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"La strada obbligata dell’Italia: ricominciare dal lavoro", di Stefano Fassina

Il fallimento del neoliberismo dimostra come non ci possa essere crescita senza una adeguata cultura del lavoro. Due borse di studio del Pd nel nome di Massimo D’Antona ed Ezio Tarantelli. Irisultati del primo turno delle elezioni amministrative assegnano al Pd le maggiori responsabilità nella ricostruzione di una «Repubblica democratica fondata sul lavoro». Il Pd, con tutti i suoi limiti, è l’unico grande partito nazionale. Per essere all’altezza della sfida, il Pd deve irrobustirsi, innanzitutto in termini di cultura politica.
I partiti fondatori dell’Italia repubblicana erano soggetti culturali forti, prima che organizzazione, macchina elettorale e sistema di potere. Esprimevano una visione autonoma delle cose, una cultura politica diffusa e radicata, condivisa dalla sua classe dirigente, dai suoi iscritti e, almeno in larga misura, dai suoi elettori. Erano intellettuali collettivi e strumento di formazione e di selezione di classi dirigenti adeguate.
Erano,come le grandi organizzazioni sindacali, i principali vettori di mobilità sociale in Italia. Il rapporto tra partito ed intellettuali era un rapporto sistematico e proficuo. I partiti avevano al proprio interno le migliori forze intellettuali del tempo.
Oggi, siamo in un’altra storia. Non ha senso tentare di tornare alle forma-partito del passato. Tuttavia, è evidente che per ritrovare slancio politico ed offrire una capacità di governo all’altezza del passaggio di fase il Pd e, più in generale, tutte le forze riformiste europee devono rafforzare le proprie fondamenta culturali. Per i riformisti, la perdita di autonomia e autorevolezza culturale è stata particolarmente acuta sul terreno economico e sociale. Dalla metà degli anni ’80, hanno subito il paradigma neo-liberista: regressione del lavoro e smantellamento della contrattazione collettiva e del sindacato come chiave per la crescita; fallimento immanente di ogni intervento pubblico ed infallibile capacità di autoregolazione dei mercati; aumento della disuguaglianza come unica via per aumento della produttività, quindi attacco alla progressività fiscale e agli interventi redistributivi. Subalterni all’egemonia delle destre, i riformisti hanno perso capacità di rappresentare un variegato universo del lavoro segnato, anche nelle classi medie, da cambiamenti regressivi. Oggi, le forze progressiste possono ritornare a intercettare le domande di larghissime fasce di elettori preoccupati e spaventati dalle incognite della grande transizione in corso a condizione che scavalchino il recinto del paradigma neo-liberista e riavviino una strategia di valorizzazione etica, economica e sociale del lavoro. Per ricostruire partiti adeguati a rivitalizzare una democrazia fondata sul lavoro, la strada è in salita. Si deve nuotare contro-corrente. La corrente impetuosa dell’antipolitica, alimentata senza sosta dalla degenerazione privatistica e personalistica della politica stessa e da interessi forti, impegnati a lasciare la politica ancella dell’economia. Ma non ci sono scorciatoie. Senza partiti culturalmente attrezzati la democrazia perde l’anima, il lavoro continua ad arretrare e i problemi non si risolvono. Le alternative tecnocratiche o, all’estremo opposto, populistico- aziendaliste sono illusorie in quanto deboli o degenerative. Il Pd è impegnato in un intenso lavoro culturale. La segreteria Bersani ha avviato i forum tematici per ritessere il rapporto tra politica e cultura, tra direzione politica ed elaborazione programmatica. Ha investito sulla formazione dei suoi quadri, si è dotato di un centro-studi, ha in cantiere una rivista di approfondimento. In tale quadro, il Dipartimento Economia e Lavoro del Pd intende promuovere due borse di studio, da assegnare per merito, a due giovani economisti/e (bando sul sito del Pd). Le due borse sono dedicate a Ezio Tarantelli, professore di Economia Politica a La Sapienza, ucciso a Roma dalle Br il 27 marzo 1985 e Massimo D’Antona, professore di Diritto del Lavoro, anche lui a la Sapienza, caduto il 20 Maggio 1999 sempre per mano della stessa organizzazione terrorista. Abbiamo scelto loro perché erano intellettuali di rango, innovatori nei rispettivi campi disciplinari, impegnati a prezzo della vita nei sindacati e nella politica come servizio al Paese e, in particolare, alle persone che lavorano. Non erano terzisti alla moda o à la carte. Erano lontani anni luce dal servilismo intellettuale, dal cerchiobottismo e dalla presunta neutralità tecnica, così diffusi e ben remunerati. Oggi, la classe dirigente della politica è, in blocco e indiscriminatamente, sul banco degli imputati per il rinsecchimento etico ed economico della nostra democrazia. Poca attenzione si dedica alla responsabilità costituzionale degli intellettuali. Noi vogliamo ricordare Ezio Tarantelli e Massimo D’Antona per motivare l’impegno civile e politico delle giovani generazioni di intellettuali e per sollecitare l’irrobustimento culturale delle forze politiche e sindacali.

