aver festeggiato in piazza con Prodi, Bindi, D’Alema e Veltroni, Pier Luigi Bersani ha un filo di sudore che gli imperla un volto affaticato e illuminato però dal sorriso dei grandi momenti. Sì, perché sebbene già da sabato avesse dato disposizioni per prenotare il Pantheon, una «valanga» così non se l’aspettava, al punto di lasciarsi andare «per la prima volta» alla commozione nell’abbraccio col Professore sul palco. E ora cosa succederà, il premier salirà al Colle? «Non credo, ma bisognerà vedere cosa farà la Lega perché il colpo è stato forte. E per saperlo dovremo aspettare tre giorni, perché quei partiti lì devono sentire i segnali che gli arrivano dal ventre più profondo del loro mondo. Certo quello che è successo al Nord è sorprendente, una roba così non me l’aspettavo proprio, non ci speravo. E’ vero che sul Nord ci ho lavorato molto, ma adesso voglio fare lo stesso al Sud che ci ha dato dei dispiaceri e qualche soddisfazione». Ma per provare a dare la stoccata finale al premier, Bersani si butterà da oggi «ventre a terra» nella campagna sui referendum, ben sapendo che un altro colpo ferale potrebbe arrivare il 12 giugno se si raggiungesse il quorum sul no al legittimo impedimento.
E quindi anche se in piazza urla a Berlusconi «dimettiti, così non si può andare avanti», il leader Pd sa che la guerra non è ancora vinta e che questo risultato andrà gestito con estrema cautela, sgombrando il campo da soluzioni che fino a qualche mese fa potevano esser prese in considerazione, anche se con le pinze: «Se ci offrono qualche spiraglio per fare una nuova legge elettorale con un governo di brevissima durata, discutiamo, ma poi si deve andare subito al voto che è la strada maestra». Quindi non ci sono margini per governissimi o esecutivi di unità nazionale? «Dopo una vittoria così non se ne parla proprio», sbotta Bersani, consapevole che la gente in piazza e i suoi alleati della sinistra vogliono sentir parlare solo di elezioni senza subordinate. D’altronde lo stesso Veltroni non può fare a meno di commentare con un «bene, benissimo, e ora di là saranno investiti da uno tsunami devastante…». Dunque tutti i problemi aperti nel Pd, come la primazia dei due candidati di Sel e Idv nelle sfide cruciali, oggi sono accantonati e l’unità interna è garantita, almeno fino a nuovo ordine. E dando uno sguardo alle bandiere di Sel, Idv, Pd, Verdi e alle facce rispuntate fuori dopo anni in piazza, la fotografia è quella di un cantiere del nuovo Ulivo più che di un Pd inorgoglito dal ruolo di asse portante. Non mancano volti noti, come Vincenzo Visco, Cesare Salvi, Franco Giordano o Pietro Folena, che rievocano la stagione dei governi dell’Ulivo. E anche questo è un segnale visibile di come questo successo possa intestarsi a un centrosinistra allargato, quello da cui Bersani vuole «ripartire», per poi continuare a rivolgersi ai moderati di Casini che ancora traccheggiano.
Quando alle sei del pomeriggio entra in maniche di camicia in sala stampa, sono due le cose che vuole dire con chiarezza: «Primo, noi governeremo per tutti, coi nostri valori e principi, ma dicendo chiaro che chi non ci ha votato non è un nemico». E il secondo punto, svolto nella forma di «un appello a Berlusconi», evoca la richiesta di quella «verifica parlamentare» chiesta dal Colle: «La maggioranza nelle Camere non è più quella uscita dalle urne e questi dati dimostrano che il centrodestra non ha più neanche la maggioranza nel Paese. Quindi riflettano e non impediscano che si apra una nuova fase alzando steccati».In piazza scalda gli animi: «Abbiamo smacchiato il giaguaro, ora il Pd ha una nuova responsabilità di costruire un sogno con le gambe per camminare». E la strategia resta la stessa. Perché per affrontare le manovre economiche promesse all’Europa è bene «partire da un centrosinistra che non si chiude: quando calerà il sipario purtroppo usciranno fuori i problemi».

La Stampa 31.05.11

"Un patrimonio dilapidato da troppi errori", di Stefano Folli

In quindici giorni il volto dell’Italia è cambiato. La trasformazione è profonda e radicale. Certo, si tratta di un voto amministrativo, riguarda il governo delle città e manca la controprova che gli italiani voterebbero allo stesso modo se domani fossero chiamati a esprimersi nelle elezioni politiche. Sotto questo aspetto, i toni enfatici del governatore Vendola sembrano alquanto prematuri, per non dire inopportuni, in un centrosinistra che sa di essere solo all’inizio di un lungo percorso.

Tuttavia quel che è accaduto a Milano, Napoli, Trieste, Cagliari, Novara e in altri centri assomiglia a una rivoluzione. Nel Nord si è spezzato il filo di una relazione speciale e ormai antica fra l’asse politico Pdl-Lega e l’Italia dei ceti produttivi. Pisapia a Milano ha vinto non in quanto pericoloso eversore, bensì come riconosciuto rappresentante di un «establishment» cittadino desideroso di aria nuova. E va dato atto al sindaco eletto di aver usato subito parole di riconciliazione.

