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"Quando la sinistra scopre l´ironia", di Curzio Maltese

Esplode un arcobaleno in piazza del Duomo, dopo la tempesta. Scoppia la voglia di ridere di Milano, in fondo a una campagna mai così brutta, sporca e cattiva. Ma poi è stato davvero così? Gli insulti fanno sempre notizia. Ma la vera novità della campagna per il sindaco di Milano, almeno nelle ultime settimane verso il ballottaggio, è stato il ritorno di un´arma fra le meno frequentate dalla politica italiana: l´ironia. Sulle magliette arancioni dei ragazzi in piazza del Duomo. «Sono senza cervello». «Milano libera tutti». Nelle radio, nei capannelli, nei bar, soprattutto sulla rete, a fiumi, come antidoto ai veleni della televisione. È accaduto di colpo, come una liberazione. Il film horror della destra si è rovesciato in uno «Scary movie» da sbellicarsi. Le accuse sempre più gravi e incredibili mosse al mite Giuliano Pisapia si sono ribaltate, attraverso la parodia, nella principale fonte di propaganda a suo favore.
Il più riuscito esempio di questa parodia della paura è il video oggi più cliccato su Internet. «Il favoloso mondo di Pisapie», un cortometraggio gioiello. Pochi minuti in cui si raccontano i tormenti e gli incubi di un elettore indeciso che prova a immaginarsi la Milano in mano ai «rossi». Pisapia che ringrazia dai manifesti gli amici di Al Qaida, consegna le chiavi della Torre Velasca ai centri sociali, accoglie sulle rive dei navigli le barche dei clandestini. In una Milano dove i multisala proiettano soltanto film di Nanni Moretti, i parchi pullulano di omosessuali tossicomani, gli impiegati del Comune distribuiscono eroina zona per zona, si paga l´Ecopass anche per andare a Sesto San Giovanni. Fino all´inevitabile chiusura con furto d´auto.
Il clima alla Tarantino, anzi da vecchio film con Luc Merenda («Milano trema…») era un´occasione troppo ghiotta per le schiere di comici impegnati col candidato di sinistra. Dal principio alla fine la satira, da Dario Fo all´ultimo blogger, è stata un elemento fondamentale della campagna milanese, per quanto ignorato dai media a caccia di titoloni. Fino ai molti sorrisi della serata di chiusura, sul palco del Duomo, con la parodia papale di Lella Costa («Quando tornate a casa, date una carezza ai vostri figli e dite loro che la manda Pisapia»), le imitazioni di Marcorè, la verve di Bisio, l´elenco esilarante in finto stile Saviano di Massimo Cirri sui motivi per non votare Pisapia: «Primo, ha inventato le zanzare…».
Il vero comico sceso in campo nel voto di Milano non è stato Beppe Grillo, sempre meno divertente. Piuttosto Maurizio Crozza, dal quale infatti Pierluigi Bersani ha deciso di chiudere la campagna, con un duetto memorabile in cui il segretario del Pd, con tempi comici perfetti, ha accettato di ripetere le celebri frasi fatte luogocomuniste. E dunque «ragazzi, non siamo mica qui a tagliare i bordi ai toast», «non siamo qui a spalmare l´Autan sulle zanzare», «a smacchiare i giaguari», «a mettere i pannelli fotovoltaici alle lucciole» e via delirando.
A Crozza va del resto il merito d´aver colto per primo, a Ballarò, le potenzialità comiche della strategia della paura. Quando per esempio, dopo aver illustrato le cattive abitudini dell´avvocato mariuolo («Era lì che svitava un´autoradio…»), ha lanciato l´appello: «Ma è possibile che con un simile delinquente in giro per Milano, Batman se ne stia a casa e non intervenga?».
Perché la vera svolta umoristica della campagna di Milano è venuta, come spesso capita, da un fatto vero. La scoperta della bat-casa del bat-figlio della bat-sindaco Letizia Moratti. Una vicenda che ha rovesciato il clima cittadino. Non solo e non tanto per la portata dell´abuso edilizio, quanto per il fragoroso abuso di cattivo gusto. Davanti a quelle immagini del loft da Gotham City, al dark tinello e alla piscina d´acqua di mare, si poteva scegliere se scandalizzarsi o scoppiare a ridere e i milanese hanno optato per la seconda ipotesi.
Da allora è scattata la rivoluzione dell´ironia, la mossa da judoka che ha usato l´aggressività dell´avversario per restituirla come boomerang comico. Il blog di Red Ronnie, sostenitore della Moratti e diffusore di terrificanti leggende metropolitane sull´avversario «comunista», è stato invaso di messaggi grotteschi. Una piccola antologia del buonumore, con in cima l´anonimo rapper di «Non trovo più Red Ronnie, l´ha preso Pisapia». La parodia è diventata l´unica forma efficace di reazione ai colpi troppi bassi di una politica troppo volgare e menzognera per esser più presa sul serio. Per le strade di Milano tutti, perfino qualche elettore di destra, s´è messo a canticchiare le parodie musicali di Elio e Le Storie Tese o della ormai mitica Sora Cesira di «Incarcerabile», variazione di Laura Pausini dedicata naturalmente a lui e ai suoi incubi: «Perché se vince Pisapia/ temo tu debba andare via».
È presto per dire se da Milano partirà la risata capace di seppellire la politica della paura e del rancore. Negli ultimi anni l´ironia, tanto più contro Berlusconi, non ha portato fortuna. A cominciare dal Mino Martinazzoli del ‘94, che al Cavaliere sventolante fantasmagorici sondaggi («Il 65 per cento degli italiani mi vuole premier»), aggiungeva: «Risulta anche che il 99 per cento dei cinesi lo voglia imperatore». Ma i tempi cambiano, il vento politico fa il suo giro, i linguaggi invecchiano e soprattutto la rete, Facebook, Twitter, i blog fanno sembrare decrepita le risse televisive. E questa sì è una novità seria.

