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"Il potere e il sesso", di Michela Marzano

C´è come un sentimento d´impunità. Quando si occupano posti di grande responsabilità. Come se il potere e la ricchezza rendessero onnipotenti. Fino a convincersi che gli altri hanno meno valore.
E che una povera femme de chambre non aspetti altro che avere relazioni sessuali con il direttore generale dell´Fmi nella suite dell´albergo in cui lavora. Certo, prima di scagliare la prima pietra si dovrebbero aspettare le conclusioni della magistratura. Non ci si può permettere di comportarsi come se i fatti fossero già stati provati, come se Dominique Strauss-Kahn fosse già stato riconosciuto colpevole di stupro. Ma non si può nemmeno negare in blocco l´accaduto e banalizzare le dichiarazioni della giovane donna di colore, come sta accadendo in questi giorni in Francia, dove gli amici e i collaboratori di Strauss-Kahn invocano l´esistenza di un complotto a scala mondiale. “Non ci credo.” “Non è possibile.” “Non è l´uomo con cui lavoro da anni.” Come se l´intelligenza, il prestigio e la fama di colui che i sondaggi davano vincente alle future presidenziali rendessero automaticamente quest´uomo immune da ogni critica e da ogni sospetto. Come se la sua “scarsa resistenza all´attrazione femminile” ne facesse la vittima prescelta di macchinazioni e menzogne.
Ammettiamo pure che il direttore generale dell´Fmi sia particolarmente sensibile al fascino femminile. Ammettiamo pure che la sua “passione” per le donne si sia trasformata in una vera e propria “dipendenza dal sesso”. E allora? Si tratta forse di una scusa? Da quando in qua la dipendenza sessuale giustifica il ricorso alla violenza e alla brutalità quando l´oggetto del proprio desiderio non gradisce le attenzioni e le avances che le vengono rivolte? Tanto più che il problema non riguarda affatto il modo in cui Dominique Strauss-Kahn vive la propria sessualità in privato. Quello che ognuno di noi fa nella propria camera da letto non riguarda proprio nessuno. Tra “adulti consenzienti”, come si dice oggi, tutto è lecito. O quasi. Perché nelle storie di infedeltà coniugale, c´è sempre chi soffre e, prima o poi, ci rimette le penne. Ma questa è un´altra storia. Soprattutto in Francia, che ha fatto per secoli del libertinaggio il suo credo. Il vero problema è altrove. Quando si parte dal presupposto che il “consenso” sia un´opinione personale e relativa. Quando si pensa che tutte le donne siano automaticamente disponibili e felici di avere rapporti sessuali con un uomo ricco e potente.
Il postulato di partenza di questo tipo di credenze e di allegazioni è falso e offensivo. Perché non è vero che tutte le donne sono sensibili al fascino poco discreto del potere. Ne esistono tante che restano indifferenti e che, anzi, non sopportano di essere importunate da chi si crede irresistibile e al di sopra delle parti, proprio perché potente. Ma soprattutto non è vero che, quando si occupano posizioni di rilievo e si è ricchi o famosi, si possa dare per scontato il consenso di una donna. A meno di non credere che, per i potenti della terra, tutto sia lecito. E che la perversione possa diventare un modello di comportamento. E quando parlo di perversione, non penso affatto alla perversione sessuale, come potrebbero credere puritani e moralisti. Parlo della perversione morale, quella che spinge alcune persone – uomini politici, grandi imprenditori, star e successful people – a comportarsi come se gli altri non avessero alcun valore, come se non esistessero nemmeno in quanto “altro”, come se si trattasse di semplici pedine su una scacchiera da spostare come e quando si vuole. Come spiegava Gilles Deleuze, il perverso vive e agisce in un mondo in cui la presenza degli altri è opzionale, perché l´unica cosa che importa sono le proprie pulsioni. “Sia fatta la mia volontà!”. Tanto gli altri, all´occorrenza le altre, non contano. “Sia fatta la mia volontà!”. Tanto che cosa vuoi che importi al mondo intero dell´esistenza risibile di una povera cameriera?
I legami ambivalenti tra sesso e potere sono sempre esistiti. Esattamente come i pregiudizi secondo cui le donne sarebbero particolarmente affascinate dagli uomini di potere. Un tempo, i signori non esitavano ad intrattenere relazioni sessuali e a vivere amori ancillari con le schiave e con le serve. Indipendentemente dal fatto che queste ultime fossero o meno consenzienti. Ma all´epoca, le persone non avevano tutte lo stesso statuto e la stessa dignità. C´erano da un lato le persone libere, dall´altro gli schiavi. Da un lato gli uomini, dall´altro le donne. Ma come è possibile che oggi, all´era dell´uguaglianza e della libertà, valori chiave delle nostre democrazie, alcune persone possano anche solo immaginare che il potere e la ricchezza le rendano “più degne” di rispetto delle altre? E che non sia possibile che una cameriera di colore possa non aver voglia di fare l´amore con il direttore generale dell´Fmi?

