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Dalla maggioranza proposta di appaltare ai privati il sostegno per disabili

Dichiarazione di Francesca Puglisi, responsabile Scuola Pd: “Si rispedisca al mittente questa assurdità e a casa questa maggioranza”. Tra le tante pagine impresentabili di questa pseudo maggioranza sulla scuola spunta anche un disegno di legge al Senato (ddl 2594), ad opera dei senatori Bevilacqua e Gentile, che prevede, per le istituzioni scolastiche autonome, la possibilità di stabilire generiche collaborazioni con i privati per il sostegno ad alunni con disabilità.

Cosa hanno in testa i due senatori e la maggioranza di governo? Mentre il governo taglia indiscriminatamente gli insegnanti di sostegno si vuole forse appaltare all’esterno il sostegno ai ragazzi con disabilità? E dove dovrebbero mai trovare le risorse le scuole per tali collaborazioni, visto che non hanno più un euro in cassa, ma avanzano crediti che lo Stato continua a non pagare?

O peggio ancora il sostegno sarà a carico dei familiari o di improbabili sponsor? E’ ora di rispedire al mittente questa assurdità e di rispedire a casa questa maggioranza.

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"Un paese alla rovescia", di Chiara Saraceno

Martedì scorso il Parlamento ha celebrato la giornata contro l´omofobia. Il giorno dopo la maggioranza della Commissione giustizia della Camera dei deputati ha bocciato la proposta di legge unificata che avrebbe introdotto l´omofobia come aggravante nei casi di violenza e aggressione.
È la seconda volta che il tentativo di far riconoscere come reato specifico la violenza omofobica viene fermato da un Parlamento disposto a chiudere mille occhi sulle trasgressioni sessuali del potente di turno se corrispondono ai più vieti stereotipi del machismo eterosessuale, ma del tutto indifferente alla sopraffazione nei confronti di chi è considerato deviante solo perché omosessuale. Dietro vi è certo l´ombra della Chiesa cattolica, dei suoi anatemi contro la omosessualità, del suo pervicace considerarla insieme come una malattia e un pericolo per la sopravvivenza della famiglia, senza alcun fondamento scientifico e in contrasto con il forte desiderio di formarsi una famiglia, di avere forti e stabili rapporti di amore e solidarietà – di coppia, ma anche nei confronti di figli – testimoniato da molti e molte omosessuali. Ma il potere di veto e di ricatto della Chiesa trova il suo alimento nella disponibilità di molti, troppi politici (anche a sinistra) ad assecondarne i desideri sul piano legislativo nella speranza, spesso fondata, di riceverne in cambio legittimazione e sostegno. È uno scambio che ha trovato la sua massima esplicitazione in questo governo e nell´appoggio che ha ricevuto in cambio (“il governo più amico della Chiesa nella storia della Repubblica”, ha dichiarato un autorevole prelato). Ma anche senza ricatti e scambi, l´atteggiamento della Chiesa trova terreno fertile nella grettezza morale e nella incultura di una classe politica che sembra ricordarsi dell´etica solo quando sono in gioco le scelte dei cittadini circa le proprie relazioni e vita personale – dalla sessualità alla procreazione alle decisioni su come affrontare la fine della vita. Ma è sulla omosessualità che si concentra il rigorismo di questi moralisti d´accatto. È l´omosessualità che sembra suscitare in loro le paure più incontrollabili. Di converso, i comportamenti omofobici suscitano nel migliore dei casi in queste persone una condanna rituale, con un sottotesto di giustificazione (se la sono voluta, danno fastidio alle persone normali, dovrebbero essere più discreti, e così via). L´omosessualità diventa una aggravante per le vittime, una attenuante per gli aggressori –un po´ come succede spesso alle donne oggetto di violenza sessuale.
Certo, presi all´improvviso da preoccupazioni universalistiche, alcuni di coloro che ieri hanno votato contro la proposta di legge unificata si sono giustificati dicendo che introdurre l´aggravante di omofobia avrebbe costituito una discriminazione nei confronti di altri gruppi, ad esempio gli anziani o i disabili. Ma il risultato di questo universalismo strumentale è la negazione che esistano violenze motivate specificamente dall´odio e disprezzo per particolari gruppi sociali. È un universalismo negativo, non positivo. Inoltre, l´omosessualità, come l´eterosessualità, è una caratteristica costitutiva degli individui, trasversale ad altre caratteristiche e condizioni. L´omofobia nega precisamente legittimità, normalità, a questo modo di essere costitutivo di una persona. Come se si rinnegasse legittimità e normalità a chi è eterosessuale.
La ministra Carfagna ha dichiarato che voterà a favore della legge. Ma che cosa farà perché il suo partito e la sua maggioranza non boccino alla Camera ciò che hanno bocciato in Commissione? Da un ministro ci si aspetta qualche cosa di più di un gesto di testimonianza.