L’Unità 20.05.11

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“No alla precarietà e al contratto unico”, di Gianni Del Vecchio

Non è più tollerabile che un’intera generazione venga flagellata dalla precarietà. Non è più tollerabile che un giovane su tre sia disoccupato, né che il tasso di occupazione delle donne sia largamente al di sotto delle medie europee, Mezzogiorno in testa, dove quasi due donne su tre non lavorano.
Per rispondere a queste vere e proprie piaghe sociali, il documento di Stefano Fassina contiene una precisa ricetta, condivisa dalla maggioranza del partito, un po’ meno dalla minoranza veltroniana.
Per battere la precarietà, infatti, bisogna fare in modo che le imprese siano invogliate ad assumere a tempo indeterminato invece che far ricorso alla variegata tipologia di contratti atipici. E questo si può fare con una riforma degli oneri sociali: alzare il livello dei contributi previdenziali per il lavoro flessibile e contestualmente abbassarlo per quello stabile.
In questo modo, alle aziende converrà assumere quei giovani che oggi si vedono rinnovare costantemente un contratto a termine. A questa prima misura vanno però aggiunte altre, come ad esempio una forte sfoltita dei contratti precari: abolizione del contratto di associazione in partecipazione, delimitazione degli spazi per i contratti a progetto e quelli a chiamata, la restrizione del ricorso al lavoro a tempo determinato.
Va poi regolato un altro strumento attraverso il quale spesso chi si affaccia al mondo del lavoro viene sfruttato: lo stage. Fassina propone dei limiti di durata ben precisi, l’obbligo di un compenso e la garanzia di un vero contenuto formativo. Infine, bisogna prevedere l’introduzione di un salario minimo legale, uno strumento presente in quasi tutti i paesi europei ma non in Italia.
Nel documento, Fassina manda anche un forte segnale alla minoranza interna, dicendo chiaramente che la soluzione del precariato dilagante «non sta nel contratto unico e nella rimozione delle protezioni dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori». Anzi. «Dobbiamo archiviare il paradigma sbagliato e subalterno del “meno ai padri, più ai figli”, un’impostazione efficace ad allontanare dal centro-sinistra i primi senza riuscire ad avvicinare i secondi».
Così il responsabile economico del Pd rimanda al mittente una proposta che tanto piace al senatore Pietro Ichino e al leader MoDem Walter Veltroni, nonché all’economista e collaboratore di Repubblica Tito Boeri.
La terapia del Pd per sconfiggere la precarietà giovanile però non finisce qui. Nel documento si trovano anche altre proposte, come la necessità di riformare il contratto di apprendistato e l’introduzione di «interventi fiscali e creditizi destinati a incentivare l’imprenditoria giovanile, l’avvio di attività professionali e di lavoro autonomo». Agevolazioni fiscali che sono anche al centro della volontà democratica di sostenere il lavoro femminile. L’obiettivo è ambizioso: tre milioni di donne in più al lavoro entro la fine del decennio.
E per arrivarci ci sono diverse strade.
Prima di tutto, si devono rendere più vantaggiose le assunzioni femminili nonché è necessario «introdurre detrazioni fiscali per i redditi delle donne, in primo luogo quelle con figli minori». Accanto a meno tasse, Fassina propone poi il potenziamento dei servizi di cura per la famiglia, ovvero più asili nido e più assistenza per le persone anziane non autosufficienti.
Infine, bisogna «facilitare il ritorno al lavoro dopo la maternità, rafforzare i congedi parentali, promuovere le pari opportunità nelle carriere professionali e le quote rosa nei consigli d’amministrazione».

