Latest Posts

"Le centrocampiste del welfare", di Dario Di Vico

Del Rapporto annuale dell’Istat presentato ieri si possono fare due usi. Il primo è quasi scontato. Il presidente Enrico Giovannini, economista e statistico di rango, non ha usato i guanti di velluto e ci ha fornito una fotografia impietosa della situazione economica e sociale del Paese. La gallery dei dati Istat abbraccia un periodo di tempo sicuramente più lungo della legislatura in corso ma non c’è dubbio alcuno che quella raffica di numeri impallina, al netto della crisi, il governo in carica, concorre a rafforzare l’opinione che l’esecutivo guidato da Berlusconi sia pienamente responsabile dell’accresciuta vulnerabilità del Paese. Questo, dunque, è il primo utilizzo che si può fare del lavoro dell’Istat e l’opposizione ieri vi ha fatto ampiamente ricorso, incoraggiata nei suoi raid anche dagli imbarazzati commenti degli uomini di governo. Ma pagato il (quotidiano) tributo alla rissosità della vita politica italiana e alla contingenza elettorale, c’è un altro uso — diciamo economico-scientifico— che si può fare delle analisi e delle parole di Giovannini. Grazie all’autorevolezza dell’Istat e del suo presidente si può cominciare a ragionare della condizione femminile come del «centrocampo» della società italiana. Qualsiasi intenditore di calcio sa bene che il centrocampo assolve una doppia funzione, di diga e di ripartenza. Così le donne in Italia oggi sono un argine al tracollo dello Stato sociale novecentesco ma al tempo stesso rappresentano la componente più motivata del mercato del lavoro. Questo doppio ruolo non può però essere assolto all’infinito e, se come sta avvenendo in Italia la crescita si muove alla velocità di una tartaruga, il centrocampo rischia di spezzarsi in due. Già negli anni scorsi, per la precisione tra il 2008 e il 2009, l’Istat ci segnala il verificarsi di un fenomeno che ha del clamoroso: ben 800 mila donne hanno dato le dimissioni in bianco dal loro posto di lavoro a causa dell’imminente maternità. Oggi sta accadendo qualcosa di analogo e rischiamo una nuova segregazione di genere. Le donne italiane sono costrette a farsi carico di quei compiti di assistenza e solidarietà che lo Stato non riesce ad assolvere, restano 12 punti sotto il tasso di occupazione delle loro colleghe europee e trovano come sbocco prevalente solo i mestieri non qualificati quali addetta alle pulizie, colf, badante e centralinista. Che fare di fronte a queste evidenze e alla rottamazione di chances femminili che ciò comporta? La letteratura economica indica come ricetta prevalente l’adozione di un nutrito pacchetto di riforme strutturali. Il governo non ama che si suoni questo tasto e preferisce stilare documenti per lo più inutili e non supportati da un euro di finanziamento. Così nello scontro tra riformisti e fatalisti si rischia lo stallo e persino la beffa. Come dimenticare l’assurdo dibattito sulle quote rosa con tanti a brandire la spada della meritocrazia, pur di boicottare un provvedimento che avrebbe avuto un alto valore simbolico e avrebbe tolto qualche poltrona ai presenzialisti della governance? In attesa che la crescita riparta noi abbiamo bisogno di supportare il centro del campo, non possiamo lasciare che la straordinaria vitalità del «Fattore D» sia frustrata dall’incapacità del mondo politico di sostenerne gli slanci. Un paio di proposte sono circolate di recente e possono rappresentare, quanto meno, un segnale di inversione di tendenza. Una risposta all’implicito appello dell’Istat. La prima è venuta dalla Banca d’Italia poche settimane fa ed è ampiamente realizzabile. Si tratta di rivedere il sistema degli assegni e delle detrazioni per carichi familiari e di rimodularli canalizzando le risorse in un credito di imposta finalizzato a incentivare l’occupazione femminile, in special modo delle madri. La seconda è stata avanzata sul sito www. ingenere. it da Chiara Martuscelli. In questo caso si propone di vincolare i risparmi, che si ottengono dall’innalzamento dell’età pensionabile delle donne nella pubblica amministrazione, a politiche di conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro. Il tesoretto previdenziale vale 3,7 miliardi di euro nel periodo 2010-2019 e successivamente 240 milioni l’anno. Bisognerebbe evitare che, come è accaduto nel 2010 e 2011, siano ancora utilizzati nel tritacarne delle manovre di finanza pubblica e abbiano invece un loro preciso target.

Il Corriere della Sera 24.05.11

"Il tempo pieno all'elementare dovranno pagarlo le famiglie", di Tiziana De Giorgio

Anche il tempo pieno sarà a pagamento. Perché da settembre gli insegnanti saranno talmente pochi da non riuscire più a coprire le ore in cui i bambini sono a mensa. E i genitori, pur di non rinunciare alle ore di lezione pomeridiane per propri figli, dovranno sborsare soldi per una cooperativa esterna per poter mettere una toppa sulla voragine lasciata dalla riforma Gelmini. L’ultima frontiera della scuola scarnificata dai tagli è stata toccata al comprensivo Tolstoj, in via Zuara, a Milano: una delle primarie più colpite dalla terza tranche della “dieta dimagrante” forzata del governo, che spazza via altri 455 insegnanti solo a Milano, per un totale di 1.178 posti in meno nelle elementari nel giro di tre anni.

