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A Velia

“Passerò per Piazza di Spagna”, di Cesare Pavese

Sarà un cielo chiaro. S’apriranno le strade sul colle di pini e di pietra.
Il tumulto delle strade non muterà quell’aria ferma.
I fiori spruzzati di colori alle fontane occhieggeranno come donne divertite.
Le scale le terrazze le rondini canteranno nel sole.
S’aprirà quella strada, le pietre canteranno, il cuore batterà sussultando come l’acqua nelle fontane – sarà questa la voce che salirà le tue scale.
Le finestre sapranno l’odore della pietra e dell’aria mattutina. S’aprirà una porta. Il tumulto delle strade sarà il tumulto del cuore nella luce smarrita.

Sarai tu – ferma e chiara.

"La privatizzazione di un patrimonio", di Salvatore Settis

Contrabbandata fra le «Disposizioni urgenti per l´economia» del decreto-legge 70 del 13 maggio, prosegue l´escalation del governo contro la tutela del paesaggio e dell´ambiente, contro la Costituzione che ne è (o dovrebbe essere) garanzia suprema. La cannibalizzazione del territorio non si limita alle disposizioni “ammazza coste” che di fatto consegnano ai privati ampie e preziose porzioni di territorio che appartengono a noi tutti. Nel decreto c´è di più, e di peggio. Per esempio, l´articolo 4 porta a 70 anni la soglia «per la presunzione di interesse culturale degli immobili pubblici», che fu fissata a 50 anni dalla legge Nasi del 1902 e tale è rimasta fino al Codice Urbani del 2004. Che cosa può voler dire una differenza di vent´anni? Semplice: un edificio del 1943 come il Palazzo della Civiltà del Lavoro a Roma-Eur (il “Colosseo quadrato”), oggi presuntivamente di interesse culturale, con la nuova norma diventa disponibile per alienazioni, cartolarizzazioni, ristrutturazioni. Edifici degli anni Cinquanta potrebbero essere privatizzati senza verifiche dal “tana-libera-tutto” del nuovo decreto.
Ci vuol poco a fiutare dietro questa norma l´ombra sinistra del “federalismo demaniale”, che consegna a regioni e comuni le proprietà del demanio nazionale (cioè di noi tutti), invitando gli enti locali a “valorizzare” chiese e palazzi, cioè a venderli, anzi (come già si sta vedendo) a svenderli, privatizzando al ribasso. E infatti il comma 16 dello stesso articolo agita la bandiera del federalismo demaniale per coprire con una spolveratina di zucchero un altro boccone avvelenato. Il limite per la verifica di interesse culturale viene portato a settant´anni non solo per gli immobili pubblici, ma anche per quelli degli enti ecclesiastici ed assimilati (come il Pio Albergo Trivulzio), con conseguente certa dispersione degli arredi. Si aprono così le danze di ulteriori affari per gli amici degli amici, incrementando festeggiamenti e brindisi nelle botteghe di mercanti pronti al saccheggio.
Come scusante di altre privatizzazioni si invocò in passato la pubblica vigilanza su edifici di interesse culturale, poiché una norma già presente nella legge Bottai del 1939 e ripresa dal Codice Urbani (articolo 59) prescrive che il proprietario debba comunicare al Ministero «ogni atto che ne trasmetta in tutto o in parte la detenzione». Niente paura, il governo ha pensato anche a questo: questa norma viene semplicemente soppressa (art. 4, c. 16, nr. 4 del decreto), cestinando la fastidiosa ipotesi che le Soprintendenze, sapendo chi ha in mano un immobile storico, possano verificarne la conservazione. Potremo così sventrare impunemente palazzi del Seicento, trasformare chiese in discoteche e conventi in supermercati o condominii, senza che nessuno ci metta il naso. Già depotenziata per l´assenza di risorse e il calo di personale, la pubblica amministrazione della tutela viene in tal modo inceppata rendendo di fatto impossibile ogni vigilanza.
