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"Produttività e debito le due sfide perse", di Luigi Spaventa

L´agenzia di rating Standard & Poor, pur non abbassando il voto assegnato all´Italia, ha espresso una valutazione negativa sulle prospettive economiche del nostro paese. Nella crisi la caduta dell´Italia è stata maggiore, dopo la crisi la ripresa è stata minore. L´agenzia di rating non è un´associazione etero-diretta dai magistrati comunisti nella prassi, una valutazione siffatta segnala una probabilità elevata, pari a un terzo, che il voto possa essere abbassato in un futuro non lontano. In premessa, si vorrà concordare che Standard & Poor non è un´associazione con finalità di eversione del governo in carica, o etero-diretta da un nucleo di magistrati comunisti: le sue non sempre infallibili valutazioni possono essere certo discusse, ma nel merito e considerandone le implicazioni di politica economica.
Un giudizio di prospettive negative fu espresso di recente anche nei riguardi degli Stati Uniti. Pur se l´analisi riguarda sempre la finanza pubblica, le motivazioni sono diverse nel caso americano e in quello italiano. Nel primo, si punta il dito contro l´incapacità di controllare un disavanzo elevato e destinato a crescere nel più lungo periodo. Nel caso italiano non si eccepisce, sinora, a una gestione lasca del bilancio pubblico (anche se, avvertita forse dalle promesse generose rivolte o preannunciate ai popoli di Milano e di Napoli, l´agenzia, in sospetta combutta con i candidati dell´opposizione, teme che un “potenziale ingorgo politico” provochi un rilassamento). La preoccupazione principale deriva dalla consapevolezza che il rientro da un livello particolarmente elevato di debito pubblico, prossimo ai massimi storici, difficilmente può avvenire in una situazione di bassa crescita e di costi del debito incomprimibili: tant´è che viene specificamente ritenuto a rischio il piano governativo di riduzione dell´indebitamento 2011-2014.
L´incapacità di crescere a ritmi simili a quelli, neppure particolarmente elevati, degli altri paesi europei è il male oscuro che affligge l´economia italiana da più di due lustri. Nella crisi la caduta dell´Italia è stata maggiore; dopo la crisi la ripresa è stata minore, tant´è che siamo ancora lontani dai livelli del 2007. Poiché la produttività non cresce, o addirittura diminuisce, i redditi stagnano, e con essi i consumi e la domanda. Se il prodotto cresce poco, la riduzione rispetto ad esso del debito pubblico richiede interventi sul bilancio più duri e penosi e con effetti maggiori di compressione della domanda. La diagnosi non è certo nuova e non può essere offuscata da attenuanti consolatorie: è vero, abbiamo un Sud che è più povero e cresce meno del Centro-Nord, ma nel Centro-Nord il prodotto per testa cresce meno che nei paesi europei più avanzati; è vero, abbiamo imprese di eccellenza all´avanguardia della tecnologia, ma il nostro disavanzo con l´estero aumenta e il nostro settore dei servizi, privati e pubblici, è in situazione di arretratezza. Come giustamente avverte il Ministro dell´Economia, la crescita non può essere sospinta da iniezioni di spesa pubblica in disavanzo, che, nelle nostre condizioni, aggraverebbero l´instabilità del sistema. Altro chiede, buon ultima dopo tanti, Standard & Poor: lamentando la stagnazione della produttività, l´inefficienza del mercato del lavoro, la continua erosione di competitività, si sollecitano riforme che modifichino la struttura dell´economia per renderla più efficiente e reattiva. Promette che “se il governo riesce a ottenere sostegno politico” per l´attuazione di riforme siffatte, l´abbassamento del voto potrà essere evitato; ma constata che “l´impegno politico per riforme che aumentino la produttività sembra incerto”.
Proviamo a immaginare come una fonte ufficiale, quale un telegiornale Rai, potrebbe trattare tali valutazioni: l´arruolamento di reclute responsabili serve a ottenere il sostegno politico alle riforme richieste, che cento voti di maggioranza non avevano garantito per due anni; il trasferimento di un paio di ministeri da Roma a Milano darebbe un colpo di frusta all´iniziativa d´impresa in entrambe le metropoli; la sanatoria di multe e sanzioni amministrative consentirebbe, per vie ignote ma certe, un miglioramento dei bilanci pubblici; la riforma della Corte costituzionale assicurerebbe un ambiente favorevole agli investimenti dall´estero. Molti – può essere – crederebbero a queste argomentazioni; temo che le agenzie di rating stenterebbero a comprenderle.

La Repubblica 22.05.11

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S&P’s «vede nero» sul futuro dell’Italia. Il Tesoro: «Esclusa la paralisi politica»

L’agenzia di rating ha tagliato l’outlook da stabile a negativo. Previsione fosche sullo stato di salute dell’economia italiana. L’agenzia Standard & Poor’s ha tagliato l’outlook dell’Italia da stabile a negativo, confermando il rating A+ al debito a lungo termine. È quanto si legge in una nota, in cui si sottolinea che «le attuali prospettive di crescita sono deboli e l’impegno politico per riforme che aumentino la produttività sembra incerto». Una nota che però non trova d’accordo il ministero dell’Economia, che in un comunicato ufficiale replica: «L’Italia rispetterà gli impegni presi e non c’è nessun rischio di paralisi politica».

RISCHI – Secondo S&P’s invece, «il potenziale ingorgo politico potrebbe contribuire ad un rilassamento nella gestione del debito pubblico. Come risultato, crediamo che le prospettive dell’Italia per ridurre il debito pubblico siano diminuite». L’outlook negativo sull’Italia riflette «la previsione di S&P’s dei rischi collegati al piano di riduzione del debito nel periodo 2011-2014 e implica una possibilità su tre che i rating possano essere ridotti nei prossimi 24 mesi». Secondo l’agenzia, «i rischi sono connessi alla crescita dell’economia più debole delle nostre attuali stime, che prevedono un +1,3% nel periodo 2011-2014». Per questo motivo, «il debito dell’Italia potrebbe ristagnare agli attuali alti livelli». D’altro canto, avverte comunque l’agenzia, «se il governo riesce ad ottenere sostegno politico per l’attuazione di riforme strutturali a favore della competitività, ponendo le basi per una crescita economia più elevata ed una più veloce riduzione del debito, i rating potrebbero rimanere al livello attuale».

