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"Una ferita alla democrazia", di Adriano Prosperi

C´è forse un giudice a Berlino? La giustizia trionfa e chi delinque è punito in modo esemplare? A prima vista sembrerebbe di sì. Le sanzioni oggi deliberate dall´Agcom sono tra le più severe disponibili per quell´organo: colpiscono nella misura massima Tg1 e Tg4 perché recidivi; e sono puniti in misura minore Tg2, Tg5 e Studio Aperto. Ora, l´atto di giustizia, per essere tale, dovrebbe punire chi delinque, risarcire l´offesa e ristabilire l´ordine turbato. Sono stati puniti i colpevoli? Vediamo.
A giudicare dalle reazioni e dai lamenti dei puniti sembrerebbe che un qualche effetto le misure l´abbiano avuto. Si leggano le parole amare che arrivano da Mediaset: siamo allibiti, dicono. E aggiungono che così si nega il diritto di informazione. Singolare argomento, su cui vale la pena di soffermarci. Le ragioni della sentenza sono fondate proprio sulla lesione al diritto dei telespettatori (cioè di tutti i cittadini) a una informazione corretta. Dunque da un lato e dall´altro quello che viene invocato è un grande principio costitutivo della libertà dei moderni. La libertà dell´informazione è stata concepita fin dal ´700 come la condizione fondamentale per la formazione di quel tribunale supremo che nelle costituzioni moderne ha preso il posto un tempo occupato dal giudizio di Dio: il tribunale dell´opinione pubblica, unico giudice dei potenti, termometro regolatore della salute politica di un paese. Ebbene la protesta di Mediaset è un rovesciamento della realtà � un altro, uno dei tanti. Perché quella che milioni di spettatori allibiti hanno visto all´opera il 20 maggio è stata una violenza alla libertà dell´informazione. Chi ha acceso i telegiornali si è trovato davanti a un atto di aperta, clamorosa violazione delle regole dell´informazione vigenti in un paese dalla costituzione democratico-liberale: nella forma, poiché di fatto si è trattato di messaggi a reti unificate, di quelli che in Italia sono riservati ai bilanci di fine anno del Presidente della Repubblica come espressione dell´unità della nazione; nella sostanza, perché tutti e cinque i canali si sono aperti senza filtro giornalistico alcuno allo stesso monologo propagandistico: e così hanno rivelato la loro vera natura di voce al servizio di un padrone incurante di ogni regola. L´offesa è stata gravissima.
È secondario chiederci che cosa abbia indotto il premier a quella uscita. In fondo, come sappiamo da tempo, il primo comandamento della sua religione dice che quel che non passa in televisione non esiste: e l´esperienza del paese in tutti questi anni ha dimostrato fin troppo a lungo che quel comandamento aveva un suo valore effettivo. Con quel monologo a reti unificate ha tentato di negare la realtà del risultato elettorale che il primo turno aveva rivelato e riportare l´orologio indietro, cancellando quel che era accaduto e quel che si preannunciava per il prossimo turno. E forse pensava che gli sarebbe andata bene anche stavolta. In fondo per anni l´informazione monopolizzata dal premier è stata un´impunita macchina del falso, per anni la realtà del paese, i suoi problemi veri, sono stati occultati. Abbiamo nel nostro passato una lunga serie di esempi di storie individuali e collettive stravolte o cancellate del tutto.
Ma restiamo alla sentenza dell´Agcom. Si tratta di capire se i cittadini possano sentirsi risarciti, cioè se quella sentenza colpisca veramente il colpevole. No, il colpevole non paga quasi nulla: quei soldi delle multe li paga il bilancio delle televisioni, cioè – per quanto riguarda la Rai – li paghiamo soprattutto noi cittadini. Si tratta anche di capire se l´ordine è stato ristabilito e la lesione riparata. Anche in questo caso la risposta è no. Ben altro ci vorrebbe: la libertà dell´informazione verrà ristabilita solo quando sarà cancellata l´anomalia del regime berlusconiano, una anomalia che è stata chiara ed evidente fin dall´inizio e che si chiama conflitto di interessi. Ma non possiamo trascurare il fatto realmente importante che è accaduto. La stessa dismisura di quello sproloquio ha rivelato proprio ciò che lo sproloquio voleva occultare e cancellare: il sentimento bruciante di una sconfitta, la scoperta che il velo calato dagli schermi televisivi del padrone in tutti questi anni si era lacerato. I risultati elettorali avevano informato il mago dell´immagine che nella sua città c´era una maggioranza che cominciava a svegliarsi dall´incantesimo. Ora, perché sia fatta veramente giustizia, si tratta di procedere nel risveglio. Sappiamo per lunga esperienza del passato che i processi di mutamento sono lenti, avvengono in profondità, sono impercettibili nel loro primo avvio: ma è nella natura dei rivolgimenti politici e sociali che nei loro inizi sia già scritta la storia che seguirà. Bisogna ora aspettare, con pazienza e con fiducia: la ferita inferta dal Cavaliere alle regole elettorali potrà forse essere giudicata dai cittadini nelle urne.

