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"Cambiare è possibile", di Ezio Mauro

Vinta dal Pd la corsa per Torino e per Bologna, bisogna ancora giocare il secondo tempo della partita per Napoli e per Milano, coi ballottaggi. Ma dopo quasi vent´anni la percezione dei cittadini oggi è che l´Italia abbia deciso di voltare pagina, stufa delle bugie, del parossismo, dell´estremismo che Silvio Berlusconi ha disseminato a piene mani nella campagna elettorale, spinto dall´ansia per un giudizio popolare non soltanto sul suo governo, ma sull´insieme della sua avventura politica. Mentre ancora si deve scegliere il sindaco, quel giudizio c´è stato, e netto. Il Paese vuole cambiare. Ha riscoperto il diritto di credere che il cambiamento è possibile.
È come la riscoperta della politica. Perché quel che è mancato in Italia, negli ultimi due anni, è proprio la politica, nel Paese e nel governo. Entrato a Palazzo Chigi con una maggioranza parlamentare enorme, il Premier l´ha distrutta con le sue mani, confermando nella frattura con Fini quell´incapacità di esercitare la leadership che già aveva manifestato nel ´94, rompendo con Bossi. Ha cercato di rimediare comperando singoli parlamentari in offerta speciale, garantendosi così i numeri per le leggi ad personam, confezionate per tagliare prescrizioni e allungare processi, in modo da sfuggire ai suoi giudici e all´uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Ma oltre i numeri non ha saputo costruire una strategia, un´alleanza e soprattutto una politica, perché non sono in vendita sul mercato.
Il risultato è un Paese non governato, senza politica estera, senza credibilità internazionale, con una politica economica che bypassa il Premier, prigioniero di un mantra che oscilla tra il negazionismo della crisi e della mancata crescita e il velleitarismo liberista del taglio delle tasse.
È difficile credere che la prudenza, l´equilibrio, l´autocontrollo possano essere le virtù del Cavaliere e, nel 2011, l´archetipo politico del berlusconismo. È arduo pensare che nei prossimi quindici giorni, e infine in quel che resta della legislatura, il presidente del Consiglio possa rimpannucciarsi negli abiti dell´imprenditore onesto e competente, del leader liberalmoderato interessato soltanto alle fortune del Paese, del custode dei valori della famiglia, del guardiano dei buoni costumi. È difficile credere al «ritorno al futuro» del premier per ragioni che andrebbero radicalmente rimosse e non possono ragionevolmente esserlo. Il passato della sua storta avventura imprenditoriale lo perseguita e gli rende impossibile affrontarne oggi gli esiti, spogliato dalle guarentigie del potere. Il nodo è sempre quello, dunque: l´impunità di Silvio Berlusconi. È il nodo che lo ha convinto, diciassette anni fa, a farsi capo partito. È lo stesso nodo che, da quasi venti anni, tiene sotto sequestro il destino politico del Paese. Come scioglierlo? Può essere la «moderazione», la via?
Si deve esaminare ciò che abbiamo avuto sotto gli occhi in queste settimane. Il presidente del Consiglio si è convinto ad accelerare rumorosamente il rifiuto dello Stato di diritto come sistema di vincoli imposti al potere. Naturalmente, non era un ghiribizzo e meno che mai volontà riformatrice. C´era al fondo una necessità tangibile. La liquidazione della sostanza della democrazia costituzionale – con l´esplicito progetto di annullare il sistema di separazioni e contrappesi, di funzioni e istituzioni di garanzia – non era, non è la strada per affrontare la crisi italiana che egli – capo del governo – è chiamato a superare. Era, è l´antidoto al disfacimento della mitologia dell´«uomo del fare». È il rimedio al suo personale collasso di uomo pubblico. Ha tre processi penali in corso. Raccontano di quale trama è tessuto il suo successo. Ha corrotto un testimone per salvarsi da due severe condanne. Con la frode fiscale e l´appropriazione indebita ha spogliato a suo vantaggio le ricchezze di Mediaset, quotata in borsa. Un giudizio civile d´appello deve presto quantificare – in centinaia di milioni di euro – il danno prodotto dalla corruzione di un giudice che gli ha consentito di mettere le mani abusivamente sulla Mondadori. Un quarto processo penale dà notizia non delle sue abitudini private, come ripetono i cortigiani, ma di un´irresponsabilità politica e di una sexual addiction che lo espone al ricatto mentre vìola (è l´accusa che deve affrontare) il corpo di una minorenne. Sono tutte qui – concretissime, dunque – le ragioni dell´estremismo politico che lo ha convinto a «decostituzionalizzare il sistema politico italiano». L´accusa di «brigatismo giudiziario»; i manifesti contro le Brigate rosse in toga; la denuncia dei patti scellerati tra i suoi oppositori politici e i pubblici ministeri; la denigrazione della Carta fondamentale; il disprezzo per la Corte costituzionale; la denuncia dei «troppi poteri» del Capo dello Stato; il rimpianto per l´impunità parlamentare; la minaccia di punitive inchieste parlamentari; la responsabilità civile dei giudici (vuole castigarli nel portafoglio) – in una parola l´estremismo politico, ideologico, urlatissimo di Berlusconi non è altro che il dispositivo per seppellire il (suo) passato, neutralizzare un presente processuale, garantirsi con una «riforma epocale della magistratura» un futuro di quiete e la conquista del Quirinale.
A questi obiettivi Berlusconi ha voluto piegare un voto amministrativo. Ha animato il suo messaggio propagandistico nel ridotto del Palazzo di Giustizia di Milano dove si è trascinato simulando di voler partecipare a processi che lo hanno visto sempre fuggiasco (c´è da giurarci, da quelle parti non si farà più vedere). In modo esplicito, il Cavaliere ha chiesto un ricco consenso contro la magistratura e un sontuoso plebiscito per se stesso, per la sua storia opaca, per la sua impunità, per la manomissione degli equilibri costituzionali: «A Milano sono elezioni politiche nazionali», ha gridato sentito da tutti. Ora, quale che sia il risultato del ballottaggio tra Pisapia e Moratti, la volontà popolare si è fatta sentire: lo ha bocciato dimezzandogli i voti e negandogli il plebiscito. Cosi che, a urne chiuse, sarà davvero difficile proporre in Parlamento la «prescrizione breve», il «processo lungo», la paralisi dei processi sui cui pende un conflitto di attribuzione, l´inutilizzabilità delle intercettazioni nel processo penale, la riforma costituzionale della giustizia, «epocale».
La scena consegna il capo del governo a un´alternativa del diavolo. O, per proteggere la sua declinante leadership politica, si fa «moderato» e rinuncia al conflitto con la magistratura e al programma immunitario. O, contrabbandando la sua urgenza privata come interesse nazionale, mette mano alla annunciata neutralizzazione del sistema di regole. In questo caso, rischia di rompere il precario equilibrio del governo perché la Lega non può pagare altri prezzi alle leggi ad personam. Nel primo caso, il prezzo lo ha pagato soltanto lui, Berlusconi: come ogni cittadino, egli dovrebbe accettare di dimostrare le sue ragioni e quindi la sua innocenza nel processo nei modi e nei tempi previsti dal codice senza il conforto di leggi scritte ad hoc. Ma Silvio Berlusconi può permetterselo? I suoi comportamenti di ieri e di oggi glielo consentono? È legittimo dubitarne come è ragionevole credere che gli sia preclusa ogni moderazione politica e istituzionale. Il premier non ha alternative: se non vuole perdere il potere, non può accettare stati di quiete. Se vuole difenderlo, deve accrescerlo, il suo potere. Non ha altra chance. È quel che farà o tenterà di fare. Costi quel che costi. La profezia è facile. Con buona pace di un´improponibile moderazione.

