Latest Posts

"La posta in gioco", di Michele Brambilla

Tutti dicono che quella di Milano è soltanto un’elezione amministrativa, ma non lo crede nessuno. Per «tutti» intendiamo le parti in causa. Berlusconi ha impostato la prima parte della campagna elettorale di Milano come un referendum su se stesso. Ma poi, in queste due ultime settimane, ha cambiato registro, dicendo a più riprese che anche in caso di sconfitta per il governo non cambierebbe nulla. Anche Letizia Moratti ha insistito sui temi della città ricordando quanto fatto nei cinque anni trascorsi, soprattutto l’Expo, che porterà benessere a Milano. Anche dopo il risultato negativo del primo turno, i tentativi di recupero da parte del sindaco uscente e dei suoi alleati della Lega avevano tutti a tema gli interessi della città: promessa di togliere l’ecopass, annuncio di una possibile «no tax area» e addirittura di un trasferimento di ministeri a Milano, avvertimento ai milanesi sui rischi di una «zingaropoli» in caso di vittoria di Pisapia.

Il quale una campagna «milanocentrica» l’ha avuta sempre, fin dall’inizio, come precisa strategia. Pisapia ha volutamente lasciato fuori i temi nazionali e ha chiesto e ottenuto ai leader del centrosinistra di fare altrettanto. Il fatto che Bersani sia venuto una volta sola, e rimanendo seduto tra il pubblico, la dice lunga. Sintetizzando un po’ selvaggiamente potremmo dire così: a destra negano una ricaduta nazionale del voto perché hanno paura di perdere; a sinistra la escludono dai loro discorsi perché credono che questa sia la tattica giusta per vincere.

Ma come dicevamo all’inizio, nessuno pensa davvero che la principale posta in gioco sia l’Expo, o l’inquinamento, o le piste ciclabili o le tasse comunali. Nessuno pensa neppure che ci sia davvero un pericolo di islamizzazione di Milano (una moschea che permetta di tenere sotto controllo gli immigrati è auspicata anche da Maroni) e tantomeno di un’invasione di zingari, gay ed estremisti con le molotov e le P38, come preconizzato da qualche giornale.

Viceversa, tutti sanno che il voto di Milano è destinato a cambiare, e non di poco, gli equilibri politici nazionali. Se dopo diciotto anni il centrodestra dovesse perdere il capoluogo lombardo, il primo equilibrio a diventare precario sarebbe quello che tiene dalla stessa parte Berlusconi e la Lega. Lo si è già spiegato a più riprese: Bossi sa che gran parte del suo elettorato è insofferente perché gli contesta di essersi appiattito sulle battaglie personali del Cavaliere. Finora il Senatùr è riuscito a tenere a bada la sua base inquieta spiegando che certe cose si mandano giù per Realpolitik. Ma se dovesse prendere atto che la sua gente sta per abbandonarlo in cabina elettorale, Bossi sarebbe fortemente tentato di rompere la storica alleanza.

La seconda conseguenza sarebbe interna al Pdl. In caso di sconfitta è più che probabile una durissima resa dei conti che coinvolgerebbe le linee di comando del partito e probabilmente non solo del partito. Berlusconi sarebbe a sua volta tentato di sciogliere il Pdl e di rifondarne un altro. Ma con quali alleati, se la Lega dovesse andare per conto proprio, magari dopo aver collaborato a una nuova legge elettorale? E poi: sarebbe ancora certa, nel centrodestra, la leadership del Cavaliere? Quantomeno verrebbe messa in discussione come mai prima. E Fini e Casini, da una sconfitta di Berlusconi a Milano, ricaverebbero speranza e motivazioni per rientrare in gioco.

Quanto alla sinistra, è evidente che considera il voto a Milano come un inatteso match point per liberarsi finalmente di Berlusconi. Basta girare per Milano per vedere quanto grande sia l’attesa, tra bandiere arancioni esposte alle finestre e pronte per essere sventolate. E proprio per questa attesa, in caso di sconfitta anche la sinistra subirebbe conseguenze che andrebbero ben oltre l’amministrazione del Comune di Milano. Perché è vero che, se vince Pisapia, il Pd dovrà fare i conti con la sinistra più radicale. Ma saranno i problemi lievi dei vincitori. Se invece Pisapia perdesse, a sinistra il contraccolpo psicologico sarebbe tremendo. Una sorta di epilogo alla Dorando Petri, con un Berlusconi rilanciato al punto da dare l’impressione di non fermarsi più.

