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"Rossa, l’operaio che denunciò le Br", di Corrado Stajano

Che cosa sanno i ragazzi di oggi del terrorismo che insanguinò e inquinò l’Italia, fece regredire il Paese, cancellò i movimenti giovanili, trasformò per lunghi anni in un incubo la vita di milioni di cittadini? Quelle livide mattine. Cominciava la giornata con il Giornale Radio delle 8 che faceva entrare nelle case le notizie dei primi morti ammazzati. Lo Stato imperialista delle multinazionali, ossessivo fantasma delle Brigate rosse, era impersonato da carabinieri, guardie carcerarie, agenti di polizia, sorveglianti di fabbrica, trovati accartocciati nelle loro macchine all’alba, colpiti dalle mitragliette, dalle pistole, dai kalashnikov. Era impersonato anche da magistrati, giornalisti, dirigenti industriali, i migliori, quelli, diversi dagli assassini, che si battevano per la democrazia, per lo Stato di diritto, per una vita migliore. Giovanni Bianconi, giornalista del «Corriere della Sera» , ha scritto un libro, Il brigatista e l’operaio. L’omicidio di Guido Rossa. Storia di vittime e colpevoli (Einaudi Stile libero) che potrebbe aiutare anche chi nulla sa e fargli capire come fu arduo superare quell’infame stagione della nostra storia nazionale inzuppata di sangue innocente che pesa ancora oggi. La vicenda di Guido Rossa, l’operaio metalmeccanico dell’Italsider di Cornigliano, Genova, delegato della Cgil nel Consiglio di fabbrica, iscritto al Pci, e quella del suo assassino, Vincenzo Guagliardo, si incastrano nel dolore di Sabina Rossa, l’allora sedicenne figlia dell’operaio. La mattina del 24 gennaio 1979, la ragazza andò a scuola di corsa e non si accorse della Fiat 850 color rosso bordeaux parcheggiata sotto casa, in via Ischia, a Genova, coi vetri rotti, i bossoli a terra e, dentro l’abitacolo, suo padre, il capo reclinato sul petto e appoggiato al volante, le gambe stese sul sedile accanto. «Una tragedia operaia» avrebbe potuto avere per titolo il libro. Non era mai accaduto neppure in quegli anni infuocati: operai che uccidono operai. Il serio, documentato, angosciante saggio di Bianconi è anche un tentativo di scavare nella psicologia— la rottura con il mondo degli affetti, la solitudine — e nella cultura politica dei terroristi. Va al di là dell’appassionato bisogno di verità di una figlia che in tutti questi anni si è prodigata per conoscere nel profondo le ragioni di quella morte e ha voluto saperlo dall’assassino di suo padre. È anche l’itinerario non pacificato che ha portato Guagliardo a comprendere com’era sbagliata, più che la linea politica, la scelta di fondo del terrorismo legato alla violenza. Guido Rossa è nato nel 1934 nel Bellunese, in una famiglia operaia. Comincia a lavorare a 14 anni, in una fabbrichetta di cuscinetti a sfere, poi a Torino, alla Fiat, come fresatore. Nel 1961 si trasferisce a Genova, la città della moglie, dove viene assunto all’Italsider. È appassionato di montagna, scalatore non dilettantesco, legge, studia, scopre Marcuse, la militanza politica. Il sindacato, l’adesione al Pci sono per lui scelte naturali. È una persona seria, capace nel lavoro, non è un fanatico e neppure un estremista. L’anno dopo viene eletto nel Consiglio di fabbrica per la Fiom-Cgil. La sua vita è senza sbalzi, tranquilla. L’itinerario di Guagliardo è all’opposto, inquieto. È nato in Tunisia, nel 1948, in una famiglia di emigranti siciliani. Suo padre fa il fabbro e il meccanico agricolo. Viene a mancare il lavoro e la famiglia, nel 1962, si trasferisce in Italia. In quegli anni del boom Torino è il miraggio, il padre trova subito lavoro alle catene di montaggio della Fiat, il figlio si iscrive all’istituto tecnico per geometri. La politica lo attrae subito. A disagio nella Federazione giovanile comunista, è attratto dai «Quaderni Rossi» , la rivista di Raniero Panzieri. Il Pci comincia presto a essere il nemico. Al contrario di Rossa, Guagliardo è un estremista, fa alla svelta a prendere contatto con gli emissari brigatisti torinesi. L’album di famiglia. Conosce Renato Curcio, è partecipe nel far nascere il primo nucleo delle Br a Torino. Che cosa sta succedendo nelle fabbriche? Le Br hanno dei fiancheggiatori, vicini alle loro idee, preziosi nel diffondere nascostamente messaggi, volantini. I brigatisti, scrive Bianconi, «si erano sentiti protetti da una sorta