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"L´Italia si sente sempre più povera", di Ilvo Diamanti

Sondaggio Demos-Coop. Il ceto medio diventa minoranza. C´è insoddisfazione in Italia. Un´insoddisfazione sorda ma non più muta. Trapela da mille segnali, piccoli e grandi. Le proteste sociali che si susseguono, da mesi. In modo ostinato e insistente. Nelle piazze, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. L´abbiamo riconosciuta, da ultimo, nel voto amministrativo. Che ha rivelato cambiamenti profondi. E inattesi. Dietro a tanta insoddisfazione si colgono tanti motivi, di natura diversa. Uno, però, risulta evidente. L´ascensore sociale è in discesa, da troppo tempo. Per usare un ossimoro. I dati dell´Osservatorio di Demos-Coop, al proposito, sono espliciti. Anzitutto, la classe sociale (percepita dagli italiani). Per la prima volta, da quando conduciamo i sondaggi dell´Osservatorio, la piramide si rovescia completamente. Senza “mediazioni”. Infatti, le persone che si collocano nella “classe operaia” oppure fra i “ceti popolari” superano, per estensione, quelle che si sentono “ceto medio”. Dalla cetomedizzazione degli anni Ottanta – un neologismo ostico ma suggestivo, coniato da Giuseppe De Rita – si sta scivolando verso una sorta di “operaizzazione”. Singolare destino, visto che da tempo si predica l´estinzione della classe operaia. Tuttavia, l´indicazione del sondaggio è esplicita. Il 48% del campione nazionale dice di sentirsi “classe operaia” (39%) oppure “popolare” (9%). Il 43%: “ceto medio”. Il 6%, infine, si definisce “borghesia” o “classe dirigente”. È l´unico settore sociale stabile. (Le classi privilegiate, d´altronde, sentono la crisi meno delle altre. Anche se la temono.) Invece, il peso del “ceto medio” è sceso di 5 punti negli ultimi tre anni e di 10 negli ultimi cinque. Simmetricamente, l´ampiezza di coloro che si sentono “classe operaia” oppure “popolare” è cresciuta di 3 punti negli ultimi tre anni e di 9 negli ultimi 5. Prima causa: lo slittamento dei lavoratori autonomi (artigiani e commercianti). Metà di essi oggi si posiziona nei ceti popolari. Lo stesso avviene per circa un terzo di impiegati e tecnici.
Peraltro, l´insoddisfazione verso l´economia e il mercato del lavoro, secondo il sondaggio Demos-Coop, non è mai stato tanto elevata. Verso l´economia: nel 2004 coinvolgeva il 59% della popolazione, oggi il 71%. Verso il lavoro: nel 2004 era espressa dal 60% della popolazione, oggi inquieta il 75%. La delusione sociale: investe tutti. La novità assoluta è che il senso di declino sociale non riguarda i “soliti noti”. Operai, pensionati e disoccupati, su tutti. Ma risucchia altri gruppi, che si è soliti collocare (e fino a qualche anno fa si collocavano) più in alto. Nei ceti medi. Perfino nelle classi dirigenti.
Una quota ampia di lavoratori autonomi (20%) ma soprattutto di liberi professionisti (44%) oggi definisce la propria condizione di lavoro “precaria”.
D´altra parte, basta considerare il lavoro realmente svolto nell´ultimo anno dagli intervistati. Una componente ampia di essi (il 17% sul totale) dichiara di aver lavorato in modo temporaneo, per una parte più o meno ampia dell´anno. Si tratta dei giovani, soprattutto. E degli studenti (28%). Una generazione precaria, si è detto. È, effettivamente, così. Una generazione senza futuro. Il 63% del campione ritiene, infatti, che i giovani avranno un futuro peggiore di quello dei genitori. E il 56% ritiene che i giovani, per avere speranza di carriera, se ne debbano andare via. All´estero. Ne sono convinti, per primi, gli interessati: il 76% di coloro che hanno meno di 25 anni. Tuttavia, la precarietà è un sentimento diffuso. Che attraversa tutti i settori sociali. L´insoddisfazione verso la situazione economica e del mercato del lavoro, infatti, oltre che fra i disoccupati, raggiunge il massimo livello tra i liberi professionisti e i lavoratori autonomi. Ed è alta anche fra i tecnici e gli impiegati. Dal punto di vista della classe sociale: inquieta soprattutto coloro che si sentono “borghesia” oppure “classe dirigente”. Non è poi così sorprendente. Il fatto è che non ci sono abituati. Per cui temono di perdere i privilegi di cui dispongono.
Si spiega così la perdita di appeal del “lavoro in proprio”. Ma anche la parallela ripresa dell´attrazione esercitata dal lavoro pubblico (soprattutto nel Mezzogiorno). Nonostante da anni venga stigmatizzato da autorevoli esponenti del governo. Non è che i cittadini provino un´insostenibile voglia di fare i “fannulloni”. È il senso di insicurezza che pervade il lavoro. L´economia. Magari non è una grande novità, potrebbe eccepire qualcuno. È vero, ma non del tutto. Perché fino a poco tempo fa funzionava un meccanismo psicologico che disinnescava gli effetti politici della delusione economica e sociale. Anzi: li rivolgeva a scapito dell´opposizione. Una sinistra “impopolare”. Sempre più in difficoltà nell´intercettare il consenso dei dipendenti privati e dei ceti sociali più precari. Rannicchiata – e quasi accerchiata – dentro il perimetro dei pensionati e del pubblico impiego. Soprattutto degli insegnanti e delle figure “intellettuali”. Da qualche tempo, questa spirale senza fine sembra essere giunta alla fine. Il processo di operaizzazione e di discesa sociale sta producendo – ha già prodotto – effetti politici evidenti. E sembra sempre più arduo, per il governo e per il suo capo, proseguire nella strategia della dissimulazione. Dire, da un lato, che non è vero. Trattare chi predica sfiducia da nemico della nazione. Dell´Italia.
D´altra parte, non è facile scaricare le colpe e le paure della crisi sempre sugli “altri”. Gli immigrati e gli stranieri. Poi, l´euro e l´Unione Europea. Sul piano interno: Roma padrona e il Sud spendaccione. O, viceversa, il Nord egoista. Alla lunga, il meccanismo si è logorato. Difficile dire che la crisi non c´è. Che le cose vanno bene. Che noi stiamo bene. Che bisogna avere fiducia (ora). Che gli operai non esistono. Se mezza Italia, ormai, si sente e si dice operaia. Se i ceti medi e perfino i borghesi hanno paura. Se i giovani pensano di fuggire dal Paese. Se i genitori, per non parlare dei nonni, non hanno argomenti validi per trattenerli. Ed è difficile scaricare le colpe sull´opposizione, che da anni latita. Ma è difficile, per la maggioranza, anche prendersela con il Sud o con il Nord. Spostare i ministeri da Roma a Milano. Visto che in entrambi i casi significa prendersela con se stessa. La Lega del Nord contro il Pdl romano – e del Sud. E viceversa. Così – “forse” – dopo tanti anni, siamo giunti alla resa dei conti. O almeno: all´assunzione di responsabilità. Se piove e fa freddo, se l´orizzonte è scuro. Non può essere – sempre e solo – colpa degli “altri”.