La Repubblica 17.05.11

"Giornata contro l'omofobia", di Paolo Patanè*

Il 17 maggio è la Giornata mondiale contro l’omofobia. Il 23 maggio, dopo 1000 giorni in Commissione, arriva in aula, alla Camera dei Deputati, il dibattito sulla legge contro l’omofobia. Sei giorni per verificare la capacità della politica di percepire la questione dei diritti delle persone lesbiche, gay e transessuali come parametro di compimento della Democrazia, ovvero di affermazione di quel principio di uguaglianza che connota la nostra Costituzione e che da due secoli a questa parte ha visto come testimoni militanti le donne, gli ebrei, le persone di colore ed oggi le persone lgbt.

Quando si tenta di offrire una descrizione sociale dei fenomeni di omofobia e transfobia nel nostro Paese,spesso li si collega impropriamente al clamore e alla rabbia di una cronaca che normalmente ci presenta una vittima e un carnefice nelle circostanze più disparate della vita quotidiana:il lavoro, la famiglia, la scuola. In realtà la vera misura del disprezzo, della violenza e dell’odio che declina l’omofobia sta più nel silenzio che nel clamore.

Il silenzio è la cornice di acquiescenze e connivenze che rende quadro la violenza in sè: il silenzio dei colleghi di lavoro, il silenzio delle Istituzioni,dei compagni di scuola,dei docenti,ovvero di tutti coloro che sanno o vedono e tacciono per paura, disinteresse o persino complicità. Quel silenzio è anche l’assenza di una legge che l’omofobia e la transfobia la combattano davvero,con le sanzioni,ma non solo: anche con una concreta campagna culturale che parli alla coscienza delle persone e ne affronti il nodo cruciale: il pregiudizio;la cruda deumanizzazione di chi ha un differente orientamento sessuale o una differente identità di genere che legittima ancora disprezzo ed odio in un circolo vizioso che riproduce se stesso.

Il silenzio è quello della paura di denunciare che spesso non trova la forza di diventare coraggio proprio perché mancano gli strumenti di prevenzione, contrasto e tutela. Ma il silenzio è anche la muta ipocrisia di pensare che una legge contro ‘odio possa prescindere dal riconoscimento delle coppie omosessuali,la cui assenza è essa stessa fonte e luogo di diseguaglianza e quindi di discriminazione. La campagna nazionale di Arcigay contro l’omofobia è un grande laboratorio di coesione della società civile contro tutto questo. Vi aderiscono le più importanti associazioni lgbt,ma anche le associazioni studentesche,l’Arci e la CGIL,e non a caso con uno slogan che guarda alla civiltà ed all’unità del Paese:contro la paura e il pregiudizio,fattori di disunione,la cultura dell’uguaglianza come veicolo di libertà , giustizia e nuova Unità del Paese. Tante voci contro il silenzio.

