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"L'occasione persa del Cavaliere", di Cesare Martinetti

Se il capo del governo italiano, che a differenza dei suoi colleghi di Russia, Canada, Giappone e Francia, non è stato invitato a nessun incontro bilaterale (uno di quei faccia a faccia in cui si possono anche dire cose riservate), avesse avuto la possibilità di scambiare due parole con il Presidente degli Stati Uniti che cosa gli avrebbe potuto chiedere? L’agenda nazionale e internazionale è piuttosto ricca. Cominciamo dall’ultima questione, quella che in Italia è stata giustamente chiamata emergenza e che ha spinto il governo a un duro confronto con l’Unione europea e la Francia: la crisi libica e i profughi di Lampedusa. Il capo del governo italiano, che a lungo ha esitato a impegnarsi contro il regime amico di Tripoli, avrebbe potuto chiedere al Presidente degli Stati Uniti lo stato delle cose, per quanto tempo si pensa ancora di condurre le operazioni militari, il modo in cui si pensa di uscire dal confronto e innescare la fase due, quella della ri-costruzione.

E in questo quadro capire come affrontare insieme (con Usa e Onu, tanto per estendere l’orizzonte europeo che, Roma lamenta, pare a noi tanto ostile) l’ondata di profughi e restituire sicurezza agli italiani che si vedono minacciati dall’invasione straniera.

Il capo del governo italiano avrebbe poi potuto chiedere qualche risposta chiara sull’orizzonte delle cosiddette rivolte arabe. Il Presidente degli Stati Uniti ha tenuto nei giorni scorsi due importanti discorsi: uno sul futuro del Medio Oriente, l’altro – da Londra, dove con il premier David Cameron ha ricostruito su altre basi quel tandem che il suo predecessore Bush ebbe con Tony Blair – sul ruolo e i valori del nostro mondo occidentale. L’Italia deve ben sapere come orientarsi su entrambi i piani: siamo il molo dell’Europa proteso verso Medio Oriente e Maghreb. Abbiamo una parte da giocare: responsabilità ma anche un ruolo attivo, nella politica e nel business. Abbiamo oltre duemila soldati in Libano, il contingente più numeroso dell’Unifil, interessi diffusi, antichi e nuovi legami. Che cosa si pensa a Washington?

E l’Afghanistan? Eliminato Osama Bin Laden, qual è il vero orizzonte di quella guerra che l’Occidente sta combattendo da dieci anni? Il capo del governo italiano avrebbe potuto chiederlo al Presidente degli Stati Uniti. Anche laggiù i nostri soldati impegnati nel contingente Isaf sono numerosi, quasi tremila e 37 di loro sono anche caduti. Fino a quando si inseguirà il fantasma del mullah Omar? Al Qaeda è ancora una minaccia per l’Occidente? Cha facciamo?

E poi ci sono i temi più propri della crisi delle economie occidentali, casa nostra, i nostri conti, addirittura i nostri risparmi. Il lavoro, le famiglie, il nostro modello di welfare nel quale le nostre società sono cresciute e si sono sviluppate e che per la prima volta in modo così radicale è stato messo in crisi. Ogni settimana escono bollettini statistici che raccontano dell’Italia Paese scoraggiato, dove la crescita (diciamo così) è la più lenta d’Europa, dove la metà dei pensionati deve cavarsela con 500 euro al mese. Ecco, il capo del governo italiano avrebbe potuto chiedere al Presidente degli Stati Uniti come stanno le cose o dire la sua sulle ricette che il G8 si apprestava a raccomandare ai membri del suo club di Stati un tempo ricchi.

E la crisi della Grecia può finire in un default? Le misure di salvataggio sono sufficienti? Cosa pensa Washington del modo in cui l’Unione europea ha reagito? E cosa si pensa della «simpatica» Italia, cui di qua e di là dell’Atlantico si associa sempre un sorrisino. Ce la facciamo? Ce la faremo, nonostante quei menagramo di Standard&Poor’s o anche noi rischiamo la via greca?

Il fatto è che il capo del governo italiano, ieri, ha avuto la possibilità di scambiare qualche parola con il Presidente degli Stati Uniti d’America. In modo irrituale, non previsto, fuori dal protocollo e persino dal galateo delle riunioni internazionali. Poco prima che iniziasse la seduta, il capo del governo italiano si è avvicinato al Presidente degli Stati Uniti, gli ha messo una mano sulla spalla ed ha cominciato a parlare. Il Presidente ascoltava con l’aria abbastanza stupefatta, era chiaro che non capiva una parola, un’interprete è venuta in soccorso, i microfoni già accesi ci hanno regalato i contenuti di quel furtivo faccia a faccia. Ha detto il capo del governo italiano al Presidente degli Stati Uniti: «Abbiamo presentato la riforma della giustizia che per noi è fondamentale». Pausa e poi: «Perché in questo momento abbiamo quasi una dittatura dei giudici di sinistra…».

Barack Obama non ha risposto, nemmeno una parola. Si era preparato sulla crisi libica, le rivolte del mondo arabo, il nuovo assetto del Medio Oriente, la lotta al terrorismo, la strategia militare in Afghanistan, il nuovo ordine globale, come affrontare Cina e globalizzazione, come rispondere alle richieste dei Paesi «Brics» che chiedono la poltrona lasciata vergognosamente vuota da Dominique Strauss-Kahn. Si era preparato su tutto, il Presidente degli Stati Uniti. Ma sulle faccende personali di Silvio Berlusconi non aveva davvero niente da dire.