MISURE STRUTTURALI INSUFFICIENTI – Secondo S&P’S inoltre «la limitata capacità dell’economia italiana di beneficiare del rafforzamento della domanda esterna riflette la bassa crescita della produttività, la limitata mobilità nel mercato del lavoro, e una costante erosione di competitività internazionale negli ultimi dieci anni». «Anche se questi fattori influenzano l’economia italiana da oltre un decennio – sottolinea l’agenzia – il loro impatto sulla crescita e, di conseguenza, la dinamica del debito, è maggiore ora a causa dell’intensificarsi della concorrenza nei settori chiave per l’esportazione, dell’ulteriore apprezzamento del tasso di cambio reale deflazionato dalle dinamiche salariali e del rischio di un aumento dei costi della raccolta nei settori pubblico e privato». Standard & Poor’s ritiene che «le misure strutturali attuate nel 2010 e quelle contenute nel Piano Nazionale di Riforma recentemente aggiornato non siano sufficienti a stimolare la crescita economica nel medio termine». Inoltre, S&P’s ritiene che «la crescente fragilità dell’attuale coalizione di governo renda più impegnativa la tempestiva attuazione delle riforme strutturali più significative che favoriscono la crescita». «Se la debole crescita economica dovesse persistere – secondo S&P’s – il risultato di bilancio probabilmente non raggiungerà in modo significativo gli obiettivi del governo e quindi farà deragliare il piano di riduzione del debito contenuto nel Programma di Crescita e Stabilità». «Nel lungo termine, S&P’s ritiene poi che «le prospettive di crescita potrebbero ulteriormente diminuire a causa dello sfavorevole profilo demografico in Italia. Il costo legato agli interessi sul debito pubblico italiano è pari a oltre il 10% delle entrate pubbliche nel 2011, superiore del 7,5%, al livello mediano della categoria di rating A e previsto in ulteriore aumento. Gli interessi passivi – prosegue la nota – riflettono l’impatto dell’elevato indebitamento pubblico sulle finanze italiane. Dall’altro lato, i solidi bilanci delle famiglie e delle aziende hanno consentito al governo di finanziarsi a tassi storicamente bassi e S&P’s si attende che questi tassi bassi potrebbe facilitare un consolidamento fiscale più graduale rispetto ad altri paesi dell’Europa meridionale. La posizione netta sull’estero delle aziende italiane (compresi gli investimenti diretti esteri e il patrimonio netto) è pari al 42% del Pil, equivalente al doppio della posizione debitoria netta sull’estero del settore finanziario – afferma ancora l’agenzia – Tuttavia, la posizione debitoria netta sull’estero del settore pubblico è pari a 782 miliardi di euro (50% del Pil)».
IL TESORO – All’agenzia di rating replica direttamente il ministero dell’Economia che, come detto, in una nota spiega che «L’Italia rispetterà gli impegni presi e non c’è nessun rischio di paralisi politica». «L’Italia – si legge nella nota – è stata, è, e sarà un Paese con risorse economiche e politiche tali da fargli sempre rispettare gli impegni presi». Quanto all’analisi dell’agenzia di rating, si sottolinea che «l’unico elemento nuovo, pare costituito dal rischio di una possibile paralisi politica. (political gridlock). Questa – si precisa – è da escludere in assoluto». «Il Governo – ha aggiunto il ministero dell’Economia – ha avviato ed intensificherà il ciclo di interventi riformatori; per quanto riguarda il bilancio pubblico, sono in avanzata fase di preparazione i provvedimenti mirati al rispetto dell’obiettivo di pareggio di bilancio per il 2014. Questi avranno entro luglio l’approvazione da parte del Parlamento. «I dati macroeconomici sulla base dei quali l’agenzia S&P’s ha confermato il proprio giudizio lo scorso dicembre, – aggiunge poi viale XX Settembre – non solo non hanno subito variazioni sfavorevoli nel corso del primo trimestre 2011, ma in alcuni casi sono risultati migliori»».

Il Corriere della Sera 22.05.11

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“Stallo politico” Allarme di S&P sul debito italiano

Cartellino giallo all’Italia: l’agenzia Standard & Poor’s scuote la finanza e la politica del Belpaese abbassando da stabile a negativo il cosiddetto «outlook» del Paese, cioè la variabile che non fotografa il presente ma sintetizza la prospettiva. I problemi che vengono denunciati sono la «crescita debole» e soprattutto la «mancanza di certezza sulle riforme capaci di aumentare la produttività» del sistema, a causa di uno «stallo politico» (political gridlock) dovuto alla «crescente fragilità dell’attuale coalizione di governo». Restano invece uguali a com’erano il rating A+ sul debito a lungo termine e quello A/1+ sul breve. Quello di Standard & Poor’s sull’outlook è un giudizio più politico che tecnico, e come tale si presta a essere stiracchiato nella polemica politica interna, cosa puntualmente avvenuta: ieri le opposizioni dicevano che il re è nudo mentre il centrodestra sostiene che il nuovo outlook negativo è un monito a rafforzare la maggioranza.

La nota di Standard & Poor’s evidenzia il «potenziale stallo politico che rischia di contribuire a un rilassamento» nella gestione del bilancio pubblico. Come risultato, l’outlook negativo sull’Italia riflette «la previsione di S&P dei rischi collegati al rallentamento del piano di riduzione del debito nel periodo 2011-2014, e implica una possibilità su tre che i rating possano essere ridotti nei prossimi 24 mesi». Secondo l’agenzia, «i rischi sono connessi alla crescita dell’economia più debole delle nostre attuali stime, che prevedono un +1,3% nel periodo 2011-2014». Per questo motivo, «il debito dell’Italia potrebbe ristagnare agli attuali alti livelli». D’altro canto, dice l’agenzia, «se il governo riesce a ottenere sostegno politico per l’attuazione di riforme strutturali a favore della competitività, ponendo le basi per una crescita economia più elevata e una più veloce riduzione del debito, i rating potrebbero rimanere al livello attuale».

In risposta ai rilievi di Standard & Poor’s, il Tesoro dice che «l’Italia rispetterà gli impegni» e che non c’è «alcun rischio di paralisi politica». Il ministro Giulio Tremonti spiega, rispondendo al taglio dell’outlook di Standard & Poor’s, che «sono in avanzata fase di preparazione i provvedimenti mirati al rispetto dell’obiettivo di pareggio di bilancio per il 2014. Questi avranno entro luglio l’approvazione del Parlamento».

Secondo il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, «la valutazione di S&P prescinde da dati economici oggettivi, riferendosi a possibili future discontinuità politiche. Quindi non influenzerà i mercati». Sacconi definisce «penosa la canizza di esponenti dell’opposizione, privi del benché minimo senso dell’interesse nazionale, che sollecitano la sfiducia dei mercati verso l’Italia».