Nel Sud, a Napoli, il centrodestra è stato punito al di là dei suoi demeriti per aver promesso molto e realizzato poco. È sorprendente come Berlusconi sia riuscito a dilapidare il capitale di fiducia di cui godeva nel 2008, quando garantì che avrebbe vuotato le strade dalla spazzatura lasciata marcire dalle giunte di centrosinistra. Tre anni dopo, il suo candidato Lettieri è rimasto trenta punti indietro rispetto a un ex magistrato che ha saputo rendersi credibile agli occhi del 65% dei votanti, pur provenendo dalle file del centrosinistra.

Un’impresa sulla carta quasi impossibile. Anche altrove il vento ha soffiato impetuoso, quasi sempre contro i candidati del centrodestra. A Cagliari ha vinto un giovane vendoliano. A Trieste, città che di sicuro non ha mai avuto un’anima di sinistra, il candidato berlusconiano è rimasto al palo. A Novara, città del governatore del Piemonte, Cota, ha perso l’uomo del Carroccio (si dice che lì e in altri luoghi gli elettori non abbiano gradito il disprezzo con cui i seguaci di Bossi hanno trattato il 150esimo dell’Unità d’Italia).

È uno scenario inedito, quello che emerge dal voto. Diciassette anni dopo la prima vittoria, anch’essa a suo modo “rivoluzionaria”, di Silvio Berlusconi, i ballottaggi segnano il tramonto di un’era politica. Questo è il dato che non può essere misconosciuto. Il presidente del Consiglio può affermare che «il Governo va avanti» perché Bossi glielo ha garantito al telefono. Può assicurare che adesso «si faranno le riforme» perché tutti nella maggioranza ne sono convinti. Maroni e Calderoli possono accennare alla necessità di «un colpo di frusta». È tutto legittimo, eppure è poco convincente.

Il Sole 24 Ore 31.05.11

"Dai Caraibi all´esilio russo tre anni di ipotesi sulla "fine" del Cavaliere", di Filippo Ceccarelli

Niente ha acceso la fantasia più della conclusione della carriera di Berlusconi. Ora l´epilogo è a portata di mano con la normalità del voto
Tra sogni e incubi, si è arrivati all´attuale disfatta, reale, elettorale. Da parte di un avvocato a Milano e di un magistrato a Napoli, Paradossi mediatici e cortocircuiti elettorali: per Berlusconi è la fine, ma come andrà a finire Berlusconi?
Film, esilio, vignette, galera, marketing, pazzia, biologia, Bagaglino, Sacre Scritture, guerra civile, successione del sangue e isole sperdute nei mari tropicali: di tutti i possibili esiti pregiudiziali, di tutte le ipotetiche conclusioni almanaccate prima del tempo, niente ha più acceso la fantasia della fine immaginaria del Cavaliere. The end, game over o tilt?
Ora che l´epilogo sembra a portata di mano, e attraverso la normalità di una pacifica sconfitta elettorale, varrà giusto la pena di ricordare che sono quasi tre anni ormai che se ne parla, e sempre con il retropensiero di un´esercitazione vana e anzi di solito rivelatasi così avventata da risolversi nell´incredulità.
«Bye bye Berlusconi» si leggeva ieri pomeriggio su uno striscione a piazza del Duomo. Ecco, era proprio il titolo di un film satirico tedesco, per la verità anche piuttosto crudo, che culminava nel sequestro del Cavaliere e in un processo collettivo tenutosi on line. Era il 2005, e per ragioni di opportunità che non si fatica a ritenere prossime alla censura, la pellicola fu distribuita in Italia con il titolo Buonanotte Topolino.
Per il resto, grazie anche all´imprevedibilità del protagonista, il carnevale delle opzioni sulla fine di Berlusconi ha pure dato luogo a un´operetta del Bagaglino, Il Silvio sparito, in cui si mettevano appunto in scena la scomparsa del premier e la confusione nella quale piombava non solo il Pdl, ma l´intero Paese, cui non veniva risparmiato il suicidio di Emilio Fede.
L´opera di Pingitore precedeva di un anno circa il caso Ruby. Per l´esattezza cronologica, e un po´ anche a futura memoria: è dopo il disvelamento del bunga bunga e della nipotina di Mubarak che la macchina della fantasticheria terminale cominciò a macinare ipotesi tra commedia e dramma, generi che in Italia paiono meno incompatibili che altrove. Se perde alle elezioni, si diceva, se i giudici lo condannano in uno o nell´altro dei suoi quattro processi, Berlusconi chiederà asilo al suo amico Putin – ma prima degli sviluppi nordafricani si valutava anche il possibile intervento dell´amico Gheddafi. Intanto Di Pietro sognava, per il giorno della caduta, «sfilate di majorettes», mentre Bersani, meno americaneggiante nella sua speranza, temeva che il Cavaliere si apprestasse invece a una resistenza biblica: «Crolli Sansone con tutti i Filistei».
Chi siano questi ultimi era già più complicato indovinare. Forse gli alleati leghisti: e in questo senso viene in mente il Bossi che giorni fa ha bofonchiato: «Non ci faremo trascinare a fondo». Oppure forse i Filistei sono gli stessi berlusconiani. Ma qui la faccenda si complicava per l´eventualità che ci fossero dei berlusconiani stanchi di Berlusconi, con il che l´incessante sogno andava a sbattere su una fatidica data della storia italiana, il 25 luglio, e quindi sul crollo della dittatura fascista determinato dal voto favorevole all´odg Grandi nella seduta del Gran Consiglio, seguito dalla convocazione del Re e dall´uscita del Duce da Villa Savoia su autoambulanza con i carabinieri.
Assai più truce, ma onestamente impossibile da omettere in tale contesto, il richiamo a piazzale Loreto. Senza volerlo approfondire, e tanto meno oggi, si fa presente che il riferimento originario e anche il suo reiterato uso si devono a Fedele Confalonieri, certo in funzione esorcistica. A parziale e rasserenante riequilibrio vale la pena di considerare l´istanza esotica, per così dire, o caraibica, secondo cui estenuato da magistrati e nemici politici, il Cavaliere avrebbe mandato tutti a quel paese ritirandosi ad Antigua o in una delle sue mille ville.
Qui, secondo una delle sceneggiatrici del Caimano, avrebbe insediato una specie di Repubblica Sociale e Tropicale del berlusconismo; mentre secondo il giornale di area ciellina Tempi la questione si sarebbe posta in modo meno impegnativo, come si deduceva da una copertina in cui un Berlusconi allegro, vestito da turista, salutava i lettori sullo sfondo del mare blu: «Sapete cosa vi dico?». Per la storia e per la memoria: c´è sul tema della fuga esotica anche una canzone di Apicella, con il testo del premier: «Scappiam, scappiamo».
In questo quadro s´è pure scritto che avrebbe lasciato l´eredità politica alla figlia Marina; mentre nella peggiore delle ipotesi, «il fendente d´Atropo», Franco Cordero ha messo in conto il rischio che i servi e famigli l´avrebbero «tenuto in sella anche morto, come il Cid campeador, sapendo quale destino li aspettava appena lui fosse sparito».
E tra sogni ed incubi eccoci all´odierna disfatta: reale e normale, quindi elettorale. Subìta per giunta da parte di un avvocato e di un magistrato: se la fine autentica di Berlusconi sembra avviata, forse è proprio grazie alle fantasmagorie dell´immaginario che la sua consumazione è già molto più avanti.