Già l’anno scorso la preside aveva dovuto fare i salti mortali per garantire a tutti il tempo pieno scelto da mamme e papà: il provveditorato non aveva infatti concesso organico sufficiente per tutti gli studenti che ne avevano fatto richiesta — con due partite sulla carta a tempo normale — e si è dovuto giocare su un orario folle, e sulle frattaglie di ore degli insegnanti, per permettere ai bambini di fare lezione anche di pomeriggio. «Dall’anno prossimo però questo non sarà più possibile, non ci sono margini», spiega la preside Maria Grazia Vinciguerra. Da qui, la proposta fatta ai genitori dei bambini che l’anno prossimo andranno in seconda: usare una cooperativa come polmone, per colmare il vuoto di insegnanti almeno nelle ore in cui i piccoli sono in mensa. Costo: circa 250 euro a famiglia. «A malincuore, saremo costretti ad accettare — spiega la mamma di un bambino di prima elementare, dopo riunioni su riunioni per discutere del problema — se non arrivano altri insegnanti non ci sono alternative. Ma sono altri soldi da spendere in un momento nero».

Durissima la reazione dei sindacati: «Il provveditorato continua a sostenere che viene garantito il tempo pieno a tutti, ma è palesemente falso», commenta Rita Frigerio (Cisl). «Sta diventando la scuola dell’arrangiarsi, non possono chiedere sforzi simili a famiglie e presidi — tuona Pippo Frisone (Cgil), che chiede con forza il ritiro completo dei tagli — è normale che i genitori siano disposti a tutto in un momento così, ma è un servizio che dovrebbe garantire lo Stato».

da www.repubblica.it

"Sei mamma? Ti licenzio", di Flavia Amabile

Quasi un milione di donne è stata licenziata o costretta a dimettersi per aver deciso di avere un figlio. Lo denuncia l’Istat nel rapporto annuale sulla situazione del Paese nel 2010 insieme a molti altri dati molti chiari su che cosa significhi essere madri in Italia. Una madre su 3 ha dovuto lasciare il lavoro per motivi familiari. Nella metà dei casi l’abbandono è dovuto alla nascita di un figlio, per un totale di oltre 800 mila donne. Una donna su cinque fra quelle che lavorano e hanno meno di 65 anni hanno lasciato il lavoro per il matrimonio, la gravidanza o per altri motivi familiari.

Non c’è molto da fare, figlio e lavoro sono ancora troppo spesso inconciliabili: l’uno esclude l’altro. Le donne di cui stiamo parlando infatti non hanno scelto di non lavorare: sono state costrette a non farlo, come sottolinea anche l’Istat.

Più si è in avanti con gli anni, meno si è esposte a rischi. Le interruzioni imposte dal datore di lavoro, infatti, «riguardano più spesso le donne più giovani: si passa infatti dal 6,8% delle donne nate tra il 1944 e il 1953 al 13,1% di quelle nate dopo il 1973». Per queste ultime generazioni, le dimissioni in bianco quasi si sovrappongono al totale delle interruzioni a seguito della nascita di un figlio».

Il lavoro lasciato, spesso non si riconquista più. «Solo quattro madri su dieci tra quelle costrette a lasciare il lavoro, ha poi ripreso l’attività, ma con valori diversi nel Paese: una su due al Nord e soltanto poco più di una su cinque nel Mezzogiorno».

Le donne descritte dall’Istat nel rapporto 2010 sono il pilastro del welfare. Sono loro a reggere il carico maggiore nella rete d’aiuto familiare fondamentale per l’economia e la società. Ma «questo sistema è in crisi strutturale – avverte l’Istat – le donne non reggono più e non può essere più questo il modello che sostiene il welfare italiano».

In un anno due terzi degli aiuti arrivano da loro. Prestano «2,1 miliardi di ore d’aiuto a componenti di altre famiglie, pari ai due terzi del totale erogato». Tuttavia la situazione si sta modificando, senza che nessuno le sostituisca. Questo vuol dire che «la catena di solidarietà femminile tra madri e figlie – conclude l’Istat – su cui si è fondata la rete d’aiuto informale rischia di spezzarsi. Le donne occupate con figli sono sovraccariche per il lavoro di cura all’interno della famiglia e le nonne sono sempre più schiacciate tra cura dei nipoti, dei genitori anziani non autosufficienti e dei figli adulti».

L’occupazione femminile rimane stabile nel 2010, ma peggiora la qualità del lavoro e rimane la disparità salariale rispetto agli uomini, il 20% in meno. L’occupazione qualificata, tecnica e operaia, è scesa di 170 mila unità, mentre è aumentata soprattutto quella non qualificata (+108 mila unità). Si tratta soprattutto di «italiane impiegate nei servizi di pulizia a imprese ed enti e di collaboratrici domestiche e assistenti familiari straniere».

Un secondo fattore di peggioramento è dato dalla crescita del part-time (+104 mila unità rispetto a un anno prima), «quasi interamente involontaria e concentrata nei comparti di attività tradizionali» (commercio, ristorazione, servizi alle famiglie e alla persona) che presentano orari di lavoro poco adatti alla conciliazione con i tempi di vita. Non è chiaro il perché ma il part-time è molto più diffuso tra le donne, il 14,3% contro il 9,3% degli uomini.

