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"Il dilemma a sinistra del Pd" di Michele Prospero

Lo smembramento del gruppo parlamentare di Sel non è proprio una buona notizia. Non lo è per una formazione che si candidava a presidiare il fianco sinistro di una possibile coalizione di governo e invece si è frantumata trascinando con sé i costi politici (e non solo) che sempre accompagnano gli abbandoni.
E non lo è per il sistema politico che di sicuro conserva uno spazio per una forza di sinistra più marcata nel profilo identitario e capace di assorbire spezzoni preziosi dei radicalismi che, nei tempi di crisi, trovano altri interpreti, sovente inquietanti, cui aggrapparsi.
Ma quando alla fuga da un partito si perviene, e con dimensioni così ampie, a nulla vale ricamare su ciò che c’è dietro le scelte dei singoli transfughi, sui contatti avuti chissà con quale emissario. Chiacchiere. Una rottura così lacerante, come quella ancora in corso, si spiega solo con il fallimento di una strategia politica. E ne portano le responsabilità chi esce dal progetto, perché lo avverte come ormai logorato e irriconoscibile al punto da preferire l’addio, e chi intende rilanciarlo ma con minori forze da impiegare nella manovra.
L’assai deludente risultato elettorale del 2013 segnava di fatto l’usura del sogno originario di Sel. Come soggetto politico responsabile, con una netta identità ma senza nostalgia, e anzi con una attenzione strategica verso il socialismo europeo (quando sul tema il Pd ancora nicchiava), Sel coltivava l’ambizione di una sinistra radicale nei principi ma leale nella gestione della vita parlamentare. Per questo, in una età di collasso del sistema e di impressionante volatilità elettorale, ha attratto solo modiche quantità di voto di opinione, quelle prevalentemente cittadine, secolarizzate e colte. In una contesa normale, avrebbe potuto anche incalzare il Pd da sinistra e metterlo in imbarazzo su precarietà, lavoro, rigore, diritti civili (in diverse città ha vinto non a caso le primarie di coalizione). Ma in tempi di caduta del regime dei partiti, Sel non ha incassato il plusvalore della rabbia, della rivolta di masse che si sono orientate presso altri lidi, più chiassosi e incendiari.
La crisi acuta del progetto fondativo veniva confermata anche con la parabola della lista Tsipras. Ha ottenuto (in termini percentuali, almeno) un dignitoso risultato alle europee. E però paradossale, per certi versi del tutto impolitico, è parso il modo della formazione della lista, il suo asse programmatico e lo stile comunicativo, il modo della selezione e gestione delle candidature, il nodo della inopinata dipendenza di organizzazioni politiche sia pure fragili da opinionisti e organi di stampa.
Le difficoltà di Sel sono racchiuse tutte in questo dilemma ineludibile: se accentua il tratto della responsabilità di governo e del dialogo organico con il Pse calpesta il terreno già coltivato dal Pd(e in Europa non ci sono esempi significativi di convivenza di due partiti della sinistra di governo), se accarezza invece il richiamo dell’antagonismo e i rumori della protesta diventa più autonomo dal Pd ma rischia di infrangere ogni ipotesi di confluenza coalizionale (quasi ovunque in Europa ci sono due sinistre ma, si pensi alla Germania, operano senza intrattenere qualsiasi relazione diplomatica tra di loro. Persino in Francia solo il doppio turno mantiene in vita qualche lontano ricordo della disciplina repubblicana).
I dubbi esistenziali che tormentano Sel sono quindi seri, non risolvibili senza un pensiero forte. Con quadri amministrativi rodati, con sindaci di valore, con collegamenti significativi con il mondo sindacale, Sel non ha però mostrato una grande ingegneria organizzativa necessaria per costruire un efficace modello di partito (a lungo ha anzi accarezzato la seduzione della leadership personale, con le fabbriche di Nichi, con le tessere raffiguranti il volto di Vendola). Fin quando brillava la stella del leader, ha potuto anche incassare i frutti di una certa simpatia dei media. Ma quando la copertura dei media rifluiva, e una fortezza organizzativa era del tutto assente, cominciavano i guai per un partito leggero e non strutturato.
A sinistra del Pd c’è uno spazio, in astratto piuttosto ampio (come lo è in Spagna, Germania, Francia), che però nessuna offerta politica è riuscita a conquistare stabilmente dopo l’evaporazione della vecchia rifondazione comunista, e la rovina del movimento giustizialista di Di Pietro. Quest’area vasta, che raccoglieva domande di radicalismo sociale e istanze di intransigenza legalitaria, nel suo nucleo più grosso si è dispersa tra astensionismo, disincanto e persino approdo nel grillismo. È possibile, è realistico, frequentare questo mondo rimasto privo di rappresentanza, e attratto dalle simbologie del populismo trionfante, senza però rompere con una prospettiva unitaria nelle alleanze di governo? È una incognita. Ma non meno arduo è l’interrogativo che accompagna i fuoriusciti. Davvero è pensabile un Pd così elastico e indifferenziato da assorbire in un sol colpo le truppe di Monti e quelle di Migliore?

