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"Donne il 40% dei commissari Ue ipotesi di una candidata italiana. I paletti di Renzi per Juncker", di Lavinia Rivara

La candidatura di Jean Claude Junker alla presidenza della Commissione Ue si rafforza man mano che si avvicina il vertice decisivo dei leader europei di giovedì prossimo. La cancelliera Angela Merkel ha riconfermato anche ieri il suo sostegno all’ex premier lussemburghese per poi tornare ad affrontare l’argomento in un colloquio telefonico con Matteo Renzi.
Al centro del quale — ha fatto sapere palazzo Chigi — c’è stata «la piattaforma programmatica su cui sta lavorando Van Rompuy », reduce dall’incontro di mercoledì con lo stesso Renzi, «anche per rispondere alle sollecitazioni provenienti dall’Italia».
Ma la presidenza della Commissione non è che il pezzo centrale di un puzzle assai più complesso, al cui completamento mancano ancora molte tessere.
Il pacchetto nomine infatti comprende anche la guida del Consiglio Europeo e, naturalmente, i commissari, a partire da quelli più prestigiosi come gli Esteri. Un pacchetto che il mediatore Van Rompuy non ha ancora in mano. E tuttavia dalle trattative emerge una convergenza su un criterio base: al vertice delle istituzioni europee ci dovrà essere una adeguata rappresentanza di genere, cioè circa il 40 per cento di donne. In questo solco cresce l’ipotesi che l’Italia indichi come suo candidato alla Commissione proprio una donna. Una scelta che, del resto, sarebbe perfettamente conseguente con la linea fin qui seguita da Renzi sia per la formazione del suo governo (la metà dei ministri, con incarichi di peso come gli Esteri e la Difesa), sia per la composizione della segreteria del Pd. Ma anche una soluzione che taglierebbe fuori candidature maschili di prestigio di cui da tempo si parla, da Massimo D’Alema a Enrico Letta fino a Mario Monti.
Ma il capitolo nomine non è esaustivo. «Oggi il problema non sono i nomi, vengono prima le richieste programmatiche» insiste Renzi con i suoi interlocutori europei.
Tra queste una maggiore flessibilità per favorire gli investimenti produttivi (che non vuol dire il loro scorporo dal calcolo del deficit pubblico, come ha precisato il ministro Padoan) e un rafforzamento del Frontex per governare l’emergenza immigrati.
«Già se venissero accolte queste due richieste — sostiene il premier — il 60 per cento dei problemi attuali degli italiani sarebbero risolti». E a dare una mano alla linea antirigore ieri è arrivato anche il Fondo monetario internazionale chiedendo all’Eurozona una semplificazione del patto di stabilità e uno stop alle politiche di austerity, anche se il Pil dovesse risultare ancora negativo. Il direttore generale Christine Lagarde ha anche chiesto che Bce di «considerare l’acquisto su larga scala di bond sovrani» contro la deflazione. Tutte questioni che saranno al centro di un minivertice dei leader del Pse domani a Parigi. E infine c’è il nodo Cameron. Ieri la Merkel ha teso la mano dicendosi «molto aperta nei confronti della Gran Bretagna». Il che potrebbe tradursi in un sostegno per un portafoglio pesante in cambio del via libera a Juncker.

da la Repubblica

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“Padoan all’Ue: politiche per crescita e occupazione”, di Redazione L’Unità