La Repubblica 23.05.11

Manovra da 40 miliardi entro il 2014 corsa ad ostacoli per non ricadere tra i Pigs", di Roberto Petrini

Tremonti stretto tra l´obiettivo del pareggio di bilancio e la regola anti-debiti della Ue. Se la ripresa non accelera, avverte Bankitalia, ci aspettano forti tagli di spesa. Il 22 dicembre del 2009 l´agenzia di rating Moody´s annunciò gelida: «Grecia e Portogallo rischiano una morte lenta». La profezia, due anni dopo, sembra realizzarsi e il “pre-declassamento” del nostro debito da parte di Standard&Poor´s, agenzia controllata dal colosso McGraw Hill che a sua volta ha come primo azionista il mega fondo Capital World Investors, non sembra promettere niente di buono. Torneremo nel girone infernale dei Pigs, i paesi maiali con rating “B” esposti alla speculazione?
Nella migliore delle ipotesi per l´Italia si profila un percorso di guerra dove di fronte ad ogni ostacolo verrà emesso un giudizio. Un passo falso e la furia dei mercati potrebbe abbattersi sul nostro debito pubblico che nel 2011 chiede risorse per 188 miliardi.
Tremonti ha ribadito anche ieri che l´obiettivo dell´Italia è quello di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2014 e che entro luglio saranno approvati dal Parlamento i necessari provvedimenti. Due anni dopo, nel 2016, ci sarà la verifica di Bruxelles sulla nuova «regola del debito» che impone di ridurre del 5 per cento l´anno la differenza tra lo stock e il livello del 60 per cento del Pil.
Il governo ha già annunciato una cura da cavallo da circa 40 miliardi per il 2013-2014 che ha fatto alzare il sopracciglio anche alla Banca d´Italia: se non si vogliono imporre sacrifici eccessivi, dicono a Via Nazionale, la crescita deve essere almeno del 2 per cento l´anno. Ed invece il Def prevede per i prossimi tre anni una media dell´1,5 per cento di dubbia realizzazione.
Il debito – vero ventre molle del paese – è per i mercati come l´odore del sangue per i vampiri, e quello italiano è una preda ambita. Nel 2010 è cresciuto di circa 3 punti percentuali rispetto all´anno precedente e nel 2011, sempre secondo le cifre ufficiali, è destinato a toccare la cifra record del 120 per cento. Certo, possiamo consolarci guardando le cifre della Germania, ma chiudendo un occhio sulla base di partenza: nel 2010 Berlino ha aumento il rapporto debito-Pil di 10 punti percentuali e oggi – come è solito ricordare Tremonti – in valore assoluto il suo debito è più alto di quello italiano (2080 miliardi contro i nostri 1.843).
Magra consolazione e piuttosto rischiosa se ci si culla sugli allori e si considera che sul fronte della crescita l´Italia segna amaramente il passo ed è assai lontana dalla Germania. Quest´anno cresceremo di uno scarso 1 per cento, contro il 2,6 per cento dei tedeschi. Lo confermano gli attesi dati del primo trimestre di quest´anno: rispetto all´ultimo trimestre del 2010 abbiamo fatto 0,1 mentre Berlino e Parigi, rispettivamente, 1,5 e 1 per cento. Morale: la ripresa dopo la crisi ci vede in affanno.
Mancano – altro punto dolente – interventi più decisi nella spesa pubblica, ma anche un forte ciclo di riforme, che in Germania ha fatto la differenza. Sono molti, da mesi, a chiedere di agire: da Draghi, a settori delle opposizioni, produttivi e anche sindacali. Ma il governo è fermo. Ed è proprio questo il punto che ha fatto parlare Standard&Poor´s di «paralisi politica»: un paese con una maggioranza costantemente a rischio e un Parlamento occupato dalle leggi ad personam di Berlusconi.
C´è da dire tuttavia che lo «stellone» italiano può ancora aiutarci. Esistono alcuni punti a favore del Belpaese che potrebbero tenerci lontani dai Pigs. La stretta di Tremonti, letale per l´economia, rappresenta tuttavia uno scudo rispetto alle pretese dei mercati (il rapporto deficit-Pil dovrebbe scendere sotto il 3 per cento il prossimo anno). C´è poi la variante debito-estero: un economista autorevole in Europa, Daniel Gros, l´ha individuata come quella decisiva. Sono i paesi che hanno un forte debito estero, molti titoli di Stato in mano agli stranieri e poca ricchezza privata a stare peggio: un identikit che si adatta alla Grecia (con una posizione finanziaria netta sull´estero negativa del 99 per cento), ma non all´Italia (negativa solo del 20 per cento e con una forte ricchezza privata tale da resistere anche ad una patrimoniale).