In preoccupante aumento le donne sovraistruite, ovvero quelle con un lavoro che richiede una qualifica più bassa rispetto a quella posseduta». Fra le laureate, il fenomeno della sovraistruzione interessa il 40% delle occupate contro il 31% tra gli uomini, e abbraccia tutto il ciclo della vita lavorativa.

La partecipazione delle donne al mercato el lavoro, confrontata con il resto dell’Europa, continua a essere «molto più bassa». Nel 2010 il tasso di occupazione femminile si è attestato al 46,1 per cento, 12 punti percentuali in meno di quello medio europeo. L’indicatore è al 55,6 per cento per le madri (68,2 il corrispondente tasso europeo). Quando il minore ha un’età compresa tra i sei e i dodici anni il tasso di occupazione è pari
rispettivamente al 55,8 e al 71,4 per cento.

La difficile situazione del Mezzogiorno spiega buona parte delle distanze tra Italia ed Europa: sono circa 3 su 10 le donne occupate nel Mezzogiorno contro le quasi 6 nel Nord; il tasso di inattività si attesta al 63,7 per cento (39,6 per cento nel Nord) e il tasso di disoccupazione è oltre il doppio di quello delle donne del Nord (15,8 ispetto a 7,0).

Rispetto agli altri paesi resta inoltre notevole il divario sull’utilizzo del part time, nonostante la forte crescita registrata in Italia negli ultimi anni. Nel 2009 la quota di lavoratrici a tempo parziale (25-54 anni) oscilla fra il 21,6 per cento delle donne senza figli al 38,3 di quelle con tre o più figli; nell’Ue dal 20,9 al 45,9 per cento. Le distanze sono ancora più estese se il confronto è ffettuato con Paesi Bassi, Germania e Regno Unito. Inoltre, la quota
dei donne italiane con part time involontario è più che doppia di quella dell’Ue (nel 2009, 42,7 contro 22,3 per cento).

La partecipazione al mercato del lavoro, confrontata con il resto dell’Europa, continua a essere «molto più bassa». Nel 2010 il tasso di occupazione femminile si è attestato al 46,1 per cento, 12 punti percentuali in meno di quello medio europeo. L’indicatore è al 55,6 per cento per le madri (68,2 il corrispondente tasso europeo). Quando il minore ha un’età compresa Tra i sei e i dodici anni il tasso di occupazione è pari rispettivamente al 55,8 e al 71,4 per cento.

La difficile situazione del Mezzogiorno spiega buona parte delle distanze tra Italia ed Europa: sono circa 3 su 10 le donne occupate nel Mezzogiorno contro le quasi 6 nel Nord; il tasso di inattività si attesta al 63,7 per cento (39,6 per cento nel Nord) e il tasso di
disoccupazione è oltre il doppio di quello delle donne del Nord (15,8 rispetto a 7,0).

Rispetto agli altri Paesi resta inoltre notevole il divario sull’utilizzo del part time, nonostante la forte crescita registrata in Italia negli ultimi anni. Nel 2009 la quota di lavoratrici a tempo parziale (25-54 anni) oscilla fra il 21,6 per cento delle donne senza figli al 38,3 di quelle con tre o più figli; nell’Ue dal 20,9 al 45,9 per cento. Le distanze sono ancora più estese se il confronto è effettuato con Paesi Bassi, Germania e Regno Unito. Inoltre, la quota di donne italiane con part time involontario è più che doppia di quella dell’Ue (nel 2009, 42,7 contro 22,3 per cento).

La Stampa 24.05.11

******

“Crisi, donne le prime vittime Fuori dal lavoro se sono incinte”, di Bianca Di Giovanni