La Repubblica 29.05.11

Piazza della Loggia, messaggio di Bersani all'associazione delle vittime

“La strage di Piazza della Loggia, di cui ricorre il trentasettesimo anniversario, è un evento drammatico che ha segnato nel profondo la storia d’Italia.” Lo afferma il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani in un messaggio inviato all’Associazione delle vittime di Piazza della Loggia. “Non dobbiamo dimenticare – prosegue Bersani – che quei fatti dolorosi per i familiari delle vittime, per la città di Brescia e per la comunità nazionale, avvennero in un periodo oscuro della nostra storia che mise a dura prova la tenuta della nostra democrazia.” “Ciò nonostante, il Paese reagì rifiutando la logica della violenza e del terrore con la ferma volontà di difendere un cammino di progresso, di convivenza civile a difesa delle Istituzioni democratiche.” “Ci siamo interrogati molte volte sul valore della memoria, tuttavia – continua Bersani – è importante comprendere che non si tratta solo di un omaggio pur doveroso nei confronti di chi tanto ha sofferto, ma assume un valore più profondo quando testimonia la capacità di un popolo di trovare in sé le risorse per non cadere, per resistere e andare avanti.” “L’impegno a non dimenticare non cancella il dovere di continuare a chiedere quella verità storica e la giustizia processuale che da troppo tempo manca.” Il segretario del Pd conclude il messaggio rivolgendo ai familiari delle vittime e alle autorità cittadine, i sentimenti di vicinanza e solidarietà.

