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"Stati generali della conoscenza. La scuola pubblica fa da sé", di Dina Galano

Insegnanti, ricercatori precari, sindacati e personale amministrativo in una due giorni di confronto e lavoro. Alla ricerca di «un modello fondato sulla qualità dell’insegnamento. «I tagli stanno mettendo seriamente in ginocchio la scuola pubblica», si sfoga un docente di Ravenna. Affaticati, sfiancati e demoralizzati per il trattamento ricevuto dal governo, gli insegnanti, i ricercatori precari, il personale amministrativo della scuola pubblica cercano soluzioni. Propongono, si confrontano e raschiano il fondo delle proprie energie per approntare qualche argine alla riforma Gelmini e ai tagli delle manovre economiche. Nel nome della «condivisione e corresponsabilità» indicate dal presidente del Gruppo Abele, don Ciotti presente al convegno, si sono dati appuntamento a Roma per la due giorni intitolata “Stati generali della conoscenza”. E, insieme ai sindacati e alle associazioni che operano nel settore della formazione e della cultura (dall’Arci a Legambeinte, passando per la Rete degli studenti e l’Auser), hanno intavolato seminari e workshop dedicati alla Costituzione, al welfare, all’apprendimento permanente e ai processi di conoscenza. Alla fine dei lavori, i circa 800 partecipanti provenienti da tutta Italia hanno adottato un documento base degli Stati generali e promosso iniziative che saranno messe in pratica a partire da settembre, con l’inizio del nuovo anno scolastico.

«Per evitare il declino civile ed economico bisogna costruire un modello di sviluppo fondato sulla qualità», recita l’appello rivolto anche alla società civile. L’obiettivo passa per «la valorizzazione del lavoro», per «l’innovazione», per «investimenti pubblici che devono essere almeno triplicati», come richiesto dall’Europa. La ripubblicizzazione dei sistemi di conoscenza è uno dei temi che ha maggiormente coeso la platea. «Sebbene l’impianto della scuola pubblica resti in piedi», argomenta l’insegnante di Ravenna rappresentante Flc-Cgil, «il suo interno è in disfacimento. La qualità dell’offerta formativa è svilita, le risorse umane insufficienti. Perfino il tempo da dedicare agli alunni è stato ridotto, mentre le classi sono più numerose». Chi insegna nella scuola primaria, poi, racconta che «la situazione ha del paradossale perché il docente si trova di fronte a un aumento delle situazioni di disagio e disabilità e alla corrispondente scomparsa delle figure professionali richieste.

Così deve insegnare, educare, dare assistenza sociale e, non da ultimo, fare da consulente alle famiglie». Mentre gli sguardi scambiati in platea evocano solidarietà reciproche, è una dipendente amministrativa di Piacenza a sintetizzare il disagio di tutti: «Siamo come cavie in un pollaio», prorompe notando come, dalle circolari ministeriali fino alle disposizioni sui test di valutazione Invalsi, «la libertà di insegnamento sia sotto attacco». Ma le ricadute sulle nuove generazioni, le fa eco una collega, «si vedranno soltanto sul lungo periodo. Per ora, il danno percepito dalle famiglie si ferma ai problemi organizzativi».