Nel 2010 800mila donne hanno dichiarato di essere state costrette almeno una volta a lasciare il lavoro per via di una gravidanza. In aumento le dimissioni in bianco. Eppure restano i pilastri della rete di aiuti informali. Per le donne italiane la crisi è un tunnel ancora senza uscita. Rispetto alle loro «sorelle» europee le condizioni di lavoro sono peggiori su tutti i fronti: qualità dell’attività, salario medio (-20% rispetto agli uomini italiani), difficoltà di coniugare tempi di vita con quelli di lavoro. Le madri soffrono più delle single, le giovani nonne a loro volta hanno più difficoltà delle madri, con i nipotini da accudire e spesso anziani genitori da curare. nelle coppie c’è una forte asimmetria tra i ruoli maschili e femminili: e più si va avanti con l’età più l’asimmetria aumenta. Nel 2010 il sesso cosiddetto debole ha dedicato due miliardi di ore al lavoro di cura informale (cioè non pagato) su tre miliardi complessivi. Ma il dato più allarmante sta nella mancanza di libertà di scelta: molte italiane sono costrette a lasciare il lavoro contro la loro volontà, quando restano incinta. Nel biennio 2008-9 erano 800mila ad ammettere questa dura realtà: o licenziate o costrette a firmare dimissioni in bianco.
RAPPORTO
Un quadro forsco, quello scattato dall’ultimo Rapporto annuale dell’Istat presentato ieri dal presidente dell’Istituto Enrico Giovannini, al presidente della Camera Gianfranco Fini alla presenza del Capo dello Stato Giorgio Napolitano. «I giovani e le donne hanno prospettive sempre più incerte di rientro nel mercato del lavoro ha detto Giovannini e ampliano ulteriormente il divario tra le loro aspirazioni, testimoniate da un più alto livello di istruzione, e le opportunità». I numeri sulla dicotomia tra mondo del lavoro e ruolo femminile appaiono disarmanti. Quelle 800mila costrette a starsene a casa, senza un reddito proprio, rappresentano l’8,7% delle donne che lavorano o hanno lavorato in passato: una quota rilevante. «Oltre la metà delle interruzioni dell’attività lavorativa per la nascita di un figlio si legge nel Rapporto non è il risultato di una libera scelta da parte delle donne. A subire più spesso questo trattamento non sono quelle delle vecchie generazioni, ma le più giovani (segnale di una tendenza in aumento, ndr), cioè il 13% delle madri nate dopo il 1973; le residenti nel Mezzogiorno e le donne con un titolo di studio basso». Tra le madri espulse contro la loro volontà, solo il 40% riesce a trovare un’altra attività dopo che il figlio è cresciuto, ma quel dato è il saldo di una distanza abissale. Su 100 madri licenziate, riprendono a lavorare 51 nel nord e soltanto 23 nel Mezzogiorno. Le «dimissioni in bianco» stanno diventando un male endemico nel mercato del lavoro della Penisola.
La famiglia sottrae le donne al lavoro, ma è solo nel nucleo familiare che si ritrova quella rete di aiuti che spesso difende gli individui dalla crisi. in Italia è sempre stato così. E anche nel 2010 i cosiddetti «care giver» (quelli che assitono altre persone gratuitamente) sono aumentate, ma raggiungono sempre meno famiglie. «Le persone che si attivano nelle reti di solidarietà sono aumentate in misura significativa scrivono i ricercatori Dal 20,8% del 1983 al 26% 25 anni più tardi. Di contro sono diminuite le famiglie aiutate (dal 23,3% al 16,9%), soprattutto tra quelle di anziani». Il fatto è che la strututra famigliare si è modificata, parcellizzandosi sempre di più: diminuiscono le persone con cui condividere le cure, il numero di figli diminuisce e i genitori risultano sempre più bisognosi di attenzione.
L’assistenza alle famiglie con anziani viene fornita per lo più dalle reti informali (il 16,2% nel 2009). La quota di quelle raggiunte dal pubblico è di circa la metà (7,9%), mentre arriva al 14% quella a carico del privato. «Nel Mezzogiorno sono state aiutate meno famiglie, per quanto i bisogni siano stati maggiori continuano i ricercatori a causa di una povertà più diffusa, delle peggiori condizioni di salute degli anziani e un maggior numero di disabili». La distanza con il Nord est, regione ad alto livello di assitenza, è ancora aumentata.

L’Unità 24.05.11

"Quei sedicenni annoiati che abbandonano la scuola, così cresce la marea degli "inattivi": 2,1 milioni", di Maria Novella De Luca

