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"La svolta laburista delle partite Iva ora spiazza il centrodestra", di Dario Di Vico

Secondo un sondaggio Swg, Pisapia avanti di 17 punti tra autonomi e professionisti Il distacco sale a 30 punti tra i laureati. Due novità di carattere socio politico hanno tenuto banco in queste settimane a Milano ed entrambe hanno in qualche misura accompagnato la vittoria di Giuliano Pisapia. Il radicale pronunciamento di settori della borghesia più tradizionale e (soprattutto) lo spostamento di consensi dentro il lavoro autonomo, che pure aveva rappresentato storicamente una constituency del voto di centrodestra. La prima novità è stata scandita dalle interviste pro-Pisapia di diversi esponenti delle élite industriali e finanziarie e dalla nascita di un gruppo di saggi capitanati da Piero Bassetti. La seconda è stata fotografata da alcune analisi del voto del primo turno, realizzate dalla «Swg» per conto dello staff di Pisapia, analisi che segnalano come tra gli elettori laureati ci siano stati 30 punti di differenza a favore del centrosinistra e come tra i lavoratori autonomi Pisapia abbia sopravanzato la Moratti di ben 17 punti (tra i lavoratori dipendenti Giuliano stava sopra Letizia di 15 punti). A stare all’insieme delle elaborazioni «Swg» il centrosinistra avrebbe avuto dunque un elettorato più giovane, più colto, più inserito nell’attività produttiva mentre il centrodestra avrebbe presidiato meglio gli strati a bassa scolarità e più avanti con gli anni. Un’audience molto televisiva, viene da commentare. Come si spiega questo che appare un vero e proprio ribaltone? Non è facile rispondere a caldo, però è probabile che sia in qualche maniera mutata la cultura di fondo dei professionisti, dei commercianti e delle partite Iva milanesi. La Grande Crisi che ha colpito questi strati, che ne ha tarpato le ali e evidenziato una condizione di debolezza in termini di protezioni sociali, può aver favorito una migrazione— non sappiamo quanto temporanea — da un orientamento prettamente «liberale» a una visione «laburista» della propria collocazione sociale. Anche da un punto di vista lessicale ormai siamo abituati ad accomunare un giovane avvocato o un architetto junior alla voce «precario» , cosa che evidentemente sarebbe stata improponibile dieci o forse ancora cinque anni fa. Se dai giovani passiamo ad analizzare chi tra i legali, i commercialisti e gli architetti il lavoro ce l’ha vediamo che c’è sicuramente uno strato d’eccellenza (il 24%) che si è internazionalizzato e che dovrebbe aver risentito meno della crisi, ma il grosso (ben il 57%) lavora solo per la città o al massimo per la Lombardia. Mentre non si è ancora sviluppato un intenso rapporto con il resto del Nord. Se focalizziamo la condizione di vita e il posizionamento delle partite Iva il senso di retrocessione appare ancora più evidente. Chi sceglieva la via del lavoro autonomo lo faceva in nome dell’indipendenza e di un certo gusto del rischio, oggi accade esattamente il contrario. Spesso si apre una partita Iva sotto il segno della dipen- denza da un unico committente e della totale assenza di potere negoziale. Che c’entra Pisapia con tutto ciò? Soggettivamente forse poco e tutto sommato i temi del lavoro autonomo non sono stati certo centrali nella sua campagna ma il candidato-sfidante ha comunque usufruito della svolta laburista per affinità politica e in certa misura, per una maggiore capacità di ascolto dispiegata attraverso il presidio dei social network. Il voto alla fine ha risentito di questa nuova composizione sociale, dei conseguenti slittamenti culturali e della disillusione nei confronti di alcune parole-chiave tipiche del centrodestra. Un caso a sé è il meccanismo della gestione separata dell’Inps, un tema molto sentito sulla piazza milanese. Si può far ricorso alla retorica del lavoro autonomo nei comizi e poi, pur avendo le leve dell’amministrazione comunale e provinciale, non avanzare nemmeno la più elementare delle proposte come quella di creare una «casa delle partite Iva» che fornisca a pagamento servizi e formazione continua? Ma torniamo alla borghesia tradizionale. Sicuramente Milano è un terreno d’osservazione privilegiato per analizzare le trasformazioni del capitalismo italiano. Oscurato il ruolo delle grandi famiglie, in ribasso la stella della finanza dura e pura, il cuore del sistema ormai gira attorno alle grandi banche. Se le imprese milanesi una volta facevano la spola con Roma per il giro dei sette ministeri, ora nell’epoca della spesa-pubblica-zero tutto si sposta in banca. Torna a Milano e mostra l’inutilità dei partiti che stanno al governo. I criteri di finanziamento, la creazione delle reti di impresa, l’impostazione delle politiche di settore e di filiera via via tendono a passare dalle anticamere dei grandi player del credito. Se davvero come si dice Intesa e Unicredit dovessero cooperare per il rilancio delle infrastrutture del Nord, ciò diventerebbe evidente anche per quanto riguarda la trasformazione del territorio. E si realizzerebbe un’ulteriore perdita di ruolo dell’intermediazione della politica romana. Anche qui: che c’entra tutto ciò con Pisapia? Direttamente poco, ma spiega come tutte queste esperienze e culture non tendono più ad affluire nel centrodestra ma prendono le strade più disparate facendo mancare però linfa vitale all’asse Pdl-Lega. E determinando anche un distacco con la borghesia più tradizionale. Lo stesso ragionamento vale per il ruolo delle fondazioni bancarie e anche qui la causa sta nella difficoltà di finanziare dal centro le politiche di welfare. Per dirla con Nanni Moretti di «Habemus Papam» , c’è «un deficit di accudimento» da parte della politica nei confronti dei ceti urbani vulnerabili che invece nel momento del bisogno si trovano a fianco istituti della società civile, una rete di secondo welfare fatta di fondazioni, filantropia, volontariato, fondi privati. Ed è abbastanza evidente che le reti della solidarietà non presentano molti punti di contatto con il centrodestra, anche in virtù della fortissima e controproducente polemica scatenata a Milano dalla Lega contro il cardinale Tettamanzi, che ha dato vita proprio a un fondo di sostegno alle vittime della crisi.