da Terra 20.05.11

"La politica dell'odio", di Giorgio Bocca

Nonostante gli stanchi insulti di Bossi ai cittadini di Milano, «diventerà Zingaropoli», e a Pisapia, «un matto», il risultato del primo turno elettorale è un sollievo, la fine di una condanna al berlusconismo eterno, la fine di una prevaricazione dei ricchi e potenti, con tutti i difetti degli uomini arrivati a una ricchezza spropositata, imposta a tutto. Persino nei gusti, non solo ai consenzienti ma anche agli oppositori, come il signore di Arcore, maniaco della pulizia e dell´ordine che vi consigliava l´uso del mentolo forte per l´alito.
Il sollievo per il ritorno di valori politici e civili come la democrazia, la fine di una menzogna, di un´impostura propagandistica per cui democrazia e politica erano soggette a un equivoco pesante per cui alle stesse istituzioni noi e loro attribuivamo significati diversi. Noi la politica per preparare, progettare il futuro civile, loro per fare affari, per accrescere i loro poteri, per imporre le censure e finanziare l´applauso. La democrazia è un sistema che consente la felicità, non tanto quella dell´abbondanza dei beni, quanto quella della libertà di partecipare. Il sistema in cui ognuno ha la possibilità di manifestare, di contribuire, di correggere. Dunque una grande liberazione, la sensazione di respirare meglio, di non temere controlli e punizioni per le proprie idee.
La felice sensazione di libertà è venuta dalla prima parte della campagna elettorale, che ha punito i fanatici e violenti, come la dissennata asprezza voluta da Berlusconi contro gli avversari. Esempio l´attacco al rivale Pisapia sul tema del comunismo, come se bastasse ancora una volta la parola comunista a spaventare i buoni cittadini moderati. Come se questi cittadini fossero privi di ogni cultura storica e avessero del comunismo un´idea immutabile, vale a dire l´idea dello stalinismo, cioè di una dittatura feroce che aveva il compito storico di difendere il socialismo in un solo paese dagli attacchi del capitalismo. Difesa che arrivò al punto di rifiutare il piano Marshall, in un paese povero come la Russia, per non mettere in discussione i principi del socialismo. Berlusconi ha pensato che le chiusure ideologiche fossero ancora decisive, che bastasse accusare un riformista come Pisapia di comunismo per convincere gli elettori a sentire puzza e di gulag e di polizia segreta. La rudimentale arma dell´anticomunismo aveva funzionato per anni. Perché non avrebbe dovuto funzionare anche ora? Perché, e Berlusconi non l´ha capito, anche la pubblica opinione è cambiata, i faziosi e i fanatici devono accettare l´uso della ragione.
Anche i tifosi del Milan, fedeli di Berlusconi, possono avere una giusta idea di quello che oggi significa la parola comunismo, cioè un sistema economico e politico sopravvissuto solo in alcune parti dell´Asia, e anche lì notevolmente cambiato. Berlusconi ha fatto lo sbaglio di ricorrere al vecchio anticomunismo usando la Santanché e alcuni giornalisti dei quotidiani di famiglia che hanno gridato al nemico senza più essere creduti. È difficile oggi essere dei berlusconiani, riempire i grandi spazi informativi conquistati dal padrone. Non serve neppure l´uso della fede sportiva e dell´identificazione dei tifosi nella squadra del padrone. Le televisioni possono riprendere il ragazzo tifoso che grida con passione “per me il Milan è tutto”, ma non è così: il Milan è un sodalizio giovanile sportivo, non la politica, non il progetto di una nuova società. Dicono i sostenitori di Berlusconi: ma di che vi lamentate? Non avete avuto in tutti questi anni benessere e libertà? Non avete potuto dire e pensare ciò che volevate? Non è andata esattamente così: in questi anni di pace e di benessere economico non abbiamo avuto in pieno la libertà e la giustizia, che sono la sostanza della democrazia. La democrazia è la giustizia e la partecipazione di tutti alla gestione della società, ma sono beni che vanno vigilati e difesi dalla ricerca degli interessi privati, dal desiderio permanente di sfuggire ai controlli democratici. E questa vigilanza mancata, questo lasciar passare tutto al nemico autoritario stanno facendo il loro triste effetto, tutte le occasioni di far crescere l´odio e il sospetto per la democrazia venivano colte, a cominciare da una corruzione che il governo del paese consentiva senza quasi limiti e non preveniva, salvo far finta di combatterla a cose fatte e incorreggibili. Spesso questi ritorni al fascismo apparivano velleitari, spesso ridicoli, ma nella vita spesso la quantità prevale sulla qualità. La richiesta, per dire, di parificare i combattenti partigiani ai fascisti di Salò, fedeli sino all´ultimo all´alleanza con il nazismo, era una richiesta che significava un via libera al ritorno dell´autoritarismo e a una fine della vigilanza. A Milano, paradigma dell´Italia di Berlusconi, Pisapia ha vinto per ora solo il primo round contro Letizia Moratti, ma quello che è già certo è che il responso elettorale ha fugato i sospetti e le nubi di un cedimento democratico nel Paese.

La Repubblica 20.05.11

"Scuola, sciopero della fame contro i tagli", di Ilaria Venturi

Da oggi i genitori manifestano a staffetta davanti all’Ufficio di via Castagnoli. Hanno aderito una sessantina di mamme e papà: fra questi, l’attore Ivano Marescotti, che parteciperà pure al programma di animazioni. Avranno tutti il cartello al collo: “La scuola ha fame, io solidarizzo con la mia scuola”. E da oggi pomeriggio, per sette giorni, con turni di sei ore, giorno e notte, rinunceranno a cibo e acqua. Davanti all’ufficio scolastico, in via Castagnoli. Uno sciopero della fame a staffetta contro i tagli alla scuola pubblica statale. Simbolico, forse. Ma potente, molto. Una sessantina di mamme e papà hanno già aderito. Tra loro anche l’attore Ivano Marescotti, i neo eletti in consiglio comunale (tutti della coalizione di centrosinistra) Francesco Errani e Mirco Pieralisi, i neo consiglieri di quartiere Marta Nicotra e Sergio Zappoli.