La Stampa 27.05.11

"Fango sul Paese", di Ezio Mauro

C´è un primo ministro, nel vertice del G8 a Deauville, che utilizza il palcoscenico internazionale per danneggiare il suo Paese, vilipenderlo con i leader delle grandi democrazie mondiali, e presentarlo come uno Stato che è fuori dalle regole dell´Occidente, anzi in pericolo di dittatura.
Quel premier ha evidentemente perso la testa. Sommerso dall´affanno per il suo destino, guidato dal sentimento dell´avventurista che si gioca ogni volta l´intera posta perché vive d´azzardo e colpi di mano, ha perduto anche il senso delle proporzioni, oltre che il comune buonsenso, di cui si vantava d´essere campione. Così abbiamo dovuto assistere alla scena penosa di un presidente del Consiglio vistosamente fuori posto e fuori luogo nel vertice dei Grandi (che chiede a Gheddafi di cessare le violenze sul suo popolo), prigioniero com´è della sua ossessione privata trasformata da anni in questione di Stato: e da ieri purtroppo anche in questione internazionale. Nell´imbarazzo di Merkel e Sarkozy, abbiamo visto quel leader di un Paese europeo correre da Barack Obama, per investirlo inopinatamente con il tema della sua presunta «riforma della giustizia», assicurando che «per noi è fondamentale», quasi a chiedere aiuto al Presidente degli Stati Uniti, per poi lanciargli l´allarme finale disperato: «In Italia in questo momento esiste quasi una dittatura dei giudici di sinistra». Obama nella solennità di Westminster aveva appena rilanciato il concetto di Occidente, invitando Europa e America a ridare a quel concetto dignità politica. Quel Premier che come Capo del potere esecutivo attacca il potere giudiziario e definisce dittatura la nostra democrazia istituzionale dimostra di non sapere nemmeno cos´è l´Occidente. Va fermato con il voto, nell´interesse di tutto il Paese.

La Repubblica 27.05.11

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“L´Anm: sta denigrando il Paese Bersani: ci umilia all´estero”, di Liana Milella

Bocchino: comportamento anti-istituzionale L´Udc: l´ennesimo scivolone. È solo un caso. Ma Berlusconi si avvicina ad Obama giusto mentre in Cassazione Napolitano apre il convegno del procuratore generale Vitaliano Esposito sulla rete europea dei pg. Dove c´è il gotha della magistratura. Dove c´è pure il Guardasigilli Angelino Alfano. Il quale, all´opposto del suo capo, dei pm dice: «Sono la barriera contro ogni forma di abuso». Lì irrompe la frase del Cavaliere. E lì, con vigore, piglia le distanze il presidente dell´Anm Luca Palamara: «È molto grave che ciò sia accaduto all´estero e che una fondamentale istituzione dello Stato venga denigrata agli occhi di uno dei più potenti capi di Stato al mondo». Scuote il capo Michele Vietti, il vice presidente del Csm, che solo oggi, quando il seminario si sposta a palazzo dei Marescialli, piglierà le distanze da Berlusconi.
Politicamente indifendibile, il capo del governo. Delle toghe aveva già parlato male mesi fa con una Merkel esterrefatta. Ora con Obama. L´opposizione ha gioco facile nel criticarlo. Disgustato il Pd. Pierluigi Bersani: «Perdiamo peso nel mondo. È un´umiliazione che ci dobbiamo togliere il prima possibile». Anna Finocchiaro: «Non meritiamo un premier in preda a un delirio ossessivo». Il leader di Sel Nichi Vendola: «Il premier infastidisce Obama con le sue ossessioni, giudici e sinistra».
Scatenato il Terzo polo. L´Udc. Pier Ferdinando Casini: «O si piange o si ride. Forse oggi meglio sorridere. Stiamo perdendo il senso delle dimensioni». Lorenzo Cesa: «L´ennesimo scivolone, l´ennesima brutta figura per l´Italia». Poi Fli. Italo Bocchino: «Un comportamento anti-istituzionale in una sede importante come il G8». Nino Lo Presti: «Come un poveretto, chiede comprensione a Obama. Meglio che non sia la politica, ma la famiglia a intervenire». Carmelo Briguglio: «Ci vergogniamo di lui». L´Api. Francesco Rutelli: «Obama non avrà apprezzato».
Stanno tutti coi magistrati. Ovviamente Antonio Di Pietro: «Mi auguro che Obama gli abbia spiegato come si comportano negli Usa. Strauss-Khan, sbattuto in carcere per un rapporto sessuale non consenziente, mentre il caso Ruby è finito in Parlamento». Tiepidi i berluscones. Gaetano Quagliariello: «Accusato in mondo visione da Spatuzza il premier avrà pur diritto di difendersi». Maurizio Lupi: «La sinistra faccia il mea culpa dopo aver montato ad arte il caso Ruby». Molti di quelli del Pdl che dichiarano sempre, stavolta stanno zitti.