«Non abbiamo chiesto di scorporare gli investimenti dal patto di stabilità».
Pier Carlo Padoan mette subito i paletti appena arriva all’Eurogruppo che precede l’Ecofin decisivo di oggi. I ministri dell’Economia sono chiamati a preparare i dossier per il Consiglio della prossima settimana, dove si giocheranno diverse partite sullo scacchiere europeo.
L’Italia sta assumendo un ruolo chiave nella preparazione del prossimo quinquennio. Ecco perché è atteso l’intervento del ministro Padoan. L’accenno alle regole del Patto non è casuale. È chiaro che Roma non vuole aprire un fronte diretto con Berlino. L’altroieri la Cancelliera aveva detto che un nuovo patto non è necessario, essendoci già i necessari margini per poter intervenire sulla crescita. E Padoan si allinea. Anche se voci a favore della revisione di un patto «troppo complicato» sono arrivate dal Fondo monetario
internazionale. Si tratta di semplificare il patto, indicando un solo obiettivo che, secondo l’Fmi, può essere la riduzione del debito pubblico insieme con il bilancio in termini strutturali.
Questo potrebbe essere l’unico obiettivo operativo. Il documento reso pubblico
ieri non approfondisce la proposta. Impossibile senza ulteriori dettagli valutare che tipo di impatto potrebbe avere in assenza di valori di riferimento. I tecnici di Washington esprimono preoccupazione per la crescita debole dell’Eurozona. Se l’inflazione nell’eurozona «resta ostinatamente bassa» la Bce deve valutare «un programma di acquisti su larga scala, soprattutto di titoli pubblici in base alle quote di capitale Bce», propongono gli americani.
D’altro canto il ministro italiano ha più volte espresso la sua contrarietà a
posizioni di scontro con la Germania. La posizione su cui si attesta l’esecutivo di Roma è articolata. «Abbiamo posto il problema di mettere in campo tutti gli strumenti di cui l’Europa già dispone – spiega Padoan – per l’accelerazione della crescita e la creazione di posti di lavoro. L’Europa si è occupata per molti anni di cose altrettanto importanti come il consolidamento dei bilanci e l’unione bancaria, sono stati fatti progressi su quel terreno, mancano progressi sul terreno della crescita e dell’occupazione».
Per quanto riguarda il nostro Paese, al primo punto dell’agenda c’è la revisione del patto di stabilità interno. «È un meccanismo che va rivisto per rendere più efficiente l’interazione tra governo, enti locali e Regioni». La questione è collegata all’ultimo «caso» che ha coinvolto il nostro paese: quello dei pagamenti dei debiti della Pa. Proprio per rispettare il patto interno, molte amministrazioni locali hanno sospeso il pagamento, creando un «rosso» di decine di miliardi, che ha fatto scattare il «cartellino rosso» dell’Europa. Il titolare dell’economia non ha nascosto la sua irritazione per l’iniziativa, presa sul filo di lana dal commissario uscente Antonio Tajani. «Soltanto con il precedente governo e molto di più con questo si è cominciato ad aggredire un problema che c’era da molto tempo», ha ricordato con malizia Padoan, facendo riferimento alle responsabilità dei governi Berlusconi, essendo Tajani un parlamentare di FI. l’Italia risponderà con i fatti, ha detto il ministro. Con «il nuovo ammontare di risorse per i meccanismi
di garanzia, l’introduzione della fatturazione elettronica e il fatto che le informazioni saranno ancora più dettagliate», si otterranno risultati immediati.
«C’è una notevole dispersione se si va a livello di governi locali nel pagamento dei debiti – ha aggiunto Padoan – ci sono alcuni Comuni che pagano in 15 giorni e altri che pagano in più di tre mesi».

da l’Unità

"Unioni civili, meglio un primo passo che niente", di Anna Paola Concia

Giusto oggi avviare sul tema dei diritti degli omosessuali un processo riformatore, approvando una legge sulle unioni civili che non sarà ancora perfetta, ma avvierà un circolo virtuoso nella società.