La Repubblica 24.05.11

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“Illecite le interviste tv del premier” l´Agcom punisce Rai e Mediaset”, di Leandro Palestini

Stangati Tg1 e Tg4. I giornalisti Tg5: non è intimidazione. A Fede e al tg di Raiuno, recidivi, sanzione massima da 258mila euro ciascuno. L´Agcom ha inflitto multe pesanti a Rai e Mediaset per le interviste a reti unificate a Berlusconi in violazione della par condicio. L´Autorità ha comminato la massima sanzione prevista dalla legge ai «recidivi» Tg1 e Tg4 (258.230 euro), per Tg2, Tg5 e Studio Aperto la sanzione è di centomila euro ciascuno. Dal centrosinistra c´è chi chiede ora una class action verso i direttori. Dal centrodestra si parla di intimidazione politica, lesiva della libertà di stampa. Le supermulte spaccano intanto l´Autorità per garanzie nelle comunicazioni. La commissione Servizi e prodotti ha preso la decisione a maggioranza (favorevoli Michele Lauria, Gianluigi Magri, Sebastiano Sortino e il presidente Corrado Calabrò) con il voto contrario di Antonio Martusciello. Ma con lui altri tre commissari Agcom di centrodestra (Stefano Mannoni, Roberto Napoli, Enzo Savarese) in una nota hanno stigmatizzato la decisione come «un precedente che vulnera la certezza del diritto e il principio di legalità».
Mediaset non intende pagare la sanzione (che ammonterebbe a 458mila euro) e il presidente Fedele Confalonieri annuncia un ricorso al Tar. Il presidente Rai, Paolo Garimberti, ha inserito la questione all´ordine del giorno del Cda di domani. Reagiscono i direttori dei tg sanzionati. Augusto Minzolini (Tg1) si dice «esterrefatto». Per Emlio Fede (Tg4) trattasi «offesa gravissima all´autonomia dei giornalisti e dei direttori». Clemente Mimun (Tg5) giudica la multa «una pesante intimidazione», sconfessato dal cdr del Tg5: «L´Agcom è un organismo super partes, svolge una missione di garanzia a tutela di tutti i cittadini italiani». Dal Tg2, il direttore ad interim Mario De Scalzi non parla, ma sembra che in un primo tempo le “interviste” del premier fossero state frazionate in giorni diversi, per grado di importanza del Tg (prima scelta al Tg1, poi il Tg2), De Scalzi si sarebbe opposto. L´Usigrai dice la sua sulle multe: «La Rai si rivalga sui direttori che le hanno determinate».
Calabrò nega «valutazioni politiche» e ribadisce che «vige il dovere di equilibrio e completezza di informazione fino alla conclusione della campagna elettorale con i ballottaggi in corso». Ma la polemica tra gli opposti schieramenti è inevitabile. Per il capogruppo Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto «la decisione dell´Agcom è grottesca e faziosa». Il leader Udc Pierferdinando Casini dice che «le sanzioni servono a poco», ma dall´Api il senatore Riccardo Milana invoca «una class action» dei contribuenti. Dal Pd arriva il plauso alle sanzioni Agcom. Per Giorgio Merlo, vicepresidente in Vigilanza, le «multe non sono altro che la conferma dui ciò che diciamo da tempo. Ora va ripristinata la piena legalità informativa». Per David Sassoli, capogruppo Pd al Parlamento europeo, «la campagna elettorale di Berlusconi è pagata dai cittadini», ora bisogna andare avanti: «Ok le multe, ma il riequilibrio quando arriverà, ad urne chiuse?». Dall´Italia dei valori, Antonio Di Pietro annuncia che il suo partito presenterà «un esposto alla Corte dei conti per danno erariale». Un tema che di sicuro infiammerà il Cda Rai di domani. Il consigliere Nino Rizzo (Pd) Nervo porrà il tema «della responsabilità personale di chi provoca danni», con allusione al recidivo Minzolini. Mentre Antonio Verro (Pdl) dice che su base settimanale «i dati dell´Osservatorio di Pavia mostrano nei Tg Rai un positivo equilibrio delle diverse forze politiche».

La Repubblica 24.05.11

Con la fiducia Berlusconi prova a strapparci il referendum sul nucleare

Decreto Omnibus con fiducia per aggirare il voto con un semplice rinvio del ritorno all’atomo. Stella Bianchi denuncia lo scippo del governo. Cancellare il referendum sull’atomo? Il governo ci prova e pone la fiducia in Aula alla Camera sul decreto legge omnibus, con il testo approvato dalle Commissioni parlamentari identico a quello del Senato, dove ci sono le norme ammazza-referendum. L’annuncio è stato dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Elio Vito, appena iniziata la seduta. Il provvedimento va convertito in legge entro il 30 maggio prossimo. Il voto di fiducia si terrà domani pomeriggio. Quella dei tempi suona però come una banale scusa, arriva la fiducia sprint perché la maggioranza teme di incassare altre sconfitte in aula dopo quelle della settimana scorsa.