www.partitodemocratico.it

"Noi professori vi raccontiamo l'anno nero della scuola", di Riccardo Staglianò

Il riassunto migliore lo fa Jie, ultimo banco a sinistra: “Cos’è cambiato? In prima avevamo le ore di informatica, adesso non ce le abbiamo più”. Terza D della scuola media Alberto Manzi di Roma, dove la bohème del quartiere Pigneto sfuma nel popolare Prenestino. Su sedici alunni sette figli di stranieri. Il ragazzino cinese con occhiali e capelli a spazzola colpisce e affonda con una frase sola la riforma Gelmini. Quella dei tagli agli insegnanti, dell’accorpamento delle classi, della scuola come impresa. Categoria-feticcio del berlusconismo, quest’ultima, punta di sfondamento del modulo educativo delle “tre I”, con inglese e internet. Peccato che, tra gli 8 mila docenti fatti fuori quest’anno dalle elementari, metà siano proprio gli specialisti della lingua di Shakespeare. Quelli che dovevano attrezzare i nostri figli per la globalizzazione. Per loro non resta che andare a ripetizione dai compagni bangladesi, filippini o comunque anglofoni. Almeno sino a quando l’altra idea del ministro dell’Istruzione, mettere un tetto del 30 per cento agli immigrati nelle classi, non toglierà loro anche questa chance. Per quanto riguarda web, alfabetizzazione informatica e tutta l’enfasi sull’economia della conoscenza, rimandiamo alla felice sintesi del giovanissimo sino-italiano.
Scrivere dei problemi della scuola è un po’ come affrontare un tema dal titolo “brevi cenni sul mondo”. Ci sono così tanti gradi, dall’asilo all’università, differenze geografiche, peculiarità e complicazioni d’ogni genere che qualsiasi prospettiva risulta arbitraria e parziale. La nostra ricognizione, prima di arrivare nella capitale, parte da Reggio Emilia. È qui che insegna il maestro Giuseppe Caliceti, autore del recentissimo Una scuola da rifare. La sua critica alla riforma non potrebbe essere più radicale. “Prima avevamo la scuola primaria migliore d’Europa” dice, “oggi è la tredicesima, stando all’Ocse”. A sentir lui il ministro, tra bugie, mezze verità e cortine fumogene (il grembiule, il 7 in condotta, etc), avrebbe preparato il terreno per lo smantellamento. “Quando dice che gli insegnanti costano troppo non ricorda che da noi, a differenza degli altri Paesi, anche quelli di sostegno ricadono sul conto dell’Istruzione. E ciò falsa ogni confronto. Ha poi tolto soldi alle scuole pubbliche, aumentandoli alle private senza però ricordare che, sempre per l’Ocse, in media i loro studenti sono meno preparati degli altri. Alla faccia del merito…”. Ciò che gli va giù meno di tutto, mentre parliamo in una libreria così bella e accogliente che sembra di stare in Scandinavia, è l’aver sperperato un patrimonio ideale, tra i pochi articoli culturali da esportazione rimasti. E per farmi capire meglio mi porta in visita a Reggio Children, la matrice di quegli asili d’eccellenza che nel ’91 si erano guadagnati la copertina di Newsweek sulle “10 scuole migliori del mondo”. Negli ex-stabilimenti dei formaggi Locatelli, oltre alle aule di varie classi delle materne, ci sono mostre e seminari su quella “pedagogia popolare” che dappertutto ci invidiano. È un giorno come un altro e in pellegrinaggio c’è una comitiva di spagnoli e una di rumeni. Ogni anno passano di qui circa 20 mila persone, “una delle fonti di turismo più significative della città” ricorda l’organizzatrice Sara Annigoni che si inorgoglisce per la collaborazione con Harvard e si deprime per i più rari rapporti con gli atenei italiani. Spiega: “Nelle nostre classi ci sono due docenti e un atelierista, che si occupa delle materie espressive, dalla pittura alla videoarte. Oltre a pedagogisti a turno”. È qui che Caliceti voleva arrivare: “Mentre le migliori università americane vengono a ispirarsi a quel filone che va da Don Milani a Gianni Rodari a Loris Malaguzzi, che ci hanno insegnato a mettere la scuola al centro della società e il bambino al centro della scuola, noi adottiamo il modello anglosassone, con i test Invalsi, le crocette, gli insegnanti-manager. Andiamo verso quelle charter school, private finanziate dal pubblico, che si sono rivelate una catastrofe per stessa ammissione del sindaco di New York che le aveva volute. È una follia! E non dica il governo che tutto l’occidente taglia perché la scure dell’America di Obama e della Germania della Merkel si è abbattuta su ogni settore tranne l’istruzione. Mentre noi abbiamo preferito aumentare il bilancio della Difesa. È sempre questione di scelte”.
Le nostre ce le ricorda, documenti alla mano, il segretario generale della Flc Cgil Mimmo Pantaleo: “Intanto il Documento di economia e finanza 2011 prevede la diminuzione della spesa per l’istruzione dal 4,5% al 3,2% del Pil, entro il 2040. E siamo già ampiamente sotto alla media Ocse, intorno al 5,7%. Mentre si tagliano i fondi per la scuola pubblica (8 miliardi in tre anni, e 1,5 all’Università), quelli per le private rimangono inalterati. Anzi, Berlusconi ha lasciato intendere di voler concedere buoni anche per le paritarie”. Conferma Emanuele Barbieri, che fu capo dipartimento del Ministero della pubblica istruzione nell’ultimo governo Prodi: “Nel decreto legge 112/2008 hanno previsto il taglio di 87.341 insegnanti e 44.500 unità di personale tecnico ausiliario e amministrativo. Gente che va in pensione o contratti in scadenza che non vengono rimpiazzati. A fronte dell’aumento, nello stesso periodo, di 66.440 studenti”. Le conclusioni le tira Mario Ambel, direttore della rivista Insegnare del Centro iniziativa democratica insegnanti: “Il taglio delle risorse significa la totale abolizione delle compresenze (due insegnanti insieme), la riduzione delle ore di lezione e grandi disagi nella mancanza del sostegno. Si torna a un’idea di scuola tradizionale, ma non più utile, che una volta riassumevamo con lo slogan “Un insegnante, una classe, una materia, un’ora”. Invece oggi servirebbero attività laboratoriali, lavori di gruppo e un’attenzione completamente diversa”. Esattamente come succede a Reggio Children per le materne e, da poco, anche come sperimentazione in alcune classi elementari. Caliceti non si capacita: “Perché poi, al di là di tante chiacchiere, l’indicatore di qualità più efficace è quello del rapporto tra insegnanti e alunni. Più basso è, migliore è la scuola”.
Con questa bussola torniamo a Roma. A guidarci qui è Silvia dai Pra’, autrice di Quelli che però è lo stesso, ironico ritratto di gruppo scolastico con precaria (lei stessa), sullo sfondo di un’Ostia pasolinianamente degradata e fascistamente trash. “Ho un dottorato e la scuola di specializzazione per insegnare. Nel 2008 mi hanno chiamata per un contratto annuale a ottobre. Nel 2009 a novembre. Nel 2010 niente: con i tagli non ci sono più soldi per rapporti lunghi, solo supplenze. Così faccio delle ore al Pigneto, altre in una media di Centocelle e altre ancora in una ragioneria all’Anagnina. Ma non mi lamento dei miei 850 euro perché nelle mie condizioni ci sono anche cinquantenni con famiglia. Grazie Gelmini!”. Caliceti, dopo 25 anni di ruolo, di euro ne prende 1500: la metà, giura, d’un collega tedesco. Con questi adolescenti la professoressa trentenne fa “approfondimento” di italiano, con lettura guidata dei giornali e facendoli ragionare di discriminazione su un blog. Nei due pomeriggi alla settimana sopravvissuti ai tagli. “Con un così sistematico ricorso ai precari tanti studenti non hanno alcuna garanzia di continuità educativa. Nel senso che ogni anno possono cambiare insegnante. Senza considerare il messaggio che si dà loro, ovvero che studiare non serve granché se produce adulti senza stabilità economica né professionale”. Loro, da grandi, vogliono aprire un garage, fare il grafico pubblicitario, il pilota d’aerei e il poliziotto della scientifica. La terza D, però, non ha problemi di sovraffollamento. Altrove la dieta Gelmini ha fatto ingrassare le classi: “Dai 20-25 di quando ho iniziato sino alle punte di 33 di oggi. D’altronde se tagli i docenti e vuoi coprire gli stessi ragazzi con quella copertina più corta devi chiedere loro di stringersi. Però a quel punto se qualcuno rimane indietro non c’è più il secondo docente a rallentare per lui. In un Paese che già aveva un tasso di dispersione scolastica altissimo”. Il ministro, strenua sostenitrice del merito nonostante l’esame da avvocato in trasferta, preferisce celebrare il ritorno alle bocciature come prova ontologica di una ritrovata serietà. Neppure al conservatorissimo George W. Bush, mentre firmava il No Child Left Behind Act, sfuggiva l’importanza di non lasciare indietro gli studenti meno attrezzati. Per non dire della Costituzione, foglio strapazzato ma ancora in vigore, che all’articolo 3 ricorda come sia “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” che “impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. La scuola, concordano dai Pra’, Caliceti e ogni loro collega di buon senso, è lì per quello. Servono le “tre I” e tutte le altre lettere di un moderno abbecedario che solo docenti numerosi, rispettati e motivati possono insegnare.

