Latest Posts

"Propaganda tossica", di Barbara Spinelli

Sostiene Berlusconi: «Con la sinistra Milano diverrebbe una città islamica». O «diverrebbe Zingaropoli». O cadrebbe nelle mani violente dei centri sociali.
O peggio ancora, senza più condizionale: «Sarà Stalingrado». La campagna del premier non potrebbe essere più tossica, menzognera. Ancora una volta, tenta la seduzione degli elettori immettendoli in una bolla d´inganni: non idilliaca stavolta ma cupa, sinistra. Nella sua retorica, idillio e fiele combaciano, l´insulto si fa incontinente. La bolla è chimerica anche quando non offre una vita al riparo da crisi e mutamenti (una sorta di Milano-2 allargata, tranquillizzata dal recinto che la protegge da incursioni straniere), perché il miraggio della vita in nero non è meno scollato dall´oggi.
Non ha rapporto con la crisi economica cominciata nel 2007, e dal premier sempre negata, né col disastro che colpisce ormai più generazioni – di ventenni, trentenni, perfino quarantenni – condannate a un precariato senza futuro in cui sperare. Non ha rapporto con quello che sta accadendo in tanti paesi, da Spagna a Islanda: l´onda di collera verso politici incapaci di dominare, spiegare, intuire quel che la stasi della crescita rende necessario nei paesi sviluppati: più competizione ma trasparente, più bisogno di veder riconosciuto il merito, più giustizia e dunque legalità. Gli indignados delle amministrative italiane, lo vedremo, hanno ritenuto che il Nuovo stesse in luoghi inesplorati della politica.
La chimera unita all´insulto ha come scopo quello di produrre allucinazioni, immagini distorte delle realtà vissute. È ancora peggio dell´illusione, perché l´allucinazione è una droga che ti mangia da dentro. I dizionari spiegano che è una percezione di sensazioni senza alcun oggetto esteriore che la faccia nascere. Chi è in preda all´allucinazione non vede il tempo scorrere o lo vede correre caoticamente, non è in grado di smascherare l´inganno che l´ha cattivato, e incattivito. Vive come il popolo imprigionato nei sotterranei del film di Kusturica: sulla superficie la terra è cambiata, il Muro è caduto. Underground, sottoterra, è sempre Stalin contro Hitler, e guerra fredda infinita. Il cattivato voterebbe perfino Jack lo Squartatore, se gli dicessero che in cambio non ci saranno Zingaropoli, centri sociali, Stalingrado.
Così nella propaganda di Berlusconi: nulla sulla superficie della terra conferma l´esistenza di orde di zingari che premono alle porte delle città con il coltello fra i denti, nulla fa pensare a Stalingrado (icona della seconda guerra mondiale e della guerra fredda), con le bandiere rosse sventolanti ovunque. Ma l´allucinato non se ne cura: sullo schermo vede proiettato non l´oggetto delle vere paure quotidiane ma una paura cosmica, così potente che oltrepassando la realtà cerca nemici fittizi per placarsi. Hai paura dell´inferno? chiede Berlusconi: non ci siamo che noi per tenerlo a bada, riscattarti, redimerti. Continua a spaventarti, perché lo spavento è la tua e quindi la mia forza. Solo noi, Uomini Nuovi, abbiamo la tenacia e la faccia di bronzo per sventare il caos. Hayek chiama tutto questo fatal conceit. È l´idea che «l´uomo sia capace di forgiare il mondo che gli sta intorno secondo i propri desideri». Accusava il comunismo, ma ogni ideologia monocratica si nutre della paura del diverso, è concezione fatale insidiata dall´errore.
Il fatto è che quelli che si presentano come Uomini Nuovi o non lo sono più, o non lo sono mai stati. Non lo è Berlusconi: affermando che Mani Pulite fu un atto sovversivo inteso a liquidare i partiti che avevano dato all´Italia benessere e progresso, si è dichiarato l´erede, se non la reincarnazione, del vecchio regime eroso da corruzione e patti mafiosi. La Lega è un caso diverso: quando nacquero le leghe, negli Anni 80, la novità c´era anche se colorata di populismo e razzismo d´altri tempi: vituperare Roma ladrona indicava desiderio di disfarsi delle partitocrazie rivelandone corruttele e doppi Stati.
