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"Così il paese spreca (ancora) il talento delle donne", di Maria Silva Sacchi

Un incredibile spreco di talenti. Nelle sue ultime considerazioni da governatore della Banca d’Italia Mario Draghi per la prima volta parla apertamente della questione femminile che caratterizza il nostro Paese. «La scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro è un fattore cruciale di debolezza del sistema» , ha detto ieri Draghi, ricordando come le donne si laureino di più e meglio degli uomini, e da tempo non più solo nelle materie umanistiche. Eppure «in Italia l’occupazione femminile è ferma al 46%della popolazione in età da lavoro, 20 punti in meno di quella maschile» ; «è più bassa che in quasi tutti i Paesi europei, soprattutto nelle posizioni più elevate e per le donne con figli» ; le retribuzioni «a parità di istruzione ed esperienza, sono inferiori del 10%a quelle maschili» ; il tempo di cura della casa a carico delle donne «resta in Italia molto maggiore che negli altri Paesi» . Aiuterebbero — ha concluso Draghi — «maggiori servizi e una organizzazione del lavoro volti a consentire una migliore conciliazione tra vita e lavoro, una riduzione dei disincentivi impliciti nel regime fiscale» . Le parole di Draghi arrivano a pochi giorni di distanza dal rapporto annuale dell’Istat che proprio di questa «anomalia» italiana ha fatto il proprio focus. Ma, se è la prima volta che ne parla pubblicamente, chi conosce Draghi sa che questo è un tema che ha ispirato anche la sua attività di governatore. Con lui, per esempio, Anna Maria Tarantola ha guidato la Vigilanza ed è entrata, prima donna, nel direttorio di Bankitalia. E la stessa Tarantola, nella sua prima intervista, al Corriere della Sera, ha indicato le quote di genere come strumento per fare «un favore al Paese, che non può permettersi di avere il 50%di talenti femminili inutilizzato» . Goldman Sachs ha stimato che la parità di genere tra gli occupati potrebbe produrre incrementi del Pil (Prodotto interno lordo) del 13%nell’Eurozona e del 22%in Italia e nei Paesi più lontani dall’uguaglianza. Oltre ad agire da volano per occupazione aggiuntiva (per servizi sociali, lavori domestici, ecc.). Gli studi dicono, inoltre, che le imprese con consigli di amministrazione misti hanno risultati migliori. Eccolo, lo spreco. Nell’arco «di poche decine di anni» le donne sono passate «da uno svantaggio a un vantaggio» in termini di formazione e di cultura personale, spiega Linda Laura Sabbadini, direttrice centrale dell’Istat. Sono entrate in tutti i corsi di studio, leggono di più, vanno più al cinema, a teatro, ai concerti: «Ma quando tutto questo investimento si deve tradurre in riuscita lavorativa trova di fronte a sé barriere fortissime» . Le donne — dice Sabbadini — «hanno maggiori difficoltà di accesso, maggior frequenza di interruzioni soprattutto per motivi legati alla nascita dei figli e una maggiore esposizione e permanenza nella precarietà. Hanno, inoltre, una maggiore sovra-istruzione rispetto ai lavori svolti, indice di una mancata valorizzazione del capitale umano femminile. Infine, una maggiore disoccupazione e inattività soprattutto per scoraggiamento. Problemi a cui si aggiunge la scarsa presenza nei luoghi decisionali» . Eppure quest’anno si è parlato moltissimo di donne nei consigli di amministrazione (cda) per il progetto di legge Golfo Mosca teso a introdurre le cosiddette «quote rosa» , nei cda. Come la legge non è ancora diventata realtà, così non si è tradotto in numeri il dibattito. L’indagine di Cerved Group sulle aziende italiane con più di 10 milioni di fatturato di pochi giorni fa dice che a fine 2010 meno di un’impresa su due aveva tra i propri amministratori una donna, peraltro «confinata» nelle imprese di minori dimensioni. «Al ritmo osservato negli ultimi tre anni — è stata la conclusione — bisogna aspettare fino al 2022 perché le imprese miste diventino la maggioranza tra quelle analizzate» . «Il punto è nel bacino cui si può attingere— spiega Alessandra Romanò, che ha realizzato lo studio —. Troppe poche donne lavorano e, tra coloro che lavorano, sono troppo poche quelle che riescono a raggiungere la prima linea» . Le dirigenti nel 2010 sono diminuite del 10,1%, in compenso le donne sono il 60%tra gli impiegati. Perché spesso lì si fermano quando diventano madri. «I figli rappresentano una criticità forte— dice Sabbadini —. Mentre il matrimonio non è più una causa per abbandonare il lavoro, come accadeva in passato, diventare madri continua a esserlo: l’offerta di servizi sociali per l’infanzia rimane bassa e le nonne diventano la risorsa fondamentale per la conciliazione delle figlie. Ma queste nonne sono sempre più sovraccariche, perché, con l’allungarsi della vita media, devono occuparsi di accudire anche genitori ultraottantenni» . Il punto, insomma, è sempre lì. Su quel «richiamo» arrivato nelle scorse settimane dall’Ocse sulla necessità di politiche che permettano di conciliare famiglia e lavoro perché «in Italia il lavoro retribuito è in contrasto con l’avere figli» . Oggi solo l’ 1,4%del Pil è destinato alle famiglie. Ma quali politiche? «Tutte le ricerche ci dicono che bisogna intervenire su tre fronti — dice Daniela Del Boca, docente di Economia politica all’Università di Torino e direttore del Centro Child —: aumento degli asili nido, aumento del part time e congedi parentali condivisi e pagati più del 30% di oggi. Queste tre politiche hanno dimostrato di funzionare. Sul fronte degli incentivi possiamo attingere all’esperienza della Gran Bretagna dove, attraverso detrazioni fiscali concesse alle donne che lavorano e delegano il lavoro di cura, si creano incentivi al lavoro femminile e si fa emergere lavoro nero» .

