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"Portiamo Napoli fuori dal buio", di Marco Rossi Doria

Se De Magistris riesce a vincere ci sono le condizioni per dare battaglia al malaffare e far ripartire la città. Poi ci vorranno grandi energie e le migliori intelligenze per un grande cantiere aperto a tutti. Uscire dal buio, fare la speranza: è questo il fatto di questi giorni. La frase me la dice Gino, dal suo cellulare:«Non mi interessa la politica ma fuori dal buio sì». Non è uno studente universitario. È un ragazzino del mio quartiere che lavora in un bar. Ma ha la stessa voce dei ragazzi che hanno gridato durante l’inverno sui tetti e nelle vie. E che ora vanno a votare. Anche a Napoli c’è un vento nuovo. E se c’è una città che ne ha bisogno è Napoli. Il suo buio è stato ed è ancora fitto. La povertà e la disoccupazione hanno i tassi più alti del paese. Siamo ultimi per qualità di vita. Quasi centomila persone sono andate via. Questo governo e la destra c’entrano. Eccome. Ma in quasi venti anni di amministrazioni di centro- sinistra non s’è costruita un’idea di città produttiva e inclusiva. Il piano strategico non c’è stato. Il decentramento amministrativo non è mai diventato tale, salvo creare un esercito di mediatori clientelari. Il piano regolatore è stato usato per paralizzare le sue promesse senza riuscire a reprimere gli abusi. La manutenzione ordinaria non esiste più. Non si è mai voluto credere alla raccolta differenziata.
La più parte delle opere pubbliche ristagna. Le politiche per l’infanzia, il welfare e la scuola si sono trascinate nell’inerzia, abbandonando esperienze d’eccellenza. La macchina comunale è almeno venti anni indietro. Le società partecipate sono largamente improduttive ma foraggiano intere schiere di parassiti. Il budget è a un passo dal dissesto.
Il voto di indignazione per De Magistris è stato l’urlo contro questi dati di fatto. E impone un’alternativa secca: o cambiare radicalmente o restare nel buio. La destra le tenterà tutte per fermare questo. Mentre il notabilato di centro-sinistra un po’ vuole salire sul nuovo carro, un po’ è alla sbando. E intorno al voto gli interessi della rendita legati alla spesa pubblica e quelli di ogni speculazione cercano le salvaguardie, avviando ogni trasformismo; e anche la camorra, che ha un esercito pervasivo e molteplice, cerca spazi ovunque. L’impresa è titanica. Se De Magistis riesce a vincere, ci sono le condizioni per dare battaglia al malaffare e fare ripartire la città. Poi, ci vorranno tutte le energie, le intelligenze.
Perché va aperto subito un grande cantiere ricostruttivo e partecipativo. Per farlo dobbiamo “fare la speranza” – come dice Gino. Con la differenziata che si fa davvero, le municipalità che riavviano la manutenzione ordinaria, le periferie che ritornano a poter pensare a sviluppo e vivibilità, la macchina comunale che va resa rapida, costante, trasparente, le politiche educative e sociali che inventano nuove vie contro l’esclusione di massa dei giovani… E, magari, con la piazza del Plebiscito – liberata oltre quindici anni fa dal traffico ma restata, poi, come uno spettro vuoto – che finalmente si guarnisce di caffè, ospita giochi e mercati e si mette in musica non solo nelle grandi occasioni.