Il punto più basso del decreto-legge è però un altro. Nello stesso art. 4 c. 16, e sempre «per riconoscere massima attuazione al federalismo demaniale», il decreto introduce una “semplificazione” che capovolge la lettera e il senso del Codice Urbani su un punto di capitale importanza, la tutela del paesaggio. Secondo il Codice (art. 146, c. 5), il parere del Soprintendente sulle autorizzazioni paesaggistiche è “vincolante” in prima applicazione, ma diventa solo “obbligatorio” una volta che i vincoli paesistici siano stati incorporati negli strumenti urbanistici e di piano. Applicando al parere del Soprintendente il silenzio-assenso, il decreto cancella anche questa salvaguardia. Viene così calpestato il principio (sempre affermato dalla legge 241 del 1990 ad oggi) secondo cui il silenzio-assenso non può mai riguardare beni e interessi di valore costituzionale primario come il patrimonio storico-artistico e il paesaggio. Principio riaffermato dalla Corte Costituzionale, secondo cui in materia ambientale e paesaggistica «il silenzio dell´Amministrazione preposta non può aver valore di assenso» (sentenze 26 del 1996 e 404 del 1997).
La nuova norma, se non fermata in tempo, avrebbe natura eversiva, poiché capovolge la gerarchia fra un principio fondamentale della Costituzione (art. 9: «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico artistico della Nazione») e la libertà d´impresa che l´art. 41 garantisce purché non sia «in contrasto con l´utilità sociale», nel nostro caso rappresentata dalla conoscenza, tutela e fruizione pubblica del patrimonio culturale e del paesaggio. Si darebbe così per approvata la modifica dell´art. 41 periodicamente sbandierata dal governo e appoggiata da Confindustria, ma neppur discussa dalle Camere, secondo cui «gli interventi regolatori dello Stato, delle Regioni e degli Enti locali che riguardano le attività economiche e sociali si informano al controllo ex post». In questa proposta di controllo postumo, che equivarrebbe di fatto all´azzeramento di ogni controllo, è la radice del silenzio-assenso elevato a principio assoluto: in una Costituzione immaginaria, non nella Carta vigente, la sola a cui dobbiamo rigorosa fedeltà.
Scardinare i principi della tutela e dell´utilità sociale è una bomba a orologeria sganciata sulla Costituzione, in cui questi principi sono saldamente ancorati a una sapiente architettura di valori. Si legano al forte richiamo al «pieno sviluppo della personalità umana» (art. 3), coi connessi valori di libertà e di eguaglianza dei cittadini; si legano ai «diritti inviolabili dell´uomo» connessi alle «formazioni sociali dove si svolge la sua personalità» e ai «doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale» (art. 2). La convergenza fra tutela del paesaggio (art. 9) e diritto alla salute «come fondamentale diritto dell´individuo e interesse della collettività» (art. 32) ha inoltre fondato la tutela dell´ambiente come valore costituzionale primario. In questo sistema di valori a difesa del cittadino, la priorità dell´interesse pubblico non cancella, ma limita i diritti della proprietà privata.
Le cosiddette “disposizioni urgenti per l´economia” non sono pensate in beneficio del Paese, ma di pochi affaristi pronti a spartirsi il bottino, sperperando un portafoglio proprietario, quello dei beni pubblici (come le coste e le spiagge) e degli immobili pubblici, ma anche dei paesaggi e dei monumenti soggetti a tutela, devastato da uno sgangherato “federalismo demaniale”. Esso non è, come ha detto il presidente del Veneto Zaia, la «restituzione ai legittimi proprietari» di beni indebitamente sottratti da uno Stato-ladrone. Legittimi proprietari dei beni demaniali e dei beni pubblici (come l´acqua su cui siamo chiamati ora a votare) sono tutti gli italiani, “ladro” è semmai chi ci borseggia inscenando lo spezzatino del federalismo, in nome del quale nascono anche le norme più dirompenti del recente decreto-legge. Prima che esso venga convertito in legge, c´è tempo e modo di porvi rimedio.