La Repubblica 18.05.11

"A Milano non s'addice lo stile Santanchè", di Chiara Beria di Argentine

Tre grandi fotografie in bianco e nero di milanesi caduti in nome della legge – Giorgio Ambrosoli, Guido Galli ed Emilio Alessandrini, giudici eroi della Seconda Resistenza contro i terroristi – esposte sulla facciata di palazzo di Giustizia sono state la miglior risposta – la più dignitosa ed efficace – ai violenti attacchi di esponenti del centrodestra alle istituzioni e, in particolare, alla magistratura. Milano non dimentica. Tre semplici immagini evocatrici di una stagione in cui violenza e intolleranza hanno insanguinato le strade della città hanno spazzato via i truci manifesti, «Via le Br dalle Procure», del candidato Pdl, Roberto Lassini e i virulenti attacchi di Daniela Santanché arrivata a definire «una metastasi», il pm Ilda Boccassini.

«19 marzo 1980: un bambino di 12 anni piange disperato il padre ucciso. Aprile 2011: un uomo di oltre 40 anni è costretto a leggere manifesti infamanti contro quelle procure che guidarono il Paese oltre la devastazione del terrorismo». L’accorata lettera scritta prima di Pasqua al Corriere della Sera da Giuseppe, il figlio di Guido Galli (le due figlie indossano la stessa toga del padre) avrebbero dovuto suonare da campanello d’allarme per Letizia Moratti e la sua squadra di consiliori e spin doctor. Odio e denigrazione dell’avversario non pagano nella città del magistero di grandi cardinali, da Montini a Martini a Tettamanzi e del riformismo socialista mai del tutto sepolto. Incredibilmente però Letizia Moratti che il 18 aprile, in linea con la sua storia di moderata, aveva preso le distanze dall’operazione Lassini è poi caduta nella stessa trappola. Non solo non ha mai preso le distanze dal cosiddetto «stile Santanché», non solo ha lanciato dopo il fischio dell’arbitro una falsa accusa a Giuliano Pisapia ma, neppure a urne chiuse, ha ammesso i suoi errori.

Molto si è già discusso e si discuterà su chi ha spinto Moratti (alla sua prima campagna elettorale con la tessera di partito; a palazzo Marino fu eletta da indipendente) su posizioni così estreme giocandosi così, almeno al primo turno, una fetta consistente del voto moderato. Di certo, però, nonostante gli indefessi tour elettorali del sindaco, di quartiere in quartiere, tra cene con mille donne, tagli di nastri e comizi in dialetto per sedurre i leghisti, il sindaco e la sua squadra di assessori non sembrano aver saputo ascoltare le voci di Milano. Facile ora dire affronteranno il ballottaggio parlando dei problemi della città. Piccolo esempio: l’assessore ai servizi sociali Mariolina Moioli, fedelissima del sindaco, per mesi ha snobbato i rappresentanti dei 1500 genitori dell’istituto St. Louis (non certo pericolosi comunisti!) disposti a pagare di tasca loro la ristrutturazione di un edificio dismesso regalando al Comune anche un asilo pur di avere a Milano un liceo inglese. Risultato: tra i genitori c’è chi, per pura protesta, ha convogliato i voti su un candidato di sinistra, Lamberto Bertolè (1660 preferenze).