L’Unità 21.05.11

"Laureati finiti all´estero: +40% in 7 anni", di Luisa Grion

Allarme Ance: in dieci mesi si sono trasferiti oltre confine 65 mila giovani. Via dall´Italia in cerca di successo, di reddito, di lavoro. Via da un paese di vecchi: con un progetto in testa e la certezza che per realizzarlo bisogna andarsene, nei primi dieci mesi dello scorso anno si sono trasferiti all´estero 65 mila giovani italiani. Tutti sotto i trenta anni, tutti convinti che è tempo di migrare. E´ come se una cittadina di medie dimensioni si svuotasse completamente: Savona o Viterbo deserte in meno di un anno. Un fenomeno in crescita visto che fra il 2000 e il 2007 gli italiani laureati che lavorano in paesi Ocse sono aumentati del 40 per cento.
Il fatto in sé potrebbe essere positivo se non fosse che si sposa con un tasso interno di disoccupazione giovanile del 27,8 per cento. Non si va quindi, per fare esperienza e poi tornare: sempre più spesso si va per restare. Intelligenza ed energia sottratta al futuro del paese.
Lo hanno fatto notare i giovani dell´Ance (l´associazione dei costruttori) che al tema hanno dedicato un convegno: «Vado o resto?». «Siamo davanti ad un esodo biblico – commenta Alfredo Letizia, il loro presidente – se si pensa alle polemiche sui 25 mila tunisini sbarcati in Italia nei mesi scorsi, il dato dovrebbe allarmare e invece lascia incredibilmente indifferenti governo e parlamento. Senza giovani non può esserci alcun futuro». Per gli under-30 dell´edilizia a spingere verso la fuga è soprattutto l´esistenza di «un ambiente ostile al merito, impermeabile alla proposta, indifferente ai problemi del cittadino».
Meno ragazzi, dunque, e con un titolo di studio meno elevato: il rapporto dei giovani Ance fa notare che in Italia la quota dei laureati in età compresa fra i 30 e i 34 anni è pari al 19 per cento (dati 2009), l´obiettivo fissato dalla Comunità europea per il 2020 è del 40 per cento: abbiamo una decina di anni di tempo per raddoppiare. Non sarà facile visto che l´Italia destina all´istruzione solo il 4,3 per cento del Pil, contro il 5,6 della Francia e il 5,4 del Regno Unito. E sarà ancora meno facile se – come ricorda l´Istat – si considera che il 18,7 della popolazione giovanile (quella compresa fra i 15 e i 29 anni) appartiene alla generazione Neet (not education, employment or training). «Chi rimane – conclude il rapporto dei giovani Ance – non è iscritto a scuola o all´università, non lavora né segue corsi di formazione».
Altro guaio è che – come ci si potrebbe aspettare da un´economia globale – non arrivano cervelli stranieri a sostituire quelli italiani. L´Italia infatti non attrae talenti: gli immigrati con elevato livello d´istruzione, secondo dati Ocse, rappresentano solo il 2,3 per cento della popolazione laureata, contro l´11,5 della Germania e il 17,3 della Gran Bretagna. Chi pensa di farcela non viene qui.
Da dove si riparte? «Da un impegno collettivo del paese – risponde Letizia – servono regole chiare che alimentino la concorrenza, bisogna dare spazio al merito e superare il conflitto fra generazioni». «Qui si è creato un conflitto esasperato – dicono anche i giovani costruttori – all´estero lavorare è una condizione normale, in Italia è un problema da risolvere ogni volta».

La Repubblica 21.05.11

La missione impossibile delle donne in carriera "Vera parità solo nel 2601", di Marina Cavallieri

Le magistrate arriveranno per ultime. Le società italiane con un top management al femminile almeno per il 20 per cento possono vantare risultati migliori. È un calcolo statistico. Una proiezione. Sembra un paradosso. La neutralità dei numeri viene usata per capire quanto tempo le donne dovranno aspettare per raggiungere i vertici delle professioni. Il risultato? Sconfortante. Decine di anni, in alcuni ambiti secoli. «È il caso della magistratura, se le donne crescono a questo ritmo la parità si avrà nel 2601». Lo sostiene, grafici alla mano, la demografa Rossella Palomba, ricercatrice del Cnr, che ha provato a vedere quando le donne avranno i ruoli degli uomini. E il calcolo che ne viene fuori appare un miraggio.
«Ovviamente se le donne e gli uomini continuassero a crescere nei posti al vertice ai ritmi attuali la parità non verrebbe mai raggiunta poiché si manterrebbe sempre lo stesso divario», spiega Rossella Palomba che porterà queste ed altre cifre al festival di antropologia contemporanea “Dialoghi sull´uomo” che si terrà dal 27 al 29 maggio a Pistoia. «Quindi bisogna fare delle ipotesi. Nel mondo scientifico accademico, ipotizzando che vengano promosse solo le donne, si dovrebbero attendere 63 anni. Invece se diamo agli uomini la possibilità di accedere alle posizioni di vertice della scala gerarchica ma con l´inversione del tasso di crescita tra uomini e donne, data la disparità esistente, bisogna attendere l´anno 2183». Va peggio nella magistratura, «le donne sono entrate in magistratura solo nel 1963, in cinquant´anni solo poche hanno raggiunto i vertici direttivi, se crescono a questo ritmo la parità si raggiungerà nel 2601». Per le altre carriere le scadenze non sono dietro l´angolo: i professori ordinari nel 2063, i primari medici nel 2095, gli ingegneri professori ordinari nel 2094.
Certo la demografa è consapevole di fare un esperimento “in vitro”, un´ipotesi provocatoria, nella realtà le cose cambiano in continuazione ma i numeri estremizzano il divario, svelano l´inganno. «Dicono alle donne di aspettare, che è solo questione di tempo ma le proiezioni rivelano che non è così». E a volte le cifre sono più efficaci di tante analisi. «Anche il mondo obiettivo dei numeri presenta pregiudizi, le misure sono neutre e perciò inadeguate a rappresentare la realtà», spiega Rossella Palomba che al festival di Pistoia mostra le carriere nella Pubblica amministrazione, in magistratura, nella ricerca scientifica.
«La questione dell´uguaglianza implica molto fattori non solo oggettivi ma anche soggettivi. Però gli ostacoli esterni continuano a bloccare i percorsi delle donne. Basti pensare che il recente provvedimento voluto a livello europeo che prevede il 20% di donne nei Cda dal 2012 e 33% dal 2015 non è stato accolto con soddisfazione ma se ne sono messe subito in luce le difficoltà. Eppure è dimostrato che le società italiane quotate e non quotate, con almeno il 20% di donne nel top management hanno ottenuto nel triennio 2007-2009 una redditività superiore a quelle che hanno meno del 20% di presenza femminile». Quindi? «Le soluzioni sono politiche, non sono compito della statistica».