L’Unità 21.06.14

"Doppio turno e niente preferenze: Renzi blinda l’Italicum", da L'Unità 21.06.14

Aspetta di leggere tutte le dichiarazioni, adesso che gli emendamenti dei relatori in Commissione Affari costituzionali sono stati depositati. L’Italia ha appena perso la partita, l’umore non aiuta, ma quel tentativo di Roberto Calderoli di intestarsi la quadratura del cerchio non se lo manda giù. E così Matteo Renzi con i suoi non la lascia passare: «Si tratta di un ottimo punto di arrivo. Calderoli prova a rigirare la frittata facendo finta di aver vinto. Ma chi conosce la vicenda sa come sono andate le cose: il Senato non sarà elettivo e infrastrutture, energia, commercio con l’estero, promozione turistica, sono materie che passano dalle Regioni allo Stato». Rivendica cioè quell’impostazione iniziale che è sempre stata il suo pallino fisso e oggi dice, «si tratta di un ottimo punto di arrivo. La Lega era tagliata fuori dal patto tra la maggioranza e Fi e adesso prova a mettere la sua bandierina. Facciano pure se hanno bisogno di visibilità. A noi interessano le riforme». Sa bene il premier che adesso la tentazione di salire sul carro del vincitore è forte, mesi fa nessuno avrebbe scommesso un euro sul percorso delle riforme e sulla tenuta del patto del Nazareno. Adesso, persino il M5S ha capito di essere finito nell’angolo e cerca di mostrare aperture che sanno di strumentale.
Ma come aveva anticipato ieri l’Unità, Renzi sulle riforme non intende rallentare né arretrare di un millimetro. Quindi, bene l’incontro con M5S ma l’impianto della legge elettorale è quello uscito dalla Camera e quello del superamento del Senato resta ancorato al lavoro che i due relatori stanno facendo in Commissione Affari Costituzionali. Ci sono margini di intervento ma non si può stravolgere il lavoro svolto fin qui. E così, preso atto che Beppe Grillo nel giro di due giorni ha cambiato due volte idea – prima la richiesta di incontro con il premier, poi con il Pd e dunque una delegazione parlamentare – il mandato è chiaro. «Si va e si ascolta ma non si accettano ultimatum né si manda all’aria l’accordo su cui si è costruita l’intesa di questi ultimi mesi».
Anche sull’Italicum, modello di riforma elettorale su cui il Pd non intende cambiare idea, ci sono margini di intervento ma molto meno ampi di quanto si possa immaginare. È vero che ieri la ministra Maria Elena Boschi durante la conferenza stampa a Palazzo Chigi ha lasciato intendere possibili aperture sulle liste bloccate, ma è pur vero che in questa fase pre-incontro con i pentastellati non si possono mostrare troppe rigidità. In realtà a Palazzo Chigi non sono affatto intenzionati ad aprire alle preferenze: se interventi si possono fare durante il passaggio al Senato, è soprattutto sui collegi, dove c’è più disponibilità, e su liste più corte di quelle attuali. Su una cosa Renzi non intende trattare: il ballottaggio nel caso in cui nessuno riesca ad aggiudicarsi la maggioranza al primo turno. «Noi dobbiamo dare ai cittadini una legge elettorale che una volta chiuse le urne, dica con chiarezza chi ha vinto e che permetta a chi ha vinto di governare per l’intera legislatura». E questo in sostanza sarà il messaggio che la delegazione Pd che mercoledì incontrerà il M5s. Stesso discorso sulla riforma del Senato e il Titolo V: sì a miglioramenti, no a stravolgimenti. Renzi sa che dopo il risultato elettorale, che gli ha dato grande forza politica e legittimazione, non si può perdere tempo. I risultati dovranno arrivare già da luglio, con l’inizio del semestre italiano in sede Ue. La forza che gli ha dato il voto del25maggio, nel ragionamento del premier, sarà consolidata soltanto dai primi risultati concreti proprio sul fronte delle riforme. Da lì, dalla capacità di fare un salto in avanti sullo sfoltimento burocratico, l’efficientamento della Pa, la riforma della giustizia, la razionalizzazione della spesa pubblica, il rilancio degli investimenti in Italia e quindi nuova occupazione, dipenderà la credibilità del nostro Paese a Bruxelles. Sul fronte interno il segretario del Pd guarda con attenzione a quanto sta accadendo in Sel e in Scelta civica: quel partito della Nazione, di cui ha parlato Reichlin, rilanciato e fatto proprio da Renzi, prende forma sempre più nitidamente. Ma il rischio di perdere pezzi mentre se ne aggiungono altri non sfugge. Non a caso il vice segretario Lorenzo Guerini eil responsabile Enti Locali, Stefano Bonaccini, stanno girando tra Perugia, Livorno, Padova (dove il Pd alle elezioni è andato male) per cercare di riannodare i fili con gli elettori. «Coraggio e responsabilità» le parole d’ordine rivolte ai dirigenti locali. In Calabria, dove a novembre si tornerà al voto per il rinnovo del Consiglio regionale e per eleggere il sindaco di Reggio Calabria, la parola è soltanto una: rinnovamento.