La Repubblica 31.05.11

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“La magia perduta del Cavaliere”, di Mario Calabresi

E’ un leader radioattivo»: il soggetto è Silvio Berlusconi, la battuta politicamente scorretta è stata pronunciata al termine del G8 da un uomo di primo piano dell’amministrazione americana che viaggiava con Barack Obama. Una battuta utile a capire il disagio di molti leader stranieri di fronte a un presidente del Consiglio che li assillava con il suo incubo dei complotti giudiziari. Una battuta che può servire oggi per comprendere la fuga degli elettori dai candidati sponsorizzati dal Cavaliere.

Il voto di ieri segnala un vento fortissimo di cambiamento che, in modo molto più incisivo che nel primo turno, ha travalicato il valore amministrativo di queste elezioni.

Un vento che ci racconta come Silvio Berlusconi abbia perso la sua sintonia con la maggioranza degli italiani, con la pancia del Paese. Il premier, fin dai tempi della nascita delle televisioni private, è sempre stato un perfetto interprete degli umori e dei desideri degli italiani: li sapeva anticipare e cavalcare con un tempismo perfetto. Berlusconi ha promesso ai cittadini, consumatori prima e elettori poi, di soddisfare ogni loro desiderio, di garantire ogni loro libertà. Oggi questo meccanismo creatore di consenso appare rotto e non per colpa di qualche inchiesta giudiziaria, ma perché il Cavaliere non è riuscito a capire cosa passa in questi giorni nella testa e nella vita degli italiani.

In tempi di crisi, di difficoltà, di risparmi che si assottigliano e di giovani che non trovano lavoro, non si può pensare che il tema della separazione delle carriere o la riforma della Corte Costituzionale scaldino i cuori e riempiano le urne. E dire che Berlusconi lo sapeva bene: per anni ha promesso di non mettere le mani in tasca agli italiani e di abbassare le tasse, ora invece si era convinto che la maggioranza dei suoi concittadini fosse indignata come lui con la magistratura e la sinistra.

Così hanno vinto candidati nuovi e imprevedibili, candidati che sulla carta non avrebbero dovuto avere alcuna possibilità: troppo radicali, troppo di sinistra o anche troppo giovani e inesperti. Ma soprattutto hanno perso le forze di governo, perfino nelle roccaforti del Nord, dove si contava sulla tenuta di una Lega fino a pochi mesi fa in ascesa.

Come è potuto accadere? Per anni Berlusconi ha proposto una sua visione per il Paese mentre i suoi avversari hanno sempre reagito costruendo campagne contro di lui e demonizzandolo. Questa volta i ruoli si sono invertiti: a giocare contro è stato lui, da mesi assistiamo a campagne politiche e giornalistiche in cui gli avversari vengono trasformati in caricature e fatti a pezzi. Da questo punto di vista il trattamento riservato a Pisapia è da manuale, è stato dipinto come il leader degli zingari, dei rom e degli estremisti islamici, una campagna di una tale rozzezza da aver allontanato la maggioranza dei milanesi dal candidato sindaco del centrodestra. Una campagna così poco «positiva» da aver spaventato perfino i moderati, che cinque anni fa avevano garantito la vittoria a Letizia Moratti. E dire che per perdere Milano ci voleva davvero impegno: è stato fatto un capolavoro.