Stella Bianchi, responsabile Ambiente del Partito Democratico, sulla fiducia posta dalla maggioranza è netta: «Con la decisione di mettere la fiducia sul decreto omnibus, il governo le prova tutte per sfuggire al voto degli italiani nel referendum indetto per il 12 e 13 giugno. Nelle norme che l’esecutivo vuole imporre non c’è nessun abbandono del piano nucleare ma solo un rinvio per evitare il giudizio dei cittadini che, come già dimostrato dal voto in Sardegna, è nettamente contrario al ritorno delle centrali nucleare in Italia».

Un decreto omnibus nella peggiore tradizione di Berlusconi e Tremonti, pieno di trovate elettorali per provare ad arginare l’emorragia di voti del primo turno delle amministrative. Si spazia dai fondi alla cultura al divieto d’incrocio tv-quotidiani fino alla partecipazione della Cassa depositi e prestiti in società strategiche nazionali. Per questo Pierpaolo Baretta, capogruppo Pd della commissione Bilancio della Camera, parla di “una fiducia inutile e sbagliata che serve a nascondere, in vista dei prossimi ballottaggi, i contenuti miserevoli di questo decreto. Si utilizza la scusa che non c’è tempo per nascondere la realtà e cioè che questo provvedimento non affronta alcun problema e non dà risposte adeguate alla grande questione dell’economia e dello sviluppo del nostro paese. C’è voluto il terremoto in Giappone perché il governo si rendesse conto che sul nucleare non si può andare avanti e intervenisse con l’intento di vanificare l’efficacia del referendum. Infine siamo al paradosso – conclude Baretta – per cui si aumentano le accise sulla benzina per recuperare i tagli alla cultura e si promette l’abolizione delle multe per vincere le amministrative a Milano”.

COME CANCELLARE IL REFERENDUM SENZA UN DIBATTITO, SOLO CON LA FIDUCIA
Presentato dall’esecutivo dopo il disastro di Fukushima e motivato dalla necessità di acquisire nuovi dati sulla sicurezza delle attuali tecnologie, l’emendamento sul nucleare contenuto nel decreto Omnibus riguarda la rinuncia, limitatamente ad un anno, all’energia atomica da parte dell’Italia. Con il sì della Camera vi sarebbe dunque solo una moratoria temporanea e non sarebbero abrogate tutte le disposizioni relative alla localizzazione e alla realizzazione di nuove centrali nucleari. Le ragioni del referendum verrebbero perciò aggirate, mentre il programma per il riavvio in Italia degli impianti subirebbe solo una battuta d’arresto e non uno stop definitivo.

“Con la questione di fiducia posta oggi questa maggioranza proclama l’ennesima giornata della vergogna – attacca Ermete Realacci, responsabile green economy del PD – ancora una volta con la fiducia si espropria il Parlamento delle sue prerogative e si da uno schiaffo al sacrosanto diritto dei cittadini di sapere con chiarezza, senza trucchi o giochetti, quali sono le reali intenzioni del Governo sul futuro del nucleare in Italia. Un motivo in più per andare in massa il 12 giugno a votare per i referendum, una ragione in più per scegliere ai ballottaggi i candidati contrari al nucleare. Il plebiscito contro il nucleare che c’è stato la scorsa settimana in Sardegna la dice lunga su come la pensano gli italiani su questo tema tanto importante per il loro futuro. Berlusconi lo sa bene e per questo vuole togliere la possibilità di esprimersi. Ma i cittadini di Milano, Napoli o Vercelli devono sapere c’è anche questo che differenzia il centro sinistra dal centro destra: noi non vogliamo il nucleare, loro sì”.

Il Pd si opporrà a questo tentativo: il governo vuole solo rinviare le scelte per poi riproporre il piano faraonico delle colate di cemento per centrali che sono già vecchie prima di cominciare a funzionare. Tra l’altro vi sono solo due centrali del tipo previsto anche per l’Italia in costruzione nel mondo: una in Francia, l’altra in Finlandia. E sia la Francia che la Finlandia stanno svenandosi per completarle e sono in estremo ritardo con i tempi previsti. La Germania invece sta già ragionando su come uscire dal nucleare.
Insomma c’è tempo per un voto che rimanda il piano del nucleare e cancella il referendum, ma non ce n’è per soddisfare la richiesta fatta dal capo dello Stato al Governo di ufficializzare la mutata composizione della sua maggioranza dopo l’ingresso dei “responsabili” perché lo decideranno i capigruppo tra una decina di giorni a urne chiuse. Ne c’è tempo per eleggere il giudice che manca alla Corte costituzionale, proprio in vista di alcune sentenze sui temi più cari al Cavaliere.

