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"Omofobia, puttane e olgettine: sproloquio Pdl", di Natalia Lombardo

E’ ripreso stamattina a Montecitorio l’esame della legge contro l’omofobia, il cui testo era stato respinto un anno fa e ora, in commissione, bocciato da Pdl, Lega e Udc. A rappresentare in modo volgare in aula la tesi del centrodestra Giorgio Stracquadanio, deputato Pdl e pasdaran berlusconiano, richiamato da Rosy Bindi dalla presidenza. Non solo sostiene che che le sanzioni punitive contro chi reca violenza, anche verbale, verso omosessuali, transessuali o disabili potrebbero discriminare le vittime eterosessuali, ma Stacquadanio ha paragonato l’aggressione subita da Paola Concia e dalla sua compagna tedesca alla «violenza» che avrebbero subito le Olgettine e le donne di destra, ripetendo più volte la parola «puttane»: «Guardano le donne che lavorano con noi e dicono loro: puttane, quanto vi danno per stare qui a prendere questi voti? Puttane, cosa avete fatto per stare con il partito del puttaniere».

E ancora: «È la stessa violenza che colpisce le nostre donne oggi in campagna elettorale, che vengono costantemente additate come puttane e che sono state additate come puttane da manifestazioni intere in questo Paese, che hanno additato come puttane…», ha declamato il deputato pidiellino, richiamato dalla vicepresidente della Camera, Rosy Bindi: «Onorevole, abbiamo capito la parola, può anche usarla una volta in meno».

Nel suo sproloquio, Straquadanio sembrava compiacersi nel sostenere che «se io dico “lesbica di merda”» non sarebbe più grave che dire a qualcuno «brutto ciccione obeso e puzzolente». Siamo al paradosso anche rispetto ai toni più pacati usati dal relatore del Pdl, Enrico Costa, che si dice contrario a una «legge manifesto» ma cerca la condivisione sul testo anche da parte di Paola Concia, che si è dimessa la settimana scorsa da relatrice: arrivare a un testo condiviso sarebbe facile, ha affermato la deputata Pd, ma «l’impressione è di trovarsi davanti a un muro di gomma.

Non posso nascondervi la mia indignazione» perché «parliamo di vita e di incolumità di migliaia di cittadini che hanno il diritto a essere salvaguardati dalla discriminazione».

da unita.it

"Sviluppo verde? L'Italia non ci crede", di Marzio Galeotti

Molti paesi hanno risposto alla crisi del 2008 varando i pacchetti verdi, misure di promozione dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili. Tre anni dopo l’Italia discute di riforme che dovrebbero ridare slancio alla crescita. Dai documenti ufficiali si apprende che l’energia e l’ambiente non figurano tra le priorità del governo, mentre lo sono l’edilizia privata e il turismo. I pochi provvedimenti inseriti derivano da direttive europee. La scarsa sensibilità verso il tema della sostenibilità fa trascurare anche i potenziali vantaggi rispetto al ciclo economico. Era il 2007. Nel marzo il Consiglio europeo varava la nuova politica integrata per l’energia e il clima che avrebbe portato, nel 2009, alle direttive del noto pacchetto “20-20-20” su riduzione delle emissioni e aumento delle fonti rinnovabili. Gli stessi obiettivi – lotta ai cambiamenti climatici e riduzione della dipendenza energetica dall’estero – costituivano uno dei capisaldi del programma che in quell’anno Barack Obama divulgava e che lo avrebbe portato all’elezione a presidente degli Stati Uniti il 4 novembre 2008.