da Europa Quotidiano 21.05.11

"Troppo sorpresi dalle sorprese", di Guelfo Fiore

Sorpresa Milano. Sorpresa Lega. Sorpresa grillini. Sorpresa De Magistris. E poi: sorpresa Cagliari, sorpresa Gallarate, sorpresa Trieste. Sorpresa (questa un pò meno) Terzo polo. Sorpresa Nord.
Giornali e speciali radio/tv del day after elettorale sono uno sterminato elenco di sorprese. Resoconti di sorprese. Commenti e opinioni sulle sorprese. Approfondimenti sulle sorprese. E interviste, naturalmente, sulle sorprese.
Non uno che abbia scritto, o detto: si è verificato quanto avevamo descritto. Viva la sincerità, almeno. Uno si immagina redazioni e fior di uffici affollati da studiosi, analisti, esperti e quant’altro con le bocche aperte. Sorpresi.
Prendendo a prestito Crozza/Bersani verrebbe da saltar su: “oh, ragassi, siete stati a mettere la brillantina sui peli del petto?” In effetti tanta sorpresa dovrebbe sorprendere. Ma come, raccontate tutti i giorni per tutto il giorno quel che accade e non avevate avuto un sospetto, un dubbio, un indizio? Studiate da mattina a sera, pubblicate fior di saggi, esponete dotte relazioni e nemmeno una congettura, una supposizione? A domande simili, in genere, segue la risposta: ma nemmeno i partiti avevano capito niente. A parte il fatto che se si dà per morti i partiti, come solitamente (e non del tutto a torto) si legge, non è proprio la miglior difesa accomunarli alla propria incapacità di capire. E, poi, qualcuno, qua e là, nei suddetti cadaverici partiti qualcosa l’aveva intuito.
Qualche rabdomante gode ancora di discreta salute. La questione è seria. E allarmante. Anche perché affatto nuova. Viene alla mente, tanto per dirne una, il referendum sulla procreazione assistita: nelle settimane che precedettero il voto, scorrendo le pagine della maggior parte dei quotidiani, sembrava che non ci sarebbe stato italiano lontano dalle urne. Andò ai seggi il venticinque per cento. Nicchie, nel mondo degli studi come nell’universo giornalistico, non mancano, ma il problema è che restano tali fino all’esplosione del fatto. Il caso di Rosarno, ad esempio. Inchieste sullo sfruttamento criminale e disumano nelle campagne degli immigrati clandestini erano comparse qua e là, ma ci volle la strage nella cittadina calabrese per diventare “fenomeno” (presto dimenticato, del resto). E quindi arriva la domanda: ma c’è chi conosce davvero quello che si muove nella società, c’è qualcuno che sa leggere (e magari informare gli italiani) quanto non compare nei talk show o nei reality o nelle sterminate distese di agenzie di stampa o nei contenitori di intrattenimento dedicati alla tragedia e all’ammazzamento di turno?
Il dubbio, e qualcosa di più, è che il mondo va per conto suo mentre un alone di pigrizia, conformismo, disinteresse governa quei luoghi dove, per una ragione o per l’altra, le antenne dovrebbero essere attive, l’attenzione desta, la curiosità all’opera. E se le cose stanno così, “sorprese” possono venire da ogni dove. Qualche mese fa il sociologo Aldo Bonomi (a proposito di nicchie) scriveva sul Sole 24 Ore: attenzione, c’è il pericolo che dalla disillusione si cada nel rancore. Parlava dei giovani. Dei livelli di disoccupazione: siamo al 29 per cento per quelli che hanno tra 15 e 24 anni contro una media europea sotto al 20 per cento (al Sud si balza al 39,3 per cento), siamo primi in Europa per numero di giovani tra i 15 e i 30 anni che hanno rinunciato a cercare lavoro.
Ma non c’è solo questo. La crisi economica, e l’inattività del governo, sta svuotando il risparmio delle famiglie: il 26 per cento non ce la fa ad andare avanti e deve indebitarsi o asciugare i risparmi, nel 2001 era esattamente la metà. La pressione fiscale è a livelli mai raggiunti nella storia recente, 43,5 per cento e per cominciare a guadagnare uno stipendiato deve aspettare giugno, fino ad allora ha versato allo Stato. Si compra meno cibo perfino.
In Spagna i giovani stanno occupando le piazze delle principali città, indignados contro la crisi, le misure del governo Zapatero ed anche la politica ed il sistema. Potrebbe succedere anche da noi. O forse no. O potrebbero essere altri pezzi della società, stremati dalle difficoltà e dal buio che non si dirada sulla loro vita e su quelle dei propri cari. Lo capiremo, nel caso, vedendoli in piazza. Tra la sorpresa generale.