La Repubblica 22.05.11

"Ci mancava solo l’albo dei prof", di Marina Boscaino

L’avvocato Guercio di Livorno, che ha recentemente ottenuto parere favorevole per l’assunzione di 13 precari, in uno degli infiniti contenziosi che il Miur si trova ad affrontare, ha dimostrato come il precariato sia in contraddizione con l’art. 1 della Costituzione: on. Ceroni permettendo, naturalmente. Sarebbe il caso di riflettere. Invece continuano incessanti le proposte dei luogotenenti di Berlusconi, categoria antropologicamente davvero curiosa. Incuranti di aver ridotto la scuola pubblica a brandelli e tentato in ogni modo di spuntare le armi che essa aveva (e, nonostante la loro solerzia, ancora ha) per creare cittadinanza consapevole , continuano ad infliggerle colpi seguendo pedissequamente la pseudo-cultura del Capo. Trasformisti etici, manipolatori morali. Gareggiano a chi la dice più grossa, a chi viola con più cinismo il patto sociale e istituzionale che fonda la scuola pubblica e le nostre prerogative: di insegnanti, lavoratori e cittadini. Difendono – fino a coprirsi di ridicolo – il diritto di un uomo pubblico (presidente del Consiglio, per giunta) di fare ciò che vuole tra le mura domestiche (persino il pio Buttiglione si è reso protagonista di vibranti esternazioni in tal senso), irridendo alle ragionevoli affermazioni di chi solleva dubbi su tale libertà illimitata.
CONTEMPORANEAMENTE , però, negano un diritto costituzionale come la libertà di insegnamento. Il curriculum di Garagnani era già lungo e glorioso; balzò alle cronache nel 2001 per un 1-2 di tutto rispetto: presepe obbligatorio nelle scuole e telefoni-spia per i casi di “estrema politicizzazione, snaturamento dei fatti storici e di attacchi all’attuale governo”, contro i prof “comunisti”, vetero-pifferai inesausti, in cerca di prede indifese: “Segnalare esperienze di metodica e faziosa propaganda politica attuata da certi insegnanti nelle ore di lezione rientra nell’ambito della normale attività di un parlamentare”. Quanto zelo! Da questa merito-ria attività da Kgb post-moderno non lo ha distratto nemmeno la transumanza dalla commissione Istruzione, a quella Bilancio e a quella Giustizia , di cui oggi fa parte. La caccia al dissenso continua a essere all’apice dei suoi interessi; estirparlo la sua mission. Ed ecco la recente proposta di sospendere fino a 3 mesi chi fa propaganda politica a scuola. Una definizione in positivo non serve al nostro aspirante Inquisitore: essa “non può trovare tutela nell’articolo 33 della Costituzione. Un conto è infatti tutelare la libertà di espressione del docente, un altro è consentire che nella scuola si continui a fare impunemente propaganda politica”. Voltiamo pagina. In una delle innumerevoli proposte di legge di cui è prima firmataria, Gabriella Carlucci prende di mira, dopo i libri di sinistra, i prof fannulloni: binomio ormai automatico. Evidentemente ignorando le ragioni (estensione dell’obbligo, unificazione della scuola media e così via) della crescita – da lei stigmatizzata – del numero di insegnanti dai 261.000 del 1957 al milione circa attuale, la novella Montessori lamenta l’attuale “impiegatizzazione dei docenti”, che vuole trasformare in “professionalismo”, mediante “ridefinizione del ruolo e delle competenze in rapporto ai nuovi compiti della scuola di massa in una società della conoscenza”. Ingredienti della formula, che novità!, meritocrazia e premi. E quindi punta ad “una figura di insegnante altamente professionale”, introducendo l’albo nazionale dei docenti, con tre diversi inquadramenti: docente iniziale, ordinario ed esperto, nella direzione di un “riconoscimento giuridico ed economico della professionalità maturata” dai singoli. Anche se è esclusa “sovraordinazione gerarchica” tra i livelli dei docenti, solo gli esperti potrebbero occuparsi di formare, aggiornare e valutare colleghi. Per gli iniziali e gli ordinari, si prevedono invece valutazioni periodiche da parte di apposite commissioni (preside ed esperti) di risultati didattici, progetti, apporto alla scuola e titoli professionali acquisiti: chi non raggiungesse gli obiettivi prefissati può essere vittima di sospensione temporanea della “progressione economica per anzianità”. A definire i criteri e gli obiettivi esclusivamente il ministero, in un pericoloso meccanismo non solo autoreferenziale, ma antidemocratico. Chi vuol fare propaganda politica a scuola? È solo l’art. 1 a essere contraddetto da queste muscolari esibizioni di impraticabile rigore a senso unico?