PACCHETTI VERDI CONTRO LA CRISI

Era il 2008 quando il prezzo del petrolio raggiungeva il massimo storico e deflagrava la crisi finanziaria. Fu grazie alla lungimiranza di alcuni governanti che in quel periodo vennero concepiti i “green packages”, quell’insieme di misure di promozione dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili che vennero inserite nei pacchetti di stabilizzazione varati in fretta e furia da molti paesi per prevenire la caduta dell’attività economica. Quei politici avevano intuito che queste misure potevano rappresentare una potente occasione di sviluppo industriale, crescita del valore aggiunto, creazione di nuovi posti di lavoro, anche a riassorbimento di quelli distrutti, innovazione tecnologica e formazione di nuove competenze. Avevano cioè capito che quella che sarebbe diventata nota come Green economy era la prospettiva che permetteva di sfruttare in chiave congiunturale – e quindi di breve periodo – il perseguimento di obiettivi di cambiamento strutturale – e quindi di lungo periodo. Poteva dunque rappresentare l’inizio della transizione verso un’economia a basso tenore di carbonio e libera da combustibili fossili.
Giova ricordare che in valori assoluti i pacchetti verdi più consistenti furono quelli di Cina, Stati Uniti, Corea del Sud, Germania e Giappone e in termini percentuali sul Pil quelli di Corea del Sud (80per cento), Cina (38 per cento) e Francia (21 per cento). Giova altresì ricordare che l’Italia era buona ultima, destinando solo l’1,3 per cento del Pil a interventi verdi peraltro nelle sole infrastrutture ferroviarie.
La crisi economica si è rivelata poi assai più acuta e i buoni e innovativi propositi di sviluppo verde hanno finito per cedere il passo alle logiche di analisi e di intervento tradizionali. Mentre per mancanza di consenso e per il potere delle lobby energetiche, Obama fatica ancora a intraprendere un’azione incisiva nel campo della Green economy, l’Unione Europea procede spedita nella persecuzione dei propri obiettivi al 2020 e discute di quelli nuovi, da darsi successivamente. Sono quegli obiettivi che nel maggio 2008 il neo-insediato governo Berlusconi ereditava con scarso entusiasmo, cercando inizialmente di contrastarli in quanto troppo costosi e che oggi porta avanti con scarsa determinazione come mostrato dall’atteggiamento ondivago nella vicenda degli incentivi al fotovoltaico.

PRIORITÀ AL MATTONE

Sono fatti che è opportuno richiamare in questi giorni, mentre si discute di politiche per lo sviluppo con la presentazione, da parte del ministro Tremonti, del Piano nazionale di riforma (Pnr) nell’ambito del Documento di economia e finanza 2011 e del “decreto sviluppo” di alcuni giorni fa. In quei documenti sono delineati i primi interventi concreti e le riforme che il governo intende adottare per ridare slancio alla crescita e raggiungere gli obiettivi di “Europa 2020”. Nel decreto legge, in omaggio a un’impostazione vecchia, si punta sul rilancio dell’edilizia privata tout court concedendo nuovo spazio all’edificabilità, incidendo anche sulle zone costiere, intervenendo dunque in un ambito ormai delicatissimo qual è quello del consumo di territorio.
Il capitolo del Pnr dedicato all’energia e ambiente riserva invero poche novità e nessuna vera nuova riforma. Come si apprende dalla premessa del documento, l’energia e l’ambiente non figurano tra le priorità del governo nel suo programma di riforma, mentre vi sono, a titolo d’esempio, l’edilizia privata e il turismo. (1) Nel testo del Pnr vero e proprio figurano tuttavia misure dedicate, ma si tratta sostanzialmente di provvedimenti connessi all’adempimento delle direttive europee e la continuazione di alcune misure esistenti, come quello sconto fiscale del 55 per cento sulla riqualificazione energetica degli edifici che lo stesso ministro aveva annullato per poi reintrodurlo a furor di popolo. Viene annunciato un Piano d’azione per la riduzione dei consumi energetici della pubblica amministrazione, elencato tra le principali misure (p. 3), ma di ciò non si trova poi traccia nelle tabelle riepilogative degli interventi in allegato. Allo stesso tempo ci si premura di annunciare un “corretto insieme di politiche per l’efficienza”, ma – si aggiunge subito – “evitando tuttavia indicazione di obiettivi numerici vincolanti”. (2) Ci pare in sostanza di essere lontani da misure che gli inglesi definirebbero “bold”, come la revisione generale della fiscalità in campo energetico ripensata a fini ambientali o come atti di indirizzo sulle infrastrutture e le reti di distribuzione dell’elettricità e del gas, anche con riguardo all’assetto concorrenziale di tali mercati.
La rete, si prenda la rete. Leggiamo che Angela Merkel finanzierà con 500 milioni di euro un programma di ricerca e sviluppo che abbia al centro i sistemi per accumulare elettricità e ridistribuirla in maniera efficiente. La Germania infatti ha saputo trarre immediate conseguenze dall’incidente nucleare di Fukushima e le crisi del Nord Africa, i due fatti che hanno cambiato, forse in maniera permanente, lo scenario energetico internazionale. Una conferma del quadro mutato è la pubblicazione in questi giorni del Rapporto speciale sulle fonti rinnovabili da parte dell’Ipcc, il supremo organo scientifico sui cambiamenti climatici costituito in seno all’Onu. (3) Decidendo l’uscita definitiva dal nucleare entro dieci anni, la Merkel ha senza indugi insediato una commissione di (pochi) esperti incaricati di predisporre il nuovo piano energetico nazionale, che si baserà sui tre pilastri dell’efficienza energetica, delle fonti rinnovabili e delle reti efficienti e intelligenti di trasmissione e distribuzione.
In sostanza, una diversa sensibilità e scelta di tempi verso i temi dell’energia e dell’ambiente mostrata dai tedeschi rispetto ai nostri governanti. Una scarsa sensibilità, va detto, mostrata anche da molti macroeconomisti nostrani, che omettono sistematicamente di annoverare tra i motori del cambiamento strutturale e le conseguenti necessarie riforme, accanto ai grandi temi del capitale umano e dell’innovazione tecnologica, delle condizioni competitive dei mercati e delle strutture amministrative, quelli che si riassumono nel termine di sostenibilità. Trascurando di conseguenza anche i potenziali vantaggi rispetto al ciclo economico.
Un peccato che non si apprezzi il fatto che la Green economy è il grimaldello congiunturale dello sviluppo sostenibile. E sottolineiamo “sviluppo”.

