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Scuole insicure, l'emergenza continua. Verso la Conferenza Nazionale del PD sull’Edilizia Scolastica

21.000 è il numero di edifici scolastici ancora non a norma, oltre il 50% del totale. 10.000 di questi, dovrebbero essere abbattuti. Sono questi i numeri del rischio quotidiano per nove milioni di persone, tra studenti, docenti e personale, che ogni mattina varcano la soglia di una scuola italiana. E’ finito il tempo delle deroghe per adeguamenti e ristrutturazioni, il momento delle promesse di fondi, cantieri e piani straordinari, che s’incagliano a ogni passaggio burocratico per poi non vedere mai la luce. Cambiare la scuola italiana, renderla un luogo in cui si insegni bene e si impari meglio, non è proponibile senza affrontare la questione dalle fondamenta: la sicurezza degli edifici e anche l’adeguatezza delle strutture. Non è difficile, infatti, dare ragione a tutte le indagini internazionali: in un ambiente migliore, si impara di più.

A partire dalla c.d. Legge Masini del 1996, i governi in carica hanno più volte cambiato le modalità di intervento, tolto e rimesso finanziamenti, coinvolto o estromesso le istituzioni locali. Dopo tante promesse e impegni solenni, il Governo ha fatto calare il mistero sullo stato degli interventi, sull’uso dei fondi e sulla realizzazione dell’Anagrafe dell’edilizia scolastica: un censimento sulla sicurezza di tutti gli edifici, ideato nel 1996 e mai portato a termine. Il Tavolo ministeriale incaricato di completare il censimento entro il 5 agosto 2009, nel mese di Ottobre era giunto, a quanto risulta, al 60% dei rilevamenti. Poi, più nulla, nessuna notizia.

Questo Governo, che con la finanziaria 2009 aveva “ben cominciato” l’opera, tagliando 22,8 milioni di euro ai fondi per l’edilizia, ha proposto, nel 2010, un Piano straordinario di 358 milioni, sotto il controllo dei Ministeri dell’Istruzione e delle Infrastrutture, che ha estromesso Regioni ed Enti Locali anche nella scelta dei singoli cantieri da avviare, con una distribuzione delle risorse che premia la Lombardia e punisce il Molise. Una brillante anticipazione di cosa significhi federalismo per chi ci governa. Ma anche di questo sforzo efficientista, nessuna notizia.

Nel frattempo, la relazione annuale della Commissione Parlamentare sugli infortuni sul lavoro e le morti bianche, illustrata in Senato il 12 gennaio 201, ha confermato l’ipotesi per la creazione di una “Scuola SpA”, ente a cui trasferire la proprietà degli edifici scolastici. Il “modello Bertolaso” applicato alla scuola.

L’edilizia scolastica è una vera e propria emergenza nazionale, per la quale serve mettere in campo le idee migliori, le soluzioni più appropriate, una piena comprensione delle cause e dell’entità del problema. Con i pasticci e i ritardi, può bastare così.

Per questo il Partito Democratico promuove per il 16 giugno a Roma la Conferenza Nazionale sull’Edilizia Scolastica. Un incontro fra parlamentari, amministratori locali, responsabili scuola del PD sul territorio, associazioni, enti, comitati civici impegnati sul tema, per confrontare idee e proposte in grado di garantire, finalmente, la sicurezza nelle scuole.

qui il modulo di adesione

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Strage nazista di Fucecchio in tre condannati all'ergastolo

Il tribunale ha anche disposto un maxi risarcimento, 13 milioni, per le famiglie dei 184 civili uccisi che si sono costituite parte civile. I tre hanno 88, 91 e 94 anni. Il pm Marco De Paolis: “Se la sentenza verrà confermata in Cassazione, speriamo che scontino davvero la pena”. Il Tribunale militare di Roma ha condannato tre ex militari tedeschi, oggi novantenni e contumaci, per la strage del Padule di Fucecchio, in provincia di Firenze, in cui nell’agosto ’44 morirono 184 civili, in gran parte anziani, donne e bambini. Fu uno degli eccidi più gravi compiuti dai nazisti in Italia durante la seconda guerra mondiale.

Il Tribunale ha anche disposto un maxi risarcimento ai familiari delle vittime costituitisi parte civile di oltre 13 milioni, solo di provvisionale, a carico degli imputati e del responsabile civile individuato nella repubblica federale di Germania.

