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"In rotta l'Alleanza del Nord Lega e Pdl, disastri in serie", di Massimo Razzi

Non è solo Milano il problema di Bossi e Berlusconi. Da Bologna a Savona, da Varese a Rovigo, i due partiti lasciano sul terreno decine di punti percentuali. Persino dove vincono. E quando perdono (come a Torino) si riducono a quote di sopravvivenza. In rotta l’Alleanza del Nord Lega e Pdl, disastri in serie Attilio Fontana, sindaco leghista di Varese, attende i risultati. Anche lui dovrà andare al ballottaggio
ROMA – Un abbraccio se non mortale, quantomeno velenoso. La Lega di governo affonda insieme al Pdl in una delle peggiori giornate elettorali di Berlusconi e del centrodestra. Un dato per tutti che riguarda la provincia di Treviso 1che, pure, il centrodestra conquista al primo turno col 57,6%. Il presidente leghista Leonardo Muraro si conferma con la stessa percentuale del 2006, ma la Lega Nord perde quasi il 20 per cento in un anno passando dal 48,5% delle regionali 2010 al 29,6% di oggi. Il Pdl cede molto meno (circa il 2%) ma passa dal 15,5% al 13,7%, percentuali decisamente basse rispetto al 27,3% delle politiche del 2008.

E non è un caso isolato. Perché, andando a spulciare (per quanto possibile dal momento che pochi risultati sono definitivi) tra i dati che arrivano dai comuni e dalle province del Nord, si assiste a un fenomeno che ha quasi sempre lo stesso segno: il Pdl arretra e la Lega frena vistosamente. A cominciare da Bologna 2 dove Merola (Pd) ce la fa di poco, ma il centrodestra si ferma ben lontano da un risultato accettabile col 30,36% del giovane Manes Bernardini. Qualche mese fa, in momenti migliori, la Lega aveva accarezzato l’idea di abbattere a Bologna (per la seconda volta dopo Guazzaloca) il consolidato potere del centrosinistra. L’occasione, dopo la rovinosa caduta di Delbono, era ghiotta, ma la Lega non è
riuscita ad essere un fattore di peso in queste elezioni. La sua crescita è evidente: dal 3,1 delle comunali del 2009 al 10,73 di oggi. Ma, in mezzo, c’era già stato l’8,57% delle regionali dell’anno scorso. I due punti in più non sono quello che Bossi e i suoi si aspettavano da Bologna. Né, probabilmente, il Pdl si aspettava di perdere quasi 9 punti passando dal 25,23 delle regionali al 16,51% di queste comunali. Ma, oggi, quello che deve far pensare gli uomini del Carroccio bolognese è il fatto di essere stati quasi raggiunti dai grillini a 5 stelle, veri vincitori di queste elezioni che toccano il 9,44 per cento.

Un fenomeno, che, con qualche differenza, si può leggere quasi dappertutto nel Nord e che pone un serio problema di lettura politica del risultato a Bossi e al suo stato maggiore. Castelli ha cercato 3 di ridurre tutto al problema di Milano e Calderoli ha ricordato che la Lega aumenta i suoi sindaci (rispetto al 2006 non ci voleva molto), ma i numeri, per quanto ancora incompleti, sono piuttosto impietosi.

Partiamo proprio da Milano 4dove è ormai chiaro che Pisapia andrà al ballottaggio con circa il 48% dei suffragi e un netto vantaggio (circa sette punti) sulla Moratti. Ebbene, mentre il Pd risale al 28,6% (aveva ottenuto il 26,3% alle regionali dell’anno scorso), il Pdl lascia sul terreno oltre sette punti passando dal 36,01% al 28,8% di oggi. E anche qui, lo scivolone del partito di Berlusconi (forse prevedibile) non viene compensato dalla Lega “di lotta e di governo” che, pure, ha appena conquistato l’agognato federalismo. Sembra, insomma, che gli elettori colgano più l’appiattirsi di Bossi sui temi berlusconiani (giustizia, lotta alla magistratura e intervento in Libia) che il suo tentativo di distinguersi che si è concretizzato, nelle ultime settimane, in alcune significative prese di distanza. La Lega, in proporzione, fa persino peggio dei suoi partner berlusconiani e, rispetto alle regionali del 2010 perde quasi cinque punti passando dal 14,49% al 9,67%. Bossi, dunque, lascia in piazza del Duomo un terzo del suo elettorato e, questa sera, ha chiaro che l’impresa di (ri)conquistare Milano in due settimane è quasi disperata. Anche perché intorno alla Moratti si respira aria di sconfitta, un’aria che, in politica, non ha mai attirato nessuno.

Ma il fenomeno non ha eccezioni. Basta uscire di pochi chilometri da Milano per arrivare a Varese 5dove il sindaco leghista Attilio Fontana (che nel 2006 era passato tranquillamente al primo turno col 57,8% dei voti), è costretto, questa volta al ballottaggio. Con 3 sezioni da scrutinare su 85, è fermo al 49,15% ed è praticamente certo che, fra due settimane a Varese si voterà di nuovo. Lega e Pdl sono alla pari: 24,39% (Pdl), e 24,01% (Lega) ma, insieme, perdono circa l’11%: 8 punti il Pdl e almeno 3 la Lega.