(1)Il testo del Pnr si trova a questo indirizzo. Le priorità indicate nella Premessa sono: riforma fiscale, Meridione, lavoro, opere pubbliche, edilizia privata, ricerca & sviluppo, istruzione & merito, turismo, agricoltura, processo civile, riforma della pubblica amministrazione e semplificazione.
(2)Questa misura è indicata all’interno della priorità Ags (Annual Growth Survey) n. 10 “Creare un accesso efficiente all’energia” (p. 14).
(3)Tecnicamente è stato ad oggi pubblicato solo un estratto del rapporto, il cosiddetto “summary for Policymakers” il cui testo si trova a questo indirizzo.

da lavoce.info

"Il garantismo dell’appartenenza", di Massimo Nava

A rileggere alcuni commenti sulla vicenda di Dominique Strauss-Kahn viene da chiedersi se un pregiudizio di colpevolezza o d’innocenza possa variare a seconda che l’imputato sia un potente o un individuo qualunque, un membro della famiglia o un estraneo, un amico o un avversario politico, un membro della propria comunità nazionale o uno straniero. Abbiamo visto confronti a senso unico fra la macchina giudiziaria americana e quella francese e sentito parlare di complotti della destra gollista contro il candidato della sinistra all’Eliseo e di imprecisate «spectre» finanziarie contro il presidente «troppo» europeista del Fondo monetario. Abbiamo ascoltato esaltazioni delle qualità intellettuali e umane di DSK, per sostenere quanto sia assurdo che la fama di seduttore possa avere avuto un suo rovescio di bassezze. Si è letto di una povera cameriera che potrebbe essere considerata inattendibile. E questa sembra la strategia della difesa. Qualcuno ha persino voluto sottolineare che la cameriera è musulmana e che DSK è ebreo. Giurano sulla sua innocenza familiari, amici e amiche, ma forse la reazione più naturale dovrebbero essere il disagio per un così grande spreco di talento e la compassione per un comportamento che potrebbe invadere la sfera della medicina. I sondaggi dicono che il 57 per cento dei francesi ritengono DSK innocente. Nella gauche molti fingono di non sapere quale fosse il punto debole del proprio campione. Alcuni intellettuali sono insorti contro l’esposizione pubblica dell’imputato. Per inciso, sono gli stessi che considerano Berlusconi spregevole al di là di ogni dubbio. Nessuno potrà mai risarcire abbastanza DSK se risultasse innocente, ma era sostenibile, sulla base delle accuse, che potesse tornarsene tranquillamente in Francia? Sarebbe accettabile che i giornali non parlassero di Ruby? Non sarebbe più utile interrogarsi su qualche punto opaco dell’inchiesta? Ad esempio: sull’assenza di security al piano vip del Sofitel; sul fatto che una sola cameriera fosse incaricata di rimettere in ordine una suite; sulla mancanza di reazioni ufficiali da parte della Francia per l’intrusione della polizia americana su un volo della compagnia di bandiera; sulla mancanza di precauzioni da parte dello stesso Strauss-Kahn che si muoveva da solo, senza scorta, senza nemmeno un segretario a protezione della privacy. La questione della «gogna mediatica» e dell’errore giudiziario è all’ordine del giorno in ogni tempo, dal caso Dreyfus al caso Sacco-Vanzetti, per limitarci alla diatriba fra Francia e Stati Uniti. Si potrebbe continuare ricordando la «sensibilità» degli americani rispetto alla sorte di Amanda Knox nella rete della giustizia italiana o le campagne sulla sorte dei detenuti di Guantanamo, certamente non tutti terroristi e molti in attesa di processo. Stupisce tuttavia una forma di garantismo la cui molla non sono soltanto la