Il Corriere della Sera 31.05.11

"Il mito traballante dell'invincibilità", di Gian Antonio Stella

Il leggendario pugile camionista Bruce Strauss finì kappaò 78 volte e ogni tanto, se capiva che lo stavano massacrando, si buttava giù e si fingeva morto. Va da sé che Silvio Berlusconi, battuto «solo» a Milano, Napoli, Trieste, Cagliari, Novara, Pavia, Gallarate e in un mucchio di altri posti compresa Arcore, sfodera un sorriso: «Sono un combattente, ogni volta che perdo triplico le forze» . Della serie: non vi darò mai la soddisfazione di piangere. La botta, però, è durissima. Certo, può sempre cercare qualche consolazione nelle vittorie a Vercelli, Reggio Calabria, Varese, Iglesias… Ma in confronto alla batosta nelle città che contavano davvero, il grido «abbiamo espugnato Rovigo!» somiglierebbe a quanto disse il dc Vito Napoli dopo che il suo partito era uscito massacrato alle amministrative del 1993: «Sì, abbiamo perso Roma, Milano, Napoli, Venezia, Palermo… Ma ci sono anche segnali incoraggianti. Penso ai successi di Gerace, Pizzo Calabro, Praia a Mare…» . O alla precisazione del buttiglioniano Maurizio Ronconi dopo una catastrofe elettorale del Cdu: «Gli elettori ci riconsegnano Valfabbrica. E con Valfabbrica sono nostre anche Parrano e Attigliano…» . Lo stesso Cavaliere, del resto, sa bene che questa volta non può sdrammatizzare come fece quel giorno che, perse altre «comunali» , sbuffò: «Si votava per Pizzighettone…» . La «sua» Milano è molto più che la seconda metropoli d’Italia. Lo disse anni fa, alla tv svizzera, giocherellando con una penna nel suo ufficio dall’arredamento monumentale, quando aveva (quasi) tutti i capelli ed era lontano dall’idea di scendere in campo: «A Milano nasce tutto quello che è importante. Roma è il centro politico. Niente altro, però» . Lo ha ripetuto mille volte in questi anni. Lo ha ribadito in queste settimane: «Milano è la città simbolo dell’economia italiana, la capitale economica d’Italia, la città da cui è partita la nostra avventura di libertà…» . Quindi? «Non posso immaginare che vinca la sinistra» . Macché: ha vinto. Nonostante i muri pieni di manifesti che sembravano stampati dal Ministro della Paura di Antonio Albanese, quello che al fianco ha il Sottosegretario all’Angoscia. Ricordate quanto disse anni fa a una convention di venditori di Publitalia? «Ogni mattina davanti allo specchio io mi guardo e mi ripeto: “Mi piaccio, mi piaccio, mi piaccio”. Ricordatevi: se uno piace a se stesso, piacerà anche agli altri!» . Per vincere, occorre crederci. Ha passato mesi a spiegare come, buttato fuori Fini e raccattata una maggioranza «più piccola ma coesa» la vittoria fosse ineluttabile: «State sicuri che governeremo. Se non ci riuscissimo, si andrà alle elezioni e noi le vinceremo alla grandissima» . «Se andassimo alle elezioni vinceremmo sicuramente» . «Abbiamo vinto tutte le elezioni che ci sono state e vinceremo anche le prossime amministrative» . «Non abbiamo dubbi: a Milano vinceremo» . «Vinceremo al primo turno» . Training autogeno. Poco più di un mese fa spiegò che il partito gli stava strettino: «Quando abbiamo fondato il Pdl come costola del Ppe abbiamo puntato a superare il 50%. Gli ultimi risultati del pentapartito si aggiravano intorno al 52%. E poiché Gasparri mi fa notare che bisogna aggiungere ad ex Dc ed ex Psi almeno il 6%di An, direi che dobbiamo puntare al 58%, perché nella vita occorre darsi obiettivi ambiziosi» . E tanto aveva battuto e ribattuto, che lo stesso Giornale si era spinto a sbilanciarsi spericolatamente. Come l’altro ieri su Trieste: «Il Cavaliere ha scompaginato gli equilibri a modo suo, incontrando i tifosi delusi dalla retrocessione in C della Triestina» . Così Antonione ha potuto fare il lieto annuncio: «Berlusconi ha dato mandato all’amministratore delegato del Milan Galliani di essere disponibile ad attivare accordi che permettano di superare in tempi brevissimi la situazione di crisi. Il primo passo però spetta alla Triestina» . Un patto d’onore sotto il segno del paron Rocco, insomma, turba i sonni del candidato democratico. A turbarli ancora di più, quei sonni, ci pensava Franco Frattini: «Antonione ce la farà, a recuperare 13 punti» . Al ballottaggio sono saliti a 15. E per la prima volta nella storia Trieste, le cui ferite della guerra, dell’esodo istriano e dei 40 giorni di occupazione titina con l’orologio in piazza Unità corretto sul fuso orario balcanico, pareva non dovessero rimarginarsi mai, ha scelto un sindaco cresciuto nel Pci e con una madre slava. Per non dire di Cagliari, dove mai aveva vinto un sindaco di sinistra. Titolo indimenticabile del quotidiano berlusconiano di domenica mattina: «È testa a testama il centrodestra mette la freccia» . Aveva al I turno mezzo punto di distacco: con la freccia del sorpasso è andato sotto di 19. E Hamsik? Come dimenticare il tormentone di «Marek-chiaro» Hamsik, l’attaccante slovacco del Napoli che il Cavaliere si era impegnato a non comperare, nonostante le richieste di Allegri, per non irritare i tifosi partenopei? E la promessa agli abusivi di bloccare le ruspe? E l’impegno a non far più pagare «l’imposta sui rifiuti finché ci sarà un solo sacchetto per strada» ? Tutto inutile: travolto da una maggioranza schiacciante di persone «senza cervello» . Per non dire di Novara, dove il candidato della destra, nella città di Roberto Cota, era quel Mauro Franzinelli che da assessore leghista alla Sicurezza nella giunta guidata da Massimo Giordano, eletto nel 2006 al primo turno con il 61%, aveva ideato la famosa ordinanza del 2008 che prevedeva il «divieto di stazionamento» per le strade della città in gruppi superiori a 3 persone: al massimo due. Nella scia di una campagna giocata tutta sulla paura degli immigrati, dei rom e dei centri sociali, pareva dovesse trionfare: ha perso. E si è fatto rimontare 16 punti di vantaggio e sorpassare di altri 6. Perfino Arcore, dopo l’amata roccaforte di Olbia incredibilmente perduta al primo turno dal fedelissimo Settimo Nizzi, ha tradito il Cavaliere. Aveva puntato sul leghista Enrico Perego: ha preso 12 punti di distacco da Rosalba Colombo, una donna che certo non appartiene come tipologia alla categoria delle veline. Una batosta doppia. Dice ora, da Bucarest, di non avere nessunissima intenzione di mollare: «Ogni volta che perdo triplico le forze» . Dalla «Furia» Daniela Santanchè al mito di Anteo, il gigante figlio di Posidone e di Gea che, come veniva abbattuto in combattimento appena toccava terra ne ricavava nuove energie e tornava a combattere più pugnace di prima finché Eracle non capì tutto e per ammazzarlo lo sollevò in aria. Un mito nobilissimo. A meno che il riferimento del premier, meno letterario, non fosse a un vecchio pupazzo della pubblicità che, per quante sventole pigliasse, tornava sempre su: Ercolino «Semprinpiedi» .