*Presidente Arcigay

L’Unità 17.05.11

"Il Paese cresce se studiano tutti", di Tullio De Mauro

Negli ultimi anni c’è stato un succedersi di libri dedicati alla nostra scuola intitolati allo «sfascio» , al «fallimento» . E qualcuno non ha resistito alla tentazione di sferrare un attacco agli insegnanti, accusati d’essere fannulloni oppure agitprop. Degli attacchi hanno fatto le spese anche ragazze e ragazzi, autorevolmente dipinti come svogliati e peggio. È giusto un quadro del genere? Con la sua scrittura piacevole Paola Mastrocola ha il merito di spingerci a riflettere sulle possibili risposte a questa domanda. Lei sembra non avere dubbi sulla risposta. La scuola merita di funzionare per le ragazze e i ragazzi che troviamo disponibili ad accogliere il nostro insegnamento: uno su venticinque nella sua classe. Gli altri si arrangino in canali scolastici per gli svogliati e, insomma, «tolgano il disturbo» a se stessi e a noi che vorremmo accrescere il loro sapere. Questa risposta trova consensi. E se i consensi fossero seri e dovessero persistere darebbero una mano a chi di taglio in taglio delle risorse prefigura una scuola ridotta ai minimi termini. Torniamo così a porre una domanda: possiamo fare a meno di una scuola che funzioni invece a pieno regime? Che funzioni per far venire la voglia di studiare (se davvero non ce l’hanno) anche agli altri ventiquattro alunni della professoressa Mastrocola? U na prima risposta ci viene da un imponente lavoro fatto da Robert J. Barrow, Jong Wha Lee e altri studiosi nordamericani. Col sostegno finanziario della Banca asiatica dello sviluppo hanno analizzato il variare del reddito in rapporto al variare dei livelli di istruzione in centoventi Paesi del mondo tra 1950 e 2010. La loro conclusione dovrebbe togliere ogni dubbio: dai Paesi più poveri ai più ricchi la crescita della scolarità e dei livelli di istruzione è stata un fattore decisivo degli incrementi di reddito dei diversi Paesi. L’istruzione è una chiave dello sviluppo, anche di quello economico. Tagliare gli investimenti in istruzione significa compromettere il futuro sviluppo anche economico. Hanno dunque ragione i nostri editori che in questi giorni hanno lanciato nelle scuole e nel Paese un appello in difesa della scuola pubblica e l’hanno concluso scrivendo: «Prendiamo sul serio il nostro futuro» . Le serie storiche costruire da Barrow e Wha Lee permettono di capire, dati alla mano, il grande debito che in Italia abbiamo verso la nostra scuola. Nel 1950 nel nostro Paese avevamo in media tre anni di scuola a testa. Già allora la media nei Paesi sviluppati viaggiava sui dieci anni. Il nostro «indice di scolarità» ci collocava tra i Paesi sottosviluppati. Nel 2010 l’indice sfiora i dodici anni di scuola a testa. Sia pure in coda, siamo oggi tra i paesi sviluppati, mentre quelli in via di sviluppo sono a sei anni di scuola a testa. È cresciuto il livello di istruzione e dal rango dei sottosviluppati siamo passati al gruppo di testa. L’Italia della Repubblica ha conosciuto altri fenomeni di crescita. Per non andare lontani dall’istruzione, in questi sessant’anni ci siamo impadroniti al 95%della capacità di usare la nostra lingua nazionale nel parlare, ma qui hanno premuto parecchi fattori diversi: le grandi migrazioni interne, la partecipazione alla vita di sindacati e partiti, l’ascolto televisivo e, certamente, la scuola. Ma la crescita dell’istruzione la dobbiamo soltanto al fatto che il bisogno popolare di istruzione ha trovato accoglienza nelle nostre scuole. Sono le scuole, sono gli e le insegnanti che di anno in anno ci hanno fatto crescere fino a mutare di condizione. Ma la scuola non poteva e non può tutto. Ragazze e ragazzi usciti di scuola con livelli crescenti di scolarità si sono immessi in una società adulta essa sì povera di sollecitazioni culturali, di luoghi della cultura. E sono andati incontro a processi di dealfabetizzazione che le indagini internazionali hanno impietosamente rivelato: il 38%della popolazione adulta italiana in età di lavoro, si dichiari o no analfabeta, ha gravi deficit di lettura, scrittura e calcolo, e un altro 33%è schiacciato su questa condizione. La scuola ha lavorato e lavora in salita nel portare avanti i nostri figli. Si limitasse a registrare e riprodurre le condizioni degli adulti, ai test di profitto del programma PISA ci dovrebbe restituire non il 20, ma il 70%di quindicenni con difficoltà di lettura e scrittura. Possiamo essere orgogliosi di quello che la nostra scuola ha saputo fare e sa fare, per il capitale umano e sociale che ha creato e crea. Ma i progressi non sono mai definitivi. Dobbiamo andare più avanti. Investire perché funzioni sempre meglio (ne ha certo bisogno) e affiancarle un sistema nazionale di istruzione permanente degli adulti come avviene negli altri Paesi sviluppati e come chiedono concordemente, ma per ora invano, associazioni di industriali, grandi sindacati e qualche isolato studioso.