La Repubblica 27.05.11

"Presidente, tocca a Lei", di Stefano Menichini

Da Europa non abbiamo mai rivolto appelli al presidente della repubblica. Mai tirato per la giacca, mai sollecitato a interventi che andassero oltre le sue prerogative, mai preteso che dirimesse controversie politiche. Anzi, soprattutto negli ultimi tempi abbiamo dovuto notare come la gravità della crisi italiana forzasse Napolitano a fare e a dire fin troppo.
Ora però siamo convinti che sabato a Varsavia – o già prima, forse già in queste ore – il capo dello stato debba interpretare il proprio compito più tipico di alto rappresentante del paese.
C’è un vulnus gravissimo da sanare. C’è una dignità nazionale da ripristinare, davanti ai leader mondiali e in particolare davanti al presidente americano.
Berlusconi – che ha già tradito le promesse agli italiani, e di questo gli elettori gli stanno presentando il conto – ieri ha tradito anche la Nazione: descritta a Obama come una dittatura, nel corso di un penoso imbarazzante agguato, col volto stravolto dall’ansia, le parole smozzicate di un disperato.
A noi tocca di liberarci con la forza della democrazia e della politica di questo rovinoso personaggio. A Napolitano, dispiace per lui, tocca di ripristinare l’onore d’Italia, con la statura di grande leader morale che proprio Barack Obama gli volle riconoscere.

da Europa Quotidiano 27.05.11

"Tecnica di un massacro", di Adriano Sofri

Lo scavo nei genocidi contemporanei è la branca più specializzata dell´archeologia. A Srebrenica, occorre mettere insieme il 75 per cento del corpo identificato per dargli una singola sepoltura. Le parti incompiute finiscono nel cimitero comune.
Ho chiesto al sindaco: a Srebrenica le persone di nazionalità musulmana sono oggi fra i duemila e i duemilacinquecento. Una piccolissima frazione, neanche il 10 per cento, di quanti erano prima del 1992. Una piccola frazione anche di quelli – ottomila, diecimila – che furono sterminati in quattro giorni nel luglio del 1995. È strana, una popolazione in cui i vivi sono così pochi rispetto ai morti, e i morti hanno tutti la stessa data. Erano 36 mila gli abitanti di Srebrenica nel 1991, molti di più in quell´estate del 1995, perché le Nazioni Unite l´avevano solennemente dichiarata “zona protetta” e vi si erano rifugiati gli sfollati dei paesi occupati dalle milizie di Ratko Mladic. Una stessa data per migliaia di morti, uno stesso nome di carnefice, uno che seppe fare le cose in grande. Naturalmente, vi diedero mano in tanti, e le circostanze si prestarono. Non è facile macellare migliaia di uomini così in fretta, e seppellirli e disseppellirli, anche, per provare a dissimularne le tracce. Le tracce sono rimaste, enormi. Anche un macabro filmato girato dagli assassini, stanchi e fieri della loro opera. La morte, scrisse il montenegrino-sarajevese Marko Vesovic, è un capomastro serbo. Anche gli animali umani sono come certe fiere addomesticate, che bisogna stare attenti a non far risentire loro il sapore del sangue perché non se ne facciano travolgere. Il filmato più orrendo di quelle giornate di Srebrenica, più ripugnante a guardarsi delle innumerevoli scene di fosse comuni e riesumazioni e donne in pianto, è quello che tutto il mondo guardò in diretta, quando alla base di Potocari Mladic interroga il colonnello olandese e gli offre una sigaretta, e quello gli dice con un filo di voce che ha già fumato troppo e poi l´accetta, e poi accetta anche di brindare, e poi la gente viene messa in fila, donne di qua e uomini di là, e i militari olandesi dell´Onu assistono e collaborano, e un bambinello biondo viene spinto fuori dalla fila e il gran generale Mladic dà uno schiaffetto alla sua faccia frastornata, e finalmente gli uomini di Mladic lanciano cioccolata ai bambini che si sporgono ad afferrarla. Poi il filmato finisce e arriva il buio.
Quante cose abbiamo capito di Auschwitz da quel filmato. Come gli animali umani annusino gentilmente l´odore del sangue, prima di buttarsi. La morte è un abile capomastro, tedesco, serbo, e all´occorrenza di qualsiasi nazione. Mladic odiava in memoria di un padre assassinato dai fascisti croati, ha esasperato il suo odio dopo che una figlia si è ammazzata per orrore di lui. La sua cattura è avvenuta con un ritardo scandaloso. Però è avvenuta, e benché metta il governo serbo in imbarazzo quasi come quello pakistano, ha derogato alla sequela macabra. All´Aja è interdetta la pena di morte. Mladic è stato preso vivo, a differenza di Bin Laden, e vivo si è fatto prendere, come il suo camerata e rivale Karadzic: alla morte propria, non tenevano tanto. A Srebrenica, ieri, i serbo-bosniaci (sapete che, sale sulla ferita, Dayton ha assegnato all´”entità” serbo-bosniaca la cittadina martire) avranno reagito come il resto dei serbi, i più, forse, ancora, piangendo l´arresto di un loro idolo, gli altri, chi non si compromise o chi se n´è vergognato, sentendo riscattata l´infamia che pesa su tutti. Perché la “colpa collettiva” non esiste sul piano penale, dove valgono solo le responsabilità personali provate, ma esiste tragicamente sul piano morale. Il presidente serbo Tadic partecipò alle ultime commemorazioni di Srebrenica, e un parlamento serbo riluttante votò a maggioranza l´anno scorso una dichiarazione che, curando di non nominare il genocidio – sancito definitivamente dal Tribunale dell´Aja – ha offerto le sue scuse alle vittime.
A Sarajevo, ieri, il sollievo amarissimo con cui è stata accolta la notizia si è accompagnato, soprattutto nei commenti ufficiali, alla diffidenza per il momento in cui è arrivata, vigilia del rapporto del procuratore capo dell´Aja al Consiglio di Sicurezza dell´Onu, e addirittura nel corso della visita di Catherine Ashton. Si può pensare che la giustizia sia troppo lenta ad arrivare. Oppure che sia lenta, ma arrivi. È quello che hanno sentito ieri a Sarajevo. Nessuno, nel momento della caduta, è all´altezza dei suoi crimini, delle migliaia di assassinati, torturati, delle stuprate e umiliate; e dei salvati, anche, perché questi granduomini si beano del potere di vita e di morte, e ne lasciano andare uno su dieci o su cento, che sappia di dovergli la vita. La cattura di Mladic, un pallone sgonfiato, restituisce alla gente bosniaca – non ai suoi delinquenti e ai suoi fanatici integralisti, che pure ci sono stati, come dovunque – un risarcimento morale e civile. Dall´altra parte, contribuisce alla ricostruzione dell´onore perduto della Serbia. E finalmente, verrebbe da dire, per finire bene, riconosce all´Europa, e alle severe condizioni che ha dettato alla Serbia, il merito di aver ottenuto giustizia. Solo che. Solo che l´Europa e le sue condizioni – più rigorosa di tutti, nell´esigerle, l´Olanda, e si capisce – lasciò che violenza, infamia e atrocità venissero perpetrate, e non di rado le fomentò e le secondò, per interesse o per viltà, e il fatto che avvenissero nei famigerati “Balcani” e che la Jugoslavia non appartenesse formalmente all´Unione europea non toglieva che fosse Europa anche quella di Sarajevo, così vicina, e così pulsante della stessa storia.
È difficile chiamare francamente la cattura di Mladic come un successo dell´Europa: è più vero che essa ne attenua la macchia. Proprio in questi giorni l´Europa, e l´Occidente intero, devono chiedersi drammaticamente a che cosa possa approdare il loro intervento, e dunque se e come e quando vada condotto. La vicissitudine della ex Jugoslavia, e la voragine di Srebrenica, rispondono all´interrogativo opposto: che cosa succede quando si ometta intervento e soccorso. Quando una telefonata in partenza da Potocari non viene inoltrata dal comando di Sarajevo al comandante generale francese della missione, e poi il comando generale non autorizza il decollo degli aerei, e poi lo autorizza ma gli aerei hanno dovuto tornare indietro perché avevano esaurito i rifornimenti, e quando si alzano sono troppo pochi e su una rotta imprecisa – storie come queste, e ancora più ridicole, raccontano le solenni commissioni d´inchiesta sui cinque giorni del genocidio di Srebrenica.
Infine, la notizia di Sarajevo dev´essere arrivata anche ai bambini. Spiegò Irfanka Pasagic, che si occupa del dolore dei superstiti: «Spesso diciamo che i bambini sono il nostro futuro. Io dico che siamo noi il loro futuro. Se centinaia di migliaia di bambini della Bosnia Erzegovina cresceranno nella convinzione che i criminali possano restare impuniti e che la sofferenza che hanno subito non meriti una condanna, distruggeremo il loro futuro». Ecco, mi sono chiesto se il bambino dalla faccia frastornata spinto fuori dalla fila del mattatoio perché il gran generale Ratko Mladic (il “Dio serbo”) gli desse un buffetto davanti alle sue telecamere prima che facesse buio, sia vivo, e abbia sentito la notizia ieri.