Lo storico: “Fu un’operazione di desertificazione totale”

I condannati sono l’ex capitano Ernst Pistor, di 91 anni, l’ex maresciallo Fritz Jauss, di 94 e l’ex sergente Johan Robert Riss, di 88, all’epoca tutti appartenenti a diversi reparti della 26/a divisione corazzata dell’esercito tedesco. Un quarto imputato, l’ex tenente Gherard Deissmann, è morto a cento anni, nel corso del processo. Secondo l’accusa i quattro avrebbero “contribuito a causare la morte” di 184 persone “che non prendevano parte ad operazioni belliche”: 94 uomini (soprattutto anziani), 63 donne e 27 bambini, tra cui anche alcuni neonati. Come ha sottolineato il pubblico ministero nella sua arringa, richiamando quanto detto nel corso del processo dallo storico Paolo Pezzino, non fu una semplice rappresaglia, ma “un’operazione di desertificazione totale”.

Tra le 5 del mattino e le 2 del pomeriggio del 23 agosto 1944, 11 giorni dopo la strage di Sant’Anna di Stazzema, soldati della 26/a divisione corazzata dell’esercito tedesco, in particolare gli ‘esploratori’ del 26/o Reparto agli ordini del capitano Josef Strauch, batterono uno per uno i casolari della zona, a cavallo tra le province di Firenze e Pistoia, sembra alla ricerca di partigiani, trovandovi però solo famiglie di contadini e numerosi sfollati in fuga dai bombardamenti. I nazisti uccisero senza pietà tutte le persone che trovarono, in una carneficina che non risparmiò nessuno.
I quattro imputati, in concorso con altri ex militari delle forze armate tedesche non identificati o già morti, sono accusati di aver compiuto l’eccidio, con le aggravanti, tra l’altro, dei motivi abietti, della premeditazione e di aver compiuto il fatto con sevizie e crudeltà.

A comandare la squadra che si sarebbe macchiata di gran parte dei crimini, in particolare, sarebbe stato il maresciallo Jauss. Nel processo si sono costituite parti civili la Presidenza del Consiglio dei ministri, la Regione Toscana, la Provincia di Pistoia, numerosi comuni della zona e diversi familiari delle vittime.

Ora si dice “soddisfatto” il procuratore della Repubblica di Roma, Marco De Paolis, che ha sostenuto l’accusa. nel processo a carico di tre ex nazisti condannati stasera all’ergastolo per la strage del Padule di Fucecchio, E spiega: “E’ stato un lavoro lungo e faticoso, cominciato sei anni fa alla Spezia (dove era procuratore capo, fino a quando l’ufficio è stato soppresso – ndr) e reso difficile da una serie di ostacoli, ha trovato il conforto del tribunale”.

“Speriamo solo – aggiunge – che se la sentenza verrà confermata in Cassazione, ci sia la possibilità di far scontare la pena ai condannati, almeno in Germania”. “In ogni caso, a prescindere da ciò che succederà – prosegue De Paolis – l’aspetto più importate è oggi l’aver affermato la responsabilità penale degli imputati, essere riusciti a trovare alcuni dei colpevoli di quella strage, nonostante siano passati così tanti anni”. “Importante”, secondo De Paolis, è anche l’aver condannato al risarcimento dei danni ai familiari delle vittime costituitisi parti civili anche lo stato tedesco: “Individuare la Repubblica Federale di Germania quale responsabile civile è un principio che si sta affermando e, a nostro avviso, è un fatto positivo”.