Il segretario del partito democratico, Pier Luigi Bersani, attacca il governo Berlusconi: «Mentre chi dovrebbe governare chiacchiera a reti unificate di Stalingrado e amenità varie, Standard and Poor’s annuncia le sue nuove decisioni. Non c’è bisogno delle agenzie di rating per sapere che il Paese deve concentrarsi su una diversa politica economica e su un programma stingente di riforme». Il portavoce dell’Italia dei Valori, Leoluca Orlando, sottolinea con ironia che secondo il centrodestra «all’interno della Standard & Poor’s si anniderebbero pericolosi comunisti. Altrimenti non si spiegherebbe perché l’autorevole agenzia internazionale di rating si sia disturbata a parlare male della nostra economia». Vincenzo Scudiere, segretario confederale della Cgil, dice che il giudizio di S&P «è la dimostrazione che se non si aggrediscono le cause reali della crisi andrà sempre peggio». Più articolata la posizione del segretario generale della Cisl di Raffaele Bonanni, che critica «le agenzie di rating che per dieci anni ci hanno preso per i fondelli, senza accorgersi della crisi che arrivava»; adesso, a prescindere da quel che dice S&P, «la classe politica cambi rotta sulla crescita. Siamo stufi di commentare notizie artefatte sull’Italia senza che si muova un dito». E il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, osserva che «non è la prima volta che S&P prende degli abbagli, e credo che questa volta sia di nuovo un abbaglio. I nostri conti pubblici sono assolutamente in ordine, siamo tra i Paesi più virtuosi. Penso che ora la vera questione sia fare in modo che la nostra economia cresca».

La Stampa 22.05.11

"Gli indignati, un «contagio» che unisce l'Africa all'Europa", di Loretta Napoleoni

Nouriel Roubini, il celeberrimo economista che ha predetto la crisi del credito, sostiene che il debito privato, e cioè quello accumulato dalle banche perseguendo una politica del credito scellerata, si è trasformato in debito pubblico. Fin qui siamo tutti d’accordo. Roubini però aggiunge che le politiche perseguite dal Fondo Monetario e dall’Europa Unita per arginare la crisi del debito sovrano stanno trascinando l’Europa lungo una spirale recessiva pericolosissima. La formula dell’austerità – riduzione della spesa pubblica e dei salari per contenere il debito – in realtà lo ingigantisce poiché riduce il reddito e quindi il gettito fiscale, il consumo e l’occupazione. E dato che le economie europee sono legate a doppio filo dalla globalizzazione, questa contrazione potrebbe a lungo andare contaminare anche quelle più floride, come la Germania e la Francia. Invece di tirare la cinghia, l’Europa dovrebbe inventarsi un piano di salvataggio dell’economia alla Keynes, un’iniezione massiccia di denaro da far confluire nell’economia reale non in quella virtuale degli hedge funds. Mancano però in questo nostro mondo futurista, dove la tecnologia viaggia costantemente sulle ali dell’innovazione e del cambiamento, uomini come Keynes, gente che invece di creare l’ennesimo social network concepisca una via d’uscita dalla crisi del debito sovrano. Questa settimana abbiamo scoperto che alla guida di organizzazioni come il Fondo Monetario, concepita a Bretton Woods quale polmone d’acciaio delle economie in crisi, ci sono uomini che abusano dei propri poteri, anche nelle stanze d’albergo. Ed alla guida delle nazioni europee ce ne sono altri che sbandierano la loro (presunta) virilità quale qualità prima del proprio genio politico. Roubini non lo dice, ma tra le cause della crisi c’è anche un’eccessiva produzione di testosterone nell’era del viagra. E tanta è l’ebbrezza del potere maschio all’interno del cerchio dei potenti che non si presta attenzione a ciò che avviene al suo esterno, nel mondo. Lo stesso giorno in cui a New York il capo del Fondo Monetario, Strauss-Khan, aggrediva sessualmente una cameriera in Spagna nasceva il movimento 15 Maggio. A guidarlo sono i cosiddetti indignati, per lo più giovani, appartenenti alla generazione millennium, quella che ha raggiunto la maggiore età negli ultimi dieci anni, meglio conosciuta come«generazione perduta», perché destinata al precariato ed alla disoccupazione a vita. Nona caso questo movimento europeo, che ha quali antenati i grillini italiani, si è dato una forma pseudo-istituzionale ed ha prodotto un manifesto proprio in Spagna, paese con un tasso di disoccupazione pari al 21,3%, equivalente a quasi 5 milioni di disoccupati, di cui il 40% giovani sotto i 35 anni. Osservando i nostri figli e nipoti sfilare pacificamente per le strade delle capitali europee o bivaccare nelle piazze, a noi che abbiamo partecipato alla contestazione degli anni Settanta non tornano in mente gli anni in cui indossavamo pantaloni a zampa d’elefante e camicie fiorate, la generazione millennium non discende dai figli dei fiori ma ha legami di sangue con i fratelli della rivolta araba. Il modello infatti è identico: pacifico, niente ideologia e rifiuto di tutta, ma proprio tutta, la classe politica. Il sistema bipartitico, anima delle democrazie occidentali, rema contro la società civile perché la politica è marcia, questo in sintesi il messaggio del movimento. Come la rivolta araba, quella europea è dunque apolitica, l’elemento coesivo non è l’ideologia di destra o di sinistra,mail malcontento nei confronti della gestione dell’economia nazionale: caro prezzi, disoccupazione, assenza di opportunità e di mobilità sociale, che esclude questi giovani dal sistema di produzione. «A che serve votare se poi non posso mantenermi?»,domanda una ragazza disoccupata spagnola di 24 anni, laureata in scienze della comunicazione e che da tre giorni protesta alla Porta del Sol a Madrid. Dal Cairo a Madrid, da Tunisi ad Atene, la narrativa è quella che abbiamo già ascoltato nelle piazze arabe, come uguale è la radice del malcontento: una prolungata crisi economica ha messo in evidenza le falle del modello economico occidentale in tutto il bacino mediterraneo, un modello incapace di assorbire le nuove generazioni perché ha delocalizzato la produzione altrove. E paradossalmente mentre al sud del mediterraneo i giovani domandano il voto, nel sud d’Europa ne denunciano l’inutilità. Il contagio del malessere politico si sta sovrapponendo a quello economico creando i presupposti per un’epidemia rivoluzionaria nuova, senza ideologia, né struttura istituzionale,ma ben radicata nella società civile. Un modello che il movimento Beppe Grillo ha già sperimentato in Italia con grande successo. Elo stato di diritto europeo, come quello oligarchico arabo, non sa proprio come relazionarsi con questo fenomeno.

L’Unità 22.05.11

"Omofobia, la legge che fa paura", di Irene Tinagli

In Italia un’aggressione motivata da questioni razziali o religiose è punita, come in tutti i Paesi occidentali, con un’aggravante specifica. Ma un’aggressione motivata da odio contro un diverso orientamento sessuale no. Aggravanti per questo tipo di violenza esistono in Germania, Francia, Spagna, Inghilterra o Svezia, ma non da noi. La legge che verrà discussa domani in Parlamento vorrebbe allineare l’Italia a questi Paesi, aggiungendo alle possibili cause di aggravante non solo l’orientamento sessuale ma anche l’età. Cosa significa? Non significa, come alcuni credono, che qualsiasi aggressione a gay sarà soggetta a una pena più grave, ma solo quelle motivate dall’odio verso il loro essere gay in quanto tali.