Cambiando regione, c’è il caso di Savona 6 dove un candidato del Pd è stato arrestato nei giorni scorsi a causa di una serie di malversazioni e di un giro di tangenti legato a una squadra locale di calcio. Molti hanno pensato che il sindaco uscente Federico Berruti l’avrebbe pagata cara e che il centrodestra aveva davanti una grossa occasione per tornare al governo del comune del Ponente ligure. Niente da fare, a fine scrutinio, Berruti è oltre il 57% (l’altra volta venne eletto con il 59,5%) e lo scandalo non sembra averne scalfito la forza. Il Pdl è al 16% (aveva il 24,2%) e la Lega si deve accontentare del 5,3% (partiva dall’8,7%).

Situazione analoga a Pavia 7 dove il centrodestra è costretto al ballottaggio (43,9% contro il 34,1% del centrosinistra) e il Pdl passa dal 30,4% delle regionali al 22,7. La Lega ha lo stesso andamento negativo e scende dal 28,2% al 21,5%. Stesso discorso alla Provincia di Gorizia 8 che il centrosinistra conquista al primo turno: il Pdl scende dal 31,3% al 17,5%, qui, però, la Lega recupera qualcosa passando dall’8,2 al 13,5. Anche a Mantova 9 (ballottaggio con i due contendenti alla pari poco sopra il 41%) entrambi i partiti del centrodestra perdono: il Pdl lascia sul terreno quasi dieci punti (dal 29,2% al 19,7%) e la Lega solo due (dal 22 al 20,4).

Dove, poi, la sconfitta è inequivocabile, come a Torino 10, si assiste al pesante ridimensionamento del centrodestra che si riduce di una decina di punti passando dal 32% complessivo delle regionali al 24% circa di oggi. Il Pdl è al 17,9% e la Lega al 6,7%. Quote quasi marginali nella seconda città del Nord. A Rovigo 11, infine (altro ballottaggio imprevisto per il centrodestra), Pdl e Lega perdono insieme ben 18 punti: i berlusconiani calano dal 33 al 23 e il Carroccio passa dal 19,4% all’11,2%.

I numeri, dunque, non lasciano dubbi. L’alleanza del Nord, questa volta, non ha funzionato: Lega e Pdl, pagano cara la sensazione data agli elettori di essersi occupati molto dei problemi di Berlusconi ma poco di quelli del Paese.

La Repubblica 17.05.11

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“I delusi del Cav non votano Bossi”, di Roberto D’Alimonte

È successo spesso nella storia della Seconda Repubblica che le elezioni amministrative abbiano avuto un impatto notevole sulla politica nazionale. E anche questa volta sembra profilarsi uno scenario del genere. Fu così nel 1993, quando le vittorie dei candidati di sinistra nei comuni al voto in quell’anno furono uno degli elementi che convinsero Silvio Berlusconi a scendere in campo.

Berlusconi voleva rimettere insieme i pezzi allo sbando dello schieramento moderato e contrastare così quella che appariva come una sicura vittoria dei “comunisti” nelle elezioni politiche dell’anno successivo. Nelle regioni del Nord l’operazione è riuscita. Intorno al Cavaliere si è costituito un blocco moderato che ha sistematicamente conquistato la maggioranza dei voti nella gran parte dei comuni e delle regioni di questa zona del Paese. Oggi sembra che qualcosa stia cambiando.
Non ci sono ancora certezze. I dati non sono definitivi e quindi la prudenza è d’obbligo. Da queste amministrative però arrivano segnali inequivocabili che qualcosa sta cambiando all’interno del centrodestra. E Milano è naturalmente il segnale più rivelatore.

Qualcuno aveva dato Pisapia in vantaggio sulla Moratti sulla base di qualche sondaggio. Nessuno però aveva previsto che il vantaggio potesse essere così vistoso. Addirittura 6 punti percentuali, con Pisapia al 48% e la Moratti al 42 per cento. Il dato è ancora più significativo perché la partecipazione elettorale è aumentata di tre punti rispetto alle regionali ed è identica a quella delle precedenti comunali. Quale che sarà il risultato del ballottaggio, questo è già un dato negativo per il centrodestra.

L’ultima volta che questo schieramento vinse al secondo turno fu nel 1997. Nel 2001 Albertini e nel 2006 la Moratti ce la fecero al primo. Ma la situazione di oggi è molto diversa da quella del 1997. Questi dati, se confermati, dicono che il risultato di ieri non è solo dovuto allo scarso appeal della candidata Moratti ma anche alla debolezza complessiva della sua coalizione e in particolare dei suoi due maggiori partiti. Che la Moratti godesse di scarsa popolarità era noto. La novità è che a Milano hanno perso consensi – rispetto alle regionali del 2010 – sia la Lega Nord sia il Pdl. A partire dal 1994 il centrodestra non era mai sceso sotto il 50% dei consensi a livello proporzionale. Adesso si parla di un 43 per cento.
Questa volta, a differenza del passato, non c’è stato scambio di voti tra Lega e Pdl. Ci sono invece state perdite nette dell’uno e dell’altro. Contrariamente alle aspettative i delusi di Berlusconi non hanno votato Bossi. E così tutto il centrodestra arretra.

Il problema non si presenta solo a Milano. Se così fosse la spiegazione potrebbe essere cercata in fattori locali. E quindi la rilevanza nazionale del voto andrebbe ridimensionata. E invece non è così. Rispetto alle ultime regionali Pdl e Lega perdono sistematicamente in tutto il Nord sia nei comuni che nelle province. La Lega perde in 14 dei 15 Comuni capoluogo dove era presente. Guadagna solo a Bologna. Perde più di 3 punti a Torino, 5 punti nella provincia di Treviso, 6 punti nella provincia di Pavia.