da www.repubblica.it

"Su Fincantieri il governo sapeva tutto", di Gianni Del Vecchio

«Mentre i governi degli altri paesi europei che hanno interessi nel settore navale hanno sempre portato avanti politiche protezionistiche, in Italia il settore è stato quasi del tutto abbandonato a se stesso e, esauriti i finanziamenti previsti sino a qualche anno fa, si è assistito ad un blocco quasi totale delle commesse con annullamento di contratti già stipulati o richieste di posticipare le consegne di navi già in costruzione. L’Italia finora non ha fatto niente di concreto per sostenere il settore, e la cantieristica in particolare». Il virgolettato in questione potrebbe essere di qualunque esponente dell’opposizione, da Bersani a Vendola, interessato a pochi giorni dai ballottaggi ad attaccare in modo strumentale l’esecutivo, caduto sulla colpevole ignoranza del piano industriale di Fincantieri, che prevede il licenziamento di 2550 operai e la chiusura di due cantieri e mezzo.
Invece no. Le parole vanno fatte risalire a quasi due anni fa, novembre 2009, e sono state scritte da Raffaele Lauro, senatore Pdl di area scajoliana, in una mozione dal titolo indicativo: “Sostegno all’industria cantieristica italiana”. Lauro, peraltro, all’epoca dei fatti aveva più di un piede nel governo, visto che era il consigliere di Claudio Scajola, allora ministro dello sviluppo economico.
La mozione quindi dimostra fuori da ogni ragionevole dubbio il dolo dell’esecutivo nell’aver ignorato per mesi e mesi la cantieristica italiana, nonostante fosse perfettamente consapevole dell’ineluttabilità di una crisi che mette in ginocchio un settore fino a poco tempo fa uno dei fiori all’occhiello dell’industria italiana.
E anche adesso, se non bastasse, gli elefantiaci tempi di reazione del ministro Romani, che ha convocato il tavolo con azienda e sindacati solamente fra sette giorni, confermano una squadra ormai allo sbando, senza uno straccio di strategia industriale.
Del resto, cosa ci si può aspettare da un premier, Berlusconi, che per ben sei mesi (dalle dimissioni di Scajola alla nomina di Romani) ha tenuto le riunioni a palazzo Chigi senza il ministro dello sviluppo economico, secondo per importanza solo all’Economia? Siccome però al male non c’è mai fine, un’altra vicenda industriale è lì a ricordarci come anche quando Berlusconi interviene non è che le cose si risolvano. Anzi.
Lufthansa ha annunciato l’abbandono dell’aeroporto di Malpensa, portando con sé un milione di passeggeri ma soprattutto svuotando uno scalo già penalizzato dalla fuga di Alitalia, dipartita “benedetta” dallo stesso Berlusconi in cambio del salvataggio della compagnia di bandiera.
In questo modo, quello che doveva essere l’hub italiano rischia di diventare una cattedrale nel deserto, per lo più usata come bancomat dalla politica locale: la Moratti, azionista dello scalo in veste di sindaco di Milano, ha deciso quest’anno di intascare un dividendo straordinario di 110 milioni di euro. Quando le imprese sono al servizio della politica e non viceversa.

da Europa Quotidiano 26.05.11

“Il Paese è nelle mani di un irresponsabile”

Berlusconi dal salotto di Porta a Porta continua ad offendere: ”Senza cervello chi vota a sinistra”. Bersani: “Berlusconi non intendeva senza cervello ma senza capelli… chi ha più buonsenso ce lo metta, non può mica finire a botte la politica”. Nuovo show personale in casa del fido Vespa. Berlusconi ha scelto il salotto più “comodo”, quello di Rai1 per rimettere la faccia in gioco in vista dei prossimi ballottaggi. Le solite bugie e i soliti insulti sono stati alla base del cocktail mediatico di Silvio concluso con l’ennesimo affondo: chi vota a sinistra non ha cervello!

Che sia in difficoltà il premier è più che evidente. Non ha saputo affrontare il tema della campagna elettorale spiegando ad esempio, perché il suo consenso a Milano sia dimezzato. Ha preferito alzare la polvere per nascondere i fallimenti del governo e le difficoltà interne alla maggioranza.

Glissando sullo spostamento dei ministeri al Nord ecco una piccola rassegna delle frasi lasciate nelle case degli italiani senza che nessuno, nemmeno i giornalisti presenti, chiedesse conto al presidente del Consiglio di quello che stava dicendo.

Parlando dei candidati Berlusconi ha scaricato su di loro la sconfitta dicendo che nella selezione si poteva fare di meglio: “le amministrative sono elezioni particolarissime, ed influisce la scelta e la personalità di chi si candida nello scontro con il suo avversario”. Certo è che a sinistra si riuscirà a vincere “solo se gli italiani andranno a votare lasciando a casa il cervello”. Ragione per cui non si può chiedere a chi è a capo del governo di lasciare in caso di sconfitta. L’unica ipotesi ammessa è quella che “mi venga un colpo domattina”.