L’Unità 21.06.14

"Cervello superstar Il nuovo dominio delle neuroscienze", di Matteo Persivale

Quando Bill Gates e sua moglie Melinda sono saliti sul podio dell’università di Stanford per pronunciare il tradizionale discorso ai neolaureati, qualche giorno fa, indossavano occhialoni da vista tenuti insieme con il nastro isolante come gli indimenticati protagonisti del film degli anni 80 La rivincita dei nerds . E, giocando con l’imperitura reputazione da imbranato di Bill, i due si sono dichiarati con orgoglio membri della «Nerd Nation», la comunità stanfordiana degli studenti secchioni. Foto immediatamente virale condivisa sui social network (hashtag: #nerdnation ) come di solito capita a quelle delle celebrities della tv-verità più che a quelle di un gigante della tecnologia ora diventato filantropo a tempo pieno, ultimo e più recente esempio della prevalenza dell’uomo di pensiero e del fascino che il cervello esercita in modo sempre più pressante.
Il fascino del cervello si traduce nel trionfo delle neuroscienze, che sembrano essere diventate la chiave di una serie sempre più nutrita di discipline. Gli esempi più recenti vanno dal marketing (le confezioni dei prodotti, specialmente quelli alimentari, sono disegnate in base ai dettami delle neuroscienze per renderle più appetibili, scrive Adweek ) alla filosofia (il Mit sta cercando il neurone del libero arbitrio; e anche i topi, non solo gli umani, provano rimpianti, racconta Nature ). Gabriel Kreiman, il professore del Mit che lavora sul libero arbitrio, ha raccontato con serenità alla rivista dell’università che «ho una teoria in qualche modo estrema: che non c’è nulla di realmente libero nel libero arbitrio».
Dall’indagine del professor Kreiman (una volta era tema filosofico, vedi Cartesio) si arriva fino alla cultura pop: con lunghe analisi nelle sezioni di spettacoli di riviste e siti dedicate a come le neuroscienze riescano a spiegare il comportamento dei personaggi dei libri e del telefilm della serie «Il trono di spade», o dei film di Stanley Kubrick.
Utilizzano le neuroscienze gli uffici del personale delle aziende americane che hanno appreso come il cervello umano funzioni al massimo in brevi periodi di attività intensa che vanno interrotti da pause regolari secondo una particolare scansione (è interessante notare che la giornata lavorativa di otto ore venne resa canonica da Henry Ford: non aveva ancora le neuroscienze a disposizione, ma commissionò studi che mostravano come dopo otto ore i lavoratori cominciassero a commettere molti più errori, per stanchezza, facendo più danni che altro).
Usa le neuroscienze ( probabilmente è stato il primo, i progetti erano top secret in passato) il Pentagono che investe decine di milioni di dollari sui futuribili «brain implants» che potranno controllare il funzionamento del cervello con l’obiettivo dichiarato di aiutare i veterani con problemi di salute mentale (chi ha letto le recenti rivelazioni di Edward Snowden sul modus operandi delle agenzie di sicurezza americane è autorizzato a accogliere questa notizia con una certa preoccupazione; chi ha visto il vecchio film Vai e uccidi con Frank Sinatra si preoccuperà ancor di più). D’altronde Francis Crick, uno degli scopritori della struttura del Dna con James Watson e Rosalind Franklin, suggerì già 40 anni fa che i neuroscienziati avrebbero fatto bene a indagare su come fare a prendere il controllo di specifiche cellule del cervello.
Futuri scenari bellici a parte, Roger Dooley, autore di «Brainfluence», ha articolato la sua visione «neuromarketing» e sottolinea che «il 95 per cento dei nostri pensieri, delle nostre emozioni e del nostro apprendimento succede quando non ce ne rendiamo conto». Questo trionfo dello studio del subconscio applicato alla vendita di alimentari fa sì che perfino Dooley, che vi ha costruito una carriera redditizia di autore conferenziere, ammetta che «i consumatori continuano a ritenere questo argomento piuttosto inquietante».
Il professor Leonard Mlodinow, l’unico fisico teoretico che da Berkeley e dalla Fondazione Max Planck ha nel curriculum sia escursioni da sceneggiatore hollywoodiano (i telefilm «Macgyver» e «Star Trek Next Generation») sia collaborazioni con Stephen Hawking, ha usato una citazione di Jung sulle «radici quasi invisibili dei nostri pensieri» per cominciare il suo best seller «Subliminal», che torna a occupare militarmente il campo dell’inconscio lasciato da quasi un secolo agli psicologi. Il motivo? La nostra reazione agli stimoli subliminali «è un dono dell’evoluzione. Di importanza cruciale per la nostra sopravvivenza come specie».