doverosa presunzione d’innocenza o il margine di dubbio sull’operato del procuratore, ma il senso di appartenenza, il giudizio di parte, le conseguenze politiche di un arresto. È la specie di garantismo per cui la metà degli italiani considera Berlusconi vittima di una macchinazione. È una specie di solidarietà di categoria che fa scattare l’applauso di industriali all’indirizzo degli imputati della Thyssen. È il riserbo che per molto tempo ha mantenuto la chiesa nei confronti dei casi di pedofilia. È l’atteggiamento di chi ritiene la giustizia americana brutale e quella francese egualitaria. Al contrario, succede che un pregiudizio di colpevolezza scatti nella «categoria» opposta a quella del presunto colpevole: italiani di sinistra, francesi di destra, femministe, dipendenti e piccoli azionisti, anticlericali, islamofobici. Stupore e incredulità supportano l’innocenza, così come ostilità e pregiudizio si trasformano in colpevolezza. È possibile che un immigrato sia un ladro o un arabo un terrorista o un nero un assassino. Non sembra immaginabile che un famoso leader politico — francese, ricco, di sinistra, bianco e amato dalle donne — tenti di stuprare una cameriera di colore.

Il Corriere della Sera 23.05.11

Falcone, Bersani: "Dovere ricordare suo sacrificio"

A 19 anni dalla strage di Capaci il segretario PD commemora il magistrato: “Ha impegnato tutta la vita nella lotta contro la criminalità organizzata, è un riferimento morale per i giovani non solo della Sicilia ma dell‘Italia. Perché è bene ricordare che la mafia, oltre agli uomini e alla donne, uccide il futuro del nostro Paese”. “Desidero ricordare, a diciannove anni dalla strage di Capaci, con immutata commozione la figura di Giovanni Falcone. E’ un dovere continuare nel tempo a ricordare il sacrificio e l’insegnamento di uomini come Falcone. Un magistrato che ha impegnato tutta la vita nella lotta contro la criminalità organizzata, un riferimento morale per i giovani non solo della Sicilia ma dell‘Italia. Perché è bene ricordare che la mafia, oltre agli uomini e alla donne, uccide il futuro del nostro Paese. Falcone è stato un magistrato di straordinaria capacità e competenza, un uomo intelligente che ha servito con onestà e lealtà le Istituzioni democratiche. La strage di Capaci è un evento drammatico che ha segnato in maniera dolorosa la vita degli italiani. Un agguato feroce che costò la vita a Falcone, a sua moglie, Francesca Morvillo e agli uomini della scorta. A tutti loro e alle loro famiglie rivolgiamo un pensiero e la nostra più profonda solidarietà.” Così Pier Luigi Bersani, segretario nazionale del Pd, ha voluto commemorare Giovanni Falcone e le vittime di Capaci alla vigilia dell’anniversario della strage.

"Nuova e vecchia comunicazione", di Piero Bianucci

Berlusconi parla da cinque televisioni, tre sue e due di tutti. I fan di Pisapia si tengono in contatto con messaggini sui cellulari, «cinguettii» su Twitter, scambi di opinioni con Facebook. La lotta all’ultimo voto che va in scena a Milano è interessante anche dal punto di vista dei mezzi di comunicazione utilizzati. Si confrontano due tipi di rete. Berlusconi usa la rete a stella: l’emittente è centralizzata. Siamo in un universo tolemaico. Terra al centro e tutto il resto – Luna, pianeti e stelle – gira intorno. Il rapporto è monodirezionale: dal centro alla periferia, da chi emette il messaggio a chi lo riceve. La rete a stella è potente, nessuno dei suoi singoli utenti è in grado di intaccarla. Ma è anche fragile: un guasto al faro lascia tutti al buio.

