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«Una scelta per difendere la dignità dell’Italia» intervista a Romano Prodi di Claudio Visani

Voleva esserci Romano Prodi venerdì sera su quel palco in PiazzaMaggiore a Bologna. La piazza delle vittorie del centrosinistra. Lì festeggiò il 23 aprile 1996, arrivando in pullman da Roma tra l’entusiasmo dell’allora popolo dell’Ulivo. E lì tornò l’11 aprile 2006, la sera dopo la seconda vittoria su Berlusconi: vittoria “triste” quella volta alla guida dell’Unione, per appena 20mila voti e solo alla Camera. Voleva esserci per mandare un segnale all’Italia «offesa dalla volgarità di Berlusconi»; per la sua città che «pur avendo perso colpi, nel confronto con le altre se la cava ancora piuttosto bene»; per spazzare via i dubbi che qualcuno «interessato a dividere» aveva sparso sul suo presunto sostegno tiepido al candidato del centrosinistra, Virginio Merola. Così appena conclusa la “lectio magistralis” tenuta a La Spezia, nel tardo pomeriggio, ha salutato tutti e si è precipitato a Bologna. Quando è salito sul palco con Bersani, Errani e Merola, a metà comizio, la sorpresa è stata salutata da un’ovazione dai 15-20mila della piazza. Professore, cosa risponde a chi ha parlato di un Prodi freddo con Merola?
«C’è sempre chi ha interesse a dividere, qualcuno che ci prova. Ma il sostegno a Merola è senza riserve. A Bologna bisogna vincere, e vincere già al primo turno. Il mio impegno è questo. Per Bologna e per il Paese. Soprattutto adesso che la campagna elettorale è diventata una sorta di referendum generale, con una valenza politica nazionale evidente». Una campagna elettorale avvelenata, col Premier impegnato al massimo a colpire i candidati del centrosinistra e a dispensare promesse improbabili….
«Gli ultimi giorni di Berlusconi sono stati una roba incredibile, offensivi della dignità dell’Italia. Dall’uscita su “quelli di sinistra che non si lavano”, al disprezzo per le persone fino all’annuncio sulle case abusive che non si devono abbattere. Ovunque è andato ha portato ulteriori punte di volgarità.
La volgarità è diventata la sua bandiera, che ci fa vergognare nel mondo. Per questo dobbiamo impegnarci, votare. Dobbiamo vincere per salvare la dignità di questo Paese dalla volgarità del Premier».
Quanto peserà il voto nelle città sulla tenuta di Governo e maggioranza?
«È un voto che può incidere molto. Il braccio di ferro più simbolico è quello di Milano e Napoli. Ma anche Bologna avrà un peso: da qui può partire un segnale forte al Paese».
C’è chi sostiene che è già cambiato il vento nel Paese. Lei ci crede?
«Purtroppo non è ancora così, ma penso che l’aria non tarderà molto a cambiare. La crisi è pesante. Stanno aumentanto le iniquità. E cresce la distanza tra il Governo e il Paese. Le elezioni amministrative possono dare una mano a fare maturare in Italia la volontà di voltare pagina».
Come giudica la campagna elettorale
di Bologna?
«Mi pare che qui sia stata meno indecente che altrove. Salvo le battute da piccolo trivio su Merola-Alì Babà (Tremonti per marcare le origini meridionali
del candidato. E Bersani ha replicato: «Sempre meglio Alì Babà dei 40 ladroni», ndr) e sul governo della sinistra a Bologna equiparato alla mafia (Stefania Craxi, ndr), direi che è stata corretta. E la coalizione di centrosinistra è andata in crescendo, col tempo ha preso vigore».
La macchina del fango però è in azione, a Milano come a Bologna. Qui i “grillini” hanno dipinto un Merola alticcio e psichicamente instabile, e il
“Resto del Carlino” hapubblicato l’intervista a uno psichiatra sulla stanchezza del candidato…
«A Bologna più che la macchina del fango mi è sembrato di vedere squallore umano, di sentire qualche voce dal sen fuggita. A Milano è diverso: lì è chiaro che l’attacco della Moratti a Pisapia è stato pianificato dagli spin doctors».
Nel Paese c’è disaffezione per la politica, anche nei confronti del Pd. A Bologna dopo Delbono il centrosinistra teme l’astensione e il voto a Grillo.
Pensa che sia un timore fondato?
«A vedere la piazza di venerdì sera non direi. Nel centrosinistra siamo abituati agli esami continui, ma non mi pare ci sia uno specifico bolognese.
La disaffezione è un fenomeno generale, riguarda l’Italia, la crisi del Paese e della politica alimentata
dagli anni di Berlusconi».
Bologna però ha perso colpi…
«E’ vero, li ha persi. Ma se la paragoniamo ad altre città se la cava ancora bene. Certo, un tempo Bologna era un simbolo mondiale. Ora è una città più normale, costretta alla lotta dura per non arretrare, falcidiata
in modo micidiale dai tagli, con poche risorse a disposizione per garantire i servizi e le innovazioni del passato».
Cosa serve perché Bologna torni ad essere Bologna?
«Il coraggio. La voglia di sfidare il mondo, di rimettersi in gioco. Senza avere paura della internazionalizzazione. Puntando sull’Università, i saperi, la ricerca, che restano i nostri “francobolli” nel mondo».
Benigni dice che Bologna è sempre stata una buona fabbrica di sindaci. Report ha mostrato una città non più all’altezza, con candidati sindaco in grigio. Lei come lo vede Merola?
«Prima facciamolo diventare sindaco. Poi vediamo se la fabbrica ha funzionato. Io penso che farà bene. Certo, lo aspetta un compito difficile, più difficile degli ultimi che l’hanno preceduto. Per questo, come ho
detto sul palco, nei giorni feriali dovrà stare sul pezzo come un metalmeccanico e la domenica dovrà celebrare come un parroco».