La Repubblica 27.05.11

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“Per noi un solievo, adesso deve pagare”, di BILJANA SRBLJANOVIC

Prima è girata la notizia di un arresto, poi il presidente Tadic ha annunciato la conferenza stampa. Per mesi, e tutto il Paese lo sa, l´arresto di Mladic era l´unica cosa che poteva portare Tadic e la coalizione democratica alla vittoria nelle elezioni che si svolgeranno tra qualche mese. Anche perché Tadic cerca disperatamente la possibilità di una candidatura del Paese per l´entrata nell´Unione Europea prima di annunciare le elezioni.
L´esperienza delle elezioni precedenti ci dice che i criminali di guerra qui si arrestano con il contagocce e secondo le esigenze. Karadzic è stato arrestato quando Tadic aveva bisogno di vincere le elezioni. Mladic alla vigilia delle nuove consultazioni, quando la ricandidatura del presidente sembrava in bilico.
Con la cattura di Mladic io dovrei essere felice. So che, se non altro, con questo atto la giustizia universale, cosmica è soddisfatta. So che solo adesso le migliaia di anime delle vittime possono in senso simbolico trovare pace. So che è il minimo che il mio Paese poteva fare per espiare gli orribili crimini compiuti.
Comunque, in qualche modo, non riesco a essere felice, non riesco a condividere la gioia su Facebook o Twitter, non posso coinvolgermi nelle analisi razionali, mi sento miseramente sconfitta. Quell´uomo è un assassino di massa, attentamente nascosto dallo Stato–apparato, dai diversi governi che si sono succeduti e per lunghi quindici anni.
Ratko Mladic, anche dopo Srebrenica, ha seminato la morte, i ragazzi morivano solo perché come soldati di leva si sono trovati per caso vicino a uno dei suoi nascondigli. È stato per 15 anni più importante e più forte di ogni cittadino serbo, di un intero sistema politico, del concetto stesso di diritto e giustizia, morale. Il suo arresto e la sua consegna sono un grande sollievo ma una piccola vittoria. Per 15 anni il macellaio ha vissuto protetto e quando finalmente avviene questo cambiamento politico, lo arrestano senza difficoltà. Anche se considero questo di Boris Tadic un atto di grande onestà e coraggio, da lui avviato assumendosi una grande responsabilità e notevoli rischi, mi resta difficile non pensare ad una cosa sola: perché cosi tardi?
Traduzione Ljuba Jovicevic