Secondo la ricostruzione di Roberto Biorcio, professore di sociologia a Milano, la Lega contribuì in maniera decisiva non solo a Mani Pulite, ma al successo popolare delle inchieste giudiziarie (La rivincita del Nord, Laterza 2010). Accettare che si parli di quei magistrati e di quelli che oggi indagano su corruzione e mafia come di brigatisti, di un cancro, di gente antropologicamente diversa, è per la Lega un rinnegare se stessa. (Rinnegamento assente, invece, nella destra di Fini).
Progressivamente i leghisti si son trasformati in tutori di interessi particolari, bigotti, ostili al cambiamento, sia quando il nuovo si presenta come società non più omogenee, già multiculturali, sia quando si presenta come società della crisi, di giovani tagliati ormai fuori non solo dal lavoro ma anche dagli studi (2,1 milioni, secondo l´Istat). È quello che si fatica a capire, alla vigilia del ballottaggio di domenica prossima. Il Nuovo che berlusconiani e leghisti promettevano non ha dato risultati. Delle promesse non resta che una smorfia: altro non è la pernacchia di Bossi teletrasmessa lunedì. I votanti magari premieranno tale degenerazione ma credo che pochi lo faranno sperando alcunché.
Il primo turno ha mostrato quali possono essere i volti nuovi, dopo falsi inizi e tracolli della seconda Repubblica. Nuovi non solo rispetto a berlusconiani e leghisti, ma anche a una sinistra che per 17 anni ha sottovalutato l´anomalia di Berlusconi, legittimandone l´ascesa, il successo, l´intreccio (mai percepito davvero come conflitto) fra l´utile personale-aziendale e l´utile politico. Non è un caso che le novità appaiano nelle due città più inferme d´Italia: Milano e Napoli. Milano secolarmente allettata dall´estraneità al bene pubblico e allo Stato unitario. Napoli infiltrata dalla camorra, guastata da giunte di destra e di sinistra. L´appoggio dato per anni a Bassolino ha fatto un male incalcolabile al Pd, ed è grave che questi se ne sia accorto solo fra il primo e il secondo turno di queste elezioni.
Certo non sono ancora chiari, i programmi di Pisapia o De Magistris. Ancor meno lo erano quelli della Lega, nei primi Anni 90. Ma la rottura di continuità c´è, e assai meno equivoca di allora. Così come c´è rottura di continuità in Fini, che ha scelto di ricostruire una destra fondata sull´unità nazionale e la legalità. Quando Beppe Grillo dice che Pisapia e Moratti sono la stessa cosa è anch´egli parte del vecchio, pur respinto da tanti suoi elettori. Di un vecchio che trascura le mutazioni economiche nel loro insieme e non cerca la soluzioni adatte. Che tuona contro Marchionne senza provare a udirne gli argomenti, con la stessa foga con cui i sindacati difesero la vecchia Alitalia nel governo Prodi.
Il vecchio è un Paese malato non solo a causa di Berlusconi, ma di una classe dirigente che non affronta le cose come stanno, lavorando sull´armonizzazione tra necessità economiche, tutela dei diritti della persona, equità e legalità da resuscitare. Che non dice quel che andrebbe detto: una società che vuol guarire dovrà nascere dall´insieme di culture e religioni che ormai la compongono, e sentirsi responsabile di una gioventù minacciata, che la generazione del ´68 ha sacrificato pur di attribuirsi buone pensioni.
Se c´è una cosa che in Italia è mancata non è la concordia, ma un vero conflitto di generazioni. Ne aveva e ne ha bisogno, per non patire degli odierni ingiusti squilibri. Invece di un sano conflitto generazionale abbiamo avuto per quasi un ventennio il malsano, osceno conflitto d´interessi. E abbiamo, in fine corsa, la pernacchia di Bossi. L´appello del card. Bagnasco a destra e sinistra, perché smettano «risse inguardabili e noiose» e approvino il testamento biologico, è fuorviante. Un appello morale alla responsabilità non può sorvolare, oggi, sull´essenziale: la riscoperta del bene comune e della legalità, a Milano e Napoli.
Tre marce su Roma sono partite da Milano (Mussolini, Craxi, Berlusconi) e hanno portato o alla guerra o alla stasi. Forse è venuta l´ora di rompere la bolla, di capire che ripetere il passato è solo distruttivo. Non ha senso ripetere il ´68, incurante della legalità e non ancora messo alla prova dall´immigrazione. Né ripetere il voto del ´48, gridando al lupo comunista. Stalingrado è spettro del mondo di ieri, non di oggi. Del mondo che vive underground, convinto che nessun muro è ancora caduto.