"Per cambiare l’Europa ci vuole l’Italia", di Claudio Sardo

Jean-Claude Juncker non è il presidente della Commissione che avremmo voluto: Candidato dei partiti popolari e conservatori, è stato uno degli artefici della politica di austerità. Eppure se, come tutto lascia pensare, il Consiglio dei capi di governo della prossima settimana designerà Juncker alla presidenza, vanificando per la prima volta il veto britannico, questa nomina si caricherà di un contenuto democratico e di una valenza innovativa tutt’altro che disprezzabili. Juncker – e con lui il socialista Schulz, il liberaldemocratico Verhofstadt, la verde Keller, il leader della sinistra radicale Tsipras – si sono presentati agli elettori europei come concorrenti per la guida della Commissione, condividendo l’interpretazione più federalista del nuovo Trattato di Lisbona (che attribuisce al Parlamento di Strasburgo non più la ratifica ma l’«elezione» del presidente). L’elezione di Juncker, in quanto rappresentante del partito europeo con maggiori consensi, darebbe implicitamente alla Commissione un carattere più politico (meno «tecnico») e lo stesso Europarlamento verrebbe rafforzato da quel legame democratico con l’organo esecutivo dell’Unione.
Cameron si è opposto a Juncker proprio per contrastare ogni tentazione federale e affermare il vincolo intergovernativo delle istituzioni europee. Non è una novità per i britannici. John Major nel ’95 pose il veto sul belga Dehaene e da una successiva trattativa uscì il nome di Santer: la sua Commissione fu tra le più grigie e finì ingloriosamente con le dimissioni. Tony Blair nel 2004 pose il veto sul liberale Verhofstadt, perché era appunto un federalista, e spinse il negoziato a favore di Barroso, che aveva condiviso con Londra la catastrofica guerra in Iraq. La Gran Bretagna vuole da sempre una Commissione debole, un presidente debole, un Parlamento europeo che parli senza decidere alcunché. Ora Cameron è inseguito da mille problemi inter- ni, a partire dalla crescita del movimento xenofobo e anti-europeo di Farage che sta minando la base elettorale dei Tory. Ma il Trattato di Lisbona ha tolto alla Gran Bretagna il potere di veto. Neppure con svedesi e ungheresi Cameron sarebbe in grado di comporre la minoranza di blocco per impedire la designazione di Juncker. Avrebbe potuto avere successo solo se Renzi gli avesse dato supporto. Ma il premier italiano ha fatto bene a non assecondarlo. Non si tratta di spingere fuori la Gran Bretagna dall’Unione, prospettiva che nessun europeista può coltivare, tuttavia i Paesi dell’euro, soprattutto loro, non possono più restare nel guado: c’è una evidente correlazione tra l’Europa dei soli governi e l’Europa dell’austerità, del rigorismo cieco, della tecnocrazia. Gli elementi di democrazia europea, per quanto piccoli e talvolta simbolici, sono invece gli alleati naturali dei programmi di crescita, di riequilibrio, di sviluppo. Londra può restare nell’Ue anche senza euro. Ma non può impedire all’area-euro di rafforzarsi e integrarsi, non può costringerla a restare imprigionata tra i veti intergovernativi.