Il Fatto Quotidiano 22.05.11

"Dall´amico dei "femminielli" al "candidato dell´Anticristo" così si fabbrica un nemico", di Filippo Ceccarelli

Stalingrado, Zingaropoli, la Città dei femminielli, dei drogati, degli islamici e dei terroristi. E questo in fondo già basterebbe a evocare il futuro di Milano e di Napoli, ove mai dovessero vincere i nemici del Popolo della Libertà. Ma siccome la guerra politica, oltre a nutrirsi di immagini, inesorabilmente scivola verso il cannibalismo, varrà la pena di segnalare, magari non a futura memoria, ma per depositarla nel già ampio bidone dello scemenzario elettorale e differenziato, che ieri il settimanale Tempi ha messo sull´avviso i suoi lettori sull´acclarata circostanza che Giuliano Pisapia sia, “metaforicamente parlando”, l´Anticristo, come dire l´arcinemico, ossia il nemico non solo del Pdl e della Lega Nord, ma di Dio. E questo proprio perché, come scrive il giornale vicino a Cl (che dopo il primo turno deve evidentemente dimostrare qualche rinforzo di zelo), il personaggio dell´aspirante sindaco si presenta con “eloquio suadente e modi gentili”, e non invece come lo descriveva nel medioevo Santa Ildegarda di Bingen e quindi un diavolaccio spaventoso, occhi di fuoco, orecchie d´asino, naso e bocca come un leone, denti di ferro e inconfondibile fetore.
Sull´aspetto delle donne della sinistra, d´altra parte, che sono così brutte da rovinarsi la giornata guardandosi allo specchio; così come sugli uomini di quella parte che “si lavano poco” e quindi puzzano, il Cavaliere ha già dato la settimana che precedeva il voto; dopo di che si amabilmente è concentrato sui magistrati con i risultati che si sono visti.
E meno male che dopo la sconfitta si dovevano abbassare i toni! Ieri l´infuocato Gasparri ha stabilito un automatismo tra la vittoria di Pisapia e il ritorno degli ex terroristi. Mentre il pacioso Pionati, in fregola di guerriero crociato, si è mosso sulla guerra di religione convintosi che in quel caso Milano diventerà “avamposto dell´Islam”. Ma siccome il mondo è vario, e certo più del necessario almeno in questa campagna elettorale, il vicesindaco della Moratti, De Corato, ha individuato il pericolo nei due milioni di rom della Romania, che per via delle politiche abitative del centrosinistra “busseranno alle porte per avere anche loro una casa” – là dove il punto debole della dichiarazione sta nel fatto che un´orda di tale portata, un´autentica e spaventosa invasione barbarica non busserebbe certo alla porta, tòc-tòc, è permesso?
Ma la palma del tragicomico, record stagionale, se l´è conquistata l´ineffabile sottosegretario Giovanardi. Il quale, probabilmente ringalluzzito dal successo ottenuto la scorsa settimana dalle sue confessioni autoerotiche alla radio, si consegnato ieri a Klaus Davi e lì più o meno ha detto che se la gente vota in un certo modo sarà una pacchia per i drogati e anche per i “femminielli”, come ha inteso stimolarlo il suo gentile interlocutore riguardo al contesto napoletano.
Su di un piano più rarefatto e sfuggente, là dove si alimentano le leggende metropolitane nella loro versione post-elettoralistica, vengono denunciati finti rom che volantinano pro Pisapia e anche pretesi edificatori di moschee ad altissima mobilità nei quartieri popolari. Con qualche malevola fantasia, di questo passo, converrebbe annunciare la discesa in campo di pedofili, satanisti, trafficanti di organi, scafisti un trasferta, piromani seriali, aizzatori di pitbull, seguaci di Unabomber, venditori di mucche pazze, installatori di ascensori killer e altri nemici sociali.
Ma a parte gli scherzi – che pure in Italia sono diventati una cosa seria e anche drammatica – occorre forse riconoscere che nella post-politica il marketing della ferocia e dell´intolleranza ha preso il posto delle ostilità ideologiche e dell´odio di classe.
Più in generale, vale la pena di seguire la campagna elettorale di Milano e Napoli tenendo aperto sulla scrivania il piccolo saggio che Umberto Eco ha inserito in apertura del suo recentissimo “Costruire il nemico” (Bompiani), specie là dove si legge: “«Avere un nemico è importante non solo per definire la nostra identità ma anche per procurarci un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori e mostrare, nell´affrontarlo, il valore nostro». Con il che, prosegue Eco, quando il nemico non c´è occorre costruirlo. E´ quello che in sostanza sta accadendo, altro che il Partito dell´Amore di cui si fece breve promotore Berlusconi dopo l´aggressione della statuetta!
Come si debba reagire a questa Fabbrica del Nemico è faccenda già più complessa. Ma certo un nuovo orizzonte, ironico pacifico immediato virale e interconnesso, già pare di scorgerlo on line nelle poste e nelle pagine di Facebook: “Pisapia è il padre di Charles Manson”, “Pisapia guida solo se ha bevuto almeno una bottiglia di Jack Daniels”, “Pisapia ha consigliato la decapottabile a John Kennedy”, “Pisapia caga per strada dando la colpa ai cani”, “Pisapia è una scia chimica prodotta dal signoraggio che ha complottato un attentato alle torri gemelle per inscenare la morte di Paul McCartney”, “Pisapia bara al fantacalcio”, “Pisapia accende le candele in chiesa e non la lascia l´offerta”, “Pisapia annusa la maglia sotto le ascelle per capire se la può mettere il giorno dopo”, e infine: “Noi siamo PISAPIA. Sarete assimilati. Ogni resistenza è inutile”.