Il Corriere della Sera 31.05.11

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“Il bilancio finale: 59 a 18 per il centrosinistra”, di Gianni Trovati

I ballottaggi riscrivono la geografia politica dei municipi. Nei Comuni impegnati nel secondo turno si partiva da 45 a 36 per il centrosinistra (più 4 giunte espresse da liste civiche), e dalle urne sono uscite 59 sindaci di centrosinistra, 18 di centrodestra e 8 di liste e coalizioni civiche, nella metà dei casi con una forte componente del terzo polo. Solo 7 delle 36 amministrazioni di centrodestra confermano la propria scelta, in 24 casi passano a sinistra e in altri due si affidano a liste civiche.

Dalle parti dell’opposizione parlamentare il quadro è invece decisamente meno mosso: 31 su 45 rimangono a sinistra, 11 passano a destra, e in tre casi vincono coalizioni civiche. Un ultimo gruppetto di numeri serve a disegnare la situazione complessiva dei centri sopra i 15mila abitanti, che in 49 casi avevano chiuso la partita al primo turno due settimane fa: in totale le amministrazioni uscenti (considerando anche quelle terminate in anticipo per varie ragioni e arrivate commissariate alle elezioni) erano 74 di centrosinistra e 56 di centrodestra (più quattro civiche), e ora si passa a 87 a 39 per il centrosinistra (le 8 civiche completano il quadro).

Lo smottamento per Pdl e Lega si concentra in particolare nei feudi tradizionali: il Carroccio dice addio a Novara, città del governatore piemontese Roberto Cota, a Domodossola e a Malnate (Varese), e intorno a Milano il Pdl abbandona Rho (sede dell’Expo), Gallarate, Desio, Arcore e Limbiate, mentre il centrosinistra tiene a San Giuliano Milanese e Nerviano (dove la Lega era arrivata al ballottaggio). Il Carroccio tiene Varese con Attilio Fontana, e trova la novità più gradita a Montebelluna, 31mila abitanti in provincia di Treviso, dove il leghista Marzio Favero costringe il centrosinistra ad abbandonare l’ufficio del sindaco. Rimanendo a Nord, vanno da sinistra a destra anche Rovigo, Salsomaggiore e Cesenatico.

Confermando le tendenze emerse al primo turno, per la maggioranza di governo va meglio al Sud, anche se il crollo di Napoli oscura un po’ il tutto. Cosenza abbandona il centrosinistra, e come lei fanno Sora (Frosinone) e Nocera Inferiore (Salerno). Nelle Province, dopo i ballottaggi la situazione rimane a 7 a 4 per il centrosinistra: Pavia e Macerata vanno da destra a sinistra, Campobasso e Reggio Calabria imboccano la strada opposta.