La Repubblica 27.05.11

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“Ora catturate tutti i complici” L´urlo delle donne di Srebrenica, di Valeria Fraschetti

Dove sono i criminali che hanno nascosto i colpevoli? Non è giustizia, ma solo politica. «Ratko Mladic non è stato arrestato per restituire giustizia alle famiglie delle vittime: lo scopo dell´operazione è la convenienza per la politica internazionale del governo serbo». Hatidza Mehmedovic, presidente dell´associazione “Donne di Srebrenica”, non si illude neanche nel giorno che ha atteso per 15 anni: da quel dannato 11 luglio 1995 in cui la follia genocida delle truppe di Mladic le massacrò il marito e i due figli, di 21 e 17 anni. Le loro ossa sono state individuate solo nel 2010 e sepolte a Potocari assieme a quelle finora ritrovate degli altri 8.372 musulmani bosniaci uccisi. Ed è proprio dal memoriale delle vittime che la vedova risponde al telefono: «Quando ho accesso il televisore non credevo alle mie orecchie. Ma dopo l´annuncio del presidente Boris Tadic sono corsa qui, come tutte le altre madri e sorelle di Srebrenica. Dove altro saremmo dovute andare a trascorrere questa giornata?»
Signora Mehmedovic, cosa significa per lei questo giorno?
«La cattura del generale Mladic è molto importante. Ma lui non è che un anello della catena ideologica che ha caratterizzato la guerra dei Balcani negli anni ‘90 e che è ancora esistente».
È anche per via di quel che lei chiama “catena ideologica” che ci sono voluti 15 anni per catturare Mladic?
«Il nazionalismo di Milosevic ancora sopravvive nei Balcani e, nonostante non si combatta più con le armi, non si è ancora tornati a una vita normale fatta di convivenza pacifica. Per questo l´arresto di Mladic rappresenta un ulteriore attacco al negazionismo che ancora qualcuno sostiene».
Quindi Belgrado dimostra di voler voltare definitivamente pagina?
«L´operazione è motivata solo dalla convenienza per la politica internazionale, non dalla giustizia».
Il suo dolore sarà diverso da oggi?
«Continuerà a non essere alimentato dalla vendetta, ma dalla voglia di giustizia. Anche se venissero arrestati e processati tutti i criminali e i complici che in questi anni hanno nascosto i colpevoli di quel massacro, e ce ne sono ancora molti in circolazione, i nostri cari non tornerebbero comunque in vita. Non auguro nemmeno al mio peggiore nemico di subire ciò che abbiamo subito noi: colpevoli solo di essere nati nel posto e nel momento sbagliati».
(ha collaborato Daghi Rondanini)

La Repubblica 27.05.11

"La scuola ha fame di una vera politica. Che oggi non c’è", di Francesca Puglisi

Il simbolico digiuno dei genitori a Bologna. Ancora una protesta per non perdere servizi essenziali. La scuola ha fame. E io digiuno con lei. Lo slogan scelto da genitori e docenti di Bologna che da alcuni giorni digiunano sotto l’Ufficio Scolastico Regionale, ha una sua forza icastica che bene descrive la situazione d’emergenza in cui versa la scuola. Ha fame di buona volontà e di politiche nazionali serie, e di risorse, perché il governo Pdl-Lega non ha fatto altro che sottrarre: via il tempo pieno, via le compresenze di insegnanti, via il sostegno, via i laboratori, via le certificazioni di sicurezza, via i progetti innovativi. L’obiettivo del governo Berlusconi è quello di ridurre la scuola pubblica italiana alla completa anoressia. E così non basta più che i genitori paghino la carta igienica, che si improvvisino imbianchini o muratori per sistemare le aule, ora debbono pagare ciò che la scuola dovrebbe garantire. A Milano da settembre i tagli della terza tranche, che incidono sull’organico di diritto, costringeranno i genitori a pagare di tasca propria una cooperativa esterna per il tempo scuola pomeridiano. Ma non è l’unico caso in Italia. Nei giorni scorsi due senatori del Pdl hanno presentato un disegno di legge che prevede di “appaltare” ai privati il sostegno scolastico agli alunni disabili. L’ennesima assurdità. Ma di assurdità in assurdità, ecco che prende forma la scuola berlusconiana: i docenti malpagati e umiliati; i libri di scuola sottoposti a censura preventiva; i servizi essenziali per le famiglie come il tempo pieno o il sostegno privatizzati e magari ‘regalati’ a qualche azienda amica; gli alunni costretti in edifici non a norma e in classi superaffollate; l’autonomia scolastica, svuotata di risorse umane e finanziare, ridotta a parola vuotamente burocratica. Intanto un economista come Eric Hanushek ci dice che c’è un rapporto diretto tra i bassi livelli di apprendimento degli studenti italiani certificati dai test Pisa Ocse e il decennio di “crescita perduta” del nostro Paese. La Germania dal 2000 al 2009 ha investito per far recuperare ai propri ragazzi lo svantaggio: scuole aperte tutto il giorno, servizi educativi 0-6, formazione per gli insegnanti. Nel tempo della crisi, continuano ad investire in istruzione e la loro economia tira. Da noi la scuola non è neppure governata: in ben cinque regioni manca il dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale e 2871scuole aspettano un dirigente scolastico da troppo tempo. Non sorprendiamoci dunque se a Napoli i bambini trovano topi e scarafaggi in una scuola materna, se a Bologna si fa lo sciopero della fame e a Milano si paga per un diritto: questa è esattamente la scuola che vuole il governo di centrodestra.