Affitti impossibili per studenti e giovani coppie; difficoltà per tante donne di conciliare maternità e lavoro; inquinamento da traffico privato; luoghi storici come la Darsena e Sant’Ambrogio da anni deturpati dai cantieri di contestatissimi parcheggi. Non solo, come dice Bossi, le buche nelle strade: l’elenco dei problemi da affrontare nella metropoli in crisi è davvero lungo ed è davvero ingiusto dare tutte le colpe alla sola Moratti. Anche Berlusconi potrebbe riflettere se, in questi anni, non ha persino penalizzato (esempio: Linate-Malpensa svuotate a favore di Fiumicino con grave disagio per tanti professionisti e imprenditori del made in Italy) la città che l’ha portato fino a Palazzo Chigi. Milano di donne come Benedetta. La figlia di Walter Tobagi, un’altra vittima milanese dei terroristi che, indignata dai manifesti sulle Br e dalle invettive della Santanché, si è battuta fino all’ultimo comizio per Giuliano Pisapia ora commenta: «Milano non ha dimenticato e non si adegua; è una signora!».

La Stampa 18.05.11

"Dostoevskij nella suite", di Barbara Spinelli

Ecco, quello che si può leggere sul volto di Dominique Strauss-Kahn mentre sta in tribunale e viene a sapere che resterà in carcere, che nessuna cauzione lo tirerà fuori di lì, che non solo una grande avventura politica finisce in quell´aula ma una vita libera, una reputazione politica nobile. Ha la barba sfatta, gli occhi sperduti, la bocca come di chi d´un tratto s´accorge d´aver bevuto veleno, i tratti legnosi del caduto, colpito da nemesi inaudita.
Eppure quel volto non appartiene a un uomo ignaro, incosciente di sé e del paese dove lavora, colto di sorpresa dalla vastità del delitto (tentato stupro, aggressione sessuale, sequestro di persona: non sono accuse minori).
Strauss-Kahn sapeva com´è fatto il mondo, conosceva l´America e una giustizia che non concede impunità ai potenti e anzi spettacolarizza l´uguaglianza di tutti davanti alla legge (lo si è visto nel caso del finanziere Madoff, di Spitzer costretto a dimettersi da governatore di New York per un giro di escort). Conosceva a perfezione, come tutti coloro che sono ai vertici del potere e non sono stupidi, che ogni sua mossa era da anni spiata con occhio non solo curioso ma avido, spesso vendicativo. Conosceva anche i propri avversari, e ne aveva tanti sia in Francia sia altrove, da quando era direttore del Fondo monetario internazionale e aveva cominciato ad affrontare a modo suo, controcorrente, una crisi economica che tutto aveva messo in forse, e in primis l´ideologia stessa del Fondo. Dostoevskij ci fornisce il ritratto più calzante di quel che DSK è divenuto in queste ore: un potente scaraventato a terra, un uomo che ha sfidato il destino e che di fatto è un suicidato. Più precisamente: un giocatore d´azzardo che non gioca a casaccio, ma compulsivamente.
La politica è piena di simili Posseduti – in medicina si parla di dipendenza senza sostanze: in Italia ne sappiamo qualcosa, anzi molto. Giocano con tutto: non solo col potere politico ma col proprio corpo e con i corpi altrui, che calpestano. Dostoevskij racconta questa speciale dipendenza: il suo Giocatore finge l´attaccamento al lucro (o al sesso) ma l´oscuro oggetto del desiderio è altro: è l´«estrema bramosia di rischio, la voglia di stupire gli spettatori rischiando follemente». Inabissato nell´umiliazione, il direttore del Fondo monetario ha il volto di Aleksej Ivanovic: «Mi sembra di essermi fatto come di legno, di essermi come impantanato nella melma». Fatale, la roulette ha fermato il suo giro. Nella vita e nella politica, la chiave è nel vocabolario del croupier: «les jeux sont faits», «rien ne va plus». I giochi sono fatti, le puntate sono chiuse. Rien va: avrebbe chiuso Tommaso Landolfi.
Strauss-Kahn, non un Eroe ma un Giocatore dei nostri tempi. E forse anche di altri tempi: l´agonia della democrazia di Weimar, Fritz Lang la riassunse nella figura allegorica dello Spieler, del Giocatore. Può darsi che la vicenda sia una lurida montatura, o un equivoco atroce, anche solo in parte. Può darsi che qualcuno abbia teso una trappola, nella suite del Sofitel. Ma se trappola c´è stata, è stata tesa a un uomo che ha prestato il fianco, immerso nel fascino del rischio: ogni sorta di rischio, dal più nobile al più sozzo, fino allo stupro. A un uomo che intrecciava politica e sesso, senza tema di provocare disgusto. C´è una politica del disgusto – Martha Nussbaum ne descrive le ordalie in Disgusto e umanità – e Strauss-Kahn non l´ha messa nel calcolo. Se hai un punto debole, la politica del disgusto fa sì che resti impigliato e tramortito come un grosso ragno dentro l´aggrovigliata, troppo aggrovigliata tela che hai tessuto con le tue mani.