Il Corriere della Sera 01.06.11

Pronta la squadra di Fassino. Pisapia: un vice donna. Bassetti: «Se ne freghi delle pressione politiche», di Sara Bianchi

Piero Fassino, adesso che è ufficialmente sindaco di Torino, è pronto a presentare la sua squadra. Lo farà domani a Palazzo di Città, ma su alcuni nomi ormai restano pochi dubbi. A partire da Maurizio Braccialarghe, direttore del centro di produzione Rai torinese, che dopo qualche giorno di riflessione avrebbe detto sì all’ex ministro e sarebbe pronto a prendersi in carico la Cultura. Mentre Tom Dealessandri, già vice di Chiamparino, si avvia alla riconferma della delega al lavoro e alla formazione. Fassino ha ribadito quanto promesso in campagna elettorale: in giunta il 50% saranno donne, 5 su 10 (escludendo sindaco e vicesindaco) e giovani. Non è detto che la provenienza dai partiti sia un elemento di scelta prioritario, perché il sindaco intende privilegiare la competenza rispetto alle materie trattate. Porte aperte dunque a esponenti della società civile. In campagna elettorale Piero Fassino ha fatto dell’ascolto e della partecipazione due fattori centrali. E ora ha in mente di applicare quello stesso processo partecipativo nello sviluppo della governance cittadina. Per questo, oltre alla giunta, metterà in campo due cabine di regia permanenti: una che raccoglierà ‘i saperi della città’, un’altra per il processo di concertazione.

Tra le donne in giunta dovrebbero entrare Ilda Curti (alle Periferie), Giuliana Tedesco (all’Anagrafe) e Anna Prat (all’Urbanistica). Gianguido Passoni sembra destinato all’assessorato al Bilancio e Enzo Lavolta a Trasporti e infrastrutture. Nella squadra sarebbero pronti a fare il loro ingresso anche Stefano Gallo e Claudio Lubatti. Per il momento sembra confermato come city manager Cesare Viaciago. Quanto alle partecipate, è un capitolo che il sindaco affronterà più avanti. Qualche mal di pancia però nel Pd c’è, soprattutto con la corrente di Davide Gariglio, avversario di Fassino alle primarie. Tra i democratici ancora non è chiaro se in giunta saranno confermati gli ex assessori Alessandro Altamura e Domenico Mangone, o se invece entrerà Michele Paolino. Tra le donne si fanno i nomi anche di Lucia Centillo e Domenica Genisio. Per l’Italia dei valori quasi certamente farà parte della squadra Maria Cristina Spinosa, per Sel Maria Grazia Pellerino.

Se a Torino è ormai cosa fatta, a Milano il sindaco eletto, Giuliano Pisapia, ha già detto che per decidere la giunta si prenderà un paio di settimane. L’intenzione è quella di scegliere fuori dalla logica del pendolino dei partiti e indicare personalità capaci di proseguire la relazione che in queste settimane si è creata con la città, personaggi adatti a coltivare quella dimensione popolare che in molti – cattolici compresi – hanno apprezzato fin qui.

Piero Bassetti, presidente del Comitato oltre il 51 per cento, non usa mezzi termini: «Se ne freghi delle richieste fondate sulle apprtenenze politiche». Pisapia, dice, «è consapevole di non essere espressione prevalentemente di una coalizione di forze politiche. E un sindaco eletto con questa legge non ha alcuna ragione per subire pressioni politiche. Sulle quali ha anzi il dominio». Il tema vero, dice il primo presidente della Lombardia, è il rapporto con la società civile, «ora non più organizzata con quegli ascensori che una volta erano i partiti». L’organizzazione istituzionale «è vecchia» e appartiene a «meccanismi che non funzionano più». Occorre invece organizzare – ragiona Bassetti – i rapporti di interfaccia con la società civile, che una volta erano gestiti per buona parte dalle organizzazioni di classe. Facebook, per esempio, si è confermato un efficace canale di comunicazione in questo senso, nella campagna elettorale di Pisapia.