Si può pensare di essere credibili se si tappezza una città con manifesti che strillano: «La sinistra vuole i vigili solo per le multe, non per la sicurezza» o con la minaccia di vedere Milano trasformata in «Zingaropoli»? Era una campagna talmente grottesca da prestarsi a mille parodie che hanno spopolato su Internet. Il migliore spot per Pisapia sono state proprio le caricature fatte su di lui: i filmati e le canzoni che lo dipingevano ancora più estremista dei manifesti leghisti o berlusconiani.

L’errore finale, incomprensibile, è stato poi quello di andare dal Presidente degli Stati Uniti a parlargli dei suoi problemi giudiziari, a insultare un corpo dello Stato italiano. Pensate se il nostro premier, dopo aver chiamato i fotografi ed essersi messo in favore di telecamera, avesse strappato a Barack Obama un impegno sulla Libia per frenare il flusso di clandestini. Il suo gradimento non avrebbe che potuto giovarsene. Invece ha scelto di inseguire la sua ossessione.

Cosa succederà adesso è difficile da prevedere, certamente si è messa in moto una valanga dagli esiti imprevedibili. Potrebbe metterci un giorno, un mese o anche due anni ad arrivare a fondovalle e Berlusconi è persona resistente, tenace, capace di reinventarsi continuamente e che combatte fino all’ultimo. Ma il vero dato di ieri è l’incapacità di leggere cosa passa nella testa, nella pancia e nel cuore degli elettori. E quando un politico smarrisce questo fiuto e questa dote allora per lui suona la campana dell’ultimo giro.

La Stampa 31.05.11

"L'assalto al Lido di Venezia cemento all'ombra della cricca", di Francesco Erbani

Un grande buco, anzi una voragine pietosamente recintata e coperta da una plastichetta di cantiere. Intorno, dove un tempo brillava il verde brunito di una pineta, il vento alza mulinelli di polvere bianca. A quasi tre anni dall’inizio dei lavori, la voragine è tutto quel che c’è del Nuovo Palazzo del Cinema, una delle grandi opere infilate fra le celebrazioni dell’Unità d’Italia, che quell’appuntamento ha già saltato e che chissà se vedrà mai la luce. O chissà come, visto che siamo alla quinta revisione del progetto e a ogni revisione si toglie un pezzo. Giancarlo Galan, neoministro dei Beni culturali, ex governatore della Regione Veneto, era qui davanti al Casinò il 28 agosto del 2008. Sistemava la prima pietra del nuovo edificio. Con lui l’allora sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, l’ex ministro Sandro Bondi e il presidente della Biennale Paolo Baratta. Dalla prima pietra alla pietra tombale. Ora, trentatré mesi dopo, Galan fa sapere che per il Palazzo del Cinema serve un’idea nuova, che i costi sono troppo elevati e che così non si va da nessuna parte.

Un pasticcio. Al Lido di Venezia si sta consumando una vicenda esemplare. Per pagare i suoi costi (all’inizio 130 milioni) si è scelto di vendere alcune delle porzioni più pregiate del territorio isolano, come la vasta area dell’Ospedale a Mare con la sua spiaggia di finissima sabbia chiara. Un’area pubblica, ora privatizzata. Qui, costringendo al trasloco anche l’ultimo presidio sanitario, sorgeranno un complesso residenziale e alberghiero e si allestirà un porto per 1.000 barche, grande 50 ettari, più o meno la superficie di un’altra isola della laguna, la Giudecca. Un vero stravolgimento del Lido, striscia di terra lunga e stretta che chiude la laguna veneziana, luogo di leggendarie vacanze ai primi del Novecento, quando vennero edificati villini e palazzine liberty. Poi, dal dopoguerra, una lenta crisi, niente più mondanità internazionale salvo durante il Festival del Cinema. Qui il verde è ancora tantissimo, soprattutto nelle punte estreme dell’isola, verso Malamocco e gli Alberoni e verso San Nicolò. Dove, appunto, sorgerebbe il porto. Contro la frenesia edificatoria che sta abbattendosi sul Lido sono nati comitati di cittadini, sono stati lanciati appelli e sono partiti esposti e denunce alla magistratura. Il Comune è con l’acqua alla gola. Se non vende i suoi tesori rischia di non poter più saldare i conti del Palazzo del Cinema. E finirebbe fallito. Il sistema per finanziare l’edificio fu promosso dal sindaco Cacciari ed è poi stato ereditato dall’attuale amministrazione di Giorgio Orsoni. Che ora prende tempo e lascia trapelare soluzioni alternative: limitare le nuove edificazioni, ristrutturando il vecchio Palazzo del Cinema e creando collegamenti tra gli edifici esistenti.