da Il Venerdì di Repubblica 28.05.11

«Niente crisi anche se perdiamo», di Barbara Fiammeri

Silvio Berlusconi continua a ripetere come un mantra che il risultato del voto di Napoli e Milano «non influirà sul governo», la legislaturà «durerà fino al 2013» e nei prossimi due anni saranno realizzate «la riforma del fisco, della giustizia e quella istituzionale». Gli echi dell’ultima performance del premier al vertice del G-8 continuano a rimbalzare mentre il Cavaliere si appresta a salire sul palco allestito in piazza del Plebiscito per chiudere assieme a Gigi D’alessio la campagna elettorale di Gianni Lettieri, il candidato sindaco del centrodestra nel capoluogo partenopeo.
Il pericolo di una debacle è avvertito da tutto lo stato maggiore del partito del premier e dalla Lega che negli ultimi giorni ha lanciato segnali evidenti di insofferenza. Bossi continua in pubblico a mostrarsi solidale con il premier. Ma di un comizio comune neppure a parlarne. Forse anche per questo il Cavaliere ha preferito scendere a Napoli dove il clima è tesissimo: nella notte scorsa qualcuno ha appiccato il fuoco nell’ufficio elettorale di Lettieri. Immediato lo scambio di accuse con l’avversario de Magistris. Il premier si è presentato al comizio dove ha nuovamente promesso uno stop «alle demolizioni delle case abusive». Contemporaneamente, poco lontano dal suo albergo, Luigi De Magistris veniva accolto da migliaia di sostenitori al grido di «sindaco, sindaco».
Sono le ultime inquadrature di una campagna elettorale piena di colpi di scena e di amare sorprese per il Cavaliere e che culminerà nella foto dei risultati definitivi di questi ballottaggi dove in gioco c’è ben più della poltrona di un sindaco.
Le sparate di Roberto Calderoli sul trasferimento dei ministeri culminate nella richiesta, poi smentita, di voler trasferire lontano da Roma anche la presidenza della Repubblica e soprattutto l’assenza pesante di Bossi dalle iniziative organizzate da Letizia Moratti, sono più che un avvertimento. Calderoli ha negato di aver mai detto – come riportato dal Corriere della Sera in un’intervista – di voler trasferire il Capo dello Stato al Nord. Ma il giornale guidato da Ferruccio de Bortoli ha confermato e dopo l’annuncio di querela da parte dell’esponente della Lega ha fatto partire una controquerela. Anche nel Carroccio però la sortita di Calderoli non è stata particolarmente apprezzata. Bossi sta valutando il da farsi ma certo non vuole incrinare il rapporto con il Colle. I sospetti di un disimpegno della Lega si rafforzano anche se non mancano i contrasti interni al Carroccio sulla linea da seguire. Matteo Salvini, uomo di punta della Lega milanese, è stato silurato in una conferenza stampa tenuta da Letizia Moratti insieme a Tremonti. Il sindaco ha infatti annunciato che se vincerà, il ruolo di vicesindaco spetterà a un altro leghista, Roberto Castelli, e che in giunta entreranno esponenti di punta come i pidiellini Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera e Luigi Casero ai quali – sia pure dall’esterno – si aggiungerà l’ex primo cittadino Gabriele Albertini. L’ordine di mettere da parte Salvini (uomo legatissimo a Roberto Maroni) sarebbe giunto da Renzo Bossi, il figlio del Senatur e dal capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni. Salvini non sembra preoccuparsi più di tanto («martedì tornerò a lavorare, con quale ruolo lo decideranno i milanesi). Anzi, aveva già fatto sapere che se non avesse piovuto avrebbe partecipato al concerto del suo gruppo preferito, Elio e le storie tese, organizzato però per il comizio di chiusura di Giuliano Pisapia. Il candidato del centrosinistra si è detto certo della vittoria. In una piazza gremita nonostante il diluvio, Pisapia ha assicurato che sarà il sindaco di «tutti i milanesi» e non cercherà «rivincite politiche» perché – ha detto citando Don Milani – «ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia».
Nel Pdl ci si prepara al peggio. In pericolo non sono solo Milano e Napoli ma anche Cagliari e Trieste, entrambe governate finora dal centrodestra. «La maggioranza è coesa», sostiene Berlusconi che liquida la vicenda dei ministeri al Nord come mera «campagna elettorale» e si mostra ottimista sulla crisi, sostenendo che l’Italia «è uscita meno peggio di altri» e chi dice che è più povera «finge di non vedere» perché «c’è il lavoro nero».
Il Cavaliere si sente accerchiato e non solo – come spiega pubblicamente – dai magistrati. Teme il disimpegno della Lega, che dialoga con l’opposizione sulla riforma della legge elettorale ma anche le guerre interne al partito.