Il Pdl perde ancora di più: 12 punti a Ravenna, 10 a Rimini, 15 a Trieste, 10 a Bologna e così via. La presenza di liste civiche può spiegare una parte di queste perdite. Ma il trend è troppo generalizzato per essere spiegato solo in questo modo. È difficile immaginare che i rapporti tra i due partiti possano restare gli stessi dopo questo tornata elettorale. La collaborazione competitiva non funziona più come una volta. Ma è anche difficile immaginare per loro scenari alternativi nel breve periodo.

Quanto al centrosinistra può essere soddisfatto della sua performance mentre non si può dire la stessa cosa del terzo polo e delle sue componenti. Il partito di Bersani è andato bene a Torino e a Milano e in fondo anche a Bologna. A Napoli però ha dovuto cedere il passo all’Italia dei valori che però non ha molto di cui gioire a parte Napoli. Il partito di Di Pietro infatti sembra aver perso terreno quasi dappertutto. Probabilmente a favore del movimento di Grillo che ha confermato e in alcuni casi superato il risultato ottenuto nelle regionali del 2010. Il terzo polo, a parte Napoli, non si è visto.

Per il bilancio finale di queste elezioni dobbiamo aspettare i dati definitivi e soprattutto i ballottaggi. Per tirare le somme occorrono quanto meno i dati completi dei 29 comuni capoluogo e delle 11 province. Ma il test decisivo sarà a Milano. Se il 30 Maggio Pisapia diventerà sindaco si potrà dire che qualcosa è veramente cambiato al Nord e quindi nel Paese.

Il Sole 24 Ore 17.05.11

"Due risposte amare per il premier", di Luigi La Spina

Due risposte molto chiare. La prima sul piano nazionale, la seconda sul governo delle città. E’ questo il significato fondamentale delle elezioni amministrative che hanno coinvolto circa 13 milioni di italiani. A Milano, la sorpresa maggiore e dalle conseguenze più importanti: Berlusconi aveva sollecitato un altro referendum su di sé e, questa volta, è stato sconfitto. La Lega sperava di cavalcare l’onda lunga di un successo che sembrava crescente e, invece, deve registrare un netto arretramento. La delusione per i voti mancati a Bossi e per l’imprudente affiancamento del leader leghista alla campagna elettorale della Moratti aprirà certamente una profonda riflessione in quel partito, con probabili conseguenze negli equilibri del governo nazionale.

Anche perché non è solo a Milano che la Lega perde consensi. Pure nell’altra grande città del Nord, a Torino, il test per il partito del governatore piemontese Roberto Cota non è certo rassicurante.

Alla riflessione è soprattutto chiamato, però, il presidente del Consiglio. Non solo per gli effetti della radicalizzazione propagandistica che ha voluto imprimere alla campagna elettorale. Non solo per la scelta di aver sovrapposto la sua persona alle sorti precarie dell’esperienza della Moratti a Milano, ricorrendo a un carisma che non sembra più sufficiente a ribaltare anche le situazioni più disperate. Ma per i risultati del suo governo, certamente deludenti per una parte non marginale del suo elettorato. Motivo non secondario di un esito elettorale che non è, comunque, esagerato definire clamoroso.

E’ molto interessante, però, anche il secondo responso, quello che riguarda più strettamente la natura amministrativa di questo voto. Il verdetto delle quattro sfide nelle città più importanti, Milano, Torino, Napoli e Bologna, dimostra quanto conti il giudizio degli elettori su come siano stati governati e la loro opinione sulle personalità che si candidano a sindaci. Il parere dei milanesi sull’operato della Moratti non consente dubbi: non solo la candidata Pdl alla rielezione non ha vinto al primo turno, ma è stata nettamente superata dal suo sfidante di centrosinistra. La differenza tra i suoi voti e quelli delle liste che l’hanno appoggiata, inoltre, conferma inequivocabilmente la bocciatura del suo quinquennale mandato.

Stesso discorso, ma tutto al contrario, si può fare per Torino. Qui, il consenso sulle giunte guidate da Chiamparino ha certamente agevolato la strada del candidato di centrosinistra alla sua successione, ma anche la presenza di un leader forte, esperto, autorevole ha rassicurato la città nella speranza che continui il rilancio della capitale subalpina sul piano nazionale. A Napoli, poi, il Pd ha pagato duramente sia i risultati negativi dell’amministrazione Iervolino, sia le divisioni e gli scandali avvenuti alle primarie. Stesso discorso si può fare a Bologna, per la stenta, se pure sarà confermata dai risultati finali, vittoria del candidato Pd nella città più tradizionalmente «rossa».

Sempre per restare nel campo della sinistra, l’ottimo risultato delle liste «Cinque stelle» di Grillo, pur prive di risonanza mediatica «tradizionale», deve far riflettere la dirigenza del principale partito dell’opposizione. Così come il successo di De Magistris a Napoli dimostra, il Pd non riesce ad assorbire e a rappresentare anche il disagio di una ribellione al modo di fare politica che non può essere ignorata e tanto meno disprezzata.