«Ricarda devo scrivere un articolo sulle unioni civili perché in Italia il Partito democratico si sta orientando sul modello tedesco. Ti posso chiedere come ti senti con questo istituto giuridico?» Mi guarda interdetta, ride e dice: «Sposata!».
L’articolo potrebbe concludersi qui, ma andiamo avanti a spiegare per la millesima volta quello che penso.
Il presidente del consiglio, nonché segretario del Pd, Matteo Renzi nella assemblea nazionale del 14 giugno ha detto che a settembre si accelererà l’iter della legge sulle unioni civili, sul modello tedesco, che prevede uguali diritti e doveri per le coppie omosessuali, con esclusione delle adozioni ma includendo l’adozione all’interno della coppia del partner che non è genitore naturale.
Fabrizio Rondolino ieri in un articolo ha criticato questa impostazione affermando che se le coppie etero e omo sono uguali allora bisogna estendere il matrimonio, altrimenti è discriminazione. Sono d’accordo in linea di principio, ma sono anche una che guarda in faccia la realtà. E quale sarebbe questa realtà? Non la mia, che vivo in un paese dove da tre anni usufruisco di un istituto giuridico che riconosce la mia famiglia, non davanti a Dio, ma davanti allo Stato, con annessi e connessi.
La realtà che guardo è quella di migliaia di donne e uomini omosessuali italiani che amano altri italiani e che vorrebbero vedere riconosciute le loro famiglie. Non è terribile pensare che un gay o lesbica italiano/a per potere vedere riconosciuti i suoi diritti di cittadinanza debba necessariamente innamorarsi in Francia, Inghilterra, Germania, Svezia, Spagna, Portogallo, Argentina, Olanda, e andarci a vivere, ovviamente? Questo deve essere lasciato al caso, giustamente.
Facciamo un passo indietro: nella storia dei diritti civili, le riforme più coraggiose sono sempre state fatte gradualmente, basta guardare alla tragedia della schiavitù in America. Obama non è diventato presidente degli Stati Uniti all’inizio di quella battaglia, o no?
Sono stati i riformisti e mai i massimalisti (Blair, Schröder, Jospin) a produrre il cambiamento delle vite delle persone Lgbt. In quasi nessun paese europeo in cui si è approvato il matrimonio, questo è stato il primo passo. Si è sempre passati prima dallo strumento delle unioni civili, basta vedere l’esempio della Francia e dell’Inghilterra. è ovvio ed evidente che l’Italia è in ritardo di decenni e che nel nostro paese non si sono voluti fare passi avanti.
Oggi le seconda sentenza della Corte costituzionale ribadisce due cose (a torto o a ragione, e forse bisognerebbe smettere di interpellarla) che il matrimonio è eterosessuale ma che il parlamento deve approvare una legge che regoli le unioni omosessuali. Allora, o tutto o niente? Siamo sempre di fronte a questo inutile, dannoso e paralizzante quesito? Stranamente quelli che vogliono tutto (l’estensione del matrimonio) e quelli che non vogliono niente (nessuna regolamentazione) remano dalla stessa parte: da quella parte tanto praticata da noi che è l’immobilismo, la mancanza di riforme e di passi avanti. Remano insieme gli ideologici, i massimalisti, i conservatori, chi sogna una Italia migliore come d’incanto. Sicuramente a ciascuno di loro fa comodo questo immobilismo.
Sono dura? Sì. Perché questa paralisi sui diritti civili fa male alle vite reali, alla quotidianità, alle esistenze in carne ed ossa. E fa male al paese. A Renzi e a chi lavorerà a questa legge devono interessare quelle vite. Per questo trovo giusto oggi avviare anche sul tema dei diritti degli omosessuali un processo riformatore, approvando una legge sulle unioni civili che non sarà ancora perfetta, ma sicuramente avvierà un circolo virtuoso nella società che non si fermerà più. Questo credo che debba essere l’obiettivo di chi vuole davvero cambiare verso all’Italia.
Per concludere: perché nessuno si chiede come mai in Germania non c’è tutta “’sta smania” di approvare l’estensione del matrimonio alle coppie omosessuali? La possibilità di adottare in Germania non c’è, ma cadrà anche questo ultimo tabù. Le coppie lesbiche sposate possono accedere all’inseminazione artificiale e l’affido è stato esteso anche agli omosessuali. Sarà questo, sarà che sono pragmatici, sarà che la risposta vera ce l’ha data Ricarda.

da www.europaquotidiano.it

"Il cantiere della cultura si rimette in moto", di Antonello Cherchi e Eliana Di Caro

Qualcosa si muove nel mondo della cultura: in Parlamento c’è un decreto legge che aspetta di essere convertito e che contiene diverse novità di peso. Dopo anni di dibattiti è stato congegnato un incisivo meccanismo di agevolazioni fiscali per cittadini e imprese che vogliano aiutare il patrimonio; nei musei si attende l’arrivo di esperti di marketing in grado di valorizzarne le risorse (risorse che, tra l’altro, ora non si perdono più nei meandri della contabilità statale ma vengono riassegnate a chi le ha prodotte); si mettono sul piatto più soldi come segno di un atteggiamento che cambia e che dai tagli vuole virare sugli investimenti.