di opacità che consentiva di muoversi all’interno dei reparti senza subire conseguenze, potendo contare su coperture e solidarietà» . Il Pci, in nome della democrazia, si sta dissanguando nella lotta contro il terrorismo. Ha una dura parola d’ordine: chi sa, lavoratori o cittadini qualunque, denunci i violenti. Il delegato sindacale Guido Rossa è attento, si sposta nei reparti, coglie gli umori della fabbrica. Ha sospetti di complicità con i terroristi. Le Br, fuori, enfatizzano il sostegno operaio, ma i segni di pericolose confluenze esistono. Un impiegato, ex operaio, Francesco Berardi, gira per lo stabilimento in bicicletta per consegnare bolle di carico, Rossa lo vede spesso accanto alle macchinette distributrici di caffè dove vengono lasciati i documenti delle Br. Il 25 ottobre 1978 alcuni operai gli mostrano l’ultima Risoluzione strategica trovata vicino alla solita macchinetta. L’impiegato si muove senza sosta, Rossa lo incontra anche in quell’occasione. Ha un sospetto rigonfiamento sotto la giacca. Va a segnalare quel che è successo alla Vigilanza dell’Italsider e quando esce dall’ufficio trova su una finestra vicina un’altra copia della Risoluzione strategica che poco prima non c’era. Nel Consiglio di fabbrica si apre un dibattito. Nell’armadietto di Berardi vengono sequestrati documenti brigatisti, numeri di targhe d’auto, volantini di rivendicazione di delitti. Rossa decide senza esitazione di far denuncia, due delegati che sono con lui rifiutano di aggiungere la loro firma. Resta solo. Il magistrato ordina l’arresto di Berardi. Sarà condannato per direttissima a 4 anni e sei mesi di carcere. Per le Br è avvenuto un fatto grave. Che fare? L’idea iniziale è di mettere Rossa alla gogna, incatenato ai cancelli della fabbrica con un cartello che lo esponga al pubblico ludibrio come spia. Ma l’operazione è irrealizzabile. Gambizzazione, allora. Affidata a Vincenzo Guagliardo e a Riccardo Dura. L’ «inchiesta» è rapida. L’azione non va in porto come dovrebbe. Guagliardo spara tre colpi di pistola, colpisce Rossa alla gamba e al ginocchio. L’operazione dovrebbe essere compiuta. Dura, invece, che non avrebbe dovuto sparare, colpisce, con altre tre pallottole, Guido Rossa al cuore. L’operaio berlingueriano muore subito. Decine di migliaia di operai in piazza a Genova con il presidente Pertini gridano contro la violenza delle Br. Il libro di Bianconi — un tormento che fa ancora male — potrebbe finire qui, allarga invece il suo sguardo su tutto il terrorismo. Protagonista è sempre Guagliardo (quattro ergastoli) e quanto è accaduto in quegli anni. Sullo sfondo il sequestro Moro, il sequestro Dozier, la colonna veneta di cui è il capo, il massacro dei brigatisti in via Fracchia, a Genova (evitabile), l’ossessività dei delitti che punteggiano la vita quotidiana, il viaggio per mare, con un monoalbero, nel Libano a comprar armi dall’Olp, la distribuzione di mitragliette, mitra, fucili, missili alle diverse colonne con metodo ragionieresco. Guagliardo passa in carcere trent’anni, ha il tempo per pensarci su. Dal libro di Bianconi, che ha avuto con lui lunghe conversazioni, si capisce bene come i terroristi, chiusi nei loro covi, conoscano poco la società italiana e conoscano poco la natura umana con le sue debolezze. La militanza brigatista di Guagliardo si conclude nel 1983. Non è un «pentito» , non è un dissociato. Per il suo silenzio è considerato erroneamente un irriducibile. Quando è entrato nelle Br ha accettato «il male necessario della violenza» . Poi ha capito le ragioni della sconfitta, il fallimento, la moltiplicazione dei «pentiti» . La ristrutturazione industriale e la scomparsa dell’operaio massa hanno dato il colpo di grazia al brigatismo. In prigione non vuole mercante
ggiare i benefici di legge con la giustizia, non vuole chiedere perdono ai figli e ai parenti delle vittime per ottenere vantaggi. Per riguardo, non per orgogliosa tracotanza. Con sua moglie, Nadia Ponti, anche lei ergastolana delle Br, lavora ora in una cooperativa, «Il Bivacco» , fa libri digitali per i ciechi. Solo nello scorso aprile ha ottenuto dal Tribunale di sorveglianza di Roma la libertà condizionale: una lunga lotta per riuscire ad averla in nome della Costituzione, si potrebbe dire. Il merito maggiore è di Sabina Rossa, ora deputata del Pd. Con il suo coraggio, il suo spirito di tolleranza e di libertà.