La Repubblica 25.05.11

"La rivolta operaia contro la chiusura di Fincantieri", di Massimiliano Amato

A Castellammare di Stabia, dove si costruiscono navi dal 1783, hanno tirato giù dai piedistalli i busti di Vittorio Emanuele II e di Garibaldi custoditi in Municipio, dopo aver rovesciato armadi e dato fuoco a centinaia di delibere e atti amministrativi nel corso di una nottata da tregenda. Il sindaco Luigi Bobbio, dopo essere rimasto asserragliato per lunghe ore nel suo ufficio, parla apertamente di «infiltrazioni camorristiche » nella protesta. All’eroe dei due mondi non è stato risparmiato l’oltraggio estremo: la testa è stata ritrovata in un water. Sir Giovanni Edoardo Acton, primo ministro di Ferdinando IV di Borbone che realizzò il primo cantiere navale stabiese, sarebbe inorridito. A Genova si sono scontrati con i poliziotti: ci sono stati feriti da una parte e dall’altra durante un vero e proprio assalto alla prefettura con fumogeni, pietre, bottiglie di plastica e di vetro. Sulla Statale Sorrentina, l’unica arteria che collega la Penisola con il resto della provincia di Napoli, dalla tarda mattinata di ieri si circola a singhiozzo: i blocchi stradali vengono rimossi per pochi minuti allo scopo di far defluire il serpentone di auto e bus turistici, per essere ripristinati appena il traffico torna regolare. È la rabbia operaia a tenere unito lo Stivale, in questo tristissimo autunno industriale in cui Sud e Nord si ritrovano legate dal filo drammatico delle dismissioni Fincantieri annunciate dall’amministratore delegato Giuseppe Bono. E alla fine di una giornata da dimenticare si fa la conta dei danni e dei feriti: a Castellammare, devastazioni per centinaia di migliaia di euro in Comune, e quattro poliziotti contusi; a Genova, una decina di agenti feriti nel corso di una carica di alleggerimento davanti al Palazzo del governo, con quattro operai costretti a ricorrere a cure mediche. Il finimondo, insomma, mentre un imbarazzatissimo Romani, il ministro dello Sviluppo Economico che finora ha brillato per la sua assenza, convoca un tavolo con azienda e sindacati. Per il 3 giugno, però: campa cavallo. Il piano di Bono, che prevede la chiusura completa degli storici cantieri di Castellammare e Sestri Ponente e il ridimensionamento di quello di Riva Trigoso, in provincia di Genova, ha il potere di ricostruire l’unità sindacale andata in frantumi su Pomiglianoe Mirafiori. Le tre maggiori confederazioni non usano mezzi termini: «Un ulteriore colpo assestato a un’economia nazionale messa in ginocchio dalla crisi» per la Cgil. «Un piano irresponsabile» per la Uil. «Una cosa incresciosa» secondo la Cisl, mentre per l’Ugl «è troppo tardi convocare le parti il 3 giugno, gli operai Fincantieri hanno bisogno di risposte immediate». Si mobilita il sindacato, fanno altrettanto le istituzioni locali, con vertici che si susseguono a ritmo serrato, dall’incerta utilità. La situazione più grave in Campania. La illustra bene Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl: «Chiudere i cantieri di Castellammare significa lasciare campo libero alla camorra ». Duecentoventotto anni di storia cancellati di colpo. Sul piano della tenuta occupazionale una mazzata tremenda: 640 addetti diretti, e 1200 dell’indotto che si vedono di colpo azzerare il futuro. Nel 1861, anno dell’Unità d’Italia, i cantieri stabiesi, dai quali nel secolo precedente erano uscite le navi della potentissima flotta borbonica, occupavano 1800 persone.