Il Corriere della Sera 17.05.11

"L'amara sfida sulle preferenze", di Gian Antonio Stella

«Dal punto di vista politico, quello che conta è il primo turno» , esultò Letizia Moratti dopo la vittoria della destra alle ultime provinciali. «È una legge iniqua, va abolito il secondo turno» , ribadì Mariastella Gelmini. «È giunto il momento di mettere da parte i ballottaggi: l’ho già detto a Berlusconi ed è d’accordo» , sentenziò Ignazio La Russa. Se è così davvero, quella di ieri è stata per il Cavaliere una débâcle. La Moratti può recuperare nel secondo tempo, certo. Ma ormai certe parole sono state strillate, certe scommesse avventurose sono state giocate, certe forzature apocalittiche sono state fatte. Che il boomerang stava tornando indietro, il più violento di quanto temesse, il premier lo ha capito alle otto di sera quando uno dei suoi collaboratori, con aria ferale, gli ha portato i primi risultati delle preferenze a Milano: poco più di 1.600 su quasi un sesto di schede scrutinate. Ahi ahi… Lui aveva voluto candidarsi come capolista, lui aveva chiesto a tutti di battersi allo stremo («andate a conquistare casa per casa, siete missionari della libertà» ), lui aveva buttato sul piatto la sfida in più: «Segnate il mio nome come capolista. Se prendo meno delle 53 mila preferenze della volta scorsa, l’opposizione mi fa il funerale » . Ieri notte, quando ormai lo spoglio stava per concludersi, il dato era pressoché dimezzato. Una coltellata all’amor proprio che riassumeva una giornata che mai avrebbe immaginato così perdente. Buone notizie da Latina, grazie alla disfatta del Fli dell’odiato Gianfranco Fini. Qualche consolazione qua e là. Per il resto, male. Male alle Provinciali di Gorizia e di Trieste, malissimo alle Comunali della città giuliana, storicamente di destra, con un umiliante 18%dopo dieci anni di governo, male a Castellanza e in altri centri Lombardi in cui la Lega aveva deciso di andare da sola, male a Torino, male a Bologna con poco più del 15%… Ma è da Napoli e da Milano che sono arrivati i dolori più cocenti. Come poteva immaginare, dopo la trionfale passerella seguita alla rimozione della munnezza di due anni fa e le vittorie a ripetizione alle Regionali e alle Provinciali, di subire per ore l’incubo di non arrivare al 22%e cioè 12 punti sotto i risultati dell’anno scorso? Non avevano teorizzato Claudio Velardi e gli altri maghi elettorali che sotto il Vesuvio contavano di vincere al primo turno? Com’era possibile che arrivassero notizie di una quota intorno al 37 e cioè maledettamente più bassa della somma dei candidati su cui s’era staccata la sinistra? Si era speso lui, di persona, a Napoli. Coprendo la città con una colata lavica di promesse, a costo di fare arrabbiare la Lega: «È pronto un provvedimento che sospenderà gli abbattimenti delle case abusive in Campania. Questo ci permetterà di avere il tempo necessario per valutare serenamente il problema in vista di una definitiva soluzione» . E poi un regalo da 270 milioni: «A Napoli si sospenderà l’imposta sui rifiuti finché ci sarà un solo sacchetto per strada» . E poi ancora una lisciatina ai tifosi: «State tranquilli: mai e poi mai il Milan comprerà Hamsik!» . Tutto inutile: 22 percento. Ma è Milano la ferita più profonda.