Il Corriere della Sera 16.05.11

"Una TAC desolante sulla scuola italiana", di Mario Pirani

I colpi maggiori al nostro ordinamento vengono dai tagli massicci del bilancio, imposti da Tremonti per fronteggiare deficit e debito pubblici, un obbligo cui non si poteva deflettere, ma che si sarebbe dovuto suddividere su altre voci (di spesa e di entrata) così da salvaguardare l´istruzione e l´avvenire delle nuove generazioni, come è avvenuto negli altri Paesi europei. Ogniqualvolta m´imbatto in qualche analisi seria sullo stato della nostra scuola, un senso di desolazione mi pervade e non mi consola unirmi al coro anti-Gelmini, non perché anche quest´ultima non abbia commesso i suoi errori, ma in quanto i colpi maggiori al nostro ordinamento vengono dai tagli massicci del bilancio, imposti da Tremonti per fronteggiare deficit e debito pubblici, un obbligo cui non si poteva deflettere, ma che si sarebbe dovuto suddividere su altre voci (di spesa e di entrata) così da salvaguardare l´istruzione e l´avvenire delle nuove generazioni, come è avvenuto negli altri Paesi europei che dimostrano ben altra sensibilità di fronte a questo snodo centrale del loro futuro. Del resto, i tagli sono cominciati nel 2004, col secondo governo Berlusconi, sono proseguiti anche in seguito e si sono ancor più accentuati negli ultimi anni. Lo prova ad abbondanza il dossier “Un´indagine sugli insegnanti italiani” presentato dal Cidi (Centro d´iniziativa democratica degli insegnanti, e-mail: insegnarecidi.it) che si potrebbe paragonare, per l´accuratezza della documentazione e dei dati, a una Tac sullo stato di salute (o meglio di malattia) di quella che un tempo orgogliosamente si chiamava Pubblica istruzione. Se a qualcuno sta ancora a cuore il tema se lo procuri con la modica spesa di 9 euro. Potrà riflettere, per citare qualche dato, sul fatto che gli insegnanti italiani sono i più vecchi e i peggio pagati d´Europa, con una età media superiore ai cinquant´anni e un´assunzione che risale almeno a vent´anni orsono. La mancanza di concorsi, la diminuzione di nuovi posti, il taglio di ore che proseguirà fino al 2015, l´andata in pensione senza rimpiazzo si tradurranno in un´ulteriore riduzione di organico anche senza licenziamenti. Nel contempo si cristallizzerà una condizione di precariato di lungo periodo, spesso sopra i 40 e talvolta i 50 anni di età, con un ulteriore invecchiamento del personale.
Ma quel che ha depauperato socialmente oltre che economicamente gli insegnanti, avvilendone sempre più il ruolo, è il progressivo calo delle retribuzioni reali, senza recupero del fiscal-drag e dell´inflazione accertata, accentuato dall´ultima Finanziaria che impone il blocco della contrattazione e degli scatti di anzianità fino al 2013, con ricadute sulle pensioni e sul trattamento di fine lavoro. A seconda dell´anzianità e del livello scolastico un insegnante guadagna al netto delle ritenute tra 1200 euro a inizio carriera a 2000 al suo termine. Non tenendo conto di questi ultimi aggravi, le statistiche Ocse al 2010 vedevano, a parità di potere d´acquisto, a fine carriera un insegnante italiano delle elementari a 38.000 dollari l´anno contro una media internazionale di 48.000, un docente della secondaria di I grado a 42.000 contro 51.000, un docente della secondaria superiore a 44.000 contro 55.000. Vi è inoltre da considerare che il massimo del livello viene raggiunto da noi dopo i 35 anni di servizio, contro i 25 della media Ocse. L´indagine del Cidi si sofferma a lungo su considerazioni che non possiamo neppure riassumere concernenti gli effetti negativi del declassamento economico sulla percezione sociale degli insegnanti come figure di riferimento e dello stesso studio concepito come un valore controcorrente se non inutile. Ne deriva un quadro deprimente della marginalità culturale del nostro Paese, in coda per numero di laureati in proporzione alle leve demografiche, per titolo di studio (meno della metà della popolazione ha un titolo secondario superiore contro l´85% della Germania), per spesa pubblica per l´istruzione (il 4,5% contro il 5,7% della media Ocse). Abbiamo elencato solo alcuni dati di un dossier che se vigesse un codice per punire i delitti sociali potrebbe costituire l´atto di incriminazione di una intera classe politica.