da Europa 20.05.11

“Palla avvelenata”, di Oreste Pivetta

S’erano giurati che avrebbero cambiato strada, ma poi nella confusione ricascano nel solito vizio: l’insulto. La Lega in prima fila nella critica: dai medi dirigenti alla Salvini, ai medio grandi alla Castelli in bretelle (così era apparso in conferenza stampa subito dopo il voto, in compagnia di Calderoli, in spezzato verde secco), al sommo Bossi, che aveva deciso per tutti: «Campagna elettorale sbagliata». Alla prima prova, però, proprio Bossi non resiste alla tentazione e si lascia andare al solito sfogo, alle panzane insensate, agli insulti, ripercorrendo il percorso di sempre. «I milanesi – dice convinto dopo l’incontro con Berlusconi – non daranno la città in mano agli estremisti di sinistra. La Lega si impegnerà.
Non la lasciamo in mano ad un matto, Pisapia, che vuole riempirla di clandestini, di chiese… per musulmani, di moschee e vuole trasformarla in una zingaropoli. Non abbandoniamo Milano nelle mani di questa gente». Concludendo: «Vinceremo. Milano rinascerà ». Quindi, per rassicurare Berlusconi, minaccioso: «La base leghista sta dove sto io». Infine, cauto: «La Lega è un partito abbastanza unito.
C’è qualche paura. Stare al governo deve portare le riforme, ci deve essere un motivo». Espressioni non sempre chiare: si può dedurre che Bossi non è poi convinto che l’elettore leghista a Milano segua davvero l’ordine di votare Moratti e soprattutto conferma, esprimendo un pesantissimo giudizio politico, che la Lega starà pure al governo, ma che le riforme sono ancora una chimera.
A proposito del “matto”, dopo una pausa di alcune ore Bossi s’è corretto: «Volevo dire incompatibile. Il suo progetto è incompatibile». Ma aveva detto: “matto”. E dar del “matto” a Pisapia è, effettivamente, una novità. Finora il candidato del centrosinistra passava per terrorista o, al meglio, per estremista. Le baggianate (tipo Milano disseminata di moschee, invasa da clandestini e da zingari) sono invece nel solco della tradizione. Non solo la Padania s’era distinta, anche il Giornale di famiglia e Libero avevano battuto sullo stesso chiodo (indimenticabile una prima pagina divisa a metà tra una scena di scontri di piazza negli anni settanta e una immagine del Duomo sommerso da islamici in preghiera, con il “culo per aria”, come è solito raffigurarli il torinese Borghezio, con una doppia scritta: la Milano che piaceva a Pisapia, la Milano che vuole Pisapia).
Persino Cicchitto, che l’alfabeto della politica lo conosce per il suo passato tra Psi e P2, l’altra sera ha innestato la baionetta, disegnando scenari di guerra tra muezzin e ragazzotti dei centri sociali (i centri sociali sono una scopertapubblicitaria dell’ultima ora, qui sta il segno del cambiamento, dimenticando che a Milano i centri sociali sono luoghi di moderazione e che il temutissimo Leoncavallo è diventato spazio di mostre, di musica, di letture, persino di rassegne agro alimentari per giovani e pensionati e persino una delle poche balere o discoteche dove non si spaccia cocaina, che circola abbondante nei locali frequentati dai figliocci dei vip della politica e dello spettacolo).
Bisognerebbe capire se insulti e baggianate sono il risultato di un classico riflesso pavloviano o se sono fumo negli occhi. Bossi, per la prima volta nella sua vita politica, si vede alle prese non solo con una sconfitta, ma anche con il rischio della diserzione.
Per la prima volta il senatùr sente possibile il distacco della base leghista nei confronti di un vertice immutabile e impermeabile, i soliti, collaboratori fedeli, amici, parenti, il solito clan, che ha reso la Lega il partito più familista d’Italia, senza l’ombra di un congresso (dove si poteva manifestare il dissenso, salvo pagare con l’inevitabile espulsione), per una strategia che non ha dato nulla, se non una parvenza di federalismo.
C’è chi nella Lega rimprovera a Bossi un profilo ritagliato su quello di Berlusconi, la difesa di tutte le leggi ad personam, il ripiegamento sulle posizioni del Pdl, la rinuncia a una iniziativa autonoma. Persino i soldi di Berlusconi. S’è scolorita, s’è impantanata la Lega nella servitù a Berlusconi e se Bossi alza la voce e richiama temi classici della sua propaganda, ha in mente la seduzione della sua base più che la sconfitta di Pisapia. Insomma siamo all’appello al cuore leghista, per tenere in piedi il Carroccio, tenendo in piedi di conseguenza Berlusconi. Un’altra cambiale, forse l’ultima, perché, giusto l’altro giorno, Bossi aveva annunciato che non si sarebbe lasciato “trascinare a fondo”.
Una piccola dimostrazione: sui cartelloni elettorali, consunte le facce dei vari pretendenti, la Lega si fa viva con il manifesto verde che riprende il simbolo e l’annuncio del prossimo raduno di Pontida (il 19 giugno). Come dire: noi ci siamo e là faremo i conti.
Il Pdl è fermo. I maghi della comunicazione (tra pranoterapeuti e disk-jockey i consulenti di Letizia abbondano) hanno saputo produrre per ora un solo slogan: «Forza Milano. Non lasciamo la nostra città in mano alla sinistra» (con la variante: «Non lasciamo la città in mano alla sinistra dei centri sociali»).
Dopo tanto predicare di progetti, di riforme, di contenuti, si continua con la “paura dei comunisti”, con un linguaggio d’oltretomba, con un messaggio da barricate.
Va bene tutto per loro.

Da L’Unità

"La solitudine di un liberista", di Roberto Perotti

Sono tempi duri per i liberisti. Niente illustra meglio il loro dilemma di ciò che sta avvenendo a Milano, dove sono costretti a scegliere fra uno schieramento storicamente agli antipodi della cultura liberista e un altro che occasionalmente vi si richiama ma nei fatti dimostra di esservi ugualmente estraneo.

Per un liberista è impensabile negare a qualcuno il diritto di praticare la propria religione in modo dignitoso; come tutti, un liberista ha a cuore l’ordine pubblico, ma non lo userebbe mai come scusa per sopprimere le legittime manifestazioni della libertà individuale.
Un liberista crede nella concorrenza, anche delle idee e delle culture; per questo non potrebbe mai allearsi con chi quotidianamente insulta e minaccia stranieri e diversi.
Un liberista crede nella libertà di scelta delle famiglie, ma non ha bisogno di denigrare indiscriminatamente la scuola pubblica.