La Repubblica 19.05.11

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Carfagna voterà la legge PD contro l’omofobia bocciata dalle destre

Stop in commissione Giustizia al testo, il governo si spacca: il ministro alle Pari Opportunità annuncia che sosterrà la proposta dei democratici. Paola Concia, promotrice del testo accusa: “Adesso l’Europa ci riderà dietro”. Stop in Commissione giustizia della Camera al testo unificato della legge contro l’omofobia messo a punto da Paola Concia: 26 i no e 17 i sì, contro hanno votato i parlamentari di Pdl, Lega e Responsabili. Dal centrodestra si smarca il ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna, la quale ha dichiarato che in Aula voterà a favore del testo del PD. «Adesso l’Europa ci riderà dietro», è il commento di Paola Concia «Volevano un rinvio dell’esame, ma è assurdo. Già il 4 maggio lo avevamo rinviato a oggi. E poi il testo base è depositato da sei mesi, da novembre, possibile che non abbiano avuto il tempo di leggere i due articoli che lo compongono e di rifletterci? Hanno avuto un tempo infinito e non è servito a nulla nemmeno il monito di Napolitano». Dal presidente della Repubblica, infatti era arrivata l’esortazione, in occasione della Giornata mondiale contro l’omofobia, lo scorso 17 maggio, a «non sottovalutare i rischi che l’abitudine all’uso nel discorso pubblico di allusioni irriverenti, lesive della dignità delle persone, contribuiscano a nutrire il terreno sul quale l’omofobia si radica». Numerose le reazioni da parte di esponenti del Pd al “no” del centrodestra in commissione Giustizia: Dario Franceschini, capogruppo dei Democratici alla Camera, nel dichiarare che il Pd porterà comunque la legge in Aula (la discussione generale è prevista lunedì), ha puntualizzato che “questo è un argomento che non dovrebbe dividere politicamente. Eppure la maggioranza, dopo le tante parole spese contro l’omofobia, fa marcia indietro. È incomprensibile. Le parole della Carfagna, che è il ministro competente, dimostrano lo stato confusionale in cui versa la maggioranza”. Per Andrea Orlando, responsabile giustizia del Pd, “le istituzioni hanno dato un segnale di inciviltà Noi proseguiremo la nostra iniziativa affinché queste norme vedano la luce, rivolgendoci a chi nella maggioranza non ha sacrificato il valore della libertà e della tutela degli individui alla bassa cucina politica’. In una nota, Debora Serracchiani, europarlamentare del Pd, ha messo in evidenza che al “Pdl e alla Lega non interessa arginare le continue aggressioni e gli insulti contro le persone omosessuali: è sconfortante che all’indomani del giorno dedicato alla lotta contro l’omofobia, nonostante il richiamo alto e ineccepibile del Presidente della Repubblica, Napolitano, il Pdl e la Lega non abbiano sentito l’esigenza morale e civile, prima ancora che politica, di dare una risposta alla violenza e alla discriminazione di genere”. Sottolinea l’esponente del Partito democratico: “Il nostro Paese fara’ un autentico salto di qualita’ quando nodi basilari di civilta’ come la lotta all’omofobia saranno patrimonio di tutte le forze politiche, nei fatti e non solo a parole”. A giudizio di Barbara Pollastrini, il comportamento del centrodestra in Commissione è stata dimostrazione “di straordinario cinismo”. L’esponente del Pd ha anche ricordato che “nella scorsa legislatura la Commissione giustizia, col voto di una parte consistente della destra, aveva approvato la legge contro lo stalking e contro l’omofobia; ora, dopo anni di discussione, questa maggioranza arretra persino rispetto a se stessa. Siamo alla bocciatura di norme – ha concluso la Pollastrini – che in tutta Europa sono state approvate da tempo, con governi di ogni colore politico”. Duro il commento di Michele Meta, ad opinione del quale “fino a quando il Paese sarà governato dai rappresentanti del Pdl e dalla Lega sarà impossibile fare qualsiasi riforma di buon senso. Sse poi parliamo di iniziative a contrasto dell’omofobia e a difesa dei diritti degli omosessuali, le speranze sono davvero vane”. Anche per la deputata Pd Pina Picierno la battaglia contro l’omofobia va avanti, anche “oggi in commissione Giustizia si è consumata l’ennesima forzatura vergognosa della maggioranza nei confronti di un provvedimento che si limita a introdurre dei principi a tutela dell’uguaglianza dei cittadini e contrari alle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale”.