Sulla squadra di governo per Milano che il nuovo sindaco sta preparando c’è, per ora, un’unica cosa certa: in giunta le donne saranno il 50%, saranno donne il vicesindaco e l’assessore al personale, forse anche quello al bilancio. Pisapia ha smentito categoricamente i nomi che circolano in queste ore. «Sono indiscrezioni – ha detto – che non hanno alcun riscontro con la realtà». E ha precisato che darà i nomi nel corso della prima riunione del consiglio comunale. I rumors riguardano soprattutto esponenti democratici, o comunque eletti nelle liste del Pd. A partire da Stefano Boeri, campione di preferenze (quasi 13.000, secondo solo a Silvio Berlusconi), che potrebbe avere la delega all’Expo. A Pier Francesco Majorino in molti pensano per la Cultura, a Davide Corritore per l’Economia e lo sviluppo, a Carlo Monguzzi per le Infrastrutture, a Marco Granelli e Andrea Fanzago per le Politiche sociali. Tra le donne in pole position ci sarebbero Marilena Adamo e Maria Grazia Guida, direttore della Casa della carità di Don Virginio Colmegna.

Oggi, dopo la lunga notte di festa in Piazza Duomo per celebrare la vittoria del centrosinistra, in giro per la città sono comparsi i cartelloni di ringraziamento del nuovo sindaco con la scritta ‘Milano buon giorno’ e una foto di Giuliano Pisapia. Che ha incontrato, come aveva promesso, i dipendenti del comune di Milano.

Il Sole 24 Ore 01.06.11

Il Pd: «Berlusconi se ne vada Dai referendum la botta finale», di Simone Collini

Il Pd chiede in Parlamento le dimissioni di Berlusconi e mette in moto la macchina organizzativa per i referendum. Bersani: «Se ci sono i margini per fare una nuova legge elettorale bene, altrimenti al voto subito». La richiesta formale di dimissioni in Parlamento e la battaglia nel Paese per dare la stoccata finale col referendum del 12 e 13. Il Pd dà il via alla seconda fase della strategia che dovrebbe portare alla chiusura della stagione berlusconiana. Pier Luigi Bersani riunisce la segreteria di buon’ora per fare il punto dopo la vittoria al voto amministrativo, per l’ennesimo brindisi delle ultime ventiquattr’ore, ma soprattutto per pianificare le prossime mosse. Il leader del Pd ha chiesto ai suoi di mettere subito in moto la macchina organizzativa per i referendum, e già oggi inizieranno a essere trasmessi su Youdem e sul web tre videomessaggi dedicati ai quesiti sull’acqua, il legittimo impedimento e il nucleare (in attesa che si pronunci la Cassazione), mentre nei prossimi giorni partirà una massiccia campagna radiofonica e oltre cinque milioni di lettere verranno spedite in tutte le città capoluogo di regione. «Li abbiamo smacchiati tutti se la ride Bersani facendo il verso a Crozza – e non è finita qua, ora ci sono i referendum coi quali togliamo anche l’ultima macchia». Se la partecipazione al voto sarà massiccia, è il ragionamento che si fa in queste ore al quartier generale del Pd, sarà ancora più complicato per Berlusconi rimanere «arroccato» a Palazzo Chigi, anche se la «compravendita» portata avanti in Parlamento continuerà a dare frutti.
LA VERIFICA E LE DIMISSIONI
Nella settimana tra il 20 e il 27 giugno si voterà alla Camera la verifica di maggioranza chiesta dal Quirinale dopo i mutamenti nella composizione del governo. Il capogruppo del Pd Dario Franceschini aveva chiesto di calendarizzare il voto la prossima settimana. Il centrodestra si è messo di traverso e l’ha spuntata. Ma ora l’importante, dice Bersani, è che «in Parlamento Berlusconi si presenti dimissionario perché è venuta meno la maggioranza nel paese». È lo stesso Franceschini a formalizzare la richiesta in Aula, tra le urla e le contestazioni che subito si alzano dai banchi del centrodestra: «Siete minoranza in tutto il paese, alla verifica il governo Berlusconi si presenti dimissionario, il Paese vuole essere governato, vuole voltare pagina».

l’Unità 1.6.11

l’Unità 1.6.11
Trieste
«La mia vittoria unisce Chiusi i conti con la storia»
di Maria Zegarelli