Per questo Renzi è stato bravo anche nell’impostare il negoziato sulle cariche europee. Prima i contenuti poi i nomi, ha detto. Questa strategia gli ha consentito di sottrarsi al pressing di Cameron (e forse al desiderio della Cancelliera di scaricare sull’Italia la responsabilità dell’eliminazione di Juncker). E oggi dà al nostro premier maggior forza nel negoziato sul documento di indirizzo, che il Consiglio dovrebbe varare insieme alla designazione del nuovo presidente. Un documento nel quale l’Italia cercherà di inserire segni di discontinuità, impegni per lo sviluppo, politiche per ridurre gli squilibri interni. Ovvia- mente anche il Parlamento dovrà poi dire la sua. I gruppi euroscettici non possono diventare l’alibi di un’ulteriore stallo: perché sarebbe la fine dell’Europa. Certo, a Strasburgo sarà inevitabile un’intesa tra i partiti maggiori. Non potrebbe essere altrimenti, visti i numeri e il sostanziale equilibrio tra governi di centrodestra e di centrosinistra. La retori- ca contro le larghe intese europee è solo un modo per fuggire dalla realtà. La vera partita è tra sviluppo e austerità, tra canoni intergovernativi e spirito comunitario, tra Nord e Sud: ma lo scontro attraversa i partiti più grandi e proprio qui si decide il destino dell’Europa. Chi desiste dalla battaglia cruciale, dà una mano ai Le Pen e Farage.

Il presidente della Bce è italiano e sta facendo bene. La presenza di Draghi impedirà, con ogni probabilità, candidature italiane al vertice di altre istituzioni. Ma Renzi può negoziare comunque posizioni di grande responsabilità nella Commissione, e non solo. Per varie ragioni l’Italia oggi è più forte, non ultima il successo elettorale del Pd a fronte della crisi di tanti partiti al governo in Euro- pa. Bisogna pensare in grande. Sarebbe riduttivo trattare nomine solo per ottenere vantaggi settoriali, o per logiche di scambio. Non serve a nessuno l’Italietta. Possiamo, dobbiamo ambire invece a trainare l’Unione, a creare nuovi orizzonti. Nomine italiane per cambiare rotta all’Europa. Come l’Alto rappresentante per la politica estera oppure il commissario per gli Affari interni, la sicurezza e l’immigrazione. Questo corrisponde all’interesse nazionale: del resto, la svolta dell’Europa non passa solo dalle direttive economi- che, ma da un nuovo modo di stare nel Mediterraneo, dall’assumere la frontiera Sud co- me frontiera dell’Europa, dal cambiare le politiche di immigrazione, dal costruire un nuovo rapporto con la Russia. Grillo e la Lega, finiti con l’estrema destra, proveranno a minacciare il governo, ma Renzi ha la forza per rilanciare e non inseguire nessuno sulla via del minimalismo europeo.