I fan di Pisapia usano una rete multicentrica. Il loro rapporto è pluridirezionale. Non va dall’alto al basso, procede orizzontalmente a zig-zag. Inoltre è un rapporto interattivo. Ogni fan con il suo cellulare o i social network è un piccolo centro ricetrasmittente. Il singolo fan è debole. Ma l’insieme è forte. Se una piccola emittente per qualche motivo viene meno, ce ne sono migliaia pronte a subentrare creando percorsi alternativi. Negli Anni 60 il governo americano per rendere la rete di telecomunicazione inattaccabile creò Arpanet, la nonna di Internet, e lo fece proprio privando la rete di un centro unico e distribuendo il «potere» tra tanti centri minori interconnessi.

La rete multicentrica delle comunicazioni sta trasferendosi nel sociale. In Spagna «los indignatos» ne sono lo specchio. Da noi qualche tempo fa decine di piazze dalle Alpi al mare Ionio si sono affollate per difendere la Costituzione. Poi è successo per la scuola pubblica, la dignità delle donne, la ricerca scientifica, l’occupazione. Queste manifestazioni hanno una caratteristica comune. Sbocciano in pochi giorni, persino in poche ore. Non sono organizzate ma si auto-organizzano. Manca la regia. La diffusione delle idee e dei sentimenti che animano questo fenomeno ha i connotati del contagio. Come avviene che persone geograficamente e socialmente lontane si mobilitino insieme?

Paul Erdos, geniale matematico ungherese dalla vita nomade (non ebbe mai una casa, i suoi beni stavano tutti in una valigia), affrontò il problema di stabilire quante strade servono per collegare 50 città. Con 1225 strade la connessione è assicurata. Ma qual è il numero minino? Erdos ha dimostrato che ne bastano 98.

Se aumenta il numero dei punti da collegare ci sono sorprese. In media per connettere ciascuno dei 7 miliardi di abitanti della Terra a uno qualsiasi degli altri sono sufficienti sei passaggi. Per esempio un contadino del Brasile conosce il parroco del suo villaggio, che a sua volta dipende dal vescovo locale, il quale è in contatto con qualche cardinale che ha incontrato il Papa. Tra il contadino brasiliano e Benedetto XVI esistono soltanto tre gradi di separazione. E’ la teoria delle reti, e la troviamo nascosta sotto le realtà più diverse: il funzionamento del cervello, il diffondersi delle epidemie, l’imprevedibile successo di un libro, finanza e commerci, mode e fenomeni sociali. Se poi ad accelerare le connessioni interpersonali provvedono Internet e telefoni cellulari, che sono reti allo stato puro, il gioco è fatto.

Nel 1998 i matematici Duncan Watts e Steve Strogatz (Cornell University) scoprirono che in una rete sono decisivi pochi legami tra punti lontani distribuiti in modo intermedio tra ordine e caos. Sono questi legami a rendere veloci i rapporti, e l’esito può essere esplosivo. Ma pare che i nostri politici sappiano poco di Erdos, Watts e Strogatz.