Ma.Lau.

www.partitodemocratico.it

Finale Emilia (mo) – Iniziativa PD: le idee non sono di carta

Ne parliamo assieme a:
Sala riunioni Santa Chiara
Iniziativa a sostegno del candidato sindaco Fernando Ferioli

Intervengono
Palma Costi, Consigliere Regionale PD
Manuela Ghizzoni, Deputata PD
Elena Malaguti, Assessore Provinciale Istruzione, Cultura e Politiche Giovanili
Laura Lodi, candidata PD
Margherita Poletti, candidata Lista Civica Fernando Ferioli

Conduce Cristiana Casarini

Rapporto Istat: Italia alla paralisi

Il 24% delle famiglie italiane è a rischio povertà. Una donna su due non lavora e il governo si preoccupa di moltiplicare sottosegretari e spostare ministeri. “L’Istat oggi fotografa una situazione a dir poco allarmante circa la condizione economica e sociale del Paese. Non si tratta in questo caso di una ‘inattendibile’ -a detta del governo- agenzia di rating, ma dell’istituto di statistica che materializza in numeri ciò che gli italiani vivono nel quotidiano”. A lanciare l’allarme sulla annuale analisi dell’Istat è Rosy Bindi Presidente dell’Assemblea nazionale PD.

“Purtroppo, non abbiamo nessun piacere a commentare questi dati –ha detto l’esponente del Pd -. Ma i numeri ci dicono che l’Italia sta peggio, altro che la crisi è alle spalle e che reggiamo meglio degli altri Paesi. Il rapporto consegnateci dall’istituto di ricerca è la prova che l’Italia è alla paralisi e che il governo è concentrato solo sui problemi del presidente del consiglio, a moltiplicare sottosegretari e spostare ministeri”.

Le preoccupanti cifre, specchio della difficile situazione del nostro Paese sono davvero raccapriccianti. Addirittura il 24% delle famiglie italiane è a rischio povertà ed esclusione sociale. L’occupazione femminile in particolare ha risentito della precarietà e della mancanza di misure a sostegno della crescita per il riassorbimento della disoccupazione, tanto che addirittura la metà delle donne italiane risulta inoccupata, e 800 mila donne lavoratrici sono state licenziate perché incinta. Oltre 500000 giovani hanno perso il lavoro nel biennio 2099 – 2010, la dispersione scolastica ha raggiunto la percentuale record del 19%.

“L’Istat torna a dirci qualcosa che chi vive davvero in questo Paese e non nelle ville isolate, dovrebbe sapere benissimo. Un italiano su quattro ha difficoltà a tirare avanti, i giovani abbandonano la scuola alla ricerca di un lavoro che non troveranno, la crescita è insoddisfacente e soltanto famiglia e la cassa integrazione impediscono che la situazione precipiti”. Questo il commento del vicepresidente vicario dei deputati del Pd Michele Ventura.

“Eppure, dopo i dati di Standard & Poor’s che già sabato lanciavano l’allarme –ha evidenziato Ventura – non abbiamo sentito da parte del governo e degli amministratori una parola di ripensamento sulle politiche fin qui seguite”. Ventura ha poi ribadito come il governo in realtà si preoccupi solo delle proprie problematiche interne, piuttosto che dell’Italia. “Chi si sfida alle elezioni Moratti in testa e chi sta a palazzo Chigi, Bossi-Berlusconi, promette sanatorie e spostamenti di ministeri e/o dipartimenti senza dire una parola sull’economia e gli investimenti nel sapere e a favore dei giovani e delle donne” .

E sulla necessità invece che ”il governo si concentri su riforme coraggiose indirizzate a favorire le giovani generazioni”, per uscire dalla situazione di stallo del Paese è Pierpaolo Baretta, capogruppo Pd della commissione Bilancio della Camera. “Il rapporto Istat, prezioso di indicazioni, conferma l’urgenza di avere una nuova classe politica dotata di una visione di lungo periodo e di alto senso civico. Solo in questo modo sarà possibile trasformare le difficoltà che emergono dai dati, in una opportunità per un Paese che è ancora pieno di potenzialità”.

Francesca Puglisi Responsabile Scuola Segreteria Pd si è soffermata in particolare sui dati drammatici della dispersione scolastica nel nostro Paese. “Quei ragazzi e ragazze che ogni anno abbandonano la scuola rappresentano un costo economico e sociale enorme per il futuro del nostro Paese”. Puglisi ha però aggiunto che per invertire questo trend, “non bisogna legare ai banchi i ragazzi con le pesanti catene dell’ordine e disciplina imposte dalla Gelmini, nè mandare a lavorare in apprendistato i ragazzini di 15 anni. Occorre piuttosto investire sull’innovazione didattica delle scuole secondarie di primo e secondo grado, investire risorse nella didattica laboratoriale, far diventare istituti tecnici e professionali le “scuole dell’innovazione” di cui ha bisogno il nostro Paese per rilanciare il made in Italy nel mondo”.

www.partitodemocratico.it

Università, boom delle tasse in un anno cresciute dell'8%", di Salvo Intravaia

I dati estratti dal notiziari del Ministero. Per la laurea le famiglie italiane hanno dovuto sborsare mille euro a studente. L’area più costosa è quella del Nord-Ovest. Sono aumentati dell’uno per cento gli esonerati dal pagamento . E’ boom di tasse per gli studenti universitari italiani. Nel corso del 2009/2010, in media, ogni studente ha dovuto sborsare qualcosa come 68 euro in più dell’anno precedente: più 8 per cento. Ben oltre, quindi, il semplice aumento del costo della vita. A certificarlo è lo stesso ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca con il notiziario sulla “Contribuzione studentesca negli atenei italiani” di qualche giorno fa. Per fare frequentare ai propri figli un anno in un ateneo pubblico le famiglie italiane hanno dovuto sborsare oltre mille euro: per la laurea, le tasse universitarie sono schizzate a 939 euro. Cui occorre aggiungere la tassa regionale per il Diritto allo studio – che in parecchie regioni si aggira attorno ai 100 euro – e l’imposta di bollo, dove previste.