Il fatto che DSK non abbia calcolato razionalmente, pur conoscendo il precedente di Spitzer, che sia vissuto senza un grammo di prudenza: questo crea sgomento. Ha preferito la roulette agli scacchi, che secondo Benjamin Franklin insegnano ben diversi comportamenti: «Primo: la preveggenza, che guarda un po´ nel futuro e considera le conseguenze che possono venire da un´azione, perché il giocatore pensa continuamente. Secondo: la circospezione, che percorre l´intera scacchiera o scena dell´azione, le relazioni fra i diversi pezzi e le situazioni, i pericoli a cui sono rispettivamente esposti, (…) le probabilità che l´avversario faccia questa o quella mossa e attacchi questo o quel pezzo. Terzo: la cautela di non fare mosse troppo affrettate» (La morale degli scacchi, 1779). La regola dello scacchista è «accettare tutte le conseguenze della tua precipitazione». Strauss-Kahn l´ha sprezzata e ha perso tutto: la bramosia lo ha stritolato e rabbuia le stesse sue battaglie politiche. Forse non teneva a esse come diceva. Era pronto a sperperarle, sprecarle. Alcuni dicono: forse era un politico leggero, che si gettava nell´agone capricciosamente, che nell´intimo non ne aveva sufficientemente voglia. Non era un antipolitico come Berlusconi, ma si è comportato come se lo fosse.
È talmente incredibile, la sua storia nell´hotel (l´aggressione di una cameriera, e poi la colazione con la figlia come se nulla fosse, e infine i preparativi del viaggio in Europa dove l´attendevano riunioni decisive su Grecia e Portogallo minacciati dalla bancarotta) che allo stupore s´aggiunge qualcosa di infuriante. Se la sequela dovesse rivelarsi veridica, se l´accusa del procuratore venisse confermata, lo stupore si tramuterebbe in disgusto e anche collera. Disgusto per come un potente del mondo perde il senso della realtà, e viene a tal punto trasformato dalla politica e dal potere da accantonare sia la decenza sia la prudenza. Collera per le ripercussioni dell´accaduto e per l´idiota sottovalutazione prima del disastro, poi della soddisfazione che esso procurerà a tanti che esecravano la sua persona.
Questo colpisce nelle vicende di chi, forte della posizione di comando esercitato nel Fondo, si preparava presumibilmente a tornare in Francia, a duellare con Sarkozy nelle presidenziali del 2012. Colpisce l´abissale indifferenza alle frecce che possono trafiggere il potente, quando con disinvoltura si asserve alla roulette. Ci sono tutti gli ingredienti della favola nera: c´è il Dr. Jekyll che beve la miscela che s´è fabbricato e barcolla in vie notturne tramutato in criminoso Mr. Hyde. E c´è qualcosa di talmente cupo che si stenta a non fantasticare su avversari che altro non aspettavano che il finale sbandamento. Perché gli avversari politici esistevano, sesso e violenza non occupavano tutti gli spazi di DSK. Quel che stava facendo, nel Fondo, era secondo alcuni una rivoluzione. Appena 9 giorni prima del fattaccio, Joseph Stiglitz, l´economista che da anni denuncia i misfatti del Fmi, scrisse un articolo in cui annunciava la svolta radicale che Strauss-Kahn voleva imprimere all´istituzione: la fine delle condizioni capestro imposte ai paesi poveri, il «nesso indispensabile tra equità, occupazione e stabilità economica», la volontà di mettere tale nesso al centro del governo mondiale dell´economia (discorso alla Brookings Institution, 13 aprile 2011, vedi http://www.imf.org).
Anche per questo sul web ci si interroga, si parla di trame livide. Si ricorda l´offensiva contro Assange, accusato di stupro per screditare Wikileaks. Si enumerano i poteri forti (a Wall Street o in Francia) che potrebbero profittare del ragno suicidatosi nella tela. È troppo presto per trovare risposte chiare. E in fondo importa poco, sapere se il film noir è anche un noir politico. Per gli effetti che ha, è la storia di una gigantesca sconfitta politica. Di un giocatore talmente imbozzolato che nulla sa, come in Borges, dei pezzi che ha mosso: «Dio muove il giocatore, e questi il pezzo. Quale dio dietro Dio la trama ordisce di tempo e polvere, sogno e agonia?».

La Repubblica 18.05.11

“Poco studiosi e disillusi” L’Italia perde i giovani, di Raffaello Masci

I giovani in Italia sono sempre di meno, e questo all’incirca si sapeva. Ma sono anche il segmento sociale più fragile, emarginato, povero e disilluso della popolazione. Non è finita: l’11% degli oltre 6 milioni di under 24 (pari a circa 700 mila ragazzi) è «perduto». Sì, proprio così: non studia, non lavora, non cerca un lavoro perché si è stancato di cercarlo, e vive alla giornata.