La Stampa 30.05.11

"Legge 440. Le scuole aspettano ancora i soldi del 2010", di Reginaldo Palermo

La direttiva era stata firmata nel novembre scorso, ma a tutt’oggi non si sa nulla dei fondi destinati alle scuole (30 milioni su un totale di 127). Già erogati i fondi per l’istruzione domiciliare e per le scuole paritarie. Che fine hanno fatto i fondi a sostegno dei processi dell’ autonomia scolastica previsti della legge 440 del 1997?
Il percorso del provvedimento si è esaurito da diversi mesi tanto è vero che una piccola parte degli stanziamenti è già stata erogata (per esempio sono arrivati a destinazione i fondi per la Scuola in ospedale e per l’istruzione domiciliare, ma della parte più cospicua e cioè di quella destinata direttamente alle scuole non si sa davvero nulla).
La direttiva ministeriale (la n. 87 dell’8 novembre) prevedeva un impegno di spesa complessivo di poco meno di 127 milioni di euro di cui una trentina al massimo riservati alle singole istituzioni scolastiche (in pratica circa 4 euro per ciascun alunno, un’inezia rispetto alle reali esigenze delle scuole).
Negli ultimi anni i fondi sono stati trasferiti alle scuole con sempre maggior ritardo, ma questa volta si sta superando ogni record (negativo).
Siamo infatti alla fine dell’anno scolastico 2010/2011 e le scuole devono ancora ricevere il finanziamento relativo al 2010; quando arriverà potrà essere dunque utilizzato per il prossimo anno scolastico.
In realtà è il meccanismo stesso di erogazione che produce simili ritardi.
La legge prevede infatti che ogni anno il Ministro predisponga uno schema di direttiva da sottoporre al parere delle Commissioni parlamentari e che solo successivamente possa essere emanata la direttiva definitiva.
In questa circostanza i tempi parlamentari erano stati rispettati (Camera e Senato si erano espressi già in estate) e anche la direttiva era stata emanata tardivamente, ma comunque nei tempi consueti.
Fino a 3-4 anni fa i fondi venivano preannunciati alle scuole nei mesi di ottobre-novembre in modo da permetterne l’inserimento nel bilancio dello stesso anno di riferimento.
Poi, poco per volta, i tempi si sono dilatati fino ad arrivare alla situazione paradossale di quest’anno: siamo al termine del 2010/2011 e le scuola non conoscono ancora le cifre dell’anno precedente. In compenso già nel mese di febbraio il Ministero aveva dato disposizioni perché alle scuole paritarie fossero erogate le somme previste dalla direttiva (5milioni di euro).

La Tecnica della Scuola 30.05.11

Allarme per le norme sulle assenze "In 20mila sono a rischio bocciatura", di Corrado Zunino

La Rete degli studenti, che poi sono i moderati di sinistra, offre un numero preoccupante: 20 mila ragazzi delle scuole medie superiori sono a rischio bocciatura per aver superato le 50 giorni di assenza. Non è facile verificarlo, ma in alcune realtà – a Napoli e a Palermo, innanzitutto, e anche a Trento – la questione assenze potrebbe diventare l’urgenza di questo finale di stagione scolastica. Le indicazioni del ministero della Pubblica istruzione, con un carico di ambiguità proprio della sua dirigenza, affida ai singoli Consigli d’istituto la scelta: stangare o non stangare. La circolare ministeriale diramata lo scorso 4 marzo era precisa e severa anche se ora, vicini alla chiusura scuole, molti presidi si appellano al buonsenso: “Sarebbe sbagliato e diseducativo bocciare chi ha tutte le sufficienze solo perché ha superato il tetto delle assenze”. Cinquanta giorni lontani dalle lezioni vanno calcolati, per la precisione, sul monte ore: 250-300 ore, a seconda delle classi. Rappresentano un quarto dell’intero anno scolastico. Il timore della strage per le assenze, ecco, è presente nelle aule di licei e istituti. “La Gelmini ci vuole punire per le occupazioni fatte in autunno, quando l’abbiamo messa in difficoltà”, dice Sofia Sabatino, portavoce della Rete degli studenti, “oggi numerosi ragazzi hanno già abbandonato la scuola, certi che saranno bocciati. La conseguenza di questo provvedimento pensato contro l’assenteismo è l’aumento della dispersione scolastica”.