L’Unità 21.06.14

"Svolta storica, ma la vera prova sarà come si vota", di Luigi La Spina

L’aggettivo va usato con cautela, perché il futuro della politica italiana può riservare sempre clamorose sorprese, ma questa volta è giusto definire l’accordo sulla riforma del Senato, annunciato ieri sera, davvero come «storico».

Viene colpito, infatti, un principio fondamentale di quella Costituzione nata dopo la caduta del fascismo e la nascita della nostra Repubblica. Il cosiddetto «bicameralismo perfetto», una soluzione quasi unica nelle strutture degli Stati di moderna democrazia nel mondo, che fu scelta in quel momento proprio perché si voleva garantire la massima parità di competenze e di prestigio istituzionale fra le Camere e un rigoroso controllo reciproco dei poteri in un Parlamento che doveva assumere l’assoluta centralità nella politica del Paese.

Ora si è deciso, dopo più di mezzo secolo d’esperienza democratica, che all’esigenza di un più rapido percorso legislativo, più adeguato alle necessità dei tempi e più corrispondente a quella volontà dei cittadini di una riduzione del peso della politica nella nostra vita pubblica, fosse ormai opportuno il sacrificio di tale principio.

All’importanza della svolta costituzionale si devono aggiungere alcune considerazioni politiche più contingenti, ma non da sottovalutare, non solo perché potrebbero intralciare la definitiva approvazione di questa riforma, ma anche perché ne potrebbero compromettere l’efficacia, proprio rispetto ai fini che si vogliono raggiungere.

Il provvedimento, infatti, dovrebbe mettere ordine e risolvere i numerosi conflitti di poteri, di funzioni, di responsabilità nati dalla sciagurata riforma del cosiddetto «Titolo V» , una legge che, varata per strumentali esigenze di bassa politica elettorale, ha causato una confusa sovrapposizione di competenze tra istituzione centrale e istituzioni regionali e locali. Il rischio è proprio quello che oggi, per gli stessi compromessi tra partiti, durante l’iter parlamentare venga meno la necessità di fare chiarezza su questo punto fondamentale della struttura dello Stato.

Le incognite, poi, sono anche altre e attengono al modo con cui si è arrivati all’accordo. Il cosiddetto «patto del Nazareno» tra Renzi e Berlusconi è stato indubbiamente confermato da questo annuncio d’intesa, ma le vicende giudiziarie del leader di Forza Italia, tutt’altro che esaurite con un affidamento ai servizi sociali legato al filo delle sue esternazioni e all’esito dei futuri processi, potrebbero avere conseguenze anche sull’esito finale della riforma.

C’è, poi, la variabile più a sorpresa, quella dell’inserimento di Grillo nel percorso di tale legge. Se è vero che il leader dei «5 stelle» sembra arrivato fuori tempo massimo per un’adesione che non sia meramente aggiuntiva all’intesa tra i due fondatori della riforma, è anche vero che il gioco degli emendamenti, con la comprovata spregiudicatezza tattica alle Camere di quel «Movimento», potrebbe riuscire ad alterare il faticoso equilibrio raggiunto ieri sera.

Non bisogna trascurare, infine, che il successo del presidente del Consiglio conseguito con questo primo passo per la riforma del Senato può essere rivendicato comprensibilmente, sia nei confronti dei cittadini, ansiosi di una riduzione della cosiddetta «casta» e dei costi della politica, sia in sede internazionale, alla vigilia del semestre di guida italiana alla Ue. Ma è solo propedeutico al varo di un’altra riforma, certo meno «storica», ma più determinante per il futuro di Renzi e del suo partito, quella della legge elettorale. E, se in politica fosse permesso sbilanciarsi in previsioni, si potrebbe scommettere che «il patto del Nazareno» dovrà sopportare una prova ben più ardua.

da La Stampa

Deposito Gas di Rivara, Ghizzoni e Vaccari al M5s “Farage è per il fracking, e voi?”