Quattro anni prima, per la laurea, si spendeva parecchio di meno: 757 euro all’anno. In pochi anni, in sostanza, i contributi per frequentare i corsi triennali, i corsi per il conseguimento della laurea magistrale e quelli del vecchio ordinamento pagati dalle famiglie sono aumentati del 24 per cento. Le regioni più impegnative sono quelle del Nord-ovest: “Negli Atenei statali l’area più costosa risulta il Nord-Ovest”, si legge nel report, dove “uno studente iscritto di quest’area geografica ad un corso di laurea paga più del doppio – circa 1.350 euro – rispetto ad uno studente delle Isole”, che si ferma a quota 650 euro.

L’unica consolazione è che il numero
degli studenti esonerati dal pagamento delle tasse per il conseguimento della laurea è in aumento: 11,2 nel 2009/2010, contro il 10, 4 dell’anno precedente. “Gli Atenei – spiega lo studio – agevolano gli studenti che possiedono determinati requisiti esonerandoli totalmente o parzialmente dalle tasse dovute per l’iscrizione e la frequenza dei corsi”. Tuttavia, “tale percentuale risente delle diverse definizioni, nonché dalle variazioni adottate nel tempo dagli atenei stessi del concetto di studente Esonerato parzialmente”.

Insomma, non sarebbe tutto oro quello che luccica. Uno studente su tre paga un corrispettivo che varia tra i 500 e i 1.000 euro l’anno. Diciannove ragazzi su 100 pagano tra i mille e i 1.500 euro e cresce di quasi due punti la fascia di coloro che pagano oltre 1.500 euro. Cifre che comunque si mantengono ben al di sotto delle contribuzioni previste per gli atenei non statali: 4.130 euro in media l’anno. Con 14 famiglie su 100 che sborsano cifre comprese fra i 6 mila agli 8 mila euro l’anno.

