Latest Posts

Italia 110 – La nuova Italia nasce all'università

Italia110 nasce con l’idea di mettere in relazione i luoghi del sapere e della formazione, e le persone che li animano, con la politica e con il Partito Democratico. In tutti i Paesi emersi ed emergenti, questi luoghi sono la culla del pensiero creativo e innovativo, il motore della passione civile dei giovani. Sono i luoghi in cui cresce il capitale umano e in cui si costruisce quel tessuto di valori condivisi che deve tornare a essere il fondamento della nostra capacità di stare insieme.

Per questo siamo convinti che la nuova Italia possa nascere dall’aria che si respira nelle Università. Proprio quando la destra sceglie di dequalificare il sistema dell’istruzione, con conseguenze gravissime per il futuro del Paese, dalle Università stanno già emergendo le idee e le energie per invertire la rotta.

Tocca a noi ascoltarle e prendercene cura: cerchiamo 110 giovani che frequentano l’Università e discutono con giovani ricercatori e studiosi, esponenti della società civile, del mondo dell’impresa e delle parti sociali. E presentano le loro idee al Partito Democratico, confrontandosi con il segretario Pier Luigi Bersani e con Enrico Letta, vicesegretario e responsabile del programma, coi responsabili delle aree tematiche ed i parlamentari.

Ti aspettiamo il 9 giugno a Roma, alle Offcine Farneto: ci sarà spazio per lavori di gruppo, confronti pubblici, interventi di ospiti esterni. Se vuoi elaborare, proporre e confrontarti direttamente con il Partito democratico, candidati a partecipare compilando il form.

"Le gare nel settore idrico servono davvero? Alcune riflessioni sul primo quesito referendario", di Anna Bottasso e Maurizio Conti

Il primo quesito si propone di abolire integralmente l’art. 23-bis del D.L. 112/08 che prevede, come modalità standard di affidamento dei servizi pubblici locali, il ricorso alla gara o l’affidamento diretto a società miste, nelle quali però il socio di minoranza privato abbia compiti di gestione e sia scelto tramite gara.
Occorre subito constatare che, per quanto riguarda il primo referendum, i promotori abbiano alcune ragioni nel criticare l’assetto di governance del settore idrico disegnato dall’ art. 23 bis. Infatti, il settore idrico non sembra essere il più adatto per l’adozione di forme di concorrenza per il mercato. Il settore è ad alta intensità di capitale (soprattutto la fase della distribuzione, ma anche le fasi a monte, nel caso sia necessaria la costruzione di invasi artificiali) gli investimenti previsti nei prossimi trent’ anni sono ingenti (ben oltre i 2 miliardi di euro, secondo una stima conservativa del Centro Studi Utilitatis); inoltre, gli assets hanno vita utile vicina al secolo, sono non recuperabili e difficilmente valutabili (soprattutto nel caso delle reti) e le asimmetrie informative tra incumbent e potenziali entranti sono potenzialmente pervasive. La teoria economica ha mostrato come in queste circostanze la concorrenza per il mercato potrebbe non selezionare il miglior concorrente e determinare livelli di investimento sub-ottimali. In secondo luogo, poiché la normativa prevede l’affidamento dell’intero servizio idrico integrato (piuttosto che singole fasi della filiera) il disegno di gara diventa necessariamente complesso e quest’ultima si riduce ad un beauty contest. Inoltre, la necessità di concedere affidamenti di lunga durata rende molto probabile la rinegoziazione del contratto di concessione, una fase questa nella quale le Autorità di ambito o gli enti che le sostituiranno potrebbero essere “catturate” dal gestore soprattutto in assenza di una Autorità indipendente dotata di sufficienti risorse e competenze tecniche adeguate: in questo caso, la possibilità per il gestore di imporre aumenti tariffari eccessivi in fase di revisione del Piano di Ambito non è sicuramente una remota eventualità. Per questi (e altri) motivi, riteniamo che la fiducia che il Legislatore ha posto nel ricorso alla gara come modalità standard di affidamento dei servizi pubblici locali sia, nel caso del settore idrico, largamente mal riposta, a meno di non ripensare integralmente sia l’assetto industriale (in relazione alla dimensione ottimale degli ambiti e al grado di integrazione verticale) che regolatorio del settore. Da questo punto di vista, la recente creazione di una Agenzia nazionale di vigilanza sulle risorse idriche prevista dal governo nel “Decreto Sviluppo” approvato dal CdM il 5 maggio, va sicuramente nella giusta direzione, sebbene le riserve espresse sulla scarsa inidoneità del servizi idrico, cosi come configurato in Italia, all’utilizzo delle gare, permangono.
In ogni modo, l’Agenzia dovrebbe avere, tra gli altri, i compiti di definire i livelli di qualità del servizio, di predisporre il metodo per la determinazione delle componenti della tariffa, di approvare i piani tariffari stabiliti dalle autorità competenti e di fissarne i criteri per la revisione periodica. I componenti dell’Agenzia sono nominati dal governo e stanno in carica per tre anni (rinnovabili una sola volta) con parere vincolante a maggioranza dei 2/3 delle commissioni parlamentari competenti. Il Decreto Sviluppo prevede che il finanziamento dell’Agenzia avvenga tramite una tassa dell’ uno per mille sui ricavi degli operatori e che il personale sia comandato da altre amministrazioni (con oneri a carica dell’amministrazione di competenza) in misura non superiore alle quaranta unità (per un raffronto, l’autorità dell’energia ha un personale di circa 180 unità). Il Decreto rinvia poi alla normativa secondaria per la definizione delle finalità, dei compiti istituzionali e delle modalità di funzionamento dell’Agenzia: da tale normativa si capirà se l’Agenzia sarà dotata di poteri (e risorse) incisivi o se la sua creazione risponda unicamente allo scopo di contribuire a far mancare il quorum al referendum.
Il fatto che la concorrenza per il mercato sia di difficile applicabilità nel caso del settore idrico è confermata peraltro anche dal fatto che in Europa solo la Francia ne abbia fatto un uso davvero esteso e che in Inghilterra, al momento della privatizzazione del 1989, il governo abbia rigettato esplicitamente il modello francese delle gare, insistendo invece sulla regolazione economica e la concorrenza per comparazione. In Inghilterra, recentemente, il governo ha condotto una analisi approfondita (la cd Cave Review) sulla possibilità di riformare il settore al fine di introdurre più concorrenza nel settore: le proposte tuttavia non contemplano sostanzialmente alcun ruolo per la concorrenza per il mercato, puntando invece a liberalizzare (parzialmente) le fasi potenzialmente concorrenziali (l’ estrazione e il trattamento), mantenendo ferma la regolamentazione delle reti di distribuzione.
Tornando al caso italiano, non riteniamo che, una volta a regime, l’art 23 bis comporterebbe necessariamente il massiccio ingresso di imprese private nel settore: infatti, appare necessario sottolineare come -tenuto conto delle asimmetrie informative esistenti tra incumbent e potenziali entranti- non sia da escludersi uno scenario in cui un numero non trascurabile di gare si concluda con la conferma dell’incumbent (semi) pubblico, in virtù della rendita informativa di cui gode e per i conflitti di interesse esistenti in fase di gara: infatti quest’ultima sarà gestita da un ente pubblico spesso in conflitto di interesse, poiché la normativa italiana prevede il ricorso alla gara non come facoltà dell’ente pubblico responsabile del servizio (come in Francia), bensì come modalità standard di affidamento del servizio, consentendo però all’impresa pubblica -anche se strettamente legata all’ente pubblico concedente- di partecipare alla gara stessa. Pertanto, sebbene la vittoria del sì probabilmente non stravolgerebbe l’assetto del settore idrico che potrebbe determinarsi a seguito dell’entrata a regime dell’art. 23 bis, essa comporterebbe invece l’eliminazione della possibilità per gli enti locali di ricorrere allo strumento della gara in altri settori (trasporto pubblico locale in primis, alcune fasi della filiera dei rifiuti) che, per le caratteristiche che li contraddistinguono (minore rilevanza dei costi affondati, possibilità di procedere ad affidamenti per brevi periodi, etc.) sembrerebbero invece potenzialmente adatti ad un utilizzo estensivo della concorrenza per il mercato.
A nostro modo di vedere il vero problema del settore idrico italiano in questi anni è stato l’assenza di una Autorità incaricata di determinare tariffe che da un lato garantiscano una equa remunerazione del capitale investito solo ad imprese (pubbliche o private) ragionevolmente efficienti (e che abbiano effettivamente realizzato gli investimenti programmati) e dall’altro di assicurare alle imprese di non vedere espropriati i propri investimenti. Se l’Agenzia istituita dal governo avrà queste caratteristiche, il fatto che il gestore sia pubblico o privato, selezionato con o senza gara, potrebbe rivelarsi, in fin dei conti, un problema di secondaria importanza. Se l’Agenzia si rivelasse invece sotto-dimensionata, scarsamente finanziata, con poteri non ben definiti, soprattutto in relazione con quelli degli enti locali responsabili del servizio, l’assetto attuale della governance del settore idrico italiano rischia di perpetuare l’esistenza di monopoli pubblici o semi-pubblici regolati in modo insufficiente e poco chiaro, quindi scarsamente incentivati sia ad investire sia a perseguire incrementi di efficienza e di qualità e proni a trasferire sugli utenti, sotto forma di incrementi tariffari e più bassa qualità del servizio, le inefficienze tipiche del monopolio malamente regolamentato, sia esso pubblico o privato.