L’unità 27.05.11

"La stagione del disincanto", di Alberto Statera

Il “disincantamento”, per usare un termine di Max Weber, l´unico padre di qualcosa citato ieri da Emma Marcegaglia, è in fondo la cifra climatica che ha percorso l´assemblea della Confindustria ai tempi del rumoroso declino del premier-imprenditore, che lunedì prossimo potrebbe essere certificato nei ballottaggi dai risultati delle elezioni amministrative. Lontani i tempi in cui a Parma Silvio Berlusconi esclamava dinanzi a migliaia di imprenditori acclamanti: «Il vostro programma è il mio programma!».
Nell´arco di dodici ore, il disincantamento si è quasi plasticamente materializzato in due distinti palcoscenici.
Quello della Centrale Montemartini, il museo ex centrale elettrica dove martedì si è svolta la cena pre-assembleare di ottanta di imprenditori di primo piano con il premier, e la sala Santa Cecilia del Parco della Musica, dove ieri in tremila hanno ascoltato il canto del cigno della presidente uscente. Una musica che il predecessore Luca Cordero di Montezemolo, con il quale non sono mancate frizioni negli ultimi tre anni, considera una sorta di tardivo «copia e incolla» delle sue posizioni, prodromi della discesa in campo al suo seguito, fin qui rinviata, di quella che si chiamava borghesia produttiva. Gelo al Montemartini, sopraccigli alzati per i frizzi e lazzi, più radi del solito, ma soprattutto per i soliti alibi ossessivi: non mi lasciano governare, i giudici mi perseguitano, il parlamento è un ostacolo al governo del fare. Un mantra ormai così logoro da suscitare il fastidio anche degli imprenditori di più netto imprinting berlusconiano. «Il ciclo di Berlusconi ormai alla fine ha riproposto le peggiori degenerazioni della prima Repubblica», va ripetendo Antonio D´Amato, il presidente confindustriale che esaltò a Parma nel marzo 2001 le magnifiche sorti e progressive del berlusconismo e che adesso si dichiara pronto a votare sindaco di Napoli non il collega industriale berlusconiano Gianni Lettieri, ma il pericoloso forcaiolo dipietrista Luigi De Magistris, per contribuire a scalzare il premier-imprenditore da palazzo Chigi. «Un decennio perduto», ha detto la Marcegaglia, tra «annunci estemporanei» di una politica che «pensa ad altro» rispetto alle necessità che imporrebbe l´agenda nazionale.
Quasi un´ovazione, invece, nell´auditorium per il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Ma una rassegnata sopportazione per la stanca performance del ministro delle Attività produttive Paolo Romani, staffiere in quel di Monza e tra le frequenze televisive degli interessi di famiglia del premier. Un pallido fantasma del berlusconismo al declino, platealmente inadeguato a ridare fiducia a un mondo produttivo disilluso.
E´ come se la fallace mistica del presidente imprenditore che queste platee – peraltro spesso più votate all´utilitarismo che al bene collettivo – immaginavano illusoriamente percorso dall´etica protestante e dallo spirito del capitalismo, trovasse oggi conforto non più nell´icona falsa del salvatore che scese in campo mediaticamente, ma nella solidità delle istituzioni più autorevoli e indipendenti. Non a caso il secondo applauso più sentito dei 3 mila dell´auditorium dopo quello per Napolitano, è andato al governatore uscente della Banca d´Italia Mario Draghi, che – se nessuno si offende – si può considerare proprio l´opposto antropologico del premier populista. Sì, «populismo», è il termine che, per la prima volta, è comparso nella relazione presidenziale. «Meglio tardi che mai, forse Emma ha finalmente cambiato allenatore», ha ironizzato un imprenditore progressista, citando una battuta divenuta celebre che Diego Della Valle fece in un confronto televisivo al ministro del Lavoro Maurizio Sacconi.
La «discesina in campo» di Emma, che suscita l´ironica imputazione di plagio da parte di Montezemolo, è contenuta in due righe e mezzo lette come chiusa alla relazione: «In un momento così, noi saremo pronti a batterci per l´Italia, anche fuori dalle nostre imprese, con tutta la nostra energia, con tutta la nostra passione, con tutto il nostro coraggio». A parte quel «saremo» al futuro, forse opera di un vecchio allenatore, sembra il ritorno alla nozione degli imprenditori come classe generale, calpestata ormai da lustri nell´inconcludente egolatrismo utilitarista berlusconiano, che Marcegaglia ha restaurato attraverso la frase di Max Weber: «Vengono talora momenti tanto gravi nella vita di una nazione in cui la testimonianza pubblica di chi vive di integrità privata non è più un diritto civile, ma un vero e proprio dovere morale». «Parlare dalla tribuna senza andare in campo – aveva detto Montezemolo, come ricorda con qualche malignità il sito della sua fondazione – è sempre facile». Ma sarebbe ingeneroso nei confronti di Emma Marcegaglia, che pure ha fin qui guidato una Confindustria sempre più in crisi d´identità e di missione, sostenere, come fa qualcuno, che a un anno dalla cessazione dall´incarico la signora cui Berlusconi offrì pubblicamente il posto di ministro cerca soltanto nuove sponde, riposizionandosi su lidi montezemoliani forse più praticabili nel prossimo futuro, per continuare ad avere un ruolo visibile.
Un´ipotesi minimale, ma non del tutto peregrina quando si assiste agli stanchi riti di queste assemblee, nei quali l´unica cosa che riluce rispetto all´opacità delle idee sono le cento e cento berline con lampeggiatori blu e scorte ululanti, che recano spesso convenuti di ben scarso momento. Alcuni di loro appartenenti alla classe dei «professionisti confindustriali», marchiati già tanti anni fa da Gianni Agnelli. Uno spettacolo sconosciuto nell´Europa civile e ormai desueto persino nei recessi sudamericani.
Ci piace invece credere, salvo smentita, che col disincantamento s´è desto lo «spirito borghese». Ammesso che veramente esista e sia capace di perseguire obiettivi di sviluppo collettivi, dopo la lunga crisi italiana del connubio tra borghesia e classi dirigenti, consumata nella generale indifferenza etica.