LA LUNGA ATTESA La crisi, da queste parti, è arrivata da tempo: l’ultima commessa importante risale a due anni fa. Poi, un lungo periodo di cassa integrazione interrotto per pochi mesi quest’anno, per realizzare un pezzo di una nave da crociera. A Castellammare si guardava con fiducia alla realizzazione del nuovobacino di carenaggio: «Ci avrebbe permesso – racconta Antonio Vanacore, della Rsu aziendale – di realizzare le navi posacavi e rilanciare la produzione». In attesa di investimenti in tecnologia, che però Fincantieri si è sempre rifiutata di fare da dieci anni a questa parte. Il sindaco Bobbio sollecita «ipotesi di riconversione», ma gli operai non lo seguono: «Qui facciamo navi da più di due secoli – afferma Vanacore – èunmestiere che si tramanda da generazioni di padre in figlio. Non riusciamo ad immaginare cos’altro potremmo fare». La salvezza per il più antico cantiere navale d’Italia sarebbe legata alla rottamazione delle grandi navi. Le cosiddette «carrette del mare» parcheggiate nei porti di mezzo mondo. Sarebbe necessaria una politica di incentivi per i grandi armatori, ma l’Unione europea si è già messa di traverso rispetto a questa ipotesi, ritenendola perturbatrice del mercato e della libera concorrenza. Ma c’è un altro aspetto, che fa cadere anche quest’ulteriore speranza di un futuro produttivo. «La rottamazione – spiega un quadro dell’azienda – non conviene perché presenta costi molto elevati. Dismettere una nave, anche di grandi dimensioni, è molto semplice: basta spiaggiarla in India o in Africa, dove i controlli delle autorità locali sono praticamente inesistenti. Poi, provvedono i cacciatori di ferro a smantellarla, e lo fanno a costo zero».

L’Unità 25.05.11

"Le donne fotografate dall'Istat", di Roberta Agostini

Puntare sulle capacità femminili e sulle donne come risorsa per la crescita del paese, significa davvero costruire un’alternativa radicale al disastro rappresentato da questo governo e alla cultura politica che il centro destra esprime. I dati Istat resi noti nella giornata di ieri ci parlano di una crisi gravissima, che colpisce le imprese, le famiglie, le donne e i giovani. L’inerzia del governo è ormai lampante. Il centro destra ha alzato i toni della campagna elettorale fino ad arrivare alle ingiurie, agli insulti e alle menzogne perché con le grida pensa di coprire il proprio fallimento.

Ma, oltre le grida, la verità del paese, sta nella fotografia dell’Istat: un numero enorme di donne costrette a lasciare il lavoro alla nascita del primo figlio, la pratica silenziosa delle dimissioni in bianco che colpisce oltre 800 mila lavoratrici, il rischio povertà di troppe famiglie italiane, 2 milioni di giovani che lasciano la scuola e che non lavorano, indici drammatici di disoccupazione, mancanza di libertà di scelta e di opportunità nella quale si traduce la debolezza del nostro stato sociale. Le donne sono state il pilastro sul quale si è retto il nostro sistema di welfare. Cosa il governo pensa di fare di fronte all’evidenza che sotto i tagli al welfare, le donne, come giustamente sottolinea l’Istat, non ce la fanno più? Cosa fare per innalzare il tasso di occupazione femminile?

Il PD ha messo al centro del programma di riforme l’obiettivo strategico dell’incremento del tasso di occupazione femminile: 3 milioni di donne in più al lavoro avrebbero un effetto straordinario in termini di crescita del paese. Per questo continuiamo ostinatamente a chiedere riforme: ripristino delle norme contro le dimissioni in bianco, piano nazionale per gli asili nido, indennità di maternità universale e a carico della fiscalità generale, congedo di paternità obbligatorio sono alcune politiche pubbliche che si potrebbero fare. E si potrebbe partire, ad esempio, dall’impiego del “tesoretto” di 4 miliardi di euro ricavato dai risparmi dell’innalzamento dell’età pensionabile nel pubblico impiego, che invece è sparito nelle sabbie mobili della spesa pubblica.