La Repubblica 16.05.11

"Donne e migranti, con la crisi più discriminazioni sul lavoro", di Giuseppe Vespo

Donne e migranti sono i più discriminati nel lavoro: in tutto ilmondo guadagnano meno e godono di minori tutele. Una situazione che rischia di peggiorare, secondo il terzo rapporto globale sulla discriminazione redatto dall’Ilo, l’International Labour Organization delle Nazioni Unite. In «Uguaglianza nel lavoro: una sfida continua», l’agenzia sostiene che la crisi economica e finanziaria mondiale,«come previsto, si è tradotta in una grave crisi dell’occupazione ». E insieme alla «crisi sociale globale », nonostante «i passi in avanti della legislazione» ha portato «ad un aumento dei rischi di discriminazione contro determinate categorie di persone» tra cui le donne e i lavoratori migranti. Quanto alle prime, si sottolinea come guadagnino dal dieci al trenta per cento in meno rispetto agli uomini. Le donne continuano a subire discriminazioni in termini di tipologia di impiego a cui possono accedere, condizioni di lavoro e opportunità di accesso a posizioni di responsabilità. In media, una lavoratrice guadagna tra il settanta e il novanta per cento di quanto guadagna un uomo, anche se impiegato nello stesso lavoro: «Nonostante i progressi raggiunti in termini di istruzione – è scritto a questo proposito nello studio – il divario salariale esiste ancora e le donne continuano ad essere maggiormente impiegate in lavori mal retribuiti». L’Ilo sottolinea che, «se da un lato sono state introdotte progressivamente misure sulla flessibilità degli orari di lavoro come esempio di politiche a favore delle famiglie, dall’altro la discriminazione legata alla gravidanza e alla maternità rimane ancora un problema diffuso». Dati recenti, peraltro, mostrano che 829 milioni di donne nel mondo vivono in povertà, mentre la cifra equivalente per gli uomini è di 522 milioni. Anche i lavoratori migranti, si legge, «sono spesso discriminati nell’accesso all’impiego e nel lavoro e in molti Paesi sono esclusi dai sistemi di protezione sociale». Difficoltà che hanno in larga parte i «650 milioni di persone con disabilità, com’è dimostrato dal basso tasso di occupazione di queste persone». Secondo Juan Somavia, direttore generale dell’Ilo, sono «periodi di difficoltà economica»come quelli che viviamo a costituire «terreno fertile per la discriminazione nel lavoro e, più in generale, nelle società». Oggi «il rischio è che gli importanti risultati ottenuti nel corso dei decenni vengano compromessi».