Straordinarie le manomissioni al paesaggio, straordinarie le procedure. La costruzione del Palazzo del Cinema è stata commissariata e affidata a un dirigente della Protezione civile, Vincenzo Spaziante, che ha poteri straordinari, come se il Lido dovesse fronteggiare una calamità naturale. Spaziante è stato vice di Guido Bertolaso e fra gli artefici del progetto C. a. s. e. dopo il terremoto dell’Aquila. Al Lido non vigila solo sul cantiere, ma ha competenza su tutti gli affari immobiliari che ruotano intorno all’operazione, l’Ospedale a mare e non solo. È un sindaco ombra ed è come se l’isola fosse privatizzata e sottratta alle ordinarie competenze comunali: per le varianti urbanistiche, per esempio, si salta il passaggio in Consiglio comunale. Ma la vicenda trascina anche una scia di personaggi incontrati nelle inchieste giudiziarie sulla “cricca”: grande del Palazzo del Cinema era Angelo Balducci, l’ex presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici finito in carcere, e in varie fasi del progetto troviamo impegnati Fabio De Santis e Mauro Della Giovampaola, anche loro arrestati, e le cui notti veneziane all’Hotel Gritti erano allietate, stando agli accertamenti dei magistrati, da escort inviate da Diego Anemone.

Il cantiere del Palazzo del Cinema, affidato alla Sacaim, una delle imprese più potenti a Venezia e nel Veneto, si è impantanato perché, ai primi scavi è venuto fuori amianto. E più si scavava più ci si imbatteva nella micidiale sostanza. I costi in questi tre anni sono impazziti: fra progettazioni e lavori si è già speso 35 milioni. Troppo per avere solo una voragine e per la pazienza dei lidensi, già minata dalla distruzione di una delle più belle pinete dell’isola, centotrenta alberi sbaraccati. Che la pineta non si dovesse radere al suolo erano convinti anche i progettisti del Palazzo del Cinema (Rudy Ricciotti e lo studio 5+1AA).
Ma l’argomento che ora inquieta gli abitanti del Lido (circa sedicimila persone) è un altro: il Palazzo del Cinema chissà quando l’avremo, ma intanto galoppano i progetti immobiliari che servivano a pagare l’opera fantasma. Ci troveremo un territorio stravolto, dicono, in cambio di che cosa? L’area dell’Ospedale a Mare è stata acquistata da un fondo immobiliare, Est Capital, sorto per iniziativa di un ex assessore della giunta Cacciari, Gianfranco Mossetto. Il quale esibisce sfarzosi progetti per far tornare il Lido, dice, ai fasti di un secolo fa. La prima mossa il gruppo l’ha compiuta nel 2007, acquistando i due gioielli del turismo lidense, l’Hotel des Bains e l’Hotel Excelsior e il Forte di Malamocco, un complesso militare austriaco costruito a metà Ottocento. Il Des Bains, scenario dei turbamenti di Gustav von Aschenbach nella Morte a Venezia di Thomas Mann, è in ristrutturazione da due anni. L’albergo verrà trasformato parzialmente in residence, ma i lavori sono fermi e non si sa quando riprenderanno. Anche il Forte di Malamocco è investito da un progetto: 32 ville, un albergo, una piscina e altre attrezzature. Anche se non rientrano nell’operazione finanziaria per il Palazzo del Cinema, questi interventi cascano fra le competenze di Spaziante, che nei fatti, insieme a Est Capital, sta disegnando il futuro del Lido. A poche decine di metri dall’Ospedale a Mare c’è l’area della Favorita, quasi due ettari di terreno. Il Comune, che ne è proprietario, vorrebbe vendere anche questa e anche questa finirebbe cementificata. Ma per il momento le offerte non raggiungono i 20 milioni richiesti: si sono fatti avanti i comitati ambientalisti, offrendo la cifra simbolica di un euro, un gruppo romano (8 milioni) e la solita Est Capital (10 milioni).

I comitati protestano, preparano documenti e ricorsi amministrativi. È sorto un sito (www.unaltrolido.com). Con loro è schierato l’attuale rettore dello Iuav (Istituto universitario architettura Venezia), Amerigo Restucci. Un urbanista di fama, Edoardo Salzano, ex assessore e animatore del sito www.eddyburg.it, ha scritto un instant book intitolato Lo scandalo del Lido (edito da La Corte del Fontego). In questi giorni è il porto il bersaglio delle più vivaci polemiche. Salvatore Lihard, portavoce dei comitati lidensi, ha presentato alla Regione un dossier di Osservazioni per la Valutazione di impatto ambientale. E anche l’assessorato all’Ambiente del Comune, retto da Gianfranco Bettin, è giunto a conclusioni molto preoccupate sul porto. È di Bettin il paragone fra la nuova darsena e l’isola della Giudecca. Ma altri punti destano perplessità, dalle eventuali conseguenze sulla pesca alla percezione dell’orizzonte che verrà deformata dagli alberi delle barche. All’inizio di questa settimana, infine, il Consiglio comunale ha votato una mozione all’unanimità (ma gli esponenti del Pdl sono usciti dall’aula) in cui si chiede di superare il regime commissariale e di chiarire che sorte avrà il Palazzo del Cinema. Che resterà per chissà quanto tempo ancora solo una voragine.