Ci sono presidi che contano le occupazioni come assenze, altri, a fronte di una registrazione iniziale degli studenti che nel seguito della mattinata si sono autogestiti, no. Si segnalano aree di crisi all’Istituto tecnico Majorana e al classico Vittorio Emanuele II di Palermo. A Napoli alcuni istituti sono stati occupati in autunno anche venticinque giorni di fila. Problemi sono segnalati, quindi, ai licei classici Garibaldi e Genovesi. Saverio Petitti, presidente dell’associazione presidi della città, dice: “Il problema esiste, non sappiamo come considerare le occupazioni. Se non si trovano i responsabili dell’atto bisognerà risolvere la questione giustificando le assenze. Chi ha subito l’occupazione ed è stato considerato assente potrebbe aprire un contenzioso”. Il professor Mario Rusconi, preside del liceo Newton a Roma, aggiunge: “Il numero di studenti che rischia di non essere ammesso a scrutini e maturità per le troppe assenze è consistente. Va detto che l’inserimento del tetto massimo in queste stagioni aveva funzionato da deterrente nei confronti di chi abbandonava le lezioni con l’arrivo della primavera. Quest’anno al nostro liceo abbiamo avvertito le famiglie degli studenti al limite: siamo riusciti a recuperare quasi tutti i ragazzi e a scoprire disagi fisici e psichici sconosciuti ai padri e alle madri”.

Nell’intera regione Trentino si stimano duecento posizioni a rischio, la Provincia di Trento tranquillizza: “Chi va bene a scuola non sarà bocciato, esiste un margine di discrezionalità che permetterà ha chi ha i meriti di essere salvato”. Gli uffici, però, fanno notare come “quasi sempre l’assenza si accompagna a un profitto insufficiente”. Lo stesso ministro Mariastella Gelmini ha assicurato che non c’è automatismo tra occupazione e bocciatura, “vogliamo solo invogliare gli studenti alla partecipazione”, ma gli studenti si dicono pronti alla battaglia: è già partita una campagna di ricorsi dove si chiede l’appoggio di insegnanti e genitori. “Non si possono rendere pubbliche le regole a marzo, a stagione inoltrata, quando molti sono già al limite delle assenze”, sostengono quelli della Rete. E ancora, “non si possono accettare deroghe per ragioni di sport ed essere inflessibili sulle assenze per ragioni politiche”.