La Repubblica 21.05.11

"In cerca di borghesia per rilanciare la società civile" di Piero Ignazi

In questi mesi i segnali di una insofferenza dei ceti imprenditoriali e delle professioni nei confronti dell’operato del Governo, e più in generale della politica, erano stati numerosi. Ultimo, in ordine di tempo, quello dell’Assise generale della Confindustria a Bergamo dove, non a caso, non erano stati invitati i politici per evitare la consueta, stucchevole passerella mediatica in casa d’altri; e dove le critiche all'(in)azione del Governo, pur non gridate, risuonavano a ogni angolo.

La disaffezione che da tempo monta nella borghesia italiana non riguarda solo la maggioranza di governo, ma investe tutta la classe politica. Certo, il voto di Milano attesta un distacco ormai consumato tra centro-destra e ceti produttivi in senso lato. Ma non si può nemmeno parlare di un “cambio di cavallo”. Per quanto Giuliano Pisapia abbia saputo attrarre esponenti illustri dell’imprenditoria meneghina capitanati da una personalità quale Piero Bassetti, l’impressione è che questa componente sociale sia ancora alla finestra, in attesa degli eventi.

Se allora colleghiamo insofferenza diffusa e assenza d’interpreti politici, c’è da chiedersi se siamo alla vigilia di un altro passaggio cruciale, simile a quello di quasi vent’anni fa, agli inizi degli anni Novanta. Allora, di fronte al collasso di una intera classe politica travolta dal disvelamento delle dimensioni gigantesche della malversazione e della corruzione (e non si capisce proprio l’accondiscendenza, se non la disinvolta assoluzione, che oggi circola per quella banda di politici corrotti, responsabili di una montagna di reati e di soldi estorti alla gente onesta), vi fu una reazione virtuosa della società civile.

La borghesia italiana rispose alla “chiamata” impegnandosi in prima persona. Quella attivazione favorì passaggi importanti nel processo di rinnovamento della politica, scanditi dalla promozione di referendum per la riforma elettorale, dalla nascita di nuovi movimenti politici e dall’affermarsi di una nuova leva di amministratori incarnati nei sindaci eletti direttamente. Poi, parte di quell’impegno si cristallizzò in Forza Italia. Settori cospicui dei ceti imprenditoriali e delle professioni delegarono al partito di Silvio Berlusconi la loro presenza politica.

Molta acqua è passata sotto i ponti. La metamorfosi di Forza Italia in un partito squisitamente carismatico, più in sintonia con l’agenda del fondatore che con interessi generali, ha progressivamente allontanato coloro che avevano riposto in quella formazione speranze di un cambiamento virtuoso della politica. Ogni residua illusione è poi tramontata assistendo al reclutamento – per usare un eufemismo – dei cosiddetti Responsabili nella maggioranza e nel Governo.

Ora, crisi economica e crisi politica si stringono – e ci stringono – di nuovo, dopo quasi vent’anni. Anche se l’impegno profuso nel post-Tangentopoli può aver lasciato l’amaro in bocca, di fronte alla stagnazione economica e al declino del berlusconismo (fra l’altro, le 27.972 preferenze del premier impallidiscono di fronte alle 13.247 del capolista pidiessino a Bologna, Maurizio Cevenini: 16,3% contro 18,3%) la borghesia non può sottrarsi dall’esercitare il ruolo che le compete.

È certo più comodo ritirarsi nei propri resort tranquilli e continuare a gestire investimenti e rendite. E non basta nemmeno esercitare a pieno titolo la funzione schumpeterianamente ideale dell’imprenditore creativo, per quanto sia di vitale importanza. Una borghesia degna dell’attributo di classe dirigente ha oggi il compito “morale” d’impegnarsi in una opera di ricostruzione civile della politica italiana.