La Repubblica 27.05.11

"Marcegaglia: persi dieci anni. Scontro aperto con la FIAT", di Bianca Di Giovanni

L’Italia ha perso dieci anni : il Paese è fermo e la politica non fa nulla per uscire dalla palude. Anzi. Questa «Confindustria ha dovuto prendere atto che le priorità della politica erano altre». Emma Marcegaglia impernia la sua ultima prolusione all’Assemblea generale su un forte contrappunto tra imprese e sistema politico-amministrativo. E non solo. Anche su una strenua difesa della «sua» Confindustria, contro chi (leggi Marchionne) procede per strappi per farsi regole su misura. La politica di oggi è un elefante troppo lento per curare la malattia ormai endemica del Paese: la bassa crescita. Per questo la leader degli industriali, che entra oggi nel suo ultimo anno di mandato, chiede a gran voce più mercato, con le liberalizzazioni dei servizi locali e con un attacco frontale contro i referendum. E naturalmente chiede anche meno Stato, cioè meno spesa per welfare (grave in un momento di crisi anche sociale del paese) e pubblico impiego. Quanto ai partiti, la barra è in perfetto equilibrio. Né di qua, né di là. Ci sono «difficoltà nella maggioranza», ma anche «l’incapacità dell’opposizione di esprimere un disegno riformista». La platea non si scalda per il minsitro Romani, applaude fredda a un elogio a Giulio Tremonti, resta silenziosa anche alle critiche all’opposizione. Gli unici, caldi e prolungati riconoscimenti vanno al presidente Giorgio Napolitano e al governatore Mario Draghi, letteralmente osannato. Insomma, a quelle «istituzioni forti e autorevoli che sappiano recuperare la fiducia dei cittadini » che a quanto pare Confindustria non trova più a Palazzo Chigi o Montecitorio. Infine, quelle esortazioni in chiusura sugli imprenditori «pronti a battersi per l’Italia anche fuori dalle nostre imprese» declamato davanti a Luca Cordero di Montezemolo in prima fila, ha fatto sospettare qualcuno che la leader uscente sarebbe pronta a scendere in campo per i centristi. L’affondo sul Lingotto arriva a braccio, inaspettato. «Ho avuto la responsabilità di guidare la Confindustria in anni drammatici – ha detto – La mia azione è stata chiara, anche nelle relazioni sindacali. Ho il dovere di rappresentare tutti i 150mila soci. Non pieghiamo le regole della maggioranza per le esigenze di un singolo. Sono finiti i tempi in cui poche aziende decidevano l’agenda di Confindustria: proseguiremo a modernizzare le regole sindacali senza strappi improvvisi che fanno male». Più chiaro di così. Naturalmente parallelo arriva l’attacco alla Fiom, «che per principio è contraria » al nuovo modello sottoscritto con gli altri sindacati, e che sta causando tante cause non solo alla Fiat ma anche ad altre aziende.«Ma noi restiamo convinti che quel nuovo modello si costruisca meglio con un confronto si costruisca meglio con un confronto incessante con il sindacato – dichiara – ciascuno dei quali ha diritto alla rappresentanza , ciascuno dei quali può dire no ed essere poi smentito dal voto dei lavoratori, come finora è avvenuto». LAVORO Così Marcegaglia conferma la sua apertura al dialogo. Tant’è che ribadisce la volontà di un accordo in tempi brevi sulla rappresentanza e sulla esigibilità dei contratti. Sul lavoro la presidente chiede di proseguire sulla strada di un «ampio disegno riformatore». «Ci sono proposte di una parte riformista dell’opposizione su uno schema di riforma complessiva che considera anche la flessibilità in uscita», dice Marcegaglia, senza mai citare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. «Queste proposte hanno in comune il riequilibrio delle tutele tra i lavoratori troppo garantiti e i giovani dal futuro sospeso. Occorre proteggere – sostiene Marcegalia – i lavoratori dalla perdita di reddito, non dalla perdita del posto di lavoro». E questo è «un problema che – prosegue – va affrontato senza freni ideologici, con grande serietà. In termini culturali, prima che di appartenenze politiche o di vetusti riflessi condizionati ». La leader di Viale dell’Astronomia cita più volte il modello tedesco, dove «il 50% delle aziende introduce deroghe al contratto nazionale concordate con il sindacato», e dove «per proclamare uno sciopero occorre il consenso del 75% degli iscritti». Dimentica, la presidente, che in Germania il sindacato siede anche nei consigli d’amministrazione. Ma quella è un’altra storia. Oggi in Confindustria inizia già il post-Marcegaglia.