www.repubblica.it

"Il patto dei furbetti per una banca", di Walter Galbiati

«Stamo a´ fa i furbetti del quartierino!.. Ma quando uno deve seguire una strada maestra per anda´ a Napoli tocca piglia´ l´autostrada del Sole, Roma-Napoli: non è che tocca anda´ sulla Casilina, no?». Sono le parole di una intercettazione di Stefano Ricucci, parole che forse meglio di tutte sintetizzano quello che nell´estate 2005 avvenne intorno alla Banca Antonveneta. Ricucci coglie da subito quello che c´era di sbagliato in quell´operazione. Perché portarla a termine con una tortuosa scorciatoia (la Casilina) rivelatasi poi illegale, quando quella stessa operazione si poteva compiere in altro modo?
Il processo ha finora dimostrato che non era possibile seguire la via maestra, la strada legale, perché la Popolare di Lodi non aveva i requisiti patrimoniali per comprare la banca Antonveneta. Solo il potere del governatore Antonio Fazio era in grado di permettere a una banca di provincia di contrastare un colosso come Abn Amro e di trasformarne il numero uno della Lodi, Gianpiero Fiorani, nell´alfiere dell´italianità.
Sotto Fazio, la Popolare di Lodi passa dal 48° posto al 7° nell´ambito del sistema bancario nostrano. E, secondo la ricostruzione dei pm Eugenio Fusco e Gaetano Ruta, il sodalizio tra i due sarebbe nato col Forex tenutosi a Lodi nel febbraio 2002. A quell´evento partecipano ben cinque ministri e cambiano i rapporti tra Fazio e Fiorani, dal “lei” si passa al “tu”, diventano talmente intimi da sfociare nel “bacio in fronte” che Fiorani avrebbe dato volentieri a Fazio il giorno del via libera all´offerta pubblica su Antonveneta.
Fazio, però, sposa la causa della Lodi non solo per la personale stima verso Fiorani, ma anche perché la crescita del banchiere padano gli permette di tenere a bada le altre banche italiane e di contrastare l´avanzata di quelle straniere. Emblematici due episodi emersi nel processo. Cesare Geronzi, ai tempi al vertice di Capitalia tra i pretendenti a comprare Antonveneta, ha dichiarato a dibattimento che il dialogo con il governatore su Antonveneta si era chiuso con la frase di Fazio: «Per Antonveneta c´è un´altra soluzione». E con un´altra frase, messa a verbale da Fiorani, Fazio liquida gli olandesi. L´8 marzo, nel corso di un incontro in Banca d´Italia al quale partecipano Fazio, Frasca e l´amministratore delegato di Abn Amro, Groenik, il governatore invita gli olandesi, maggiori azionisti di Antonveneta, a recarsi da Fiorani, lasciandosi sfuggire un dettaglio fino ad allora ignoto al mercato: «Tanto siete entrambi al 15%». A quei tempi invece tutti sapevano che la Lodi aveva in portafoglio solo il 5% della banca padovana. A cosa mirava il governatore lo spiega ancora una volta Fiorani. «Il governatore mi dice: “Voi dovete superare il giro di boa del 50%”. Il 4 di aprile il governatore mi chiede di dargli una specifica di questi nominativi, di dirgli… vediamo a che punto siamo, perché il messaggio è “devi superare il 50%” cioè, dobbiamo far fallire l´offerta di Abn Amro».
Per compiacere Fazio e arrivare al 50%, Fiorani – stando alla requisitoria dei pm – compie tutta una serie di reati. Rastrella titoli Antonveneta in conto proprio, con derivati di Deutsche Bank, SocGen, Jp Morgan e Dresdner, ma anche attraverso l´interposizione di clienti della banca, i “bresciani e “i lodigiani che facevano riferimento rispettivamente a Emilio Gnutti e a Silvano Spinelli. E ancora si appoggia agli immobiliaristi Stefano Ricucci, Danilo Coppola e Luigi Zunino, e ai raider Vito Bonsignore e Domenico Bonifaci. Comunica il falso. Il 15 aprile un comunicato della Banca dice che rastrellerà i titoli: «La Lodi – scrivono i pm – induce il mercato a credere che la decisione di dare seguito al progetto di diventare azionista stabile di Antonveneta, previa valutazione dei prezzi di mercato e dei quantitativi, sia ancora da realizzare; in realtà, il rastrellamento delle azioni Antonveneta è già stato effettuato». Un concerto occulto che svelerà la Consob a maggio 2005. Una omessa comunicazione del patto che per i pm configura anche un ostacolo alle funzioni di vigilanza della Banca d´Italia.
Per raggiungere l´intento, Fiorani non trascura nemmeno l´aspetto politico, lavorando per assicurare appoggio a Fazio nella discussione parlamentare sulla riforma dell´ordinamento della Banca d´Italia. Il grimaldello è il senatore Luigi Grillo, presentato a Fazio da Fabrizio Palenzona. Con lui Fiorani sbarca in Sardegna, la sera di San Lorenzo dell´anno prima, e raggiungono la residenza di Silvio Berlusconi, dove trovano anche Cesare Previti. L´operazione parte, ma è la sera delle stelle cadenti.

La Repubblica 29.05.11

"Sorpresa all’esame delle medie. Si aggiunge una nuova prova scritta", di Lorenzo Salvia