LEGGI L’appello dei genitori (.pdf)

Ogni giorno, verso le 18, sono previste animazioni con artisti solidali: oggi alle 16 Francesca Ballico legge Tognolini, poi il teatro con Giuliano Bugani, Marescotti alle 17,30 e Davide Lora. “La scuola pubblica è già alla fame e dopo due anni di tagli, dichiarati illegittimi dal Tar, continua il massacro, con un terzo e micidiale taglio”, contestano i genitori.
Per questo l’Assemblea delle scuole, che riunisce genitori e insegnanti, e il Coordinamento dei presidenti dei consigli di circolo e di istituto hanno promosso la mobilitazione. E un appello al nuovo sindaco Virginio Merola, inviato ieri a tutti i sindaci e assessori della provincia, a partecipare alla delegazione che, il 26 maggio, a chiusura dello sciopero della fame, incontrerà il “provveditore” Vincenzo Aiello.

“Chiediamo alle forze della politica e della cultura di non essere lasciati soli in questa battaglia fondamentale per la democrazia, per il futuro dei figli e del paese”, dice il portavoce Giancarlo Ambrogio Vitali. L’ultimo giorno ci sarà una manifestazione a microfono aperto per far salire ai piani alti dell’ufficio scolastico il dissenso contro i tagli. “Ormai la scuola è allo sfacelo”, dice Giorgia Telloli, mamma di tre figli, uno in arrivo. “Alle Longhena, come in altre scuole, è stato tagliato un insegnante e questo comporta lo smantellamento del tempo pieno, un modello pedagogico che funziona, che cresce bambini interessati, belle persone”. Giorgia allarga le braccia: “Abbiamo protestato tanto, ma i tagli non si sono fermati. A questo punto non sappiamo più come attirare l’attenzione. Basteranno i nostri corpi?”.

da www.repubblica.it

"La sfida di 470 milioni di disabili tra discriminazioni e salari dimezzati", di Valeria Pini

Lo rivela l’ultimo studio l’Ufficio internazionale del lavoro (Ilo). Nel mondo 650 milioni di disabili individuati di cui 470 milioni in età lavorativa. Pochi hanno un’occupazione. Aumentano le denunce. Limitato accesso all’istruzione. Numerose le differenze di stipendio rispetto al resto della popolazione. Esclusione da alcune professioni. L’80% delle persone diversamente abili nei paesi poveri vive in stato di miseria irreversibile. Trovare un lavoro con uno stipendio adeguato è un percorso a ostacoli un po’ per tutti, ma per i disabili lo è ancora di più. Succede nei paesi in via di svuluppo, ma anche nelle nazioni che fanno parte del mondo ricco e industrializzate. Se la vita quotidiana è a volte piena di barriere e difficoltà, quando si affronta la questione dell’occupazione, la situazione si complica. Aumentano le denunce di discriminazioni, anche dove esiste una normativa in materia. E’ questa l’istantanea dell’ultimo rapporto dell’Ufficio internazionale del lavoro, dell’Onu (Ilo 1) che si intitola: “Uguaglianza nel lavoro: la sfida continua” 2.

Secondo le Nazioni Unite, il 10% della popolazione mondiale, circa 650 milioni di persone, presenta una disabilità fisica, mentale, sensoriale o intellettuale. Fra loro, oltre 470 milioni sono in età lavorativa. Le discriminazioni per motivi di lavoro continuano ad esistere, come si rileva dal basso tasso di occupazione di questa categoria. Qualcuno è poi ancora più a rischio: le persone colpite da Hiv/Aids possono subire discriminazioni quando si vedono imporre test obbligatori o comunque non volontari o che non garantiscono la riservatezza dei risultati.

Salari più bassi. Non esistono stime dettagliate sulla discriminazione in questo settore,
a causa delle differenze nelle definizioni nazionali e nei metodi statistici utilizzati. Negli Stati Uniti, infatti, un’indagine del Dipartimento del Lavoro ha rilevato come le persone con disabilità abbiano un tasso di disoccupazione del 16,2%, a fronte di un tasso del 9,2% per persone senza disabilità. In Svezia, invece, nel 2008, il 62% delle persone con disabilità ha un lavoro rispetto al 75% delle persone non disabili. In generale le persone con disabilità abbiano salari più bassi. Negli Stati uniti, nel 2007, il reddito medio di una persona con disabilità con un lavoro a tempo pieno tutto l’anno era di 34.200 dollari, rispetto ai 40.700 dollari per le persone senza disabilità.