Né significa che non si potranno esprimere idee contrarie all’omosessualità, perché il testo non istituisce il reato di incitamento all’odio omofobico (così come esiste per chi incita all’odio razziale o all’antisemitismo). Si tratta quindi di una legge più «blanda» rispetto, per esempio, a quella tedesca, che prevede anche il reato di incitamento all’omofobia. Ciò nonostante è un provvedimento oggetto di grande discussione e di un iter molto tormentato.

La prima versione fu presentata nel 2008 dalla deputata Pd Paola Concia, che da allora ha continuato a lavorarci, aprendo un dialogo continuo con la ministra delle Pari opportunità Mara Carfagna e modificando più di una volta il testo originario per approdare a una versione che potesse ottenere l’appoggio della maggioranza. Un appoggio che invece non ha avuto in commissione Giustizia mercoledì scorso, scatenando le ire non solo dell’on. Concia (che si è dimessa da relatrice) ma della stessa Carfagna. Il testo approda ugualmente alla Camera, ma con una bocciatura alle spalle.

Ma perché tanta avversione verso questo provvedimento? C’è chi dà la colpa alle elezioni imminenti e al timore di perdere il voto dei moderati e dei cattolici. Ma forse il nodo è più profondo, dopo tutto se ne parla da anni e per di più questa legge non ha niente che vedere con i Dico o i matrimoni. Può darsi che molti non ne colgano la necessità o il motivo.

Il motivo è lo stesso che ha spinto tutti i Paesi democratici a introdurre aggravanti per le violenze legate all’antisemitismo o al razzismo: perché aggredire una persona non per qualcosa che può aver fatto ma per ciò che è e per la diversità che rappresenta (razziale, religiosa, sessuale…) alimenta fenomeni di discriminazione e di odio molto pericolosi per le società libere e democratiche, così come la storia purtroppo ci ha insegnato. Aggredire un ebreo in quanto ebreo o un omosessuale in quanto omosessuale non è solo una violenza che si fa all’individuo, ma un colpo inferto alla convivenza civile, alla libertà e alla democrazia di un Paese, così come ha ricordato martedì scorso il presidente Napolitano, che nel corso della sua vita è stato testimone diretto delle aberrazioni scatenate da certi odi discriminatori.
Il fatto che certe degenerazioni siano lontane nel tempo non deve far abbassare la guardia.

Negli Stati Uniti dal 2000 a oggi i cosiddetti «hate groups», gruppi animati da odi razziali, antisemiti o anti-gay, sono aumentati del 50%. In Italia stessa negli ultimi anni abbiamo visto un’impennata di denunce di aggressioni e discriminazioni a danno di gay e lesbiche. Ciò, è ovvio, non significa necessariamente che siano aumentati i casi effettivi, può darsi che sia aumentata solo la propensione a denunciare, tuttavia questo non rende il fenomeno meno preoccupante e urgente. E per chi pensasse che la violenza omofoba non sia da considerarsi alla stregua di quella razzista o antisemita, basterebbe ricordare che tra il 1933 e il 1945 in Germania furono arrestati 100 mila omosessuali, metà dei quali condannati al carcere o internati nei campi di concentramento, dove venivano marchiati con un triangolo rosa e soggetti a speciali crudeltà.

Ancora oggi in molti Paesi gli omosessuali vengono perseguiti, incarcerati, torturati o uccisi. In Iran, Arabia Saudita, Sudan, Yemen è prevista la pena di morte, attuata spesso tramite pubblica impiccagione o lapidazione. La violenza omofoba ha causato migliaia di vittime e continua a creare disagi e difficoltà anche nelle nostre società. Moltissimi ragazzi nelle nostre scuole soffrono le irrisioni e le angherie dei propri compagni semplicemente perché gay. Possiamo chiudere gli occhi col rischio che tali intolleranze prendano derive ancora più violente e discriminatorie?

Le società democratiche si reggono sulle regole di convivenza civile che sono in grado di darsi e di far rispettare. Tali regole non sono immutabili ma sono legate ai bisogni e ai problemi che le società incontrano man mano che si evolvono e ai quali sono chiamate a dare delle risposte. Risposte che avranno effetti sulla società di domani, che indicheranno una strada, lanciando messaggi e creando incentivi o deterrenti verso certi tipi di comportamenti. Leggi che puntano ad arginare certe discriminazioni e le violenze che ne possono scaturire non bastano certo a eliminare odi e «fobie», che vanno combattuti a livello sociale e culturale, ma servono comunque a dare una direzione e degli strumenti per combatterne le degenerazioni peggiori. Servono a dire agli altri, a noi stessi e ai nostri figli che tipo di società vogliamo costruire per il futuro.

E su questo punto più che conflitti ideologici tra destra e sinistra sembrano emergere scontri tra diverse concezioni della società e della politica, quasi generazionali. Tant’è vero che, così come negli anni passati il Pd ha dovuto fare i conti con alcune sue anime conservatrici scettiche verso certi provvedimenti, così oggi il centrodestra solitamente intransigente su questi temi deve invece fare i conti con molte voci discordanti che aprono all’idea di una società più inclusiva, soprattutto tra le donne e tra le sue «giovani leve» più promettenti.

Non solo Mara Carfagna, ma anche Nunzia De Girolamo, Angelino Alfano, Gianfranco Miccichè, assieme ad Alessandra Mussolini e Margherita Boniver. Donne e uomini che forse hanno capito che cavalcare la politica dell’odio può servire a raccogliere un po’ di consenso nel breve termine, ma saperla combattere con serietà aiuta a costruire una società e un futuro migliori.