da www.nelmerito.com

Germania, addio al nucleare ultimo reattore spento nel 2022

Berlino sarà la prima potenza industriale a rinunciare completamente all’atomo, che attualmente copre il 22% del suo fabbisogno energetico. Dei 17 impianti chiusi dopo il disastro di Fukushima, 8 non saranno più riattivati. L’annuncio del ministro dell’ambiente: “Non torneremo indietro”. È ufficiale: dal 2022 la Germania non utilizzerà più l’energia nucleare. L’annuncio arriva dal ministro dell’Ambiente di Berlino: “E’ una decisione irreversibile”, ha detto Norbert Rottgen dopo una riunione tra i leader della coalizione e la cancelliera Angela Merkel. “Dopo una lunga consultazione – ha detto ancora Rottgen – c’è un’intesa, una scelta decisiva e chiara”.

La decisione arriva al termine di una riunione fiume di 12 ore – che ha visto partecipare i tre partiti della coalizione (Cdu, Csu e Fdp), ma durante la quale sono stati coinvolti anche Socialdemocratici e Verdi – e a tre mesi dal disastro nucleare di Fukushima.

L’addio al nucleare comporterà scelte importanti dal punto di vista delle politiche energetiche del paese: attualmente, il 22 per cento del fabbisogno d’energia arriva proprio dal nucleo e il piano prevede che gran parte dei reattori venga disattivato entro la fine di quest’anno. Inoltre una prima parte – i reattori costruiti prima del 1980 – erano stati spenti subito dopo il disastro giapponese. Ne rimarranno attivi quindi solo tre che funzioneranno per altri 11 anni al massimo. Il ministro ha spiegato che gli otto reattori dei 17 che non sono collegati alla rete di produzione di energia elettrica non saranno più riattivati.