C’era un’altra incognita, infine, sulla quale si era concentrata l’attenzione dell’opinione pubblica in questo parziale, ma importante voto amministrativo. Era atteso un primo responso sul futuro del nuovo terzo polo della politica italiana, quello rappresentato dalla triade dei suoi leader, Casini, Fini, Rutelli. L’ambizione era quella di essere determinanti per la vittoria di uno o dell’altro schieramento. Dal punto di vista numerico, la percentuale dei suffragi non sembra molto confortante. Ma non è questo il punto più grave per i dirigenti di quei partiti. E’ vero, come si sono subito affrettati a dichiarare, che si può anche considerare come un punto di partenza per una corsa che, evidentemente, dovrà aver più tempo per accelerare l’andatura. Ma il problema che ora si presenta davanti al «Terzo polo» è di natura più politica che aritmetica. Si tratta, infatti, di scegliere, per i ballottaggi a Milano e a Napoli, chi sostenere tra i due contendenti. Una decisione difficile, soprattutto in vista del duello Pisapia-Moratti tra quindici giorni. Dovranno valutare se far prevalere il desiderio di vedere sconfitto Berlusconi nella capitale del berlusconismo, con possibili drammatici effetti sul governo nazionale e sulla sorte stessa dell’esperienza politica del Cavaliere. Oppure privilegiare il timore di una pericolosa spaccatura tra la dirigenza e un elettorato che, del moderatismo, è forse l’espressione più pura. In ogni caso, il prezzo per il destino del «Terzo polo» potrebbe essere salatissimo.

La Stampa 17.05.11

"Un'altra Italia", di Massimo Giannini

La favola è finita. Il berlusconismo come narrazione epica e proiezione carismatica cade sotto i colpi della nuda verità. Non c´è più spazio per la menzogna sistematica, la propaganda populistica, la manipolazione mediatica. Questa volta il presidente del Consiglio non può brandire sondaggi posticci come armi di distrazione di massa. Questa volta c´è il voto di tredici milioni di italiani, a dimostrare che la sua parabola politica non è un «destino ineluttabile», e nemmeno una «biografia della nazione».
È stato Berlusconi ad annunciare che questo appuntamento elettorale era molto più che una contesa locale. È stato lui stesso a definire il voto di Milano «un test nazionale», e a trasformare di nuovo (come ha sempre fatto dalla mitica discesa in campo del ´94) la chiamata alle urne nell´ennesimo, titanico «referendum» sulla sua persona. Ebbene, la risposta degli elettori è inequivocabile. Il premier ha perso il suo referendum. E lo ha perso in modo clamoroso, subendo il colpo più devastante proprio nel cuore del suo sistema di potere. Nella città dove la favola era cominciata, e dove la destra forzaleghista ha costruito negli anni una roccaforte che pareva inespugnabile e un´egemonia che sembrava insuperabile.
Questo voto fotografa innanzi tutto una rovinosa sconfitta personale del premier. Berlusconi ha personalizzato l´intera campagna elettorale. Con una strategia chiara: killeraggio politico contro gli avversari nelle città, stato d´assedio permanente contro le istituzioni nel Paese. Mentre sparava parole come pallottole contro le toghe «cancro da estirpare» e contro il Quirinale «potere da ridimensionare», il Cavaliere è sceso in battaglia da capolista a Milano (mettendo la faccia e la firma persino sull´accusa vergognosa e violenta della Moratti contro Pisapia) ed è sceso in campo da tribuno a Napoli (rilanciando le sue colossali «ecoballe» sulla sciagura dei rifiuti, persino quella colpa dei «pm politicizzati»). La strategia non ha pagato. Di più, si è rivelata un suicidio, in entrambi i comuni sui quali il premier si è speso in prima persona.
Milano va al ballottaggio, per la prima volta dal ´97, con Berlusconi che vede più che dimezzati i suoi voti di preferenza rispetto alle comunali del 2006, il candidato del centrosinistra che è in vantaggio, il Pd che diventa primo partito della città. E con Pisapia che, a dispetto della bugiarda imboscata morattiana sul suo passato di «amico dei terroristi», viene votato in massa come unico e autentico esponente dei «moderati» nel capoluogo lombardo. Un vero e proprio «miracolo a Milano». E al ballottaggio va anche Napoli, dove Lettieri non sfonda nonostante i disastri del Partito democratico dalle primarie in poi.
Ma questo voto fotografa anche una sconfitta politica della maggioranza. Questa volta non perde solo Berlusconi. Al contrario di quanto accadde alle politiche di tre anni fa, i voti in uscita dal Pdl non sono stati drenati dalla Lega, che a Milano cede quasi 5 punti sulle regionali del 2010 e poco più di 3 punti sulle politiche del 2008. La vagheggiata Padania, invece di rafforzarsi ed espandersi, sbiadisce e restringe i suoi confini. A Torino stravince Fassino, a Bologna vince Merola, e capoluoghi importanti come Trieste e Savona, Varese e Pordenone, Rovigo e Novara, vanno al secondo turno. Il vento del Nord ha iniziato a cambiare direzione. E questo, per il Carroccio, è molto più che un campanello d´allarme.
Bossi non può dire, come aveva sussurrato prima del voto, «se la Moratti vince abbiamo vinto noi, se perde ha perso Berlusconi». Di fronte a questi dati, è l´intera alleanza forzaleghista che affonda. La Lega paga un prezzo altissimo alla sua metamorfosi, da partito di lotta a partito di governo. E paga un conto salatissimo a quel «vincolo di coalizione» che l´ha unita e la unisce al Pdl: ha sostenuto le campagne più odiose e onerose del Cavaliere, dalle norme ad personam alla guerra in Libia, e non ha ancora portato a casa il federalismo «realizzato». Quanto possono reggere le camicie verdi, ingabbiate dentro questo patto scellerato, e private dello spirito libero, rivoluzionario e pre-politico, grazie al quale hanno sfondato gli argini del Po dal 2001 in poi?
Ma questo voto fotografa anche la vittoria politica delle opposizioni. Di tutte le opposizioni. Il Pd esce dal voto con qualcosa in più del risultato che si aspettava. Bersani aveva detto: mi accontento di due vittorie piene (Torino e Bologna) e di due ballottaggi (Milano e Napoli). È andata esattamente così. Con un dato milanese che va al di là di tutte le aspettative: certo, almeno nel voto di lista dovuto più alla debolezza dell´avversario che alla forza dello sfidante. Ma un dato pur sempre sorprendente, che si accompagna ad una ripresa anche nelle altre città e province in cui si è votato. Con questi numeri, sarà difficile pretendere dal segretario una «verifica» sulla linea politica, come qualcuno aveva chiesto inopinatamente prima del voto. Con questi numeri, sarà opportuno che l´intero stato maggiore dei democratici coltivi il valore dell´unità e non più il rancore delle divisioni.
Il Terzo Polo di Casini e Fini, anche se ottiene un rendimento non esaltante dal punto di vista dei candidati, si consolida come ago della bilancia su scala nazionale. Esattamente quello a cui puntava: con il Centro, grande o piccolo che sia, bisogna scendere a patti, per vincere le elezioni. Anche se la diaspora all´interno di Futuro e Libertà non pare finita, e produrrà probabilmente altre dolorose rese dei conti.
Le altre forze a sinistra del Partito democratico crescono in modo significativo. Non solo l´Idv, con l´exploit di De Magistris a Napoli, ma anche Sinistra e Libertà di Vendola e i candidati «grillini» a Milano e soprattutto a Bologna. Qualche anima bella, soprattutto nel centrodestra sedicente «moderato», lamenterà ora il rischio di un preoccupante bradisismo elettorale verso le ali più radicali dell´opposizione. Ma che cosa c´è stato di più irriducibilmente estremista e tecnicamente eversiva, in questi mesi, se non la guerra totale condotta da Berlusconi contro tutti i suoi nemici?
E ad ogni modo, con questi risultati bisogna confrontarsi, prendendo atto che nel Paese un´ampia fetta di elettorato sente un bisogno di rappresentanza per una sinistra più solida e visibile, in quella metà del campo. In vista dei ballottaggi, questa vastissima area di opposizione è chiamata all´assunzione di una responsabilità forte, all´altezza del compito che gli elettori le hanno affidato. Si vedrà poi quali effetti potranno scaturire, a livello nazionale, da questa scomposizione e ricomposizione del fronte «anti-berlusconiano». Se cioè potrà esserci il rischio di riproporre sul mercato politico una copia sbiadita dell´improponibile Unione del 2006, o se potrà nascere su basi nuove e diverse quell´Alleanza costituzionale per la fuoriuscita dal berlusconismo, senza scorciatoie tattiche o contaminazioni ideologiche.
Ci sarà tempo per riflettere sul dato più generale di queste elezioni amministrative, che ci consegnano un Paese con un elettorato molto più saggio, più pragmatico e più fluido di come forse lo immaginavamo. Un elettorato che non affida cambiali in bianco a nessuno, nemmeno al Grande Imbonitore di Arcore. Che chiede fatti e non parole, soluzioni e non rappresentazioni. Un elettorato che non sembra affatto contento del bipartitismo imperfetto e improduttivo di questi anni e che, pur senza rinnegare le logiche del bipolarismo, guarda a orizzonti più ampi ed esige alleanze più larghe.
Ma intanto occorre prendere atto che quest´area di forte opposizione a Berlusconi esiste. Ed è vastissima. Forse è già maggioritaria, in questa Italia evidentemente non del tutto narcotizzata dal quasi Ventennio dell´anomalia berlusconiana. Un´Italia stanca di guerra, di tracotanze istituzionali e di prepotenze mediatiche, di abusi di potere e di leggi su misura. Un´Italia che non ne può più di un esecutivo indeciso a tutto e di un capo di Stato che incarna l´Anti-Stato. Anche la Lega non potrà non tenerne conto, nella fase che si apre di qui al termine della legislatura. Non si può più governare con l´Intifada azzurra di Berlusconi e con i Responsabili di Scilipoti. Il voto di ieri dimostra che questo Paese merita molto di più, e molto di meglio.