L’Unità 16.05.11

"Quanto conta il voto nell´Italia delle città", di Ilvo Diamanti

Queste elezioni amministrative non eleggeranno “solo” i sindaci di circa 1300 Comuni – tra cui 23 capoluoghi – e i presidenti di 11 Province. In Italia, ogni elezione, di qualsiasi tipo e livello, ha rilievo nazionale. Serve a regolare i conti fra coalizioni, partiti, fazioni, leader. Non farà eccezione neppure questa scadenza, a cui tutti i protagonisti – e per primo Berlusconi – hanno esplicitamente attribuito significato politico. D´altronde, la lista dei Comuni al voto presenta numerose città “esemplari” per la storia della Seconda Repubblica.
1. Di Milano abbiamo scritto la settimana scorsa. È la capitale del Nord e – secondo la Lega – della Padania. La città di Tangentopoli e di Mani pulite, di Berlusconi e del centrodestra. La metropoli dell´economia finanziaria, dei servizi e della comunicazione. Quel che avverrà a Milano avrà riflessi rilevanti in ambito nazionale. Soprattutto nel centrodestra. Lo confermano le polemiche e le tensioni degli ultimi giorni, violentissime.
Tuttavia, si vota anche in altre città. Alcune di esse molto importanti, ai fini della valutazione di questa tornata elettorale.
2. Per prima Torino. L´antica capitale del Nord e dell´Italia produttiva è rimasta senza territorio. Alle regionali di un anno fa è stato eletto governatore il candidato leghista Cota. Una rivincita della periferia sul centro. Della provincia satellite sulla metropoli (fino a ieri) identificata con la Fiat. Il sindaco uscente, Chiamparino, è molto apprezzato fra i cittadini e tra i più popolari in ambito nazionale. Il candidato di centrosinistra, Piero Fassino, è conosciuto. A sua volta, conosce bene Torino. Ma è, da tempo, un esponente della classe politica nazionale. Non sarà senza significato, il risultato di Torino. Soprattutto per il centrosinistra.
3. Come il voto di Bologna. Città-simbolo dell´Emilia rossa. In crisi dal 1999. Quando Giorgio Guazzaloca, candidato del centrodestra, divenne Sindaco. Un trauma, non solo a livello locale. Il segno di un cambio d´epoca, per la città. Dove continua a essere difficile riassumere e rappresentare insieme tradizione comunista e cattolico-democratica. Mentre il “compromesso socialdemocratico” (come lo ha definito Berselli) della sinistra con la borghesia urbana non funziona più. Il caso di Bologna, peraltro, ha riproposto la debolezza del Pdl. Incapace di esprimere un candidato autorevole. Costretto ad accettare la candidatura di Manes Bernardini. Un leghista di “terza generazione” (così lo ha definito Moris Gasparri su Limes). Una cessione di sovranità del Pdl nell´Italia (un tempo) rossa. Dove la Lega, da qualche anno, sta ottenendo notevoli successi.
4. Napoli. Una “città rossa”, fino a ieri. La più importante del Centrosud, dopo la sconfitta di Roma, nel 2008. Capitale del Rinascimento del Sud, negli anni Novanta. Guidata da Bassolino. Il centrosinistra l´ha governata dal 1993 fino ad oggi. Fino ad essere coinvolto e travolto, negli ultimi anni, dall´immagine dei rifiuti che si accatastavano sulle strade. Berlusconi ne ha fatto uno spot elettorale ossessivo, nel 2008, alla vigilia delle elezioni politiche. In seguito i rifiuti sono ricomparsi. Hanno invaso di nuovo la città. Ma sui media non hanno trovato la stessa visibilità di prima. D´altra parte, avevano esaurito il loro compito. Oggi, Napoli, è il teatro di una contesa difficile, non solo per il Centrosinistra, lacerato all´interno. Come, d´altra parte, il Centrodestra. La candidatura di De Magistris amplifica la chiave di lettura della nostra storia recente imposta da Berlusconi. La frattura, in-finita, del 1993. Tangentopoli: simbolo dello scontro, mai risolto, fra Magistrati e Politica. Dove la Politica, oggi, viene interpretata da lui. Mister B.
5. Conviene, inoltre, considerare due capitali (geopoliticamente) “laterali”, come Trieste e Cagliari. In passato, riferimenti importanti – in qualche misura originali – per l´Ulivo. Trieste, dove ha governato, dal 1993 fino al 2001, Riccardo Illy. Eletto, in seguito, governatore del Friuli Venezia Giulia. Cagliari, capitale della Sardegna, dove Renato Soru ha, anch´esso, governato la Regione, dal 2004 al 2009. Illy e Soru. Entrambi imprenditori di successo. Entrambi federalisti. Entrambi estranei ai partiti. Esponenti di un centrosinistra non viziato dal prefisso “post”. Entrambi sconfitti, insieme alla loro esperienza. Oggi si capirà se in modo definitivo.
6. C´è, infine, un gruppo di Comuni medi e piccoli, soprattutto – ma non solo – del Nord. Da Gallarate a Montevarchi, da Oderzo a Cento, da Pinerolo a Olbia, da Montebelluna a Rho: dove la Lega, in questa occasione, si presenta da sola. Lo ha fatto anche in passato, soprattutto negli anni Novanta, quanto la solitudine ne marcava la vocazione antagonista. Ma oggi è Lega di governo, a Roma e nel Nord. Correre da sola nel suo territorio privilegiato – cioè, le città medie e piccole di provincia – ha un significato molto diverso. Suggerisce la “tentazione” (come l´ha definita Gad Lerner) di tenersi aperte soluzioni diverse. Alleanze diverse. Con o senza il Pdl. Riflette, ancora, la tendenza a consolidarsi sul territorio. Occupando amministrazioni, ma anche enti e organismi locali. Un po´ come i partiti di massa della Prima Repubblica.
7. Altri soggetti politici attendono risposte importanti, da queste elezioni. Anche se non hanno città esemplari in cui misurarsi. I centristi del Terzo Polo, da un lato. Il Movimento 5 Stelle, dall´altro. Opposti, per vocazione e collocazione. Il Terzo Polo: deve dimostrarsi capace di giocare una parte decisiva, dove si andrà ai ballottaggi. Spostando gli equilibri in una direzione piuttosto che nell´altra. Peraltro: quale? Il Movimento 5 Stelle, al contrario, mira a rendere visibile l´elettorato “intransigente” (e, secondo il nuovo dizionario: “irresponsabile”). Che sta soprattutto, ma non solo, nel centrosinistra e a sinistra. Potrebbe produrre effetti vistosi (come, di recente, in Piemonte e, prima, nella stessa Bologna). D´altronde, nelle città maggiori, alle elezioni precedenti ha superato, spesso, il 3% (a Bologna, l´anno scorso, l´8%). Difficilmente resterà al di sotto di questa soglia.
Tra questa sera e domani, dunque, sapremo se “l´Italia delle città” avrà cambiato ancora volto all´Italia. Com´è avvenuto spesso nella Seconda Repubblica. Nel 1993, nel 1995, nel 2000, nel 2005. Quando le elezioni amministrative e regionali hanno annunciato e accelerato i cambiamenti politici. Stasera capiremo, cioè, se lo stagno stagnante in cui stagniamo da troppo tempo si muoverà.