L’annuncio segue la tempistica anticipata da un articolo pubblicato sulla Bild: entro inizio giugno, scriveva il giornale, lo coalizione liberal democristiana avrebbe iniziato a lavorare all’alternativa energetica al nucleare. Uno dei pilastri del nuovo piano è l’eolico, con nuove aree designate per ospitare gli impianti e turbine eoliche ancora più efficienti.

www.repubblica.it

"Illusioni pericolose", di Giuliano Amato

Fui io a proporre quello che è oggi l’articolo 50 del Trattato dell’Unione Europea, l’articolo che consente agli Stati membri di recedere dalla stessa Unione. Ma quando lo pensai, e quando fu approvato, a nessuno venne in mente che potesse servire in occasione del fallimento finanziario di uno dei nostri Stati. Nessuno dice ora di volerlo. Ma quando, tre giorni fa, la commissaria europea per la Pesca, la greca Maria Damanaki, ha detto che senza un accordo con i suoi creditori la presenza della Grecia nel mercato comune era in serio pericolo, abbiamo tutti capito che l’ipotesi del recesso è comunque entrata fra quelle a cui si pensa (tanto più che l’uscita dall’euro senza l’uscita dall’Unione non è legalmente possibile).
È un’ipotesi tutt’altro che facile da praticare, soprattutto non lo è con l’immediatezza che in genere caratterizza le risposte all’emergenza finanziaria. Basta leggere la procedura per rendersene conto. È una procedura di negoziato, intesa a sistemare le complesse partite di dare e di avere che si sono venute formando negli anni di comune permanenza nell’Unione, e per essa l’art.50 prevede un termine di ben due anni.

La realtà è che l’articolo fu scritto e voluto più come deterrente, che come norma destinata ad essere effettivamente applicata. Per anni la strategia ostruzionistica e di logoramento degli euroscettici di stampo britannico si era avvalsa dell’argomento «ci dite che l’appartenenza all’Unione è irreversibile, siamo dunque costretti a stare insieme e allora non potete imporci questo, non potete negarci quest’altro» e così via tirando permanentemente la corda. Bene, dice ora l’art.50, qui nessuno è tenuto a rimanere per forza e se ciò che per tutti gli altri va bene non va bene invece per qualcuno, la porta è lì e quel qualcuno può accomodarsi. Il vecchio ricatto, insomma, non è più possibile.

Eppure oggi di un recesso della Grecia si è cominciato a parlare, sia pure per escluderlo. E in un contesto spietato come quello dei mercati finanziari qualunque ipotesi venga messa sul tappeto diventa sempre uno scenario possibile, sul quale vengono misurate convenienze e del quale, se convenienze possono esserci, qualcuno cercherà di favorire l’avvento. Come siamo arrivati a questo punto nei confronti di un Paese che non è mai stato euroscettico e neppure “euro turbolento”?
Certo, si è scoperto due anni fa che i suoi conti erano truccati e che aveva abbondantemente violato il patto di stabilità, senza farlo trapelare. Ma da allora il Governo Papandreu si è impegnato in un robusto programma di restrizioni e di riforme per rimettere la Grecia in riga. Perché la Grecia è ora in ginocchio e sui mercati pochi credono che riesca a ripagare il suo debito e ci si aspetta invece il “default”? È l’asticella che le è stato chiesto di saltare che è troppo alta, oppure sono i greci che si rifiutano di saltarla e alimentano attorno a sé una crescente sfiducia? E a chi servirebbe l’eventuale e pur denegato recesso, agli stessi greci per sottrarsi a una condizione divenuta per loro insostenibile, o agli altri paesi dell’Eurozona, per amputare la parte infetta ed evitare il contagio?

Chi ha seguito l’evoluzione della vicenda greca sa perfettamente che le responsabilità del temuto disastro vanno ripartite equamente tra i soccorritori della Grecia e la Grecia stessa alle prese con le condizioni che essi le hanno imposto. Dei soccorritori in casi di emergenza si suole dire che “sono corsi” in aiuto di chi aveva bisogno di loro. Ecco, dei soccorritori della Grecia tutto si può dire tranne questo. E il tempo che l’Unione Europea ha fatto passare prima che soprattutto la Germania vincesse le sue interne ritrosie ha consentito ai tassi di interesse sul debito greco di raggiungere vette talmente elevate da rendere per ciò solo problematico un rientro inizialmente molto più praticabile.

Dall’altra parte gli impegni che George Papandreu ha dovuto prendere per il suo Paese erano essi stessi un’asticella troppo alta (in un solo anno avrebbe dovuto ridurre l’indebitamento di ben 7.5 punti) ed hanno per di più incontrato ogni sorta di ostacolo interno, dalla forte ostilità di diversi segmenti sociali, all’irresponsabilità dell’opposizione che l’ha alimentata, alla vera e propria renitenza di chi quegli impegni li doveva eseguire e in molti casi si è ben guardato dal farlo. La conclusione è che la Grecia ha oggi un debito troppo alto da pagare e una propensione troppo bassa a mettersi nella condizione di farlo.

I mercati sono ora in attesa e fanno capire non solo che il default della Grecia sarebbe destabilizzante per tutta l’Eurozona, ma anche che un eventuale allungamento delle scadenze per i titoli greci, specie per quelli in mani private, sarebbe ritenuto equivalente a un default. Ciò significa che a quel punto non sarebbe solo la Grecia a vedere precipitare il suo merito di credito.
In questo clima non è affatto impensabile che qualcuno si chieda: ma allora non sarebbe meno destabilizzante se la Grecia uscisse dall’Unione? Certo non finirebbe di soffrire, anzi con il ritorno alla dracma pagherebbe tutte le conseguenze di una prevedibile, forte inflazione. Ma almeno non sarebbe soggetta a condizioni tanto difficili da rispettare e i suoi creditori, volenti o nolenti, dovrebbero accontentarsi di pagamenti con una valuta sempre più debole, che proprio attraverso la svalutazione (come tante volte è accaduto nella storia) alleggerirebbe il peso del debito. Per parte sua l’Unione Europea eviterebbe di impelagarsi in ulteriori impieghi di risorse e in ulteriori condizioni che, in caso poi di fallimento, la renderebbero sempre più corresponsabile dello stesso fallimento, con effetti ancora più probabili di contagio e di destabilizzazione. Fermarsi ora e amputare la parte malata, e cioè la Grecia, potrebbe invece evitarlo.