Lasciarsi alle spalle la storia, con i suoi dolori insanabili, la Risiera, le Foibe, per poter guardare al futuro. Ci vede anche questo Roberto Cosolini, 57,5% di voti al ballottaggio, 53 anni e un passato nell’ex Pci, appena eletto sindaco di Trieste.
Una vittoria densa di significati.
«Una grande vittoria, dal risultato chiaro, che unisce un clima nazionale con un qualcosa si specificatamente triestino. Una città considerata tradizionalmente di destra si è sentita libera di scegliere, capace di scegliere un sindaco di sinistra di una coalizione di centrosinistra». Trieste ha chiuso i conti con la sua storia?
«Direi proprio di sì, a Trieste la contrapposizione politica è stata molto spesso caratterizzata dalla divisioni del passato e questo ha fatto sì che diventasse per certi versi bloccata e fortemente condizionata dal centrodestra. Evidentemente siamo entrati in una fase nuova, iniziata con Riccardo Illy e mai interrotta, neanche durante il periodo in cui ha governato Roberto Dipiazza. Trieste è tornata ad essere una città laica, che sceglie liberamente e ha scelto Cosolini e il centrosinistra perché li ha considerati più affidabili per il governo della città». Perché, secondo lei, i toni allarmistici usati dal centrodestra stavolta non hanno convinto?
«Stavolta la campagna del centrodestra, che tendeva a riecheggiare le paure del passato, non ha fatto assolutamente presa. Che sia successo in Italia va bene, che sia successo a Trieste è straordinario, perché qui il significato della parola “comunista” poteva essere un argomento condizionante. I triestini sono intelligenti, hanno capito che c’è un centrosinistra serio, affidabile, capace di rispettare le tragedie, tutte, che hanno attraversato questo territorio nel Novecento». Lei ha lanciato l’allarme rischio occupazione. Cosa intende fare da subito? «Un sindaco deve intanto ottenere da subito più attenzione da Stato e Regione per una città che è stata e può essere una capitale d’area ma che colpevoli interessi e distrazioni hanno trasformato in una città provinciale. C’è una grave sofferenza di mancanza di collegamenti che per una città che vive di relazioni è un problema pesante, quindi va affrontato. Poi, si deve decidere di scommettere sulle proprie materie prime mare, patrimonio culturale ed economia della conoscenza – e intervenire con un piano strategico. Il centrosinistra può dimostrare di essere in grado di rappresentare le esigenze del Nord.

L’Unità 01.06.11

"La vittoria del centrosinistra. La scossa forte e l’euforia fuori luogo", di Claudio Magris

«Tempo di demolire, tempo di costruire; tempo di lutto, tempo di baldoria» , dice l’Ecclesiaste. È giusto festeggiare il risultato di queste elezioni amministrative, che fa intravvedere la possibilità di voltar pagina, una pagina politica italiana finora improntata a una crescente indecenza. Sarebbe tuttavia irresponsabile prolungare l’euforia oltre la sera di festa, perché per i vincitori di queste elezioni non comincia una marcia trionfale assicurata bensì una dura e incerta prosa di lavoro quotidiano. Forse sperabilmente è iniziato un nuovo corso del Paese, ma non c’è alcun futuro felice garantito.
Queste elezioni il centrosinistra le ha vinte certo pure per la qualità, l’equilibrio e la civiltà che hanno contrassegnato la sua campagna elettorale e lo stile dei suoi candidati vincenti. Ma le ha vinte anche per gli errori degli avversari e soprattutto del presidente del Consiglio, che trasformando queste elezioni amministrative in un referendum politico su se stesso ha accresciuto l’importanza della propria sconfitta, divenendo, con molti atteggiamenti oltre ogni misura e inaccettabili per molti elettori di centrodestra, una caricatura perfino di se stesso. Ma anche le numerose sconfitte subite in passato dal centrosinistra sono state causate in buona parte da errori del centrosinistra stesso; errori che, se giulivamente ripetuti, potrebbero provocare nuove sconfitte. La gioia di questo momento non può far dimenticare come tutto sia instabile e incerto. Nulla sarebbe più dannoso e sciocco di una sciamannata euforia, della convinzione di aver già vinto una battaglia che è ancora agli inizi e aperta. Si può e si deve provare una grande soddisfazione per questo giro di boa; sarà necessaria una fermezza anche dura— ma sempre da signori— dinanzi a eventuali probabili assalti a colpi bassi; si può e si deve avere una pacata, salda fede nei propri valori. Ma senza alcuna euforia facilona che a sua volta degenera facilmente in supponenza fastidiosa per tutti, o in entusiasmo magari generoso ma improvvido e ingenuo e dunque, alla fine, autolesivo. Lo stile dei candidati vittoriosi e delle forze politiche che li hanno sostenuti è una garanzia di serietà, di equilibrio, di concretezza; di buona prova quotidiana scevra di poetizzante ebbrezza. Ma non bisogna dimenticare che i risultati elettorali sono sempre rovesciabili, come è accaduto grazie a Dio questa volta, e come era sciaguratamente ma non sorprendentemente accaduto fra il tardo autunno del ’ 93 e il marzo ’ 94, quando la vittoria del centrosinistra in molti importanti comuni italiani aveva creato un’esaltata sicumera, la sbandierata «gioiosa macchina da guerra» di Occhetto, sbaragliata tre mesi dopo alle elezioni politiche del ’ 94, cosa che alcuni di noi avevano amaramente e pubblicamente previsto e temuto. Le odierne elezioni le ha perse non tanto il centrodestra— una parte del quale, con lo scossone dato da Fli e le scelte dell’Udc, ha avuto un ruolo nel loro esito — quanto quella sua degenerazione nota con il nome insolente di berlusconismo, divenuto via via sempre più degradante. Ma sarebbe stolto e pericoloso considerare il presidente del Consiglio politicamente già finito, sottovalutando le sue capacità di lotta indubbiamente assai notevoli ancorché spesso squalificanti e la sua tenuta. Molte cose lasciano sperare che il centrosinistra abbia imparato la lezione e sia in grado di valutare questa sua provvidenziale vittoria con tranquilla sicurezza di sé, aliena da pathos gridato, e con la consapevolezza che la partita è appena iniziata anche se per fortuna è iniziata bene.