Il quadro della condizione giovanile – secondo la relazione che ha tenuto alla Camera il direttore del Censis Giuseppe Roma – è attualmente pessimo e, se non verranno presi provvedimenti (che il Censis segnala e propone) potrà solo peggiorare.

Intanto i giovani stanno scomparendo come generazione – avverte il professor Roma -. In dieci anni ne abbiamo persi due milioni. Erano il 28% degli italiani solo 10 anni fa e sono diventati il 23%. Tra 15 anni saranno il 21%. Per contro gli over 65 sono il 20% oggi e saranno il 26% nel 2030.

Ma ciò che rende grigia la situazione dell’Italia, è che questa è anche una generazione profondamente infelice perché vive un’esclusione crescente dal mondo produttivo: insomma, non lavora. Un male comune agli altri stati comunitari, dove la disoccupazione giovanile ha raggiunto la media del 20%, ma più grave da noi, che abbiamo toccato quota 28%.

Se poi andiamo a distinguere tra fasce giovanili, «la partecipazione al lavoro è bassa nell’età dell’apprendistato e del diploma (18-24 anni), ma nei successivi dieci anni la quota di chi non ha avuto accesso alla vita attiva, alla piena autonomia e responsabilità raggiunge il 35%, una quota preoccupantemente alta, che sale al 45% per le donne e al 53% nel Mezzogiorno».

Un dramma. Tant’è che l’11,2% dei 6 milioni e 730 mila giovani italiani non regge e, appunto, si perde. Un fenomeno di sfiducia diffuso anche in Europa, ma lì la media è del 3,4%, un quarto rispetto all’Italia.

Colpa della precarietà, ma anche della scuola e soprattutto della bassa crescita del Pil, che non genera occupazione. La flessibilità in ingresso nel mercato del lavoro – dice il Censis – che pure «rappresenta uno strumento importante di attivazione della partecipazione giovanile», non ha prodotto occupazione di per sé, così come non l’ha prodotta neppure in altri Paesi europei che vi hanno fatto ricorso. Ha invece determinato, almeno in Italia, una precarietà strisciante e spesso sconfortante, se si considera che a tutt’oggi risultano «atipici» (cioè precari) l’85,3% dei contratti di lavoro che riguardano i giovani.

Quanto all’istruzione, potremmo sintetizzare dicendo che è troppo lunga (in Europa ci si diploma un anno prima), troppo scadente, e per di più inutile rispetto alle esigenze del mercato del lavoro. Abbiamo pochi laureati rispetto alla Ue (20,7% contro la media del 33%) ma anche il più basso tasso di occupazione tra i laureati (67% contro 84%), come dire che ne abbiamo pochi ma sono perfino troppi per le nostre esigenze.

E questo perché «la formazione universitaria si mostra poco rispondente alle esigenze del mercato». In sostanza, troppe lauree chiacchierose e farlocche producono dottori inutili e disoccupati.

Che fare di fronte a questo scenario? Il Censis suggerisce al parlamento cinque interventi: valorizzare i diplomi in senso professionalizzante, fare della laurea breve un percorso che insegni effettivamente a fare qualcosa e subito, pensare alla laurea specialistica come ad un percorso di praticantato per le professioni, sostenere l’imprenditoria giovanile detassandola per un triennio, infine, due giovani assunti per ogni cassintegrato che venga rimesso in formazione (a spese dello Stato).

La Stampa 18.05.11

"Ridare speranza e fiducia al Paese" Al via gli Stati Generali della Conoscenza, di Viola Giannoli

Dopo i tagli università e ricerca, giovani, insegnanti, ricercatori, genitori, organizzazioni sindacali, associazioni laiche e cattoliche si sono date appuntamento per confrontarsi ed elaborare proposte. “Il disinvestimento nei sistemi di formazione pubblica ha acuito le disuguaglianze e mette a rischio valori fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione”. “Ridare futuro, speranza e fiducia al Paese è la priorità. La conoscenza è lo strumento per farlo”. Con questo slogan si sono aperti questa mattina a Roma, nel centro congressi di via dei Frentani, gli Stati Generali della Conoscenza, un appuntamento preparato per mesi da un cartello di associazioni, sindacati e movimenti, che va dalla Cgil all’Adi (associazione dottorandi italiani), dall’Arci a Libera, dalle Rete 29 Aprile dei ricercatori alla studentesca Rete della conoscenza.Dopo lo tsunami dei tagli che negli anni ma soprattutto nell’ultima lunga stagione si sono abbattuti su scuola, università e ricerca, giovani, insegnanti, ricercatori, genitori, organizzazioni sindacali, associazioni laiche e cattoliche hanno deciso di dar vita a un primo grande appuntamento unitario di confronto e proposta. “Nel Paese c’è oggi una vera e propria emergenza culturale – scrivono i promotori – Il disinvestimento nei sistemi di formazione pubblica ha acuito le disuguaglianze e mette a rischio valori fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione: il diritto al sapere come base per l’esercizio della cittadinanza attiva, la scuola pubblica come fattore primario di inclusione e mobilità sociale, la libertà di insegnamento e ricerca. Per questo occorre rimettere al centro il concetto di conoscenza come bene comune, da cui far ripartire un progetto di ricostruzione etica e democratica”.