Il Corriere della Sera 17.05.11

"Napolitano tende la mano all’Anp", da Europa

Il capo dello stato italiano in visita nei Territori promette ad Abu Mazen un’ambasciata a Roma.
Il tempismo dell’annuncio di Giorgio Napolitano sembra tutt’altro che casuale. L’Italia – ha detto il presidente della repubblica, in visita ufficiale nei territori della Cisgiordania – riconoscerà alla sede diplomatica palestinese a Roma il rango di ambasciata. Come per un qualsiasi altro stato del mondo, mentre la Palestina ad oggi figura solo come entità non statuale.
Non si tratta quindi di un passaggio esclusivamente tecnico. La scelta oltretutto arriva a breve distanza dalla pacificazione firmata al Cairo tra Fatah e Hamas, i partiti che governano le due metà dei territori controllati dall’Autorità palestinese.
E nel giro di pochi mesi, a settembre, l’assemblea generale delle Nazioni Unite potrebbe votare sul riconoscimento ufficiale dello stato di Palestina. Che Napolitano allora abbia voluto anticipare la posizione italiana in vista di quel voto? Samir al Qariuti – giornalista palestinese, opinionista per al Jazeera e Bbc – ci dà risposte improntate alla cautela: «Il presidente della repubblica ha parlato dell’importanza di maggio e di giugno per riaccendere il clima di dialogo, in vista del voto di settembre. Non dico di essere scettico sull’appoggio italiano al riconoscimento della Palestina, ma le parole usate indicano – prosegue Qariuti – che ad oggi non si è ancora deciso nulla».
L’Italia non sarà il primo paese a innalzare lo status della rappresentanza palestinese. «Già i paesi arabi, molti paesi asiatici e la Russia riconoscono i delegati palestinesi col rango di ambasciatori. Ma il fatto è interessante in prospettiva europea».
Francia e Gran Bretagna infatti hanno già dato mandato ai loro ambasciatori di preparare un testo su cui far convergere la più grande maggioranza possibile nell’assemblea Onu. Secondo fonti diplomatiche israeliane, citate dal quotidiano Haaretz, la coalizione filo-palestinese nel Palazzo di vetro conterebbe 130 nazioni; il riconoscimento della Palestina – proseguono le fonti – potrebbe arrivare a sfiorare l’unanimità, con 170 voti, se la formulazione del testo fosse molto “moderata”. Il timore dei palestinesi, racconta Qariuti, è che la mozione su cui l’Assemblea voterà venga formulata in modo troppo “restrittivo”, senza un riconoscimento completo della sovranità dell’Anp. «Speriamo che (la mossa di Napolitano) non sia un “cerotto su una gamba di legno”. Serve un riconoscimento totale del diritto di questo popolo a costituire uno stato indipendente».
È possibile dunque che nei prossimi mesi lo scenario israelo- palestinese entri in una fase nuova. L’interruzione dei negoziati diretti non ha ucciso del tutto il dialogo, se persino il presidente israeliano Shimon Perez, nei giorni scorsi, ribadiva l’importanza di trattative segrete, lontane dalla luce dei riflettori.
Le rivolte in Nord Africa, poi, potrebbero ridisegnare gli equilibri della regione.
In parte sta già succedendo, commenta Qariuti, con l’accordo tra Hamas e Fatah: «La conciliazione ha una causa principale: la caduta del regime egiziano, che era alleato della destra israeliana e teneva Gaza sotto assedio. Se l’Egitto cambia, cambiano tutte le prospettive nel mondo arabo».
Il giornalista accoglie con favore la riunificazione delle due fazioni palestinesi: «È un ritorno alla normalità, si è finalmente capito che quella divisione andava a discapito del popolo palestinese. L’unica parte ad aver tutto l’interesse a mantenere quella divisione è Israele».
L’unità dei palestinesi però non indebolirà il processo di pace: «Hamas sostiene di essere pronta a sottostare a ogni decisione che favorisca un ritiro israeliano nei confini del 1967.
È qui la chiave della soluzione del problema: se tutti riconoscessero questa data, come si chiede da molti anni, davvero potremmo essere vicini a un accordo».

da Europa Quotidiano 17.05.11

"Sogno un centrosinistra che cambi il Paese questa città è il modello", intervista a Piero Fassino di Diego Longhin