La Repubblica 25.05.11

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“Dal Pirellone all´Eur tolte le tutele palazzi storici a rischio svendita”, di Francesco Erbani

Un comma cambia la legge sugli edifici fatti tra il 1941 e il ´61. Da cinquanta a settant´anni. Ora dovranno avere vent´anni di più gli edifici pubblici in Italia se vogliono godere di una particolare protezione. E non essere venduti oppure manipolati. Lo stabilisce un minuscolo comma di un articolo del Decreto Sviluppo, lo sterminato provvedimento che contiene dalla moratoria nucleare alla concessione delle spiagge. E così, anche se firmato da Pier Luigi Nervi, come il Palazzo dello Sport a Roma o da Gio Ponti, come il grattacielo Pirelli, da Giancarlo De Carlo o da Luigi Figini e Gino Pollini, da Mario Ridolfi o da Franco Albini, un edificio pubblico costruito fra il 1941 e il 1961 rischia un po´ di più rispetto a prima del decreto.
La norma è complessa, scritta in un italiano aggrovigliato. Sono in allarme le soprintendenze, ma anche Italia Nostra, gli Archivi di architettura contemporanea e Docomono, l´associazione che salvaguarda edifici e complessi urbani moderni. L´attenzione è alta: chi ha infilato questo comma nel grande convoglio del decreto sembra voglia rendere più agevole la vendita di edifici che altrimenti, prima di passare di mano, dovrebbero essere sottoposti al vaglio della soprintendenza. Ma i pericoli sono anche altri: restauri poco accorti, manomissioni, fino alla demolizione.
L´articolo («Costruzione delle opere pubbliche») dovrebbe modificare il Codice dei Beni culturali e del paesaggio del 2004. La filosofia è quella di «riconoscere massima attuazione al federalismo demaniale e di semplificare i procedimenti amministrativi relativi a interventi edilizi». Deregulation spinta, dunque. Nell´articolo si aggiunge che gli snellimenti sono possibili nei comuni che si adeguano ai piani paesaggistici regionali. Norma equivoca, fanno notare in alcune soprintendenze: i piani paesaggistici c´entrano poco con questo genere di edifici. Inoltre, si aggiunge, la separazione fra beni pubblici e privati è culturalmente poco sensata e si spiega solo perché rende più agevole la vendita dei primi.
Una parte del migliore patrimonio novecentesco potrebbe essere meno salvaguardato. Qualche anno fa un gruppo coordinato dallo storico dell´architettura Piero Ostilio Rossi propose una schedatura degli edifici romani novecenteschi di pregio. Molti quelli realizzati proprio fra il ´41 e il ´61: il Palazzo dei Congressi dell´Eur di Adalberto Libera, il Palazzo che ospita la Fao, il Monumento delle Fosse Ardeatine, la Stazione Termini e poi il Palazzo dello Sport, il Palazzetto dello Sport e lo Stadio Flaminio di Nervi. Anche il ministero ha in corso un censimento: dal dopoguerra al 2005 sono quasi 300 in Italia gli edifici di rilevante valore. Spiega Carlo Olmo, professore a Torino: «L´architettura italiana fra la fine della guerra e gli anni Cinquanta è un riferimento per altri paesi». Il Novecento è il secolo nel quale è sorto dall´80 al 90 per cento di tutto quel che oggi vediamo costruito. E nel secondo dopoguerra la speculazione ha dettato le regole per la crescita delle città e ha prodotto pessime architetture. Ma, sottolinea Olmo, in quei vent´anni si realizzano edifici e quartieri pubblici «che sono una maglia fondamentale nel tessuto cittadino e la cui manomissione produce squilibri nell´organismo urbano». Singoli edifici, dunque, scuole, stazioni, ponti, ma anche edilizia popolare come il Qt8 a Milano di Piero Bottoni o gli interventi dell´Ina-Casa (350 mila alloggi dal 1949 al 1963), dal Tiburtino a Roma (dove lavorarono Ridolfi, Carlo Aymonino, Carlo Melograni, Ludovico Quaroni e altri) alla Falchera di Torino (Giovanni Astengo) a Cesate (Albini, Ignazio Gardella e i BBPR di Belgiojoso, Peressutti e Rogers), dove oltre alle case ci sono chiese, asili e altri manufatti pubblici. Su buona parte di questi edifici la tutela sarà da ora più debole.

La Repubblica 25.05.11

Nucleare, fiducia alla Camera per evitare referendum

Votata la fiducia sul decreto omnibus, provvedimento che contiene tra l’altro la moratoria sul nucleare concepito per evitare il referendum. Deciderà la Cassazione. Ok alla fiducia: 313 sì, 291 contro, 2 astenuti. Via libera dell’Aula della Camera alla fiducia posta dal governo sul decreto omnibus che contiene, tra l’altro, le norme sul nucleare. I voti a favore sono stati 313, i voti contrari 291, le astensioni 2.
I deputati presenti erano 606, due in più dei votanti, mentre la maggioranza richiesta era di 303 voti. I tre liberaldemocratici non hanno partecipato al voto.

Bandiera dei Verdi in aula: stop nucleare
«È necessario in tutti i modi che i cittdini sappiano il furto di referendum che è furto di democrazia». Sauro Turroni, ex deputato, ha srotolato nell’aula della Camera le bandiere del sole che ride con la scritta «ferma il nucleare vota sì». La vicepresidente di turno dell’Assemblea di Montecitorio Rosy Bindi ha invitato i commessi a rimuovere i cartelli di protesta.

Di Pietro al sit in: Cassazione blocchi, Napolitano non firmi
Il leader dell’Idv al sit in davanti a Montecitorio: «ci auguriamo che la cassazione possa bloccare questo provvedimento che solo per finta sospende la costruzione delle centrali nucleari. Ci auguriamo anche che il capo dello Stato non firmi una legge così immonda e truffaldina. l’idv che in perfetta solitudine ha raccolto due milioni di firme, chiede oggi a gran voce di stoppare questa truffa».