Il Sole 24 Ore 30.05.11

"Pensioni, disuguaglianza record dirigenti al top e precari in miseria", di Valentina Conte

La distanza che separa un pilota da un co.co.co o co.co.pro qualunque, se misurata dall´entità della sua pensione, è davvero incolmabile: 3.500 euro contro 120 o poco più. Lordi, al mese. Raggelante, poi, se il confronto è con un dirigente: 3.800 euro contro i soliti 120. Un rapporto quasi di uno a 40.
Si dirà: vuoi mettere, dirigente contro call center, assistente di volo contro segretaria. Categorie, professioni, qualifiche e stipendi diversi. Vero, ma la questione non si liquida su due piedi. Tanto più che il numero degli assegni pensionistici erogati ai precari aumentano di anno in anno a ritmi sostenuti. Tra il 2009 e il 2010, ad esempio, sono cresciuti del 17%. Più di tutte le altre categorie. E nel futuro diventeranno una parte molto consistente della spesa complessiva. Perché è lì che si raggrumano gli incerti, i saltimbanchi del lavoro. E´ lì che galleggiano anche i professionisti degli anni duemila. Ingegneri, architetti, ricercatori. Oggi giovani “a progetto”. Domani anziani senza rete.
I dati sono scritti nero su bianco. Li riporta l´Inps nel Rapporto annuale relativo al 2010. A guidare con serenità la classifica delle pensioni sono i dirigenti (3.788 euro in media al mese), quasi raggiunti da piloti e assistenti di volo (3.487 euro). Ben a distanza tutti gli altri. Sfiorano i 2 mila euro i telefonici, in buona compagnia con chi lavorava per le società elettriche (1.879 euro). Gli ex impiegati dei trasporti e delle ferrovie si attestano sui 1.500 euro.
Tutti gli altri crollano sotto gli 800 euro. Tra questi la categoria più numerosa, quella dei lavoratori dipendenti, quasi nove milioni e mezzo di persone, che si accontentano di 861 euro. Sempre meglio dei commercianti (707 euro), degli artigiani e agricoltori (2,7 milioni di pensionati a 611 euro) e dei preti (574 euro). E soprattutto mai così male come i co.co.co.: 1.570 euro l´anno, 121 euro al mese, 96 euro in media alle donne, 130 euro agli uomini. Per ora si tratta di 245 mila persone. Ma crescono.
L´Inps spiega che nella voce “gestioni separate” confluiscono «prevalentemente le pensioni supplementari», ovvero le seconde pensioni, più piccole e non ricongiunte con le principali, disciplinate da una legge del 1962. Evidenza che non mitiga il sintomo e dunque l´allarme. Chiaramente percepito, visto che l´aliquota obbligatoria da versare in questa gestione è passata gradualmente dal 10% del 1996 al 26,72% attuale, sempre più vicina a quella della gestione principale Inps.
In tema di pensioni, un´altra distanza ormai incancrenita, perché immutata da almeno cinque anni, è quella tra le aree del Paese. Le pensioni erogate al Sud, scrive l´Istat nel Rapporto annuale, sono più basse di quelle del Nord-ovest di quasi un quinto, ovvero del 19,5% e del 12,1% rispetto alla media nazionale. Per fare un esempio, nel 2009 un pensionato meridionale prendeva in media 9.501 euro lordi l´anno, una cifra di gran lunga inferiore se paragonata agli assegni erogati al Nord-ovest (11.805 euro), Nord-est (10.959 euro) e Centro (11.317 euro). E, ovviamente, alla media nazionale pari a 10.808 euro.
In cinque anni, dunque, nulla è cambiato nei redditi degli anziani a Napoli, Palermo, Bari e Cagliari. Un divario costante con Torino e Milano, quello monitorato dall´Istat tra il 2004 e il 2009, mantenuto tale dalla crescita, che pur c´è stata, dell´importo delle pensioni. Un aumento in linea al Sud (+18,8%) con quello che succedeva nel resto del Paese (+19%). L´assegno del 2009, in pratica, era più ricco di quello del 2004, come per tutti gli italiani. Ma più basso in Puglia e Sicilia di quanto incassato in Piemonte e Lombardia.
Nel frattempo, è lievitata la quota di pensioni assistenziali, tra cui invalidità civile e assegni sociali, erogati al Sud: sono il 44,2% rispetto al 43,8% del 2004. Non così l´importo medio annuo: 4.656 euro nel Mezzogiorno contro i 4.810 euro del Nord-ovest e i 4.730 euro della media nazionale.