da www.repubblica.it

I 12 milioni di archeo tesori «sconosciuti», di Sergio Rizzo

La Corte dei conti: dati confusi, manca un archivio centrale aggiornato. Come si fa a gestire il più grande patrimonio archeologico del pianeta senza avere nemmeno un’unica banca dati? La domanda va girata a Giancarlo Galan. Il quale, per capire in quale guaio si è cacciato accettando il trasloco dal ministero dell’Agricoltura a quello dei Beni culturali per fare spazio al «responsabile» Francesco Saverio Romano, farebbe bene a leggere con attenzione l’ultimo rapporto della Corte dei conti sui nostri siti archeologici. Scoprirebbe, se già non l’ha saputo, che l’Italia, ovvero il Paese che «ha regalato al mondo il 50 per cento dei beni artistici tutelati dall’Unesco» , secondo una personalissima stima di Silvio Berlusconi comunicata dal premier a tutto il mondo attraverso uno spot per promuovere la nostra claudicante industria turistica, non è in grado di conoscere con un clic, come sarebbe oggi normale, la situazione aggiornata dei propri luoghi: manutenzione, scavi, visitatori… eccetera. E questo al di là della clamorosa «svista» , chiamiamola così, di Berlusconi: i siti italiani tutelati dall’Unesco sono 45 su 911 in tutto il mondo. Dunque non il 50, ma il 5%. Comunque tantissimo, dato che nessun altro Paese ne ha più di noi. Eppure l’attenzione che riserviamo a questo immenso tesoro, dice la Corte dei conti, fa semplicemente cadere le braccia. Secondo i piuttosto vacui elementi di cui disponiamo, in Italia ci sono «più di 2.555 luoghi archeologici per un totale di oltre 12 milioni di beni» . Patrimonio che potrebbe essere considerato, scrivono i magistrati contabili, «il primo volano del turismo culturale in Italia, con tutte le implicazioni che ne derivano sul piano scientifico ed economico» . Purtroppo, però, questo non è. E se l’Italia è scivolata in quarant’anni dal primo al quinto posto nella classifica delle mete turistiche mondiali, se siamo appena ventottesimi nel mondo per competitività nel settore del turismo, e se perfino la Cina fa fruttare i suoi siti tutelati dall’Unesco il triplo di noi, ci sono delle ragioni. Intanto le risorse. I fondi di cui dispone il ministero dei Beni culturali sono scesi a un penoso 0,25%del Prodotto interno lordo, in costante calo dal 2000, quando ammontavano allo 0,41%. Per avere un’idea, la Francia ha destinato a questo capitolo una somma cinque volte superiore. I finanziamenti per la manutenzione degli immensi tesori italiani, poi, sono letteralmente al lumicino. Il fondo alimentato con gli introiti dei biglietti pagati dai visitatori si è ridotto del 45%in tre anni, passando da 42,8 milioni nel 2008 ad appena 29 milioni quest’anno. Per capirsi, una somma pari a quella che si spende ogni anno per gli stipendi dello «staff» di Palazzo Chigi. Idem il fondo derivante dagli introiti del gioco del lotto. Da quella fonte dovrebbero arrivare circa 118 milioni l’anno, ma con i tagli sarà grasso che cola se quest’anno si racimoleranno 47,7 milioni, meno della metà del 2007. Senza citare il fatto che anche quando i soldi ci sono, difficilmente si riescono a spendere. I motivi? Dal «ritardo congenito della messa a disposizione dei fondi» alla «lentezza delle gare che spesso subiscono ritardi per annosi contenziosi» . Arrivano allora i Commissari, con poteri di Protezione civile. Decisione tipica di chi non sa che pesci pigliare e pensa di risolvere tutto con le scorciatoie. Ne sono arrivati all’area archeologica di Roma, alla Domus aurea, a Ostia antica. E a Pompei: in questo caso, i magistrati contabili ricordano il loro pronunciamento di qualche mese fa, quando misero nero su bianco come «i presupposti per la dichiarazione dello stato di emergenza fossero sostanzialmente assenti» . Quella delibera, nonostante i risultati a dir poco controversi del commissariamento, venne liquidata dal governo con un’alzata di spalle. Così adesso gli stessi magistrati si tolgono un sassolino dalle scarpe, affermando che con la dichiarazione d’emergenza «non sono stati scongiurati danni a importanti reperti» . Né a Pompei, né «alla Domus aurea» . Infine, le informazioni. «L’istruttoria della Corte dei conti — dice il rapporto — si è rivelata molto complessa e impegnativa anche per la limitata collaborazione mostrata da alcuni soggetti (è il caso della Direzione generale delle antichità fino al dicembre 2010 e di alcune Soprintendenze) i quali hanno fornito notizie che non hanno consentito di dare risposta ai quesiti posti con la sufficiente compiutezza e attendibilità» . E qui veniamo al nodo centrale. Forse ancora più intricato di quello delle risorse. Al primo posto fra i problemi la Corte dei conti mette l’ «assenza di raccordo tra direzioni generali» del ministero. Al secondo, la «scarsa propensione a interagire fra centro (Direzioni antichità e bilancio) e sedi periferiche, con forte deficit di controllo sull’attività svolta dalle soprintendenze » . Al terzo, la «mancata attuazione della disposizione che precede il dovere del dirigente regionale di informare trimestralmente il dirigente generale competente in ordine all’azione di tutela svolta» . Insomma, una guazzabuglio incredibile. Che dà risultati incredibili. Il rapporto della Corte dei conti dice, per esempio, che il numero totale dei siti archeologici rilevati nella «Guida ai musei e ai siti archeologici statali» edita dalla direzione generale del ministero, la quale raccoglie 448 schede dei più importanti siti e musei italiani, «ammonta a 205, numero che, peraltro, probabilmente per la disomogeneità nel metodo di catalogazione, non coincide con quello fornito dall’Ufficio di statistica (158, su un totale complessivo, per siti e musei, di 257)» . Differenze eclatanti, ma certo non incomprensibili alla luce di quello che hanno scoperto i magistrati contabili. «Si è potuto constatare che l’amministrazione centrale opera in assenza di una concreta conoscenza dello scenario globale, confidando in ciò che viene rappresentato a livello periferico, senza effettuare rilevamenti diretti o ispezioni, se non quando l’urgenza ha già prodotto conseguenze» . Andiamo avanti: «Il sistema centrale perde i contatti con la periferia con la conseguenza di non avere più informazioni di ritorno circa la effettiva realizzazione dei lavori, lo stato di avanzamento, l’efficienza e l’efficacia dei costi sostenuti» . Ancora: «Si è constatata una confusione in ordine all’affluenza dei dati conoscitivi dello stato dei siti archeologici poiché, ad esempio, se l’immissione dei dati relativi a concessioni di scavo (SIMA net) arriva direttamente alla direzione generale, tutti i dati relativi ai visitatori e ai ricavi affluiscono invece al SISTAN, servizio incardinato al Bilancio, mentre le fasi di catalogazione e documentazione afferiscono al Segretario generale» . Auguri…

Il Corriere della Sera 23.05.11

Il paradosso spagnolo «La piazza premia chi aggraverà il disagio», intervista a Massimo Salvadori di Marina Mastroluca