La spettacolo si è concluso con nuove promesse, elogi per se stesso e la continua negazione della crisi. “I ristoranti sono pieni” è stata l’analisi del premier all’indomani dei dati prodotti dall’Istat e degli scontri per i drammatici tagli di personale proposti dalla Fincantieri.

“Da quello che leggo sui giornali mi pare che siamo nelle mani di un irresponsabile”. Così Pier Luigi Bersani arrivando all’assemblea di Confindustria ha commentato le dichiarazioni fatte ieri da Silvio Berlusconi nei confronti degli elettori della sinistra definiti “senza cervello”.

“Con i problemi che abbiamo – ha sottolineato il segretario del Pd – non si possono aizzare le tifoserie e suscitare risse. È incredibile che un capo di governo agisca così in una situazione che ha il punto più acuto nei problemi sociali”.
Tornando sulla battuta del premier Bersani ha aggiunto: “Berlusconi non intendeva senza cervello ma senza capelli… chi ha più buonsenso ce lo metta, non può mica finire a botte la politica”.

Per Stefano Fassina, responsabile economico del PD, “con la disoccupazione giovanile e femminile che c’è in Italia, con le drammatiche crisi industriali in atto e alla vigilia di una manovra di tagli e sacrifici da 50 miliardi, il presidente del Consiglio va a Porta a Porta a raccontare barzellette, offendere gli elettori, a misurare lo stato di salute dell’economia dal numero degli avventori dei ristoranti che lui frequenta. Se questo è il capo del centrodestra e dunque, teoricamente, anche l’uomo migliore che il centrodestra è in grado di presentare, è chiaro che ai ballottaggi c’è una ragione di più per andare a votare e per rompere questa cappa di banalità, incapacità ad affrontare i problemi veri del Paese e di spregio per la democrazia”.

Per Nico Stumpo, responsabile Organizzazione PD, “Berlusconi dice che gli uomini e le donne che votano per De Magistris sono senza cervello? Offese di questo tipo fatte da uno dei più alti rappresentanti delle nostre istituzioni dimostrano che Berlusconi ha un senso della democrazia distorto. Purtroppo, questo è il suo livello e dimostra quanto Berlusconi sia differente da noi che, quando governiamo, lo facciamo per tutti e tutti rispettiamo. Stupisce inoltre che un conduttore così avveduto, giornalista di tanta esperienza come Bruno Vespa, non abbia ribattuto al premier che gli elettori sono sempre rispettabili e stimabili qualunque sia il partito o il candidato per cui votano”.

A.Dra

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"La tempesta perfetta nelle urne di Milano", di Franco Cordero e Giancarlo Bosetti