L’Unità 27.05.11

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Marchionne minacchia perchè vuole la legge «ad aziendam», di Rinaldo Gianola

Ma che cosa vuole ancora Sergio Marchionne? Ieri ha fatto arrabbiare persino Emma Marcegaglia che, in un passaggio improvvisato fuori dal suo discorso all’assemblea della Confindustria, gli ha ricordato che sono finiti i vecchi tempi, quando una sola impresa poteva dettare la linea d’azione all’intera organizzazione imprenditoriale. Marchionne non s’è fatto vedere. C’era John Elkann, il pallido presidente della Fiat, che ha ripetuto, non si sa con quale convinzione, la solita litania: «L’uscita della Fiat da Confindustria non è un tema di oggi». Marchionne, il conquistatore della Chrysler che ha appena rimborsato i finanziamenti al governo americano con tanto di ringraziamento del presidente Obama(prestiti pubblici gravati da interessi fino all’11% e sostituiti con fondi bancari di costo inferiore), continua a non essere compreso pienamente in Italia. Non lo capiscono più nemmeno i suoi colleghi industriali. Eppure l’amministratore delegato della Fiat non avrebbe motivi di lamentarsi: continua a fare e a dire quello che vuole senza che nessuno, il governo, le istituzioni, le amministrazioni locali, larga parte dei sindacati, gli chiedano conto dei suoi impegni annunciati. Il ministro Sacconi, l’altro ieri, lo ha incontrato in privato e si è sentito rassicurato. Meno male. Obama ha chiesto a Marchionne impegni scritti e vincoli stringenti per consentirgli di avvicinarsi alla Chrysler. Nessuno regala niente,ma in Italia si guarda a Marchionne come alla Madonna pellegrina, senza nemmeno chiedergli conto delle sue azioni che interessano migliaia di lavoratori, intere comunità, consumatori e azionisti. Per esempio ha il sapore di una beffa, e anche qualche cosa di peggio, il fatto che Marchionne ed Elkann si siano presentati a Torino con il distintivo «paid», pagato, per celebrare il rimborso dei finanziamenti alla Casa Bianca. In Italia chi ha pagato, finora, sono i lavoratori che hanno accettato tutte le condizioni, seppur con molto disagio, imposte dall’impresa e che continuano a pagare le scelte del Lingotto con la cassa integrazione. A Pomigliano d’Arco le assunzioni della newco, ad oggi, sono 60 e la produzione della Nuova Panda dovrebbe iniziare alla fine di novembre, forse più tardi. E la vecchia Pandapolacca continuerà per altri tre anni. «Paid» si vanta Marchionne con il badge all’americana. Sarebbe interessante se qualche ministro, qualche sindacalista, qualche amministratore ricordasse quanto ha pagato il Paese per la Fiat, quanto pagano oggi gli operai in cassa integrazione. MaMarchionne nonsi tocca.Eallora perchè continua a minacciare di lasciare la Confindustria? Perchè fa arrabbiare la signora Marcegaglia e anche alcuni suoi amici industriali forse un po’ stanchi di sentire lezioni e lezioncine? Marchionne, nonostante le sue vittorie e i suoi diktat in fabbrica, vorrebbe la protezione totale da parte del governo e della Confindustria. Una specie di salvacondotto nel caso le sentenze dei Tribunali riconoscessero che nella creazione delle newco, e nelle condizioni di assunzione e di selezione del personale, la Fiat ha violato la legge italiana e le normative europee. Ci vorrebbe una legge «ad aziendam», un legittimo impedimento, che mettesse al riparo tutte le novità imposte nel piano di Fabbrica Italia. Dopo più di un anno dall’annuncio dell’ambizioso progetto al Lingotto, la Fiat in Italia è ancora in mezzo al guado: gli investimenti decisi sono per ora inferiori ai 2 miliardi di euro contro i20miliardi indicati fino al 2014, le produzioni sono in ritardo, la vittoria del sì ai referendum di Pomigliano, Mirafiori, Grugliasco non ha calmato le tensioni sociali nè rassicurato i lavoratori. Intanto la Fiat ha spostato il suo baricentro industriale e finanziario a Detroit. Le preoccupazioni di Marchionne sono fondate perché sa benissimo di aver strappato la tela dei contratti e delle regole condivise. Il 18 giugno a Torino c’è la prima udienza della causa avviata dalla Fiom contro il modello Pomigliano: se la Fiat vince non ci saranno problemi, ma se i giudici riconoscessero che i lavoratori devono essere assunti nelle newco portandosi dietro i loro diritti, la loro storia professionale, i principi stabiliti con i vecchi contratti, senza discriminazioni o selezioni particolari, allora il castello di Marchionne potrebbe crollare. Per questo il manager dei due mondi si agita, minaccia anche Confindustria e si interroga perchè in Italia non tutti comprendono la sua genialità

L’Unità 27.05.11