Il Sole 24 Ore 31.05.11

"Cambiare è possibile", di Ezio Mauro

Da Milano e Napoli, con percentuali che soltanto un mese fa sembravano impossibili, l´Italia dei Comuni manda un chiaro segnale a Silvio Berlusconi: è finito il grande incantamento, il Paese vuole cambiare pagina. La svolta nasce nelle città che scelgono i sindaci di centrosinistra e bocciano la destra, ma il segnale è nazionale ed è un segnale politico che parla ormai chiaro. Dopo il primo turno i ballottaggi confermano che Berlusconi è sconfitto al Nord come al Sud, è sconfitto in prima persona e attraverso i candidati che ha scelto e sostenuto, è sconfitto nel bilancio negativo che gli italiani hanno fatto non soltanto del suo governo, ma ormai della sua intera avventura politica.
Nell´Italia pasticciata di questi anni, il voto fa chiarezza, perché è univoco. Dopo Torino e Bologna, riconfermati già al primo turno, passano ora al centrosinistra con Milano anche Trieste, Novara, Pordenone e Cagliari, mentre De Magistris addirittura sfonda a Napoli, quasi doppiando il suo avversario.
Il tentativo di rimpicciolire il risultato, d´incantesimo, a una dimensione locale (dando tutta la colpa della sconfitta ai soli candidati-sindaco) è patetico, da parte di chi lo ha trasformato in un test nazionale per un mese intero, mettendo a ferro e fuoco la campagna elettorale. Quando a Milano il sindaco uscente è stato fermato sotto il 45 per cento da Pisapia, salito al 55,1, è chiaro che la capitale spirituale e materiale del berlusconismo si è ribellata a questo ruolo, riprendendo la sua autonomia e chiudendo un ventennio. Quando a Napoli De Magistris ha stravinto con il 65,4, lasciando Lettieri al 34, 6, vuol dire che le promesse di Berlusconi sui rifiuti e gli abusi edilizi non sono state credute, e l´alternativa al malgoverno della città è stata cercata non a destra ma a sinistra, dov´era presente una forte discontinuità.
Berlusconi non convince quando governa coi suoi sindaci, non vince quando si propone coi suoi uomini come alternativa. Ma perde anche nelle roccheforti della Lega, come nel novarese o a Gallarate, portando la sua crisi personale e politica come una bomba nel corpo inquieto del grande alleato: che dopo aver lucrato elettoralmente (e in termini di potere) nella corsa al traino del Pdl oggi scopre la negatività di quel legame così stretto da soffocare ogni identità autonoma dentro gli scandali del premier, nell´incapacità di governare, nell´annuncio continuo di una pseudoriforma della giustizia che è in realtà un puro privilegio personale del sovrano, alla ricerca ossessiva di un volgare salvacondotto.
È a tutto questo che si è ribellato il Paese. E soprattutto alla falsa rappresentazione di sé, con una propaganda forsennata e suicida che ha presentato Milano come la capitale del male, in balia di tutto ciò che secondo Berlusconi può spaventare una borghesia immaginaria e da strapazzo, zingari, islamici, gay e terroristi: una città che può essere salvata e redenta soltanto dalla mano del Grande Protettore. Con questa predicazione di sventura (ripetuta dopo la sconfitta: “Vi pentirete”), l´ex “uomo col sole in tasca” non si è accorto di proiettare un´idea spaventosa e malaugurante dell´Italia, che i cittadini hanno giudicato pretestuosa, negativa e menzognera.
La prima lezione è che non si può guidare un Paese, dopo aver ottenuto il consenso popolare, e contemporaneamente parlare come se si fosse all´opposizione di tutto, lo Stato, le sue istituzioni, i suoi legittimi poteri, persino il buonsenso. Questo estremismo ideologico sta perdendo Berlusconi, e ha rotto l´incantamento, insieme con le promesse mancate, la compravendita ostentata, gli scandali, la legislazione ad personam.
La cifra complessiva che unisce tutto ciò è la dismisura, la disuguaglianza, l´abuso di potere e il privilegio. Ma questo abuso trasformato in legge, la dismisura che si fa politica, la disuguaglianza che diventa norma, il privilegio che deforma l´equilibrio tra i poteri, sono ormai la “natura” di questa destra, risucchiata per intero – dopo l´espulsione della corrente finiana, l´unica capace di autonomia – dentro il vortice berlusconiano che nella disperazione travolge ogni cosa pur di aprirsi un varco di sopravvivenza.
Per questo sono ridicoli i distinguo degli araldi berlusconiani che solo nelle ultime ore hanno incominciato ad imputare al Capo i suoi errori, dopo averlo eccitato ad ogni eccesso nei mesi della fortuna, quando vincere non bastava, bisognava comandare, e governare non era sufficiente, si doveva dominare.
È questa gente che ha aiutato Berlusconi a disperdere il tesoro di consenso conquistato due anni fa, e oggi non sa suggerirgli altro che qualche capriola pirotecnica, qualche giochetto da predellino, qualche invenzione nelle sigle e nella toponomastica politica, come se il problema del Premier e della destra fosse di pura tattica e non di sostanza – di “natura”, appunto – e tutto si risolvesse nella propaganda, amplificata dai telegiornali.
Invece quando si esce dall´incantamento bisogna fare i conti con la politica. Il Paese non è governato, e il voto lo conferma. La compravendita a blocchi dei parlamentari dà un´illusione di forza numerica, ma non dà vita ad una coalizione politica coerente e coesa. L´attacco forsennato alla magistratura, alla Consulta, al Quirinale, ai cittadini che la pensano diversamente sfibra il Paese e lo calunnia nelle sue istituzioni, cioè nel suo fondamento costituzionale e repubblicano, che andrebbe preservato dalla battaglia politica.
Berlusconi trasmette sempre più – fino alla drammatica immagine del colloquio con Obama – l´idea di un leader alieno nelle istituzioni che dovrebbe non solo guidare, ma rappresentare. È un uomo che sfida lo Stato e non vi si riconosce appieno, e che oggi ha perduto anche il contatto con quel “popolo” che ha sempre contrapposto alla Repubblica e persino al cittadino.
Un uomo di Stato, dopo una simile sconfitta, con la posta fissata così in alto, dovrebbe dimettersi. Ma conoscendo il Premier non è il caso di pensarlo: per ora. Assisteremo a proclami roboanti e promesse mirabolanti, e non sarà difficile riconoscere dietro le parole l´ansia di un leader che perde terreno, deve alzare ogni giorno l´asticella, avverte il distacco dell´alleato e la diffidenza del suo stesso partito. Per questo il Premier dopo un breve travestimento da moderato tornerà irresponsabile, dando fuoco a tutte le sue polveri, infiammando di bagliori anti-istituzionali un´agonia che – come diciamo da anni – sarà terribile.
Così facendo, sarà lui a suscitare un arco di forze davvero responsabili, repubblicane, che si troveranno fatalmente insieme a difendere ciò che deve essere difeso, dalla Costituzione al Quirinale, alle istituzioni di controllo e di garanzia. In questo quadro, il Pd sta dimostrando di essere una struttura servente della democrazia repubblicana, perno dell´opposizione e di ogni alternativa, e il suo leader prende forza ad ogni passaggio. Il Terzo Polo ha dato prova di essere irriducibilmente autonomo dal potere di questa destra, e portatore di una cultura delle istituzioni, che dà un senso al moderatismo, sopravvissuto alla maledizione berlusconiana. L´area di Vendola e Di Pietro sa proporre a tutta la sinistra (e persino al centro) uomini e soluzioni nuove, per vincere.
La novità infatti è il vero segno di De Magistris e Pisapia, insieme con la diversità dal modello berlusconiano. E la prima diversità è la serenità, la sicurezza, l´ironia. Anche per questo il cupo arrocco berlusconiano, che tenterà di chiudere a pugno le forze residue intorno ad un governo già condannato, è una risposta vecchia e disperata alla crisi che da oggi è aperta. L´Italia non può essere imprigionata nel pantano perdente di Berlusconi, dopo che con il voto ha scelto di cambiare. Un´altra politica è possibile, un altro Paese la pretende.