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"Al Nord la Lega perde più di Berlusconi", di Roberto D'Alimonte

In questa tornata elettorale sono andati al voto 29 capoluoghi di provincia. In 23 si è votato anche nelle regionali del 2010 che è il nostro termine di confronto. Sei di questi comuni sono al Nord, sette al Centro e dieci al Sud. I comuni del Nord rappresentano poco più del 40% del totale dei voti validi, quelli del Centro poco meno del 20% e quelli del Sud poco meno del 40%. Questo vuol dire che il Nord è leggermente sovrarappresentato rispetto alla distribuzione dell’elettorato. Ma nel complesso si può dire che il campione è abbastanza rappresentativo dell’insieme delle città capoluogo del nostro paese. Aggregando i dati di questi comuni si può cominciare a capire le tendenze elettorali emerse nel voto amministrativo. È quello che abbiamo fatto. E il quadro è significativamente diverso da certe interpretazioni che sono state proposte nelle ore e nei giorni immediatamente successivi al voto. Quando avremo una base di dati che comprende tutti i comuni sopra i 15mila abitanti in cui si è votato allora riusciremo a fare un ulteriore passo avanti. Per ora ci dobbiamo accontentare dei dati a disposizione. Per la corretta comprensione dei dati il lettore dovrà tenere conto del fatto che nei comuni capoluogo sia il Pd che il Pdl hanno sempre ottenuto risultati migliori rispetto ai comuni più piccoli. Mentre è vero il contrario per la Lega Nord che va molto meglio nei piccoli e piccolissimi comuni.
Ciò premesso, l’analisi dei risultati a livello dei 23 capoluoghi e per zona geopolitica riserva diverse sorprese. La prima riguarda il Pd. Come si vede nei grafici in pagina il Pd conquista nuovi elettori. Non accadeva da qualche tempo. Complessivamente non sono molti ma il fatto rilevante è che i nuovi elettori sono al Nord. E non è un fatto di poco conto. In questa zona il Pd guadagna quasi il 32% dei voti rispetto al 2010. È probabile che siano almeno in parte elettori che alle regionali avevano votato il partito di Di Pietro che in questa zona perde più del 50% dei suoi voti. Lo sapremo con certezza quando potremo fare l’analisi dei flussi utilizzando i dati delle sezioni elettorali. Nelle altre zone del Paese il Pd non va altrettanto bene. Perde qualcosa nei capoluoghi del Centro e perde quasi il 17% dei voti al Sud.
La seconda sorpresa riguarda Lega e Pdl. Il partito di Bossi al Nord passa da circa 137mila voti a 108mila: il calo è del 21%. Va meglio nei capoluoghi del Centro, soprattutto in Emilia e Romagna, dove perde solo 2mila voti, vale a dire il 5%. In questo dato pesa certamente Bologna. Ma il fatto nuovo è che il Pdl non va male al Nord. Va male a Milano ma non negli altri capoluoghi del Nord. Complessivamente nei sei comuni del nostro insieme passa da 302mila a 278mila voti. La perdita è meno dell’8%. Questo vuol dire che negli stessi comuni la Lega perde il 21% e il Pdl meno della metà. Qui occorre ricordare al lettore la premessa iniziale. Le città non sono il terreno più favorevole alla Lega. Ma sulle città c’erano delle aspettative. La realtà è che l'”assedio” del Carroccio alle città del Nord per ora è fallito.
Tornando al Pdl le perdite vere del partito di Berlusconi sono soprattutto nei comuni del Centro dove il calo è del 31% e in quelli del Sud dove perde circa il 20%. Ma questo è vero per tutti i partiti tradizionali. Ormai in questa zona del Paese prevalgono liste personali di stampo clientelare. Nemmeno Sel che pure guadagna il 70% al Nord e il 130% al Centro riesce a far bene nei capoluoghi meridionali dove si ferma allo 0,3%. Solo l’Idv riesce a limitare le perdite in questa zona ma qui c’è l’effetto-Napoli dove il partito di Di Pietro arriva all’8,1%. Negli altri comuni l’Idv va malissimo. È il partito che perde di più. Complessivamente il calo è pari a quasi il 38% dei suoi elettori del 2010.
L’Udc non esce male da questa tornata elettorale. Il partito di Casini prende più o meno i voti che aveva nel 2010. Anzi cresce di quasi il 5%, soprattutto al Centro e al Sud. È probabile che questo sia un dato sottostimato perché in molti casi si presentava insieme ad altre liste. In generale è molto difficile stimare con questi dati la reale consistenza del terzo polo.
Un’ultima osservazione spetta al Movimento 5 stelle. Ha ottenuto il 3,8% dei voti nei 23 comuni. Al Nord però è arrivato al 4,5% e nei comuni del Centro all’8,2%. È diventato ormai una realtà con cui fare i conti.
Questo è il quadro, per ora. In attesa di altri dati.