La Repubblica 16.05.11

Napolitano: «La democrazia non è acquisita una volta per tutte»

La democrazia non può «considerarsi compiuta e vitale una volta per tutte» neppure in Italia e «richiede attente cure, verifiche critiche, riforme se necessario e comunque nuovi sviluppi». Lo ha detto da Israele Giorgio Napolitano, sottolineando la propria responsabilità da Presidente della Repubblica di operare per il «consolidamento» della democrazia italiana.

Napolitano ha ritirato a Tel Aviv il premio Dan David, un riconoscimento nato diversi anni fa per iniziativa dell’uomo d’affari e filantropo Dan David, ed è destinato a uomini politici, di scienza e di cultura. Si divide in tre categorie – Passato, Presente e Futuro – per ciascuna delle quali è annualmente conferito un milione di dollari. Nel 2010 Napolitano è stato scelto nella categoria «Passato» per «la sua dedizione alla causa della democrazia parlamentare e il suo contributo al ravvicinamento tra la sinistra italiana e il socialismo europeo».

Nella motivazione del premio che il Capo dello Stato ha ritirato si legge, a conclusione, che «nell’attuale clima politico italiano a tratti caotico, egli si erge a faro di ragionevolezza, moderazione, valori democratici e tolleranza, ammirato e rispettato dai membri di tutti i partiti e di tutte le convinzioni».

«Anche se come non solo dice la categoria del premio Dan David generosamente assegnatomi, ma dice la legge oggettiva dell’età, la mia persona e azione si colloca nella ‘dimensione del tempo passatò», ha detto Napolitano, «non mi sottraggo alla responsabilità che ancora mi spetta esercitare operando e pensando per l’ulteriore ‘marcia della democrazià. Mi compete di certo la responsabilità di operare come Presidente della Repubblica italiana per il consolidamento della democrazia rinata nel mio paese più di sessant’anni fa grazie alla lotta contro il fascismo, alla Resistenza e alla vittoria della coalizione antinazista nella seconda guerra mondiale. La democrazia, neppure se sia stata ricostruita come in Italia sulle forti basi di una moderna Costituzione, può considerarsi compiuta e vitale una volta per tutte. Essa richiede attente cure, verifiche critiche, riforme se necessario e comunque nuovi sviluppi in rapporto al mutare dei tempi e delle esigenze. È mio dovere – ha detto Napolitano – adoperarmi perché in questo senso si esprima in Italia uno sforzo condiviso».

da www.unita.it

"Un voto per mandare a casa il re dell'illegalità e della volgarità", di Vittorio Emiliani