La Repubblica 31.05.11

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“Anno Zero”, di Massimo Gramellini

Ieri in Italia sono finiti gli Anni Ottanta. Raramente nella storia umana un decennio era durato così a lungo. Gli Anni Ottanta sono stati gli anni della mia giovinezza, perciò nutro nei loro confronti un dissenso venato di nostalgia. Nacquero come reazione alla violenza politica e ai deliri dell’ideologia comunista. L’individuo prese il posto del collettivo, il privato del pubblico, il giubbotto dell’eskimo, la discoteca dell’assemblea, il divertimento dell’impegno. La tv commerciale – luccicante, perbenista e trasgressiva, ma soprattutto volgarmente liberatoria – ne divenne il simbolo, Milano la capitale e Silvio Berlusconi l’icona, l’utopia realizzata. Nel pantheon dei valori supremi l’uguaglianza cedette il passo alla libertà, intesa come diritto di fare i propri comodi al di fuori di ogni regola, perché solo da questo egoismo vitale sarebbe potuto sorgere il benessere.

Purtroppo anche il consumismo si è rivelato un sogno avvelenato. Lasciato ai propri impulsi selvaggi, ha arricchito pochi privilegiati ma sta impoverendo tutti gli altri: e un consumismo senza consumatori è destinato prima o poi a implodere. Il cuore del mondo ha cominciato a battere altrove, la sobrietà e l’ambientalismo a sussurrare nuove parole d’ordine, eppure in questo lenzuolo d’Europa restavamo aggrappati a un ricordo sbiadito. La scelta di sfidare il Duemila con un uomo degli Anni Ottanta era un modo inconscio di fermare il tempo. Ma ora è proprio finita. Mi giro un’ultima volta a salutare i miei vent’anni. Da oggi si guarda avanti. Che paura. Che meraviglia.

La Stampa 31.05.11

Bersani: Governeremo per tutti

Conferenza stampa del segretario dei democratici: “Il PD ha saputo rispondere all’esigenza della riscossa civica e morale richiesta dal Paese. Noi guardiamo la gente all’altezza degli occhi e non dall’alto verso il basso: crediamo nella partecipazione e nella Costituzione “. “Notizie formidabili da tantissime città. Con il voto di oggi siamo davanti ad una risposta civica e morale del Paese. Una risposta che il centro sinistra ha saputo interpretare, e soprattutto il PD che mettendosi a servizio di questa richiesta ha ottenuto un grandissimo risultato”, così Pier Luigi Bersani, segretario del PD durante la conferenza stampa per i ballottaggi 2011 che hanno registrato la netta vittoria del PD e di tutto il centrosinistra in tutta Italia, con i fiori all’occhiello delle città di Milano e di Napoli. “Le elezioni tra primo e secondo turno sono state una valanga. Ai ballottaggi vinciamo con risultato travolgente. Facciamo un confronto con il 2006: un anno straordinario con 55 vittorie. Ora ne abbiamo vinte 66. Grazie a tutti ai militanti, al centrosinistra: hanno lavorato splendidamente con generosità”, ha detto aprendo lq conferenza stampa sui risultati.
***** Al secondo turno nelle città capoluogo vince il centrosinistra 9 a 3 Novara, Milano, Grosseto, Cagliari, Trieste, Pordenone, Rimini, Napoli, Crotone contro Varese, Cosenza, Rovigo. Le province che vanno al centrosinistra sono 4: Pavia, Mantova, Trieste, Macerata. Tra i comuni ad Arcore si è vinto con il 58,4% Passiamo da 20 a 22 città capoluogo strappando alla destra oltre a Milano anche Trieste, Novara, Cagliari. Si vince anche a Fermo,Olbia, Villacidro. Le Province restano 7 a 4 a favore del centrosinistra. Il centrosinistra conquista Macerata e Pavia. Insomma, su 5.700.000 abitanti circa, prima noi ne amministravamo 3,5 milioni e loro 2,2. Oggi il centrosinistra passa a poco più di 5 milioni e il centrodestra a poco meno di 700 mila abitanti.“Ho sentito delle analisi strane sul voto. Delle 29 città capoluogo, 24 hanno visto la vittoria del candidato del PD. Noi ci siamo messi a servizio di tutto il centrosinistra per dare una risposta alla riscossa civica e morale del Paese”.