Il Sole 24 Ore 19.05.11

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Bossi: «Il Pdl non ci trascinerà a fondo», di Barbara Fiammeri

Silvio Berlusconi continua a rimanere in silenzio. Non Umberto Bossi, che invia al Cavaliere un messaggio chiaro: «Non ci faremo trascinare a fondo». Nel giorno in cui alla ripresa dei lavori parlamentari la maggioranza viene battuta per ben cinque volte, i Responsabili si spaccano e il Pdl sceglie di evitare il voto sul testamento biologico, per non trovarsi di fronte a ulteriori brutte sorprese, il Senatur e il premier si preparano ad affrontare il dopo Milano. Bossi garantisce che non è intenzionato a mollare l’alleato, a provocare la crisi («Non illudetevi…») ma è pronto a dettare le sue condizioni: un sostanzioso rimpasto di governo, che potrebbe includere anche un vicepremier del Carroccio, una strategia definita per il rilancio economico e la conclusione del percorso federalista. I due ieri sera si sono sentiti dandosi appuntamento per stamane a margine del Consiglio dei ministri.

Una riunione, quella di Palazzo Chigi, convocata all’ultimo momento e che guarda caso avrà all’ordine del giorno un nuovo decreto sul federalismo. Il Cavaliere vuole tener buono l’alleato. Anche per questo ha dato l’ordine di lasciare in stand by i provvedimenti sulla giustizia (per la riforma non è stato fissato neppure il calendario), così come quello che avrebbe dovuto aumentare le poltrone nell’esecutivo per consentire l’ingresso di altri Responsabili (tant’è che alcuni hanno già annunciato di voler lasciare il gruppo) o il decreto per bloccare le demolizioni degli abusi a Napoli.

La Lega preme. Bossi ammette la «sconfitta», si mostra fiducioso sul ballottaggio («vinceremo»), attacca il terzo polo che non scegliendo con chi schierarsi al secondo turno «ha deciso di votare per la sinistra». Ma quel che più lo preoccupa è il dato deludente della Lega. E a poco serve dire – come ha fatto ieri – che la debacle milanese è colpa di una «campagna elettorale sbagliata». Nel mirino del Senatur ci sono sia il sindaco, Letizia Moratti, che il premier per l’eccessiva politicizzazione del test amministrativo.

Berlusconi però non la pensa così. Il premier sostiene che la sua presenza massiccia ha evitato un risultato ancora peggiore, che a sbagliare è stata soprattutto «Letizia». Quanto al dimezzamento delle preferenze la spiegazione è la seguente: «Gli elettori hanno pensato che non servisse ripetere il mio nome poiché già compariva nel simbolo». L’ordine di scuderia è tentare l’impossibile, riportare al voto tutti quegli elettori di centrodestra (almeno 40mila) che lo hanno disertato al primo turno.