Cosa dicono del terremoto milanese i dolenti? Ancora stupefatti, vedono mani perfide. Da un anno l´eroico B. era sotto «massacro mediatico»: sia permesso ridere; lo stregone dei media è lui, cinque televisioni su sette, e sappiamo con quanto self-restraint le adoperi, discreto, equanime, sommesso. Bisognava escogitare qualcos´altro, e salta fuori il nemico interno: l´imprevisto scacco dipende da azioni maligne nell´ala cattolica militante; i chiamati in causa ribattono sulle truculente gaffes dell´apparato berlusconiano. L´alter ego fedelissimo entra nel merito ammettendo che l´Infallibile stavolta lo fosse alquanto meno. Il punto è cruciale: niente l´obbligava al referendum milanese in se ipsum, né gli conveniva muovere guerra universale (contro magistratura, Consulta, scuola pubblica, Europa, l´opinione dissidente): anziché fingere ipocrita minimalismo da buon politicante, sferrava insulti gratuiti; contendeva i poteri al Capo dello Stato; blaterava d´una riforma vandalica della giustizia, e non è il colmo della rettitudine da parte d´uno che trascina rognosi processi, essendosi salvato fortunosamente. Nell´etica greca gesta simili costituiscono hýbris, delitto contro gli equilibri naturali custoditi da Dike. La storia berlusconiana è esemplare, una scalata in spregio a ogni regola: vedi come acquista per quattro soldi la villa d´Arcore; o invade l´etere, corrompendo dei politici; o s´impadronisce del colosso editoriale comprando una sentenza; e sceso in politica, a tutela del gigantesco bottino, vince tre volte, forte della diavoleria mediatica (tolta la quale, non sarebbe nessuno).
Stregato dal potere, ignora le misure del fattibile, altrimenti cambierebbe linea, metamorfosi ardua alla sua età: è pericoloso difetto organico sentirsi onnipotente; e s´ingrossa a dismisura allungando le mani dappertutto; punta al dominio assoluto; persa ogni cautela, esibisce appetiti furiosi (altro che il lupo a tre gole: La Fontaine); nega i poteri concorrenti; vuol ridisegnarsi i quadri costituzionali. In contesti favorevoli tali mosse sulle prime riescono: l´atrofia dell´organo autocritico (da cui dipendono gl´interni morali) rinfocola spiriti animali utili nella contesa rampante, ma vigono leggi anche in fisica sociale, così denominata dai vecchi positivisti; la soperchieria non paga indefinitamente. Il limite varia, secondo la pressione esercitabile dal dominante: e moderne tecnologie mediatiche l´hanno estesa; fin quando però sopravvivano cervelli attivi, lo stregone regna malsicuro.
La storia nazista fornisce l´esempio classico del punto oltre cui l´eccesso diventa rischioso: e fosse meno egomane, B. vi rifletterebbe, anziché inveire; «m´hanno paragonato a Hitler» è battuta volgare, spendibile nelle messinscene che gli sono costate una pessima figura. Sorvoliamo sulle ovvie, macroscopiche differenze. Anche l´austriaco pittorucolo d´acquarelli, venuto dal niente, è mago dell´ipnosi e gioca le partite con una lucidità da gangster, irresistibile: attua un riarmo unilaterale; rioccupa la Renania; annette l´Austria; inghiotte Sudeti e Boemia; il patto con Stalin gli garantisce confini sicuri, ma lui vuole Lebensraum verso gli Urali, quindi invade la Polonia, sicuro che le imbelli democrazie non muovano dito; effettivamente, la guerra è finta, drôle de guerre dove nessuno spara. Converrebbe stare al gioco. Impulsi belluini glielo vietano: riuscito il colpo scandinavo, attacca in occidente, liquidando gli avversari continentali, ma resta l´Inghilterra, invulnerabile; qui capovolge il fronte scatenando Barbarossa negl´immensi spazi russi, e s´infogna. Quando poi dichiara guerra agli Usa, aggrediti dal Giappone, l´unico esito possibile è la sconfitta. Solo lo stupido Joachim von Ribbentrop, ministro degli esteri, può almanaccare d´epiloghi transattivi. Nei quarantadue mesi seguenti difende se stesso spendendo a milioni le vite tedesche, fino al suicidio nel Bunker. Nessuno gli paragona l´attuale premier italiano, in talento diabolico, o pronostica una fine simile, ma hanno almeno tre aspetti comuni: refrattari all´ordinata vita sociale, entrambi cambiano le regole adeguando la società a se stessi (capita nelle psicosi acted out); covano un´autostima abissale; vincano o perdano, raddoppiano la posta. È successo in questa campagna elettorale. Usato giudiziosamente, l´arnese storico aiuta a capire i fatti.
Dopo il terremoto milanese la corte trema. Incombendo il secondo turno, le direttive dicono «discorso concreto, vanterie plausibili, maniere signorili»: siccome abbiamo nella memoria la maschera truce con cui affrontava l´ordalia, sarebbe interessante sapere fin dove ammetta d´avere sbagliato; il pentimento è psicologicamente impossibile. Supponendo che vinca, lo riascolteremo più feroce. Sentiamo uno dei suoi fautori: pardon, osservatore equidistante; pende regolarmente dal lato d´Arcore ma il piviale che indossa, del moderatismo virtuoso, gli conferisce gravitas (P. Battista, «Corriere della Sera», 18 maggio). Stavolta castiga chi osava dire che l´Olonese costituisse un pericolo senza precedenti nella storia della Repubblica d´Italia (erano innocui i comunisti 1948: «carissimi nemici», li chiamava Vittorio Gorresio): dov´è «il tenebroso regime» inquinatore delle anime se gli elettori votano contro?; sono improvvisamente svegli gli ebeti intronati dal Caimano?, e via seguitando, tra quaresimale e arringa d´assise; siamo nel paese delle arti oratorie, dal pulpito al trivio, contigui. Insomma, proiettavano degl´incubi i polemisti, inter quos ego: «non era vero niente»; svanisce l´anomalia italiana. Conflitto d´interessi e pulsioni piratesche? Quando mai. Bella furberia dialettica, un poco guercia e storpia. Ripetiamolo: la partita non è destra o sinistra, finché abbiamo addosso Re Lanterna; rimosso lui, l´Italia troverebbe una fisiologia politica.