La Repubblica 17.05.11

Risultati elezioni: "Vinciamo noi e perdono loro"

Bersani commenta il voto delle amministrative 2011: “La crisi di governo che esiste già, sicuramente si acuirà e arriverà a un punto di rottura. Occupiamoci prima di tutto del lavoro”. “I dati che stanno arrivando significano una cosa sola: vinciamo noi e perdono loro”, così il segretario del PD, Pier Luigi Bersani ha introdotto la conferenza stampa con cui sono stati analizzati i primi risultati delle elezioni amministrative 2011. “Siamo molto soddisfatti – ha continuato il leader democratico – c’è un’inversione di tendenza un po’ ovunque con un vento del nord contro il globo Pdl-Lega. La sfida lanciata da Berlusconi, agitare le tifoserie, si è rivelata un boomerang. Noi abbiamo fatto una campagna elettorale su temi di merito, con il lavoro al primo posto. Abbiamo lasciato gli estremismi a Berlusconi e i risultati si sono visti”.

Milano.”Il voto di Milano ha avuto un esito straordinario. Il mio pronostico si è avverato, quando dicevo che a Milano si vinceva facile, avevo ragione. Anche se il risultato di oggi va oltre le mie aspettative. Ma non mi stupisco che da Milano arrivi un segnale contro questa maggioranza di centrodestra”.