Lo stesso vale per Napoli. «Forse ce la facciamo», diceva ieri Nicola Cosentino, coordinatore del Pdl campano, chiacchierando con alcuni colleghi nel Transatlantico della Camera. De Magistris però fa paura. «Altro che Lettieri, è l’ex Pm che interpreta bene il ruolo del candidato di rottura con il passato!», commentava amaro un ministro azzurro.
Nel partito si attende di vedere come andrà a finire. Ma l’aria che tira è pesantissima, con Il Giornale che attacca Formigoni e Cl accusandoli di non aver fatto la loro parte e il governatore lombardo che ribatte mettendo sotto accusa le prese di posizioni pro-Lassini del duo Santanché-Sallusti.

La Russa e Verdini continuano a ripetere che il risultato complessivo del Pdl non è negativo ma ieri Scajola, che guida una pattuglia di deputati dissidenti, è stato da Berlusconi. L’ex ministro non ha intenzione di rientrare al governo ma punta a un ruolo operativo nel Pdl.

Il Sole 24 Ore 19.05.11

"Saper perdere", di Nadia Urbinati

Uno degli obiettivi messi a segno dalle democrazie costituzionali moderne è stato quello di consentire di perdere. Perdere è stato per secoli un problema maledettamente serio, anche perché si traduceva quasi sempre con la soppressione del perdente o il suo assoggettamento servile al volere del vincitore.
Le città e gli Stati erano turbolenti proprio perché il potere non si adattava alla mortalità, non solo per l´ovvia ed eterna regola per cui chi ce l´aveva non lo voleva cedere, ma anche perché perderlo era decisamente molto pericoloso. Nelle repubbliche classiche, per esempio quella romana, le cariche circolavano tra una ristretta élite di senatori ed erano annuali così da consentire a tutti loro di coprirle prima o poi. La rotazione è stata una strategia molto lungimirante ma poté funzionare fino a quando la classe politica era molto ristretta per numero.
L´inclusione di un più largo popolo nelle repubbliche umanistiche è stato un fattore tragico di conflitti violenti anche perché il “volgo” veniva usato dai potenti per distruggersi l´un l´altro fino a quando non si ergeva un signorotto più arrogante o potente degli altri che si teneva tutto il potere per sé, interrompendo la competizione.
Questa storia si è conclusa, felicemente, con l´uso delle elezioni a periodicità regolare per la selezione di chi doveva ricoprire funzioni di potere, in primo luogo quella di fare le leggi, il potere più importante proprio per le conseguenze che poteva avere su chi perde. Le elezioni si adattavano bene a stati territorialmente larghi ma soprattutto riuscivano a mettere il potere politico in accordo con la temporalità. Perdere non era piú un problema poiché chi perdeva sapeva in anticipo che il gioco restava aperto, che la sua libertà non era toccata, che aveva quindi sempre la possibilità di riprovare a vincere. A queste condizioni, pensando cioè a un riscatto futuro, il potere riuscì a circolare senza mai fermarsi in un punto; e con la circolazione si ruppe l´incantesimo negativo associato alla sconfitta. Quelli che a ragione sono stati chiamati “i geni” della democrazia moderna, i padri della costituzione americana, hanno non soltanto colto la novità della rappresentanza elettorale ma inoltre teorizzato che senza di essa non si dava libertà proprio perché non si poteva risolvere il problema della vittoria e della sconfitta nella politica.
Questa spiegazione non sembri scolastica, poiché nel nostro Paese, nel ventunesimo secolo, succede che chi ha acquistato il potere, pur sapendo che è temporale proprio perché l´ha acquistato per via elettorale, pensa che non sia possibile pensare a un´altra leadership; che il cavallo che ha vinto debba sempre vincere. Che sia quasi condannato a vincere come se perfino l´immaginare un altro cavallo in dirittura d´arrivo sembri blasfemo. Non l´alternanza, ma la permanenza al potere. Prima della sconfitta al primo turno della candidata Letizia Moratti, il presidente del Consiglio ha dichiarato che sarebbe stato: «impensabile una città non governata da noi». L´ammissione va presa come un atto di sincerità. E forse mai frase è stata più sincera in questa campagna elettorale milanese condotta con “entrate a gamba tesa” che in una partita calcistica sarebbero costate espulsioni e rigori. È sincera perché rivela la convinzione antica che si annida nell´animo del nostro leader di governo: la politica come potere che non si deve perdere, che non permette di perdere.
Eppure, la grandezza della democrazia moderna sta proprio nella capacità di mandare a casa con un voto chi non vorrebbe mai lasciare, e inoltre, di farlo senza la presunzione di aver fatto giustizia. Poiché vincere e perdere non è una questione che decide chi sia più o meno giusto, o più o meno vicino al vero. Vincere e perdere un´elezione significa molto più semplicemente e umanamente aver fatto o no una buona campagna elettorale; aver fatto o no una buona politica da mettere sul piatto dell´opinione popolare. L´esito non piace mai a chi perde, ma perdere in questo modo, per la conta dei voti, è perdere nella libertà. Sapendo oltretutto che non è mai una perdita per sempre, ma temporanea, proprio come la propria vittoria di ieri, anche quando e se si tratta di un “ieri” lungo più di un decennio.
Quindi, certo che è immaginabile una città non governata dalla maggioranza che l´ha fin qui governata. Altrettanto lo è per il paese: chi lo governa non ha acquistato nessuna patente di validità permanente, e chi sta all´opposizione non è meno adatto a governare solo perché ha perso ieri. Poiché, vale ripeterlo, vincere e perdere non è una questione che mette in gioco la giustizia o la verità, se le regole sono rispettate, se il gioco è leale, combatterlo e vincerlo sono da soli una patente di legittimità sufficiente. Ecco perché la democrazia costituzionale è il miglior governo: perché fa immaginare vittorie e sconfitte come fatti possibili e normali, senza nessuna conseguenza per la libertà di chi perde perché senza attribuzioni di insostituibilità in chi vince.