La Repubblica 26.05.11

"Pensionati, come si vive con 500 euro al mese", di Marco Ventimiglia

Lunedì l’Istat, con la fotografia di un paese fermo dove avanza solo la povertà; martedì la Corte dei Conti, con uno scenario da incubo dove l’unico modo per tenere i conti in ordine sarà pagare tante tasse per tanti anni; ieri, a pioggia, le pensioni sempre più misere, i dati sui consumi, le previsioni Ocse…, in una settimana davvero orribile per quel che riguarda presente e futuro dell’economia italiana. Cominciamo dall’Inps, che ha messo nero su bianco quel che si percepisce sempre più nella vita di tutti giorni, ovvero gli enormi disagi materiali che devono affrontare milioni di persone anziane. Numeri che comunicano angoscia ancor più che preoccupazione, con oltre la metà delle pensioni erogate dall’Istituto di previdenza, precisamente il 50,8%, che non arriva a 500 euro al mese. Se poi si ragiona considerando il limite, mille euro, al di sopra si dovrebbe riuscire a condurre un’esistenza dignitosa, ben il79%dei trattamenti erogati dall’Inps si trova al di sotto. Il Rapporto annuale dell’ istituto parla poi diun11,1% di pensioni con importi compresi tra i 1.000 e i 1.500 euro mensili, mentre il residuale 9,9% è relativo a trattamenti previdenziali superiori ai 1.500 euro. SEMPRE MENO ACQUISTI Un altro dato forte che emerge dalle cifre fornite dall’Inps è l’inaccettabile squilibrio fra uomini e donne. In generale, pur essendo il 54% del totale (7,5 milioni a fronte dei 6,3 milioni di pensionati uomini), le donne possono contare solo sul45%della spesa complessiva. ma colpisce ancor più constatare come addirittura il 91% delle pensioni Inps erogate alle donne risulta al di sotto della soglia dei 1.000 euro. Ed ancora, se per gli uomini la pensione media è di 1.311 euro al mese, le donne hanno un reddito pensionistico medio di 893 euro. E mentre per il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, importa che «l’equilibrio e la stabilità raggiunti dal sistema previdenziale non sono stati conseguiti a scapito delle nuove generazioni», per le associazioni dei consumatori quella delle pensioni è una situazione «vergognosa ». Il Codacons sottolinea come «è impossibile riuscire a campare con meno di 800 euro al mese. Per questo chiediamo che la pensione minima sia innalzata almeno a quella soglia, sempre che non ci siano altri redditi familiari». La drammatica situazione di tanti pensionati non è naturalmente estranea ad una tendenza preoccupante, anch’essa fotografata da numeri recenti, quella della flessione dei consumi “primari”, nel caso in questione quelli alimentari. Infatti, le famiglie italiane comprano sempre di meno, anche nei discount, e crollano gli acquisti di frutta, pane, pesce e carne rossa. Secondo le stime della Cia-Confederazione italiana agricoltori, nel corso del 2011 è destinata a crescere soltanto la quota di coloro che acquistano solo promozioni commerciali: dal 30 al 40 per cento in un anno. L’analisi della Cia parte dai dati forniti dall’Istat che «confermano il crollo preoccupante degli acquisti a tavola, a marzo diminuiti del 2,6 per cento rispetto allo stesso periodo del 2010 e dello 0,3 sul mese precedente ». E il calo non riguarda più solo le botteghe di quartiere e i piccoli negozi al dettaglio, che perdono a marzo l’1,9 per cento. Va male anche la grande distribuzione organizzata: ipermercati e supermercati chiudono il mese con una flessione rispettivamente del 3,9 e del 2,2 per cento, mentre anche i discount perdono l’1,3%. «L’Italia non riesce a venire fuori dalla fase di stagnazione dei consumi – si legge in una nota della Confederazione -, anzi nel 2011 sembra profilarsi un’accelerazione della perdita di peso degli acquisti alimentari. Le famiglie continuano a tirare la cinghia e risparmiano prima di tutto sulla tavola, con conseguenze negative sui redditi degli agricoltori che già scontano un aumento dei costi di produzione». Infine l’Ocse, che nel suo ultimo rapporto annuale sull’economia globale, parla per l’Italia di un percorso di «ripresa debole», che dovrebbe «rafforzarsi in qualche modo» il prossimo anno. In particolare lo studio stima una crescita del Pil all’1,1% quest’anno, con un dato che è stato ritoccato al ribasso di due decimali rispetto alle stime di sei mesi fa, e all’1,6% per il 2012