Le donne sono la grande risorsa su cui investire per aprire una nuova stagione politica, economica, sociale. Le donne vogliono essere protagoniste del cambiamento del paese, come hanno dimostrato scendendo nelle piazze del 13 febbraio, impegnandosi nella campagna elettorale delle amministrative, dando fiducia ai nostri candidati sindaci che si sono rivolti all’elettorato femminile a Milano, a Torino, a Bologna non con promesse vaghe ma con impegni chiari sulla composizione paritaria delle giunte e sull’innovazione delle politiche delle città.
Anche per vincere i ballottaggi questo deve essere tenuto ben fermo. Puntare sulle capacità femminili e sulle donne come risorsa per la crescita del paese, significa davvero costruire un’alternativa radicale al disastro rappresentato da questo governo e alla cultura politica che il centro destra esprime.

www.partitodemocratico.it

Corte dei Conti e Istat dicono che il PD aveva ragione

Il rapporto del 2011 sulla finanza pubblica fotografa la crisi italiana. Impraticabile una riduzione delle tasse per il contenimento del debito pubblico. C’è la necessità di un pacchetto di riforme per la crescita economica del Paese. Ventura: “Altro che sanatorie territoriali. Servono immediatamente interventi sullo sviluppo”. “Si è verificata una perdita permanente di prodotto, calcolata a fine 2010 in 140 miliardi e prevista a crescere a 160 miliardi nel 2013”. A dirlo è la Corte dei Conti che nel rapporto 2011 sul coordinamento della finanza pubblica, conferma quelle stesse necessità di ripresa economica dell’Italia che il PD ha già proposto nel suo Piano Nazionale per le Riforme.

I dati emersi nel rapporto della Corte dei Conti oltre alla fotografia dell’Italia scattata ieri dall’Istat dimostrano che ha ragione il PD nel dire che occorre avviare il risanamento del debito pubblico accompagnandolo con riforme per il rilancio dell’economia, la lotta al precariato, il sostegno dei redditi più bassi, la riforma fiscale e politiche per offrire un futuro per le nuove generazioni. In altre parole il programma contenuto nel Piano Nazionale per le Riforme del Partito Democratico.

“La fine della recessione economica – sottolinea la magistratura contabile – non comporta il ritorno ad una gestione ordinaria del bilancio pubblico richiedendosi piuttosto sforzi anche maggiori di quelli accettati”. In altri termini la Corte dei Conti chiude la porta in faccia alla superficialità da campagna elettorale e al populismo di Berlusconi in tema di riduzione delle tasse. Al momento attuale “qualsiasi riduzione della pressione fiscale è impraticabile”.

Anzi proprio per rispettare i vincoli europei sul debito pubblico sarà necessario un intervento “del 3% all’anno, pari, oggi, a circa 46 miliardi nel caso dell’Italia” che per proporzioni di importanza può essere paragonato “a quello realizzato nella prima parte degli anni Novanta per l’ingresso nella moneta unica”.

“Dato l’elevato debito e la necessità di abbatterlo a ritmi sostenuti i valori del saldo primario “andrebbero conservati elevati nel lungo periodo e questo comporta il permanente aggiustamento sulla spesa e rende impraticabile qualsiasi riduzione della pressione fiscale”.

Ma al governo non basterà solo rimettere le mani nelle tasche degli italiani: occorrerà affiancare al sistema del gettito fiscale una “un’adeguata strategia di crescita” altrimenti si potrebbero verificare degli “effetti depressivi non auspicati” e quindi la manovra stessa potrebbe risultare “non pienamente sostenibile”.

Nel rapporto della Corte dei Conti emerge infine un altro dato negativo determinante per la riscossa economica del Paese. Il fenomeno dell’evasione fiscale in Italia raggiunge “un livello di punta nel panorama europeo” ad eccezione della Grecia e della Spagna.