I lavori della prima giornata, dopo la presentazione del documento di base e l’intervento della professoressa Marianella Sclavi, esperta di arte di ascoltare e metodologie partecipative, si articoleranno in quattro seminari: “Conoscenza, costituzione, diritti, welfare” in cui si discuterà di diritto allo studio, continuità di reddito, precarietà; “Conoscenza: tempi, luoghi, relazioni per l’apprendimento permanente” dove si tenteranno di tracciare le linee per la costituzione di un sistema integrato tra scuola, università e altri luoghi della formazione come le università popolari, i circoli socio-culturali, gli enti; “Conoscenza: modalità, metodologie, processi” per sviluppare un’integrazione strategica tra nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione e i metodi di insegnamento; “Conoscenza, sviluppo, lavoro” in cui si studieranno le relazioni positive e le connessioni tra mondo dell’istruzione e occupazione verso un nuovo modello di crescita equo, solidale e sostenibile. In serata, dalle 20 alle 21.30, appuntamento con Loredana Martinez, attrice e docente di arte scenica, col musicista, compositore e direttore d’orchestra Paolo Damiani e i suoi allievi del Conservatorio di Santa Cecilia.

Domani i lavori si apriranno invece con l’intervento di Don Luigi Ciotti su “Conoscenza, cittadinanza e democrazia”. A seguire si aprirà un confronto per un progetto condiviso sulla conoscenza per il Paese e una discussione sulla “dichiarazioni di intenti” che raccoglierà le proposte emerse durante il dibattito e che rappresenterà la base di un progetto alternativo su cui costruire ulteriori momenti di azione e di confronto.

www.repubblica.it

"Sulla Lega la rivincita del tricolore", di Luigi La Spina

Il carisma è un dono di Dio, come dice l’etimologia greca della parola. Come tale, può essere concesso senza un perché. Ma pure senza un perché può essere ritirato. E quando non c’è più, si interrompe improvvisamente quello straordinario dialogo diretto con i suoi adepti che trasforma un capo politico in un leader, appunto, carismatico. Sembra questo il caso delle due uniche personalità della politica italiana che abbiano, o abbiano avuto, questo dono.

Si tratta dei fondatori dei due partiti personali della seconda Repubblica, Silvio Berlusconi e Umberto Bossi. Quello che colpisce, tra i vari significati del voto di domenica e lunedì, è proprio la mancata risposta, per la prima volta, del popolo, del loro popolo all’appello dei due leader del centrodestra. Come se quella eccezionale, quasi rabdomantica capacità di intuire, rappresentare ed esaudire i desideri degli elettori-fan si fosse misteriosamente appannata. Un segnale grave, proprio perché a un capo politico è concesso di commettere errori, ma un leader carismatico non può perdere la vera legittimazione del suo potere: la garanzia di un contatto permanente con i sentimenti dei suoi fedeli.

Il presidente del Consiglio ha tentato a Milano di replicare la mossa già tante volte riuscita in altre simili circostanze, quella di far passare attraverso il lavacro della sua persona, questa volta il malessere degli elettori milanesi per l’operato della Moratti e di riscattare il disagio per i risultati del suo governo con l’appello alla solidarietà contro i magistrati. Ma l’operazione mediatico-politica è incappata nell’improvvisa sordità del corpo moderato cittadino. Un atteggiamento sorprendente, anche perché il rifiuto all’appello berlusconiano non si è tradotto in un rafforzamento della Lega, né del «Terzo polo» e neppure si è rifugiato nel tradizionale serbatoio della protesta: l’astensione dal voto. Un «mistero di Milano» che sarà probabilmente svelato da un’accurata analisi dei flussi elettorali in quella città e che potrà risultare, comunque, meno indecifrabile solo tra quindici giorni, al ballottaggio.

Quella bacchetta magica in grado di individuare subito la vena sotterranea degli umori della propria gente sembra essersi spezzata anche nelle mani dell’altro leader carismatico del centrodestra, Umberto Bossi. Il caso del leader della Lega è, forse, ancor più interessante di quello del presidente del Consiglio. Innanzi tutto perché è più sorprendente: mentre le difficoltà per Berlusconi erano già state segnalate dai sondaggi, si pensava che l’alleato di governo potesse ereditare una cospicua parte della delusione moderata. C’è, poi, la sensazione che la perdita di sintonia tra le scelte di Bossi e i sentimenti del popolo leghista stia durando da oltre un anno, con prove ripetute ed evidenti, anche se finora mascherate dalla sua «dittatura» nelle espressioni ufficiali dei suoi colonnelli.

Il riassunto di questa progressiva incomunicabilità tra il fondatore del partito e i suoi sostenitori è facile ed eloquente. Cominciamo dal motivo unificante e principale del desiderio collettivo nella base leghista, l’abbassamento delle imposte. Su questo argomento si è diffuso il timore che il modo con il quale si sta impiantando il federalismo fiscale, almeno in un primo momento, aumenti la tassazione invece di diminuirla. Bisogna segnalare, inoltre, il dilagante malumore per l’obbligo di difendere Berlusconi dai suoi guai giudiziari, in un campo, quello della morale pubblica e privata, che non trova, nelle sensibilità sostanzialmente conservatrici di quegli elettori, troppa indulgenza.