Le denunce. Le discriminazioni sul lavoro sono messe in evidenza anche dalle denunce presentate dagli stessi disabili. Durante il 2008-09, la Commissione australiana per i diritti umani ha ricevuto 980 denunce relative alla disabilità, il 43% di tutte le denunce ricevute. Oppure il caso canadese dove tra il 2007 e il 2009, 102 casi di discriminazione sul lavoro su un totale di 206 presentati alla Canadian human rights commission (Chrc) erano legati alla disabilità. Il rapporto segnala inoltre che, durante i periodi di recessione economica, si tende a dare minore priorità alle politiche volte alla lotta contro la discriminazione e alla promozione di una maggiore consapevolezza dei diritti dei lavoratori.

LEGGI La guida ai diritti dei disabili 3 | Per loro il 7% dei posti di lavoro 4 | La guerra delle associazioni 5 |
La tecnologia a servizio di anziani e portatori di handicap 6

Povertà nel Terzo Mondo. Le Nazioni Unite, inoltre, stimano che l’80% delle persone diversamente abili nei paesi in via di sviluppo viva nella povertà totale. Secondo la Banca mondiale, inoltre, il 20% dei poveri del mondo soffre di qualche forma di disabilità. Un importante passo in avanti della normativa in questa materia è rappresentato dall’entrata in vigore della Convenzione delle Nazioni unite sui diritti dei portatori di handicap. Negli ultimi anni, infatti, paesi come il Mozambico e il Kazakistan hanno adottato o modificato la loro legislazione del lavoro includendo misure rivolte alle persone con disabilità.

Qualche cosa sta cambiando. Sono in diversi i paesi che nel tempo si sono dotati di leggi contro le discriminazioni. Nel 2007, il Cile e la Corea hanno adottato norme che vietano la discriminazione della disabilità. Altri paesi, come la Thailandia (2007), Giordania (2007), Spagna (2007), Etiopia (2008), Malaysia (2008), Cambogia (2009) e Vietnam (2010), hanno adottato leggi specifiche in materia di diritti delle persone disabili. In Giamaica, per esempio, nel corso del 2008 e del 2009, il governo ha stanziato 20 milioni di dollari giamaicani per un progetto destinato a fornire piccoli prestiti a persone con disabilità che desiderano avviare una propria attività. Nel Regno Unito, nel 2008, il governo ha invece garantito l’accesso al Programma di lavoro per 2.000 persone con difficoltà di apprendimento e 1.500 disabili mentali. In Slovenia, nel 2007, sono state inserite in programmi di formazione professionale il 27% di persone in più rispetto al 2006. Buoni esempi che vanno ad aggiungersi a quelli in tema di accessibilità degli ambienti di vita e di lavoro.

www.repubblica.it

Biotestamento, Bersani: "Aberrante farne tornaconto politico"

Dopo la rinuncia a votare la legge prima dei ballottaggi il segretario PD commenta: “Si vede che qualche botta aiuta a ragionare”. Turco: “Maggioranza in ritirata su tutta la linea”. “Voglio credere in un soprassalto di saggezza che induca a fermare la macchina di una legge” come quella sul testamento biologico ”che fatta così è meglio non farla”. Cosi’ il segretario del Partito Democratico Pier Luigi Bersani rispondeva a chi gli domandava del progetto di legge sul biotestamento, le cui votazioni erano previste per oggi alla Camera. “Voglio credere – aggiunge – che il centrodestra non si prenda la responsabilità di una spaccatura micidiale nel paese, oltre che in parlamento. Perché sarebbe aberrante su un tema del genere farne oggetto di chissà quale tornaconto politico”. “Cercheremo di convincerli a non andare avanti”, conclude Bersani, spiegando che i tempi non sono maturi per una decisione del genere sul biotestamento. E alla fine la legge sul biotestamento è stata rinviata “a data da destinarsi”. Lo ha deciso la capigruppo della Camera secondo quanto ha riferito il presidente dei deputati del Pd Dario Franceschini. Questa settimana la Camera si occuperà di alcuni disegni di legge di ratifica di trattati internazionali. La settimana seguente sarà invece dedicata all’esame del decreto omnibus. “Il rinvio della discussione sulla cosiddetta legge sul testamento biologico, cosa che avevamo chiesto di fare da tempo, è l’ammissione che anche tra le file sfilacciate di Pdl e Lega quella brutta legge non è accettata – ha detto Livia Turco – Ed è anche chiaro quanto fosse strumentale e crudele il voto sull’inversione dell’ordine del giorno imposto dalla maggioranza pochi giorni fa. È una ritirata su tutta la linea da parte di una maggioranza sconfitta alle elezioni e battuta quattro volte stamani in Aula”. ***** Dichiarazione congiunta di Roberta Agostini, responsabile sanità della segreteria nazionale del PD e Paolo Fontanelli, responsabile Forum sanità del PD. La proposta di legge sul testamento biologico che, a partire da oggi, è in votazione alla Camera dei Deputati è stata stravolta dalla maggioranza nel suo spirito originario e svuotata dei suoi principi fondamentali. Ridotta in questo modo si tratta di una legge sbagliata, pericolosa, piena di vincoli, in contrasto con l’articolo 32 della Costituzione, che prevede la libertà delle persone rispetto alle terapie mediche. Soprattutto, con questa legge si apre la strada a nuovi e laceranti contenziosi che i cittadini chiederanno di risolvere in tribunale. Questo è il peggior risultato che si possa immaginare dopo due anni di lavoro in Parlamento. A questo punto meglio rimettere nel cassetto una legge che non rispetta le scelte delle persone sulle terapie da accettare e la responsabilità dei medici, disconosce la centralità dell’alleanza tra medico e paziente e non sostiene le famiglie in momenti così drammatici. L’errore più grande è quello di creare un clima di conflitto tra personale sanitario e pazienti. E’ anche per questo motivo che oggi pomeriggio saremo in piazza Montecitorio e parteciperemo alla manifestazione organizzata dai medici della Cgil, anch’essi preoccupati per i drammatici problemi che potrebbero derivare con l’approvazione di un testo come quello che vorrebbe il centrodestra.