Dichiarazioni di voto alla Camera per il decreto Omnibus, quello pensato anche per evitare il referendum sul nucleare del 12 e 13 giugno e sul quale il governo chiede la fiducia, spaventato com’è di andare sotto e prendere un ulteriore smacco. Da annotare: nessun ministro partecipa al dibattito. Niente male, come dimostrazione di come l’esecutivo (cioè il suo capo) considera il Parlamento.

Baretta del Pd: retromarcia governo, fare referendum
«Sul nucleare il governo fa una clamorosa marcia indietro, quando fino a tre mesi fa quella fonte energetica era la base per lo sviluppo indicata dall’esecutivo», afferma in Aula Paolo Baretta del Pd. «Mi auguro che nonostante il decreto il referendum si tenga comunque, il governo non ha un piano energetico e quindi di non avere un progetto di sviluppo».

Di Pietro, Idv: vergogna del governo
«Oggi si è raggiunto il più alto grado di vergogna per il nostro Parlamento. Perché mentre si sta discutendo la fiducia posta dal governo sulla questione nucleare e mentre i rappresentanti dei gruppi parlamentari si stanno esprimendo sul voto di fiducia sugli scranni del governo non c’è nessuno», nota Antonio Di Pietro, parlando in piazza Montecitorio dove sono radunate alcune decine di persone a favore dei referendum, soprattutto quello sul nucleare. «Questo governo chiede la fiducia su se stesso; ha pagato, e quindi non ha bisogno di essere presente per motivare le ragioni per cui chiede la fiducia: tutto a scatola chiusa».

Buonfiglio di Fli: da esecutivo solo scelte populiste
Fli vota «no» alla fiducia sul decreto omnibus, perché il governo ha messo in campo solo «scelte populiste», come quella sul nucleare o quella sulla difesa dell’italianità delle aziende. Lo ha annunciato Antonio Buonfiglio.

Calgaro, Udc: governo teme quorum referendum nucleare
«Il governo vuole impedire il referendum sul nucleare solo per impedire che il quesito sul legittimo impedimento raggiunga il quorum», appunta Marco Calgaro dell’Udc intervenendo. «La questione di fiducia – ha spiegato Calgaro – ha impedito una seria riflessione sullo sviluppo del nucleare continuando lo svilimento del Parlamento. Anche per questo voteremo no».

Tabacci, Api: fiducia per silenziare contrasti maggioranza
«Il voto di fiducia mette il silenziatore ai contrasti nella maggioranza tra Pdl e Lega e serve a mascherare le debolezze della maggioranza», dichiara Bruno Tabacci dell’Api. Sul nucleare il decreto che mette in forse il referendum «serve al governo, interessato solo all’effetto annuncio, ad aggirare il problema».

Wwf: fiducia su scippo del referendum nucleare
Anche il Wwf Italia interviene: «Porre il voto di fiducia sul decreto legge omnibus che contiene lo ‘scippo’ del referendum sul ritorno del nucleare in Italia – su cui il governo non fa alcun passo indietro – è il tentativo disperato di impedire un confronto approfondito sul futuro energetico dell’Italia in Parlamento e nel Paese». La nota dell’associazione aggiunge: «A questa forzatura, si aggiunge inoltre l’oscuramento da parte dei media, tranne qualche rara eccezione. Un’omertà favorita, prima con l’approvazione con un mese di ritardo del regolamento per la Rai, poi con la ‘costrizione’ dell’informazione sui referendum in fasce d’ascolto a dir poco irrisorie».

da www.unita.it

Amartya Sen:«La giustizia nasce dal confronto fra i diritti»