Insomma, un cantiere che si è messo in moto. Tra mille difficoltà, prese di posizione, contrarietà, richieste di aggiustamenti, ma si è avviato. È in questo contesto che ieri si è svolta a Roma all’Auditorium Conciliazione la terza edizione degli Stati generali della cultura, una manifestazione che ha preso le mosse dal Manifesto della cultura pubblicato a febbraio di due anni fa dal Sole 24 Ore. “Niente cultura, niente sviluppo”: era questo lo slogan lanciato dal Manifesto e che poi si è articolato in vari interventi sul quotidiano e nel dibattito pubblico innescato dagli appuntamenti annuali degli Stati generali.
Un grido d’allarme che pian piano ha fatto breccia. A ottobre dello scorso anno era arrivato il decreto legge voluto dall’allora ministro dei Beni culturali, Massimo Bray, provvedimento ribattezzato Valore cultura. Un segnale che la difesa e valorizzazione del patrimonio non era più una Cenerentola, un settore in cui operare solo tagli alla ricerca di risorse per riequilibrare il bilancio pubblico. Già l’uso della decretazione d’urgenza è stato un esplicito indicatore. Quel decreto è, però, rimasto per larga parte inattuato per la cattiva abitudine del legislatore di ricorrere ai regolamenti applicativi.
Vizio che l’ultimo decreto legge messo a punto dall’attuale responsabile di via del Collegio Romano, Dario Franceschini, ha voluto evitare. Tant’è che l’Artbonus, la norma che riconosce il credito d’imposta del 65% a chi aiuta l’arte e che dà il tono all’intero decreto, è già operativo.
Ecco perché chi ieri si è interrogato sulla questione posta dagli Stati generali – “Parola chiave: valorizzare il patrimonio. Ora o mai più” – non ha mancato di sottolineare con soddisfazione il passo avanti compiuto. «C’è ancora molto da fare – ha commentato il direttore del Sole 24 Ore, Roberto Napoletano – ma la strada è stata segnata». E ha ricordato quanto Alcide De Gasperi disse alla Scala di Milano all’indomani della sua designazione a capo del Governo: l’Italia ha due sole forze, il lavoro e la cultura, e devono camminare di pari passo. E non può essere altrimenti per un Paese con il nostro passato, da cui si deve trarre l’energia per guardare al futuro. «Sono stato di recente ad Amsterdam, una città – ha aggiunto Napoletano – che esprime creatività. Certo, l’Olanda ha avuto il Seicento, ma l’Italia di secoli importanti ne ha avuti tanti».
Tutti ci riconoscono questa enorme eredità, che finora abbiamo ignorato o non valorizzato a dovere. Cultura e sviluppo era fino a ieri uno slogan buono per ogni convegno a tema. Niente di più. Per questo è nato il Manifesto del Sole, chiedendo – tra l’altro – che l’insegnamento della storia dell’arte non abbandonasse le aule scolastiche. E ieri è arrivato, anche su questo versante, un impegno del Governo: il ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, ha spiegato che continuare a studiare il Bello costa 25 milioni l’anno, sui 51 miliardi di euro che rappresentano il budget del ministero. Insomma, si può fare…

da Il Sole 24 Ore

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“Diamoci da fare”, di Roberto Napoletano

Privati, svegliatevi. Imprenditori, mecenati, investire in cultura oggi si può, un credito d’imposta del 65% da scontare in tre anni significa che l’Italia non è più la terra di nessuno dove il bene museale–artistico è condannato all’accanimento terapeutico di risorse pubbliche (non ci sono) e, di conseguenza, al suo inarrestabile declino. Non è più così, i diritti di cittadinanza fiscale dell’industria culturale italiana sono stati parificati a quelli dei Paesi europei più avanzati e alla stessa America.

Avere pensato e lanciato, in tempi non sospetti, il Manifesto per la cultura e gli Stati Generali è servito a qualcosa: abbiamo buttato giù il muro (ideologico) che impediva al Paese della bellezza nel mondo di misurarsi con la gestione dei territori e del suo (straordinario) capitale culturale attraverso la leva fiscale più o meno robusta, ma sempre accordata, anche in Paesi infinitamente più poveri di noi sul piano culturale. Ha ragione Franceschini: gli alibi sono finiti.

Lo Stato deve fare ancora molti passi avanti sul terreno (decisivo) della cultura: non si capisce perché mai il credito d’imposta non si possa estendere anche a chi rileva la tutela e la gestione di beni privati destinati a un uso pubblico. La forza vitale della manifattura italiana che vince nel mondo (anche) perché dietro i suoi prodotti ci sono il segno di una storia culturale (mai dimenticata) e un patrimonio artistico-museale che non ha pari al mondo e “sopravvive” in ogni borgo, dimostri con i fatti di volere dare una mano al Paese e a se stessa (non mancano imprese illuminate, lo so, ma dovranno essere di più e fare di più). Lo Stato, a sua volta, ricambi sottraendosi alle mille ottusità burocratiche che stroncano sul nascere pulsioni positive e voglia di intraprendere. Per chi ci governa e per il mondo privato, se vogliamo essere all’altezza del valore strategico della sfida culturale, non è più tempo di parlare, ma di fare. Il cantiere è stato (finalmente) riaperto, guai a chi facesse finta di non accorgersene.

da Il Sole 24 Ore

"Musei, 1 su 3 non paga addio biglietti gratis per gli over 65 ", di Francesco Erbani