La Stampa 23.05.11

"La promessa boomerang", di Aldo Schiavone

Cosa ci toccherà di sentire ancora, prima di venerdì? Fra le ultime affannose e sconclusionate mosse che un centrodestra sempre più allo sbando sta tentando per rimettere in sesto una campagna elettorale fin dall´inizio disastrosa, questa dello spostamento di qualche ministero da Roma a Milano è qualcosa di peggio di una gaffe pasticciata e maldestra. È il segno di un logoramento di rapporti tra alleati, anche dentro lo stesso Pdl.
È il segno di una totale assenza di senso dello Stato e di responsabilità di governo, di una mancanza di idee e di una disperazione politica su cui gli elettori milanesi (e napoletani) farebbero bene a riflettere, in questi ultimi giorni – quanto meno per rafforzarsi nell´opinione che hanno già espresso.
Emergono innanzitutto la difficoltà grave, e insieme il cinismo di Bossi, motore dell´annuncio. Egli sa benissimo come l´operazione abbia, dal punto di vista del voto, un valore assai modesto. Ma ha perduto voti, molti. E deve fare i conti con una base stanca di Berlusconi, e preoccupata di finire con lui nell´abisso. Sa che la battaglia di Milano è compromessa. Ha perciò un bisogno immediato di esibire un qualche risultato, di poter agitare uno straccio – qualunque esso sia – e di farlo passare per una bandiera al vento, in modo da poter dimostrare che egli ha ormai in mano il Premier, e che continuare a seguirlo significa lucrare vantaggi significativi, e soprattutto acquisire una posizione di forza e di comando quale mai era stata da lui avuta in passato. L´annuncio dei ministeri a Milano diventa così il segno di un dominio ottenuto.
E Berlusconi? La sua deriva estremista è ormai sempre più evidente: le sue ultime dichiarazioni milanesi – del tutto irresponsabili per un Presidente del Consiglio – non aggiungono nulla di nuovo. C´è dentro, certo, un vecchio calcolo – la mobilitazione anticomunista. Ma c´è anche la sua incapacità ormai irrimediabile di parlare qualsiasi altro linguaggio che non sia quello di una livido appello alla paura e al rancore. Non può più negare a Bossi nulla, nemmeno se rischia – come in questo caso – di spaccare il suo stesso partito, che, in mancanza di una guida politica (da quando Berlusconi non parla di politica?), si sta sempre più territorializzando e infeudando, in una lotta confusa, senza esclusione di colpi, in cui ciascuno persegue un suo proprio disegno (in queste ultime ore: Formigoni, i due Capigruppo Cicchitto e Gasparri, gli ex An con Polverini e Alemanno). Nel tentativo – inutile – di rimediare in qualche modo a una situazione uscita fuori controllo, il Premier ha aggiunto confusione a confusione, parlando – se si capisce bene – di “Dipartimenti”, invece che di Ministeri. E´ difficile immaginare questo cosa voglia dire, dal punto di vista dell´effettività istituzionale. Ma che importa a Berlusconi? Ogni cosa va bene, se basta a evitare la rissa, almeno per il momento.
Non si può tacere infine che il degrado nella cultura di governo e nel senso dello Stato dimostrati dalla maggioranza (se dobbiamo ancora usare questa parola) ha toccato in queste ore una nuova soglia. Pezzi di Stato – anzi, in qualche modo, la forma stessa dello Stato, perché il decentramento del Governo tocca la forma stessa dello Stato – barattati precipitosamente, senza pudore, senza vergogna, senza cultura, senza storia, senza diritto, come se si trattasse di merci in cambio di alleanze e di consensi, come se fossero non dico nella disponibilità politica, ma nella proprietà personale del Presidente del Consiglio. E´ poco dire che non si era mai visto. A questo, siamo: e quanto ancora durerà?

La Repubblica 23.05.11

"Dalla Moratti a Cetto La Qualunque", di Luigi La Spina

E’ un vero peccato che la campagna elettorale per il ballottaggio a sindaco di Milano si sia conclusa con una settimana d’anticipo e con un risultato a sorpresa: Letizia Moratti ha perso, ma non è stata sconfitta dal suo competitore Giuliano Pisapia, ma da se stessa. Perché potrà anche riuscire a compiere l’impresa disperata di superare il candidato del centrosinistra, lunedì prossimo, ma a un prezzo che non bisognerebbe mai accettare di pagare, quello di rinnegare il proprio passato politico, le scelte programmatiche fatte e tante volte rivendicate, i valori in cui si è creduto o si è detto di credere e, soprattutto, tradendo la fiducia di coloro che per quei valori l’hanno eletta a loro rappresentante.

I segnali di fastidio e di distacco con i quali i moderati milanesi avevano risposto, col risultato del primo turno, ai toni estremistici e spregiudicati usati dalla candidata di Berlusconi e Bossi alla rielezione a sindaco di Milano, evidentemente, non sono bastati.