Piuttosto, cerca di correggerne le tante storture con misure credibili e attuabili, invece di lanciarsi ogni due anni in improbabili riforme epocali, spesso ispirate da zeloti ideologizzati che pretendono d’insegnare due lingue a bambini di undici anni, mentre la scuola è nel caos perché il ministero si dimentica di emettere delle semplici circolari applicative e la ministra preferisce andare agli show televisivi per inneggiare al suo capo di Governo.
Per un liberista essere imprenditore significa chinare la testa e cercare di produrre e innovare: il vero imprenditore ha meglio da fare che cercare favori, sussidi, e soldi pubblici. Un liberista ha quindi poco da spartire con quegli individui, metà politici e metà imprenditori, che ronzano come api intorno alle aziende municipalizzate, alle fondazioni bancarie, alle grandi opere e a ogni occasione per fare qualche colata di cemento o organizzare qualche evento inutile, anche quando si potrebbe fare molto di più per i cittadini con molto meno.

Un liberista è spesso un personaggio grigio e prevedibile, soprattutto quando si tratta di amministrare la cosa pubblica. È molto sospettoso dei voli pindarici e delle “grandi visioni”; sa che spesso sono solo lo strumento per nascondere la mancanza di idee o di competenze per risolvere i problemi dei cittadini. Un liberista crede in un lavoro di sana, grigia ordinaria amministrazione che cerca di risolvere i problemi di tutti i giorni, anche se sono politicamente poco visibili.
Un liberista sa che le nostre città non hanno bisogno di Expo, che scatenano un esercito di parassiti, se non di delinquenti, e distolgono per anni soldi ed energie da un molto più oscuro ma più importante lavoro di risanamento dei quartieri esistenti, che riempia i buchi delle strade, tolga i graffiti dai muri e la spazzatura dalle strade, e faccia funzionare scuole e ospedali. Non hanno bisogno di Gran premi di Formula 1 o di Olimpiadi, ma di aprire e gestire le piscine perché i giovani possano praticare lo sport. Non hanno bisogno di convegni inutili, di kermesse pseudo-culturali, di nuovi musei su argomenti sempre più improbabili, ma di far funzionare i musei che già esistono e che spesso sono un imbarazzo per il nostro Paese.

Per questo un liberista è stanco di una classe dirigente che sembra ispirata a un senso di affarismo ossessivo, nel migliore dei casi ingenuo e infantile, nel peggiore interessato e indifferente al bene pubblico. Una classe dirigente per cui sembra non esistere problema che non possa essere risolto con il cemento, con qualche annuncio a effetto, con qualche privatizzazione di facciata, con qualche grande evento, o con qualche cordata d’imprenditori ben connessi.
A causa di questa infatuazione infantile per il cemento e per gli affari come panacea di ogni male, chi ci rappresenta all’estero si è trovato a lodare pubblicamente un dittatore perché ha avuto la fortuna, negata ai poveri governanti italiani, di poter costruire in pochi anni senza intralci un’intera città – con che risultati estetici e a che prezzo per i suoi sfortunati sudditi non sappiamo, e non interessa. O si è trovato a baciare la mano di un altro dittatore che ci prometteva di salvare una banca nostrana e di riservarci due commesse nel deserto.

Un liberista crede profondamente nella competenza individuale. Per questo è incredulo che ci si riempia la bocca di ricerca, scienza e tecnologia ma per motivi ideologici si possa nominare alla vice-presidenza del Consiglio nazionale delle ricerche una persona che da anni propaganda tesi che appaiono insensate ed offensive verso intere categorie di persone e la cui designazione perfino Cesare Lombroso, patrono della pseudo-scienza e dell’oscurantismo, troverebbe discutibile. Per questo un liberista non si sente rappresentato da chi, invece che promuovere l’immagine del Paese nei consessi internazionali con proposte costruttive e competenti, lo scredita raccontando barzellette osé e facendo battute sul colore della pelle degli altri governanti, ed è troppo preso da altre faccende per rendersi conto che, a torto o a ragione, nel XXI secolo questo non si può fare.

da www.ilsole24ore.it

“Il flop delle medie. Troppi restano indietro. Lo studio della Fondazione Agnelli”, di Flavia Amabile