I parlamentari Pd “Da duri e puri ad alleati di chi considera lo shale gas un dono di Dio”

Il nuovo alleato di Grillo in Europa, Farage dell’Ukip, in Kent, davanti ai dubbi delle popolazioni locali, si è schierato a favore dello shale gas e del fracking. “I 5 stelle, nell’Area Nord, continuano ad agitare lo spettro del deposito di gas interrato a Rivara – dichiarano i parlamentari modenesi Pd Manuela Ghizzoni e Stefano Vaccari – ma poi vanno a nozze con movimenti politici che immolano sull’altare del tornaconto economico le preoccupazioni dei territori e qualsiasi tutela dell’ambiente”.

“Da “duri e puri” ad alleati di chi considera lo shale gas un dono di Dio (“God-given”) e il fracking una tecnica non più pericolosa delle miniere di carbone”: i parlamentari modenesi del Pd Manuela Ghizzoni e Stefano Vaccari chiedono conto agli esponenti locali del Movimento 5 stelle della discrepanza tra quanto vanno sostenendo nell’Area Nord e quanto effettivamente fanno in Europa. Il nuovo alleato a Bruxelles, il leader dell’Ukip Farage, è un convinto sostenitore delle tecniche di ricerca dei carburanti più intrusive e pericolose all’unico scopo di abbassare la bollette energetica. Lo ha ribadito, come conferma anche il giornale Kent on line, nel corso di una visita a Dover e Deal, a sud di Londra, dove, davanti ai dubbi espressi dalle popolazioni locali, ha spavaldamente sostenuto che in fondo qualche sito di fracking non ricopre neanche un acro di terreno, mentre le pale eoliche ricoprono l’intero territorio. “I 5 stelle, nell’Area Nord, continuano ad agitare lo spettro del deposito di gas interrato a Rivara, ribadendo, a ogni pié sospinto, che la questione è ancora tutta aperta e nulla è stato fatto – spiegano l’on. Ghizzoni e il sen. Vaccari – Solo ieri il neo assessore alle attività produttive, il modenese Luciano Vecchi, ha confermato, invece, che, sulla base degli atti ufficiali della Regione e del Governo, di concerto con la volontà espressa dai territori e dalle amministrazioni locali, la partita del gas di Rivara è chiusa. Questi sono i risultati conseguiti dal Pd e dal lavoro nelle istituzioni, mentre la loro iniziativa di ricorso al presidente della Repubblica non ha portato alcun risultato se non quello del rinvio al Tar, dove già giacciono i ricorsi degli altri Enti dell’Emilia-Romagna. I 5 stelle, insomma, – concludono Ghizzoni e Vaccari – pur rivendicando per sé la patente dei soli veramente seri e liberi, ora sono andati a nozze con movimenti politici che immolano sull’altare del tornaconto economico le preoccupazioni dei territori e qualsiasi tutela dell’ambiente. E non si tratta solo di un flirt, ma di un matrimonio vero e proprio che non potrà non incidere sulla fisionomia stessa del movimento”.

"Asili nido comunali, più costosi al Nord: Lecco città più cara. Un bimbo su tre resta senza posto", da www.ilsole24ore.it

Trecentonove euro al mese: tanto costa mediamente in Italia mandare il proprio figlio all’asilo nido comunale, con notevoli differenze territoriali fra Nord, Centro e Sud, e fra le diverse province. Un costo che rappresenta il 12% delle uscite mensili di una famiglia tipo e che, considerando che gli asili nido in media vengono utilizzati per 10 mesi l’anno, ammonta a circa 3.100 euro annuali. Sono i risultati principali di un’indagine dell’Osservatorio nazionale prezzi e tariffe di Cittadinanzattiva che ogni anno fornisce un quadro nazionale delle spese sostenute dalle famiglie italiane in merito ai servizi pubblici locali (asili nido, acqua, rifiuti, trasporti pubblici).