Il 18,8% di ragazzi in Italia lascia gli studi subito dopo gli anni dell´obbligo e non cerca lavoro. In un anno il numero dei “Neet” è salito di 134.000 unità.
La crisi arriva tra i 16 e i 17 anni: ci si sente grandi e le regole vanno strette, la scuola appare faticosa, noiosa, staccata dalla realtà, i prof, poveracci, degli adulti che guadagnano poco e si sgolano in classe, e il lavoro poi, un miraggio, una chimera, e studiare o non studiare in fondo è lo stesso. Storie di ragazzi che un giorno hanno detto no. Che una mattina hanno deciso di non entrare più in classe. Di buttare alle ortiche libri, quaderni, interrogazioni, compiti in classe, voti, giudizi. Ma anche le cose belle della scuola, come le gite, gli amici, lo sport. C´è un numero enorme di giovani (il 18,8%) che in Italia continua ad abbandonare gli studi, subito dopo gli anni dell´obbligo, e che a vent´anni, quando si entra nell´età adulta, si ritrova sperduto, senza nulla in mano. Perché se è vero che il diploma conta poco, e la laurea poco di più, non averli vuol dire essere fuori, diventare invisibili, drop out, pronti ad entrare nell´esercito crescente dei Neet, quegli oltre due milioni di giovani italiani tra i 15 e i 29 anni, così si legge nel rapporto Istat 2011, che non lavorano, non studiano, non hanno formazione. Sono gli esiliati. Gli sfiduciati. in una parola Neet: not in education, employment or training. In un anno oltre 134 mila giovani in più espulsi o autoespulsi dal mondo produttivo.
C´è chi si aliena davanti al computer, nello stile degli hikikomori, quegli adolescenti che decidono che il mondo è nella loro camera da letto e nei rapporti virtuali della Rete. Oppure ci sono gli altri. Come Antonio, Camilla, Sharon, Lorenzo: basta entrare in un centro commerciale per trovarli. Passano il tempo guardando le cose, le merci, gli oggetti, ma non spendono, perché i soldi non ci sono, e i pochi a disposizione servono per il cellulare. Eccoli, a Roma, Cinecittà Due, megastore vicino agli storici studi cinematografici, ma loro non ci entrano, meglio l´aria condizionata indoor, la musica diffusa, l´odore di Big Mac. Camilla, 18 anni: «Facevo l´alberghiero, ma ero sempre l´ultima della classe. Mi annoiavo. I professori mi trattavano male. A mia madre hanno detto che non riuscivo ad apprendere. Insomma che ero cretina. Ho lasciato, mi sono iscritta al collocamento, e adesso quando capita faccio la cameriera nei bar… Tanto anche se avessi preso il diploma avrei fatto comunque la cameriera». Diversa (ma uguale) la storia di Lorenzo, che di anni ne ha 17, Ipod nelle orecchie, e fino a gennaio scorso studente del liceo scientifico “Isacco Newton”. «I miei genitori dicono che sono pazzo. Che finirò male. Ma io a scuola non ce la facevo più. Non mi interessa. Non mi servirà a trovare lavoro. Mio zio ha un´officina, magari mi aiuta. Però i miei compagni li vedo: li aspetto ogni giorno alle 13,30 all´uscita e ci andiamo a prendere una birra».
Storie normali. Di ragazzi normali. Per i quali però, spiega Milena Santerini, docente di Pedagogia Generale all´università Cattolica di Milano, «la scuola ha perso completamente di significato, la spiegazione non si trova soltanto nei dati economici, nella mancanza di cultura delle famiglie d´origine, è che i giovani non capiscono più il senso di passare tanto tempo tra i banchi, tra professori che utilizzano un linguaggio anni luce lontano dal loro, in una società che anno dopo anno svaluta sempre di più il ruolo della cultura». E una fascia di giovanissimi, forse la più fragile, ormai cresciuta nella rassegnazione al precariato, aggiunge Milena Santerini, «alla prima difficoltà lascia, pensando magari di potercela fare con altri mezzi, in una visione irrealistica di sé e del mondo che li circonda».
Certo, non ci sono soltanto i potenziali Neet tra coloro che abbandonano la scuola. Perché la dispersione scolastica, il fenomeno è noto, è alta e costante anche nelle regioni ricche, dove il lavoro, seppure più scarso, c´è ancora. E allora i teenager del Nord Est mollano e vanno a bottega, racconta lo psichiatra Gustavo Pietropolli Charmet, che ne ha seguiti diversi nelle industrie del bresciano e del vicentino. «Questi ragazzi non capivano proprio perché continuare a perdere tempo all´istituto tecnico, quando potevano entrare nell´aziendina di famiglia e farsi le ossa, avendo anche un po´ di soldi in tasca. Non ho visto alcuna nostalgia della scuola in loro, ma anzi l´orgoglio di chi ha abbandonato un luogo da ragazzi, con i compiti, i prof, per entrare prestissimo nel mondo adulto… Ma questi sono i “fuggitivi” più fortunati. Chi lascia la scuola e non ha il paracadute del lavoro rischia grosso, rischia la deriva, il branco, rischia di deprimersi e chiudersi in se stesso».
E allora le famiglie corrono ai ripari. «I miei dicono che potrei fare due anni in uno privatamente, mi aiuteranno…». «Siamo l´unico paese in Europa che in tempo di crisi ha tagliato sulla scuola – dice sconfortato un pedagogista famoso, Benedetto Vertecchi – e poi ci meravigliamo se gli studenti se ne vanno. Apriamo le aule il pomeriggio, facciamoli suonare, fare teatro, laboratori, rendiamo la scuola un contenitore di vita e non soltanto di nozioni. I ragazzi non fuggiranno più. Ci hanno provato in Finlandia e il tasso di dispersione è drasticamente crollato. Perché non possiamo provarci noi?».