Il Corriere della Sera 01.06.11

"I grillini votano Pisapippa", di Giovanni Cocconi

«Il bello di Internet è che quando uno dice una stronzata chiunque lo può sputtanare» ripete spesso Beppe Grillo. Che ieri, se ha dato un’occhiata a blog e social network, forse si è accorto di averne detta una («Pisapippa») peggiore di quella che aveva pronunciato in piazza Duomo il 4 maggio scorso. «Pisapia è un bollito, non vincerà mai». Profetico. Anche perché molti dei migliaia di milanesi che al primo turno avevano votato il Movimento 5 stelle, due settimane dopo hanno scelto proprio il «Pisapippa», come confermano i 50mila voti in più raccolti al ballottaggio. E questo nonostante l’appello di Grillo all’equidistanza tra Moratti e Pisapia, l’invito a non schierarsi tra il vecchio e il nuovo.
Per fortuna i grillini non sono ancora disposti a morire per il loro idolo e sono andati in massa a votare «Pisapippa», a dimostrazione che il movimento è dal basso anche se il leader insiste a dare la linea dall’alto.
«A Milano ha vinto il Sistema» ha commentato ieri il comico genovese dal suo blog. Proprio così, il Sistema con la S maiuscola, come Roberto Saviano definisce la camorra.
Per fortuna c’è Annozero che presto, forse già domani, offrirà alle sparate di Grillo il palcoscenico della prima serata di Raidue e Marco Travaglio che, un giorno in tv e un altro sul Fattoquotidiano, lo addita come la grande novità di questa tornata elettorale.
Non è solo. Già prima del voto molti quotidiani lanciavano l’allarme Grillo, profetizzando un successo che avrebbe segnato la sconfitta del centrosinistra. Profetici. Il centrosinistra ha vinto quasi ovunque nonostante Grillo, escludendo apparentamenti e corteggiamenti.
Fossimo Bersani o Vendola continueremmo così, cercando di asciugare l’acqua nella quale il comico genovese sguazza, tagliando un po’ di doppi incarichi, dando un’occhiata alle fedine penali dei candidati, battendosi per il referendum sul nucleare scippato dalla maggioranza. Consapevoli, però, che al ricatto di un populismo che alza il prezzo non si può rispondere con la stessa moneta. «Tutto cambia perché nulla cambi» ha scritto Grillo commentando il voto delle amministrative. Sarebbe d’accordo anche Berlusconi.