Ha ragione Romano Prodi: la volgarità è il tratto dominante della politica sotto Berlusconi. Volgarità nel linguaggio da barzellettiere. Volgarità nelle battute su uomini di Stato che, come Obama, lo sovrastano. Volgarità nell’approccio con ogni tipo di donna: dal premier scandinavo che, dice lui, fu “costretto”a corteggiare, all’ultima escort reclutata per i suoi festini da gente volgare come lui. Volgarità nelle definizioni riservate alle opposizioni e alle “toghe rosse”. Volgarità nelle conferenze stampa, non importa se internazionali. Volgarità nelle vanterie “machiste”come se fosse bello, giovane, alto, biondo e con gli occhi azzurri.
Una volgarità che deborda, dilaga, contagia il Paese. La musa ispiratrice della linea “dura” è quella Daniela Santanchè la quale, allorché militava nella Destra, disse con inusitata finezza: «Silvio è pazzo di me perché non gliel’ho data, lui le donne le concepisce soltanto in posizione orizzontale». Mussolini era consigliato dalla Sarfatti.n Lui dalla Santanchè. È la stessa che, tornata alla sua corte, ha perorato un condono ad hoc per quella Campania che, con Calabria e Sicilia, è la regione più devastata dagli abusi. A cominciare dalle zone di camorra, dove “Ambiente Italia” (Raitre) scoperse un’intera città del tutto abusiva: Casalnuovo di Napoli, 800 fabbricati fuorilegge. A danno degli onesti: costruttori, proprietari, cittadini, sindaci. Tutti gabbati. Un aperitivo ndel prossimo condono? Tutto è possibile con il Cav. Lui, fra l’altro, minaccia di non pagare più il canone Rai finché ci saranno “Ballarò”, Annozero” e simili, vuole cioè evadere una imposta (sul possesso della tv). Lo hanno preceduto in massa i residenti di Casal di Principe o o di Castelvolturno dove il 90 % non paga da anni un euro di canone. Una congrega di gentiluomini. Volgarità e ridicolaggini di ogni genere, che ci fanno arrossire all’estero. Attacco sistematico ai tutori della legge. Nessuna considerazione per le leggi. Anzi, incitamento a fare come si vuole. Pure la grande festa per lo scudetto del Milan si trasformerà, inevitabilmente, in un maxi-spot elettorale. Per lui e per Mestizia Moratti. Mentre si sta per andare al voto. Conflitto di interessi? Non lo sfiora l’idea. A lui stanno a cuore soltanto gli interessi personali, famigliari, aziendali. La Rai, dopo la cura-Masi, registra debiti per 320 milioni e perdite di esercizio per 180? Peggio per
gli italiani. E pensare che nell’ultimo periodo (1996-2002) in cui la Rai fu gestita da un CdA in maggioranza di “comunisti”, presieduto prima da Enzo Siciliano e poi da Roberto Zaccaria, fu sempre in attivo, con un picco di 143 miliardi di lire. Quindi, pure incapaci. E a questi, o milanesi, vorreste ridare fiducia? Mandateli a casa, loro e Bossi, e Milano tornerà a contare e con essa l’Italia.