www.repubblica.it

"Quando a pagare sono sempre le donne", di Dacia Maraini

Brutte notizie per le donne. Da Oriente si scopre che ancora la simbologia di genere domina le scelte del popolo: sei milioni di donne mancano al ricambio delle generazioni. Pensavamo che fosse un elemento di emancipazione il fatto di potere sapere prima del parto il sesso del nascituro. E invece no: si usa la tecnologia per il massacro di genere. Appena si sa che il nuovo abitatore del ventre materno è una bambina, la si elimina. I maschi invece vengono festeggiati e bene accolti. Senza pensare che poi quei maschi, una volta cresciuti, cercheranno una moglie e non la troveranno. Brutte notizie anche dall’Europa: la crisi la pagano soprattutto le donne. Le quali tutt’ora, ma più in Italia che negli altri Paesi europei, portano sulle spalle il peso della cura dei bambini, degli anziani, dei malati. E quando hanno un lavoro esterno, si tratta di doppio lavoro. L’Istat ci dice che fra il 2009 e il 2010 si sono persi 532 mila posti di lavoro. Il potere di acquisto è calato a meno 6%. Un quarto degli italiani vive sulla soglia della povertà. La disoccupazione (2 milioni di senzalavoro) tocca soprattutto le donne. Che già sono pagate il 20%in meno. Ma vengono mandate a casa appena rivelano di aspettare un figlio. E poi facciamo la retorica sulla famiglia e ci stracciamo le vesti dicendo che l’Italia diventa sempre piu vecchia e gli unici figli che nascono sono quelli degli emigrati. Ma cosa si può pretendere da una madre di famiglia che deve farsi acrobata su un filo sospeso nel vuoto? Le donne sono chiamate a fare «da ammortizzatrici sociali» , come scrive Chiara Saraceno. Ma si tratta di un sistema «troppo sovraccarico e anche troppo squilibrato» . Perciò fanno sempre meno figli. Ma questo impoverisce il Paese, lo rende dipendente dalle forze di lavoro esterne. Si pensi cosa succederebbe se improvvisamente tutte le badanti che lavorano nelle nostre famiglie se ne andassero via! Sarebbe una catastrofe. Ma pure succederà se la crisi si acuirà e moltissime famiglie si troveranno nella condizione di non poter pagare una donna che lavori giorno e notte presso genitori anziani e non autonomi. La popolazione invecchia e i giovani sono costretti a emigrare. Molti si chiedono: ma invece di andare all’estero, questi giovani non potrebbero fare i lavori che affidiamo agli stranieri? È una buffa pretesa: quella di buttare a mare le conquiste dell’emancipazione. Chi ha investito su lunghi e costosi studi di medicina, per esempio, è chiaro che non si accontenterà di fare il portantino o la badante. A meno che il portantino e la badante non venissero pagati più di un medico. E non sarebbe una brutta idea. Forse tanti cattivi medici che fanno pagare per una sola visita l’equivalente di un mese dello stipendio di una badante, sarebbero impediti dal fare danni. Ma le badanti farebbero il medico? Certo, se si desse loro la possibilità di studiare. Ecco che si torna alla libertà di accesso ai lavori meglio pagati e più di soddisfazione. Se non progrediscono i primi, muoiono pure i secondi. Non suona un campanello d’allarme nelle orecchie dei nostri governanti?