Il Sole 24 Ore 28.05.11

L’Italia va su Facebook "Scusa Mr. Obama" di Filippo Ceccarelli

«E quindi – ha concluso solenne Berlusconi rivolgendosi ai giornalisti – mi permetto di dire: vergognatevi!». Ma senti, si permette. Proprio lui, il Cavaliere, che più di ogni altro uomo politico ha impetuosamente travolto e allegramente smantellato la vergogna del potere, bruciandone poi i residui sull’altare del berlusconismo terminale. Da Casoria a Deauville, dalle corna spagnole al cu-cù della Merkel, dal Priapetto di Arcore fino al bacio della mano di Gheddafi.

Retorica a rischio cortocircuito, quella della vergogna. Perché mentre il presidente del Consiglio pronunciava quella sua intemerata, la pagina Facebook del presidente Obama già traboccava di messaggi di italiani che dopo la scena berlusconiana del giorno prima chiedevano scusa, «I am sorry», «So sorry, Mr President», «Berlusconi doesn’t speak in my name», mi dispiace, non parla a mio nome, non è il mio presidente, non mi rappresenta, l’Italia è meglio di lui.

E’ ossessionato dai processi ed è «anche vecchio», articolava uno, «si scorda le medicine per il cervello», «si fa le leggi che gli servono» aggiungeva un’altra, e il bunga bunga naturalmente, dunque «help!», ci aiuti Mr Obama, «mi vergogno tanto», comunque, anzi tantissimo, e così via. Migliaia e migliaia di post su di un leader che da altri, a suo vantaggio e risarcimento, esigeva proprio quel sentimento.

In realtà in questi anni si è accumulato sufficiente materiale per sostenere l’ipotesi che la sfrontatezza di Berlusconi, quella sua inarrivabile faccia di bronzo sia funzionale, se non connaturata, al prodigioso modello di comando che l’ha portato dove si trova, seppure oggi pericolosamente in bilico. «Chi non ha vergogna tutto il mondo è suo» dice un proverbio. Dominio degli spettacoli, centralità del corpo e tirannia dell’intimismo sono il contesto più adatto per gli spudorati. Ma la sapienza consiglia di non esagerare.

E a questo proposito, sempre rimanendo sul delicatissimo terreno della politica internazionale e dintorni, tornano in mente lo strillo davanti alla regina Elisabetta, i complimenti fuori luogo a Michelle Obama, le spiritosaggini da playboy con la presidente finlandese, le disquisizioni sulla bellezza della conquista femminile davanti a Zapatero, il mimo di un fucile mitragliatore rivolto a una giornalista russa (poi in lacrime), un leggio clamorosamente abbattuto alla Casa bianca per andare ad abbracciare Bush, la richiesta in diretta di numero telefonico a una graziosa annunciatrice di una televisione del Maghreb.