L’Unità 15.05.11

"Il valore della laicità", di Michela Marzano

In vigore da poco più di un mese, la legge francese sul divieto del velo integrale negli spazi pubblici rilancia il tema della laicità. Voluta dal segretario dell´Ump Jean-François Coppé, questa legge è sintomatica del “ripiego identitario” che caratterizza oggi una buona parte dell´Europa e mostra bene come strumentalizzare la laicità serva spesso solo ad alimentare gli integralismi. Come a Tolosa, nel sud-ovest della Francia, quando un´insegnante di una scuola privata musulmana è stata interpellata da una pattuglia della polizia che passava per strada. Un testimone che voleva filmare la scena è stato arrestato. E qualche ora più tardi, davanti al commissariato centrale, si è assistito all´organizzazione di una preghiera collettiva…
La laicità resta un valore cardine della République. Dal 1905, anno di adozione della famosa legge difesa da Aristide Briand, lo Stato non riconosce e non sovvenziona nessun culto: ognuno è libero di credere o meno e, in materia religiosa, il solo scopo della Repubblica è di far convivere atei e credenti senza privilegi o discriminazioni. Almeno in principio, ognuno dovrebbe essere libero di praticare la propria religione e di rispettarne le regole. Perché la fede appartiene alla sfera privata e lo Stato non deve intervenire né per favorire né per discriminare i diversi culti.
Come spiegava già Locke, il potere politico non può permettersi di enunciare regole e norme in materia religiosa perché non è suo compito “governare le coscienze”. I cittadini, però, devono a loro volta rispettare le regole comuni ed evitare qualunque forma di proselitismo religioso nelle strutture pubbliche (ospedali, tribunali, scuole, servizi). È all´interno di questa logica che, in Francia, si inserisce la famosa legge del 15 marzo 2004, che proibisce non solo di portare il velo a scuola, ma anche di indossare, nelle aule scolastiche, qualunque simbolo religioso visibile, come la kippa o la croce. Ma si può invocare la laicità per giustificare quest´ultima legge che vieta alle donne di portare per strada un velo integrale (burqa o niqab)?
L´argomento utilizzato dal legislatore non è stato esplicitamente quello della laicità. Nei dibattiti parlamentari, alcuni hanno insistito sulla dignità delle donne. Altri sulle questioni legate alla sicurezza: portare un velo integrale non permetterebbe di identificare colei che lo indossa e ci sarebbe dunque il rischio di utilizzare il velo per atti illegali. È tuttavia proprio nel nome della laicità che molti difendono la legge anima e corpo. In un clima sempre più teso, si insiste sul pericolo dell´Islam radicale, evocando la fine della cultura francese e demonizzando ogni forma di multiculturalismo. Mentre Marine Le Pen cresce nei sondaggi accusando il governo di lassismo e Nicolas Sarkozy dichiara che nella trasmissione dei valori nessun insegnante può sostituirsi a un prete o a un pastore.
Che cosa resta allora della laicità? Come rendere possibile la convivenza di valori differenti senza per questo rinunciare al patrimonio culturale del proprio paese o chiudere gli occhi sul fatto che alcune donne siano costrette a velarsi e certe adolescenti vengano maltrattate dai padri solo perché corteggiate a scuola, come accaduto recentemente in Italia?
In un´epoca come la nostra, in cui la questione della laicità va di pari passo con l´aumento non solo degli integralismi religiosi, ma anche dell´intolleranza e del razzismo, forse bisognerebbe interrogarsi di nuovo sul significato dell´espressione “identità nazionale” e cercare di capire come il rispetto delle differenze non implichi necessariamente una “tolleranza passiva”, come ha recentemente affermato il primo ministro britannico David Cameron, denunciando il fallimento del multiculturalismo all´anglosassone. Ogni paese ha certamente un proprio patrimonio culturale specifico, che va di pari passo con la storia della propria unità, con le contraddizioni e le difficoltà che si sono di volta in volta incontrate per imparare a vivere insieme. Cultura, usi e costumi fanno parte delle nostre radici e ci permettono di sapere da dove veniamo e dove vogliamo andare. Indipendentemente dal paese in cui ci troviamo, la nostra lingua, le nostre credenze religiose e nostri valori contribuiscono a farci sapere chi siamo. Al tempo stesso, però, l´identità non è mai monolitica. Ogni persona evolve e si trasforma grazie anche a tutti coloro che incontra nel corso della propria vita. E un discorso analogo vale anche per l´identità di un popolo. La conoscenza di altre culture ci arricchisce e ci permette di rimettere in discussione le nostre certezza. Certo l´Altro, in quanto “altro”, disturba e sconcerta. A causa della sua “differenza”, ci obbliga ad interrogarci sul ruolo che l´alterità occupa nella nostra vita, e sullo spazio che siamo disposti a darle. L´altro è il contrario dell´ordinario e dell´abituale. È per questo che molto spesso lo si rifiuta, utilizzando la nozione di identità per far credere alla gente che esista una barriera rigida capace di distinguere l´io dal non-io, il fratello dallo straniero: una barriera che si erige ogni qualvolta una cultura, una religione o una società non riesce né a pensare l´altro, né a pensarsi con l´altro. Ma erigere barriere o promulgare leggi che nel nome di una certa laicità interferiscono con le scelte religiose dei singoli individui non serve a pacificare una società.
Questo tipo di strategie non fa altro che spingere alla radicalità. Al contrario della tolleranza, che è la vera colonna vertebrale della laicità. Anche se la tolleranza non è mai, come ci insegna Voltaire, mera passività. Accettare la diversità religiosa e culturale non significa chiudere gli occhi di fronte a pratiche estremiste che ledano i diritti umani fondamentali su cui si basa la nostra società. Ma il caso del velo integrale per la strada non è certo una di queste pratiche. Il vero compito di uno Stato laico non dovrebbe d´altronde essere quello di organizzare la coesistenza delle diverse libertà?

La Repubblica 15.05.11