Quella che mi lascia Chiamparino è una eredità alta. Mi dà la forza di continuare sulla sua strada
Saremo subito al lavoro per mettere a punto un piano straordinario per il lavoro e iniziative su welfare e famiglie. «Qualche cosa sta cambiando. Il vento del Nord spira dalla parte giusta». Parola di Piero Fassino, che a Torino ha vinto al primo turno con un risultato schiacciante, quasi 30 punti di differenza rispetto al candidato del centrodestra.
Fassino, il vento del Nord è il vento di Torino, dove il centrosinistra vince al primo turno?
«Qui a Torino c´è un centrosinistra che ha una cultura di governo, un centrosinistra riformista che si misura con le cose concrete, che non ha paura di rischiare e che ha fondato la sua azione sulla sfida del cambiamento, nel segno della trasformazione. Il risultato dimostra che i cittadini si riconosco e apprezzano il lavoro che è stato fatto e vogliono che si continui su questa strada».
Il sindaco Chiamparino sostiene che Pd e centrosinistra possono ispirarsi al modello Torino per diventare una vera alternativa al centrodestra a livello nazionale. È così?
«Questo voto cambia in maniera radicale lo scenario politico. Non solo c´è il successo di Torino, ma il risultato di Milano di Pisapia che segna in maniera inequivocabile la débâcle personale e politica di Berlusconi e di come ha gestito la campagna elettorale. La destra esce sconfitta in modo clamoroso. Rispetto alle Regionali di un anno fa il centrodestra ha perso migliaia e migliaia di voti».
La crisi del governo Berlusconi è più vicina?
«Si è votato per eleggere i sindaci, tuttavia Berlusconi aveva molto caricato di significato questo test elettorale. E non potrà far finta di nulla, qualche considerazione dovrà farla. Anzi, sarà costretto a farla».
Queste elezioni rappresentano la riscossa del Pd al Nord?
«Ho sempre sostenuto che chi vuole governare il Paese deve governare la parte più forte. Questo voto può segnare la svolta. Dimostra che centrosinistra e Pd sono in grado di rappresentare le domande e le istanze del Nord e di essere una forza che può ambire a governare il Paese».
Ora i Democratici cosa devono fare?
«Se a Milano il ballottaggio andrà bene, Torino e Milano possono rappresentare un asse strategico, un laboratorio in grado di cambiare in profondità la politica nazionale. E Sergio Chiamparino, in questa nuova fase, avrà di sicuro un ruolo politico di primo piano. Voglio ringraziare Chiamparino, il voto che io ho raccolto è anche un dovuto e giusto riconoscimento per come si è governata la città in questi dieci anni. Ripartiamo da questo patrimonio».
L´eredità di Chiamparino sarà pesante da gestire?
«Non sarà un´eredità pesante, ma un´eredità alta, una bella eredità. Questo risultato mi dà la forza di continuare sulla stessa strada, quelle delle trasformazioni e del cambiamento per continuare a far crescere Torino».
Qual è il suo primo impegno?
«Sento tutta la responsabilità di questo risultato e mi metterò subito al lavoro. Non voglio perdere tempo. Questo consenso mi sprona a interpretare il ruolo di sindaco di tutta la città e di tutti i torinesi. Inizierò a comporre la squadra di governo, che sarà formata, per la metà, da donne e da persone giovani. Poi trasformeremo gli impegni della campagna in provvedimenti concreti, a iniziare dal lavoro, che è il primo problema per i cittadini, soprattutto per i giovani, non solo a Torino, ma in tutto il Nord e il Paese».
Qual è la sua ricetta per dare una prospettiva ai giovani e a chi ha perso il lavoro?
«Promuoverò subito un incontro con le altre istituzioni e con le parti sociali per mettere a punto un piano straordinario per il lavoro. Insedierò poi il gruppo, formato di esperti e rappresentanti anche della società civile, che avrà il compito di scrivere il piano strategico 2011-2021 di Torino. Altra priorità sono il welfare e le politiche per la famiglia su cui bisogna incalzare il governo».
Cosa ha intenzione di fare?
«Nomineremo subito il garante per l´infanzia, perché vogliamo che Torino sia sempre più una città a misura di bambini, e metteremo a punto un piano di interventi per la popolazione più anziana e per la famiglia. Con gli altri candidati sindaci del centrosinistra delle grandi città ci siamo impegnati in campagna elettorale».

La Repubblica 17.05.11

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“Fassino vola oltre il 56%, è subito sindaco”, di Paolo Griseri

I complimenti dello sfidante Coppola. Giù Lega e Terzo polo, crolla la sinistra radicale. I grillini superano Udc e Fli. Non ce la fa la delegata Fiom-Mirafiori Tra i probabili esclusi anche Giusi La Ganga. Piero Fassino è il nuovo sindaco di Torino. Passa agevolmente l´esame del primo turno con il 57 per cento dei voti. A metà pomeriggio il suo sfidante, il giovane Michele Coppola, gli telefona per congratularsi: «Abbiamo combattuto lealmente e hai vinto. Ci riproveremo tra cinque anni». Campagna elettorale dai toni moderati. La sorpresa è il partito che si chiama appunto «Moderati per Fassino» e che sfiora il 10 per cento mentre il Pd conquista quasi il 35 per cento dei consensi. Anche a Torino vanno bene i grillini (5 per cento) che ereditano una parte significativa dei voti della sinistra radicale ridotta all´1,5 e probabilmente fuori dal Consiglio Comunale.
Nel centrodestra arretra la Lega che lo scorso anno, alle Regionali, aveva superato il 10 per cento in città (trainata dalla candidatura di Roberto Cota) e oggi non raggiunge il 7 per cento. Il centrodestra paga le divisioni interne che hanno spaccato il Pdl sulla candidatura di Coppola considerato troppo moderato dagli ex An. Mezzo flop anche per il Nuovo Polo che si fa superare dai grillini.
Con 24 consiglieri su 40 per l´amministrazione Fassino non dovrebbe essere difficile governare la città. L´unica spina nel fianco potrebbe venire proprio dai grillini: «Abbiamo ottenuto consensi per il nostro programma che perseguiremo fino in fondo», prometteva ieri il candidato sindaco Vittorio Bertola. Di quel programma fa parte l´opposizione alle grandi infrastrutture (Tav con Lione in testa) che era già costata il posto lo scorso anno a Mercedes Bresso. Sulla base dei primi risultati non dovrebbe entrare in Comune Giusi La Ganga, ex braccio destro di Bettino Craxi, ricandidato da Fassino nel Pd in mezzo a mille polemiche. Esclusa anche la delegata della Fiom di Mirafiori Nina Leone, candidata in Sel fin dai tempi del referendum sul piano Marchionne. Ce la dovrebbe fare invece il medico radicale Silvio Viale, noto per le sue battaglie a favore dalla Ru 486, eletto nelle liste del Pd.
Oltre alle ipotesi sulla composizione della nuova giunta, tiene banco in città la discussione sul futuro del sindaco uscente, Sergio Chiamparino. «Ne parlerò quando avrò concluso formalmente il mio mandato», ripeteva ancora ieri. Ma è questione di ore. Due le ipotesi più accreditate: un ruolo nazionale nel Pd e la presidenza di una fondazione bancaria. Alla prima ipotesi fanno pensare le recenti parole dello stesso Bersani: «Ho una proposta da fargli, ne parleremo insieme dopo il voto, non possiamo permetterci di non utilizzare uno come lui». Quanto alla seconda ipotesi invece circola da tempo la voce (per ora smentita dall´interessato) di una futura nomina ai vertici della Compagnia di San Paolo.