Così la Moratti, in questi giorni, ha inanellato una serie di promesse demagogiche che non solo contraddicono le decisioni più significative del suo precedente mandato, ma assumono caratteristiche che, nei cittadini più anziani, ricordano le scarpe spaiate offerte da Achille Lauro ai napoletani degli Anni 50 e, in quelli più giovani, i mirabolanti impegni elettorali dell’Antonio Albanese di «Qualunquemente».

L’Ecopass, la Ztl, le strisce blu e gialle sulle strade di Milano sono il segno più visibile e concreto della passata amministrazione milanese. Decisioni discutibili, certo, ma che sono nate dalla consapevolezza dei problemi d’inquinamento ambientale e di mobilità urbana nel centro storico. Ora, con una contraddizione clamorosa rispetto alle intenzioni dichiarate dalla Moratti, quelle di «raccontare ai cittadini le tante cose buone fatte a Milano», il sindaco uscente le rinnega. Con la sconcertante promessa di condonare le multe dei milanesi che hanno violato le disposizioni da lei stessa impartite.

Quale opinione la Moratti pensa possano avere di questi atteggiamenti proprio quegli elettori moderati che, fedeli al principio del rispetto della «legge e dell’ordine», hanno osservato le regole? A quale Milano si rivolge? Non crede di offendere, così, l’onestà e il civismo dei suoi concittadini? Soprattutto non ritiene di offendere se stessa, il suo passato di impegno pubblico, dalla presidenza Rai al ministero dell’Istruzione? Compiti svolti con risultati controversi, ma sempre con dignità e mai segnati da cotanto cinismo politico.

E’ con amarezza che occorre constatare l’impossibilità di assistere a una battaglia elettorale, a Milano, come si poteva prevedere: tra un galantuomo garantista di sinistra come Pisapia e una gentildonna di destra come la Moratti. E questa volta, non si può essere così ipocriti e falsamente equidistanti da non segnalare per colpa di chi un clima di civile competizione sia stato compromesso. Con altrettanta amarezza dispiace come la grande tradizione liberale, moderata e anche conservatrice di Milano si possa sentire abbandonata. Un passato che ricorda figure di cattolici come Filippo Meda, Gallarati Scotti, Giuseppe Toniolo, e di laici come Luigi Albertini e Giovanni Malagodi.

La deriva finale della Moratti sulla via dell’estremismo verbale e della demagogia elettorale più incontrollata può sorprendere chi credeva di conoscerla, ma corrisponde, purtroppo, agli atteggiamenti della coppia Berlusconi-Bossi di questi tempi. Il primo sembra non aver capito che le mosse a sorpresa, sul calare dell’ultimo gong nella campagna elettorale, possono essere efficaci le prime volte. Non più quando vengono ripetute dopo che gli elettori hanno constatato i risultati di quelle promesse. L’esempio più calzante è quello dell’abolizione totale dell’Ici. Una decisione che ha messo in difficoltà tutti i Comuni, costretti o a tagliare i servizi o a ricevere dallo Stato, attraverso le tasse, rimborsi che si sono tradotti in una sostanziale «partita di giro». Risultati ancora peggiori, proprio nell’opinione dei moderati italiani, hanno altre promesse berlusconiane, come quelle di lasciare mano libera all’abusivismo edilizio in Campania.

Il pericolo maggiore, sul piano nazionale, è, però, un altro. Le necessità elettorali, le traballanti maggioranze governative alla Camera, le incognite di un’ultima parte della legislatura che si presenta molto difficile potrebbero indurre Berlusconi a compiere una tale pressione su Tremonti da costringerlo a indebolire la ferrea difesa dei conti dello Stato fin qui esercitata dal ministro dell’Economia. Con la situazione internazionale che caratterizza questi mesi e che si potrebbe aggravare nei prossimi mesi, a partire dalla tenuta dell’euro, il rischio è grave. Tremonti, infatti, si potrebbe trovare in una posizione, per lui, del tutto insolita. Il suo più fedele sostenitore, Umberto Bossi, potrebbe unirsi al presidente del Consiglio, questa volta, nel sollecitarlo a una linea di minor rigore. Perché, quando i consensi calano, come sono calati quelli della Lega negli ultimi tempi, le promesse s’alzano. A cominciare da quelle più estemporanee, come lo spostamento di qualche ministero a Milano. Perché quella che una volta era una grande capitale morale possa divenire anche una piccola capitale ministeriale.

La Stampa 23.05.11