L’Unità 15.05.11

L’acqua è di tutti

Proposta di legge sull’acqua pubblica presentata dal Pd sul governo della risorsa idrica e la gestione del servizio idrico integrato. “L’acqua è un bene pubblico e sono beni pubblici anche le strutture del servizio idrico integrato”. Al centro della proposta politica l’istituzione di un’Autorità di regolazione indipendente, l’introduzione di un fondo nazionale per il riequilibrio territoriale e di una tariffa sociale a vantaggio dei nuclei familiari più numerosi e delle fasce meno abbienti. “Siamo qui perché, testardamente, vogliamo occuparci di questioni reali” così Pier Luigi Bersani ha introdotto la conferenza stampa di presentazione della proposta di legge del Pd sull’acqua pubblica insieme a Dario Franceschini, Anna Finocchiaro e Stella Bianchi. “Il tema ambientale – ha continuato il leader democratico – è tutt’ora troppo trascurato. Per noi è invece una chiave prioritaria soprattutto in relazione alla crisi economica e sociale affinché il Piano Acqua sia uno dei progetti Paese”.
Bersani ha voluto ricordare come la privatizzazione non è la risposta giusta per la razionalizzazione dell’utilizzo dell’acqua. “L’acqua e la salute dell’acqua vanno riconsegnate a Dio così come ce l’ha date” ha concluso Bersani.

“Questa proposta – ha aggiunto il capogruppo al Senato Anna Finocchiaro – nasce nel solco delle iniziative sui beni comuni, senza alcuna estemporaneità e in coerenza con le scelte del Pd. Noi vogliamo cominciare a introdurre l’idea di una gestione federalista delle risorse e questa è anche la nostra impostazione per quel che riguarda i decreti attuativi del federalismo”. La proposta prevede anche un fondo nazionale ”per riequilibrare le risorse in modo che non ci siano diritti di serie A e di serie B in ordine all’accesso all’acqua”.

“Noi traduciamo l’oggetto del referendum – ha dichiarato Franceschini – in una proposta di legge. Del resto l’aspetto prevalente della battaglia referendaria era culturale perché i quesiti referendari sono sempre limitati al merito delle questioni poste. Ora noi vogliamo capire se è possibile che anche qualcuno nella maggioranza si ravveda rispetto al decreto Ronchi”.

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I punti del progetto di legge illustrati da Stella Bianchi, responsabile Ambiente del Pd.