La Repubblica 22.05.11

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Giovanardi penoso: «Con De Magistris e Pisapia vincono
femminielli e droga», di Felice Diotallevi

Ora preme sul tasto dell’omofobia e degli insulti, la campagna contro Pisapia e De Magistris che viene da destra, per bocca del sottosegretario alla famiglia Carlo Giovanardi. Che, intervistato da Klaus Davi e andato in onda su You Tube, va giù con le offese: «Con Pisapia e de Magistris, il riconoscimento delle unioni gay porterebbe a conseguenze discriminatorie per centinaia di migliaia di famiglie di Napoli e Milano». E per dirla tutta, con le sue parole: «Diventasse sindaco, De Magistris discriminerà sul piano dei servizi sociali le famiglie con figli favorendo femminielli, gay e trans riconosciuti attraverso registri che ne legittimino le
unioni, mettendoli sulle stesso piano delle famiglie riconosciute dalla Costituzione». E dunque, sempre secondo Giovanardi, «con loro sindaci, le case e i servizi sociali dei Comuni non darebbero la priorità alle famiglie», ma ai «femminielli». E non basta. «Pisapia vuole liberalizzare cannabis e marijuana, ma così finirebbe con l’aumentare il giro d’affari della criminalità organizzata», continua il sottosegretario. Apriti cielo. Reazioni e polemiche, ovviamente, arrivano come una valanga. «Bisogna essere di un incultura ciclopica per non conoscere il rapporto che c’è tra quella città e le sue creature», replica a proposito di Napoli il leader del Sel, Nichi Vendola, che commentale frasi di Giovanardi parlando di «medioevo mentale, mente ottenebrata». Esterrefatto il senatore del Pd Ignazio Marino, che punta l’indice contro queste «falsificazioni clamorose dei programmi elettorali: chi è a favore delle unioni civili a Milano, a Napoli e nel resto d’Italia, non vuole diritti speciali, comeil sottosegretario
Giovanardi tenta di insinuare, ma diritti uguali per tutti. Questo è un principio di laicità che uno stato democratico dovrebbe sempre rispettare. Mi lascia perplesso, peraltro, la tendenza di Carlo Giovanardi a spendere tante parole per mettere i cittadini in guardia contro i gay e il suo silenzio assoluto sulle accuse di sfruttamento della prostituzione minorile a carico del premier Silvio Berlusconi». E la vice presidente dell’assemblea del Pd, Marina Sereni, concorda nel sottolineare che «il centrodestra non si riprende dallo shock del primo turno e in vista dei ballottaggi sta facendo una campagna scomposta e tragicomica». Gli episodi esemplari? Non c’è che da scegliere, dal «matto» rifilato a Pisapia da Bossi, alle liti su dove collocare le sedi dei ministeri con Alemanno e Saltamartini contro Bossi, dalle improbabili promesse sulle tasse alla “sorpresa” sulla maxisanatoria delle multe a Milano. Ecco, commenta Sereni, «tanto si sono dimenticati di cosa voglia dire essere moderati, che fioccano insulti e battibecchi degni di uno spettacolo di terzordine, con Giovanardi che insulta i gay». Dello stesso tenore, l’indignazione espressa dall’Italia dei Valori,con il portavoce Leoluca Orlando che condanna le calunnie e gli insulti che continuano ad arrivare all’indirizzo di De Magistris e Pisapia «da questo governo estremista». «Viene da chiedersi cosa
abbia di cattolico Giovanardi quando, imitando la peggiore Santanchè, praticamente dà del trafficante di droga a Pisapia e del razzista a De Magistris», critica Orlando. «Giovanardi non perde occasione per discriminare gli omosessuali, ma contro i pedofili o i camorristi e loro amici non si pronuncia mai. Neanche una parola contro i candidati nazisti presenti nelle liste di Lettieri», tuonano pure due esponenti dei Verdi campani, Francesco Emilio Borrelli e Vincenzo Peretti.
Mentre il presidente di Arcigay, Paolo Patanè, taglia corto: «Siamo disgustati dall’omofobia di Giovanardi e insieme rallegrati per la sua nullità politica. Da un lato
le sue parole sono oltraggiose e cariche di disprezzo, dall’altro sono un buon segnale perché dimostrano l’assoluta inconsistenza della battaglia politica di chi, come lui, invece di parlare dei problemi dei cittadini ritiene di dover strumentalizzare le persone gay lesbiche e transex».