www.partitodemocratico.it

«Siamo alla svolta attenti ai colpi di coda», intervista a Dario Franceschini di Simone Collini

Il capogruppo del Pd a Montecitorio: «I segnali di cambiamento oltre le aspettative, il Paese ha girato le spalle al berlusconismo. Ora serve unità» Non è solo che il governo sia andato sotto quattro volte…», ma poi la voce di Dario Franceschini scompare per lasciare il posto a una gran confusione. Urla, applausi, ancora urla. «E cinque», si sente dopo un po’ sotto il frastuono che esce dal telefono. «La maggioranza è allo sbando», dice il capogruppo del Pd alla Camera mentre in Aula torna un po’ di calma, «ma da Berlusconi ora aspettiamoci pericolosi colpi di coda, dobbiamo tenere al livello massimo la vigilanza democratica».
Onorevole Franceschini, partiamo dal voto amministrativo: al di là del dato sulle singole città e province, cosa ci dice?
«Che il Paese ha voltato le spalle alla maggioranza e al berlusconismo. Che l’attesa svolta è arrivata. Pensiamo a Milano, dove il segnale di cambiamento è al di sopra delle aspettative, visto che non solo si va al ballottaggio ma il candidato di centrosinistra è in vantaggio. Questo è avvenuto certamente per le qualità di Pisapia e per il fallimento dell’amministrazione Moratti. Ma non dimentichiamoci che Milano non è solo un luogo simbolico, è anche la città dove, nel bene e nel male, sono cominciati quasi tutti i processi politici di questo Paese. E questo risultato, insieme a quelli di tante altre città del Nord, ci dice che una parte di elettorato che in passato ha votato Pdl e Lega si è stufata delle troppe promesse tradite».
Secondo lei ora come deve muoversi il Pd per massimizzare il risultato ai ballottaggi? «I nostri candidati sono talmente più forti di quelli del centrodestra che più il confronto è concentrato su di loro, più la partita resta civica, più ci saranno chance di vittoria. Ovviamente, anche se non caricherei troppo la partita di significato nazionale, il sostegno e l’impegno del gruppo dirigente dovrà essere totale, e noi saremo a completa disposizione dei candidati in campo».
Il candidato in campo a Napoli non è il vostro Morcone ma l’eurodeputato Idv Luigi De Magistris, che ha già detto che non vuole fare accordi con gli altri candidati: voi che cosa farete?
«Appoggiamo De Magistris, senza dubbi né esitazioni. Nessuno deve dimenticare che al primo turno il candidato sostenuto dalla destra, unita, ha preso molti voti in meno di Morcone e De Magistris. Adesso si tratta di ricomporre il campo. E tutti devono dare il massimo della disponibilità per evitare che a vincere sia il candidato di Cosentino».
Dice che il pasticciaccio delle primarie ha influito sul risultato del voto di Napoli? «Lì sono stati commessi errori nella gestione delle primarie, ma in generale le elezioni hanno dimostrato che questo strumento è ciò che dà più forza al candidato scelto. Guai a tornare indietro».
Le elezioni hanno anche dimostrato che il vostro elettorato vi vuole alleati a Idv e Sel, piuttosto che al Terzo polo, non crede?
«Guardi, la linea del Pd è stata quella dell’alleanza costituente, più larga possibile, per fronteggiare Berlusconi e per ricostruire dopo. La linea è arrivata agli elettori ed è stata premiata, come ci dicono i risultati elettorali. E andremo avanti così». Anche se il Terzo polo ai ballottaggi non darà indicazioni di voto a favore dei vostri candidati? «Non ci illudiamo di farli diventare a favore del bipolarismo in due settimane. Si devono però registrare importanti battaglie comuni da parte delle forze progressiste e di quelle moderate. E più se ne faranno, più si costruisce il terreno per le alleanze, quando sarà il momento». E da parte di chi al primo turno ha votato Udc o Fli cosa si aspetta?
«Che si sentano elettori di opposizione, e che tra candidati espressione di Berlusconi e altri espressione delle forze di opposizione scelgano naturalmente i secondi».
Dice che Berlusconi tiene, o le ripetute volte in cui il governo è andato sotto fa prevedere tempi stretti? «La maggioranza è allo sbando e in stato confusionale, e non parlo solo delle cinque volte in cui il governo è stato battuto. Hanno rinunciato a portare in Aula il testamento biologico, fingendo il bel gesto dopo il giusto intervento di Veltroni ma temendo in realtà i voti segreti richiesti da noi, hanno votato contro la legge sull’omofobia, mentre il ministro competente ha annunciato che la voterà. Il governo non è in grado di governare e prima se ne vanno, meglio è. Ma noi dobbiamo stare attenti, non illudiamoci che Berlusconi lasci come farebbe qualsiasi altro politico, perché chi ha pulsioni autoritarie dentro è più pericoloso nel momento del declino. Per quanto indebolito dobbiamo aspettarci pericolosi colpi di coda. Per questo la vigilanza democratica deve essere a livello massimo». Pensa sarà la Lega ad affossarlo?
«La Lega dovrà riflettere se le conviene rimanere sommersa dalle macerie del berlusconismo che crolla. Ma noi non aspettiamo che succeda qualcosa nel loro campo, faremo un’opposizione molto dura, tirando le fila tra i partiti dentro e fuori il Parlamento che per quanto lontani per storie e posizioni sono uniti nella volontà di chiudere la stagione del berlusconismo».
E quando Berlusconi lascerà, è ipotizzabile un centrosinistra al voto a guida Bersani? «Statuto Pd, politica e risultati elettorali spingono in questo senso».