La Repubblica 30.05.11

******

Camusso al governo “Pensioni da fame”, di Roberto Mania

Il Rapporto annuale dell´Inps per il 2010 fa emergere un quadro delle pensioni italiane con fortissime disparità. Dai 3.800 euro mensili dei dirigenti si precipita ai cento euro dei co. co.co. Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, va all´attacco del governo e chiede di mettere mano al sistema: basta con le pensioni da fame. «Ai futuri pensionati si deve garantire almeno il 60 per cento dell´ultima retribuzione». «Devo dire che da questo governo mi aspetto qualunque cosa, ma non credo che ci siano le condizioni per altri tagli allo stato sociale oltre quelli che già si sono fatti. Piuttosto penso che si stia facendo strada, esplicitamente nella Confindustria, più nascosta in alcuni settori del governo, un´idea di privatizzazione dello stato sociale. È la stessa logica che porta l´acqua pubblica nelle mani dei privati. C´è da essere preoccupati». Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, risponde così alla domanda se ritenga che il cantiere della previdenza possa riaprirsi. Di fronte ai dati dell´ultimo Rapporto dell´Inps, il leader della Cgil pensa che si debba tornare al progetto «di garantire ai futuri pensionati almeno il 60 per cento dell´ultima retribuzione». Per evitare di «costruire un paese di poveri», aggiunge.
Ma questo aumenterebbe la spesa pubblica, mentre tutti i governi europei sono impegnati a ridurla per rientrare nei nuovi vincoli comunitari.
«Nel biennio 2008-2009 abbiamo perso sei punti di Pil. Che avranno un effetto secco sulle future pensioni calcolate con il metodo contributivo. Un effetto aggravato dall´inasprimento dei coefficienti di trasformazione voluti dal governo. Sulle pensioni peserà anche il basso livello delle retribuzioni, che si accentua proprio nei settori dove sono più presenti i giovani, penso al commercio, all´area della grande distribuzione a quella dell´assistenza. Aggiungo, poi, che è l´Istat ad avere segnalato la crescita del part time involontario. Infine la discontinuità dei rapporti di lavoro avrà conseguenze significative sulle pensioni calcolate con il metodo contributivo».
Bisognerebbe abbandonare il sistema contributivo?
«No, non dico questo. Dico che non possiamo immaginare un paese con un terzo della popolazione, cioè i pensionati, che sia a rischio di povertà. Già oggi otto pensioni su dieci non arrivano a mille euro. Questo è un paese che sta rinunciando a progettare il suo futuro».
Che l´importo della pensione pubblica fosse destinato a scendere era chiaro fin quando venne varata, con il totale consenso dei sindacati, la riforma Dini. Per questo sono stati poi costituiti i fondi per la previdenza complementare. La realtà è che solo il 23 per cento della popolazione potenziale vi ha aderito. Perché, secondo lei?
«Il dato medio è quello. Il punto, però, è che nei settori dove è maggiore la frantumazione del lavoro l´adesione crolla vertiginosamente. Penso all´artigianato. Le piccole imprese continuano a utilizzare il trattamento di fine rapporto (il Tfr) per autofinanziarsi, come fosse roba loro e non retribuzione differita. Scoraggiano i lavoratori ad aderire ai fondi e, come è noto, per i sindacalisti non è facile entrare in quelle aziende. Morale: su quattro milioni di addetti del settore, hanno aderito al fondo solo in 11 mila. Per garantire la prestazione della pensione complementare abbiamo dovuto far confluire il fondo artigiani in quello del commercio. È questa una delle tante contraddizioni dei nostri imprenditori: da una parte dicono che serve la previdenza integrativa, dall´altra continuano a usare il Tfr al posto del credito bancario. Ma anche per questa via si affaccia l´idea di privatizzare un pezzo di stato sociale: al posto dei fondi negoziali, le assicurazioni».
Di certo abbiamo un welfare sbilanciato sulla spesa pensionistica. Come può pensare che funzioni quando quasi il 70 per cento della spesa sociale va sotto la voce pensioni?
«Mi limito a ricordarle che le pensioni, per quanto basse, sono quelle che hanno garantito la coesione sociale in questo paese. Perché sono i pensionati nelle famiglie a integrare i redditi dei giovani precari, a offrire loro una casa, a fare da baby sitter».
Questo è anche lo stato sociale informale che vede protagoniste le donne. Dove sono finiti secondo lei i miliardi di risparmi dovuti all´innalzamento dell´età pensionabile delle donne nel pubblico impiego? Non dovevano servire per costruire più asili?
«Ho un sospetto: sono finiti nella spesa corrente. A conferma che questo governo non ha alcuna idea di politica sociale se non quella dei tagli».
Perché sostenete che dopo il contratto del commercio, che la Cgil non ha firmato, all´Inps mancheranno due miliardi?
«Perché è così. L´indennità di malattia non sarà più pagata attraverso il fondo malattia dell´Inps, il commerciante la darà direttamente al lavoratore. Ma c´è di più: siamo sicuri che il piccolo commerciante potrà pagare l´indennità per periodi lunghi di malattia? La rottura dei meccanismi di solidarietà espone sempre i più deboli, lavoratori e imprenditori».

La Repubblica 30.05.11

"Le donne pronte a tornare in piazza per i loro quattro miliardi", di Laura Preite

Le donne si mobilitano. Questa volta ci sono in gioco quattro miliardi, i fondi derivanti dal risparmio per l’innalzamento dell’età pensionabile nel pubblico impiego, che dovrebbero essere destinati a misure di conciliazione e per la non autosufficienza. “Sono cifre che mai le donne italiane hanno potuto anche solo sognare” si legge nell’appello (www.pariodispare.org/index.php) che più di quaranta associazioni femminili hanno sottoscritto in pochi giorni per difendere questo tesoretto. Non si trova più traccia, infatti, di tali misure nei documenti di programmazione economica e finanziaria approvati dall’Esecutivo.

Il decreto n.78 del 2010, a cui è seguita la legge 122 del 2010, destina i risparmi dovuti all’innalzamento e all’equiparazione dell’età pensionabile delle donne nel pubblico impiego a interventi dedicati a politiche sociali e familiari. Queste risorse sono parte del Fondo strategico per il paese a sostegno dell’economia reale e il Governo calcola che in 10 anni, fino al 2020, il risparmio accumulato ammonterà a quattro miliardi. “Abbiamo scoperto che 120 milioni di euro di risparmi per il 2010, sono sfumati” spiega Emma Bonino, vice presidente del Senato e presidente onoraria di Pari o Dispare, associazione capofila dell’appello. “Possiamo sperare che siano andati a coprire le spese dei comuni per gli asili nido, visto il taglio dell’Ici – continua la senatrice – ma per il 2011, nelle iniziative della legge di stabilità verso le quali sono confluiti i fondi per quest’anno, pari a 242 milioni di euro, non c’è nessun riferimento a misure di conciliazione e interventi a favore delle donne. Così come non c’è alcun richiamo alle misure promesse nel piano nazionale di riforma triennale presentato a Bruxelles (il Def, ndr). I 242 milioni di euro del 2011 sono stati sostituiti con 40 milioni, troppo pochi, non ce ne facciamo niente”.