La Repubblica 24.05.11

"I senza futuro", di Chiara Saraceno

Una società mobilitata per far fronte ai bisogni quotidiani e alle difficoltà provocate da una crisi economica da cui non è ancora uscita.Ma anche una società con poco fiato per orizzonti un po´ più lunghi e larghi. È questa l´immagine dell´Italia che emerge dal Rapporto Annuale dell´ISTAT relativo al 2010. In questo quadro emerge, ancora una volta, il ruolo fondamentale giocato dalle famiglie come ammortizzatore sociale a tutto campo. Ma emergono anche le tensioni, i punti di rottura, di un sistema troppo sovraccarico ed anche troppo squilibrato.
Così, a fronte della insicurezza nel mercato del lavoro, alla riduzione delle occupazioni a tempo indeterminato e al prolungarsi dei periodi di disoccupazione, si è erosa anche la tradizionale capacità di risparmio delle famiglie. E se è vero che la solidarietà famigliare ha contenuto l´impatto della perdita di occupazione, ciò si è tradotto in un rafforzamento della dipendenza economica dei giovani dai propri genitori. La percentuale di giovani tra i 15 e i 24 anni che non sono né in formazione né occupati è ulteriormente aumentata, raggiungendo il 22,1 per cento: quasi un quarto di tutti i giovani di quella età, con prevedibili effetti di lungo periodo sulle loro opportunità e sui rischi di esclusione sociale. Un tragico paradosso in un contesto di rapido invecchiamento come quello italiano che richiederebbe di non sprecare una risorsa, i giovani, sempre più scarsa.
Un discorso a parte va fatto per le donne, sulle quali sembrano concentrarsi tutte le tensioni e contraddizioni di una società bloccata. Il già troppo lento aumento dei tassi di occupazione femminile si è fermato. In più, per la prima volta in decenni, l´istruzione non sembra più costituire una chance in più. A fronte di una diminuzione nelle occupazioni qualificate, le uniche occupazioni che sono aumentate un po´ sono infatti quelle poco qualificate nei servizi: pulizie, collaboratrici domestiche, badanti (per lo più straniere). E´ anche aumentato il part time involontario ed il numero di donne che sono occupate in mansioni molto al di sotto delle loro qualifiche (sono il 40% delle occupate, a fronte del già notevole 31% degli occupati). Questi fenomeni non costituiscono solo uno spreco sociale e umano. Come nel caso dei giovani, riducono le possibilità di autonomia economica delle donne, non solo rispetto ai genitori, ma anche ai mariti e partner, di fatto vincolandone la libertà.
Che siano occupate o meno, per altro, moltissime donne fanno gratis una enorme mole di lavoro necessario. Senza di loro, moltissimi bisogni rimarrebbero insoddisfatti in un welfare sempre più inadeguato rispetto alla situazione demografica e sociale. Non mi riferisco solo al lavoro famigliare, che le donne svolgono in misura molto superiore ai loro partner, anche quando sono occupate. Mi riferisco ai 2,1 miliardi di ore di aiuto prestate in un anno a componenti di altre famiglie – dei figli, genitori, amici, conoscenti – pari ai due terzi del totale di lavoro prestato in modo gratuito fuori dalla propria famiglia. Senza questo lavoro � di cura, domestico, di accompagnamento nella vita quotidiana � molte madri giovani non potrebbero neppure stare nel mercato del lavoro e molti anziani non del tutto autosufficienti non potrebbero far fronte ai loro bisogni quotidiani. Ma la catena di solidarietà femminile tra madri e figlie su cui è fondata questa rete di aiuto informale rischia di spezzarsi. Le donne occupate con figli sono, infatti, sovraccariche per il lavoro di cura all´interno della famiglia e le nonne sono sempre più schiacciate tra cura dei nipoti, dei genitori anziani non autosufficienti e dei figli adulti che continuano a vivere con loro. Alcune crepe sono già visibili. Quasi 2 milioni di persone con limitazioni della salute non sono state raggiunte da alcun tipo di sostegno, né della rete informale né da parte dei servizi pubblici, pur vivendo sole, o con altre persone con limitazioni, o in un contesto familiare parzialmente o del tutto incapace di rispondere ai loro bisogni. Inoltre, se il rischio di sovraccarico e non tenuta della solidarietà famigliare e in particolare quella femminile è in tensione è generalizzato, la situazione è più critica nel Mezzogiorno, dove alla maggiore carenza del welfare pubblico e alla maggiore carico di dipendenze economiche nella famiglia, si aggiunge una minore capacità delle famiglie di far fronte a tutti i bisogni. E´ nelle regioni meridionali che le domande di cura dei più piccoli e degli anziani fragili rischiano di più di rimane insoddisfatte. Anche questo è un indicatore del fatto che la questione meridionale non riguarda solo l´occupazione, ma la tenuta sociale complessiva, a livello formale e informale.

La Repubblica 24.05.11

******

“Rassegnazione, male italiano”, IRENE TINAGLI

Tutti a casa». Un tempo era un grido di protesta rivolto ai politici, oggi sembra piuttosto una realtà di rassegnazione per milioni di Italiani. Tra i molti dati e analisi presenti nell’ultimo rapporto dell’Istat colpisce in modo particolare la persistenza in Italia di un bacino di inattività altissimo, soprattutto tra i giovani e le donne. Non persone disoccupate in cerca di lavoro, semplicemente ferme. Secondo i calcoli dell’Istat sono circa 3 milioni. Una cifra enorme. E la cosa più preoccupante è che per ben due milioni di queste persone il motivo di questa inattività è la convinzione che, tanto, sia inutile anche cercare lavoro. L’Istat li definisce gli inattivi scoraggiati. La loro percentuale sulla forza lavoro in Italia è più che doppia rispetto alla media degli altri Paesi europei, e sei volte superiore a quella della Francia.

Siamo così di fronte ad una sorta di paradosso. Da un lato un tasso di disoccupazione ufficiale che è migliore di quello di molti altri Paesi europei (8,4% contro una media europea del 9,6%), dall’altro però un tasso di inattività che non ha eguali, arrivato al 37,8% contro una media europea del 29%. Da un lato un’economia mondiale che ricomincia a girare, con una crescita media del Pil globale che nel 2010 è stata del +5%, dall’altro una totale sfiducia degli Italiani nella capacità dell’Italia di agganciare questa ripresa e, soprattutto, di tradurla in nuova occupazione e crescita diffusa.