I veri bocconi amari, però, sono venuti da alcune scelte di Berlusconi, avallate da Bossi. Il più indigeribile è il passaggio del ministero dell’Agricoltura, indispensabile tutore degli allevatori padani, prima dal leghista Zaia al berlusconiano Galan e, poi, addirittura a un siciliano, peraltro molto discusso, come Saverio Romano. Con il contorno di scelte altrettanto meridionalistiche tra i sottosegretari, per recuperare l’appoggio dei deputati cosiddetti «responsabili», stretti intorno al loro leader mediatico e simbolico, Salvatore Scilipoti.

Decisioni concrete che si sono affiancate a un altro clamoroso cortocircuito tra Bossi e suoi elettori, quello avvenuto in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell’unità italiana. I dirigenti della Lega hanno cercato di boicottare e, comunque, di sminuire il valore della festa, non intuendo che il clima generale del Paese, compreso quello della maggioranza degli abitanti anche del Nord, non era affatto disposto a seguirli in una posizione che è apparsa meschina, provinciale, venata da un antipatriottismo ingiustificato. Il coro di fischi che puntualmente si è levato di fronte a tale atteggiamento si è ritrovato nei risultati elettorali. Sintomatico quello di Novara, patria del tandem Cota-Giordano che guida la Regione in Piemonte. Mauro Franzinelli, fedelissimo della coppia più forte nella Lega del Nord Ovest, non è stato eletto al primo turno in una città dove il precedente sindaco di quel partito aveva superato, cinque anni fa, il 60% dei suffragi. I consensi della lista di Bossi, inoltre, hanno seguito lo stesso destino, calando dal 22 al 19 per cento.

Non bisogna, quando si parla di carisma, fare mai previsioni per il futuro. Quel «dono di Dio» è tanto forte, quanto labile. E’ possibile che Berlusconi e Bossi, come l’hanno improvvisamente perso, così improvvisamente lo ritrovino. Ma devono fare in fretta, perché il canale di comunicazione tra loro e il loro popolo potrebbe non riaprirsi più.

La Stampa 18.05.11

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“Il Senatur: se perdiamo si apre la crisi”, di CLAUDIO TITO

«Se la Moratti perde anche il ballottaggio, per noi è difficile rimanere lì». Questa volta Umberto Bossi pesa ogni singola parola. Non è più il tempo della campagna elettorale. Ma quello di capire quale strada debba imboccare la Lega. Il voto di Milano – tradizionalmente vittorioso per il centrodestra – si è improvvisamente trasformato nel momento delle scelte. «La situazione – ripete il Senatur ai big del Carroccio – non è facile. Noi ci impegneremo fino al 30 maggio, ma la vedo complicata».
La tensione è altissima. Il summit convocato nella sede di Via Bellerio assume contorni drammatici. Il leader lumbard invoca la calma: l´ipotesi di una rottura con il premier non può essere presa alla leggera. Ma l´incubo di tornare nel limbo della marginalità si materializza come uno spettro. Il Senatur fuma il sigaro e sfoglia i dati di tutte le elezioni locali. Davanti a lui ci sono Calderoli e Maroni, Cota e Giorgetti, Reguzzoni e Renzo Bossi. La sconfitta milanese è qualcosa di più di un semplice passo indietro. Può mettere in crisi il sistema di potere che negli ultimi vent´anni ha governato il cuore industriale del Paese. «Sarebbe la fine di un ciclo». E proprio per questo rischia di determinare scelte radicali in quello che Berlusconi ha sempre definito «l´alleato più fedele». Perché a quel punto «la crisi sarebbe alle porte».
Una svolta che Bossi non vorrebbe compiere ma teme possa diventare una opzione obbligatoria: «Possiamo ancora rimanere lì?». Del resto, il risultato del centrodestra è inaspettato. Lo ha spiazzato. Il suo “fiuto” questa volta ha tradito. E ora l´analisi è impietosa. E sebbene ci sia stato un rimpallo di responsabilità tra i quadri leghisti sulle scelte delle candidature, le accuse del Senatur sono rivolte in primo luogo al Pdl e al Cavaliere. «È crollato il Popolo delle libertà e ci ha trascinato verso il basso», è la sua analisi. Quasi per sollevare l´umore della sua truppa, cita alcuni esempi: a Busto Arsizio lo share della Lega si assesta al 27,9% e cinque anni fa era al 13. A Varese viene superato il 24% e nel 2006 si toccava il 20%. A Gallarate, dove il candidato lumbard non va nemmeno il ballottaggio, il dato della lista è però del 22 per cento contro il 10 delle precedenti comunali. E persino il 9% a Milano viene letto in controluce: il Carroccio perde quasi 6 punti rispetto alle regionali, ma ne guadagna un paio nel confronto con le comunali. «Il problema – ripete allora ai suoi fedelissimi – non è la nostra tenuta. Noi, dopo la vicenda immigrati, potevamo essere travolti. Ma non è stato così. Il problema è il Pdl». È l´asse tra la Lega e il Pdl, l´abbraccio tra Bossi e Berlusconi.
L´interrogativo del “capo” allora diventa un rovello nella seduta-fiume convocata nel bunker milanese. Tutti si rendono conto che questo sta diventando il “momento della verità”. «Se si perde a Milano – è la sua analisi – Berlusconi non avrà solo contro i magistrati, ma in Parlamento verranno meno i Responsabili, il Quirinale non potrà che fare il suo dovere e via dicendo. Per risollevarsi dovrebbe fare la riforma fiscale, quella costituzionale, rilanciare l´economia. Ma non sarebbe in grado di farlo». E per rendere tutto ancora più drammatico cita il piano di Tremonti presentato all´Ue che prevede tagli per 8 miliardi quest´anno, il prossimo e nel 2013. Non solo. «Tutti gli chiederanno di dimettersi e lui non lo farà. In quella situazione rischiamo di fare la fine degli ascari che difendono il forte e tra due anni torniamo al 4 per cento». Una prospettiva che terrorizza tutto lo stato maggiore padano.
Bossi chiede allora di lavorare «ventre a terra» per cercare di ribaltare la situazione a favore della Moratti. Per evitare così la scelta più traumatica. In caso di successo, allora, «potremo organizzare il rilancio e le riforme. Solo così ha senso restare. Altrimenti per noi è difficile reggere». Anche perché tutti i big leghisti sanno che la base è una pentola in ebollizione. Rischia di scoperchiarsi con un boato. Ma recuperare a Milano è «complicato». Tra i potentati meneghini – anche Berlusconi – già circola un sondaggio che vede volare Pisapia. «Silvio – dice il Senatur ai suoi – deve tirare fuori qualcosa dal cilindro. Non può dire ora che è un voto locale».
Eppure c´è un altro aspetto che fa infuriare il Carroccio. La lotta intestina nel Pdl. Il loro dito indice è puntato contro il Governatore Formigoni e contro Cl, accusati di aver votato contro Berlusconi. «Quello – è il sospetto di Bossi riferendosi al presidente lombardo – pensa di poter approfittare della crisi interna al suo partito». Accuse che un po´ tutti confermano e che nello stesso tempo fanno salire ulteriormente la tensione e la preoccupazione per un futuro incerto. La lista degli addebiti verso il Pdl si allunga: ognuno dei presenti al vertice riferisce un episodio che conferma l´analisi del Senatur. E a questo punto la memoria corre a sei mesi fa. Quando, dopo lo strappo di Fini, si aprì la prima riflessione nella maggioranza. «Avevamo detto a Silvio che doveva preparare l´alternativa a se stesso. Doveva indicare un nome. E invece ha scommesso su stesso pensando al 2013. Ma così o vince tutto o perde tutto».
Dopo il 30 maggio, dunque, l´equilibrio della politica potrebbe d´un tratto cambiare. La Lega sa bene che a giugno ogni crisi di governo non può portare alle elezioni anticipate. «Ma nessuno – avverte il leader lumbard – può dire quale sarà la soluzione. Ci chiederanno l´allargamento a Casini e ci parleranno di un governo istituzionale. Noi aspetteremo e vedremo».