Si pagherà per entrare nei musei, nei siti monumentali e archeologici dello Stato anche se si hanno più di 65 anni, un’età che finora garantiva l’accesso gratuito. Non è una misura punitiva per gli anziani, assicura il ministro Dario Franceschini, che ha firmato un decreto contenente compensazioni e che però ha lasciato inalterato l’ingresso senza costi per alcune categorie (insegnanti, giornalisti…): nelle stesse strutture si entrerà gratis ogni prima domenica del mese, le Notti al museo diventeranno due l’anno (ingresso a un euro), e tutti i venerdì i grandi complessi, da Pompei al Colosseo agli Uffizi, saranno aperti fino alle 22. Gratis continueranno a entrare gli under 18, con riduzione gli under 25. Il tutto a partire dal primo luglio.
Più agevolazioni per i giovani meno per gli anziani? L’obiettivo
è comunque quello di incrementare gli introiti, anche se la porzione degli istituti interessati è molto piccola: sono infatti 224 i luoghi d’arte a pagamento appartenenti allo Stato su un totale di 431 (207 sono gratuiti). E i 431 sono solo una parte degli oltre 4.500 fra musei, aree archeologiche e monumenti censiti in Italia, in maggioranza di proprietà pubblica, ma non statale, e poi di proprietà ecclesiastica o privata. In ogni caso Franceschini propone al presidente dell’Anci, Piero Fassino, di allargare la misura ai musei civici, di proprietà dei comuni.
Pochi di numero, i luoghi d’arte investiti dalle modifiche sono comunque fra i più visitati, sono potenti attrattori di turismo culturale. Nel 2013 i visitatori nei musei statali sono stati poco sopra i 38 milioni (sugli oltre cento che hanno frequentato anche musei non statali), 26 di questi sono entrati in strutture a pagamento, ma solo poco più di 17,6 hanno pagato, gli altri 8,7 no: grosso modo il 30 per cento.
Ed è su questo 30 per cento che si vuole incidere per portare più soldi alle casse dello Stato (126 milioni gli introiti del 2013). Quanti siano questi soldi non è chiarissimo. Essendo rimaste le agevolazioni, più o meno giustificate, sono le persone ultrasessantacinquenni quelle penalizzate. E fra gli over 65 al ministero hanno puntato soprattutto sul turismo straniero. Franceschini vi ha fatto riferimento esplicito: è assurdo, ha detto, «che anche facoltosi turisti stranieri over 65 non paghino il biglietto». Secondo una stima, il 49 per cento di chi visita musei statali non viene dall’Italia, un paese che trascina nel tempo molti record negativi, primo fra tutti uno che ci inchioda: non superano il 28 per cento gli italiani che in un anno hanno messo piede almeno una volta in un museo.
La porzione di persone anziane è spesso prevalente nei cortei di turisti stranieri che percorrono le città italiane. Ma oltre le rilevazioni empiriche sono i dati sul turismo nel mondo a confermarlo. Inoltre, si fa notare al ministero, l’agevolazione per età non distingue fra redditi alti e bassi.
Ma Annalisa Cicerchia, economista della cultura, sottolinea l’altra novità del provvedimento: «L’ingresso gratuito per tutti, dodici volte l’anno, è una misura che ci allinea a molti paesi europei e non solo e che migliora la relazione fra i nostri musei e i territori in cui essi si trovano, che è una delle sfide culturali più ambiziose».
Quanto alle aperture notturne, già molti musei e siti archeologici sperimentano queste soluzioni. Compatibilmente con i bilanci ridotti all’osso e la carenza di personale, però. Fa notare Maria Rosaria Barbera, soprintendente archeologico di Roma, che la spending review obbliga a non sforare di un euro i costi dell’anno precedente su diversi capitoli di spesa. Compresi i consumi di elettricità, che schizzano con le aperture notturne.

da la Repubblica

"La corsa per non essere tagliati fuori", di Federico Geremicca

Un po’ meno sindaci e un po’ più di consiglieri regionali; un po’ meno membri nominati dal Quirinale e un po’ più competenze da esercitare. Per il «nuovo Senato», dunque, l’accordo sarebbe cosa fatta, o giù di lì. E anche l’Italia degli scettici – quella del non si può fare, non ci riusciranno mai – sembra rassegnata alla sconfitta.

Del resto, si era inteso già da qualche giorno che il dado era ormai tratto: lo si era inteso, per la precisione, da quando perfino la Lega e il movimento di Beppe Grillo avevano deciso di saltare sul carro delle riforme. Che poi, in tutta evidenza, è il tradizionale carro del vincitore: che anche in questa circostanza – come per le primarie, per gli 80 euro e per le elezioni europee – porta il nome di Matteo Renzi. Dopo mesi di confronto e discussione, insomma, la strada delle riforme sembra finalmente in discesa. Ed è una svolta rispetto alla quale il voto del 25 maggio ha avuto un effetto assolutamente determinante.