“Sui ballottaggi siamo più che fiduciosi – ha aggiunto il segretario del Pd – e ci impegneremo, combatteremo, mostreremo il volto civile della nostra battaglia.

Napoli. “Lavoreremo per unire tutto il centrosinistra incoraggiati anche dal fatto evidente che Lettieri ha un risultato molto basso”, ha proseguito Bersani parlando del voto a Napoli.
“Le forze che il centrosinistra mette in campo sono nelle condizioni di poter vincere ai ballottaggi. Il Pd lavorerà per unire e per portare avanti questa battaglia comune”.

L’affermazione della lista di Grillo al Nord. Pier Luigi Bersani ha voluto mandare un messaggio ai candidati ‘grillini’ che hanno corso con la lista Cinque Stelle: “Non si può stare nell’infanzia per sempre. Se si diventa forza politica bisogna tirare le somme e decidere. Ci rivolgeremo a loro in modo amichevole e rigoroso, ci interessa la loro opinione, soprattutto quella dei giovani. Ma sia chiaro: possiamo migliorarci, ma non siamo uguali agli altri”.

Derivate politiche: riflessioni e crisi. Le riflessioni che nasceranno all’interno della maggioranza cammineranno con gambe proprie dopo la sconfitta elettorale. “A questo punto la Lega faccia una riflessione perché il voto di Milano dimostra che si è aperta un’incrinatura fortissima tra il centrodestra e i suoi elettori che non può non portare a una crisi Pdl-Lega. Si sta aprendo una nuova fase politica ed è evidente che il governo non è in grado di governare ed è inutile che dopo le elezioni provino a rabberciare”. Ora stiamo andando con il pilota automatico ma l’Italia non può andare avanti così.

Il terzo Polo. Alla domanda sulle alleanze e in particolare sul Terzo Polo, Pier Luigi Bersani ha confermato la strategia del PD: “Il messaggio del PD era, è e sarà che bisogna andare oltre Berlusconi e ricostruire il Paese con una convergenza di progressisti e moderati seriamente costituzionali. Noi ci preoccupiamo dell’Italia e parliamo del dopo Berlusconi che non sarà banale perché con l’attuale maggioranza sono stati lesionati alcuni muri portanti della nostra democrazia”.

Ballottaggi. Bersani non ha dubbi nel caso in cui i prossimi ballottaggi confermassero la tendenza di vittoria del centrosinistra. “La crisi di governo che esiste già, sicuramente si acuirà e arriverà a un punto di rottura”.

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Zoggia: Dal Nord parte l'inversione di tendenza

“Un dato clamoroso, che supera abbondantemente le previsioni”. Così Davide Zoggia, responsabile Enti locali del Pd, ha commentato ufficialmente a nome del partito i primi risultati del voto amministrativo. Zoggia ha parlato di “inizio di inversione di tendenza politica al Nord”. “A Milano – ha continuato Zoggia – succede un fatto clamoroso nel senso che non solo il candidato del centrosinistra è al ballottaggio ma in questo momento sopravanza il sindaco uscente. Si tratta di un risultato che supera abbondamentemente le previsioni e se aggiungiamo il dato di Torino, dove Piero Fassino sembra vincere al primo turno, si profila un quadro complessivo per le realta’ piu’ importanti del nord decisamente innovativo”.

A Bologna siamo davanti ad un buon risultato con Virginio Merola nettamente in vantaggio sul candidato del centrodestra, confermando il voto del 2009 e il ballottaggio conseguente.

A Napoli, il centrodestra ha avuto un risultato disastroso e sebbene lo scrutinio dei voti al momento vede il vantaggio di De Magistris su Morcone, il fatto che il centrosinistra sia avanti è un buon dato che ci spinge con maggiore fermezza a lavorare per la ricomposizione di tutto il centrosinistra per affermare i principi della legalità e la riscossa civica.

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"La laurea? Italiani disincantati non ci credono quattro su dieci", di Federico Pace

I giovani italiani sono quelli che in tutta Europa considerano meno attraente l’opzione dell’istruzione universitaria. E continuano a preoccuparli il lavoro che non si trova e la paga quasi mai non adeguata ai costi per mantenersi. Indagine di Eurobarometro su aspirazioni e timori di 30 mila ragazzi europei tra 15 e 35 anni. Forse perché il lavoro continua a essere una risorsa sempre più introvabile. Forse perché non c’è una sufficiente informazione sui vantaggi concreti, seppure meno significativi di quanto non fossero in passato, che ancora può offrire. Forse perché la delusione per le sempre minori opportunità che vengono offerte loro è ormai il sentimento più radicato. Sta il fatto che i ragazzi italiani sono quelli che in Europa, tra i loro coetanei, guardano con meno interesse all’istruzione universitaria. Il risultato emerge dall’indagine di Eurobarometro che ha sentito più di trentamila giovani con un’età compresa tra 15 e 35 anni per capirne preoccupazioni e aspirazioni.

In Italia quattro su dieci, di questi giovanissimi e meno giovani, pensa che l’istruzione universitaria non sia una soluzione appetibile. E’ il dato più alto di tutta Europa. Quasi il doppio dei valori medi che, in tutti e 27 gli stati membri, raggiunge appena il 20 per cento. Anche in Francia, a dire il vero, le percentuali sono preoccupanti (il 35 per cento) e in parte anche in Spagna (il 23 per cento). Molto diverse le proporzioni invece negli altri paesi. In Danimarca quelli che non la considerano attraente sono solo il 7 per cento e la quasi totalità guarda a essa come a una chance concreta. Così come accade, ad esempio, in Norvegia, Belgio, Germania, Repubblica Ceca e Olanda (vedi tabella).