Quando hanno scoperto quello che Emma Bonino definisce uno “scippo legale”, la vicepresidente del Senato, insieme ai senatori Maria Ida Germontani (Fli) e Pietro Ichino (Pd) hanno tentato la via parlamentare, senza tuttavia ottenere risultati. Hanno presentato un ordine del giorno bipartisan (leggi la risoluzione: www.pietroichino.it, che chiedeva al Governo di mantenere gli impegni, ma che per ragioni procedurali non è stato accettato. Al Senato, dove è stato appoggiato da Udc, Idv e Pd, non è passato per quattro voti. Adesso ci riprovano. “Stiamo preparando – dice Bonino – un emendamento, questa volta al Decreto sviluppo che riesca a riagganciare questi fondi e che depositeremo alla Camera entro il 6 giugno. Speriamo di trovare consensi sia a destra che a sinistra com’era stato per l’ordine del giorno presentato alla Camera in occasione della votazione sul Def ai primi di maggio”. Ma le stesse promotrici non nascondono le difficoltà a sensibilizzare le forze politiche e l’opinione pubblica su questi temi, nonostante la manifestazione del 13 febbraio che ha visto milioni di persone scendere in piazza per la dignità delle donne. Sono ormai numerosi anche gli studi, ultimo il rapporto annuale dell’Istat che fotografano un’Italia in ritardo, in particolare per occupazione e opportunità di carriera al femminile.

“Culturalmente – continua Bonino – nel nostro Paese le donne italiane stanno bene a casa. È una scelta politica, non solo di questo Governo: il welfare è scaricato gratuitamente sulle spalle delle donne. In Francia il 3% del Pil è destinato a servizi di assistenza a bambini, malati e anziani, da noi non siamo nemmeno all’1%”.

“Per una volta – spiega Cristina Molinari, presidente di Pari o Dispare – i politici devono esprimersi chiaramente e dire se sono a favore o contro provvedimenti per le donne. Per farli uscire allo scoperto stiamo valutando la possibilità di una nuova mobilitazione di piazza. I problemi sono concreti, e la conciliazione di lavoro e famiglia non è un tema solo femminile. Se uno è figlio unico e ha genitori anziani che cosa fa? Non è una questione né di destra, né di sinistra”.

È stato creato un comitato esterno di garanti, di cui fanno parte, tra gli altri, Roberto Artoni, professore di management pubblico all’Università Bocconi ed Elsa Fornero, ordinaria di economia a Torino. Scopo dell’istituto è vigilare su questi quattro miliardi, altrimenti difficili da tracciare. Continuano, inoltre, le adesioni di singoli e associazioni all’appello come Dinuovo (http://dinuovodinuovo.blogspot.com/) , tra le fondatrici di Se non ora quando, il comitato che ha organizzato la manifestazione del 13 febbraio. “Dinanzi a questo ulteriore attacco rivolto alle donne italiane – spiega Francesca Izzo di Dinuovo- non potevamo che aderire. Siamo d’accordo sull’utilizzo dei fondi per favorire con politiche e interventi la conciliabilità di lavoro e vita familiare. È impressionante che 800mila donne siano state costrette ad abbandonare il lavoro perché madri, come spiega l’Istat nel suo ultimo rapporto”. E continua: “Siamo disposte a scendere in piazza, a costruire una mobilitazione che tenga vivo lo spirito del 13 febbraio. Ma la strada è lunga, c’è una coscienza ancora da sviluppare su questi temi di cui per troppo tempo non si è più parlato”.