Ci sono tre bambini eun solo flauto, la prima bambina dice «sono molto povera, lo devo avere io», è un buon argomento. Ma il secondo obietta: «Sono l’unico a saper suonare, spetta a me». Anche questo è un buon argomento. Il terzo bambino, però, fa presente che il flauto l’ha costruito lui e, solo dopo, si sono fatti avanti gli altri due. Anche questo è un buon argomento. L’aneddoto è stato raccontato ieri da Amartia Sen alla giornata di studi organizzata dallo Spi Cgil a Roma per esemplificare la sua idea di una società giusta, diversa dal modello di un «ipotetico contratto sociale fra la popolazione e lo stato sovrano». Amartia Sen preferisce richiamarsi all’altra corrente del pensiero illuminista, che da Adam Smith a Condorcet arriva sino a Marx, più attenta «alla vita delle persone, al loro benessere, alle loro libertà». La giustizia, dice il premio Nobel economista e filosofo, è il prodotto delle comparazioni dei diversi modi in cui si vive, delle interazioni sociali, dei fattori che hanno un impatto significativo su ciò che effettivamente accade nel mondo. «Non deve sorprendere – dice la segretaria dello Spi Cgil Carla Cantone – che un pensatore di importanza mondiale abbia accettato il nostro invito », le sue idee, infatti, «sono caratteristiche della pratica sindacale, la storia della Cgil è storia di conquiste sociali, di rappresentanza democratica, di difesa della Costituzione, di effettiva partecipazione dei lavoratori alla vita politica ed economica del paese». Invece oggi, «a partire dalla Fiat, è stata lanciata una sfida, se l’economia si globalizza anche l’organizzazione del lavoro si deve globalizzare. Diritti, salario, professionalità, salute, tutto diventa “aziendale”. Viene negata ogni idea di solidarietà e negato ogni conflitto, il diritto di sciopero ingabbiato nel diktat “prendere o lasciare”». Al contrario, l’idea di giustizia su cui ragiona Amartia Sen, non è chiusura e localismo ma considerazione di fattori come l’inquinamento ambientale o la disabilità, nelle condizioni di vita concrete. Cita lo studio di una giovane economista di Cambridge, Wiebke Kuklis: in Gran Bretagna il 18%è sotto la soglia di povertà, cifra che cresce al 23%se un membro della famiglia non è autosufficiente e, addirittura, al 47%se si calcolano le spese necessarie per migliorare la vita della persona disabile. Una visione del mondo che porta l’economista Sen a mettere in guardia l’Europa dalla «passione dei tagli ». Fa l’esempio della Grecia, anzi, «in favore della Grecia». «Non si può lasciare che siano le agenzie di rating e i mercati azionari a decidere. Prima della moneta unica la Grecia avrebbe potuto agire sui cambi, ora non può farlo ma non ne ha vantaggi, gli aiuti arrivano come un favore non come un diritto, non esiste una politica europea, né una fiscalità comune». E questo comporta rischi per la libertà e per i diritti sociali, ma comporta anche rischi seri per la crescita: «Dopo la Seconda guerra mondiale ma anche con Clinton negli Usa, il deficit è stato eliminato grazie alla crescita, non puntando tutto sui tagli».

L’Unità 25.05.11

"Anche i leghisti votano Pisapia", di Paolo Natale

Dopo tante analisi un po’ superficiali, basate su dati di sondaggio (che sappiamo non aver azzeccato granché a Milano), possiamo capire effettivamente cosa è accaduto al primo di turno di voto delle comunali.
Si può sfatare un primo mito, che è insistentemente circolato negli ultimi tempi, sul cosiddetto “astensionismo selettivo”. Si è cioè argomentato che il netto arretramento del centrodestra, dalle regionali dello scorso anno, era dovuto ad una minor partecipazione del suo elettorato, che ha in questa occasione disertato le urne.
Una tesi sostanzialmente falsa. Nella realtà, dall’analisi dei flussi, effettuata a partire dai risultati elettorali veri, emerge come l’astensionismo è stato particolarmente limitato: anzi, c’è stato al contrario un forte ritorno alle urne in questa occasione.
L’oltre 40 per cento che non era andato a votare lo scorso anno si è ridotto oggi a poco più del 33 per cento.
Sono state quindi elezioni di mobilitazione, le comunali milanesi; nonostante il presunto disamore dei cittadini verso la politica, pare che quando si tratta di dare un segnale forte alla classe politica, gli elettori si ripresentino in quote molto più elevate nei seggi di voto. E a beneficiare di questo ritorno alle urne è stato soprattutto Pisapia, che tra gli ex-astensionisti è stato scelto da oltre il doppio di chi ha viceversa gettonato la Moratti.
E questo è il primo tassello che ha provocato la sconfitta del centrodestra al primo turno. Il secondo tassello è più ovvio, ed è legato al significativo passaggio di voto da Formigoni al Terzo polo attuale: quasi il 10 per cento di formigoniani ha infatti oggi scelto Palmeri (e sono quasi tutti elettori del Pdl), ai quali si sono aggiunti coloro che già lo scorso anno avevano scelto l’Udc di Pezzotta.
E veniamo infine all’ultimo tassello, di certo il più sorprendente di tutti: quasi il 5 per cento di vecchi elettori di Formigoni hanno scelto al primo turno il voto per Pisapia. Si tratta di un chiaro tradimento delle proprie precedenti opzioni, che come sappiamo si verifica abbastanza raramente in Italia, preda della cosiddetta fedeltà leggera, la difficoltà cioè di passare direttamente, da una elezione all’altra, nel campo avverso.
Pisapia è riuscito in un’impresa che potremmo definire storica in ambito milanese, quella di togliere voti direttamente al centrodestra, che mai era riuscito agli altri candidati negli ultimi vent’anni di elezioni comunali.
Da dove arrivano questi transfughi? In massima parte dalla Lega, in una quota stimabile attorno al 10 per cento del proprio precedente elettorato; alcuni tra loro hanno operato il cosiddetto “voto disgiunto”, unendo cioè il voto di partito alla Lega con il voto a Pisapia come sindaco. Ma per una parte molto più considerevole si è trattato proprio di un abbandono della propria area politica di riferimento (non si sa quanto provvisorio) direttamente a favore del candidato del centrosinistra. La Lega perde a Milano nel giro di un solo anno qualcosa come 20mila elettori, oltre un quarto del proprio precedente elettorato, un dato storico che certamente farà riflettere i dirigenti del movimento nordista.
Ottima al contrario, dall’altra parte, la performance elettorale del Pd, che incrementa il suo elettorato di quasi 40mila unità, passando da 133mila a 170mila voti, attingendo un po’ dovunque ma in particolare dall’Idv, che ha visto una emorragia impressionante nel giro di un anno.
L’ultimo dato di un certo interesse, e che probabilmente costringerà lo stesso Grillo a rivedere l’idea della sua base elettorale, è il comportamento dei votanti del movimento 5 stelle: tra costoro, soltanto meno della metà ha ribadito quest’anno la sua scelta in direzione del candidato Calise, mentre oltre il 50 per cento ha scelto in questa occasione Pisapia.
È dunque altamente probabile che questo elettorato di opinione, al momento di scelte importanti per il futuro della città, escano dalla logica che accomunerebbe tra loro tutti i candidati e tutti i politici, per schierarsi chiaramente con il centrosinistra.
Ed è dunque probabile che un comportamento di questo tipo lo potranno tenere anche in sede di ballottaggio.