C’è voluto del tempo perché i partiti metabolizzassero le tante sorprese riservate dalla consultazione europea.

I risultati prodotti dall’iperbolico 40,8% incassato dal Pd a trazione Renzi hanno faticato a manifestarsi, ma ora – e non è affatto detto che sia finita – sono sotto gli occhi di tutti: il Pd più «pacificato» di quanto lo fosse anche alla vigilia del voto; Forza Italia che si lecca le ferite e resta aggrappata a un tavolo (quello appunto delle riforme) che è rimasto uno dei pochi ai quali può ancora sedere; la Lega di Salvini pronta ad accomodarsi; la Sel di Nichi Vendola che si scioglie come un gelato al sole; e infine – novità delle novità – Beppe Grillo che chiede di esser presente alla partita e assicura che intende parteciparvi «in modo rapido e responsabile». Si assiste, insomma, ad una sorta di corsa a non restar tagliati fuori.

La svolta, in fondo, è comprensibile: con l’aria che tira – aria manifestatasi inequivocabilmente appunto col voto europeo – il mestiere dei «gufi» e dei «rosiconi» (per dirla alla Renzi) cioè dei «frenatori», si è fatto difficile e soprattutto rischioso. Mettersi in scia del premier, insomma, potrebbe essere – per i suoi avversari e per il Paese stesso – un buon affare o comunque il male minore: ed è questo – con l’eccezione della giovane formazione della coppia Meloni-Crosetto – quello che i più hanno deciso di fare. Per Matteo Renzi l’occasione è unica. E il fatto che tutto ciò avvenga alla vigilia del suo semestre di presidenza europea, accentua ulteriormente la sua forza ed il suo potere contrattuale.

Si tratterà, naturalmente, di non sbagliare alcuna mossa, né sul piano dell’attività di governo (dove molte delle riforme annunciate attendono ancora una traduzione legislativa) né su quello dei rapporti politici. E da questo punto di vista la partita più delicata è senz’altro quella che lo attende proprio di fronte alla più inattesa delle sorprese: la svolta annunciata da Beppe Grillo. Inutile nascondere che l’incontro fissato per mercoledì si candida ad essere forse ininfluente nel merito dei problemi che affronterà (le riforme) vista la grande distanza tra le rispettive posizioni, ma certamente assai rilevante sul piano politico. È evidente, infatti, che qualunque sia la ragione per la quale Grillo ha ritenuto fosse giunto il momento di «aprire» a Renzi (tatticismo politico, tentativo di rallentarne il cammino, ripensamento autentico) la risposta che il premier ed il Pd riterranno di dover dare, non potrà non pesare sui rapporti futuri tra «grillini» e democratici. Ma è una partita che comporta dei rischi anche per Beppe Grillo. Infatti, l’idea che il Movimento abbia subito uno stop alle ultime elezioni in ragione del suo tenersi del tutto fuori dalle diverse partite politiche e parlamentari in corso, non ha controprova ed è molto – per dir così – politologica.

Al contrario, è assai concreta la possibilità che il suo elettorato – o gran parte di esso – possa non apprezzare affatto il «mischiarsi» del Movimento con i partiti politici «tradizionali», i suoi riti, le sue riunioni e i suoi necessari compromessi. Il «popolo di arrabbiati» che ha votato Grillo in segno di protesta proprio contro il sistema dei partiti, potrebbe insomma restar deluso e sconcertato dalla mossa: ecco, anche loro sono come gli altri. È un rischio: ma forse, al punto cui era giunto, un rischio che Grillo non poteva non correre…

da La Stampa

"Cinquantenni senza lavoro Un milione in cerca di reddito", da l'Unità

Tra i tanti conflitti generazionali che questa infinita recessione economica ha acuito va annoverato anche il contrasto su quale sia la fascia d’età che più duramente è stata colpita nelle proprie aspirazioni e nei propri bisogni. I giovani, che si sono visti sottrarre la possibilità di inserirsi stabilmente nel mondo del lavoro e costruirsi un futuro? Oppure gli ultracinquantenni, che si sono visti sprecare professionalità e competenze acquisite in decenni di fati- ca, per essere espulsi dal tessuto produttivo proprio quando erano più capaci? L’interrogativo, ovviamente, è retorico, visto che a soffrirne è in ultima analisi tutta la società italiana.