da Europa Quotidiano 01.06.11

La caduta della perfetta «Padanopoli», di Gian Antonio Stella

Ordinanze contro il kebab, i mendicanti, le lucciole, i nottambuli e poi ronde padane e misure contro la festa per l’Unità d’Italia: i bossiani di Novara l’avevano seguito punto su punto il «manuale del bravo leghista». Macché: una disfatta. E adesso sono tutti lì che si interrogano: ma come è successo? Ci sono due foto, sulla Tribuna Novarese di ieri, sotto il titolo «Amarezza e sgomento» , che dicono più delle parole. Massimo Giordano, per nove anni sindaco della città e oggi assessore regionale allo Sviluppo Economico, ha gli occhi sbarrati: come è successo? Accanto, Mauro Franzinelli è impietrito: come è successo? Manca Roberto Cota. Che dopo aver diffuso due righe di commento («Sono molto dispiaciuto… Rifletteremo…» ) pare evaporato. Bossi! E adesso, cosa dirà l’Umberto Bossi della clamorosa caduta della roccaforte del Carroccio? La città di Cota! La città di Giordano! Quando era venuto per un comizio, avevano detto al Senatur che qui non c’erano proprio problemi. E lui, si legge sulla Padania, aveva incitato tutti: «Bisogna vincere al primo colpo! “As vinc al primm colp…!”» Del resto, se c’è un posto in cui la Lega aveva esaudito tutte ma proprio tutte quelle che pensa siano le richieste di una «popolazione impaurita» , cose liquidate come razziste o demagogiche dalla sinistra, è Novara. Qui il sindaco Giordano fece appioppare una multa da 500 euro a una donna che camminava col volto coperto dal burqa. Qui il Comune ha vietato agli automobilisti di fermarsi e «consentire la salita sul proprio veicolo di uno o più soggetti che per l’atteggiamento, l’abbigliamento e il comportamento manifestano l’intenzione di esercitare l’attività di prostituta» . Qui è proibito ai bar e ai negozi nei pressi della stazione di vendere bevande alcoliche «di qualsiasi gradazione» . Qui c’è il divieto di «stazionamento» nei parchi pubblici per i gruppetti superiori alle tre persone. Qui «è fatto inoltre divieto di porre in essere forme di accattonaggio con impiego di minori, anziani, disabili o simulando disabilità» che, se utile ad arginare i truffatori, va a colpire anche chi davvero è affetto da una infermità e spesso non vede alternative che porsi al riparo del mantello di San Martino, patrono dei mendicanti amati nel Vangelo. Qui non solo è proibito aprire un locale «etnico» a meno di 150 metri da un altro ma il padrone deve dimostrare di conoscere l’italiano «attraverso il possesso di un diploma certificato o il superamento di un test in Comune» . Non bastasse, il municipio comunicò mesi fa ai dipendenti che il 17 marzo non sarebbe stato considerato festa nazionale per il 150 anni dell’Unità d’Italia ma le assenze sarebbero state «contabilizzate d’ufficio» , come si trattasse di ferie normali. Per non dire della pagina su La Padania ai tempi delle polemiche sulle ronde. Che era dominata dal titolone «Il modello Novara /dove le ronde sono certificate» e ospitava un’intervista in cui Giordano spiegava che lì le squadre autorizzate c’erano già ed erano «deputate a pattugliare i parchi e le aree verdi» . A corredo, una foto: lui e l’assessore alla sicurezza Franzinelli con un basco militaresco. Insomma: «Padanopoli» . Ecco cos’era Novara. Una roccaforte leghista praticamente imprendibile. E così la consideravano non solo i bossiani ma gli stessi avversari. Che mai avrebbero pensato, solo qualche settimana fa, di poterla conquistare. «Appena lanciata la sfida abbiamo fatto fare un sondaggio da professionisti» , racconta Andrea Ballarè, «Prima domanda: siete soddisfatti di come si vive qui? Risposta del 60%: sì. “Andiamo bene!”, ho pensato. E invece poi, dato dopo dato, veniva fuori che c’era un’insofferenza verso il governo, una insoddisfazione per tante cose di ordinaria manutenzione e una preoccupazione per il futuro. Insomma: va bene la difesa delle tradizioni, ma il futuro? E noi abbiamo deciso di battere su quello. Di andare nei quartieri. Casa per casa. Per parlare con le persone. È lì che ho vinto» . Ma come, il «porta a porta» non è la tecnica di cui il Carroccio dice d’avere il copyright? Il neosindaco, un commercialista cattolico che ha coinvolto il mondo delle parrocchie e del volontariato e insieme quello della sinistra e di Vendola («Non dice niente ma in modo affascinante e io voglio il Partito democratico vero, quello aperto a tutti i riformisti» ) dice che «non è affatto vero. O almeno non qui a Novara» . E, allungandosi sulla poltrona di colore verde Padania («mi hanno lasciato un bilancio dove non c’è un euro ma almeno questa credo che dovrò cambiarla!» ) spiega che «qui la Lega Nord aveva occupato tutto, manu militari. Posto dopo posto. In tutte le società pubbliche, in tutti gli organismi. Insieme con il Pdl si era preso tutto. E la gente se n’è accorta. Ha percepito il movimento di Bossi come “un partito ormai uguale a tutti gli altri”. Di professionisti della politica. È lì c’è stato il rifiuto. Non bastasse, ha visto che Cota e Giordano si odiano. Al punto che ognuno aveva in mente un candidato sindaco diverso e Franzinelli, che pure è il segretario provinciale leghista, è stato un ripiego: nessuno voleva darla vinta all’altro. Avessero candidato la Moscatelli forse, per loro, sarebbe andata diversamente. Dico forse, però… Anche perché lei non poteva» . La professoressa Silvana Moscatelli, che ha avuto tra gli alunni anche Ballarè («mai immaginato che potesse fare il sindaco» ) ed è l’esponente più popolare del Pdl novarese (un diluvio di preferenze anche stavolta) dice che no, non è proprio così, e comunque «pacta sunt servanda» e il patto era che il sindaco toccava alla Lega. E in ogni caso lei, colpita l’anno scorso da una terribile infezione agli occhi, non ci vede più: come poteva fare il sindaco, a parte la supplenza di Giordano, se non è più in grado neppure di vedere l’amatissima nipotina? Fatto sta che il ballottaggio ha travolto tutto come un uragano. Pareva difficile, la rimonta della Moratti a Milano? Quella di Ballarè pareva impossibile: 15 punti di svantaggio! Mai dire mai, ammicca il nuovo sindaco: «Quando si sono accorti di cosa stava succedendo, Novara era ormai nostra» . E «Padanopoli» non c’era più.