da Europa Quotidiano 25.05.11

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“Silvio non buca più il video. Anzi”. di Giovanni Cocconi

Il sospetto lo avevamo in tanti, da tempo. Ora è una certezza. Berlusconi non piace più in televisione, Berlusconi non piace più alla televisione.
Il mondo che lo ha creato sembra avergli voltato le spalle. Le ultime apparizioni del presidente del consiglio segnano una Caporetto dell’auditel.
Il 4 maggio scorso l’intervista a Porta a porta è stata vista da 846mila persone, per uno share del 12,5 per cento. Una miseria anche per il programma di Vespa che, con la politica, non produce più gli ascolti di un tempo.
Il 3 febbraio scorso l’intervista del premier al Tg1 fece precipitare gli ascolti del più seguito telegiornale italiano sotto il 23 di share, molti punti sotto una media comunque lontana rispetto ai record di un tempo. Anche i monologhi travestiti da interviste che hanno inondato le tv venerdì scorso non hanno certo gonfiato gli ascolti.
Secondo un’elaborazione dello studio Frasi, tutti i Tg sono scesi rispetto al venerdì precedente alla stessa ora. Segno che una parte di italiani non ne può dell’overdose, e anche se resta fedele al Tg1 nonostante tutto, quando vede comparire il premier cambia canale. Sistematicamente.
Una bocciatura più pesante, a pensarci bene, di quella delle urne. I primi segnali arrivarono già nel 2009.
Il 16 settembre, lo speciale in prima serata di Porta a porta sulla consegna delle case ai terremotati dell’Aquila, raccolse solo il 13,4 di share, battuto dalla fiction con Gabriel Garko su Canale 5. Pochi mesi dopo, il 15 dicembre, nonostante l’impegno di Vespa, il suo speciale di prima serata sull’aggressione di Massimo Tartaglia, non diventò un evento (18 di share). Si dirà, ma Berlusconi non era in studio. Sì, però c’era un anno dopo, il 15 dicembre, a Matrix: un flop, l’ennesimo, con solo il 15 di share. Vuoi vedere che Berlusconi ha già perso prima di perdere a Milano?

da Europa Quotidiano 25.05.11

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Milano, fuga dalla Moratti. Dalla Cei sì alle moschee

A Montecitorio la maggioranza scippa il referendum con la fiducia Il centrodestra alza bandiera bianca. Mancano cinque giorni al voto di Milano ma tra i sostenitori della Moratti c’è già chi guarda al dopo-sconfitta. Per esempio il governatore della Lombardia e il vice-sindaco in pectore Matteo Salvini che salutano Pisapia come probabile futuro sindaco e pensano al dopo-voto. Anche il direttore del Giornale, Sallusti, dà per certa la sconfitta di donna Letizia.
Intanto la questione moschea, nonostante la campagna del centrodestra più xenofobo, sta diventando un punto a favore del candidato del centrosinistra dopo che anche la Cei, sulla scia l’arcivescovo di Milano Tettamanzi, ha detto sì alla costruzione di un grande centro di cultura islamica sotto la Madonnina.
La camera vota la fiducia al governo (solo 313 i “sì”, 291 i “no”) e scippa agli italiani il referendum sul nucleare.