La repubblica 19.05.11

"Paura dei numeri, il testamento biologico resta impantanato", di Jolanda Buffalini

Sine die: rinvio a data da destinarsi. L’immagine plastica dell’indietro tutta sul testamento biologico è quella dell’onorevole Cicchitto che si alza in Aula per rispondere all’appello bipartisan di Walter Veltroni. Un lungo giro di parole, un «non abbiamo mai voluto accelerare i tempi », e il «meno peggio è meglio del peggio» però «ora i tempi sono totalmente intrecciati con i ballottaggi» e allora meglio «spostare nel mese di giugno». A questo punto, persino a Fabrizio Cicchitto, professionista di lungo corso della politica, si inceppa la lingua. Chiede al presidente Fini di cambiare l’ordine del giorno, di mettere «il decreto». «No, non il decreto », «i trattati», no. Comesi dice? «La ratifica». La fibrillazione è iniziata martedì sera, si è aggravata quando il governo è andato sotto, ieri mattina, ma intanto il senatore Calabrò, padre del testo sulla «Dat» votato a palazzo Madama, si faceva vedere in Transatlantico per raccomandare: «Non cambiate troppo, altrimenti ci fermiamo di nuovo al senato». E quando Cicchitto, alle 16 e 30, finalmente dice «opportuno rinviare», l’imbarazzo è palpabile. «Sono impallati », «non sanno che pesci pigliare », «confusi, in tutt’altre faccende affaccendati», si sente commentare dall’opposizione. Walter Veltroni si alza per primo, nella ripresa d’Aula del pomeriggio. Fa un discorso alto, un «appello a tutte le parti, anche se ciò non collima con lo spirito del tempo». Riceverà per questo, i complimenti del relatore di maggioranza del ddl, Di Virgilio. «Alla politicizzazione estrema – dice l’ex segretario del Pd – non è sfuggita una materia delicata come l’omofobia, che dire allora di questa che investe l’incontro con la morte, su cui la mano pubblica deve intervenire con discrezione, rispetto, delicatezza? ». Veltroni cita la scrittrice Paola Nepi, paralizzata dalla distrofia muscolare progressiva: «Brutta legge, speriamo tutto questo finisca presto». E cita Giorgio La Pira nel dibattito alla Costituente, quando il cattolico fiorentino ritirò la proposta sull’articolo primo della Costituzione: «In nome di Dio e del popolo italiano», perché «le nostre contese sono troppo piccole da farsi nel nome di Dio». Ricorda che quel «senza vincolo di mandato» dettato dalla Costituzione «non era pensato per le trasmigrazioni da un gruppo parlamentare all’altro ma per questioni come queste che interpellano «il principio della vita e quello della libertà e che vanno sottratte al fuoco politico elettorale». È rinvio e Veltroni spera che, dopo il 29 maggio, in una situazione politica cambiata,«potremmo esserci liberati di una brutta legge». Livia Turco è basita dal comportamento della maggioranza, «avevano tirato fuori il Dat in campagna elettorale per dividere l’opposizione, ieri (martedì) nel comitato dei 9 non si capiva più niente». De Virgili ha accettato un emendamento di Barani (maggioranza) che restringe la Dat al divieto di accanimento terapeutico, «ma questo problema non esiste, i medici italiani rispettano il codice deontologico». Evidentemente la maionese è impazzita e le divisioni, ieri, erano palpabili nella maggioranza. La parlamentare Pd, martedì sera, aveva annunciato la richiesta di voto segreto, goccia che ha fatto traboccare il vaso del rinvio: comemilitarizzi il voto con i parlamentari in giro per ballottaggi? Eppure era cominciata proprio così, un mese fa, con una lettera di Berlusconi ai «suoi» perché non facessero mancare il loro voto a una legge importante. In piazza Montecitorio, intanto, i medici Cgil, il camice bianco con la scritta «Io non costringo, curo» hanno portato 11.000 firme di operatori sanitari più 10.000 di cittadini comuni. Con loro c’è il Tribunale del malato. «Ciò che questa legge rischia di distruggere – dice Massimo Cozza, Fp Cgil – è la relazione di fiducia medico paziente».