“Noi governeremo per tutti – ha continuato il leader democratico – lo faremo con i nostri valori e principi. Lo faremo per tutti. Ma è bene dire che chi non ci ha votato non è un nostro nemico, è un cittadino per il quale governeremo. Noi siamo affezionati ai concetti basici della democrazia e della nostra Costituzione che la più bella del mondo”.

Poi ha riassunto quello che per lui è il segreto del successo del PD. “Noi non siamo quelli dell’uomo solo al comando, non cerchiamo risse e faziosità, non crediamo al meccanismo dell’imperatore e dei suoi feudatari. Noi guardiamo la gente all’altezza degli occhi e non dall’alto verso il basso: crediamo nella partecipazione e nella Costituzione. E poi abbiamo vinto parlando della vita comune della gente: lavoro, redditi, pensioni, ambiente, servizi. Ora continuiamo a suonare uno spartito di due note: democrazia e diritti sociali, perché il paese ha bisogno di sentire che qualcuno se ne occupa. Avendo girato l’Italia posso dire: attenzione questa speranza che si alza in piedi viene prima di un’esigenza politica. E’ morale, è l’Italia che si è messa in cammino, noi vinciamo perché l’Italia vuole uscire dall’ubriacatura della vergogna e dell’arroganza di questi anni. C’è voglia di un’Italia per bene, dove ognuno fa il suo lavoro con onestà e trasparenza, l’abbiamo visto nelle piazze piene di donne e giovani.

Quindi Bersani ha voluto rivolgere un appello al centrodestra: considerando “che 1. abbiamo una maggioranza parlamentare attuale che non è quella uscita dalle elezioni politiche; che 2. dal voto di oggi e di due settimane fa i dati dicono chiaramente che il centrodestra non più maggioranza nel Paese; che 3. il governo è paralizzato e non in grado di risolvere i veri problemi dell’Italia; chiedo a Berlusconi di non impedire una nuova fase politica, di non alzare degli steccati, di tenere conto della nuova realtà politica”.

Da questo voto amministrativo nascono “nuove responsabilità per il PD e il centrosinistra: l’impegno di essere all’altezza della speranza che si è risvegliata nel paese. Abbiamo lavorato molto fin qui, e da domani lavoreremo ancora di più”.
Ora Berlusconi deve dimettersi. “Abbiamo raccolto 10 milioni di firme e presentato in Parlamento mozioni di sfiducia per chiedere le dimissioni del governo. Con il voto di oggi c’è una ragione in più per richiederle. E dopo le dimissioni, le elezioni sono la strada maestra. Certo sarebbe meglio andare a votare con una diversa legge elettorale dato che quella attuale ha creato molti guai al Paese. Comunque il governo prenda atto della nuova realtà delle cose e agisca di conseguenza. Ora bisogna mandare a casa Berlusconi, ma bisogna anche guarire dalla malattia, far uscire dalle vene d’Italia le tossine che ci ha messo”.

www.partitodemocratico.it

Giro di boa (Newsletter "Speciale Elezioni amministrative")

Con i risultati del secondo turno delle elezioni amministrative è possibile fare un bilancio di questa decisiva competizione elettorale. Essa ci consegna un esito straordinario che premia le forze di opposizione e punisce severamente il centrodestra.

La vittoria a Torino, Bologna, Napoli e soprattutto Milano è merito certamente degli ottimi candidati messi in campo dal Partito Democratico e dalle altre forze del centrosinistra, e dimostra al contempo che le primarie rappresentano uno strumento straordinario per promuovere la partecipazione del popolo del centrosinistra e condividere la scelta dei candidati migliori. Ma a nessuno sfugge che queste elezioni hanno un chiaro significato politico e costituiscono un vero e proprio giro di boa della politica italiana.

Tramonta un’era, quella segnata dalla presenza di Berlusconi (ormai ingombrante anche per il centrodestra) e comincia una nuova fase; che duri un giorno o un anno l’agonia dell’alleanza tra Lega e Pdl poco importa dal punto di vista politico (anche se, dal punto di vista sociale ed economico, l’accanimento terapeutico con cui si tiene in vita un assetto di potere ormai imploso è un danno micidiale per l’Italia). Berlusconi ha voluto un referendum su sé stesso e l’ha perso sonoramente. Politicamente, il risultato delle amministrative ci riconsegna un Paese diverso da quello che ha segnato le fortune elettorali del centrodestra.

Dopo un sostanziale decennio di governo il centrodestra non ha risolto nemmeno uno dei problemi dei 60 milioni di italiani, in primo luogo perché ha pensato solo a risolvere i 60 milioni di problemi di un italiano.

Questa era la tara originaria di quell’alleanza, ma non è l’unica ragione di un fallimento completo. La responsabilità della sconfitta del centrodestra non appartiene solo al suo (ex?) padrone ed al suo colossale conflitto d’interessi. Lui ha umiliato il Paese e rappresenta l’emblema di un modo di fare politica degradante, ma la crisi dell’assetto di potere appartiene anche al fedele alleato leghista, che è stato trascinato a sua volta nella sconfitta.

Il centrodestra ha costruito le sue fortune elettorali cavalcando le paure e le inquietudini della gente, ma non ha saputo risolvere nemmeno uno dei problemi all’origine di queste inquietudini e non è andata mai oltre alla propaganda. Anche per queste ragioni con queste elezioni la Lega ha smesso definitivamente di crescere elettoralmente.

Ora tocca a noi, al centrosinistra, dimostrare di avere un progetto per l’Italia in grado di affrontare i problemi del Paese, che non sono quelli con la giustizia del Premier (o le sue bizzarre abitudini serali e le sue ambigue frequentazioni), ma che riguardano la drammatica condizione giovanile, il lavoro, l’economia, la scuola, la sanità, l’integrazione e l’immigrazione, la sicurezza.