L’Unità 26.05.11

"Il destino di Napoli", di Roberto Saviano

Spero di poter un giorno, dopo questi anni di lontananza forzata, tornare a Napoli, in una Napoli nuova. Ma se dovessero vincere i vecchi, i soliti poteri, se dovesse prevalere l´asse Lettieri-Cosentino, questo non accadrà.
Il governo trema. Vede crescere un´onda che attraversa l´intero Paese e si manifesta in molteplici espressioni, ma con un evidente punto comune. È un´onda che dice: il nostro Paese ci riguarda. Da Milano a Napoli, entrambe città chiave, sembra scomparsa l´apatia solita che allontana dalle decisioni e dalla volontà di capire cosa accade. Deve essere chiaro a tutti, indipendentemente da quale sia l´idea politica di chi oggi vota a Napoli, che la candidatura di Gianni Lettieri rappresenta la continuità con la gestione di Nicola Cosentino. Non è solo il rapporto di vicinanza o il fatto che il candidato sindaco si presenti accompagnato da «Nicola o´ Mericano», come lo chiamano a Casal di Principe. Ma la continuità tra i due è espressa dal programma, dal linguaggio, dalle posizioni sulle questioni economiche e amministrative del territorio.
È palese il rischio che Nicola Cosentino diventi il satrapo della Campania. Ci aveva provato quando tentò di diventare presidente della Regione. Allora Cosentino tentò di delegittimare, secondo le intercettazioni dell´inchiesta sulla P3 della Procura di Roma, il suo rivale Stefano Caldoro, ma i finiani lo bloccarono. Tale rinuncia è stata l´unica battuta d´arresto nella carriera del politico casalese, ancora coordinatore regionale del Pdl in Campania e fino al luglio 2010 sottosegretario all´economica e finanza. Eppure ci si domanda come sia possibile che un politico che si divide tra processi e campagna elettorale, su cui pende una richiesta d´arresto per concorso esterno in associazione mafiosa, imparentato (senza mai pubblicamente prenderne le distanze) con una delle famiglie più potenti della camorra, promotore di una politica che nei fatti non ha mai avuto un programma in contrastato con gli interessi criminali, sia così fortemente sostenuto dal governo e dal maggior partito di governo. Come mai gli è concesso di presentarsi come «sponsor» – scelta che sembra assurda sotto il profilo di una strategia d´immagine vincente – di un candidato che deve affrontare come rivale un ex magistrato, Luigi de Magistris?
Sembra che Cosentino abbia legato a sé il governo, ecco perché può decidere il candidato a sindaco di Napoli, così come ricevere il sottosegretariato più ambito. Sa di essere una pistola puntata alla tempia dell´esecutivo. In mano sua ci sono molti voti facili, quelli dell´economia del cemento, dei muratori, dei geometri, dei capimastri, dei carpentieri e delle betoniere, di tutti coloro che senza appalti non vivono. Voti preziosi per il governo, per tamponare le perdite avute altrove. E poi il potere più prezioso: i rifiuti. L´impero dell´immondizia in Campania si regge su un equilibrio quanto mai fragile. Per mandarlo in tilt basta una sua parola. È comprensibile dunque perché Cosentino, disponendo di questo potere, non avrebbe potuto sopportare un candidato non suo.
Ma qualunque sarà il risultato dei ballottaggi la sensazione è che si stia rompendo quella che per il potere è sempre stata garanzia di sopravvivenza, proliferazione e continuità: la distanza tra i cittadini e la politica. Se la politica cessa di essere una dimensione a cui ci si avvicina solo per ricevere favori, la dinamica di persuasione o di acquisto del voto diviene più complicata, svenderlo diventa più difficile. Sta tramontando una fase, quella che ha visto Nicola Cosentino protagonista assoluto della politica campana in coabitazione con Bassolino, quella in cui l´unico colore che conta in politica è il colore del denaro. Sta tramontando la fase delle logiche emergenziali. Deve cominciarne un´altra che non sia in continuità con le amministrazioni precedenti. Lettieri ha recentemente annunciato che avrebbe chiesto una legge speciale per Napoli, e pieni poteri. Quindi ancora emergenza, ancora gestione straordinaria dei rifiuti e di un´intera città che deve, che vuole e soprattutto che può uscire dall´emergenza. Di contro, la parola d´ordine più significativa della campagna elettorale di de Magistris è il ritorno alla gestione ordinaria, sui rifiuti principalmente, ma non solo. E di questo cambiamento la città ha bisogno. L´ordinario ora per Napoli è la vera rivoluzione. Finire con il saccheggio dell´emergenza infinita.