L’Unità 22.05.11

«Tornare in Italia? Mai dire mai», di Paolo Fallai

Raggiungere l’ufficio di Paola Antonelli, al Moma di New York, è facile. Basta seguire una pattuglia di bambini di sei anni e una brigata di liceali nel Cullman Education Building sulla 54 ª strada. L’ingresso principale del Moma, assediato ogni anno da 2 milioni e mezzo di visitatori, per fortuna è dall’altra parte dell’edificio, sulla 53 ª . Bambini e liceali si disperdono verso i laboratori, tra la grande parete a vetri sul «Giardino delle sculture» e una Ferrari da Formula uno appesa a muso in giù. Arrivare agli uffici, al terzo piano, significa conquistare una merce rara: il silenzio. Paola Antonelli è la curatrice del dipartimento architettura e design del Moma: è un intero piano di questo straordinario museo della creatività dedicato a definire, rappresentare e difendere il concetto di modernità. È quasi superfluo citare la rivista «Art Review» , che l’ha inserita tra le cento persone più potenti nel mondo dell’arte. Basta ricordare che un altro italiano con un incarico di tale prestigio, nel mondo culturale, non c’è. E che lei, nata a Sassari, vissuta a Ferrara, laureata in architettura al Politecnico di Milano, è arrivata al Moma a 30 anni. Sono passati tre lustri e il suo prestigio è sempre aumentato. «Ho avuto tanta fortuna— sono le sue prime parole — ho cominciato presto a lavorare e non ho mai smesso» . Paola Antonelli è perfettamente a suo agio nel caleidoscopio multicolore del suo ufficio. È più piccolo di quanto ti aspetteresti, visto il ruolo, ma libreria, tazza di caffè e piccoli portafortuna si mischiano in modo allegro e determinato. «Ho cominciato a Milano, scrivendo per “Domus”e “Abitare”— racconta — e nel frattempo insegnavo a Los Angeles alla Ucla e organizzavo mostre come free lance. Era davvero un po’ stancante fare avanti e indietro. Ho trovato un annuncio su una rivista per questo posto al Moma, ho risposto e loro mi hanno chiamato» . Sarebbe stato possibile in Italia? «Non si può mai dire, ma non credo, a parte il fatto che il Moma non esiste in nessun posto al mondo, e non c’è niente di paragonabile. Ma è difficile pensare che in Italia una trentenne donna potesse avere un posto non da assistente…» . Sorride, quando si arriva all’inevitabile domanda sull’Italia vista da qua. «Il nostro Paese è guardato con grande amore, i newyorkesi adorano tutto ciò che è italiano. Certo ogni tanto ci sono articoli sulla nostra situazione politica, ma l’America, come dice mio marito, non può non adorare l’Italia, è talmente inerme» . Non è un gran complimento e lo sa. Infatti aggiunge subito: «Amano i film come Cinema Paradiso, il Neorealismo e l’Italia del dopoguerra, bella e poverissima eppure sofisticata come qui si sognano: insomma un posto dove non funziona nulla» . D’altronde, è stata lei a sostenere che sul design i newyorkesi hanno una storia di complesso d’inferiorità nei confronti dell’Italia: «Anche perché qui non c’è modo di acquistare oggetti di design belli, come facciamo noi ogni volta che vogliamo comprarci un letto o un divano. La maggior parte dei negozi sono frequentati da arredatori e architetti. Spesso la persona che userà il letto non è la stessa che andrà a comprarlo» . Accosta spesso design e qualità della vita. «Il design ci aiuta a vivere meglio, senza dubbio. È quasi una cosa scontata da dire agli italiani. È invece una formidabile arma di propaganda per l’Italia in America» . Nella sezione architettura e design del Moma si può trovare l’originale della Vespa 150 di Corradino d’Ascanio, i primi Mac, l’ultima Smart e naturalmente la Lounge Chair di Charles e Ray Eames. Sembra che la sua sezione non conosca limiti, ma non è del tutto vero. «Ci sono una serie di tabù storici che il Moma si porta dietro dai suoi 82 anni di storia: niente moda, niente art déco, niente post moderno. Hanno a che fare con l’idea che il design deve essere senza tempo. Per il resto no, non ci sono barriere: lo scorso anno abbiamo inserito la chiocciola di Internet, quest’anno i 23 principali caratteri tipografici e per il futuro stiamo pensando ai giochi elettronici. Non abbiamo problemi di categoria, se non altro perché la definizione di design, di moderno, dobbiamo sempre rimasticala per cercare di mantenerla contemporanea» . Tra i suoi ultimi successi c’è Design and Elastic Mind, una mostra della primavera del 2008. «Ero terrorizzata prima dell’apertura: quando sei un curatore devi dare nuovi canoni, nuove certezze e mi sembrava di non aver chiuso il cerchio. Ero convinta che sarei stata severamente criticata. E invece proprio perché non era finita, la gente l’ha apprezzata molto di più, ognuno la completava a modo suo. Ho imparato che se percepisci che si sta muovendo qualcosa nella cultura, hai un’idea sulla direzione e la proponi con entusiasmo e con una buona selezione di oggetti, funziona» . Eppure siamo abituati a pensare l’arte come oggetti concreti, un quadro, una scultura. Resta difficile immaginare di poter esporre il virtuale. «È un problema soprattutto di approccio culturale: ho impiegato sette mesi a convincere alcuni miei colleghi prima di poter portare al nostro comitato la proposta di acquisizione della chiocciola di Internet. E invece il comitato ha detto di sì in dieci minuti. Si è trattato di una acquisizione concettuale più che virtuale, per far capire che quando si fa una collezione di design le leggi della fisica non dovrebbero fermarci. La chiocciola è di dominio pubblico, appartiene a tutti: vuol dire che appartiene anche a noi e a nessuno, quindi posso metterla sul muro e non ci sono problemi. Sono anni che voglio acquisire un 747» . Tutta la parete esterna dell’ufficio di Paola Antonelli è a vetri ed è come lavorare sospesi sulla città. Ed è vero che nel vano scale della nuova ala c’è un elicottero verde. Ma non si capisce dove lo metterebbe un 747. «Ma da nessuna parte — si affretta a chiarire, sorridendo— vorrei lasciarlo volare. Si tratta di fare un contratto di licensing con una linea aerea che abbia un 747 e mettere il nome del Moma sulla carlinga. È tutto previsto, devo solo convincere gli indecisi. Si potrebbero anche acquisire edifici, ma in quel caso bisognerebbe comprarli, sarebbe più giusto» . Rimane difficile il percorso. «Perché i problemi maggiori sono pratici. Per esempio con i caratteri tipografici quello che vorremmo veramente è il codice. La tecnologia cambia e cambiano i formati. L’unica sicurezza di poter riproporre i caratteri tipografici esattamente così come sono tra sessanta anni è avere il codice. Però è molto difficile perché è come chiedere la formula della Coca Cola. Nel dipartimento di conservazione del Moma, che si occupa di tutelare i Matisse e i Picasso, c’è una persona dedicata solo al digitale» . Nell’apparente disordine del suo studio, nella cura per la piccola serie di rane portafortuna «che non mi abbandonano mai» si capisce perché una delle emozioni più forti, nella sua sezione, si prova davanti a un pezzetto di carta: quello del primo schizzo del marchio I Love New York di Milton Glaser: «È l’origine di un mito. Copiatissimo in tutto il mondo. Quando ho chiesto a Glaser di esporlo e ha detto subito di sì, non potevo crederci» . Architettura e design significano anche soldi, moltissimi soldi per le aziende italiane. Nelle sale del Moma, dove a ogni angolo si parla italiano, resta il dubbio se si possa fare qualcosa in più. «Va bene tutto— conferma— purché ci sia un ritorno. Spesso ci sono aziende italiane che fanno meravigliose manifestazioni negli Usa con cibo a volontà e arte. A New York ha aperto Eataly, un grande centro sulla gastronomia italiana e sta riscuotendo un enorme successo. Ma è l’Italia a dover difendere le proprie eccellenze: per il Salone del mobile gli aerei erano pieni di americani che andavano a Milano» . Insomma in Italia ci lamentiamo troppo. «Be’ sì, è stato vero per molto tempo. Ma adesso ci sono buone ragioni per farlo. Vorrei tanto che invece di piangere succedesse anche qualcosa» . Come una proposta di
lavoro a Paola Antonelli? «Mai dire mai. Magari a Napoli, è sulla stessa latitudine di New York» .