L’Unità 19.05.11

"Scuola e senso civico", di Pippo Frisone

Il vento del nord, dopo vent’anni d’indiscusso potere del centro-destra, ha cambiato direzione.
E lo ha fatto inaspettatamente, sorprendentemente oltre ogni previsione, proprio a Milano nella capitale del nord e del berlusconismo, nel cuore della fantapadania tanto cara alla Lega.
Il voto milanese alle amministrative del 15 e 16 maggio a Milano ha dato un responso netto e inequivocabile: 48% allo sfidante Pisapia contro il 41% al sindaco uscente Moratti.
Entrambi andranno tra due settimane al ballottaggio.
A ben guardare i programmi dell’uno e dell’altro,sono molte le affinità nei titoli e sui temi specifici.
Quello della Moratti si riassume in 100 nuovi progetti per Milano. Ebbene sui 100 progetti, si fa per dire che sono tanti, compreso quello (meritorio) sulla tutela degli amici a quattro zampe (cani e gatti), dalla cuccia al cimitero, poche righe distratte, d’ordinaria amministrazione dedicate alla scuola dell’infanzia con qualche bugia perchè le liste d’attesa ci sono eccome. Impegno a migliorare la refezione scolastica (perché fortemente criticata dai genitori), a mettere in sicurezza gli edifici (e sono ancora tanti non a norma), niente a difesa del tempo pieno poco o niente sull’integrazione degli stranieri.
Tutti temi di profondo imbarazzo, di profonde contraddizioni e qualche insuccesso per un sindaco uscente come la Moratti, a suo tempo paracadutata a Milano da Berlusconi proprio dal Ministero dell’Istruzione . Ministro d’una Istruzione volutamente non più pubblica.
Dall’altra parte, nel programma di Pisapia, troviamo un capitolo intero dedicato alla scuola che va sotto il titolo “Scuola e senso civico”.
Scuola e senso civico perché è nella scuola pubblica che si formano le coscienze dei futuri cittadini di domani.
Impegno in difesa della scuola pubblica, della qualità della scuola pubblica, del ruolo sociale e della dignità degli insegnanti, della qualità e della sicurezza delle strutture scolastiche. E ancora, integrazione civile , culturale e buone pratiche scolastiche, riapertura delle scuole civiche serali paritarie (dai licei ai tecnici e professionali) e rientro degli adulti nel sistema dell’istruzione. Questi i due programmi a confronto sulla scuola. E non poteva essere diversamente se nel programma Moratti c’è poco impegno e sostegno alla scuola pubblica.
Dopo i tagli e l’abbandono della scuola statale da parte del governo Berlusconi, non ci si poteva aspettare altro che la stessa coerenza nel programma del sindaco uscente ed ex Ministro dell’Istruzione, volutamente non pubblica.
E’ a partire dall’operato dell’ex ministro dell’istruzione Moratti che ha inizio lo smantellamento e il decadimento della scuola pubblica.
Tutto ciò spiega il silenzio sulle difficoltà in cui versa la scuola pubblica e l’appiattimento della Moratti sui tagli decisi dal governo Berlusconi, l’indebolimento delle politiche sull’integrazione degli stranieri per tener buona la Lega, il silenzio sul tempo pieno che a Milano raccoglie le adesioni più alte d’Italia con oltre il 93% delle classi.
Credo che gli elettori milanesi si siano già fatti da tempo un’idea ben precisa sulla scuola pubblica e su chi la difende veramente ben al di là dei programmi e dei proclami, vivendo sulla propria pelle e su quella dei loro figli le pesanti politiche dei tagli e del malfunzionamento dei servizi di questi ultimi anni. Per non parlare degli ostacoli posti all’integrazione degli alunni stranieri e di quelli diversamente abili.
Un’idea , quella sulla scuola che affiancata ai tanti problemi che affliggono la città, peserà e peserà parecchio al momento del ballottaggio, perché è soprattutto dalla scuola e nella scuola che passa il futuro di Milano e dei giovani milanesi.