Come mai? Qualcuno potrà pensare che gli italiani sono male informati, o incapaci di vedere quando le cose vanno bene perché di natura scettica, oppure semplicemente che sono pigri. Ma non è così. Gli italiani, come tutti gli altri, sanno leggere certi segnali e adeguare le proprie scelte di conseguenza. I segnali che influenzano i comportamenti dei cittadini in questi casi sono essenzialmente due: quelli provenienti dal mercato del lavoro più vicino a loro e quelli provenienti dalla politica. I primi hanno mostrato chiaramente un peggioramento non tanto e non solo della quantità del lavoro (nel biennio 2009-2010 si sono persi mezzo milione di posti), ma anche e soprattutto la sua qualità. I secondi hanno visto una politica economica, sociale e fiscale che in questi anni ha fatto pochissimo non solo per stimolare la creazione di nuovi posti di lavoro, ma anche per rendere il lavoro e la sua ricerca una scelta conveniente. Come ci insegnano i premi Nobel Pissarides e Mortensen (anche se non è necessario un premio Nobel per capirlo) cercare lavoro ha dei costi, fisici e psicologici. E’ normale che una persona deciderà di sostenere questi costi e questa fatica se pensa che ne valga la pena. Se invece i segnali indicano che questa convenienza è scarsa, smettere di cercare può diventare, per alcune persone, una scelta plausibile.

Anche se il dato sulla disoccupazione totale in Italia non è peggiorato, altri indicatori non sono altrettanto incoraggianti. Nel 2010, come ci dice il rapporto Istat, il calo più grosso dei posti di lavoro si è avuto tra le occupazioni cosiddette «standard», ovvero a tempo pieno e indeterminato. Quasi trecentomila posti di lavoro «buono» andati in fumo. Circa due terzi di questi posti riguardavano giovani. Al contrario, l’occupazione che si è creata nel 2010 è per lo più part-time, con contratti a tempo determinato e in fasce occupazionali scarsamente qualificate, soprattutto per le donne. Perché dunque dovrebbe stupire se così tante persone, e, guardacaso, soprattutto i giovani e le donne decidono di stare a casa e smettere di cercare? Giovani e donne sono proprio le fasce di lavoratori che in Italia hanno i lavori «peggiori», con i salari più bassi e con nessuna assistenza in termini di servizi di supporto o ammortizzatori sociali che rendano la ricerca del lavoro più semplice, meno onerosa e più conveniente. Per non parlare del fisco. Oggi centinaia di migliaia di persone sono costrette ad aprire partite Iva per lavorare con enti e aziende che non sono più disponibili ad assumerli come dipendenti, sopportando oneri e tassazioni che, persino nei cosiddetti «regimi agevolati», hanno ormai livelli molto elevati. Anche lavorare costa. E nessuna politica degli ultimi anni ha contribuito a renderlo più conveniente. Le uniche attività che fiscalmente sono state rese più convenienti sono l’acquisto e la locazione di immobili, con l’abolizione dell’Ici e l’introduzione dell’aliquota fissa al 20% per i redditi da affitti. Misure di per sé non sbagliate, ma che in mancanza di una riforma della fiscalità sul lavoro, e in un Paese in cui il la propensione al possesso di case è tra le più alte del mondo, creano non poche distorsioni nell’allocazione delle risorse e negli incentivi a lavorare. E quindi, al grido d’allarme dell’Istat che denuncia come milioni di italiani non cerchino più lavoro, molti potrebbero rispondere: e perché dovremmo? Rassegnati sì, fessi no. La vera sfida del nostro Paese oggi è quindi duplice: far recuperare dinamismo al mercato del lavoro in modo da generare più opportunità e iniettare un po’ di fiducia, ma anche rendere il lavoro una scelta più conveniente e stimolante per milioni di persone che sono stanche di girare a vuoto.

La Stampa 24.05.11

"Cresce l’esercito di quelli che non studiano né lavorano", di Raffaello Masci

Se il «Rapporto annuale» dell’Istat è come il biblico libro delle Lamentazioni, il capitolo dedicato ai giovani è particolarmente drammatico. Dopo il dossier consegnato dal Censis alla Camera dei deputati, la settimana scorsa, anche l’Istituto di statistica affida all’opinione pubblica un quadro altrettanto sconfortante sugli italiani tra i 18 e i 29 anni: disoccupati, precari, scoraggiati, senza un futuro a breve, transitano con sempre maggiore frequenza nella categoria dei neet (not in education, employment or training), cioè di quelli che non ne possono più di cercare, bussare, aspettare, e neppure di sperare, per cui abbandonano tutto.

Si tratta – spiega l’Istat – di due milioni e centomila ragazzi, ben 134 mila in più rispetto all’anno precedente e pari a quasi un quarto (22,1%) di tutti gli under 30, una percentuale doppia rispetto alla media europea.

Se era noto che la disoccupazione giovanile aveva sfiorato il 29% a marzo di quest’anno (28,6% per l’esattezza), la novità di oggi è che neppure la scuola – da sempre vissuta come ascensore sociale – è più in grado di garantire un futuro ai ragazzi d’Italia. Resta vero il principio «più scuola uguale più lavoro», ma se nel 2009 era occupato il 38,8% dei giovani che aveva la licenza media, oggi questa percentuale è scesa al 36%. Se i diplomati trovavano un posto nel 45,6% dei casi, oggi lo trovano al 43,9%. E anche per i laureati si sono ridotte le prospettive: da 50,6% di chance a 48,5%. Il tutto in un anno drammatico e di pesante recessione.