La proposta di legge sull’acqua pubblica elaborata dal Partito Democratico nasce da un giudizio profondamente negativo sul decreto Ronchi, che ha imposto la privatizzazione forzata del servizio idrico integrato togliendo agli enti locali e quindi alle comunità ogni potere di decisione. E da un giudizio altrettanto negativo sul decreto Calderoli, che ha successivamente disposto la soppressione degli ATO (assemblee di ambito territoriale ottimale) entro il dicembre 2010, creando un’incertezza che impedisce una corretta ed efficiente gestione del servizio.
Dal successo della raccolta di firme per i referendum per l’acqua pubblica arriva una forte e giusta rivendicazione di tutela dell’acqua pubblica, di garanzia sulle condizioni in cui viene svolto il servizio idrico integrato. Il Partito Democratico è impegnato nella stessa battaglia e propone un disegno di riforma organica del settore che tuteli la risorsa acqua e la garanzia di un servizio di massima qualità per i cittadini a tariffe eque. Il testo che presentiamo oggi sarà poi sottoposto a una consultazione con i nostri iscritti, gli amministratori locali, le associazioni dei consumatori, le associazioni ambientaliste, le parti sociali.

I punti fondamentali della proposta sono:

Ribadire che l’acqua è un bene pubblico e sono beni pubblici anche le strutture del servizio idrico integrato;
Una gestione industriale del servizio idrico che abbia una dimensione di scala adeguata, utilizzi le migliori tecnologie, e che sia realizzata secondo criteri di efficienza, efficacia ed economicità;
Gli amministratori locali, sindaci in primo luogo, riuniti nell’assemblea di ambito territoriale ottimale, hanno il compito di prendere le decisioni fondamentali riguardo al servizio idrico integrato e quindi gli obiettivi di servizio, l’uso della risorsa, gli investimenti, il limite di sostenibilità della tariffa, l’affidamento del servizio idrico;
Istituzione di un’Autorità di regolazione indipendente che abbia poteri di verifica dei piani strategici e dei piani d’ambito, che verifichi la congruità delle tariffe, che controlli l’attività dei gestori con poteri di ispezione e di sanzione;
Introduzione di una tariffa sociale a vantaggio dei nuclei familiari più numerosi e delle fasce meno abbienti;
Istituzione di un fondo nazionale per il riequilibrio territoriale delle dotazioni e delle infrastrutture idriche e per la preservazione della risorsa acqua, a garanzia dell’accesso universale a un servizio di massima qualità secondo criteri di equità e solidarietà;
Partecipazione, garanzia e informazione per gli utenti sono tutelate dall’Autorità di regolazione che garantisce a tutti i cittadini la massima trasparenza.

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Acqua: Federutility, proposta Pd buona base di discussione
“La proposta del Partito Democratico in materia di acqua, mi sembra una buona base di discussione. Da quanto leggo dalle agenzie, il contenuto punta a conciliare le ragioni del sociale con una sostenibilità industriale del servizio idrico. L’analisi dettagliata del testo ci permetterà un giudizio più preciso. L’importante però è che il governo e l’opposizione entrino nel merito della questione, senza pregiudizi”. Ad affermarlo in una nota è Mauro D’Ascenzi, il vicepresidente di Federutility (la federazione che associa le aziende di servizi pubblici locali ed il 95% degli acquedottisti) commentando la proposta del Pd in materia di acqua, presentata ieri da Pierluigi Bersani e da Anna Finocchiaro.

“Soltanto un confronto onesto e tecnico, senza pregiudizi e polemiche politiche, può consentire lo sviluppo del sistema idrico” sottolinea ancora D’Ascenzi. Un punto di equilibrio tra governo ed opposizione, conclude il vicepresidente di Federutility, “potrebbe anche evitare il ricorso ai complessi e costosi referendum”

qui il testo della proposta di legge

A.Dra

www.partitodemocratico.it

De Mauro, contro Mastrocola: «Smettiamo di attaccare la scuola pubblica», di Dino Messina