Cresce il fenomeno dei ritardi scolastici: l’età critica è tra gli 11 e i 13 anni Status della famiglia e comportamenti a rischio sono le cause principali
Bocciata la scuola media. La Fondazione Agnelli in collaborazione con il Dipartimento di Sanità Pubblica e Microbiologia di Torino ha condotto uno studio interamente dedicato alla scuola secondaria di primo grado. Il rapporto completo uscirà in autunno e non sarà lieve. I risultati – è scritto – «mettono in dubbio la capacità della scuola secondaria inferiore di garantire pari opportunità di apprendimento a tutti e di adempiere, quindi, a una delle missioni istituzionali che le sono state attribuite».
Il fallimento – prosegue il rapporto messo a punto da Gianfranco De Simone, ricercatore della Fondazione – investe direttamente l’organizzazione e le pratiche didattiche messi in atto in questo particolare segmento del processo educativo».
Un giudizio duro, insomma, riferito soprattutto agli studenti stranieri, spiega Andrea Gavosto, direttore della Fondazione. «Il sistema italiano prevede che i ragazzi vengano inseriti immediatamente nelle scuole se arrivano in Italia e sono nell’età dell’obbligo scolastico. A volte non parlano nemmeno italiano, vengono catapultati a scuola senza ammortizzatori di alcun tipo. Alle primarie in genere vengono promossi, è alle medie che si scontrano con la possibilità di una bocciatura e il rischio di non farcela può essere fino a 19 volte più elevato di quanto non avvenga ad uno studente italiano».
E’ quello che accade in terza media agli studenti stranieri con maggiori problemi, quelli arrivati in Italia in età scolare. Ma il divario rispetto ai coetanei italiani è già accentuato in prima media, 18 volte superiore. Anche per gli stranieri di seconda generazione, quelli nati in Italia, non va benissimo. Arrivano alle scuole medie in condizioni di sostanziale parità rispetto agli italiani ma già alla fine della terza media «la sua probabilità di perdere uno o più anni per strada cresce fino a diventare di 3,5 volte superiore a quella di un suo pari italiano».
Il motivo? «Problemi linguistici e di adattamento al nuovo contesto», risponde lo studio. Ma anche la conseguenza di «una pratica didattico-organizzativa: i nuovi arrivati vengono spesso inseriti in classi non corrispondenti all’età anagrafica, e inferiori ad essa, cumulando così un ritardo scolastico, rispetto ai coetanei di uno, due o più anni»
Il ritardo può in parte essere spiegato anche con problemi di integrazione fra studenti: il 76% degli italiani di 13 anni ritiene di essere accettato, il 70% dei coetanei stranieri. Nonostante i mille problemi, però, «ai ragazzi stranieri la scuola piace più di quanto non piaccia ai loro coetanei italiani, è un dato che deve far riflettere», sottolinea Franco Cavallo, docente di Epidemiologia Clinica all’università di Torino e responsabile per l’Italia di HBSC, la ricerca sugli adolescenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sui cui dati è stato realizzato lo studio della Fondazione Agnelli. Mostrano di apprezzare la scuola il 52% dei tredicenni italiani e il 58% dei figli di stranieri nati all’estero. E’ uno strumento «per migliorare le proprie condizioni di vita» ma anche un’alternativa preferibile «rispetto ad un ambiente domestico ritenuto meno stimolante».
Altri fattori a rischio nei ritardi sono quelli relativi alla salute: chi consuma alcol almeno una volta al mese ha il 50% di probabilità in più di essere in ritardo negli studi. Chi fuma più o meno regolarmente ha una probabilità di 4 volte superiore.
Non esistono grandi differenze tra Nord e Sud nelle bocciature e nei ritardi scolastici. Esiste però – sottolinea il rapporto – «un’attenuazione della selettività nel corso della scuola secondaria inferiore per alcune regioni meridionali», dalla Campania alla Calabria ma anchePuglia e Basilicata. A essere a rischio soprattutto i maschi, che in prima media hanno una probabilità del 30% superiore rispetto alle femmine di trovarsi in ritardo. Un valore che in terza media arriva al 50%. Rispetto ad un figlio di laureati chi ha genitori con la licenza media ha tre volte più probabilità di essere in ritardo in prima media e quattro volte di più in terza media.
Le soluzioni? «Un supporto differenziato ma garantito a tutti nelle ore pomeridiane», risponde il rapporto. E sostegno agli studenti stranieri arrivati in Italia in età scolare con «classi di benvenuto» e «specifici supporti pomeridiani».

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«L’integrazione deve iniziare tra i banchi», di Flavia Amabile
L’ Italia? Sta crescendo una generazione di immigrati frustrati, un errore che corre il rischio di pagare caro in futuro». E’ l’opinione di Maurizio Ambrosini, docente dei processi migratori dell’università di Milano e direttore della rivista «Mondi Migranti».

Professore, i ragazzi stranieri arrivati in Italia adolescenti hanno una probabilità 18 volte più alta di avere problemi a scuola rispetto ai coetanei italiani. Perché tanto divario?
«Se gli stranieri sono arrivati da piccoli a scuola vanno bene, se invece sono arrivati già abbastanza grandi è tutto più difficile. E’ così negli Stati Uniti e in Gran Bretagna dove comunque è più facile che chi arriva conosca la lingua. In Italia esiste un ulteriore ostacolo creato proprio dall’idioma: fatta eccezione per gli albanesi o per gli ecuadoriani che parlano spagnolo, nessuno conosce o ha la minima dimestichezza con l’italiano».

I problemi incontrati dai ragazzi sono di tipo familiare o scolastico?
«Di entrambi i tipi. Il fenomeno migratorio italiano è recente, molte famiglie sono in condizioni di precarietà lavorativa ma spesso anche abitativa: si vive in case occupate da più famiglie o sotto sfratto. Un ragazzo straniero in genere ha maggiori problemi di spazio e difficilmente ha la tranquillità e la serenità dei suoi coetanei italiani. E’ più raro anche che abbia genitori in grado di aiutarlo nei compiti, non per mancanza di volontà quanto per incapacità di comprendere appieno i testi da studiare o per l’incapacità di scrivere un tema».