La notizia non farà piacere ai ragazzi che si preparano al ripassone finale degli ultimi giorni. Ma quest’anno, a sorpresa, l’esame di terza media avrà una prova scritta in più. Finora quelle obbligatorie erano quattro: italiano, inglese, matematica, più il test Invalsi, uguale per tutte le scuole. Adesso ci sarà anche lo scritto per la seconda lingua straniera, francese, spagnolo o tedesco a seconda dei casi. La novità arriva in zona Cesarini ed è contenuta nella circolare che il ministero dell’Istruzione ha appena inviato a tutti i presidi per spiegare nel dettaglio le modalità dell’esame. La seconda lingua straniera è arrivata nelle nostre scuole medie nel 2004. Ma finora sono stati i singoli consigli dei docenti a decidere cosa fare al momento dell’esame: in molti, anche per non caricare troppo gli studenti, sceglievano di non fare una prova scritta di francese, spagnolo o tedesco ma limitarsi a qualche domanda durante l’orale. Alcune scuole sceglievano uno scritto unico (e quindi un voto unico) per le due lingue mentre altre ancora, specie in caso di «consolidate esperienze di bilinguismo» , optavano per i due scritti separati. È proprio quest’ultima possibilità che adesso diventa obbligatoria per tutti. «Poiché l’insegnamento della seconda lingua è giunto ormai a sistema in modo generalizzato e consolidato — si legge nella circolare — la fase transitoria è da ritenersi superata» . Niente libertà di scelta, dunque. Per gli scritti, il ministero «ravvede l’opportunità che il collegio dei docenti preveda anche per la seconda lingua straniera un’autonoma valutazione all’interno dell’esame al fine di garantire, come nelle intenzioni originarie del legislatore, pari dignità ai due insegnamenti» . Due prove separate, due voti diversi che faranno media nel giudizio finale. Alle scuole resta da decidere solo il quando: saranno le commissioni a stabilire se mettere le due prove di lingua straniera nello stesso giorno, una dopo l’altra, oppure se farle svolgere in due giorni diversi. In ogni caso, ripete la circolare a scanso di equivoci, i due scritti si devono «svolgere separatamente ed essere oggetto di autonoma valutazione» . È vero che quello di terza media è un esame «fatto in casa» : ad eccezione del test Invalsi, le tracce non arrivano dal ministero ma sono scelte dagli stessi insegnanti che hanno seguito i ragazzi durante tutto l’anno. Saranno loro, dunque, a calibrare la difficoltà di questa nuova prova ed anche a scegliere il metro di giudizio da adottare. Ma resta il fatto che l’annuncio arriva a pochi giorni dall’ora X e aggiunge un altro scritto ad un esame accusato di essere già troppo articolato e che, anche per questo, l’anno prossimo dovrebbe cambiare. Quasi prevedendo i possibili effetti, la circolare del ministero sottolinea un altro punto. Il voto finale dell’esame viene calcolato facendo la media delle singole prove scritte, dell’orale e del giudizio di ammissione. Ma in alcune scuole si usa la cosiddetta media ponderata, dando una peso diverso ai singoli voti a seconda dell’importanza della materia. La sorpresa potrebbe essere neutralizzata attribuendo un peso più basso a questa prova sbucata all’ultimo minuto? Niente affatto: «Per media dei voti— si legge ancora nel documento — deve intendersi la media aritmetica, in quanto la volontà del legislatore è stata quella di attribuire a tutte le prove d’esame uguale peso. Si esclude pertanto ogni possibilità di ricorrere alla media ponderata» . Una prova in più, dunque, e importante come tutte le altre.