L’Unità 19.05.11

"Il ladro di realtà", di Miguel Gotor

Ora che Fassino ha conquistato Torino di slancio e che Pisapia ha staccato la Moratti di sette punti sono in tanti a dire: «Io l´avevo detto». Prima, però, l´orizzonte di attesa era ben diverso: Berlusconi, proprio nella sua città, doveva dimostrare di essere in sintonia con la pancia del Paese.
Al massimo insidiato dal successo di una Lega finalmente moderata; a livello nazionale il Terzo polo era destinato a veleggiare con il vento in poppa degli auspici, mentre i coccodrilli per il Pd di Bersani, «il caro estinto», erano gia pronti. Costa ammetterlo, forse più a sinistra che a destra, ma le cose stavano così.
Quanti hanno avuto la possibilità di assistere agli ultimi giorni di campagna tra Milano e Torino non hanno dimenticato che anche nell´elettorato progressista da tempo l´insoddisfazione e il timore serpeggiavano profondi. A Torino la vittoria di Fassino al primo turno era in discussione con il solito rosario di argomenti: l´uomo è grigio, imposto dal partito di Roma, ormai da decenni lontano dalla città che non conosce più, incapace di entrare in connessione con il nuovo dinamismo terziarizzato della società civile sabauda. A Milano in tanti criticavano la campagna di Pisapia e, dalla vicenda dei manifesti di Lassini in poi (annunciato recordman di preferenze), il coro era unanime: Berlusconi ha personalizzato e radicalizzato la campagna, ha convocato l´ennesimo referendum sulla propria persona e, ancora una volta, si è mostrato un maestro della comunicazione politica costringendo il solito centrosinistra allo sbando a inseguirlo vanamente sul suo terreno. Commentatori, sondaggisti, pubblica opinione erano tutti lì a riflettere sui roboanti effetti dell´ennesima zampata del Cavaliere scudettato, alcuni ammirati, altri sconsolati o tremebondi.
I risultati di queste elezioni comunque si vogliano leggere e comunque vada a finire la vicenda di Milano (tutt´altro che chiusa), dicono che il centrosinistra è pienamente in campo e competitivo, proprio in quel nord produttivo dove il canto dominante lo dava in via di evaporazione. Eppure un sentimento di incertezza, di smarrimento e persino di disfattismo ha accompagnato parte del suo elettorato, il primo a non credere in se stesso e nelle proprie possibilità, evidentemente condizionato dal tono complessivo assunto dal dibattito.
Si tratta di un problema serio, un dato psicologico prima che politico, il quale merita di essere analizzato perché costituisce uno dei frutti più seduttivi e avvelenati del berlusconismo. Il Cavaliere si mostra capace di compiere un vero e proprio «furto di realtà» anche nel campo avversario e presso l´opinione pubblica in generale che per superficialità, pigrizia o convenienza si acconcia alla propaganda dominante. Certo, ciò avviene per lo strapotere televisivo dello schieramento governativo in grado di dispiegare nei momenti elettorali tutta la sua forza senza controllo e disciplina, a parte i buffetti degli ammonimenti e delle multe dell´Agcom, peraltro di solito oculatamente bipartisan. Ma sarebbe questa una spiegazione parziale.