La Stampa 22.05.11

"L'estremista Golia e il David moderato", di Eugenio Scalfari

L’invasione televisiva di Berlusconi è un fatto vergognoso che si ripresenta ad ogni campagna elettorale, alla faccia della “par condicio” dietro la quale si riparano i berluschini. La novità di questa volta consiste – per quanto possiamo cogliere dalle prime reazioni del pubblico – nell´inefficacia del messaggio berlusconiano: è passato come acqua sul vetro. Se quello è lo strumento per rimontare la sconfitta subita dal centrodestra nel primo turno elettorale, tutto porta a ritenere che il risultato dei ballottaggi confermerà che il “tappo è saltato” e la fascinazione mediatica del Cavaliere di Arcore è ormai diventata una logora liturgia che non riesce più a sedurre i fedeli ormai in libera uscita.
La domanda che a questo punto si pone riguarda la Lega, poiché la sconfitta del Pdl al primo turno elettorale ha scompaginato il leghismo altrettanto se non addirittura di più. Come si spiega questo fenomeno del tutto inatteso? Dipende da un parziale disimpegno di Bossi e dei suoi colonnelli? Da errori commessi soprattutto nella politica dell´immigrazione? Oppure anche nella Lega come nel Pdl, da una crisi del carisma del leader? Anche per la Lega il tappo di bottiglia è saltato?
Le risposte a queste domande sono di importanza capitale per l´intera situazione politica. La Lega è infatti un partito territoriale che detiene però la “golden share” del governo nazionale. Aveva puntato su un travaso di voti in tutto il Nord dal Pdl a proprio favore. Non solo quel travaso non è avvenuto, ma la Lega ha perso massicciamente voti. Perché? I dati sui flussi segnalano due fenomeni molto diversi tra loro. I leghisti “puri e duri” sono profondamente scontenti della politica “moderata” di Bossi e di Maroni sull´immigrazione; vorrebbero che gli immigrati, clandestini o profughi, siano ributtati a mare, non siano fatti sbarcare, siano comunque respinti subito dopo lo sbarco, non gli vengano dati permessi di soggiorno sia pure transitori. Si collocano cioè molto più a destra dello stato maggiore leghista e questo spiega il mutamento tattico della leadership in senso massimalista per riguadagnare i voti perduti nel primo turno elettorale.
Ma si è verificato anche un deflusso di voti di chi ha negli anni scorsi votato per la Lega senza essere leghista nel senso proprio del termine. Questo secondo tipo di deflusso si spiega con motivazioni del tutto opposte alla precedente: un richiamo al patriottismo nazionale patrocinato dal Presidente della Repubblica, un crescente disagio per i comportamenti di Berlusconi nei confronti della magistratura e dello stesso Capo dello Stato, un giudizio severo su Letizia Moratti; infine e soprattutto una critica forte della politica economica del governo e quindi della Lega che ne fa parte determinante.
Questo secondo tipo di deflusso non è facilmente riassorbibile e rischia addirittura di aumentare di fronte al massimalismo filo-berlusconiano messo in scena da Bossi in queste ultime ore.
Due tappi di bottiglia stanno saltando contemporaneamente?

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Molti osservatori, di quelli cosiddetti “distaccati” (ma sono mai esistiti osservatori distaccati? Non è anche il distacco un´ideologia?) hanno fissato la loro lente sul Partito democratico del quale segnalano una deriva a sinistra. E la deprecano. Dio sa perché.
Ma i distaccati hanno la risposta pronta: il Pd ha dimenticato i moderati? Li lascia tra le braccia accoglienti di Berlusconi? Bersani abbandona Casini per inseguire Vendola e Di Pietro? Pisapia sarà sicuramente un galantuomo, De Magistris assai meno, ma tutti e due sono a sinistra; i moderati sono un´altra cosa, la pancia dell´Italia è moderata. E allora dove andrà a sbattere Bersani?
Sono domande insidiose, dettate dal senso comune che non sempre coincide con il buonsenso. Si potrebbe rispondere con altre domande: Berlusconi è un moderato? La Santanchè è moderata? Sallusti e Belpietro sono moderati? Stracquadanio è moderato? E la Brambilla? E la Gelmini? Non si tratta di personaggi di periferia, fanno parte dell´”inner circle” del presidente del Consiglio. Se questi sono i moderati, si salvi chi può.
E tuttavia non è questa la risposta giusta da dare. Il tema proposto dagli osservatori distaccati merita un approfondimento oggettivo e una risposta adeguata.

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Le vicende dell´economia globale e della crisi sociale che ne è stata conseguenza hanno determinato negli ultimi mesi fenomeni di portata mondiale che anche l´Italia ha inevitabilmente registrato. Il nostro governo riteneva, dopo averne pervicacemente negato l´esistenza fin quando ha potuto, che la crisi fosse ormai alle nostre spalle. Le Cassandre (tra le quali noi in prima fila) avvertivano invece che il peggio non era ancora arrivato. Infatti.
Proprio ieri mattina la grande agenzia di rating “Standard & Poor´s” ha declassato il giudizio sul “trend” dell´economia italiana da “stabile” a “negativo”. Non c´è alcun segnale di crescita. Non c´è uno straccio di riforma capace di riavviare lo sviluppo. L´Europa chiede una manovra per rafforzare i conti pubblici e avviare una consistente diminuzione del debito. Tremonti la valuta sui 14 miliardi da effettuare per due anni di seguito; la Banca d´Italia ha parlato di 40, l´opposizione la valuta in 60.
Dovrebbe servire a portare il bilancio in pareggio e a ridurre sia il deficit sia il livello della spesa corrente la quale, dal canto suo, dovrebbe esser ridotta di due punti di Pil all´anno nel prossimo triennio.
Una cura da cavallo, in presenza di un “trend” al rialzo dei tassi d´interesse in tutto il mondo a cominciare dall´Europa.
In queste condizioni i giovani che hanno visto confiscato il loro futuro stanno insorgendo in tutti i paesi della costa mediterranea e mediorientale.
Cominciò la Tunisia, seguirono l´Egitto, gli Emirati, lo Yemen, la Libia, la Siria, perfino l´Iran. La settimana scorsa il vento della rivolta è sbarcato in Spagna e da lì riecheggia anche da noi.
Questi giovani non hanno futuro. Le classi dirigenti gliel´hanno confiscato e loro vogliono riappropriarsene. È molto difficile fare spallucce ad una richiesta così corale, che non ha per ora alcuna canalizzazione politica, anzi si colora di antipolitica. Si tratta d´una spinta sociale che però ha trovato uno sponsor fin qui imprevisto ma estremamente autorevole: il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. «Non sappiamo quali ne saranno gli sbocchi» ha detto tre giorni fa dal Dipartimento di Stato «ma sappiamo che questi giovani chiedono futuro e libertà e l´America democratica deve appoggiarli».
E l´Europa? E l´Italia?