Il Corriere della Sera 29.05.11

"Le pensioni dei precari il futuro dei ragazzi", di Miriam Mafai

«Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati, rischieremmo un sommovimento sociale». Così qualche mese fa dichiarava, a margine di un convegno, Antonio Mastrapasqua, presidente dell´Inps. E dunque, per evitare il deprecato sommovimento sociale, in alto è stato deciso che i precari non potranno, come gli altri lavoratori, avere accesso dal sito dell´Inps ai dati che simulano le loro future prestazioni pensionistiche. Meglio non sapere… O, per essere più precisi, meglio non far sapere alle centinaia di migliaia di precari che, quando andranno in pensione riceveranno 100, 200, o, nel migliore dei casi, 300 euro al mese.
Insomma i pensionati di oggi, la metà dei quali riceve 500 euro mensili, come risulta dall´ultimo rapporto Inps, appariranno, ai precari che domani andranno in pensione addirittura dei privilegiati.
Martin Amis, lo scrittore inglese autore di successi come “Cane giallo” e “Il treno della notte” ha immaginato e descritto recentemente lo spettacolo mostruoso che potrebbe sconvolgere in un futuro non molto lontano la nostra società, affollata da vecchi poveri e malati privi di pensioni decenti e decenti mezzi di sussistenza ai quali verrebbe proposto, come unica soluzione possibile, un tranquillo suicidio: «Ad ogni angolo di strada dovrebbe esserci una cabina dove, se hai l´età giusta, puoi prendere un Martini o la pastiglia della buona morte…».
La questione precarietà, mi ricorda Marianna Madia, la deputata del Pd che da tempo si occupa del problema, è ormai centrale nella crisi italiana. Si tratta di centinaia di migliaia di ragazze e di ragazzi (delle volte nemmeno più veramente “ragazzi”) generalmente dotati di buoni titoli di studio e di grande volontà di fare, assunti e licenziati nelle aziende private come nella scuola, nelle Università, persino negli istituti di ricerca, con stipendi miserabili, destinati a pensioni da fame.
Per questo, tutto sommato, forse fa bene l´Inps a negare loro l´accesso ai dati che simulano le future pensioni. Ed è, diciamo la verità, da irresponsabili dichiarare, come ha fatto ieri il presidente Antonio Mastrapasqua che «i conti sono a posto e i giovani avranno la loro giusta pensione». A meno che il presidente Mastrapasqua non consideri «giusta» una pensione di otto euro al giorno…
Il problema non è nuovo.
Forse qualcuno ricorda una parola d´ordine: «Meno ai padri e più ai figli» che ebbe qualche fortuna una ventina d´anni fa. Una parola d´ordine che, per trasformarsi in realtà, avrebbe avuto bisogno di una profonda riforma del nostro welfare e di una riorganizzazione del mercato del lavoro.
Niente di tutto questo è avvenuto, non solo per la sordità dei governi di destra che si sono succeduti nel Paese, ma anche per i ritardi e le incertezze della opposizione, incapace di avanzare proposte condivise e su queste di organizzare le necessarie battaglie.
Molte piazze d´Europa, in queste settimane, hanno visto manifestazioni e occupazioni di coloro che si autodefiniscono “indignati”. Sono prevalentemente giovani che si vedono sbarrata la strada del lavoro e dell´affermazione personale. In Spagna, in Inghilterra, in Grecia i giovani “indignati” occupano la piazza e protestano. Ma chi li ascolta?
Chi riuscirà a trasformare la loro indignazione in protesta, proposta e battaglia politica?
Se non ci sarà questa capacità, anche il movimento degli “indignati” rischia di rifluire, e centinaia di migliaia di giovani (anche nel nostro Paese) dovranno rassegnarsi a un destino di lavoratori precari e, più tardi, in pensionati da 100, 200, 300 euro al mese.

La Repubblica 29.05.11

"Causa precariato e caro-affitti i giovani restano a casa di papà", di Felicia Masocco

Convivenza con mamma papà ed eventuali fratelli anche quando sarebbe ora di sloggiare e vivere nei propri spazi. Per alcuni (pochi, il 9%) è una scelta e per loro la parola giusta è ancora bamboccioni. Per gli altri (moltissimi) è piuttosto una via imposta dal mix venefico precarietà più affitti carissimi. Sorprende poco, quindi se in Italia ben 7 milioni di giovani vivano ancora con i genitori e che di questi il 40% abbia superato i 25 anni. Non si tratta più solo del “parcheggio” per il tempo dell’università. Il Sunia, sindacato degli inquilini della Cgil, ha dedicato una ricerca alla condizione abitativa di chi hameno di 34 anni. Emerge l’involontarietà della coabitazione ad oltranza: la voglia di lasciare la cameretta è fortissima ma l’”ambizione” è frustrata dall’assenza di un lavoro o della sua estrema volatilità. A proposito vale la pena di ricordare che il tasso di disoccupazione giovanile in Italia è ormai stabile poco al di sotto del 29%. Al reddito che non c’è, o che è del tutto insufficiente, vanno sommati i costi proibitivi di una casa.