La Repubblica 18.05.11

Bersani: «Pdl, scoppola micidiale. C'è un vincitore, e siamo noi»

Ecco le parole di Pier Luigi Bersani, segretario nazionale del Pd, al termine dei lavori del Coordinamento nazionale per commentare i risultati elettorali. L’incontro ha luogo nella sede del Pd in via Sant’Andrea delle Fratte.

«Ieri io non sorridevo per rispetto al loro dolore, ma visto che oggi dicono che pareggiano, rido e rido di gusto». «Leggendo oggi un pò di commenti, si vede che il Pd non gode di una grandissima stampa, immagino che sia forse per colpa mia. Sui giornali sembra che ci siano dei perdenti, ma non dei vincitori. È curioso. Noi diciamo che se c’è un perdente, c’è un vincitore ed è il centrosinista e il Pd».

«Il Pdl prende una scoppola micidiale. Una botta che non solo non viene compensata dalla Lega, ma vede la stessa Lega andare in difficoltà, nettamente in difficoltà e arretra in luoghi significativi in tutto il nord».

Se i ballottaggi confermeranno la tendenza del primo turno «noi ribadiremo l’esigenza di rivolgersi immediatamente ai problemi del paese. Siamo pronti a discutere con le nostre proposte. Se il governo e la maggioranza non fossero in condizioni di farlo, sarà meglio che vadano a casa, ma quello che chiediamo noi è di discutere dei problemi del paese».

«Questo vento non calerà». Lo assicura Pier Luigi Bersani in conferenza stampa dopo il voto alle amministrative. «Non so come reagiranno il Pdl e Berlusconi, ma questa linea estremista, oltranzista, divagante rispetto ai problemi del paese, è per loro perdente. Noi ne terremo un’altra e quando toccherà a noi governeremo per tutti. Noi nemici non ne abbiamo».

«Questa botta che prende il Pdl non solo non viene compensata dalla Lega ma la Lega va nettamente in difficoltà». «È successo – ha aggiunto – qualcosa di eclatante. Mi pare che confermi in modo netto quello che noi abbiamo detto in termini di sfida alla Lega. Dov’è la Lega di una volta? Questa Lega berlusconiana a Roma e leghista a casa dove va? I piedi in due scarpe oltre un certo limite non si possono tenere».

da www.unita.it