Il Corriere della Sera 22.05.11

"Silvio invade la tv e fa flop a rete unificate" di Simone Collini

In attesa di altri cambiamenti, gli italiani intanto cambiano canale quando vedono Berlusconi. Lo dicono i dati Auditel. Tutti i tg che venerdì hanno trasmesso le interviste-comizio hanno perso telespettatori. A beneficio degli altri (Tg3 e TgLa7) che hanno aumentato gli ascolti. Non solo. Il monitoraggio minuto per minuto dei telegiornali che hanno violato la par condicio dimostra che proprio quando è comparso il premier, in molti hanno messo mano al telecomando. Il Tg1 e il Tg5 hanno perso mezzo punto percentuale mentre Berlusconi cominciava a parlare di bandiere con falce e martello e del Duomo presto invaso da zingari e islamici. Un calo non da poco, visto che già quando i telespettatori hanno appreso delle interviste a Berlusconi durante i titoli di testa, hanno cercato qualcosa di meglio. Il Tg1 ha perso oltre due punti percentuali e 584mila telespettatori, rispetto al giorno prima. Il Tg2 188mila.

Non è andata meglio ai canali Mediaset. Il Tg5 ha perso 20mila telespettatori rispetto al giorno prima, il fedelissimo Tg4 75mila, passando dal 6,1% di share di giovedì al 5,8% di ieri, il non da meno Studio Aperto 124mila (dal 9,8% all’8,8%). Gli unici che non hanno perso rispetto alle sere precedenti sono i tg de La 7 e di Rai3, che ha registrato 161mila telespettatori in più (dal 13,8% di share di giovedì al 15,6 di venerdì). E anche se si guarda ai dati regionali si vede qualcosa di interessante: in Lombardia il Tg1 si è fermato al 17,2%, il Tg5 rispetto a 24 ore prima ha perso oltre due punti (dal 22,7% al 20%). David Sassoli, durante il sit-in di protesta organizzato dal Pd davanti alla sede dell’Agcom, prende come riferimento i dati per parlare del «flop televisivo dopo quello elettorale»: «Altro che grande comunicatore – ironizza l’europarlamentare del Pd – dopo aver detto che Sgarbi aveva un ottimo programma e la performance di ieri, Berlusconi si presenta come un impresario suonato».

GARIMBERTI CHIEDE IL RIEQUILIBRIO
Ma la misera performance televisiva non diminuisce la gravità dell’accaduto. Ieri – dopo che si sono espressi contro la violazione della par condicio tutti i partiti d’opposizione, dopo che il Cdr del Tg1 ha chiesto di «rispettare l’equilibrio informativo», dopo che si sono espresse contro l’«occupazione televisiva» Usigrai e Fnsi (saranno martedì davanti alla Rai per protestare), dopo che il membro del Cda di viale Mazzini Nino Rizzo Nervo ha sollevato il tema di chi debba pagare le sanzioni ai tg Rai per responsabilità non dell’azienda ma dei direttori – Paolo Garimberti ha scritto una nota per dire che «un conto è dare una notizia» mentre «altro discorso è consentire che questa notizia diventi poi una sorta di comizio, per giunta senza un’adeguata compensazione con opinioni di altri candidati». Il presidente di viale Mazzini dice che ora è necessario che la Rai «riequilibri tempestivamente». Parole che non ammorbidiscono la posizione dell’opposizione.