E proprio ieri il Censis ha cercato di dare una dimensione al disagio delle persone over 50, che in Italia sono 24,5 milioni, di cui solo un quarto si trova nella invidiabile situazione di occupato. Sono quasi 6,7 milioni, infatti, quelli che godono di un posto di lavoro, 4 milioni di uomini e 2,6 milioni di donne: una moltitudine che negli ultimi sei anni ha visto diminuire sensibilmente i propri ranghi, falcidiata da un tasso di disoccupazione che, per questa fascia d’età, è aumentato addirittura del 146%. «Con la crisi, il segmento degli adulti di 50-70 anni sembra abbandonato al triste destino di esuberi, prepensionati, esodati, staffettati, senza alcun meccanismo utile per conservare alme- no una porzione di quell’importante ca- pitale umano» è la triste analisi dell’istituto di ricerca.

SEMPRE PIÙ DISOCCUPATI

Tra le aziende che hanno chiuso, delocalizzato e ristrutturato, si è formato un intero esercito di persone che oggi «si trovano a competere con i ventenni per conquistare il lavoro che non c’è». Ed è solo uno «tra i tanti bocconi avvelenati della crisi», che ha reso più difficile che mai ottenere un impiego, sia per i giovani, sia per gli ultracinquantenni, che devono pure affrontare il prolungamento dell’età pensionabile, a causa del quale, tra il 2008 e il 2013, è aumentata l’incidenza dei lavoratori dipendenti e degli occupati a tempo pieno, ma anche quella dei lavoratori autonomi (più 7,6%) e degli occupati a tempo parziale (più 47,5%).

A registrare incrementi esponenziali, però, sono stati i disoccupati maturi, che hanno raggiunto le 438mila unità, con un aumento di 261mila persone in termini assoluti. In particolare, sono quasi triplicati da 93mila a 269mila (più 189%) i disoccupati ultracinquantenni di lunga durata, che vedono le proprie opportunità di trovare un impiego, già scarse in partenza, stringersi sempre più col passare del tempo.

Eppure, per uno di quegli amari paradossi che spesso caratterizzano i periodi di crisi, proprio oggi l’insicurezza economica determinata dalla crisi, l’erosione oggettiva dei redditi, la necessaria compressione dei consumi spingono molti over 50 a cercare di entrare nel mercato del lavoro. Se si somma il numero delle persone in cerca di occupazione e quello di chi, pur inattivo, si dichiara disponibile a lavorare, la pressione esercitata sul mercato del lavoro da parte di questa generazione supera il milione di individui.

E risultati solo parziali hanno ottenuto le politiche attive del lavoro e la cassa integrazione che in questi anni hanno cercato di affrontare le condizioni dei lavoratori più anziani in difficoltà. Fra il 2010 e il primo semestre del 2013 tra i beneficiari degli interventi di sostegno sono aumentati proprio gli over 50, passati dal 12,4% al 15,5% (circa 100mila persone). L’impatto di una lunga recessione potrebbe essere contrastato attraverso un efficace adatta- mento delle risorse individuali disponibili e attraverso la valorizzazione del capitale umano, ma su questo piano l’Italia continua a dimostrarsi debole: nell’ultimo anno il 95% degli occupati non ha partecipato ad alcuna attività formativa nel mese precedente la rilevazione. E fra gli over 50 il tasso di partecipazione si ferma al 4,6%.