C’è un paradosso in un Paese con le piazze piene di giovani «indignados» e le urne un po’ più vuote. «È legato al fatto che questi giovani che chiedono più opportunità, più provvidenze sociali, più futuro rischiano di potenziare l’ondata della destra che ha nei suoi programmi esattamente l’opposto». La Spagna al voto, vista dallo storico Massimo Salvadori, professore emerito dell’Università di Torino, non è solo un Paese ma un sintomo: della necessità della sinistra di costruire una sua progettualità davvero alternativa.
Partiamo dagli indignados, che rifiutano etichette politiche e sono fortemente critici nei confronti della casta. Vanno letti come il segno di una crisi della sinistra spagnola o più in generale della politica?
«Possono essere letti come un sintomo della gravissima crisi economica che ha colpito la Spagna. E visto che al potere ci sono i socialisti, è inevitabile che il malcontento investa chi sta al governo e Zapatero in primo luogo. Ma c’è un elemento di paradossalità nel fatto che questa protesta rischia di favorire la destra, che progetta lo smantellamento del welfare. Siamo al gatto che si morde la coda. E una situazione classica che si è ripetuta in tanti Paesi». Quali?
«L’Italia, per esempio, dove strati popolari e operai si sono affidati a Berlusconi in un momento di difficoltà economica. Ma sono finiti dalla padella alla brace. In Spagna non è certo il partito popolare a poter dare una risposta a chi oggi protesta in piazza».
La piazza predica l’astensione e critica il bipartitismo, tanto il Psoe che i popolari. Ma è Zapatero ad essere in picchiata nei sondaggi. Che cosa paga? «Zapatero ha dato la sensazione di voler coprire l’entità della crisi in un primo momento e dopo di non essere in grado, per mancanza di risorse, di dare una risposta».
Dopo una prima fase di riformismo laico, pressoché a costo zero, il governo socialista ha frenato. È solo la crisi ad aver determinato l’impasse? «Zapatero ha già detto che non intende ricandidarsi nel 2012. Lo ha fatto perché avverte l’usura di una guida che non è riuscita del tutto a mantenere le promesse fatte. La sua è una dichiarazione, se non di fallimento, quanto meno di estrema difficoltà, che non giova al Psoe. Non c’è dubbio che la Spagna abbia subito una crisi gravissima, ma il governo spagnolo sul piano economico ha lasciato la briglia sciolta alla speculazione finanziaria, soprattutto nel settore edilizio che aveva un ruolo trainante. Non ha avuto una propria progettualità. I risultati sono stati estremamente negativi. La disoccupazione oggi è al 21% (al 45% quella giovanile, ndr): sono dati di un disastro sociale».
Errori di Zapatero o c’è una debolezza intrinseca della sinistra che non ha saputo trovare una mediazione tra valori sociali e mercato?
«Qui il discorso andrebbe proiettato su una scala più ampia della sola Spagna. Di fronte all’ondata neoliberista e al crescente potere delle oligarchie economiche e finanziarie che oggi hanno provocato la depressione economica, la sinistra europea non ha saputo trovare alternative. A partire da Blair, ha finito per cavalcare l’ideologia del libero mercato. Che però nascondeva il dato di fondo, e cioè che il mercato, controllato dalle oligarchie, è tutt’altro che libero. Ora si comincia a riflettere. Lo fa la socialdemocrazia tedesca che guarda più a sinistra. In una certa misura anche il partito laburista britannico e i socialisti francesi. È solo un inizio, ma ancora manca oggi una vera cultura dell’alternativa politica, sociale e soprattutto economica». Torniamo alla Spagna. Zapatero rischia di perdere con questo voto roccaforti storiche, come Barcellona e Siviglia. La sua uscita di scena potrebbe subire un’accelerazione? «Se la sconfitta sarà talmente profonda da screditare il governo è possibile che si aprano scenari imprevisti»
Non è già sufficientemente drammatico per il Psoe essere contestato in piazza da laureati che si rifiutano di «essere schiavi per 700 euro al mese»? La sinistra ha forse bisogno di più sinistra?
«Potrei dire di sì, ma senza illudersi che basti uno slogan. Quello che serve è un progetto alternativo».

L’Unità 23.05.11

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“Destra e sinistra pari sono, faranno i conti con noi”, di Francesca Paci

66,05% l’affluenza alle urne. E’ in crescita di quasi un punto rispetto alle amministrative del 2007. Il movimento giovanile contava su un’astensione massiccia per punire i partiti tradizionalisti. Molti “indigandos” hanno però votato lo stesso, specie a sinistra. Non ci sono maxischermi da cui seguire gli exit poll in Puerta del Sol. La batosta dei socialisti di Zapatero lascia gli «indignados» indifferenti quanto l’affermazione del Partido Popular. Alle 21,30 al centro della piazza gremita decine di persone alzano le braccia agitando le mani come si usa per approvare un’idea dell’assemblea. I risultati elettorali non c’entrano. Il Comitato Informazione annuncia il vincitore di questa domenica 22 maggio: il popolo spagnolo che ha fatto sentire la sua voce e continuerà. Evviva.

«Ho votato scheda bianca e me ne vanto, tra i due litiganti il terzo gode» commenta Eduardo Ramirez, insegnante, 38 anni, un palloncino in mano con la scritta «Somos l@s invisibles», siamo gli invisibili. Il 15 maggio sono usciti dall’ombra e oggi celebrano la sconfitta dei politici che seppure ancora in sella dovranno fare i conti con la sfida popolare al bipartitismo.