Il Corriere della Sera 01.06.11

"Se tramonta il mito del Nord padano", di Ilvo Diamanti

Le consultazioni amministrative appena svolte hanno evocato un cambiamento profondo del clima d´opinione. Eppure, nel corso della Seconda Repubblica, il Centrosinistra aveva vinto e governato a lungo a livello locale.
Non solo nelle tradizionali zone di forza – l´Emilia Romagna e le regioni del Centro. Ma anche altrove. In molte aree del Sud e del Nord. Solo che ce n´eravamo scordati. Perché dopo il 2006 – e ancor più dopo il 2008 – il centrosinistra è arretrato dovunque. Ma soprattutto nel Nord. “Espugnato” dalla Lega. Che alle Regionali del 2010 è penetrata anche nelle “zone rosse”. Così si è imposto il mito del “Nord padano”. Un concetto entrato nel linguaggio comune. E insieme si è affermata la convinzione che il centrosinistra sia troppo “romano” per essere accettato e creduto nel Nord. Un´idea, peraltro, non infondata. Che, però, indica una deriva. Non un destino. Così, fra gli attori politici e gli elettori di centrosinistra, si è diffuso un inferiority complex nei confronti della Lega. Considerata come unica e ultima erede dei partiti di massa. In grado di “presidiare” il territorio. Il voto ha ridimensionato, in modo brusco, questi sentimenti. Soprattutto nel Nord. Dove i partiti di governo hanno subito le sconfitte più brucianti. Non che altrove le cose, per loro, siano andate meglio. A Napoli, in particolare. Dove però da quasi vent´anni governava il centrosinistra. Ma è nel Nord padano che sono avvenuti i mutamenti più rilevanti. A partire da Milano, la capitale della Seconda Repubblica. Senza dimenticare Trieste, che solo Riccardo Illy, in passato, era riuscito a “sottrarre” alla destra. Oppure Novara, la capitale leghista, il feudo di Cota, governatore del Piemonte.
Ma il cambiamento del Nord sconfina ben oltre i luoghi simbolici del centrodestra e della Lega. Basti esaminare il bilancio dei comuni maggiori (con più di 15mila abitanti) dove si è votato: 133 a livello nazionale. In precedenza, 73 erano amministrati dal centrosinistra e 55 dal centrodestra. Gli altri da giunte di segno diverso. Ebbene, in queste elezioni il centrosinistra ne ha conquistate altre 10. Il centrodestra ne ha perse 17. Di cui 14 appartengono al Nord “padano” (con l´esclusione, cioè, dell´Emilia Romagna). Dove, tra le città al voto, il centrodestra ha fatto eleggere solo 8 sindaci, mentre prima ne aveva 22. Mentre il centrosinistra, parallelamente, è passato da 17 a 29.
Se analizziamo il risultato ottenuto dai partiti (al primo turno) questa impressione si rafforza ulteriormente. Nei comuni del Nord padano dove si è votato, infatti, il Pd ottiene il 27%. Come alle precedenti Comunali, ma con un incremento di 2 punti rispetto alle Regionali di un anno fa. Mentre i partiti di governo sono slittati vistosamente, rispetto al voto del 2010. La Lega di quasi 5 punti (si ferma al 10,9%). Il Pdl addirittura di 8. Oggi si è attestato sul 22,5%. Così, nelle città del Nord al voto, il Pd è divenuto il primo partito. Rispetto al passato recente, si tratta di una novità evidente.
Altro aspetto rilevante, il successo delle liste di sinistra – su tutte Sel. Non solo perché in grado di imporre il proprio candidato a Milano, ma perché, in generale, ha conseguito un risultato più che doppio rispetto alle Regionali (4,6%). Anche in termini assoluti. Inoltre, va segnalata la crescita elettorale del Movimento 5 Stelle, promosso da Beppe Grillo, che supera anch´esso il 4% dei voti validi. Questi dati certificano la pesante sconfitta del centrodestra e il parallelo successo del centrosinistra nel Nord. Ma, in assenza di analisi più approfondite, è difficile ricavarne significati chiari. Semmai, alcune ipotesi, che provo a tratteggiare di seguito.