Il «furto di realtà» deriva anche dalla compresenza di un altro fattore, ossia dall´egemonia conquistata dalla retorica terzista in televisione come nella carta stampata: se affermiamo che Berlusconi non governa, dobbiamo anche dire che le opposizioni sono inadeguate altrimenti il discorso non può farsi. E intanto, mentre i commentatori erano impegnati con il loro bilancino a dosare dissensi e sfumature, nella società produttiva del nord cambiavano gli umori elettorali e cresceva il fastidio per questo governo non governante. In particolare, il Pd, la principale forza di opposizione, è sempre e solo descritta come una litigiosa armata in rotta e le campagne giornalistiche che hanno denunciato i comportamenti del premier sono addirittura considerate controproducenti per le sorti del fronte progressista. Siamo davanti a un terzismo moderato che serve a tutelare convenienze e occasioni di un pezzo di classe dirigente, la quale ha uno straordinario vantaggio a prosperare nel discredito complessivo della politica in quanto tale e a trattare con un Berlusconi indebolito. Non bisogna farsi illusione perché è sempre stato così. Costoro vorrebbero che il tramonto del Cavaliere dimezzato non smettesse mai di finire e attenderanno l´ultimo raggio di luce, il momento in cui il suo sole scomparirà definitivamente dall´orizzonte, per alzare lo sguardo dal «particulare» dei propri interessi e guardare a quelli generali dell´Italia. Nel frattempo, però, levano queruli lai sulla dissoluzione italiana, che non avrebbe speranze, alternative né possibilità di salvezza: o Ruby o morte e loro a bilanciare con la giusta stadera dell´opportuna attesa. Sono gli stessi che ora agitano lo spettro del «pericolo rosso» a Milano fingendo di non sapere che Berlusconi ha perso contro la mitezza del sorriso di un gentiluomo borghese come Pisapia perché l´estremista è stato lui.
Sarebbe tuttavia sbagliato non registrare anche l´esistenza di un terzismo progressista che ha fatto breccia soprattutto nella sinistra intellettuale, quella persuasa che con «questi dirigenti non vinceremo mai», per ricordare il grido di dolore di Nanni Moretti del 2002. È questa un´idea oltremodo seducente in quanto deresponsabilizzante che consente di salvarsi l´anima rinchiudendosi in una postura indignata e antipolitica che consola, persino ristora, nell´immediato, ma non produce analisi rigorose né la grinta necessaria per affrontare lo scontro con l´avversario che così finisce sempre per partire in vantaggio. Sembrerà l´ennesimo paradosso italiano, ma c´è dell´indifferentismo anche nell´esibire la propria indignazione poiché, in fondo, se Berlusconi vince o perde a loro non cambia nulla, anzi l´inadeguatezza dei suoi comportamenti li fa sentire migliori sul piano etico-civile senza sforzi particolari. Tanto gli italiani sono così (dicono) e si sentono automaticamente buoni, ma non vale più la pena di impegnarsi per difendere la trama liberale e riformista di questo Paese: o radicalismo o morte e, come tanti reduci di una guerra mai per davvero combattuta, si beano nella mistica purificatrice della sconfitta.
Queste due forme di terzismo hanno prosperato nel corso dell´ultimo ventennio ai piedi del tronco berlusconiano e proprio la loro intensità e durata rivelano quanto quell´albero sia ancora ben piantato nel cuore del potere italiano. Sarebbe bene non dimenticarlo.