La Stampa 30.05.11

******

«Maternità e lavoro, la parità serve a tutti», di Franca Porciani

La maternità non è un affare solo da donne. E se è la politica a determinare le svolte sociali, sulle donne la destra e la sinistra parlano la stessa lingua. A farlo sono due «quote rosa» . Alessia Mosca, deputata Pd, e Flavia Perina, parlamentare Fli. «Sono le donne a dovere prendere in mano il loro destino» , dice Flavia Perina. «Riequilibrare la disparità sociale è una necessità economica, vanno ridisegnate alcune regole del vivere comune» , le fa eco Alessia Mosca. Le loro voci si alternano in Senza una donna. Dialogo, come recita il sottotitolo su potere, famiglia, diritti nel Paese più maschilista d’Europa (in libreria da domani per la casa editrice add). Maschilista, l’urlo di Mosca e Perina non è contrapposizione tra i generi, ma conciliazione tra sessi, tempi e partiti. Una prova di conversazione in cui da opposte visioni fanno il ripasso della questione femminile attraverso l’analisi di maternità quote, leadership, lavoro e media. Una frase sintetizza il sentire comune: «Mai più soggetti deboli, mai più minoranza politica e sociale, mai più bottino di guerra tra opposti machismi» . Comune è il terreno della critica: «In Italia non abbiamo “cose di destra”come il diritto all’asilo nido imposto alla Germania dal governo della signora Merkel» , dice Flavia Perina, 53 anni, ex direttore del Secolo d’Italia «e nemmeno “cose di sinistra”come il riconoscimento delle coppie di fatto. Non abbiamo aiuti alla famiglia o garanzie sul lavoro» . Incalza Alessia Mosca, 36 enne, co-promotrice della legge per le quote femminili nei Cda delle aziende quotate in borsa: «Che ne è del Piano nazionale degli asili del 2007, decurtato del 90%dalla Finanziaria? Che ne sarà del fondo derivato dal risparmio ottenuto dall’innalzamento dell’età pensionabile delle donne del pubblico impiego? Avevamo ottenuto che diventasse un fondo mirato alla conciliazione tra tempi di vita e di lavoro. È sparito dal Piano nazionale» . Univoca è l’accusa: una politica che non ha letto le trasformazioni, un sindacato e un’imprenditoria ferme al palo di diritti che non valgono più e interessi che cancellano le donne e fanno male all’economia. In sintonia è l’approccio alle strade da percorrere: «Il primo stereotipo da combattere è la sovrapposizione tra politica per la maternità e politica per la famiglia» è la ricetta di Flavia Perina. «Se le tutele alla maternità diventano una gabbia, meglio abbandonare le politiche del “risarcimento”» , dice Alessia Mosca commentando gli ultimi dati Istat sull’abbandono del lavoro per le cure familiari (una su 5). «La sola esclusiva delle donne è il momento del parto. Nulla dice che è nel loro dna portare il figlio all’asilo e occuparsi dei genitori anziani. E allora più che elaborare strumenti di sostegno solo per le donne si tratta di portare gli uomini al centro delle dinamiche familiari. È una battaglia che le donne devono capire per prime» . E anche l’istituto delle Pari Opportunità, sostengono entrambe, non ha colto, naufragando. «Meno ideologie e più atti esemplari» , sostiene Alessia Mosca. E gli esempi ci sono. Consolidati in altri Paesi, avviati in qualche amministrazione locale, usati nelle aziende che hanno trasformato la «pari opportunità» in servizi, contratti, attenzione al merito. Flessibilità degli orari, asili nido, 12 tra aziendali e in convenzione, assistenza sanitaria di prenotazione e rimborso direttamente dall’azienda sono parte della ricetta di Unicredit. «Parliamo ormai di prassi di “inclusione”» , dice Ludovica Lardera, capo della Corporate Sustainability del gruppo bancario dove le donne sono il 42%, presenti tra manager (23%), dirigenti (14%) e Cda (9%). Qui si parla di «bilanciamenti di genere» e talenti per le carriere, e strumenti contrattuali e di servizi che non obblighino a scegliere tra figli e lavoro. La conciliazione entra nei due momenti cruciali delle famiglie: maternità e genitorialità. «I risultati sono che mansioni un tempo solo delle madri vengono svolte pure dai padri» , dice Lardera. «Il bilancio è positivo anche per l’azienda. In Trentino, per esempio, dove il 23%dei dipendenti è a part-time, i clienti sono soddisfatti» . Le risposte di cui parlano Mosca e Perina, per dare qualche esempio, sono quelle applicate da Kraft food dove il numero di maternità è cresciuto da 5 a 23 in sei anni, con sostegni economici per padri e madri, anche adottivi, e una lista di servizi che arrivano a tintorie e spese con consegna in ufficio. Sono le buone prassi di Avon che offre il take away, con arrosti e lasagne da portare a casa. «Anche se restavo a casa con la bambina influenzata, grazie ai tempi non rigidi non ho mai perso un obiettivo» , racconta Anna Segatti, entrata come correttrice di bozze, ora vicepresidente per l’Europa e per l’Africa. E nel pubblico? «L’approccio tradizionale ostacola la visione della nuova famiglia. Non basta una sola politica, però, serve un’insieme di sinergie con uffici pubblici, aziende municipali e private» , dice Eleonora Stenico, Consigliera di parità della Provincia di Trento. Nella regione dove nascono più bambini (10,7 per mille abitanti contro 9,3 nazionale) e l’occupazione femminile è del 57%(contro il 47%nazionale), la legge numero 1 del 2011 mette al centro il «benessere della famiglia e della natalità» . Punta su un «Sistema integrato» con voucher e tempo pieno nelle scuole. Tra asili nido e tagesmutter (babysitter) si risponde al 70%del bisogno. In parallelo un progetto audit, iniziato a fine 2010, prevede flessibilità di orari, rientri delle maternità accompagnati, telelavoro. E servizi come l’albo delle co-manager grazie al quale parrucchiere, panettiere e artigiane si fanno sostituire da colleghe preparate a gestire la stessa attività. Con doppio risultato, mantenere e aumentare l’occupazione. «Questo sistema sta diventando un modello» , dice la consigliera. «Ci hanno chiesto di esportarlo. Saremo i tutor alle regioni che lo applicheranno» . «Non rispondere solo ai bisogni delle donne, favorisce le donne» , dice Alessia Mosca. «La politica nazionale deve tenerne conto per incentivare quella locale. È un bisogno del Paese. E visto che le donne sono nella peggiore delle condizioni, non ci sono alternative, parlarsi per fare» .