L’Unità 19.06.14

"Grillo e a strategia dell’odio", di Claudio Sardo

Non pensi Beppe Grillo di intimidirci. Altri prima di lui si sono augurati la morte de l’Unità. Altri prima di lui hanno detto che la scomparsa dei giornali è “un’ottima notizia”. Altri come lui hanno puntato il dito contro singoli giornalisti, cercando di aizzare l’odio degli adepti. «Qualunque persona abbia ancora un briciolo di onore dovrà fare molta attenzione prima di scegliere la professione di giornalista» è una frase celebre del nazista Goebbels.
Grillo, comunque, può stare sereno: noi continueremo sulla nostra strada. L’Unità andrà avanti dopo 90 anni di storia, e speriamo che abbia presto un nuovo inizio. Noi pensiamo che la democrazia si fondi sul pluralismo, sul confronto tra idee diverse, sulla lotta politica (che non esclude la costruzione di regole e valori condivisi). Noi restiamo convinti che il giornalismo e la libertà si alimentino a vicenda, che chi scrive deve per forza scomodare qualcuno, deve dire cose che non piacciono a tutti, deve rischiare la propria parzialità per tentare di raggiungere una verità.
I giornali, come le idee, sono preziosi. E talvolta quando sono fragili sono ancora più preziosi. Nella storia chi ha disprezzato i giornali, ha contrastato la democrazia con ideologie autoritarie e con la violenza. Questo principio vale tuttora. Anche se il mercato dell’editoria è diventato assai più complicato, anche se quella di Internet è una rivoluzione nelle comunicazioni, la più travolgente dopo l’invenzione di Gutenberg. La Rete è una grandissima opportunità, ma non è vero che di per sé è in grado di assicurare un più elevato grado di democrazia, di partecipazione, di potere diffuso. Il pluralismo, la libera circolazione delle idee, i diritti delle minoranze sono problemi oggi più aperti di ieri. Il pluralismo va alimentato, curato, rafforzato. Ovviamente evitando di favorire consorterie e rendite di posizione. Ma la democrazia non è sottomissione al «mercato». Al contrario, la democrazia è ricostruire opportunità nonostante gli squilibri che provoca il mercato. È singolare che, per giustificare il proprio impulso di sopprimere un giornale a lui scomodo, Grillo faccia ricorso al tribunale inappellabile del mercato. E non si chieda se i giornali di idee abbiano le stesse possibilità di accesso alla pubblicità, se abbiano le stesse risorse dei grandi gruppi editoriali per realizzare quei cambiamenti tecnologici e strutturali che la competizione impone. Grillo denuncia i finanziamenti diretti (peraltro l’Italia è il Paese più avaro d’Europa, e non di poco), ma dimentica o finge di non conoscere che ci sono finanziamenti indiretti e che le disparità anche nel mercato dell’editoria tendono a crescere.
Verrebbe da dire che, per le idee che ieri ha manifestato nel suo blog, auspicando la morte del nostro giornale, la collocazione a Strasburgo nel gruppo di estrema destra con Farage e con altri sette-otto impresentabili è ora forse più spiegabile. Grillo, e il suo socio Casaleggio, sono andati dove li ha portati il cuore. In quel gruppo, non ci sono solo i sentimenti xenofobi dell’Ukip inglese: ci sono anche due deputati lituani del Tt, Ordine e giustizia, il partito dell’ex presidente Paksas, destituito per traffici con la mafia russa. Del Tt il terrorista norvegese Breivik, autore della spaventosa strage di ragazzi a Utoya, ha detto che è «uno dei partiti più rispettabili d’Europa». Stiano attenti i grillini: non pensino di lavarsi la coscienza dicendo che quel gruppo è per loro un taxi, il solo sgangherato taxi che ha avuto la pietà di farli salire a bordo. La politica italiana oggi si fa anche a Bruxelles e Strasburgo. E la collocazione nell’estrema destra non sarà irrilevante per il loro percorso futuro, anche se talvolta si prenderanno la libertà di qualche dissenso.
L’Unità vive un momento difficile. Ma la solidarietà che abbiamo ricevuto in questi giorni, e le espressioni di affetto, di vicinanza, di condivisione che ieri sono giunte in redazione con ogni mezzo dopo le vergognose parole di Grillo, ci incoraggiano a proseguire nella nostra battaglia. Dobbiamo innovare, migliorarci. C’è però un grande spazio di buon giornalismo, c’è spazio per le idee di una sinistra democratica e moderna, c’è spazio per chi pensa che l’Italia possa farcela ad uscire dal pantano. E c’è una speranza di cambiamento nel Paese che va alimentata, riempita di contenuti, seguita con passione e anche con la critica. Non abbiamo mai pensato che Grillo sia un fascista perché abusa di un linguaggio violento, sprezzante, carico di auspici di morte. Far roteare il suo manganello sul blog, o nei comizi, è la tecnica che ha usato per catalizzare la sfiducia e la rabbia diffusa nella società della crisi. A parte i tratti originali italiani, non si può non vedere che altri Grillo in altri Paesi europei hanno fatto qualcosa di analogo. Ma neppure Grillo può sottovalutare le conseguenze del suo linguaggio di odio. Le parole possono diventare pietre. E quando accade non si torna più indietro. Avevamo sperato che la sua apertura al dialogo sulle riforme potesse aprire un percorso nuovo. In fondo, fare una proposta concreta e sedersi al tavolo, vuole dire accettare che anche gli altri hanno punti di vista che meritano considerazione. Il nodo è qui. Se Grillo e Casaleggio pensano che la verità sia tutta loro, e che la democrazia si materializzerà solo il giorno in cui avranno il 51 (o il 100%) dei consensi, allora non c’è nulla da fare. E non raccontino la balla che la loro democrazia vale di più perché hanno una rete – la loro rete – da manipolare. La democrazia costituzionale è un discrimine che non accetteremo mai di varcare.

L’Unità 19.06.14