Il Sole 24 Ore 21.05.11

"L'altrove della Lega", di Gad Lerner

La notizia, a Milano, è che la Lega non sta facendo la campagna elettorale per il ballottaggio. Deve essere altrove, ma dove? I big si danno appuntamento nel fortino di via Bellerio, raggiungibile da Varese e Bergamo con la tangenziale nord, senza metter piede nella metropoli contesa dove nessuno di loro peraltro ha casa. Zero comparsate televisive. Zero comizi programmati. Solo cinque giorni dopo la breccia di Pisapia, il Carroccio fa atto di presenza appiccicando in giro dei manifesti-spauracchio su un´inverosimile Zingaropoli.
Già gli appuntamenti centrali del 29 aprile e del 13 maggio scorsi, con un Bossi in tono minore e una Moratti in camicetta verde seta, avevano richiamato un pubblico inequivocabilmente scarso; confermando l´impressione che la reconquista di Palazzo Marino non fosse in cima alle aspirazioni del capo leghista. Come spiegare altrimenti la testa di lista rinunciataria affidata a un giovane come Matteo Salvini, certo popolare fra gli ascoltatori di “Radio Padania” per le sue sparate contro i rom “peggio dei topi”, ma ben lontano da un profilo amministrativo, di governo?
Vero è che dai tempi lontani di Marco Formentini (sindaco) e di Giancarlo Pagliarini (ministro del Bilancio) Milano non ha più avuto un dirigente leghista di rilievo nazionale. Proprio quest´ultimo, il vecchio Paglia, quando ha capito che Bossi accodava la Lega alla Moratti, gli ha fatto il dispetto di candidarsi sindaco con una lista autonoma. E ora, dopo aver goduto del voto disgiunto di almeno un migliaio di elettori leghisti, per il ballottaggio dice di aver già deciso: “La Moratti non è mica adatta a fare il sindaco”.
Se i big restano lontani, chiusi nella periferia di via Bellerio, chi presidia per conto di Bossi la Milano degli affari e dei danée? L´uomo a cui la Lega delegava la sua rappresentanza nell´establishment ambrosiano, il banchiere Massimo Ponzellini, all´indomani della scoppola elettorale s´è fatto vedere alla Scala per il concerto di Daniel Barenboim, mal rasato e faccia scura. Non sembra più nemmeno lui, forse perché la vigilanza di Mario Draghi sta creando un sacco di grane alla sua Banca Popolare di Milano. Aduso negli ultimi anni a ostentare la parentela col potente capo lumbard Giancarlo Giorgetti, ora il Ponzellini si affretta a dichiarare – ohibò – di non avere mai votato Lega. E con fatalismo soggiunge: “Quando il vento cambia, chiniamo la testa”.
Rinfoderato il sogno di orientare la prossima successione di Giuseppe Guzzetti al vertice della Fondazione Cariplo, i dirigenti leghisti racconteranno forse ai nipotini quella serata di gala al Castello Sforzesco, era il 2 ottobre 2009, quando i potenti li omaggiavano e il vicepresidente dell´Unicredit, Fabrizio Palenzona, commise perfino l´ingenuità di presentarsi in cravatta verde alla prima del kolossal “Barbarossa”. Chi se ne importa dello sperpero di denaro pubblico per la produzione del film, aggravato dal fiasco successivo ai botteghini: Milano pareva ai loro piedi. Tanto è vero che alle regionali del 2010 la Lega a Milano balzò al 14%. Un voto d´opinione che seppero valorizzare grazie a un luogo comune mai verificato: il mito del Carroccio unico partito di massa radicato sul territorio.
Davvero? Pochi mesi dopo la serata della Lega superpotente al Castello Sforzesco, febbraio 2010, scoppiava la rivolta degli immigrati nel quartiere di via Padova. Ma è proprio lì che verranno al pettine i nodi di un movimento nordista che ha dirottato su Roma i dirigenti più capaci, ignorando la crucialità di Milano. Oggi te lo dicono sottovoce: “Se avessimo candidato Roberto Maroni a Palazzo Marino, invece di metterlo a capo del Viminale…”. Fatto sta che drammatizzare le tensioni della società multietnica ha provocato una reazione ben diversa da quella attesa, fra i cittadini coinvolti in continue, inutili provocazioni. L´ultima, lo scorso Natale, quando un dissennato assessore comunale cercò di vietare le luminarie d´auguri scritti nelle varie lingue degli immigrati. Un sopruso cui si oppose lo stesso Matteo Salvini. L´offesa recata a quartieri difficili dove operano però numerosi soggetti impegnati nell´integrazione, ha finito per punire gli imprenditori della paura: nei seggi di via Padova, via Adriano, via dei Transiti la Lega ha subito un tracollo di voti. Così come nelle altre zone in cui ha esasperato lo scontro, intorno ai campi rom e ai centri sociali.