La Repubblica 19.05.11

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“Basta favori a Silvio” la rabbia dei lumbàrd invade Radio Padania, di Rodolfo Sala

Tra i militanti che telefonano c´è chi avrebbe voluto Salvini candidato sindaco a Milano al posto della Moratti. “Con lui in pista la gente ci avrebbe votato di più E a Torino ci voleva Borghezio”
“Feste con le donne, la guerra alla Libia insieme a quel ministro con la barbetta… A noi queste cose non piacciono. E siccome contiamo meno nel governo, molti di noi non sono andati a votare”
Non si ferma, nonostante i ferrei rimbrotti dei conduttori, l´onda del malcontento leghista su Radio Padania. Chiama una signora da Milano, dice di non aver votato la Moratti «perché ha governato male» e che la Lega ha sbagliato ad appoggiarla di nuovo: «Se avessimo proposto Salvini, la gente ci avrebbe votato di più». Le ricordano subito, ligi all´ordine impartito dai vertici («Ventre a terra per vincere ai ballottaggi») che se Letizia dovesse perdere «noi andremo all´opposizione, e allora Milano sarebbe invasa dalle moschee».
Ma lo stesso concetto espresso dalla leghista meneghina lo ritrovi nero su bianco sulla Padania di ieri, nella rubrica delle lettere: «Se a Torino avessimo avuto un candidato forte, come poteva essere su tutti Mario Borghezio, avremmo rischiato di vincere dopo anni di sconfitte», scrive un militante. E sempre in vista della prossima sfida elettorale, compare una lettera intrisa di sarcasmo, e che allude in modo chiarissimo alle campagne acquisti di Berlusconi. Titolo: «Annuncio pubblicitario pro-ballottaggio». Testo: «Aaa, cercasi per Milano e Napoli tanti, molti scilipoti; non si bada a spese, ottime ricompense».
Non c´è niente da fare, l´esito di queste elezioni ha allargato il solco che divide il “sentire padano” dalle sorti del Cavaliere. E proprio mentre Bossi lancia il grido di battaglia («Il Pdl non ci trascinerà a fondo»), alla radio arriva una telefonata dal Veneto: «La Lega non sta affatto andando bene, anzi sta dando segnali di stanchezza e insofferenza per quello che fa Berlusconi; con lui finisce sempre a tarallucci e vino, e noi perdiamo». «L´alleanza con Berlusconi ha fatto il suo tempo», aggiunge un altro ascoltatore. Segue il lamento di un signore attempato, che punta l´indice contro il governo: «Altro che uomini del fare, la situazione economica è un disastro, bisogna mettere nelle tasche della gente un po´ di quattrini, e questi non fanno niente». Hai voglia a rispondergli, come fa il conduttore, che «con tre ministri possiamo dare solo un´impronta all´azione di governo», che «le cose sono state fatte, ma male comunicate perché si è parlato troppo di giustizia».
Gli arrabbiati non vogliono sentire ragioni. Qualcuno, da Bergamo, rispolvera un vecchio slogan leghista: «Né neri né rossi, ma liberi con Bossi; oggi purtroppo siamo troppo vincolati al centrodestra e a un premier che fa la guerra insieme al ministro con la barbetta, che ha accolto Gheddafi con le amazzoni, che si diverte a far le feste con le donne. Queste cose ai leghisti non piacciono, e siccome contiamo meno nel governo tanti non sono andati a votare». A Varese, città simbolo del Carroccio dove stavolta Lega e Pdl dovranno andare al ballottaggio, scuote la testa Fabio Binelli, assessore uscente del Carroccio e recordman delle preferenze: «Se si perde Milano, viene meno uno dei fattori che ci tiene uniti a Berlusconi, credo che potrebbe essere messa in discussione la tenuta del governo». Se ancora non fosse chiaro: «Noi stringiamo alleanze per necessità, ma se questo ci fa perdere consensi, quanto meno c´è da discutere; è già molto difficile adesso convincere i militanti che bisogna correre col Pdl». Concetto ripreso da un sindaco del Veneto: «Fino ai ballottaggi tutti zitti e buoni per non rischiare contraccolpi dannosi, ma se si perde Milano, come ha già detto Bossi, la colpa sarà tutta di Berlusconi. E allora tra noi e loro saranno legnate». Un deputato brianzolo fissa anche la data per staccare la spina: «In autunno, subito dopo l´approvazione degli ultimi decreti attuativi del federalismo; a quel punto che ci stiamo a fare in maggioranza? Per votare leggi ad personam sulla giustizia?». E un altro parlamentare leghista confida all´agenzia Dire che le sorti del governo sono segnate: «Berlusconi ci ha causato danni seri, con la guerra in Libia, con la carica dei sottosegretari meridionali e con lo stop alle ruspe anti-abusivi a Napoli».

La Repubblica 19.05.11