Corriere della Sera 30.05.11

"Perché è cambiato il clima di opinione", di Ilvo Diamanti

Oggi si rivota. Ed è diffusa la sensazione che queste elezioni amministrative non lasceranno le cose come prima. Non solo nelle città interessate. Anche a livello nazionale. Lo conferma il clima d´opinione (per usare il linguaggio di Elisabeth Noelle-Neumann), che appare in rapido e profondo mutamento. Lo ha colto, per primo, Silvio Berlusconi. Il quale, nelle ultime due settimane, ha cambiato “opinione” in modo rapido e profondo.
nON a caso. Due settimane fa: il Cavaliere affermava che si sarebbe trattato di un voto “politico”. Soprattutto a Milano. Arena del suo scontro “personale” contro tutti i nemici. In primo luogo: i Magistrati e la Sinistra. Per questo Berlusconi si era presentato come capolista del PdL. D´altronde, ripeteva, è impensabile che Milano cada in mano a un estremista. Alla sinistra senza cervello. Impensabile.
Due settimane dopo Silvio Berlusconi, ha cambiato opinione. Perché è cambiato il clima d´opinione. D´altronde, ogni turno elettorale è una nuova consultazione. Risente di quanto è avvenuto prima. E due settimane fa, nel primo turno, sono avvenute cose impreviste. Anche soprattutto da chi guida il governo da dieci anni (con una pausa di 18 mesi). Due settimane fa. Il Centrosinistra ha eletto il sindaco, al primo turno, in due città importanti del Nord. Torino e Bologna (dove non era scontato, visti i guai combinati dal Centrosinistra negli ultimi dieci anni). Due settimane fa. A Napoli, la capitale del Mezzogiorno, il candidato del Centrodestra, Lettieri, ha ottenuto un risultato non esaltante. E rischia molto, nel ballottaggio che lo oppone a De Magistris. Magistrato. Leader dell´IdV. Specchio fedele dell´Italia di Berlusconi. (Il quale, non a caso, ha frequentato Napoli più di Milano, negli ultimi giorni).
Due settimane fa. Il Centrodestra non ha chiuso la partita a proprio favore in alcune città importanti, dove era al governo. Cagliari e Trieste, in primo luogo. Due settimane fa: la Lega ha visto affievolirsi la spinta propulsiva degli ultimi anni. Rispetto alle elezioni regionali dell´anno prima, ha subito un declino elettorale significativo – in valori assoluti e percentuali. Si è ridimensionata in tutti i capoluoghi di provincia, ad eccezione di Bologna, dove però era trainata dal candidato – leghista – della coalizione.
Due settimane fa, infine e soprattutto, a Milano, Letizia Moratti, sindaco uscente, ri-candidata dal Centrodestra, veniva superata nettamente da Giuliano Pisapia, candidato del Centrosinistra. Silvio Berlusconi, capolista del PdL, dimezzava le preferenze rispetto a 5 anni prima. Ripeto in modo pedante e un po´ noioso cose a tutti note non con intento didascalico. Mi interessa, invece, sottolineare la catena dei “cambiamenti” avvenuti due settimane fa. In modo ancora incompiuto. In grado, tutti insieme, di evocare un “cambiamento” più ampio. Due settimane fa: è cambiato il clima d´opinione, E, al tempo stesso, si sono incrinati i miti politici che lo hanno condizionato per molti anni.
A) Lo “sconfittismo” del Centrosinistra. “Sconfitto” dall´evidenza che buoni candidati, buone coalizioni – qualche buona idea – possono produrre buoni risultati. Che gli elettori non sono “naturaliter” destinati a votare per gli altri. Neppure a Milano. B) Ma si è incrinato anche il mito del “Cavaliere invincibile”. Capace di sollevarsi dalla palude dove stava affondando tirandosi su da solo per il codino, come il Barone di Munchausen. Ora, mi guardo bene dall´affermare che, ai ballottaggi, i giochi siano già fatti. Sono troppo scaramantico e ne ho viste troppe, nella mia vita di analista politico ed elettorale. Mi limito a osservare quel che è evidente a tutti. Il clima d´opinione è cambiato. Nei discorsi pubblici e privati. Oggi nessuno dà per scontato che i candidati del Centrodestra abbiano già vinto e quelli di Centrosinistra, simmetricamente, perso. Semmai, si è fatta strada l´impressione contraria. Non è un caso che Silvio Berlusconi abbia cambiato “opinione”. Il risultato deludente del Centrodestra al primo turno, secondo il Cavaliere, è colpa della debolezza dei candidati del Centrodestra. Non sua, personale. A Milano sarebbe, dunque, colpa della Moratti. Che però è la stessa candidata di 5 anni fa, quando Berlusconi aveva ottenuto un numero doppio di preferenze personali.
Per la prima volta, dopo tanto tempo, Silvio Berlusconi si dimostra pessimista. Non lo era stato neppure nel 2005, dopo l´esito disastroso delle Regionali. In vista delle Politiche dell´anno seguente, il Cavaliere aveva remato contro ogni previsione. Contro gli avversari e contro la sfiducia degli amici. Fino a rimontare quasi tutto lo svantaggio accumulato. Trasformando il risultato del 2006 in una quasi-vittoria. Preludio a un rapido ritorno al governo, avvenuto nel 2008.
Oggi non è così. La campagna elettorale del Centrodestra nelle ultime due settimane è apparsa fiacca. I soliti slogan. Le solite battute. Le solite promesse. Le pernacchie Bossi. Gli insulti di Berlusconi ai Magistrati e alla Sinistra. E un´affermazione ribadita troppe volte, per non sollevare dubbi. Opposta a quella precedente al primo turno. Questo voto non avrà conseguenze politiche. Neppure se – azzarda Berlusconi – il Centrodestra dovesse perdere. A Milano e a Napoli. E magari anche in altre piazze importanti. È “solo” un voto amministrativo. Un giudizio sull´azione dei governi e dei candidati “locali”. Evidentemente deboli. Ma non c´è alternativa a questo governo. A questa maggioranza. Che però oggi rischia di ritrovarsi tale – cioè: maggioranza – solo in Parlamento. Maggioranza di Palazzo, ma minoranza nel Paese. Sul territorio. Nella società. D´altronde, come mostrano i flussi elettorali calcolati dall´Istituto Cattaneo di Bologna, il PdL, nelle maggiori città, ha perso voti in tutte le direzioni. Mentre la Lega ha mostrato segni di arretramento anche nella provincia padana. La sua enclave.
Ma se – e sottolineo se – i timori espressi da Berlusconi si avverassero. Se, in particolare, il Centrodestra perdesse Milano. Se Pisapia divenisse sindaco. Allora, il mutamento del clima d´opinione subirebbe un´accelerazione brusca. E difficilmente questa maggioranza e questo governo potrebbero proseguire il percorso senza conseguenze. Sul piano dei rapporti tra le forze politiche. Ma anche sul piano della leadership. È il destino dei partiti “personali”. Le sconfitte – come le vittorie – sono anch´esse “personali”.

La Repubblica 30.05.11