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Perciò la risposta che oggettivamente si deve dare agli osservatori distaccati è questa: le forze politiche democratiche, a cominciare dal Pd che è il maggior partito d´opposizione, non possono che stare sulla linea di Barack Obama, il che significa prendere atto che l´asse sociale della politica italiana si è spostato a sinistra. Questo è il senso del risveglio registrato nel primo turno elettorale: uno spostamento sociale a sinistra. A cominciare dai moderati. Le donne e i giovani in particolare. Chiedono futuro e libertà, pane e libertà, diritti e libertà, lavoro e libertà, civismo e libertà. Non sono anarchici. Non sono estremisti. Non sono “contro” ma sono “per”.
Il Partito democratico – se vogliamo parlare di una formazione politica che è coinvolta direttamente in queste vicende – sembra aver compreso questi nuovi elementi di realtà e sembra aver deciso, finalmente compatto, in questa decisione, di gettare tutto il peso di cui dispone in questa battaglia.
Rileggete quelle parole sopracitate che terminano sempre con la parola libertà alla quale accoppiano le parole: futuro, pane, lavoro, diritti, civismo. Questo è il programma, questo il percorso, questo dovrebbe essere il patto generazionale che coinvolga le forze sindacali, l´imprenditoria, gli artigiani, le partite Iva, gli agricoltori, gli studenti, i docenti, l´impiego pubblico e privato. Questo è il nuovo blocco sociale.
I moderati innovatori e liberali sono al centro di questo blocco. I moderati conservatori sono contro e per la forza delle cose sono diventati estremisti.
Sapremo domenica prossima chi avrà avuto la meglio questa volta, ma la strada è ormai disegnata.

* * *
Dedico il finale a un problema specifico del quale tuttavia non può sfuggire l´importanza. Si tratta di colmare il vuoto che Mario Draghi lascerà nel prossimo novembre quando assumerà la sua nuova carica di presidente della Banca centrale europea. Chi sarà il suo successore alla Banca d´Italia? L´importanza delle Banche centrali nazionali è molto diminuita in questi ultimi dieci anni. L´intera politica monetaria è passata nelle mani della Bce e con la politica monetaria anche la fissazione dei tassi d´interesse, il tasso di cambio dell´euro e la vigilanza sul sistema bancario europeo nel suo complesso. Alle Banche centrali nazionali (i cui governatori fanno parte del Consiglio della Bce) è rimasta la vigilanza sulle banche del proprio paese sotto la supervisione della Bce e soprattutto la formazione dei quadri e lo studio dei dati strutturali e congiunturali del paese in questione.
Monitoraggio e pilotaggio intellettuale, in costante raccordo con le autorità nazionali preposte alla politica del bilancio, cioè con i rispettivi ministri del Tesoro e delle Finanze.
Non ripeteremo qui ciò che è stato ampiamente scritto nei giorni scorsi a proposito di Mario Draghi. La sua presenza alla Banca d´Italia e la sua presidenza d´un organismo internazionale che ha studiato e messo in opera alcune riforme essenziali per la stabilità dei mercati, sono state il “pedigree” sulla base del quale è stato scelto a guidare la Bce. La nazionalità italiana non gli ha giocato né contro né a favore, a quei livelli la sola nazionalità che conta è quella europea. Avrà un compito delicatissimo in questa fase di crisi perdurante, tra spinte all´inflazione e pericoli di deflazione, acquisti su un mercato aperto di titoli di Stato dei paesi europei, debiti sovrani al limite del “default”, politiche tributarie ancora fortemente differenziate e tassi di sviluppo altrettanto divergenti tra i vari paesi.
C´è una sola via ed un solo sovrastante obiettivo da perseguire per chi guida la Bce – oltre alle capacità operative da mettere in campo: accrescere il potere delle istituzioni europee rispetto a quelle nazionali. Draghi ne è perfettamente consapevole e crediamo di sapere che opererà in quella direzione.
Il suo successore a Roma non ha comunque un ruolo secondario. Anzitutto partecipa con i colleghi degli altri paesi dell´euro-gruppo, alle decisioni della Bce. In Italia è il principale interlocutore del ministro dell´Economia.
Le due istituzioni (ministro e governatore) hanno poteri e ruoli autonomi ma convergenti. Non sono subordinati l´uno all´altro mai si muovono comunque all´interno di un sistema che non sopporterebbe scosse violente e comportamenti difformi. Autonomia all´interno del sistema: è un obiettivo indispensabile anche se non facile da raggiungere.
La scelta del nuovo governatore, che dura in carica sei anni, è dunque delicata ed avviene sulla base di una concertazione tra il Presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio, con un decreto da entrambi firmato.
La tradizione consolidata vorrebbe che il governatore sia scelto all´interno dell´Istituto. Luigi Einaudi veniva da fuori, ma fu il primo governatore del dopoguerra ed era ovvio che la scelta non potesse in quel caso che essere esterna. Menichella, Baffi, Ciampi, Fazio, provengono tutti dall´interno dell´Istituto e di fatto anche Carli perché quando fu nominato direttore generale e poi governatore proveniva dalla presidenza dell´Ufficio dei cambi che era posseduto interamente dalla Banca d´Italia.
La sola vera eccezione è stata proprio quella di Mario Draghi.
La tradizione vorrebbe dunque che si scelga all´interno tra i membri del Direttorio, dove non mancano personalità di livello europeo. Per una scelta al di fuori i nomi adeguati non mancano. Spetta comunque a Napolitano e a Berlusconi vagliare le diverse personalità e decidere di conseguenza.
Auguri a loro e al prescelto

La Repubblica 22.05.11

"La corsa in rosa del chirurgo per sconfiggere il cancro al seno", colloquio con Riccardo Masetti* di Federica Fantozzi