Il Corriere della Sera 31.05.11

"La coalizione degli elettori", di Stefano Menichini

Ci premeva tenere Torino e Bologna, cercando solo di essere competitivi a Milano e a Napoli. Ricordiamocelo, in una pausa di questa serata di felicità, mentre scorrono le immagini di piazze piene non più di rabbia e indignazione, ma finalmente solo di gioia, orgoglio, soddisfazione, speranza. Ricordiamocelo, perché il significato profondo del voto è proprio in questo abisso fra le aspettative e il risultato. Fra la percezione del paese che c’era, e ciò che il paese andava maturando dentro di sé. Fra il prima e il dopo.
È una lezione per la politica, di tutte le parti, e per chi se ne occupa professionalmente come noi: che come massimo di ottimismo (e a qualcuno sembrò troppo) invitammo due mesi fa il Pd a credere di più nella gara di Milano.
Altroché Milano. Un risultato che già da solo era considerato di portata storica, e in grado di per sé di provocare un terremoto nella foresta pietrificata del berlusconismo, finisce quasi annegato dentro un’ondata molto più alta, molto più potente, che discende la penisola da Nord a Sud e la attraversa da Est a Ovest. Milano è un segnale potente, Napoli è una sorpresa travolgente, Trieste e Cagliari sono colpi incredibili. Ma la sconfitta affonda e fa male a Gallarate, a Rho, a Novara, a Pavia, a Domodossola, a Chioggia, ad Arcore, a Macerata, nei comuni del Lazio, a Crotone, come nel primo turno a Olbia.
Un tale spostamento di consensi – quasi un inedito nel bipolarismo bloccato della Seconda repubblica – autorizza a chiedere ad alta voce che nuove elezioni politiche al più presto registrino e diano rappresentanza parlamentare ai mutati rapporti di forza nel paese.
Ma c’è più di questo, nel voto di ieri. Si sciolgono quasi da sé due nodi che parevano inestricabili: quello di una maggioranza che va in crisi senza avere un ricambio (che ora invece c’è); e quello delle difficili alchimie per costruire una coalizione alternativa vincente.
L’hanno fatta gli elettori, la coalizione alternativa. Ai partiti rimane solo di scavare un alveo in grado di raccogliere e indirizzare l’ondata che chiede, anzi impone, il cambiamento. Nel momento in cui l’Italia si mostra per quello che effettivamente è, e per quello che pensa, c’è chi vuole rimanere cieco.
La reazione di Berlusconi e dei suoi appare obbligata. Ma è un obbligo che porta diritto alle prossime e più catastrofiche sconfitte. Nessuno può credere che il rigetto manifestato dagli elettori possa di nuovo convertirsi in consenso perché si torna a propinare loro lo stesso esausto carnet di riforme.
Le promesse suonano false e fastidiose.
La faccia di Berlusconi che le ripropone risulta irritante. L’accoppiata fra promesse e Berlusconi suscita poi reazioni esplosive: da questo punto di vista Napoli è il risultato più eclatante, dopo tre anni di presidio personale della città da parte del premier.
Da mesi il centrodestra alterna risibili impegni solenni a far ripartire l’economia e a fare le grandi riforme del fisco e della giustizia, con le più frequenti e sincere scivolate del premier e dei suoi ultrà contro i giudici comunisti, gli elettori senza cervello e il capo dello stato di parte.
Questa linea schizoide ha condotto al risultato di ieri. Il giudizio degli elettori è una bocciatura senza appello, che premia il centrosinistra perfino oltre i suoi meriti (e, appunto, oltre le sue aspettative).
Qualcuno può credere che Silvio Berlusconi possa incarnare una linea diversa, e con essa una stagione nuova del centrodestra? È un’illusione che non regge neanche alla prima serata di commenti. Anzi. Perseverando sul continuismo, il centrodestra spalanca al centrosinistra l’orizzonte di una vittoria politica nazionale ancora più larga, e di una fuoriuscita dall’epopea berlusconiana più “di sinistra” di quanto si potesse mai immaginare.
A questo proposito, bisogna dire che sono accecati anche coloro che continuano a ripetere, per ammorbidire la durezza del risultato, che «Berlusconi ha perso, ma il Pd non ha vinto». Qualcuno si spinge addirittura, ancora, a strologare sulle sconfitte parallele.
Questo davvero vuol dire non avere occhi per vedere e testa per intendere.
Il Pd in queste settimane ha compiuto un piccolo miracolo aiutato, come anche il vincitore di giornata Bersani confermerebbe, da un indispensabile tocco di fortuna.
A Milano si è identificato totalmente col candidato che pure lo aveva sconfitto alle primarie, se n’è fatto trainare e lo ha trainato, dando alla coalizione un baricentro frutto dell’apporto di tutti e nel quale tutti si sono potuti riconoscere. A Napoli, il rigetto di Lettieri (che pure per qualche nostalgico bassoliniano rappresentava una sirena) aiuterà il Pd a ricostruire se stesso praticamente da zero: un’opportunità che da solo non era in grado di procurarsi.
Coalizione spostata all’estrema sinistra? Diciamo piuttosto che adesso gli italiani farebbero vincere gli avversari di Berlusconi con qualsiasi formula essi volessero presentarsi, a patto che abbia contenuti evidenti di novità e di rottura col passato.
Eccola, la coalizione fatta dagli elettori.
Loro non si chiedono se pende troppo a sinistra o al centro, se contiene questo o quel partito, se ha il volto austero di Fassino, quello timido di Pisapia, quello spaccone di de Magistris. La vogliono credibile e forte per l’unico obiettivo che in questo momento li accomuna, in ogni regione d’Italia “Padania” compresa (anzi, a partire dalla “Padania”): girare pagina, farla finita con Berlusconi.
In un certo senso, la sfida a essere seria alternativa di governo si porrà solo se il centrodestra romperà da sé la continuità berlusconiana e si presenterà sotto altra veste. Altrimenti – non è una bella cosa da dire, ma stasera è la verità – il centrosinistra per vincere non dovrà fare neanche troppi sforzi riformisti.

da Europa Quotidiano 31.05.11

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Prodi: «Berlusconi perde, non capisce più il mondo»

Lui lo conosce bene, l’ha battuto due volte, nel ’94 e nel 2006.
Romano Prodi ha un lampo negli occhi a fessura se gli chiedi un’opinione sulla batosta del Cavaliere: «La sconfitta di Berlusconi è grossa.
Non ha capito dove va il mondo, pensa che il mondo debba adattarsi a lui e non lui al mondo». È sceso dal palco allestito in fretta e furia al Pantheon, accolto da una specie di ohhh liberatorio, quello della gente di centrosinistra che rivede un’icona dei bei momenti andati. Grandi applausi, Bersani lo abbraccia, gli cede la parola. A Europa il Professore spiega che «la sconfitta di Berlusoni può diventare la nostra vittoria a patto che non commettiamo i suoi errori». Non capire il mondo, appunto.
Bisogna saper leggere la realtà, non imporsi al di sopra di essa. Un indizio di come sia necessaria una certa “umiltà”.
L’immagine di un premier che non capisce cosa stia succedendo, se ci si riflette, è abbastanza inquietante: ma è la fotografia di questa tornata elettorale.
La gente lo acclama, lo saluta, inutile far finta che c’è chi spera in un suo clamoroso ritorno: «Ma no, io tifo per il centrosinistra ma ho preso l’impegno di non tornare alla politica attiva».
C’è poi un’altra «lezione» che il Professore vule dare alla “sua” gente, al “suo” centrosinistra: «Bisogna cominciare subito a lavorare per il programma.
Oggi si festeggia, ma non c’è molto tempo se vogliamo costruire un’alternativa vincente». Una “fretta”, quella di Prodi, che – senza volerne forzare le parole – nasconde una certa preoccupazione per una perdurante incompiutezza della proposta programmatica della coalizione.
Già, la coalizione. Un’altra indicazione: «Abbiamo perso dove abbiamo litigato.
Noi vinciamo se siamo uniti». La mente torna sempre lì, a quella litigiosità della coalizione che fu la malattia mortale dei suoi due governi. Ma più larga è, più aumentano i rischi di conflittualità interna. Qui Prodi si blocca: «Ah, non è compito mio dire come deve essere la coalizione, questo è responsabilità dei leader dei partiti». Il problema però c’è, e forse, con molta discrezione, il Prof darà qualche consiglio.