da Europa Quotidiano 25.05.11

"Se i moderati sono questi", di Carlo Galli

Come è possibile essere al tempo stesso moderati e estremisti? Come ci si può adeguare a un modus, a una misura, a una regola e però essere anche smisurati, prevaricatori, esagerati?
Non è un interrogativo retorico, né un´ipotesi accademica. È la nostra esperienza quotidiana di cittadini mortificati – oltre che infastiditi – dalla campagna elettorale milanese della destra, dalla sua violenza che si accompagna alla sua banalità.
Una prima risposta è che anche un moderato diventa estremista quando ne va della sua vita: la sindrome del cornered rat, del topo costretto all´angolo, è ben nota agli etologi – e anche agli storici, del resto – , che sanno quante disperate risorse, quanta aggressività supplementare, quanto cieco fanatismo, possano caratterizzare la lotta per la vita e per la morte (in questo caso politica, s´intende). Ora, questa spiegazione ha del vero: può infatti svilupparsi un “effetto domino” dalla eventuale sconfitta di Berlusconi (la Moratti in tutto ciò è periferica), che come una valanga inarrestabile va dalla perdita di Milano alla perdita di Roma, cioè alla crisi di governo; e che di qui passa in una possibile sconfitta elettorale nel 2013, o anche prima; il che implicherebbe non solo un addio ai sogni di gloria quirinalizia, ma anche un rischio giudiziario imminente, nella sopravvenuta impossibilità di portare a termine il complesso dispositivo di leggi e riforme costituzionali che dovrebbero sancire la salvezza del premier e la debellatio della magistratura.
Ma forse è una spiegazione che spiega fin troppo; infatti, non è detto che la gravissima ferita simbolica e politica che verrebbe a Berlusconi dalla vittoria di Pisapia debba produrre necessariamente tanta catastrofe: gli effetti negativi possono essere gestiti, le ferite possono essere cicatrizzate e trattate dalla chirurgia plastica. Il tempo c´è: due anni. Il prezzo della sconfitta di Milano potrebbe essere “solo” un ulteriore deterioramento dell´immagine e del potere del premier, a tutto vantaggio della Lega – che però senza Berlusconi non ha grandi prospettive (e viceversa, naturalmente) – e di Tremonti (la vera variabile è infatti la ripresa economica e la tenuta dei conti pubblici). Ipotesi a cui Berlusconi ha già fatto il callo.
È quindi probabile che alla spiegazione attraverso la categoria della “disperazione” se ne debba aggiungere un´altra, non contingente ma strutturale. Che cioè Berlusconi, col nucleo duro del suo elettorato, non è moderato. E che le categorie con cui interpretare la sua politica, ma anche la politica in generale, non siano soltanto quelle che si dispongono lungo l´asse orizzontale moderazione-estremismo, ma che a esse se ne debbano aggiungere altre, verticali: le categorie di “superficiale” e “radicale” (o “profondo”), che si accompagnano a quelle di “miope” e “lungimirante”.
La destra nella sua versione italica contemporanea non è moderata: né nei toni né nella sostanza. Della propria dismisura, anzi, si fa vanto, con accenti neo-dannunziani o neo-autoritari (a seconda dei casi, e degli attori politici): la sua ostilità al concetto stesso di legge e di garanzia costituzionale ne è la prova. Ciò che la caratterizza veramente è la superficialità, lo scambiare gli effetti per le cause, il rifiuto della critica, sostituita dall´invettiva o dall´argomento ad personam («lei dice queste cose perché è di sinistra»), l´abbarbicarsi ai luoghi comuni rafforzati dalle grida scomposte. Questa superficialità si sposa benissimo, infatti, con l´estremismo, che la destra evidenzia con abbondanza: questo, da parte sua, altro non è se non la fuga (in avanti o all´indietro) dalla complessità concreta della realtà, e della politica che voglia essere qualcosa di più che pura cosmesi o inconcludente illusionismo. Davanti a questa complessità, che per essere compresa esige profondità e radicalità d´analisi, la destra superficiale e estremista scarta, accusando chi se ne fa portatore di essere un “comunista”.
Ovvero, alle analisi che vanno alla radice, e che guardano lontano, preferisce la miopia. Preferisce cioè offrire (falsamente) ministeri a Milano – nella logica assistenziale e clientelare che a suo tempo spostava al Sud prefetture, carceri e caserme, per garantire qualche posto di lavoro – anziché progettare sviluppo di stile europeo; offre il timore irriflesso di neri, islamici e zingari anziché un´immagine di cosmopolitismo civile e creativo. E, contro ogni evidenza, tratta Pisapia da estremista – o da paravento degli estremisti – perché scambia ogni radicalismo, e ogni lungimiranza, per estremismo; perché non comprende – non avendo né l´una né l´altra qualità – come si possa essere “radicali” e al contempo “moderati”; perché ignora che essere “moderati” non significa essere egoisti, né indica solo la pratica del “giusto mezzo” ma implica soprattutto pacatezza di modi, equilibrio di giudizio, misura intellettuale e politica, rispetto di sé e degli altri pur nella capacità di opporsi all´avversario politico.
Ecco perché, infine, la destra di governo, oggi, non ha le qualità solide e severe della borghesia produttiva e del proletariato (non a caso sempre più vicini a Pisapia): perché è una destra plebea, guidata dai magnati populisti, per i propri interessi particolari, al prezzo della concessione al “popolo” di qualche soddisfazione simbolica ai danni delle élites. Uno schema, già visto mille volte nella storia, di cui potrebbe cominciare a Milano l´inizio della fine.