Le convinzioni dei più giovani. Se si osservano i dati complessivi europei, nella scomposizione per ambiti socio-demografici, si scopre che sono soprattutto i giovanissimi a essere più attratti da un’opzione di questo tipo. Nella media europea, la considerano una scelta interessante l’81 per cento dei ragazzi con un’età compresa tra 15 e 19 anni. La percentuale scende al 75 per cento per quelli che invece hanno un’età compresa tra 25 e 35 anni.

Il lavoro sempre più lontano. L’occupazione è per i giovani come un enigma privo di soluzione. Con quasi un terzo di loro alla ricerca vana di un posto, sono comprensibili le risposte date riguardo i timori relativi all’occupazione. Tra le principali risposte date c’è quella di non riuscire a trovare un impiego nella città in cui si vive o nella regione di residenza. La dà come prima risposta il 30 per cento dei ragazzi europei a cui si aggiunge un altro 23 per cento che la indica come seconda risposta.

C’è poi la preoccupazione di non riuscire a trovare un impiego nell’ambito del proprio percorso formativo. La propone come prima riposta il 22 per cento e come seconda il 19 per cento. Preoccupa pure il livello della paga. Il venti per cento di loro segnala come primo timore proprio la difficoltà di trovare una retribuzione adeguata ai costi per mantenersi, mentre per un altro 22 per cento è la seconda risposta.

La coerenza degli studi. Le apprensioni dei ragazzi italiani sono simili a quelle dei loro coetanei europei. Semmai, c’è un ancora più acuto timore riguardo alla possibilità di trovare un impiego coerente con il proprio percorso di studio. Da noi infatti complessivamente, tra prima e seconda risposta, lo indica il 50,7 per cento. La disponibilità di un posto nella città o nelle regione di residenza arriva al 50, 3 per cento (ciascuno poteva indicare più risposte). Quanto allo stipendio è tra i principali timori per il 37,1 per cento dei ragazzi. Ma un altro 26,2 per cento (tra prima e seconda risposta) dice di non conoscere il tipo di offerte di lavoro che ci sono davvero sul mercato dell’occupazione.

Il mancato orientamento. Gli studenti italiani sono quelli che giudicano con maggiore severità le attività di orientamento e counselling ricevuti durante il percorso scolastico sulle opportunità formative successive e sugli sbocchi occupazionali. Meno di un quarto dà infatti un giudizio positivo ai servizi e alle strutture che li hanno supportati mentre la media europea è il doppio. Più insoddisfatti di loro sono solo i turchi.

Desiderio e necessità. Quando alla volontà di lavorare in un altro paese europeo le cose si fanno più complesse. Il 31,3 per cento dei ragazzi europei dice di volere lavorare in un’altra nazione, ma per un limitato periodo di tempo. Sono invece il 26,2 per cento quelli che desiderano farlo per una più ampia fase della propria vita. In Italia i numeri sono inferiori. Il 55,4 per cento dice di non desiderare una soluzione di questo tipo. Solo il 14,1 per cento guarda a questa opzione in maniera favorevole anche se si trattasse di una scelta per una significativa porzione di tempo della propria vita. Un altro 23,9 per cento, invece, sarebbe intenzionato a farlo ma solo per un breve periodo.

Gli studi all’estero e i costi. Quanto agli studi, chi va fuori dai confini nazionali per percorsi scolastici e formazione, lo fa per lo più con fondi privati. In tutta Europa ricorre ai propri capitali il 65 per cento. Gli altri ricorrono a fondi o borse di studio offerte da istituzioni europee, nazionali e regionali o da imprese. In Italia chi si paga da la propria permanenza è il 69 per cento. All’opposto, c’è invece la Norvegia dove solo il 40 per cento è costretto a pagarsi da sé percorsi di studio all’estero.

Imprenditorialità e aspirazioni. C’è poi la questione della disponibilità e del desiderio di avviare un propria impresa. In Europa al 43 per cento dei giovani piacerebbe avviare un proprio progetto imprenditoriale. Mentre il 42 per cento non ha questa ambizione perché troppo rischiosa, troppo complicata o perché troppo difficile accedere ai finanziamenti necessari. In Italia, e forse anche questo è un altro dato che dà da pensare e che meriterebbe un maggiore approfondimento, sono molti meno quelli che pensano a un’attività in proprio. Solo il 27 per cento. E anche questo dato è il più basso in tutta Europa.

TABELLA: la classifca europea

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"Controlli nella legge che non si legge", di Silvia Giannini e Maria Cecilia Guerra

Il decreto sviluppo interviene sui controlli amministrativi, non solo fiscali, operati da qualsiasi amministrazione, centrale e locale. Il tema della semplificazione dei controlli è molto caro alle imprese e l’intento del governo è ovviamente condivisibile, purché non vada a detrimento del rispetto delle regole. La norma però presenta difficoltà sia interpretative che di attuazione, affronta più la coda che la testa del problema e il suo impatto sulla crescita rischia di essere così incerto da sollevare dubbi sulla sua collocazione in un decreto con carattere di urgenza.