Esiste però anche un problema di integrazione a scuola. Il ministro Gelmini ha provato a risolverlo stabilendo un tetto del 30 per cento degli stranieri nelle classi.
«Quello del ministro Gelmini è stato un tentativo lodevole di affrontare il problema ma non tiene conto di un aspetto rilevante: la necessitàdi effettuare investimenti specifici, assegnando risorse e realizzando progetti educativi finalizzati. Fino a una decina di anni fa in provincia di Milano c’era un insegnante dedicato ogni 50 studenti, oggi ce ne sarà uno ogni 600».

Nonostante le carenze nelle politiche di integrazione, agli studenti stranieri la scuola piace più di quanto non piaccia agli italiani.
«E’ un elemento molto importante. Questi ragazzi, infatti, desiderano integrarsi, vogliono inserirsi in Italia, e quindi ne apprezzano le scuole e i professori. E’ un peccato non capire questo desiderio di integrazione, stiamo crescendo una generazione di frustrati senza renderci conto che non si tratta di un loro problema, ma di un nostro problema: integrarli significa occuparsi del nostro futuro».

Da La Stampa

"Sgarbi sconfitto dal suo pandemonio", di Walter Siti

Vittorio Sgarbi è il peggior nemico di se stesso. Ha lavorato per sei mesi a una trasmissione attesa e ambiziosa, ha ottenuto un budget altissimo che gli ha permesso una bella e fastosa scenografia. A pochi giorni dalla messa in onda, la neo-direttrice della Rai gli ha vietato di incentrare la prima puntata sul tema di Dio, le resistenze della vedova di Battisti gli hanno impedito di usare il titolo che per un mese era stato pubblicizzato, «Il mio canto libero». Che cosa farebbe una persona ragionevole in simili condizioni? Rinvierebbe la messa in onda almeno di una settimana e cercherebbe di ristrutturare la trasmissione per trovare un nuovo baricentro. Ma era partita una polemica sui giornali a proposito di malversazioni al Comune di Salemi di cui è sindaco, qualcuno aveva invocato l’opportunità di abolire il programma; fibrillazioni che si sarebbero spente in pochi giorni e che lui poteva trascurare forte della buona coscienza. Invece si è sentito chiamato sotto le armi e ha deciso di andare in diretta nonostante tutto, fidando sull’idea sbagliata che la confusione potesse essere scambiata per improvvisazione geniale.

In assenza del teologo eretico che era stato annunciato, tutto il peso della religione è caduto sulle spalle del povero vescovo di Noto, che se l’è cavata citando un passo “scandaloso” del concilio di Toledo; da Dio si è scivolati al Padre, declinato in tutti i sensi; si è visto il figlio, Carlo Sgarbi, in un confronto forse troppo verboso, e il padre, Giuseppe Sgarbi, commovente e di poche parole. Si è letta una bella pagina di Antonio Delfini e si sono ascoltate le scuse postume di Sgarbi ad uno dei suoi padri spirituali, l’odiato-amato Federico Zeri. Altri nessi sono parsi azzardati e tirati per i capelli (Umberto Bindi “padre della musica”, lui che di paterno non aveva nulla?). Intanto la scaletta diventava carta straccia, mentre al di là delle telecamere gli autori e il direttore di studio avrebbero voluto morire. Ragazze che apparivano ai lati di Sgarbi con delle carte in mano e misteriosamente sparivano dopo lo stacco pubblicitario; molti che dovevano dire o fare delle cose e non le hanno né dette né fatte, sedie che dovevano esserci e non c’erano; dopo un imbarazzante scambio d’idee con Gavino Ledda (per via del padre padrone) palesemente convocato all’ultimo minuto, un misericordioso collaboratore è entrato in scena ad annunciare che lo spettacolo era finito, coro di bambini e tutti a casa.

E’ del tutto evidente che il genere letterario a cui l’oratoria di Sgarbi può aspirare non è il romanzo, e nemmeno il racconto: è piuttosto lo zibaldone, il coacervo, la satira menippea. La sua presenza ingombrante ha bisogno di sfoghi e digressioni autobiografiche; ma se savianeggia e comincia a parlare di macchina del fango fa un mestiere che non è il suo. Il pezzo di Carlo Vulpio contro l’eolico, giusto o sbagliato che fosse sul piano dei contenuti, narrativamente funzionava proprio perché non è stato Sgarbi a recitarlo. Se mai RaiUno avrà il coraggio di riprendere l’esperimento, magari in seconda serata, speriamo che all’informe si sostituisca la forma, perché anche il pandemonium dev’essere forma. Non basta citare Longanesi, Ceronetti, Bernhard, e Pasolini in aggiunta, per costruire una credibile alternativa di destra. (A proposito: quand’è che da entrambe le parti si smetterà di considerare i testimoni del passato come icone con venerazione incorporata e si cercherà piuttosto di intenderli, magari strapazzandoli ma considerandoli finalmente nostri contemporanei?).