A onor di cronaca la web-tv autogestita Emitiendo 24 horas aggiorna i risultati dello spoglio. Nessuno però sembra particolarmente interessato alle percentuali di quelli che comunque governeranno. A differenza della Tahrir egiziana, la piazza madrilena non puntava alla caduta di un tiranno e non ha bisogno dell’urlo catartico della liberazione.

«Tutti si aspettano che succeda qualcosa e invece non succederà niente perché sapevamo di non poter cambiare il sistema in una settimana», osserva l’educatore per l’infanzia José Ramon. La notte dorme qui e il mattino corre a timbrare il cartellino: «Resterò finché deciderà l’assemblea, è un sacrificio ma ne vale la pena». L’amica e collega Michela divide con lui la tenda e la certezza d’aver segnato un punto, pazienza se per il momento se ne avvantaggeranno i conservatori: la rivoluzione procede con metodo.

«È una vittoria di Pirro per i popolari, hanno battuto i socialisti ma devono affrontare la piazza» osserva lo scrittore Lorenzo Silva che ambienta il suo nuovo romanzo La strategia dell’acqua (Guanda) nella Spagna contemporanea, tra cervelli in fuga dalla disoccupazione e sindaci beccati a nascondere centinaia di migliaia di euro nella spazzatura. Il finale della protesta è aperto, concede: «Certo non ci sono leader né obiettivi chiari, Puerta del Sol è energia pura un po’ come in Egitto». Ma finora tiene: «Temevo che la nostra gioventù fosse diventata apatica e invece ha sorpreso tutti. Oggi può esercitare una pressione e chissà, magari far ripensare la legge elettorale».

Gli «indignados» non hanno fretta. Le scatole in cui raccolgono i desideri dei cittadini sono colme ma per organizzarli in forma di proposta politica ci vorrà tempo. «Ho votato perché non sono qualunquista ma per un partito piccolo», spiega Sara, responsabile dell’orto biologico in cui sono stati piantati pomodori, lattuga e il cartello «Yes we camp». Il messaggio è chiaro: cresceremo. Chi pensava che il movimento M-15 svanisse così, schiacciato tra l’avanzata dei popolari e lo smacco dello stesso Zapatero che a suo tempo aveva fatto sognare la riscossa ai socialisti europei oscurati dal neoliberismo, deve ricredersi. La contrapposizione destra-sinistra è roba passata, almeno oggi in Puerta del Sol.

«Vogliamo un sistema proporzionale più rappresentativo», insiste il grafico Carlos Yanel. Gli «indignados» rivendicano partecipazione. Il diciottenne Ricardo ha disertato convinto il suo primo voto, l’impiegata Carmen si è tappata il naso mettendo la X sul partito socialista e il pensionato Juan Pablo ha fatto lo stesso con il Pp. Molti hanno optato per la scheda-protesta come il matematico trentanovenne José Riballa che, all’uscita dell’Instituto San Isidro, auspica una nuova stagione politica: «Ho scelto Isquierda Unida, ma l’importante è che la finta democrazia in cui viviamo sia stata smascherata. Spero che inizi un mutamento culturale tipo il ’68». Tra un anno tocca alle politiche, il tempo stringe.

«Siamo un cantiere aperto che per ora non chiude, decidiamo cosa fare giorno per giorno ed è assai più onesto delle promesse bugiarde del governo» taglia corto Raul, uno dei «portavoz». La piazza Tahrir di Barcellona ha fatto sapere che non smobiliterà fino al 15 giugno, da Saragoza Radio Acampada rilancia sine die.

Poi certo ci sono tutti gli altri. I soddisfatti dello status quo (pochi) e gli «indignandos» non accampati, la maggioranza silenziosa degli spagnoli che disprezza il malgoverno, lo stallo economico e l’arroganza della politica ma dubita dell’efficacia rivoluzionaria della repubblica indipendente di Puerta del Sol. Basta allontanarsi qualche metro dalla colorata tendopoli madrilena per ascoltare voci differenti, specie ora che la decisione «popolare» di restare qui fino a domenica prossima rischia di mettere a dura prova la compiacenza dei negozianti.

«Cosa possono ottenere di più? È ora di tornare a lavorare» lamenta don Pedro, titolare d’uno degli storici caffè della piazza. Secondo il presidente dell’associazione commercianti di Madrid Hilario Alfaro il giro d’affari è già calato del 40 per cento.

«Ci dispiace, serviva una scossa, in fondo protestiamo anche per loro» concede Angelica, avvocato, 25 anni, t-shirt con un punto di domanda sul petto. Lo dice anche Mafalda sul cartello affisso al banco della Commissione Legale dietro cui la ragazza raccoglie firme contro i politici inquisiti per corruzione: «Pare che se uno non s’impegni a cambiare il mondo, il mondo poi cambi lui». La «joventud sin futuro» ha messo mano al presente, domani si vedrà.

La Stampa 23.05.11