E sebbene la magistratura contabile riconosca “gli importanti risultati conseguiti” sul fronte della lotta all’evasione e “l’opportunità di continuare e di rafforzare l’azione di contrasto”, tuttavia chiede che sia prestata “particolare attenzione alle condizione da rispettare per consentire allo strumento di essere utilizzabile anche negli anni a venire”.

“Le stime richiamate convergono tutte nell’indicare come il fenomeno evasivo raggiunga in Italia un livello di punta nel panorama europeo, con l’eccezione della Grecia e della Spagna. Dalle stesse analisi emerge, tuttavia anche la maggiore accuratezza, il rigore e comprensività con cui il fenomeno viene stimato nel nostro Paese rispetto a quanto avviene negli altri paesi europei”. La Corte dei Conti segnala inoltre “che gli indicatori utilizzati evidenziano un aumento di compliance a partire dal quarto trimestre del 2009, dopo un riacutizzarsi del fenomeno evasivo negli anni della crisi”.

La Corte dei Conti conferma, su un altro versante, quanto ha detto ieri l’Istat sulla situazione del Paese.

Per Michele Ventura, vicepresidente vicario dei deputati del PD, “i quarantasei miliardi all’anno necessari per riequilibrare il nostro bilancio e raggiungere gli obiettivi indicati dalla Ue ci dicono che è necessario che il Tesoro non ceda a trovate propagandistiche ed elettoralistiche. Quanto sottolineato dalla Corte dei Conti impone un’attenzione particolare alla crescita e ricorda che la spesa delle amministrazioni locali dev’essere tenuta sotto controllo. Altro che sanatorie territoriali! Servono immediatamente interventi sullo sviluppo”.

“L’enorme fabbisogno di risorse, secondo i magistrati contabili, richiede uno sforzo – ha riferito – pari a quello sostenuto negli anni Novanta per preparare l’avvento dell’euro, ma allora gli italiani furono quasi entusiasti di pagare la tassa sull’Europa, invogliati da un esecutivo che prospettava una direzione di marcia ben precisa. Tutt’altra è la situazione attuale.
Auspichiamo un immediato confronto sui conti pubblici italiani – ha concluso Ventura – perché, al di là delle petizioni di principio, è necessario capire come e dove si troveranno i miliardi necessari senza che a pagare siano i soliti noti”.

“Dire l’avevamo detto non basta più. E’ ora di indignarci per come il governo snobba ogni avvertimento. In un mese la crisi economica ha messo a nudo le gravi difficoltà che il Paese vive e il governo continua irresponsabilmente a far finta di nulla”. Questo è stato il primo commento di Francesco Boccia, coordinatore delle commissioni Economiche del gruppo PD alla Camera. “Prima il Def approvato con numeri disastrosi, poi l’avvertimento di Bankitalia, il declassamento S&P, ora la Corte dei conti. Cos’altro deve ancora accadere perche’ Tremonti venga in Aula e chiedere un confronto con l’opposizione?”.

Per Boccia “è sconcertante il comportamento del governo che, fra le righe del Def approvato, ha riconosciuto chiaramente che fino al 2014 ci vogliono 65 mld, poi però non ha mosso un dito. E oggi la conferma della Corte dei conti sulla necessità di interventi di 46 mld l’anno, conseguenti all’accordo imposto dall’Europa e subito dal governo, non è altro che l’ennesima messa in mora delle politiche economiche decise e approvate”.