I risultati del voto comunale, con una flessione di quasi cinque punti percentuali rispetto alle regionali dell´anno scorso, confermano che la Lega a Milano è un partito d´opinione dall´elettorato molto fluttuante. Un´esigua minoranza. E´ vero che dispone di una base di militanti significativa, caratterizzata da un rapporto fideistico con i loro capi. A orientarli, però, è una potente ideologia, non un modello di governo amministrativo. “La base sta dove sto io”, si è vantato giovedì Umberto Bossi. Ma non a caso per limitare le defezioni e motivare i suoi a votare la detestata Moratti, deve far ricorso alle solite trivialità in stile “zingaropoli” della cosiddetta, famigerata “pancia leghista”. Col rischio di innescare un effetto perverso, sulle frequenze di “Radio Padania Libera”: l´emittente di via Bellerio, diretta da Matteo Salvini, che viene spacciata per termometro degli umori popolari. Trasmette sfoghi xenofobi e lamentele antiromane, alimentando l´equivoco di una Milano molto distante da quella reale. Col risultato di rendere impossibile alla Lega un´evoluzione moderata; tanto meno un rinnovamento dei suoi quadri milanesi, condannati all´agitazione e negati all´amministrazione. Irrimediabilmente minoritari. Quando poi la realpolitik impone di sostenere la Moratti o di schierarsi con Berlusconi contro i giudici, giocoforza il mugugno dilaga finché si spengono i microfoni e si censurano i blog.
La leggenda della “pancia leghista” spacciata per volontà popolare, diviene un racconto impossibile quando la realtà impone smentite evidenti: i costi e le tortuosità del federalismo; il crollo della diga anti-immigrati nel Mediterraneo; l´anacronismo delle proteste contro i festeggiamenti dell´Unità d´Italia. Milano è sensibilissima nel cogliere le novità della storia, dalla rivoluzione araba alla nuova politica americana. Per la prima volta la Lega avverte l´inadeguatezza del suo vocabolario, di più, la necessità di una revisione strategica.
Affiorano così, fra i militanti, le domande più scomode. Ma Bossi è ancora lucido? Perché dovremmo credere al talento politico del Trota e dei cortigiani? La lottizzazione delle cadreghe di sottogoverno non ci sta rendendo uguali agli altri partiti?
Per tacitare l´inquietudine, la risposta viene dilazionata al raduno di Pontida, domenica 19 giugno. Come se di nuovo il rito comunitario e il discorso del capo, suggellati da un giuramento, potessero miracolosamente infondere l´armonia perduta. Magari col favore della solitudine politica e dell´opposizione che fra i militanti esercitano un fascino nostalgico. Mentre i dirigenti sanno benissimo che lasciare il governo, dopo dieci anni quasi ininterrotti, sarebbe molto costoso.
Il vero trauma che sta vivendo la Lega non è la perdita di una Milano che mai è stata sua, dove si muove con disagio, distante dagli oligarchi Pdl e ancor più dalla sindaca miliardaria. No. La delusione cocente è scoprire che la decadenza di Berlusconi reca sventura anche ai suoi alleati. Berlusconi consuma, dissipa il suo patrimonio di consensi, non lo trasferisce.
Dal Castello Sforzesco a via Padova, risuona patetica quella voce rauca che da un quarto di secolo ripete “La Lega ce l´ha duro!”, esponendosi a crudeli verifiche. Gli vogliono bene, proteggono la sua vecchiaia. Ma Bossi sa di non poterli chiamare a raccolta in difesa della Moratti. La Lega è altrove.