da Europa Quotidiano 31.05.11

"La mina di Brunetta sulle scuole", di Alessandra Ricciardi

La guerra nelle scuole tra presidi e sindacalisti sta per riesplodere. A riaccendere la miccia, il decreto del ministro Brunetta che interpreta e rafforza la sua riforma, sottraendola alle spallate di sindacati e magistrati. A partire, per esempio, dall’utilizzo delle risorse del fondo di istituto: non sarà più materia di contrattazione ma di semplice informativa da parte del preside ai sindacalisti. La guerra nelle scuole tra presidi e sindacalisti sta per riesplodere. A riaccendere la miccia, il decreto del ministro Brunetta che interpreta e rafforza la sua riforma, sottraendola alle spallate di sindacati e magistrati. A partire, per esempio, dall’utilizzo delle risorse del fondo di istituto: non sarà più materia di contrattazione ma di semplice informativa da parte del preside ai sindacalisti.

Il decreto in questione, interpretativo del dlgs n. 150/2009, è approdato nei giorni scorsi al senato, per il prescritto parere delle commissioni parlamentari competenti. I sindacati, in testa Cisl e Uil, contavano di averlo stoppato con l’intesa di Palazzo Chigi del 4 febbraio scorso. Intesa che demandava l’applicazione della riforma Brunetta a un successivo passaggio presso l’Aran. Ma quel tavolo non si è mai aperto. E il ministro della funzione pubblica, Renato Brunetta, intanto è andato avanti per la sua strada, trasmettendo il decreto (As n. 364) al parlamento. Entro 60 giorni, anche senza che le commissioni si siano espresse, il decreto potrà tornare a Palazzo Chigi per la firma definitiva. A sottolineare la tensione che si registra nel settore, una lettera inviata dai segretari di Cisl e Uil, rispettivamente Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, al presidente del senato, Renato Schifani, che evidenzia un «errore» del decreto. Nella relazione dell’analisi di impatto che accompagna il provvedimento, si scrive che «sono stati consultati il dipartimento della Funzione pubblica, l’Aran e le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative». E i segretari di Cisl e Uil hanno preso carta e penna per smentire: «Non è mai avvenuto alcun incontro… per la discussione/analisi del testo di cui si è avuta contezza solo in momento successivo all’avvenuto invio a Lei da parte del Consiglio dei ministri». I due sindacati chiedono alla fine di essere auditi in commissione, perché possano dire la loro sul merito del provvedimento. Ma al di là dell’audizione, c’è quell’intesa del 4 febbraio, firmata alla presenza del sottosegretario alla presidenza del consiglio dei ministri, Gianni Letta, che doveva addolcire la riforma Brunetta e che ora, con il decreto correttivo che procede a vele spiegate, rischia di essere carta straccia. Ma che cosa prevede il decreto?

Si precisa in primo luogo che «l’adeguamento dei contratti collettivi integrativi è necessario solo per i contratti vigenti alla data di entrata in vigore del citato decreto legislativo, mentre ai contratti sottoscritti successivamente si applicano immediatamente le disposizioni introdotte dal medesimo decreto». Una precisazione che annulla l’intento dell’intesa del 4 febbraio di rimandare il tutto a dopo il rinnovo dei contratti nazionali, previsto per il 2013. C’è poi l’interpretazione autentica del comma 5 dell’articolo 65 del decreto 150, che recita: «Le disposizioni relative alla contrattazione collettiva nazionale di cui al presente decreto legislativo si applicano dalla tornata successiva a quella in corso». Tale rinvio riguarda il procedimento negoziale di approvazione dei contratti collettivi e non le materie che ad oggi sono oggetto di contrattazione integrativa e che il decreto trasferisce in capo ai dirigenti. In questo ambito rientra l’assegnazione dei docenti ai plessi distaccati piuttosto che l’utilizzo del personale per le attività pagate con il fondo di istituto. Materie su cui il preside, con l’entrata in vigore del decreto correttivo, sarà tenuto alla semplice informativa e non più alla trattativa. Il tutto probabilmente a partire dal prossimo settembre. Sempre che non ci siano nuovi colpi di scena.

da ItaliaOggi 31.05.11