E davvero si potrebbe continuare a lungo sull’impudenza del Cavaliere, non è una frase fatta, anche se tutto lascia credere che negli ultimi tempi egli abbia un po’ smesso di rendersene conto, o forse non gli importa più, la misura e il decoro essendo divenuti per lui un puro optional, fatto sta che di tale inconsapevolezza fa fede l’ennesima scenetta, l’ennesimo e simbolico colpo di sonno durante la messa per la beatificazione di Papa Wojtyla, quando si levò l’alleluja e allora sia Napolitano che il Segretario di Stato si levarono in piedi, e invece lui, che stava in mezzo, dormiva come un bambino.

Da questo punto di vista troppi video di YouTube costituiscono una gagliarda risposta contro il «vergognatevi!» scagliato ieri da Berlusconi al G8. Per gli antichi greci la divinità preposta al pudore era Aidos, non per caso imparentata con Nemesi, che con la sua spada provvedeva a regolare i conti con gli eccessi. Nel report d’addio dell’ambasciatore americano Spogli si legge: «Con le sue frequenti gaffes e la scelta sbagliata delle parole il premier» ha offeso «quasi ogni categoria di cittadini e ogni leader politico europeo», mentre «la sua volontà di mettere gli interessi personali al di sopra di quelli dello Stato ha leso la reputazione del Paese in Europa ed ha dato sfortunatamente un tono comico al prestigio dell’Italia in molte branche del governo degli Stati Uniti». Negli ultimi giorni Mr President, che un po’ prevenuto doveva già essere, ne ha avuto ulteriori conferme.

La Repubblica 28.05.11

"Berlusconi a Deauville fa fumo e alza sabbia", di Francesco Lo Sardo

Un uomo prigioniero dei suoi incubi: il premier in Normandia non si ferma più e rincara la dose.
«En effet, tout, à Deauville, est prétentieux… beaucoup de sable et beaucoup trop de poudre aux yeux», scriveva già la celebre Guide Conty, per turisti della Belle Époque bocciando come un bidone la località della Bassa Normandia: molta sabbia e troppo fumo negli occhi.
Così è stata anche la rovinosa seconda giornata di Silvio Berlusconi nella Deauville di cent’anni dopo, nei giorni del G8: altra sabbia e fumo negli occhi, sollevati da un imbarazzante Cavaliere in versione stalker che per il secondo giorno consecutivo ha molestato tutti con le proprie poco edificanti grane giudiziarie, riarpionando Obama durante la passeggiata dei capi di stato e di governo verso il Cercle des propriétaires, il prestigioso circolo dei proprietari delle più celebri scuderie di cavalli e scaricando sul malcapitato presidente russo Medvedev un torrente di vocali e consonanti contro i magistrati italiani che lo perseguitano.
Altro che vergogna e contrizione per l’agguato ad Obama del giorno prima. I capi di stato e di governo che arriveranno a Roma giovedì prossimo 2 giugno invitati da Giorgio Napolitano per i 150 anni dell’unità d’Italia, sono avvisati. «Ho preso la decisione ogni qualvolta incontro altri capi di stato e di governo di spiegargli che cosa succede in Italia», ha minacciosamente annunciato nel primo pomeriggio Berlusconi comparso in una solitaria conferenza stampa, rabbuiato e cupo, leggendo un foglietto di accuse lunari contro «i giudici che interferiscono nella politica italiana», dopo essere stato tenuto in isolamento per due giorni dai grandi della terra che non gli hanno concesso un minuto di incontri bilaterali.
Una performance internazionale inqualificabile, censurata da Michele Vietti, vice presidente del Csm (e cioè numero due di Giorgio Napolitano che presiede l’organo di autogoverno della magistratura) con parole di fuoco: «Fare una caricatura grottesca della magistratura italiana a livello internazionale non aiuta un sano equilibrio tra i poteri né le riforme…».
Chissà se Barack Obama, che l’altro giorno ascoltava sbigottito il miliardario di Arcore che denunciava l’esistenza di «una dittatura dei giudici di sinistra in Italia», avrà capito cosa diceva Berlusconi: «Non so, ma noi abbiamo capito, purtroppo », ha scosso la testa Vietti.
Ne ha dette anche altre, ieri, Berlusconi, al G8 sulla primavera araba. La più divertente: «Non ho mai usato toni estremistici in campagna elettorale». La più bizzarra: la denuncia di una sentenza che lo condanna a pagare 750 milioni, che ha definito «un tentativo di aggredirmi anche patrimonialmente». La più inquietante: «Non me ne vado finché non avrò riformato la giustizia».
Parole, queste ultime, che gettano nella disperazione un Pdl col morale sotto i tacchi, lacerato, a pochi giorni dall’annunciata batosta elettorale. Nessuno ieri nel Pdl ha speso una parola per difendere le esternazioni del Cavaliere a Deauville.
Persino Alfano s’è tirato indietro: «Parlo solo di riforme della costituzione». Il ministro degli esteri Frattini ha tentato di farlo, ma con argomenti da diagnosi psichiatrica alquanto controproducenti: «Le parole di Berlusconi denotano una profonda sofferenza umana». In più, nel caos del Pdl, Frattini ha fatto sapere di volere, in sintonia con Scajola, la testa di Verdini e La Russa, mentre il capo dei circoli del Pdl Valducci, finora tra i berluscones più obbedienti, s’è messo a chiedere anche lui le primarie sulla scia di Formigoni e Alemanno.
La Polverini, socia del sindaco di Roma nella costruzione di una nuova corrente del centrodestra ha intanto annunciato la fine della coalizione nel Lazio, accusando il Pdl di «comprare» i consiglieri della sua lista. Tutto crolla, in vista del voto di Milano.
Moratti dà il colpo finale: il suo vicesindaco sarà Castelli, non Salvini. Uno schiaffo ai maroniani, la maggioranza della Lega in città: la sconfitta, ora, è certa.