La Repubblica 21.05.11

"Fermate il televoto", di Roberto Zaccaria

Si annuncia una nuova e ancora più spaventosa occupazione dell’informazione da parte di Berlusconi: abbiamo avuto ieri un primo assaggio, con le interviste confezionate a suo uso e consumo da alcuni Tg amici.
Del resto, i dati sulla presenza tv di Berlusconi raccolti nell’ultima settimana prima del voto amministrativo offrivano di per sè un panorama raccapricciante. Berlusconi da solo aveva letteralmente invaso i telegiornali. Due ore e venti di tempo antenna, contro solo 44 minuti di Bersani, con tutti gli altri lontanissimi. Uno squilibrio impressionante nell’utilizzo del mezzo più incisivo in campagna elettorale che gli interventi dell’Agcom non hanno saputo contrastare. Eppure abbiamo una legge sulla par condicio che impone rigorosamente le pari opportunità. Abbiamo perfino una tiepida legge sul conflitto di interessi che, comunque, vieta il “sostegno privilegiato” da parte delle televisioni controllate. Tg5 e Studio Aperto hanno avuto solo richiami per il palese
squilibrio, il Tg4, che offre a Berlusconi un traino imbarazzante, ha avuto un cartellino giallo, accolto con irrisione.
Poi le elezioni sono andate come sono andate. Ma la sovraesposizione del Premier ha avuto l’effetto di un clamoroso autogol, più imbarazzante di tutti quelli di Niccolai messi insieme, ma questo non vuol dire che abbia usucapito il diritto di straripare per sempre. Ora il quadro è molto chiaro: i ballottaggi sono difficili, quello di Milano è difficilissimo, e allora l’unica possibilità per rimontare è quella di truccare ancora di più le carte, utilizzando spregiudicatamente il mezzo più rapido per raggiungere gli elettori. L’Autorità ha vietato i videomessaggi in campagna elettorale, considerandoli palesemente degli spot, corredati da simboli e da sontuose bandiere. Ma il Premier, si sa, non ama le regole e ha già cominciato a registrare interviste (la diretta è pericolosa, potrebbe sbagliare) che alcuni direttori di Tg amici già mettono in onda come soldatini. E c’è di più: la polpetta avvelenata che Silvio Berlusconi sta preparando potrebbe mettere insieme una serie di ingredienti inusitati. Hanno detto tutti che bisognava confrontarsi sui temi del governo delle città ma quando Bossi ci ha provato, parlando di Milano, ha fatto un altro autogol insultando Pisapia. Berlusconi è intenzionato na fare molto di più. Che senso ha misurarsi con quello che la Moratti ha fatto? Non basta, forse è controproducente, ed allora la strada può essere quella aperta goffamente dalla Moratti stessa con la soppressione dell’Ecopass e più sottilmente da Tremonti (che ieri ha avuto tanto spazio nei Tg) con la riduzione delle ganasce fiscali, una sorta di condono delle sanzioni. Ieri in una trasmissione televisiva si adombrava la possibilità di “abbonare” le contravvenzioni e senza dubbio il Presidente del Consiglio sarà in grado di promettere qualcosa di ancora più eclatante a quei cittadini responsabili o volenterosi che vorranno ripensare
le loro intenzioni di voto. Dunque, si potrebbe configurare un gigantesco voto di scambio se il confronto si spostasse dal bilancio di quel che i sindaci hanno fatto ad una promessa di quello che il Governo nazionale potrebbe fare se i cittadini si ravvedessero e si mettessero in riga. Va da sé che analoghe promesse non varrebbero nel caso di una vittoria altrui. Se poi la promessa fosse inserita in una gigantesca televendita, il gioco potrebbe diventare pericoloso
per la democrazia. Ancora una volta l’arbitro della par condicio deve dimostrare seriamente di esserci. Non aveva raccomandato al Premier di mantenere un atteggiamento asettico?

L’UNità 21.05.11

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Bersani: «Incredibile diluvio mediatico. L’Agcom che fa?», di Claudio Visani

Il segretario Pd vede la «deriva bielorussa». E lamenta l’intervento «a babbo morto» del garante
L’Usigrai «Trasmesso un comizio scandaloso del premier». I consiglieri dell’authority: «Regole violate»
Bersani dice no all’invasione televisiva di Berlusconi, annuncia per oggi un sit-in davanti all’Agcom e sfida il premier a un confronto a Ballarò. «A Milano vinceremo e nel Paese non so se la destra è ancora maggioranza». Fiducia nei ballottaggi a Milano, «dov’è in corso una grande riscossa civica», e anche a Napoli, «dove si può vincere». Sfida a Berlusconi e alla sua «invasione televisiva». Bersani attacca il premier da Bologna, dove ieri pomeriggio ha presentato il suo libro-intervista “Per una buona ragione”. E annuncia per oggi «un sit-in davanti alla sede dell’Agcom, perchè non è accettabile che l’Autorità garante si riunisca mercoledì, a babbo morto», per valutare se il premier «possa intervenire a trasmissioni televisive e nei tg nazionali sui ballottaggi». In serata, il leader Pd rincara la dose: «Abbiamo assistito ad un incredibile diluvio mediatico del premier quasi a schermo unificato. Una vicenda insostenibile che umilia la coscienza democratica del Paese». «Non è accettabile che i cittadini di Milano, Napoli, Trieste e tante altre città vedano la loro libera scelta sull’amministrazione della loro città inficiata dalla vergognosa propaganda di chi dovrebbe essere impegnato a dare risposte ai problemi dell’ Italia. Non è possibile che l’Autorità garante delle comunicazioni attenda oltre per intervenire con fermezza e non con i pannicelli caldi di blande misure ex post». «Se Berlusconi vuole discutere di elezioni in tv, a Ballarò o dove vuole lui lo sfida il segretario del Pd benissimo, andiamoci insieme, confrontiamoci io e lui, sono disponibilissimo». Diversamente «le tivù invitino i candidati», non concedano passerelle a chi non c’entra col voto delle comunali.
L’Agcom finisce nel mirino di tutte le opposizioni. «Il comizio di Berlusconi al Tg1 è semplicemente scandaloso», afferma Carlo Verna dell’Usigrai.