da www.lastampa.it

"Nucleare, il diritto al referendum", di Giovanni Valentini

Mentre il cinismo congenito del sistema mediatico – a parte qualche rara e meritoria eccezione – spegne i riflettori sulla catastrofe di Fukushima, in un referendum consultivo ammesso dallo Statuto speciale della Regione Sardegna – governata oggi dal centrodestra – il popolo dell´isola vota al 97% contro l´installazione di centrali nucleari sul suo territorio.
E lo stesso presidente Cappellacci si dichiara commosso e orgoglioso per questo responso. Ma nel frattempo, a Roma, il governo nazionale tenta un esproprio, un furto con destrezza, uno scippo collettivo ai danni di tutti i cittadini italiani, per privarli del diritto costituzionale di pronunciarsi nel referendum abrogativo già indetto per il 12 e 13 giugno.
Con un gioco di prestigio che nasconde ovviamente il trucco di prammatica, l´illusionismo berlusconiano cerca di cambiare in extremis le carte in tavola, per eludere una consultazione che – oltre al nucleare – riguarda anche la privatizzazione dell´acqua e soprattutto il legittimo impedimento che sta tanto a cuore al premier. Evitare il primo significa infatti boicottare anche gli altri due, e in particolare il terzo, sabotando il raggiungimento del quorum. Nel segno del più bieco centralismo, il centrodestra rinnega così in un colpo l´esercizio della volontà popolare e quella riforma federalista che la Lega di Umberto Bossi impugna come una bandiera.
Dove sta il trucco escogitato dal mago di Arcore e dai suoi solerti assistenti? Con la nuova norma già approvata dal Senato e ora all´esame della Camera, il governo prevede (dai commi 2 e 7) l´abrogazione di tutte le leggi che regolano l´insediamento delle centrali atomiche. E fin qui, la prestidigitazione può anche funzionare.
Ma poi, secondo il combinato disposto di altri due commi, il medesimo provvedimento affida all´Agenzia nucleare uno studio sull´opportunità di installare in futuro le centrali (comma 1) e quindi, a conclusione di questa ricerca, attribuisce alla presidenza del Consiglio il potere di autorizzarle con un semplice atto amministrativo (comma 8). L´unico vincolo è quello di “sentire” le Camere, ma – com´è facile intendere – si tratta in realtà di un eufemismo.
Piuttosto che consultare eventualmente domani i parlamentari nominati dai capi dei partiti, non sarebbe meglio lasciare che oggi siano gli elettori a pronunciarsi direttamente su un tema fondamentale per la vita della collettività? Che fine ha fatto la tanto decantata volontà popolare? E la “sovranità” del popolo può essere scavalcata da un atto amministrativo del governo, sulla base di uno studio dell´Agenzia nucleare?
È fin troppo chiaro e scoperto il tentativo truffaldino di sottrarre ai cittadini il diritto al referendum. Ed è tanto più inaccettabile perché la consultazione popolare avrebbe potuto essere abbinata alle elezioni amministrative e a quest´ora sarebbe stata già celebrata, se il governo non si fosse pervicacemente opposto causando una spesa supplementare di trecento milioni di euro.
Toccherà dunque alla Corte di Cassazione valutare se la legge-trucco sarà in grado di soddisfare lo “spirito del referendum” e le sue finalità. Il Parlamento, com´è già accaduto altre volte in passato, può sempre legiferare per correggere o cancellare un provvedimento prima che venga sottoposto alla verifica popolare. Quello che non può legittimamente pretendere di fare, invece, è abrogarne una parte e mantenerne un´altra: anzi, peggiorarla ulteriormente, favorendo così il risultato contro cui punta l´iniziativa referendaria.
In un parere “pro-veritate” prodotto per il Movimento Difesa del Cittadino, associazione che fa parte del Comitato per il Sì al referendum abrogativo, l´avvocato Gianluigi Pellegrino sostiene perciò che in un´ipotesi del genere la stessa Cassazione sarebbe tenuta a “trasferire” automaticamente la consultazione sulle nuove norme sopravvenute. A suo giudizio, l´esame del testo dimostra che “le ragioni del referendum non solo non sono superate, ma sono confermate e se mai rafforzate”, perché in questo modo si agevola di fatto la realizzazione del piano nucleare. E a ulteriore conforto di questa tesi, l´amministrativista ricorda che “il medesimo presidente del Consiglio ha espressamente ribadito la volontà del governo di procedere in tal senso, pacificamente ritenendo quindi che la fonte normativa proposta dallo stesso governo non precluda tale esito”.
In definitiva: il referendum sul nucleare si deve celebrare regolarmente. E insieme a questo, si devono celebrare gli altri due sulla privatizzazione dell´acqua e sul legittimo impedimento. Gli interessi giudiziari del capo del governo non possono prevaricare sui diritti dei cittadini: da questo punto di vista, il responso del referendum milanese su Berlusconi è stato già emesso.

da La Repubblica