PD: VERGOGNA INSANABILE
Dice Pier Luigi Bersani: «Vorrei evitare che adesso si potesse pensare di rimediare all’incredibile videomessaggio di Berlusconi lasciato passare a reti unificate mandando qualche immagine, qualche parola mia o di altri dirigenti nazionali dei partiti di opposizione. Ciò che è accaduto costituisce una vergogna insanabile». Per il leader Pd «non è possibile che si lasci mano libera al padrone e poi si pensi di risarcire con qualche compensazione i colpiti», anche perché «lo squilibrio e l’invasione dei teleschermi in campagna elettorale vanno evitati prima, non dopo». Bersani, che su Youdem lancia un appello agli elettori («torniamo alle urne e mobilitiamoci per non fermare il cambiamento») punta il dito anche contro l’Agcom: «Deve chiedersi quale sia la propria attività e a che cosa serva se arriva sempre dopo». Un riequilibrio richiede comunque che sia data la parola a Pisapia, per il leader Pd. Che non ha accettato di partecipare a “Porta a porta”. Bruno Vespa lo aveva invitato per martedì, mentre mercoledì sarebbe toccato a Berlusconi. Bersani è fermo sul faccia a faccia o niente («non ci facciamo dettare l’agenda dal premier»). Vespa ha ripiegato su Di Pietro. Berlusconi ha accettato felice. Vedremo gli ascolti.

L’Unità 22.05.11

"Roma, settimana di fuoco per i tagli al tempo pieno", di Alessandra Migliozzi

Si moltiplicano i ricorsi al Tar. Meno 111 classi nella primaria. Da domani proteste negli istituti. Comincia l’orario-spezzatino con più maestri. Genitori sul piede di guerra. Nelle scuole romane sale la protesta per i tagli decisi dal ministero dell’Istruzione che in questi giorni si stanno concretizzando: ai presidi sono arrivate le disponibilità di docenti per il prossimo settembre e le richieste di tempo pieno, alla primaria, non sono state completamente soddisfatte. Mentre l’inglese perde di qualità con gli specialisti che passano da 445 a 98: insegneranno la lingua i maestri di matematica e italiano. Alle superiori, come spiegano dal liceo Croce «c’è persino il rischio che le classi del primo anno del triennio vengano accorpate senza tenere conto dell’indirizzo che il ragazzo frequenta». Ovvero, potrebbe scattare il cambio in corsa. Per questo da domani il coordinamento delle scuole romane in mobilitazione organizzerà proteste in tutti gli istituti. Il 30 e 31 maggio scatterà la contestazione sotto al ministero dell’Istruzione con due sit-in. Alcune scuole stanno facendo ricorso al Tar contro i tagli.
Negli scorsi giorni sono arrivati sotto alle finestre dell’ex Provveditorato i genitori della Di Donato, dove su 17 classi di tempo pieno chieste ne sono state concesse 14. Nessuno avrà il servizio alla primaria di Via Petrocelli, alla Romanina, che avrà solo 3 prime a tempo normale anche se i genitori lavorano tutti. Nella scuola di Via dell’Archeologia mamme e papà stanno occupando per protesta: le classi a tempo pieno sono 25, servono 50 docenti per coprirle, ma la scuola ne avrà 49. Niente più tutela del tempo pieno vecchia maniera, insomma, si entra nell’era dello spezzatino: l’orario sarà coperto da un maestro prevalente e da altri docenti tappabuchi. Con l’avallo del ministero. Secondo la Flc Cgil: «Più di mille bimbi potrebbero essere esclusi dalla mensa». I presidi pensano alle strategie: l’ultima frontiera è quella di far pagare il tempo pieno, come nell’istituto comprensivo di Via Puglie. Nelle classi a tempo pieno ufficiali, si dà la precedenza ai residenti e ai disabili. Chi resta fuori, se vuole il servizio, lo paga. Quest’anno nella scuola primaria di Roma e provincia gli iscritti saranno 1.636 in più, ma le classi calano: sono 111 in meno di cui 52 a tempo pieno. I tagli sul Lazio si abbattono con 1.989 posti che saltano nell’organico dei prof. La maggior parte sono su Roma e provincia, dove solo alla primaria il conto segna meno 760 posti. Per risparmiare è necessario fare accorpamenti di classi. «Chi aveva il tempo pieno lo scorso anno avrà la conferma – spiega Rosetta Mazziotta, della Cisl Scuola – Ma accontentare le nuove domande diventa più difficile». Il meccanismo dei tagli è perverso, l’amministrazione scolastica deve applicare quanto chiesto dal ministero. Se una scuola ha bisogno di meno classi a tempo pieno lì si opera il taglio che, però, non viene compensato in una scuola che chiede tempo pieno in più. La classe sparisce. Ecco perché i plessi delle aree periferiche «hanno più problemi – dice Paolo Mazzoli, preside del 115° circolo e presidente dell’Asal, Associazione scuole autonome del Lazio – perché lì la domanda è più recente». L’Asal ha fatto partire decine di lettere indirizzate ai genitori dei bambini di 80 istituti per far capire la situazione dei tagli. La Flc Cgil chiede alla Regione di fare «forza comune» nel chiedere al ministero di alleggerirli. In Lombardia l’hanno fatto e hanno ottenuto indietro 400 posti. Quest’anno alla scuola primaria saranno iscritti oltre 170mila alunni, quelli che avranno il tempo pieno in prima saranno 21.798, l’anno scorso erano 22.115. Le prime a tempo pieno sono passate da 1.000 a 986. Le zone dove la richiesta resta più scoperta «sono le periferie storiche – spiega Mazzoli – i municipi come il XII, il XIII, il VI, il VII».

Il Messaggero 22.05.11