da Europa Quotidiano 28.05.11

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“Solo Napolitano parla col mondo”, di Mariantonietta Colimberti

Al presidente della repubblica tocca tenere alto il nome dell’Italia: ieri ha visto il capo della Casa Bianca.
Tre giorni di celebrazioni della festa della repubblica. Saranno le occasioni in cui le strade di Giorgio Napolitano e di Silvio Berlusconi torneranno ad incrociarsi. Perché dal 28 aprile, data dell’ultima volta che il presidente del consiglio, accompagnato da Gianni Letta, è salito a Quirinale a parlare di Libia, ma soprattutto ad annunciargli l’intenzione di nominare un battaglione di sottosegretari, non c’erano più state occasioni di incontro. L’ultima foto ufficiale che li ritrae vicini, invece, data 17 marzo 2011, giorno delle celebrazioni dell’Unità d’Italia.
Da allora, il fossato si è ulteriormente approfondito: mentre Berlusconi continuava a parlare e soprattutto a sparlare di giudici, di sinistra paraterrorista, a fare una campagna elettorale sempre più scomposta, con insulti agli avversari e occupazione di televisioni, il capo dello stato proseguiva nel suo caldo dialogo con il paese, ovunque accolto da applausi ed ovazioni. Una linea ferma e costante, incentrata nella difesa della Costituzione, delle istituzioni e della loro dignità, dei giudici e del loro sacrificio.
Il fossato è apparso plasticamente incolmabile lo scorso 9 maggio, giornata della memoria dedicata alle vittime del terrorismo e delle stragi. Berlusconi quella mattina era a Milano per il processo Mills e nelle pause dell’udienza definiva i giudici «cancro della democrazia».
Proprio nelle stesse ore, Napolitano parlava dei magistrati uccisi, ne ricordava i nomi dinanzi ai familiari che aveva abbracciato, e la voce gli si spezzava per la commozione, come altre volte in occasioni analoghe.
È tutto così chiaro, in Italia ma ormai anche all’estero, che il presidente della repubblica difficilmente riterrà necessario intervenire direttamente per esprimere un qualsiasi giudizio o monito sulle ultime intemerate pubbliche di Berlusconi a Deauville.
Napolitano, ieri e oggi a Varsavia per il vertice dell’Europa centro-orientale, eviterà di commentare all’estero i comportamenti di Berlusconi, anche se istituzionalmente molto scorretti e denigratori del nostro paese.
Del resto, di Barak Obama, incontrato e salutato calorosamente ieri sera, il capo dello stato italiano è da tempo interlocutore privilegiato, al punto che c’è chi ritiene che tra i due ci sia stato anche un incontro riservato a New York, alla fine di marzo. L’imminenza del voto dei ballottaggi, inoltre, è un ulteriore elemento a favore del mantenimento del riserbo da parte del nostro capo dello stato.
Lunedì sarà un altro giorno e lo scenario che si presenterà richiederà una rinnovata attenzione e capacità di guida. Il Berlusconi che andrà al Quirinale per il ricevimento di martedì 31 e che parteciperà alla festa della repubblica il 2 giugno insieme ad altri 42 capi di stato e di governo sarà con ogni probabilità un leader ancor più fiaccato della vigilia. Se la reazione inclinerà più verso la depressione o, invece, verso comportamenti aggressivi e parole fuori controllo si vedrà. Come si dovrà vedere anche cosa farà la Lega, il cui asse col Quirinale è apparso negli ultimi tempi decisamente appannato, nonostante qualche parola riparatrice in extremis di Umberto Bossi.
Infine, per Berlusconi c’è la spada di Damocle del dibattito parlamentare chiesto proprio da Napolitano dopo la nomina dei nuovi sottosegretari.
Martedì a Montecitorio si riunirà la conferenza dei capigruppo per stabilirne la data. Il tempo del governo potrebbe essere segnato. Al Quirinale, i capi del mondo incontreranno l’unica personalità alla quale italiani di ogni orientamento riconoscono autorevolezza.
«Sento la fiducia degli italiani di tutte le idee politiche» disse lo stesso Napolitano a Firenze lo scorso 12 maggio.