Riccardo Masetti, direttore del dipartimento di chirurgia senologica del Policlinico Gemelli e presidente della branca italiana della Susan G. Komen Foundation, il maggiore ente no profit americano contro i tumori alla mammella, è la dimostrazione vivente che nella vita seguire la linea retta non paga.
Figlio di un ammiraglio di Marina, a 12 anni viveva al limitare di un campo da golf a Washington e faceva il raccattapalle. A pagamento. A 17 anni era in piazza a Roma: «Era il ‘68. Il liceo Castelnuovo era il quartier generale di Potere Operaio e Lotta Continua. Ho fatto i moti studenteschi in grande spolvero. Ma da cane sciolto, senza legarmia nessun carro». A 19 anni, lasciando tutti di stucco, si iscrive all’Università Cattolica: «Meditavo se diventare medico o avvocato. Il primo concorso era in medicina. L’ho vinto ed è diventata la mia strada». Oggi, a 56 anni e con buona pace di predestinazione e sentieri segnati, Masetti organizza la Race For The Cure, maratona anti cancro con 53mila partecipanti. Le donne operate che vogliono offrire la loro testimonianza indossano una maglietta rosa. Domani la gara attraverserà Roma, e alle Termedi Caracalla è già in piedi il Villaggio della Salute: conferenze su alimentazione, fumo e vaccini; yoga e kickboxing; spazio bambini. Ma soprattutto esami e visite gratuite per chi non può permettersele: ecografie per la tiroide, pap test, studio dei nei, riservati a immigrate e assistite della Caritas.
«Chiediamo agli specialisti di regalarci un paio di giorni del loro lavoro». Jeans e camicia a quadri, Nike azzurre di pelle, Masetti si muove in moto tra sala operatoria e sopralluoghi. Racconta il fascino della chirurgia: «È una branca artigianale: fai lo stesso intervento mille volte e c’è sempre qualcosa di nuovo. E poi: o va o non va. I risultati si vedono subito, io non ho costanza». L’abilità manuale invece sì: «Ho imparato da bambino negli Usa che ogni lavoro riceve un compenso. L’indipendenza economica mi piaceva. Ho fatto il facchino a cottimo alla cooperativa di Ponte Marconi, imbustato frutta e verdura, allestito servizi tecnici per congressi». Il padre ammiraglio come reagiva? «Diceva: sulle cose lecite non interferisco. L’ho apprezzato. Anche se il dialogo tra noi finiva lì. Per anni i miei hanno temuto che qualche
poliziotto bussasse alla porta di casa, alla fine si sono tranquillizzati». Il passato sessantottino ha lasciato strascichi? «È stata un’esperienza vissuta senza dogmi: non mi piacciono le bandiere, portano spesso a
integralismi mentali». In facoltà era distratto dal lavoro: «Passavo le notti in sala operatoria, nelle urgenze mi lasciavano partecipare agli interventi». Si laurea in ritardo, ma i passaggi che lo segnano sono altri: «Per uno scambio studentesco ho scelto il Sudan. All’università di Karthoum ho visto la medicina a risorse zero, dove i gatti passeggiano in corsia e contano solo l’esperienza e la preparazione dei medici. Poi ho fatto il tirocinio a San Diego, l’altro estremo della sanità, elisoccorso e strumenti sofisticati. Questa “dicotomia”mi è rimasta dentro: il progresso non è solo inventare rimedi costosi di cui beneficiano in pochi, è accorciare le distanze tra chi può salvarsi e chi no». Dopo l’amore per la medicina sportiva, seguendo squadre di pallavolo intorno al mondo, tre figli lo hanno costretto a una vita più stanziale. La seconda svolta è succeduta alla passione per l’oncologia del seno: «L’incontro casuale con la Fondazione Komen ha cambiato tutto il mio modo di vedere e lavorare. Era il ‘98: loro volevano esportare il modello della Race che funzionava da 17 anni in cento città americane. Io ho proposto qualcosa di più italiano: iniziare da programmi educativi. Sensibilizzare. Preparare il terreno per radicarsi a fondo. Sono andato a Dallas a convincere i loro vertici. Tutte donne: mi hanno rigirato comein lavatrice, poi ho ottenuto un finanziamento di 250mila dollari. Lavoravo da 18 anni negli atenei italiani, dove se non sei raccomandato non vedi un soldo. Mi ricordo l’emozione di quell’assegno: in aereo ogni tanto lo tiravo fuori e lo guardavo. Al Gemelli facevo parte di un dipartimento di trenta chirurghi, tutte bellissime teste: da solo avevo più fondi di loro messi insieme». Masetti conosceva la mentalità americana: «Come ti danno fiducia, se non la meriti te la revocano. Ma 13 anni dopo quel viaggio a Dallas anziché a Lourdes, siamo ancora qui». La prima Race al Circo Massimo nel ‘99: 6mila partecipanti, 300 donne reduci dall’intervento. «Chiamavo le mie pazienti: “mi dai una mano?” Indossavano un discreto cappellino rosa pallido e avevano le facce un po’ perplesse». Undici anni dopo, c’erano 53mila iscritti da tutta Italia: quella romana è diventata la seconda dei 130 eventi Komen dopo Saint Louis. Nel frattempo, sono nate le gare di Bari, Bologna, Napoli nel 2010. La Fondazione conta uno staff di 10 persone e 500 volontari. Anche il modello di lavoro è americano: «Raccogliamo fondi e finanziamo progetti altrui. Ci ha chiamato un gruppo di donne di una cittadina del Sud che organizza il trasporto di ammalate povere. Ci siamo guadagnati rispetto perché, pur non essendo Telethon, distribuiamo il nostro tesoretto. Apriamo canali. Facciamo rete. Siamo figli di nessuno, senza padrini politici. Vincolati a una clausola sacrosanta: spendere per gli eventi solo il 25% dei fondi raccolti, il che significa meno vetrine e più risultati sul campo». Altrettanto innovativo è l’uso dei contributi raccolti: «Il 50% serve alla ricerca, che ha tempi lunghi e non dà soddisfazione al benefattore. Ecco perché l’altra metà è destinata all’assistenza a persone socialmente ed economicamente svantaggiate. Straniere clandestine. Anziane. Comunità di sordomuti. Visite a domicilio alle suore, che per pudore non fanno screening, e ai detenuti. Solidarietà in tempo reale che fidelizza i nostri sostenitori». I figli di Masetti intanto sono cresciuti. E lui può pensare di ripartire: «Stiamo costruendo un ospedale in Ghana. Efficiente, eh. Non vogliamo i soliti soldi spesi male».