Ci sono poi diversi messaggi inquietanti, come il «Manifesto della sinistra per Lettieri» firmato da venti esponenti vicini alla giunta bassoliniana tra cui anche l´ex assessore della giunta Bassolino Antonio Napoli. Questi dirigenti napoletani di area Pd che si sono dati appuntamento all´Hotel Vesuvio, nel loro documento dichiarano: «Lettieri è la novità che ci vuole». Molte voci, fra cui anche quella di Raffaele Cantone, hanno bollato quel manifesto come trasformismo. Vale a dire che l´appoggio a Lettieri o le dichiarazioni di astensione sono piuttosto un tentativo di riposizionarsi in continuità con la politica di prebende concessa in passato da Bassolino. Perché senza un cappello politico in terra napoletana non esisti, non lavori.
Sono convinto che il destino elettorale di questo paese si stia determinando nel ballottaggio di Napoli, forse addirittura più che a Milano. So che può sembrare retorica meridionalista, ma l´inquinamento del sistema politico-economico e spesso criminale a Sud ha, e ha avuto, conseguenze sull´intero paese. Il voto di scambio è un rischio enorme e la vicenda delle primarie infiltrate è il più drammatico dei precedenti. Spero davvero che questo cambiamento possa segnare anche la fine del sistema che ha governato Napoli nell´ultimo decennio, un sistema fatto di prebende, consulenze, progetti culturali sempre più orientati non sui reali problemi, ma al mantenimento di una rete di consensi. Vale anche per il settore rifiuti, dove i gruppi bassoliniani hanno fatto incetta di voti e clientele.
Riuscire a mettere da parte questa classe dirigente questo ingranaggio ventennale, che è giusto paghi per i suoi errori, non sarà compito da poco per De Magistris. Ma ora tocca a lui. La spazzatura c´è di nuovo e i suoi miasmi siglano un fallimento definitivo, in grado di svelare le tante menzogne spacciate come successi. Affidarsi a Lettieri, il protetto dell´«uomo che risolve», sarebbe come un suggello della disfatta. In un´intervista Nicola Cosentino, chiamandomi in causa, dichiarava che si sarebbe vendicato di chi l´ha pugnalato alle spalle in questi anni. Ma le mie parole e quelle di tutti coloro che hanno raccontato l´intreccio tra politica, camorra e imprenditoria criminale in Italia non sono mai state pronunciate «alle spalle», (non sono come la macchina del fango che lo stesso Cosentino avrebbe invece alimentato), ma al contrario si sono espresse apertamente, alla luce del sole. Per questo so di non essere l´unico a guardare alle prossime elezioni con grande apprensione e altrettanta speranza. Apprensione che la Campania possa finire stritolata ancora una volta dalla vittoria della linea Cosentino a Napoli. Speranza che possa iniziare un nuovo corso con la costanza, la fermezza, e soprattutto la vigilanza dei cittadini per non diventare un medioevo come è accaduto al «rinascimento napoletano».
Napoli viene dal greco e significa «città nuova». Mai come ora occorre che per diventarlo, per diventare una città nuova, ritrovi il senso originario della parola polis, luogo in cui tutti gli abitanti «liberi» partecipano attivamente alla vita politica, luogo in cui per tutti i cittadini «liberi» valgono le stesse norme di diritto. Questo il sogno greco della cosa pubblica. Oggi spero che a Napoli sia un sogno possibile, realizzato da cittadini che dimostrano, invece, di “avere testa”.

La Repubblica 26.05.11