Con le elezioni amministrative abbiamo dimostrato di essere in grado di mettere in campo una classe dirigente credibile nelle città, di saper dar vita a coalizioni coese e programmi condivisi.

Nonostante l’enorme sproporzione di mezzi (Milano rappresenta indubbiamente la realtà più significativa da questo punto di vista), la nostra credibilità ha sconfitto la loro inadeguatezza.

Allo stesso modo, nonostante la potenza mediatica del Premier, sconfiggeremo con la forza delle nostre idee la sua incapacità di governare. La polvere non si può nascondere sempre sotto il tappeto con telegiornali di regime e i nodi del Paese sono ormai venuti tutti al pettine.

Anche appellandoci al senso di responsabilità di tutte le opposizioni ed alla necessità di garantire l’interesse nazionale, quel giro di boa deve diventare una svolta per l’Italia intera.

Manuela Ghizzoni

Ballottaggi 2011, Zoggia: "Stiamo vincendo". Commenti di Rosy Bindi e Anna Finocchiaro

“I risultati dei ballottaggi vanno oltre le più rosee aspettative e indicano una vittoria del Pd e del centrosinistra su tutto il territorio nazionale”. Davide Zoggia Responsabile Enti locali della segreteria nazionale del PD ha così commentato in diretta dalla sede nazionale del Partito i risultati parziali emersi dallo spoglio delle schede per i ballottaggi delle elezioni amministrative 2011. Zoggia ha evidenziato che a circa metà spoglio i risultati sono molto importanti sia per il Pd e più in generale per il centrosinistra. Il Responsabile Enti locali ha presentato un andamento complessivo dei risultati in tutto il territorio nazionale per dare una visione più ampia della situazione non solo quindi puntando lo sguardo su Milano e Napoli. “Oltre a Milano e a Napoli dove pare che il risultato vada oltre le più rosee aspettative, siamo avanti a Cagliari, Trieste Pordenone, Crotone. Anche nella Provincia di Trieste, Mantova, Choggia, Iglesias, Arcore. E’ un segno omogeneo della vittoria del Pd su tutto il territorio nazionale –ha detto Zoggia -. Grandissima soddisfazione quindi, ma aspettiamo i dati più certi, anche se a due terzi dello scrutinio possiamo dire che siamo avanti a Rimini e Cattolica e mi dicono che dovremmo vincere anche Domodossola e che siamo avanti a Novara.

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Bindi: Berlusconi tragga le conseguenze dal voto
“Per il bene del Paese è meglio che se ne vada. Mi pare che se di sconfitta si può parlare, si deve parlare della sconfitta catastrofica del Pdl”
pubblicato il 30 maggio 2011 , 9 letture
“Berlusconi deve trarre le conseguenze di questo voto, e’ lui che ha dato valore politico a queste amministrative. Per il bene del Paese è meglio che se ne vada”, così Rosi Bindi allo speciale Tg1 ha commenta l’esito dei ballottaggi.

“Sconfitta anche del Pd? Ma se le nostre sconfitte fossero così me le prenderei tutte…”. risponde a chi gli ricorda che in queste amministrative anche il Pd è dato in calo, e il Pdl rimane il primo partito.

“In molte città abbiamo vinto al primo turno con un candidato Pd – ha ricordato Bindi – e oggi vinciamo a Cagliari, Trieste, Mantova, senza contare Napoli e Milano dove ci sono candidati che abbiamo sostenuto. Mi pare che se di sconfitta si può parlare, si deve parlare della sconfitta catastrofica del Pdl”.

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Amministrative, Finocchiaro: “Centrosinistra ha vinto, ha perso maggioranza di Governo”
di Anna Finocchiaro, , 47 letture
“Al di là di qualsiasi altro distinguo, a Milano e a Napoli ha vinto il centrosinistra e ha perso la maggioranza di governo. E sarebbe bene che i dirigenti del centrodestra che commentano il voto usassero maggiore sincerità e oggettività”. Lo ha detto Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato nel corso dello speciale del Tg1. “Al di là dei toni paradossali e grotteschi che ha utilizzato Berlusconi in una campagna elettorale in cui ha insultato gli elettori del centrosinistra, quel che è accaduto a Milano è che è cambiata la natura sociale del voto – ha detto Anna Finocchiaro – La borghesia milanese, superando anche la sua naturale ritrosia, si è schierata in modo palese per un uomo serio, mite e capace di rappresentare una Milano diversa come Pisapia. A Napoli l’affermazione di De Magistris è un segnale molto forte, è il successo di una personalità di rilievo ma anche del centrosinistra unito. Dietro a De Magistris c’è anche il voto di chi aveva sostenuto Morcone”.

www.partitodemocratico.it

"A Milano può rinascere il coraggio dell´identità" di Guido Crainz

Milano, Italia: forse si riparte da qui, come in altri momenti decisivi della vicenda repubblicana. Si ritorna qui, in un luogo centrale delle trasformazioni del Paese. Simbolo a più riprese dei suoi nodi irrisolti ma al tempo stesso delle sue potenzialità, delle sue risorse intellettuali e civili. Fra poche ore conosceremo l´esito definitivo del voto, e conterà moltissimo, ma va ricordato che pochi mesi fa questa tornata elettorale pareva quasi senza storia.