*Oncologo al Gemelli e presidente della Fondazione Komen in Italia

L’Unità 21.05.11

"Il Gattopardo a cinque stelle", di Claudio Fava

Grillo dice di non essere di destra né di sinistra, di non volere la Moratti né Pisapia, di non votare De Magistris ma neanche Lettieri. È il trucco di sempre: attaccare tutti per non cambiare niente. Ci sono solo due politici in Italia, con un passato di brillanti intrattenitori (l’uno di piazze, l’altro di crocieristi) che pensano di dover esercitare il mestiere della politica in perfetta, onnipotente solitudine, senza mai incrociare le parole e la faccia con un avversario: sono Silvio Berlusconi e Beppe Grillo. Dei quali non si ricorda, negli ultimi dieci anni, un solo pubblico confronto (tv, teatro, strada) con qualcuno che non la pensi come loro. Ci sono stati solo due politici capaci di dire, senza tema di apparire ridicoli, «io non sono né di destra né di sinistra: io sono oltre». Uno era Charles De Gaulle (e forse qualche titolo lo aveva), l’altro è Beppe Grillo: sul suo blog, due giorni fa. E siccome le parole sono cosa seria, sempre sul blog, dopo averci comunicato che il suo movimento ha preso un consigliere a Bovolone e un seggio a Sala Baganza col 9,58%, Grillo spiega che lui ai ballottaggi non si schiera, tanto Morattio Pisapia «sono la stessa cosa». Per Grillo, laggiù a Napoli, anche De Magistris e Lettieri sono la stessa cosa: stesso fiato pesante, stesso programma, stessa metaforica munnizza: perché dunque sporcarsi le mani appoggiando il candidato del centrosinistra? «Di errori ne ho commessi molti e purtroppo ne commetterò altri», scriveva settimane fa Beppe Grillo, «uno dei più imbarazzanti è stato Luigi de Magistris».
Eppure me lo ricordo, Grillo, quando sbarcò a Bruxelles con De Magistris e Marco Travaglio, per regalarci una tirata contro l’Europarlamento con toni e argomenti da casalinga di Marsiglia (l’elettorato forte di Le Pen): basta con i fondi di Agenda 2000 che tanto vanno tutti alla mafia, basta con questo parlamento
cimitero di elefanti, basta con questo chiacchiericcio inconcludente. È un peccato. Non che Grillo non dia indicazioni di voto che tanto gli italiani sono stufi marci di chi li tratta come soldatini di piombo e ai ballottaggi spiega loro cosa dire, cosa fare, cosa pensare. È un peccato che Grillo si sia smarrito in questo delirio d’onnipotenza, unto anch’egli dal Signore, dalle piazze e da minime, presunte, scontate verità: tutti uguali i politici, tutti indegni, tutti vecchi. Me lo sono sentito ripetere per trent’anni, in Sicilia, a ogni tornata elettorale quando in lista c’erano i notabili da centomila preferenze, quelli che piazzavano i famigli negli assessorati e facevano carte false per gli amici di Cosa Nostra, quelli che si mangiavano la politica e la vita degli altri senza nemmeno chiedere permesso, quelli che ti organizzavano cento varianti ai piani regolatori per i cento terreni degli amici che bisognava benedire. Quelli. E quando tu dicevi, avanti, proviamo a mandarli a casa, proviamo a riprenderci questa terra maledetta, proviamo a dire le cose che pensiamo, a trovarne uno onesto, a tenere la schiena dritta, proviamoci per una volta… ecco, ce n’erano tanti, come Grillo, che ti facevano una carezza in testa e ti spiegavano che tanto è tutta la stessa merda, la stessa pasta, lo stesso inciucio, destra e sinistra, cuffaro e borsellino, pisapia e moratti, de magistris e cosentino, e allora tanto vale turarsi il naso e stare dalla parte dei peggiori che almeno sono i più forti, sono furbi antichi e impuniti, e se promettono cose sfacciate poi le mantengono. Io non lo so se Grillo pensi di essere davvero l’unico capace di buon senso. E non so nemmeno se le cose che dice su Pisapia le pensi davvero. Se fa parte dell’etica del suo movimento dare del “busone” a Vendola. Non lo so, non ancora, se questo signore c’è o ci fa. Ma ogni giorno che passa, ogni strepito suo che m’arriva, mi mette sempre più tristezza.

L’Unità 21.05.11

"Telecomizi di un leader stanco", di Michele Brambilla

Il Silvio Berlusconi che ieri è riapparso sulla scena dopo quattro giorni di silenzio è sembrato al tempo stesso un uomo potente e un uomo stanco. Potente perché ha dimostrato quasi ostentato – di disporre come nessun altro del principale mezzo di persuasione di massa: la televisione. E stanco perché stanca era la sua faccia, stanchi i suoi occhi cerchiati, stanche e vecchie soprattutto le sue parole, con quella ripetizione ossessiva del pericolo comunista.

Bersani ha annunciato che protesterà contro l’autorità che controlla le comunicazioni, e c’è da capirlo. Il presidente del Consiglio ha parlato a reti praticamente unificate, diffondendo i suoi monologhi (faceva tenerezza sentire i conduttori dei tg che li chiamavano «interviste») senza alcun contraddittorio. Bersani ha parlato di Bielorussia ed è certamente un’esagerazione perché non siamo in Bielorussia e oggi ci saranno altri media a dare spazio a opinioni diverse da quelle del premier; però è un fatto che quella di ieri sera è parsa una prova di forza che assomiglia molto a una prova di prepotenza.

Ma proprio per questo non sappiamo quanto Bersani – e con lui Pisapia, De Magistris e tutto il centrosinistra – debbano dolersi della raffica di telecomizi. Il modo con cui Berlusconi ha deciso di irrompere nella campagna per i ballottaggi finirà inevitabilmente con il dare fiato a chi sostiene, da sempre, che le elezioni in Italia non si giocano ad armi pari. Come replicare a chi dirà, oggi, che c’è un gigantesco conflitto di interessi, con il presidente del Consiglio che in campagna elettorale usa le sue tre televisioni – e due canali di Stato su tre – per chiedere il voto agli elettori? Ci sbaglieremo, ma ci pare che mai come ieri sera Berlusconi abbia usato in modo così plateale il suo potere televisivo.

E forse questa scelta di non «contenersi», questa decisione di non rispettare neppure alcuna forma o etichetta, è il segnale di una debolezza. Può darsi benissimo che il centrodestra vinca i ballottaggi (le due partite di Milano e Napoli sono ancora aperte) ma l’impressione che Berlusconi ha dato ieri è quella di un leader che si sente minacciato come non mai, e che per questo spara contemporaneamente tutte le munizioni rimaste.

È un’impressione confermata anche dalle argomentazioni usate. Dicevamo dello spauracchio del comunismo. Berlusconi ha parlato di una Milano invasa dalle bandiere rosse e del progetto di Pisapia di fare del capoluogo lombardo «una Stalingrado d’Italia». Ma chi vive a Milano ha la stessa impressione? Ce l’hanno i cittadini che vedono, semmai, le strade invase dai manifesti del Pdl che hanno coperto quasi ovunque quelli di Pisapia? Ce l’ha la grande borghesia – quella, ad esempio, di un Piero Bassetti, primo presidente della Regione e democristiano che da tempo ha deciso di appoggiare il centrosinistra? Si può ancora far credere che qualcuno (addirittura un qualcuno che disporrà dei soli poteri di un sindaco) possa resuscitare il comunismo? A chi contestava a Montanelli, negli ultimi anni della sua vita, di non far più battaglie contro i comunisti, Indro rispondeva: «Io sono ancora anticomunista. Ma le battaglie le faccio contro i vivi, non contro i morti».

E ancora: i cattolici milanesi davvero penseranno che Pisapia farà della città «una zingaropoli islamica»? Non pare affatto che il cardinal Tettamanzi, e i parroci con lui, abbiano simili paure. E di nuovo: il premier ha promesso «meno tasse per tutti». Era il suo slogan tanti anni fa, quando la sua avventura politica era agli inizi. A Milano e Napoli crederanno davvero che Berlusconi possa cominciare adesso a fare ciò che non ha fatto finora?

Il Silvio Berlusconi di ieri sera è parso un leader logorato da tante battaglie. Un leader che si è sforzato di mostrare il sorriso vincente d’antan prima di passare a leggere il «gobbo» di fronte a lui. Può darsi benissimo che vincerà anche questa partita. Ma ieri non ha dato l’impressione di credere alla vittoria.

La Stampa 21.05.11