«I giornalisti della Rai hanno una loro dignità e si dissociano apertamente da questo uso spregiudicato e folle di una risorsa di tutti». Quattro commissari dell’Autorità garante sulle Comunicazioni reagiscono: «In diversi tg è stata messa sotto i piedi ogni minima regola di corretta informazione e violata in maniera macroscopica la par condicio. Si ricorda tra l’altro che i videomessaggi sono già stati proibiti», affermano Michele Lauria, Nicola D’Angelo, Sebastiano Sortino e Gianluigi Magri. «Per questo abbiamo chiesto una riunione urgente della Commissione servizi e prodotti dell’autorità dell’Autorità (che si occupa della par condicio)». D’Angelo, ha anche inviato una lettera al presidente Corrado Calabrò per sollecitare la vigilanza da parte dell’Autorità. In periodo elettorale, la Commissione può essere convocata ad horas ed è probabile che la riunione venga anticipata a lunedì.
Non è l’unica sfida che Bersani lancia da Bologna al Cavaliere. Ai giornalisti che gli chiedono un commento sulla tesi di Berlusconi che Pdl e Lega sarebbero maggioranza nel Paese, risponde: «Io dico di no. Se vuole verificarlo, quando è nel comodo andiamo a votare e vediamo chi ha la maggioranza». E su Milano, dove il premier vede troppe bandiere rosse, dice: «Oh, poverino, com’è sensibile. La faziosità politica l’hanno sollevata loro, ma il tentativo di mettere in un angolo Pisapia fallirà. Milano ha già risposto con il voto del primo turno. Se un sindaco ha governato bene non prende il 40%» contro il 48% del suo sfidante». «Io avevo detto ai milanesi qualche tempo fa: vinciamo facile scherza Bersani mi hanno guardato come fossi un marziano. Ma ora la riscossa civica è in atto. Noi la sosteniamo. Vinceremo a Milano».
Poi commenta la vittoria di Virginio Merola a Bologna. «L’avevo previsto che si poteva vincere al primo turno». E alla Lega che aveva ironizzato sulle origini meridionali di Merola: «Attenti Tremonti e Maroni, in Europa i terroni siete voi».