Condizionata dalla sua stessa parzialità. Il centrodestra appariva solido a Milano, largamente favorito a Napoli dall´inglorioso fallimento del centrosinistra, capace di mettere in qualche difficoltà l´avversario persino nella sua vacillante roccaforte bolognese e, ancor di più, in molte altre zone. La parzialità del confronto, insomma, sembrava destinata a mascherare la crisi profonda di una stagione berlusconiana che nel 2008 aveva celebrato il suo maggior successo. Successo confermato alle elezioni regionali di un anno fa grazie soprattutto all´affermazione della Lega.
Già ora quella tendenza appare comunque rovesciata, e la “rivelazione” quasi inaspettata di Milano ci permette di riflettere a fondo su di un rimescolamento più generale. Ci aiuta a interrogarci meglio sui differenti scenari che hanno iniziato a delinearsi dopo una lunga paralisi e nei quali sono destinati a confrontarsi modi diversi di intendere il futuro. Così è stato già in passato, nelle fasi di più intensa trasformazione del Paese.
Proprio nella Milano degli anni Sessanta balzarono prepotentemente in luce la straordinaria forza innovativa del “miracolo italiano” e al tempo stesso il permanere e l´intrecciarsi di contraddizioni pesanti, di ingiustizie sociali antiche e nuove.
Ad esaltare i primi versanti e ad attenuare, se non a correggere, i secondi venne allora un intenso fiorire culturale e politico che ebbe mille espressioni e mille canali. Esso contribuì anche a superare le divisioni e le lacerazioni della guerra fredda ed alimentò in forme nuove la vocazione riformatrice della città. Una città radicalmente trasformata dai grandissimi flussi migratori che la investirono: una tappa essenziale del processo di ridefinizione e di costruzione continua dell´identità nazionale.
La “fabbrica dei nuovi italiani” era il titolo illuminante di una inchiesta di Giorgio Bocca su quella Milano e sul suo hinterland, e quel processo fu messo presto, e duramente, alla prova. Nel ribollire delle ansie di trasformazione di fine decennio proprio a Milano – e contro Milano – mosse i primi passi un feroce tentativo di riportare all´indietro la storia. La strage di piazza Fontana annunciò l´inizio di quel tentativo, ma la città disse subito che esso era destinato a fallire: lo fece comprendere immediatamente, con straordinaria umanità, dignità e fermezza, la enorme folla accorsa ai funerali delle vittime. Quella, era Milano. E quella era l´Italia.
Una Milano e un´Italia che saranno attraversate e lacerate nel decennio successivo da tensioni ed esasperazioni che guardavano più al passato che al futuro, mentre il mondo si avviava a mutare e le condizioni stesse dello sviluppo erano messe drasticamente in discussione. Gli anni di piombo furono poi un vero incubo, e il successivo irrompere degli anni Ottanta sembrò travolgere, assieme a molte macerie, anche anticorpi salutari, culture generose, solidarietà sociali e civili. Sembrò porre le basi di uno stravolgimento senza argini. Per più versi l´Italia di oggi ebbe lì la sua incubazione, e quegli anni debbono ancora essere realmente capiti, nei loro differenti versanti: a partire dalla fine dell´universo industriale e dei suoi valori e dall´impetuoso affermarsi di forme inedite della produzione e del lavoro, della socialità e della conoscenza.
Nel crogiolo degli anni Ottanta, e a Milano più che altrove, la modernizzazione italiana ha avuto certamente una tappa essenziale ma resta un nodo ancora irrisolto la “qualità” di essa: le sue potenzialità ma al tempo stesso i tarli annidati al suo interno. Tarli che poterono erodere non superficialmente il tessuto connettivo del Paese proprio per l´assenza di una politica in senso alto: per lo svanire di una cultura riformatrice; per il degenerare estremo della partitocrazia; per il dilagare della corruzione come metodo; per il generale affievolirsi dei confini fra legalità e illegalità, in un processo che attraversava insieme – come Pasolini aveva intuito – il Palazzo e il Paese. In questo quadro le pulsioni all´esclusione sovrastarono drasticamente quelle all´inclusione, gli egoismi individuali e di ceto dilagarono, il rifiuto delle regole si coniugò alla rivalsa rancorosa e sin la ragion d´essere della nazione sembrò incrinarsi (su più versanti: anche dal meeting di Cl venne vent´anni fa l´invocazione di una “seconda Norimberga” contro gli artefici del Risorgimento).
La “prima repubblica” crollò in quel quadro, e in assenza di solidi argini l´antipolitica di Bossi e quella di Berlusconi trionfarono insieme. Fu un trionfo meno effimero di quel che inizialmente parve, e destinato a irrobustirsi – anche per demeriti altrui – nelle non lineari vicende di un lungo periodo. Un periodo che ha visto all´opera un´intensa “diseducazione civica” volta ad irrobustire antiche pulsioni allo sprezzo delle regole, all´affermazione individuale incurante dei vincoli collettivi. Volta, anche, a preparare una deformazione profonda dello stato di diritto e ad attentare in maniera sempre più esplicita all´edificio costituzionale. Eppure quel progetto è andato progressivamente in crisi, e alla sua agonia rimandano le pratiche dell´indecenza che la maggioranza ha fatto progressivamente prevalere.
Quell´agonia è ormai irreversibile ma più a lungo si protrarrà più si moltiplicheranno i veleni e i detriti destinati a inquinare e a ostruire le vie del futuro. Di qui l´importanza dei differenti segnali che sono venuti negli ultimi mesi, a partire anche dal rinascere dell´iniziativa collettiva. Di qui il valore della riscoperta di “essere nazione”, a un secolo e mezzo dalla nostra alba e in una delle fasi meno felici della nostra storia. Di qui, anche, il significato di un´alternativa capace di poggiare, come è avvenuto a Milano, sulla propria identità e sul proprio progetto più che sui demeriti dell´avversario (dilagati poi oltre ogni limite). Capace di far prevalere l´interesse generale, di rimettere in campo modalità di buona politica e di essere riferimento credibile per energie e speranze civili che sin qui sembravano disperse e quasi umiliate.
Auguriamoci davvero che questa alternativa vinca, con un esito assolutamente impensabile appena venti giorni fa. Auguriamoci che vinca il Paese.

La Repubblica 30.05.11