1. Anzitutto, emerge il limite del “Nord padano”. Definizione imposta dalla Lega per “unificare il Nord”. Contro Roma e contro l´Italia. Torna, invece, a essere evidente come vi siano “diversi” Nord. Per retroterra sociale ed economico, ma anche per rappresentanza politica.
2. In particolare, si delinea l´orientamento specifico delle città maggiori. Hanno abbandonato il centrodestra. Tutte le capitali di regione (senza considerare Trentino Alto Adige e Valle d´Aosta) oggi sono governate dal centrosinistra. Tutte. Compresa la capitale per eccellenza. Milano. E il centrodestra, in questa tornata elettorale, è arretrata anche nelle città medie e nei capoluoghi di provincia. Ma si può rappresentare e governare “un territorio” restando esclusi dalle capitali?
3. Il centrodestra soffre di una crisi di consenso per molti versi nuova. In passato, infatti, Lega e Pdl disponevano di un bacino elettorale comune. Edmondo Berselli lo aveva definito, con un neologismo efficace, “forzaleghismo”. Così, le crisi della Lega corrispondevano alla ripresa di Forza Italia. E viceversa. Oggi non è più così. Quel bacino è esondato. E i due partiti hanno perduto entrambi.
4. Anche perché Forza Italia non c´è più. Al suo posto, il Pdl, che aggrega anche An. Ha una base elettorale in prevalenza centro-meridionale. La Lega, a sua volta, ha assunto un´identità governativa. Infatti, esprime i sindaci di centinaia di Comuni, i presidenti di 14 Province e 2 Regioni. E sta nel governo, a Roma. Insieme a Berlusconi. Usa un linguaggio da opposizione dura e comportamenti pragmatici e tradizionali. Anche a livello locale, dove, con i propri uomini, ha occupato enti amministrativi e finanziari. Ma la distanza fra comportamenti e parole è troppo stridente per non saltare agli occhi degli elettori.
5. Nel Nord è in atto una profonda trasformazione economica e sociale. Ha scosso alle fondamenta il sistema finanziario, la grande e la piccola impresa. Ha modificato le basi demografiche e gli stili di vita della società. Molte zone, che fino a poco tempo fa si consideravano al sicuro dalla crisi, oggi si sentono vulnerabili. I metodi di rassicurazione fondati sulla paura del mondo e degli stranieri non rassicurano più. E i miti della Padania e dell´Uomo-che-si-è-fatto-da-sé non bastano più a dare risposte e identità al Nord.
6. Anche per questo, dopo alcuni anni, il centrosinistra è tornato. Per limiti altrui, ma anche per meriti propri. Perché dispone ancora di leader locali credibili ed esperti. Perché ha legami con la società civile ed è stato in grado di mobilitare la realtà locale. Perché le sue parole in questa fase appaiono meno aliene di quelle del centrodestra. Altruismo, bene comune, solidarietà incontrano più attenzione, nel senso comune, rispetto a individualismo, paure, interessi. L´estremismo “moderato” e aggressivo di questi tempi, infine, ha stancato.
7. Circa l´eterogeneità delle coalizioni e il peso della cosiddetta sinistra radicale, conviene rammentare che raramente, in passato, queste differenze hanno provocato crisi locali. Perché sindaci e governatori sono eletti direttamente dai cittadini e dispongono di una legittimazione forte. E perché è più semplice trovare l´accordo sui temi concreti della società e del territorio che sui principi non negoziabili. La vita e la morte. La pace e la guerra.
8. Da questo passaggio elettorale, il centrosinistra esce rafforzato. Ma deve trarne le giuste indicazioni. In primo luogo: il Pd non può pretendere di essere partito dominante, né tanto meno unico. Ma è, indubbiamente, il riferimento obbligato di ogni coalizione. Non bisogna, poi, scambiare le consultazioni locali con quelle nazionali. Anche se l´Italia è un Paese di città e regioni. E tutti i cambiamenti politici, sociali e culturali sono avviati e annunciati a livello territoriale. Infine: guai a rassegnarsi, al “complesso del reduce”. Allo “sconfittismo”.
Se è possibile vincere a Milano e nel Nord, allora nulla è impossibile. Neppure a livello nazionale.

La Repubblica 01.06.11