da Scuola Oggi 19.05.11

""Scippo" alle donne sulle pensioni addio ai risparmi della riforma", di Rosaria Amato

Qualcuno parlava già del “tesoretto” delle donne. E invece i risparmi derivanti dalla parificazione dell´età pensionabile nella pubblica amministrazione, quasi quattro miliardi di euro tra il 2010 e il 2020, sono spariti, affondati nelle sabbie mobili della spesa pubblica. Ed è andato a vuoto il tentativo di recuperare quei fondi effettuato in extremis dalla vicepresidente del Senato Emma Bonino: la risoluzione presentata con Maria Ida Germontani e Pietro Ichino (che alla Camera era stata sottoscritta anche da deputati della maggioranza, tra i quali Lella Golfo e Beatrice Lorenzin) a Montecitorio non è stata poi votata per motivi procedurali, e al Senato è stata respinta per soli quattro voti. L´emendamento respinto si limitava a chiedere alla maggioranza di applicare il decreto-legge n.78 del 2009, facendo in modo che i risparmi dovuti all´innalzamento e all´equiparazione dell´età pensionabile delle donne nel pubblico impiego venissero destinati a «interventi dedicati a politiche sociali e familiari, con particolare attenzione alla non autosufficienza e all´esigenza di conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare delle lavoratrici».
Eppure era stata proprio il ministro delle Pari Opportunità Mara Carfagna a chiedere che quei fondi venissero spesi per alleviare il gravoso carico delle donne, che si occupano spesso a tempo pieno di genitori e figli, finendo per non avere tempo ed energie da dedicare al lavoro e alla carriera (e infatti il tasso di occupazione femminile italiano è il penultimo nella Ue, dopo di noi c´è solo Malta). Il decreto 78/2009 (convertito con legge 102/2009, e modificato dalla l.122/2010) attua una sentenza della Corte di giustizia delle Comunità Europee. I fondi “risparmiati” grazie all´innalzamento dell´età pensionabile sono 120 milioni di euro nel 2010, 242 nel 2011, 252 nel 2012 e così via fino ad arrivare al totale di 3 miliardi e 950 milioni nel 2020, anno a partire dal quale la riforma entrerà a regime e quindi i risparmi saranno fissi: 242 milioni di euro l´anno. Queste somme sono state destinate dall´art.22-ter l.102 del 2009 al “Fondo strategico per il Paese a sostegno dell´economia reale” (istituito con il decreto-anticrisi del 2009): una scelta che ne rende difficile la tracciabilità.
Quanto alle prime due tranche dei 4 miliardi, sono stati spesi in tutt´altro modo: la legge finanziaria 2010 ha previsto la sottrazione dal “fondo strategico” di circa 120 milioni di euro a copertura dei maggiori oneri derivanti dai provvedimenti nel settore sanitario. Mentre la legge di stabilità 2011 ha previsto che dal “fondo strategico” siano sottratti stavolta 242 milioni di euro, destinati a una serie di misure che nulla hanno a che vedere con la conciliazione: tra le varie destinazioni università, ricerca e sviluppo, missioni internazionali di pace, ammortizzatori sociali, come spiega il sito delle economiste Ingenere.
Uno scippo, insomma. E´ per questo che Emma Bonino e i firmatari della risoluzione respinta dal Senato lanciano un appello alla mobilitazione «contro un furto insopportabile» e a favore di un «welfare anche a misura di donna nel nostro Paese».

La Repubblica 19.05.11