www.partitodemocratico.it

"Eppure io dico: Non sparate sui test INVALSI", di Mario Simoni

Sono rimasto costernato da molte reazioni che ho letto da parte di studenti, docenti e persino qualche supposto intellettuale, sui test di valutazione Invalsi che si sono svolti due settimane fa nelle scuole italiane. Sto sperimentando in questi tempi l’ingiustizia del classismo del sistema scolastico inglese e mi sarei aspettato, lo dico con semplicità, una maggiore intelligenza e una maggiore cura nel discutere della nostra scuola. Le discussioni sui modi della valutazione, sul carico imposto ai docenti, sui suoi limiti (tutte le cose hanno i loro limiti), sono importanti e benvenute al fine di contribuire a migliorare le prove. Quello che è intollerabile è leggere della studentessa del liceo del centro di Roma che con fare pseudo rivoluzionario grida allo scandalo per le domande sulla vita privata, come quella che chiedeva se a casa lei avesse o meno una sua camera da letto privata. Una domanda del genere è fondamentale (assieme ad altre) per mettere insieme informazioni sul reddito e sulla posizione sociale, con i risultati dei test, per capire quanta influenza ha avuto la scuola nella preparazione di quella persona, rispetto all’influenza di fattori esterni, primo di tutti la famiglia di provenienza. A seguito di questi test (e il fatto che vi siano degli errori in alcune domande è del tutto irrilevante, perché gli errori ci sono in tutti i test distribuiti e quindi i risultati rimangono comunque paragonabili) ad esempio potremmo venire a sapere che una scuola X del centro di Roma funziona peggio di una scuola Y di Palermo perché, anche se in media i ragazzi di Roma sono più preparati, in realtà il contributo della scuola è stato minimo perché le condizioni di partenza erano molto più avvantaggiate. Un test del genere permette di sapere quali scuole di Palermo sono in grado di far fare dei passi avanti ai loro ragazzi, rispetto alle famiglie di provenienza, e quali meno. Il punto è di valutare le scuole – in modo certo impreciso e migliorabile, ma meglio di nulla – tenendo in considerazione le differenze dei loro contesti. Pertanto, fare commenti sarcastici su queste domande e rifiutarsi di fare il test è un comportamento profondamente reazionario soprattutto se arriva da uno studente di un liceo privilegiato del centro. È del tutto evidente che i problemi della scuola non si risolvono con questi test. I problemi di nessuna istituzione si risolvono con una cosa. Capire quanto e dove le condizioni di partenza degli studenti siano state meno importanti nel determinare i loro risultati è una cosa insostituibile per poter imparare lezioni dalle nostre scuole migliori e diffonderle. Chi avesse a cuore l’uguaglianza dei cittadini, dovrebbe esserne il campione.

L’Unità 25.05.11

“Chiudere il tempo prolungato è miope e sbagliato”

L’on. Manuela Ghizzoni replica alle parole del dirigente scolastico provinciale Malaguti. Ecco la sua dichiarazione. «La decisione di cancellare il tempo prolungato, conseguenza dei tagli agli organici della scuola, rappresenta un errore politico e culturale frutto della miopia del Ministro Gelmini. Tutti gli indicatori suggeriscono di andare in direzione opposta, incrementando invece questo tipo di esperienza che rappresenta un supporto prezioso in grado di sostenere studenti nei processi di apprendimento e in una fascia d’età difficile e delicata.

Abbiamo chiesto con un’interrogazione parlamentare quali iniziative intenda assumere il Ministro al fine di garantire quei modelli educativi che fanno della scuola pubblica modenese un modello di alta qualità, ma purtroppo le dichiarazioni del dirigente provinciale Malaguti confermano la volontà di scaricare sul mondo della scuola e sui giovani gli effetti delle scelte scellerate assunte dal Governo.

Per la scuola media modenese, rispetto all’organico di fatto dell’anno scolastico 2010/2011, gli alunni crescono complessivamente di 421 unità, di cui 275 solo nelle classi prime, ma i posti assegnati in organico di diritto sono, rispetto all’organico di fatto dell’anno scorso, 42 in meno, una delle riduzioni più pesanti a livello regionale. Tale riduzione preoccupa anche per il sovraffollamento delle aule, in contrasto con quanto disposto dagli standard previsti dalla normativa vigente. Peraltro, i 200 posti di docenza in più attribuiti la scorsa settimana all’Emilia Romagna – a compensazione degli 881 già tagliati – non sono affatto aggiuntivi ma rappresentano semplicemente uno spostamento dall’organico di fatto a quello di diritto.

Come ha dimostrato un recente studio della Fondazione Agnelli cresce il fenomeno dei ritardi scolastici e l’età critica è proprio quella delle medie, durante la quale i giovani maturano disagio e disinteresse per la scuola, prodromo di successivi abbandoni. Ancora ieri i dati dell’Istat ci consegnano una realtà drammatica nella quale oltre 2 milioni di giovani non studiano, non lavorano e non sono nella formazione. E’ un’immagine sconfortante dell’Italia reale, un Paese che ipoteca il futuro di intere generazioni nel quale un quarto di giovani tra i 15 e i 24 anni non studiano e non lavorano.