La Repubblica 17.05.11

"Ora, presto, l’alternativa", di Stefano Menichini

Non ce l’aspettavamo così. Nessuno se l’aspettava così. Neanche Giuliano Pisapia e i suoi bravi ragazzi, oggi ebbri di gioia, meritatamente elevati a eroi nazionali dopo anni trascorsi da pecore nere. Neanche Bersani, che pure aveva visto giusto e s’era sbilanciato sul ballottaggio.
Neanche noi di Europa, che un mese e mezzo fa avevamo incitato il Pd nazionale a crederci di più, perché a Milano poteva realizzarsi il miracolo.
È vero che il capolavoro deve ancora completarsi, ma il vento soffia nelle vele del centrosinistra. Lo dicono i numeri, che pretendono dalla Moratti una rimonta senza però bacini elettorali ai quali attingere, cosa che invece Pisapia può fare. E lo dice la politica.
Mentre scriviamo la Lega tace. Sconfitta, ferita, furiosa, minacciosa. Che cosa le importa del destino della Moratti, difficile da recuperare? Che cosa le importa dei ballottaggi? Il collasso dei rapporti con Berlusconi potrebbe verificarsi anche prima del secondo turno.
Anche oggi. Non sappiamo in quali forme. Ma la legislatura del 2008, trascinatasi fin qui, s’è chiusa. Con lo squillo di una stagione difficile ma comunque nuova, che nasce là dove era nato il gran ciclo berlusconiano. Ci sono molti altri dati, in questo terremoto elettorale che Berlusconi stesso ha trasformato in un giudizio divino.
Innanzi tutto la smagliante vittoria di Piero Fassino. Premio a un leader capace di tornare alle radici, un uomo che ha mostrato di conoscere la propria città anche andando controcorrente a sinistra (col sì a Marchionne, da non dimenticare), e che con Chiamparino scambia una staffetta: buongoverno locale (da oggi tocca a Fassino) per ruolo riformista nazionale (da oggi vedremo Chiamparino).
La mappa elettorale, da Cagliari a Trieste, da Olbia a Mantova, dice centrosinistra avanti. Finisce l’anomalia di una maggioranza che va in crisi senza alternative. Anche se sull’alternativa si allunga, da Napoli, un’ombra con la quale bisogna fare i conti.
Ma andiamo con ordine, perché c’è tempo per arrivare a Napoli, a De Magistris, all’irrisolto problema dei rapporti con l’area (molto trasversale) dello scontento radicale.
Prima di questo punto, forse neanche così complicato, ci sono ancora le notizie positive.
Una è di carattere generale, e si intuiva ieri dietro le parole di Bersani.
Si chiude il tormentone (giustificato) di una maggioranza che va in crisi senza che si palesi alcuna alternativa. A questa croce il Pd è inchiodato da più di un anno, man mano che diventava evidente il fallimento della seconda legislatura a guida berlusconiana senza che l’opposizione ne guadagnasse politicamente o elettoralmente.
Torniamo in una certa “normalità” democratica. Pdl e Lega perdono elezioni importanti, il Pd e le altre opposizioni le vincono. Attenzione, perché l’intera legislatura 2001-2006 andò così. Il centrodestra cominciò da subito a perdere le elezioni intermedie di ogni livello, completò con sofferenza il mandato, si presentò alle Politiche col solo Berlusconi ancora in piedi, le perse nonostante la rimonta. E subito dopo l’Unione cominciò a rovinare tutto.
Ecco, siamo un po’ tornati a quel punto. Finalmente si apre per il centrosinistra la prospettiva di una rivincita pulita, per via elettorale, senza ribaltoni o governi tecnici in mezzo. La sconfitta della maggioranza è tutta politica, democratica.
Nasce dal rigetto verso gli oltranzisti berlusconiani (che però ancora ieri sera parlavano: sta per scattare lì dentro una resa dei conti?), dal confronto fra candidati tornati a essere (com’era tradizione) molto migliori nel centrosinistra.
E nasce da un dato per la Lega terribile, letale: federalismo e leggi anti-immigrati non regalano alcun dividendo elettorale. È qui che per il Pd deve scattare l’allerta. È qui che bisogna ricordare le esperienze fatte. È qui che non bisogna farsi trascinare dall’entusiasmo (a Milano sì, a Milano ogni entusiasmo irrazionale in queste ore è giustificato).
Lo spin di queste ore, l’unico che una destra rintronata riesce ad articolare, è che il Pd starebbe in realtà perdendo nel giorno della sua prima vittoria, perché sarebbe ostaggio degli estremisti.
Lo spin è ridicolo se applicato a Pisapia e a Milano, dove l’estremismo s’è visto da quale parte sia, e dove il Pd affianca al successo del candidato il proprio successo di partito. È vero invece che il dato delle liste di Grillo e quello di Napoli potrebbero indurre in errore.
C’è un modo solo per smontare la tesi della deriva estremista: riconoscere che la stagione nuova del centrosinistra non può nascere se non rompendo la continuità col peggio di sé. A Napoli e a Bologna, per motivi e in misura molto diversi, c’è una giustizia di fondo nelle difficoltà democratiche. E gli elettori colpiscono questa continuità negativa, senza premiare il centrodestra, votando chi appare “fuori dai giochi”. C’è dunque un’ampia possibilità d’appello, c’è tempo e margine per ripristinare una leadership riformista laddove è stata così malamente dissipata. A patto di dare segnali forti. Anche a Bologna, nonostante Merola sia scampato per un soffio al ballottaggio.