da Europa Quotidiano 28.05.11

"Pisapia lancia l’ultimo appello: è il nostro tempo, liberiamo Milano", di Maurizio Giannattasio Annachiara Sacchi

«Il vento cambia davvero» . Lo slogan di Giuliano Pisapia si è trasformato in realtà. La burrasca che ha colpito Milano ha sollevato le gonne delle signore in Galleria Vittorio Emanuele, ha sparpagliato nel cielo i volantini del candidato, ha ribaltato gli ombrelli del popolo arancione raccolto in piazza Duomo per il concerto di chiusura della campagna elettorale di Giuliano Pisapia. Settantamila sotto la pioggia secondo gli organizzatori, 50 mila per chi conosce bene le dinamiche della piazza. Claudio Bisio ha gioco facile. «Ho una grandissima sorpresa per voi stasera: qui con noi c’è Gigi D’Alessio» . Ogni riferimento al mancato concerto del cantante napoletano sul palco di Letizia Moratti è puramente voluto. «Una risata vi seppellirà» . È il leitmotiv della campagna di Pisapia che si è diffusa come un virus in Internet. Quella che addebita al candidato del centrosinistra tutti i mali del mondo. «Piove» urla Bisio dal palco. «Pisapia ladro» , replica il pubblico. Elio e le sue Storie Tese intonano «Bunga bunga con Lele» . Lui, il candidato, arriva dopo le nove. Sfrutta la forza d’inerzia. Anzi «la forza gentile» . Ma convinta: «Liberiamo tutti insieme Milano. In questi mesi siamo andati sulla luna con un aeroplanino di carta eppure ci siamo arrivati. Liberiamo la nostra città per i nostri anziani, i nostri figli, i giovani, per tutti noi» . Assicura che non è alla ricerca di rivincite politiche: «Vogliamo contribuire a costruire un città fatta da noi, per tutti noi. Una città aperta, che sappia guardare al futuro. Accogliente. Una città affettuosa» . Bisio lo sottopone a una raffica di domande. Lui si presta. San Francesco o Che Guevara? «Una sintesi di tutti e due, sarebbe il mio sogno, due grandi uomini» . Presidente preferito? «Sandro Pertini» . Pontefice? «Giovanni XXIII» . Il viaggio più bello? «L’India» . Chi vorresti conoscere? «Il Dalai Lama» . Ma il vero applauso scatta quando Bisio chiede in ordine di apparizione, a) il personaggio preferito da piccolo b) il film più amato. Risposte: a) Paperoga; b) Vacanze di Natale. Ultima domanda. Convinci un milanese a tornare in città: «Guarda che il vento è già cambiato e cambierà ancora» . Pier Luigi Bersani, rigorosamente sotto il palco, gli fa eco: «Si sta alzando un vento nuovo. Milano può dare un segno importante di risveglio del Paese. Il vento di Milano va portato in tutta Italia» . Pioggia ed entusiasmo. Spunta anche l’arcobaleno. La parola Milano torna incessante. A marcare la differenza con chi ha trasformato l’elezione in una questione nazionale. «Milanesi credo in voi» dice Pisapia dal palco. Respinge l’accusa di essere un estremista. «Mi hanno detto che non sono moderato. Non capisco che cosa significa questa parola sulle loro labbra, questa parola che viene offesa e smentita ogni giorno da comportamenti indecenti. Non so cosa sia per loro la politica» . Rivendica la sua identità. «Per vincere dobbiamo avere il coraggio di essere noi stessi, dobbiamo avere il coraggio dei nostri valori» . Cita Don Milani. Lancia l’ultimo appello per il ballottaggio: «È arrivato il tempo. È arrivato il nostro tempo. Abbiamo ripreso in mano il nostro destino. Non facciamocelo sfuggire. Domani e lunedì andiamo tutti alle urne, andiamo a festeggiare la democrazia, facciamo vincere Milano. Credo che martedì mattina usciremo di casa con un sorriso, pensando “mi piace essere qui”» . C’è anche la mozione del cuore: «Non lasciatemi solo, perché cambio Milano solo se ci sarete voi» . Gli ospiti si susseguono. C’è Paolo Rossi, arriva a sorpresa Neri Marcorè. Gran finale con Pisapia che canta in coro «Tutta mia la città» dell’Equipe 84. Sono in molti a indossare una maglietta zuppa di pioggia: «Pisapia ha incastrato Roger Rabbit» .

Il Corriere della Sera 28.05.11