PATTO ABITATIVO La ricerca che rientra nella campagna «La casa nel percorso di autonomia delle nuove generazioni», ha preso in esame giovani tra 18 e 34 anni (il40%ne ha più di 25), in pratica la generazione “ milleuro”: circa il 60% dei giovani, infatti, percepisce un reddito mensile inferiore a tale cifra, dato inquietante tanto quanto il tasso di disoccupazione, quello degli atipici (30%) e quello dei neet, ovvero dei giovani che non lavorano e non studiano (20%). Mille euro è una cifra ambivalente: sintetizza le retribuzioni, ma anche i canoni di affitto specie nelle grandi città: 1.020, di media, euro per i nuovi contratti e a 750 euro per i rinnovi. Pensare che pur di andar via, l’88% dei giovani cambierebbe città), emanciparsi economicamente (47%), mettere su famiglia (18%) e misurarsi da soli con la vita (15%). Alla fine ci si adatta e restare con mamma e papà diventa cosa “normale”per il 55% mentre il 40% lo vive come un problema. In futuro non pare andrà meglio. La Cgil riporta il dato di uno studio dell’università Cattolica di Milano che stima in 13-15 milioni di famiglie che nei prossimi anni disporranno di un reddito mensile di circa 1.500 euro al mese. Nuclei fatti in parte di pensionati ma soprattutto di precari che li inserisce in una sorta di “cuscinetto sociale” che rimane al di sotto della media dei redditi dei cittadini italiani e al di sopra della soglia di povertà. Per Laura Mariani, responsabile politiche abitative della Cgil, «è indispensabile un “Patto per l’abitare” che abbia come garanzia la costituzione di un’Agenzia per la casa in ogni Comune con uno specifico Osservatorio sui bisogni abitativi dei giovani».

L’Unità 29.05.11

******

“Primo stipendio a 900 euro? Bamboccioni per forza”, di Enrico Marro

Bamboccioni per forza. Costretti a rimanere a casa per mancanza di mezzi economici sufficienti ad andare a vivere da soli. I giovani che ancora risiedono con mamma e papà sono 7 milioni, secondo una stima della Cgil e del Sunia, il sindacato degli inquilini, elaborata su un’indagine campionaria che ha coinvolto un migliaio di soggetti. Del resto, basta aprire il rapporto Istat di qualche giorno fa, per trovare la spiegazione: sono più di due milioni i giovani che non studiano e non lavorano. E lo stipendio medio di quelli che trovano un’occupazione è di appena 900 euro al mese per i primi due anni, supera i mille euro dopo 3-5 anni di servizio e raggiunge i 1.300 euro solo dopo 20 anni di attività. Difficile, in queste condizioni, uscire di casa senza l’aiuto di mamma e papà. Che, a dire il vero, neppure loro se la passano tanto bene, visto che, sempre secondo il Rapporto Istat, lo stipendio netto di un italiano è di 1.286 euro al mese. Ma questa cifra è la media tra i 1.407 euro che vanno ai lavoratori maschi e i 1.131 euro che prendono le donne, che sono quindi pagate un quarto in meno, appena sopra agli stranieri, che guadagnano 973 euro al mese in media. Nessuna sorpresa, quindi, che, davanti alla più grave crisi del dopoguerra, le famiglie, come dice ancora l’Istat, siano state costrette per la prima volta a ridurre i risparmi e a intaccare la ricchezza patrimoniale, spesso proprio per dare una mano ai figli o per far fronte a emergenze sanitarie (gli anziani non autosufficienti). Ma torniamo all’indagine Cgil-Sunia. I giovani dai 18 ai 34 anni che vivono ancora nella famiglia di origine sarebbero appunto 7 milioni: il 40%ha più di 25 anni e il 50%ha un’occupazione, anche se spesso precaria. Il 60%delle persone fino a 35 anni ha un reddito inferiore a mille euro al mese. Impossibile, secondo il sindacato, accedere a una casa in affitto, visto che il canone medio, almeno nelle grandi città, è di 1.020 euro per i nuovi contratti e di 750 euro per i rinnovi. L’ 83%dei giovani intervistati dichiara che vorrebbe vivere fuori dalla casa dei genitori, per avere «indipendenza economica» (47%), «sposarsi» (18%), «misurarsi da soli con la vita» (15%). La Cgil e il Sunia ricordano anche che, secondo uno studio dell’Università Cattolica di Milano, «nei prossimi anni ci saranno in Italia 13-15 milioni di famiglie con un reddito mensile intorno ai 1.500 euro al mese» : saranno costituite da pensionati ma soprattutto da giovani, spesso precari. È la «generazione dei milleuristi» .

Il Corriere della Sera 29.05.11