da Europa quotidiano 17.05.11

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“Daniela va al tappeto”, di Fabrizia Bagozzi
Chi di estremismo ferisce, di estremismo perisce. La Waterloo della Madunina ripaga Daniela Santanché nata Garnero, della sua stessa moneta. Occupata com’era a dimostrare (o a far dimostrare) con ogni argomento – tutti sistematicamente sbugiardati – che Giuliano Pisapia non è una «forza gentile» espressione della buona borghesia milanese ancorché di sinistra, ma più o meno un mascherato fiancheggiatore di terroristi di varia natura, non si è accorta che i milanesi in effetti si sono presi paura.
Non già di Pisapia, ma dell’estremismo che lei, eccessiva nel Dna e perciò stesso leader naturale dei falchi del berlusconismo al tramonto, incarna senza mai mostrare la più vaga parvenza di un tentennamento.
La santancheide è piena di affermazioni – si suppone di convinzioni – nette e affilate come una lama.
Con Daniela non c’è spazio per il dubbio, la sfumatura, l’interrogativo. O è tutto bianco o è tutto nero. Ogni occasione è buona per esibire i muscoli (peraltro decisamente tonici). E allora ecco che organizza la claque berlusconiana fuori dal tribunale di Milano, tifa Lassini innervosendosi quando la Moratti s’infuria, definisce Ilda Boccassini «un cancro per la democrazia», e spinge per il colpo sotto la cintola sferrato a Pisapia nell’ultimo miglio della campagna elettorale.
Il tutto con Cavaliere senziente e niente affatto contrariato. A un certo punto, però, Milano ha deciso che era troppo. E che, come minimo, andava dato un segnale. E che segnale. Così Daniela, sottosegretario pidiellino per l’attuazione del programma incassa, nell’ordine: 1. un ballottaggio; 2. un ballottaggio con Letizia Moratti a rincorrere e un bel po’ da recuperare; 3. Pisapia in trionfo, qualunque cosa accada fra quindici giorni.
Santanché ora minimizza ma non si smentisce: «La sua vittoria sarebbe come portare il Leonkavallo a palazzo Marino, una cosa bestiale. Come portare la droga senza se e senza ma: ha sempre detto che gli spinelli non fanno male». Santanché è in knock out.

da Europa Quotidiano 17.05.11