Asili più costosi al Nord
Gli asili più costosi sono al Nord (380 euro) seguiti dal Centro (322) e infine dal Sud (219). La regione più economica è la Calabria con una tariffa media mensile di 139 euro, la più costosa la Valle D’Aosta con in media 432 euro. Fra i capoluoghi di provincia il primato dei costi più alti spetta a Lecco con 515 euro al mese (5150 euro all’anno), mentre Vibo Valentia è la più economica con 120 euro mensili (1200 l’anno).
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Uno su tre resta fuori
Se le tariffe restano sostanzialmente invariate a livello nazionale (erano in media di 302 euro nel 2011), è ancora elevato il numero di bimbi in attesa di un posto nel nido comunale: uno su tre resta fuori, con punte del 71% in Basilicata e del 65% nel Lazio. On line su www.cittadinanzattiva.it l’indagine completa, con i dati regione per regione.
«Il nostro Paese è ben lontano dall’avere un sistema di servizi per l’infanzia diffuso, accessibile e capillare su tutto il territorio. E risulta quanto meno anacronistico che solo il 19% dei Comuni preveda agevolazioni tariffarie per modifiche alla situazione economica familiare, determinate da disoccupazione, mobilità, cassa integrazione», afferma Tina Napoli, responsabile politiche dei consumatori di Cittadinanzattiva.

L’indagine
L’analisi ha considerato una famiglia tipo di tre persone (genitori e figlio 0-3 anni) con reddito lordo annuo di 44.200 euro e relativo Isee di 19.900 euro. I dati sulle rette sono elaborati a partire da fonti ufficiali (anni scolastici 2012/13 e 2013/14) delle Amministrazioni comunali interessate all’indagine (tutti i capoluoghi di provincia). Oggetto della ricerca sono state le rette applicate al servizio di asilo nido comunale per la frequenza a tempo pieno (in media, 9 ore al giorno) e, dove non presente, a tempo ridotto (in media, 6 ore al giorno), per cinque giorni a settimana.

La top ten della città più care
Nella top ten delle città più care, tra quelle che offrono il servizio a tempo pieno, si confermano, rispetto al 2012/13, Lecco, Sondrio, Belluno, Cuneo, Lucca, Alessandria e Bolzano, mentre Imperia, Cremona e Trento subentrano al posto di Mantova, Aosta e Udine. La graduatoria delle 10 città meno care rimane totalmente inalterata: Vibo Valentia, Catanzaro, Roma, Trapani, Chieti, Campobasso, Foggia, Venezia, Napoli e Salerno. Rispetto all’anno scolastico 2012/13, solo in 27 capoluoghi di provincia sono stati riscontrati aumenti delle rette di frequenza che vanno da un minimo dell’1% (Ascoli Piceno) ad un massimo del 33% (Siena).

Liste di attesa
Sebbene l’offerta di asili nido sia cresciuta negli ultimi anni, tali servizi coprono attualmente solo l’11,8% della potenziale utenza, sempre con grandi differenze tra le principali aree del Paese: il dato varia tra il 24,4% della Emilia Romagna e il misero 1,9% della Campania. Il Lazio, a livello di capoluoghi di provincia, risulta avere il maggior numero di asili comunali (453) e di posti disponibili (21.756) ma è anche la regione in cui il 65% dei bambini resta in lista di attesa, preceduta solo dalla Basilicata con il 71%. In Lombardia e Piemonte restano in lista di attesa invece solo il 7% dei richiedenti. L’Emilia Romagna è invece la regione con la maggiore copertura di asili pubblici in tutti i comuni (28.321 posti in 624 strutture pubbliche).

Le tariffe agevolate
Il 56% dei capoluoghi di provincia mette a disposizione agevolazioni tariffarie: nel 62% dei casi di tratta di riduzione della retta a partire dal secondo figlio iscritto al nido; il 45% per assenze dovute a malattia; il 19% riduce la retta per modifiche alla situazione economica familiare (disoccupazione, mobilità, cassa integrazione); il 15% per bimbi portatori di handicap; il 3% in presenza di mutuo per acquisto prima casa.