L’Unità 21.05.11

"Un abuso da fermare", di Giuseppe D'Avanzo

Un altro limite è stato superato, forse irrimediabilmente. Un prepotente, abusando in modo autoritario del suo potere e del conflitto d´interessi che lo protegge, ha rovesciato il tavolo. Si è assiso dinanzi alle telecamere di tutti i notiziari e, infischiandosene di ogni regola, si è lanciato in messaggi promozionali per i candidati della destra. Che cosa resta più del corretto gioco elettorale dopo questo oltraggio? Ci sono da qualche parte nelle istituzioni le energie e la volontà per mettere fine a questa oscenità per la democrazia?
In tutte le battaglie che ha combattuto – politiche, economiche, finanziarie, fino ai conflitti matrimoniali – Berlusconi ha truccato le carte, ingannato gli antagonisti, corrotto gli arbitri, violato le regole del gioco. Tecnicamente, è un imbroglione perché «ricorre al raggiro in modo abituale». Lo fa anche ora. Ha gli arnesi mediatici a sua disposizione. Li adopera come meglio crede rifiutando ogni autocontrollo, non riconoscendo alcun limite e norma. Dopo giorni di silenzio assordante, il premier s´impadronisce degli schermi televisivi in un illegittimo, abusivo appello alla Nazione frammentato nelle interviste al Tg1, Tg2, Tg5, Tg4, Studio Aperto e al Gr, con uno straniante effetto orwelliano: dovunque fossi sintonizzato, ti raggiungevano la sua voce e le sue parole. Si scrive «interviste», ma l´espressione è alquanto impegnativa per l´umiliante – e servile – spettacolo che tocca osservare. Il Cavaliere quando mette la testa fuori dal Palazzo vuole un ambiente protetto. Riparato e sicuro come il salotto di casa. Così è stato, come d´abitudine anche ieri sera. Mai che l´uomo si avventuri in mare aperto in un confronto pubblico con un suo competitore politico. Si tiene al coperto e getta sulla bilancia non i suoi argomenti (ne ha solo uno da 17 anni e lo vedremo), ma il nudo potere sui media, personali e pubblici. La prepotenza di Berlusconi dovrebbe trovare un contrappeso nelle autorità che custodiscono, per missione o per legge, il principio di uguale chance. Tace, al contrario, l´Autorità per le garanzie delle comunicazioni a Roma. Non pervenuto alcun accenno alla questione dalla commissione parlamentare di vigilanza dei Servizi Radiotelevisivi. Nessun imbarazzo dal presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri, che posa da inossidabile «liberale», qualsiasi sia il significato che l´uomo attribuisce alla parola. Nessun gemito dal consiglio d´amministrazione dell´azienda pubblica. Non una parola dal nuovo direttore generale della Rai, Lorenza Lei.
In questo silenzio – come definirlo: complice, vile, intimorito, rassegnato? – l´operazione mediatica, predisposta dal premier per ridimensionare la batosta elettorale di domenica scorsa, potrà continuare fino a quando – a babbo morto – i garanti e i custodi dell´equilibrio comunicativo faranno sentire uno spaventoso ruggito del coniglio. È quel che accadrà? O garanti e contrappesi troveranno la decenza di opporvisi? E se non troveranno il decoro della loro funzione pubblica, potremo ancora parlare di una corretta competizione elettorale?
Irrompere così nei notiziari televisivi consegna a Berlusconi un vantaggio manifesto. Anzi, un doppio vantaggio: nascondere la sconfitta del 15 maggio; definire l´agenda dei temi che terranno banco negli ultimi sette giorni che separano le città dal secondo voto. I tempi, in queste faccende, sono essenziali, decisivi. Il premier e il suo staff, con la loro mossa illegale, hanno tenuto in considerazione quel che gli inglesi chiamano «gettare i corpi in mare». Se devi buttar giù un boccone amaro o mostrare una statistica che boccia le tue politiche, non farlo mai di lunedì. Fallo quando l´attenzione è allentata, quando c´è in circolo un´altra notizia più ingombrante. Il venerdì sera è il giorno più adatto, consigliano gli inglesi: tutti pensano al fine settimana e sono distratti.
Berlusconi parla di venerdì sera in notiziari dipendenti o addomesticati e decide di che cosa si discuterà nell´ultimo tratto di campagna elettorale, un´opportunità che consente di decidere anche (o soprattutto) di che cosa non si discute. Per il capo del governo una chance che gli permette di nascondere la sua rumorosa sconfitta, di non discuterne. Nessun intervistatore ha naturalmente osato affrontare la questione. Nessuno ha ricordato ai telespettatori che Berlusconi si è presentato a questo appuntamento amministrativo trasformandolo in referendum politico nazionale sulla sua persona e sul suo governo. Il premier chiedeva consenso – un consenso pieno: due immediate vittorie a Milano e Napoli, due ballottaggi a Torino e Bologna – per manomettere la Costituzione, dichiararsi legibus solutus e piegare i pubblici ministeri al potere dell´esecutivo. Ne ha ricavato, al contrario dei suoi auspici, la vittoria al primo turno delle sinistre a Torino e Bologna, ballottaggi a Milano e a Napoli. A Milano con il candidato della sinistra, Giuliano Pisapia, in vantaggio di sette punti.
Di questa disfatta politica, che lo punisce personalmente, che mostra quanto abbia perso ogni contatto con il Paese e quanto il Paese cominci ad essere insofferente alle sue menzogne, il Cavaliere non vuole a parlare. Non può parlare. Dovrebbe assumersi una responsabilità pubblica e l´informazione serve anche a questo, in fondo, a chiedere al potere di assumersi le sue responsabilità in pubblico. Non è il caso dell´informazione al servizio del Capo che tira via offrendogli la preziosa possibilità di scrivere l´agenda dei temi che terranno banco nella prossima settimana. Quali sono? I soliti, gli stessi di diciassette anni fa. In soldoni, o votate me o i comunisti prenderanno il potere. La filastrocca, ammuffita e noiosa, è sempre uguale. Non c´è un´altra anche se siamo nel 2011. Il premier riesuma una formula politica degli Anni Cinquanta, «le Estreme», per mettere in guardia i milanesi in un discorso dove le parole chiave sono «programma illiberale delle sinistre», «bandiere rosse in città», «Milano, città islamica», «centro sociali dappertutto», «meno tasse per tutti». Nulla di nuovo, l´abituale discorso d´odio (hate speech) ideologico che propone un nemico (le «sinistre estreme», gli «zingari», gli «islamici») per orientarsi nella complessità. Ancora una volta la dottrina di Berlusconi vuole sostituire ogni approfondimento delle informazioni, la concretezza di una discussione, l´efficacia del confronto politico, in una polarizzazione che chiede agli elettori una delega: soltanto io posso difendervi dal nemico in avvicinamento. Un messaggio che Berlusconi intende imporre con la prepotenza e l´abuso di potere. Chi ha il dovere di assicurare l´equilibrio dell´informazione e un corretto confronto politico faccia sentire la sua voce. Subito. Prima che sia troppo tardi.

La Repubblica 21.05.11