Il tempo prolungato rappresenta un’esperienza in grado di supportare gli studenti più deboli, mentre per gli altri costituisce uno spazio di approfondimento e sperimentazione. Purtroppo il Governo non mostra alcun ripensamento sui tagli e per il prossimo anno scolastico si accinge ad attuare la terza tranche di riduzioni di organico incidendo negativamente sulla qualità del sistema».

******

da La Gazzetta di Modena di oggi 24.05.11

“Tempo prolungato, il no di Malaguti”, di Marco Amendola

Petizione da 600 firme ma il provveditore dice: Costretti dal ministero. Più di seicento le firme raccolte e oltre centocinquanta i genitori che si sono riuniti per protestare ieri contro il taglio del prolungamento d’orario alle scuole medie Ferraris di via Divisione Acqui. Nell’istituto scolastico sono cinque le classi coinvolte, due prime e tre seconde, che non potranno proseguire questa esperienza fino alla fine del percorso scolastico già iniziato. Resteranno fuori anche gli studenti che invece lo hanno già richiesto ad inizio anno.
I tagli del governo alla spesa pubblica hanno colpito diversi settori, istruzione inclusa, e adesso l’esperienza dell’orario prolungato è stata messa in bilico dalla riforma scolastica.
Le parole di Alberto Turci, presidente del comitato: «Il prossimo anno ci verranno tolte queste ore pomeridiane in cui i ragazzi hanno la possibilità di approfondire materie come Italiano e Matematica e agli studenti è stata tolta questa opportunità. Noi abbiamo raccolto più di seicento firme di protesta e preparato una mozione per esprimere il nostro totale dissenso».
La situazione poi è paradossale. «All’inizio dell’anno ci è stato chiesto se volevamo il prolungamento due pomeriggi alla settimana, mentre adesso ci troviamo nella situazione contraria e dal prossimo anno non ci sarà più».
Più dure la parole di Grazia Martinelli, responsabile del piano dell’offerta formativa alle scuole Ferraris-Marconi, che vede questa situazione difficile soprattutto per gli studenti: «La scuola italiana sta perdendo molto in questi anni. Le stesse ore dedicate all’insegnamento sono calate, e adesso sono soltanto trenta. Soprattutto c’è stato un calo deciso delle ore dedicate a Italiano e Informatica».
Il prolungamento d’orario serve anche per la formazione, e rappresenta un momento molto importante. «Non facendo più queste ore perdiamo la possibilità di fare approfondimenti e la possibilità di fermarci a ragionare sulle materie e sulle discipline stesse. Il tempo prolungato non è un parcheggio ma un progetto educativo che ha una sua storia e una sua valenza didattica. Fare più ore a scuola significa imparare di più», conclude.
In questo modo si interrompe un’esperienza che ha radici profonde nel nostro territorio, nata alla fine degli anni Settanta e largamente diffusa in tutta la provincia modenese, anche per aiutare e istruire studenti con difficoltà nell’apprendimento, e in una fascia d’età difficile e delicata: «La scuola deve essere al centro di ogni governo e ricevere maggiori finanziamenti per attività e insegnamenti». Il comitato genitori e insegnanti, indignati ma soprattutto delusi, chiedono che questa scelta venga ripensata, ma le speranze vengono gelate dal provveditore Malaguti: «Ad oggi nella bozza dell’organico per i prossimi anni abbiamo tolto il prolungamento in tutta la provincia e questa è un’indicazione che ci viene dal ministero, cioè quella di azzerare questa esperienza sperimentale».
Il prolungamento forse non sarà tolto dappertutto: «Per le situazioni specifiche e più bisognose questo intervento sarà mantenuto in montagna e nei piccoli paesi». Ma in provveditorato stanno aspettando la fine dell’anno scolastico per preparare il piano d’organico e dal Ministero qualche posto in più per soddisfare questa esigenza molto sentita. Ma non sarà facile.