«Per ogni 100 giovani occupati standard nel primo trimestre 2009 e non più occupati a distanza di un anno – dice il Rapporto -, circa 50 sono transitati nella disoccupazione (erano 40 nel 2008) e 34 nella “zona grigia” dell’attesa (erano 30 nel 2008). La restante parte è divenuta inattiva, cioè non cerca lavoro e non è disponibile a lavorare». A tutto questo va aggiunto che «per i giovani si è ridotta la probabilità di passare da un lavoro atipico a uno standard: ogni 100 giovani con contratto atipico nel primo trimestre 2009, solo 16 sono occupati stabilmente dopo un anno (10 in meno dell’anno precedente)».

Si allarga, dunque, a dismisura la fascia della precarietà strisciante che alimenta la crescita dei neet: donne del Sud, in gran parte, sfiduciate e deluse da tutto (a cominciare dalla scuola), che transitano dalla casa dei propri genitori a quella di mariti, fidanzati o partner. Tant’è che per il 56% di loro si apre una prospettiva da casalinghe madri mogli, mentre per l’87% dei loro coetanei maschi questa condizione di apatia sociale si vive all’interno della famiglia di origine. In attesa di meglio, se mai ci sarà.

«Se in questo quadro non c’è stata l’esplosione sociale dello scontento spiega il sociologo Franco Ferrarotti lo si deve alla famiglia, che si è fatta carico di questa emergenza». Tuttavia – secondo la psicologa Paola Vinciguerra, «questo non salverà queste persone giovani e così frustrate da una deriva di depressione che sempre si accompagna alla povertà e all’emarginazione».

Due terzi dei neet, rileva l’Istat, provengono da famiglie di modesta estrazione sociale e culturale. Ma il fenomeno sta facendo capolino anche nel ricco Nord-Est, specie tra i maschi diplomati, e anche tra gli stranieri immigrati. Anche questi ultimi, infatti, sono a corto di lavoro, per precario che sia, tant’è che l’Istat ne ha rilevato 310 mila in condizioni di sfiduciata attesa.

Parallelo e concomitante al fenomeno neet c’è quello dell’abbandono prematuro degli studi: «Nel 2010 – dice l’Istat – la percentuale di chi ha lasciato gli studi senza conseguire un diploma di scuola superiore si è attestata al 18,8%, ben lontano dalla soglia del 10% indicata nella Strategia Europa 2020, e a fronte di una media europea del 14,4%».

La Stampa 24.05.11

Spesa in ricerca all'1,23%: media Ue ancora lontana

L’Italia si colloca attualmente a metà classifica fra i paesi Ue con l’1,23% di spesa in ricerca e sviluppo (la media Ue è attualmente pari all’1,92%) anche se la crescita negli ultimi tre anni segnala una tendenza positiva di poco inferiore a quella della Germania e superiore a quella di Francia e Regno Unito. Lo segnala il rapporto dell’Istat che dedica un intero capitolo ad esaminare il posizionamento italiano in rapporto alla strategia Europa 2020, quella che sostituisce la strategia di Lisbona nel delineare le grandi direttrici politiche per stimolare lo sviluppo e l’occupazione nella Ue.
Per la ricerca, l’obiettivo di Europa 2020 è pari al 3% anche se l’Italia fissa l’obiettivo a poco più della metà (1,53%). Il rapporto Istat osserva inoltre che in termini di composizione non sembra lontano il traguardo della spesa in R&S a carico delle imprese, mentre il distacco dai partner europei è in progressiva riduzione, grazie a un tasso medio annuo di crescita (in termini nominali) del 7,9 per cento. In testa, fra le regioni, si collocano Piemonte e Lazio: al Sud, invece, ci sono regioni che hanno visto decrescere nel tempo le risorse dedicate (Basilicata e Sardegna) mentre in Calabria c’è una tendenza all’incremento e in crescita, seppure in misura minore, appaiono anche Campania e Puglia.
Il vero problema da risolvere, però, sembra connaturato alla struttura industriale del paese, che poggia sulle imprese di piccole e medie dimensioni, mentre la spesa in R&S si concentra in particolar modo sulle imprese grandi(le aziende con 500 o più addetti assorbono da sole quasi il 72 per cento della spesa). L’Istat ha elaborato un’analisi secondo la quale se l’Italia disponesse di una struttura industriale analoga a quella della Germania, a parità di scelte e di comportamenti messi in atto dalle imprese la spesa in R&S italiana si moltiplicherebbe di 2,6 volte.
Un problema molto serio riguarda invece un altro target di Europa 2020, quello degli abbandoni scolastici: entro nove anni, infatti, gli abbandoni scolastici prematuri dovrebbero essere limitati al di sotto del 10 per cento. Purtroppo in Italia questo fenomeno resta piuttosto consistente : nel 2010 la media dei ragazzi in età compresa fra i 20 e i 24 anni che hanno abbandonato gli studi senza conseguire un diploma di scuola media superiore è pari al 18% ed è particolarmente elevato fra i ragazzi (22,0% contro il 15,4% delle ragazze). Sotto il profilo territoriale è molto grave la situazione in Sicilia, dove più di un quarto dei giovani lascia la scuola con al più la licenza media. L’obiettivo fissato dal Pnr pari al 15-16%, osserva il rapporto, «non appare particolarmente ambizioso e non consente un avvicinamento deciso rispetto agli obiettivi comunitari».

Il Sole 24 Ore 24.05.11