La Repubblica 25 05.11

"Dal Governo aiuto da 110 milioni", di Sara Monaci

A pochi giorni dal ballottaggio per le elezioni amministrative di Milano, in attesa di sapere chi sarà il prossimo sindaco tra Giuliano Pisapia e Letizia Moratti, il governo ha intanto preparato un regalo finanziario per Palazzo Marino. In questi giorni dovrebbe essere annunciato dal ministero dell’Economia un trasferimento statale per 110 milioni alla città meneghina, probabilmente giustificato con la necessità del Comune scelto per l’Expo di potenziare gli investimenti e realizzare le infrastrutture.
In realtà queste risorse a Palazzo Marino farebbero comodo anche per sistemare il bilancio 2011, che a fine anno rischia di essere molto meno ottimistico rispetto a quanto preventivato a gennaio. All’appello potrebbero infatti mancare gli 87 milioni derivanti dalla vendita del fondo immobiliare, più altri 20 milioni di dividendo Atm (la controllata comunale che si occupa del trasporto pubblico). Questo significa che le minori entrate per 148 milioni di euro complessivi – dovuti ai mancati trasferimenti statali e regionali e alla mancata proroga del Cip6 – non potranno essere compensati, cosicché la contabilità annuale alla fine dell’anno potrebbe avere un segno meno.
Il fondo immobiliare, che raccoglie alcune proprietà immobiliari del Comune (comprese case per utenza privata) non riesce a trovare acquirenti. Doveva essere un modo per dismettere beni non utilizzati e recuperare risorse (tanto che è già stato creato un fondo immobiliare 2), ma piazzarlo sul mercato non è semplice: dopo 4 tentativi andati male – di cui l’ultimo lo scorso 31 marzo – il Comune di Milano si è praticamente rassegnato a vedere le gare deserte. A gravare sul fondo c’è peraltro un ricorso al Tar da parte del Sicet (il sindacato degli inquilini) relativo a due appartamenti, e quindi la giunta comunale, prima di cercare possibili compratori, ha deciso ormai di aspettare la decisione del tribunale amministrativo regionale. Morale: nel 2011 il fondo immobiliare dovrebbe dare ben pochi frutti.
Per quanto riguarda la partecipata Atm, Palazzo Marino si è visto costretto ad anticipare al 2010 il dividendo di 20 milioni previsto per il 2011, dato che nemmeno il bilancio dello scorso anno godeva di ottima salute. Pertanto quest’anno la società di trasporto pubblico non garantisce alcuna risorsa.
Nel 2011, infine, Milano non potrà contare nemmeno sugli oneri di urbanizzazione che aveva ottimisticamente inserito tra le entrate: ben 170 milioni dovuti all’approvazione del nuovo Piano di governo del territorio. Il Pgt, però, approvato tre mesi fa, non è stato ancora pubblicato, quindi di fatto per il momento non produce nessun risultato concreto; inoltre serviranno anche diversi decreti attuativi per renderlo veramente operativo. Lo slancio di ottimismo sulle ricadute finanziarie del Piano di governo del territorio rischia dunque di rimanere vano per l’anno in corso.
In sostanza, i mancati trasferimenti si potrebbero rapidamente trasformare in buco da 148 milioni di euro. Ma il governo potrebbe dare una mano a sistemare i conti milanesi con un’iniezione di liquidità da 110 milioni.

Il Sole 24 Ore 25.05.11