Il 19 aprile, nell’audizione alla Camera sul Documento economico e finanziario, Giulio Tremonti aveva annunciato l’intenzione del governo di interrompere ”l’oppressione” sulle imprese fatta di controlli che ”hanno un costo”, fanno ”perdere tempo” e a volte portano a un ”meccanismo di corruzione”.
Il tema è molto caro alle imprese e l’intento del governo è ovviamente condivisibile, purché non vada a detrimento del rispetto delle regole. La norma deputata al perseguimento di questo obiettivo, inserita nello schema di decreto legge sullo sviluppo (articolo 7: “semplificazione fiscale”), solleva problemi sia interpretativi che di attuazione, affronta più la coda che la testa della questione (i controlli ex post più che i vari tipi e livelli di regolazione ex ante, solo in parte trattati all’articolo 6) e il suo impatto sulla crescita rischia di essere così incerto da suscita dubbi sulla sua collocazione in un decreto con carattere di urgenza.

UN CONTROLLO UNIFICATO E SEMESTRALE

La norma in questione riguarda i controlli amministrativi, non solo fiscali, operati da qualsiasi amministrazione, centrale e locale, in forma di accesso, in cui cioè il controllore si reca materialmente presso l’impresa da controllare.

Si dispone che questi tipi di controllo, per quanto riguarda le piccole e medie imprese:

– siano unificati, il che richiede che i vari enti e istituzioni deputati programmino i controlli, si coordinino e si scambino informazioni;
– possano essere operati al massimo con cadenza semestrale, vale a dire non più di un controllo, unificato, ogni sei mesi;
– non possano durare più di 15 giorni.

In caso di violazione, non è specificato se l’atto diventi nullo, ma si precisa che esso costituisce illecito disciplinare a carico dei dipendenti pubblici che lo hanno adottato.

L’ATTUAZIONE DELLA NORMA

Il ministro dell’Economia ha garantito, in conferenza stampa, che questo decreto è un virtuoso esempio di “legge che si legge”, e cioè di legge che contiene al suo interno la spiegazione e l’interpretazione delle norme proposte. Abbiamo letto con fiducia e speranza, ma il quadro ci è parso incerto e molti sono i quesiti e dubbi aperti.

1. Alivello statale, e con esclusivo riferimento alle materie fiscali e previdenziali, il coordinamento fra Agenzia delle Entrate, Guardia di finanza, Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato e Inps sarà disciplinato da un apposito decreto del Mef, adottato di concerto con il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Sarebbe necessario sapere quali sono i termini del decreto attuativo e i suoi principali contenuti.
2. Alivello substatale, il coordinamento fra le amministrazioni locali “comprese le Forze di polizia locali comunque denominate e le aziende ed agenzie regionali e locali comunque denominate” è affidato allo Sportello unico per le attività produttive (Suap), dove esiste, oppure alla Camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura competente sul territorio. Il Suap, nonostante sia un progetto ormai più che decennale, la cui istituzione è divenuta obbligatoria con decreto legge 112 del 2008, non è ancora presente in tutti i comuni. Prima ancora di decollare sarebbe gravato di oneri nuovi e non propri. Il decreto non specifica con quali strumenti, con quali competenze, con quali risorse ed entro quali tempi lo Sportello unico (o la Camera di commercio) dovrà attuare il coordinamento, che richiede anche che i sistemi informativi e le banche dati dei diversi enti coinvolti dialoghino fra di loro.
3. Se l’accesso presso l’impresa deve essere unico, nell’arco dei sei mesi, come avviene il coordinamento fra il livello nazionale e quello locale? Il richiamo all’articolo 117 della Costituzione è sufficiente a evitare conflitti di competenze fra Stato e enti decentrati?
4. Il vincolo sul controllo semestrale sarà subito operativo, anche prima che si sia concretizzato l’auspicato coordinamento tra enti e istituzioni locali e centrali? In questo caso potrebbe generarsi una situazione caotica: l’impresa alla cui porta busserà l’Inps, che sospetta la presenza di lavoratori non in regala dal punto di vista contributivo, potrà non aprire perché ha già subito la visita della Guardia di finanza? (Potrà cioè dire nelle parole del ministro “non rompete più di tanto”?)
Nel caso di controlli plurimi entro l’arco dei sei mesi, scatteranno da subito i provvedimenti di illecito disciplinare per i soggetti delle amministrazioni pubbliche coinvolti? Non potrebbe, questa incertezza, determinare un blocco dei controlli?
5. Sono previste molte eccezioni. È fatta salva la possibilità di accesso in materia di “repressione dei reati e di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro” o “funzionali alla tutela dell’igiene pubblica, della pubblica incolumità, dell’ordine e della sicurezza pubblica” ovvero, a quanto si intende, per tutti i controlli (per esempio, ambientali, fiscali, previdenziali), purché “decisi con provvedimento adeguatamente motivato per ragioni di necessità ed urgenza”. Si tratta di eccezioni, da un lato, così ampie da potere annullare l’efficacia della norma, dall’altro, così vaghe da lasciare considerevoli margini di incertezza interpretativa.
6. Ancora non è disponibile la relazione tecnica, ma al massimo conterrà gli effetti della norma sui saldi della pubblica amministrazione. Sarebbe invece necessario avere non solo la valutazione dei tempi, di cui si è detto, ma anche quella dei benefici lordi e netti che ci si attende da queste operazioni di semplificazione.

Senza queste precisazioni il dettato del decreto legge rischia, finito l’effetto annuncio, di arenarsi, con impatto nullo sulla crescita, o persino potenzialmente negativo, se prevalessero l’incertezza, il blocco dei controlli e una diffusa sensazione che la norma consente di allentare il rigore nel rispetto delle regole.

da lavoce.info