«Sbaglia Paola Mastrocola, nel suo pamphlet Togliamo il disturbo, a criticare pesantemente la scuola pubblica, che per la verità viene attaccata anche da autorevoli ministri della Repubblica e dal presidente del Consiglio» . All’incontro dedicato «Alle origini dell’identità italiana» che ieri mattina ha aperto la terza giornata di questo ventiquattresimo Salone del libro, Tullio De Mauro, storico della lingua e ministro della Pubblica istruzione nel governo Amato, non ha esitato a definire la scuola pubblica «primo baluardo» del nostro Paese. Un baluardo da difendere nonostante i limiti, perché il panorama generale è davvero desolante: «Il 5 per cento degli italiani adulti — ha detto De Mauro — ha difficoltà a riconoscere alcune lettere dell’alfabeto, un 33%le sa mettere assieme ma capisce a stento il senso delle parole, un altro 33%ha un livello di comprensione molto basso. Arriviamo a un 71%, secondo le stime più ottimistiche, di persone che hanno difficoltà a leggere e scrivere. «Non è un caso che noi siamo il Paese con la maggiore diffusione di telefonini pro capite, perché c’è un evidente problema a misurarsi con la scrittura. E infatti soltanto il 38 per cento degli italiani naviga in Internet. Quando si parla dei limiti della scuola italiana, che pure esistono, bisogna tener presente questo dato di partenza» . De Mauro ha voluto commentare e completare così i dati riassunti da Carmela Palumbo del ministero dell’Istruzione, che si è rifatta ad alcune indagini condotte dall’Ocse Pisa («25%dei ragazzi alla fine del ciclo dell’obbligo si colloca al livello più basso di conoscenza» ) e dell’Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo), secondo cui uno su due dei nostri maturandi è insufficiente. Nonostante questi risultati, De Mauro ha difeso di nuovo con Luciano Canfora nel pomeriggio, durante un happening allo stand Laterza, la funzione ancora fondamentale della scuola pubblica. L’appuntamento pomeridiano è stato organizzato da Giuseppe Laterza per parlare della lettera-appello al presidente della Repubblica in difesa della scuola pubblica cui hanno già aderito circa duemila persone e che è stata firmata oltre che da Laterza, da Marco Cassini e Daniele Di Gennaro di minimum fax, Carmine Donzelli, Federico Enriques di Zanichelli, Carlo Feltrinelli, Sandra e Sandro Ferri di e/o, Sergio Giunti e Bruno Mari di Giunti, Stefano Mauri del gruppo Mauri Spagnol, Paolo Mieli della Rcs, Antonio e Olivia Sellerio. Oltre ad altri editori, tra cui Mondadori, hanno aderito una serie di scrittori con frasi pubblicate sul sito di Laterza che sono state lette ieri pomeriggio. Tra le altre (di Eva Cantarella, Dacia Maraini, Andrea Carandini, Franco Cassano, Gherardo Colombo), segnaliamo questa di Ernesto Galli della Loggia: «Tutto quello che so, o quasi, lo devo alla scuola pubblica del mio Paese. Se essa domani scomparisse sarebbe come se scomparisse un pezzo della famiglia in cui sono nato» . Nel segno di un amaro ottimismo la considerazione conclusiva di Luciano Canfora: «Se fossimo in un Paese normale questo incontro sarebbe inutile. Quel che altrove è considerato ovvio da noi si vuol mettere in discussione. Ma la scuola pubblica ha un corpo sano, pur tra alti e bassi, tra crolli psicologici ed entusiasmi. L’argomentazione che bisogna fornire tante scuole di tipo diverso per andare incontro al bisogno di libertà è un argomento falso perché si tratta soltanto della libertà dei ricchi. L’Italia ha avuto un Novecento drammatico e il fatto che la scuola pubblica abbia saputo reggere al fascismo è la dimostrazione che saprà superare anche questo momento difficile» .

Il Corriere della Sera 15.05.11

"Ma al Nord evasione fiscale record in Veneto sparisce il 22,4% del reddito", di Luisa Grion

La regione più “virtuosa” è la Sardegna che sottrae all´erario solo il 13,7%. L´Associazione: nessuna etichetta al Settentrione, Italia unita dalla fuga dal Fisco. Un Paese unito nel nome dell´evasione fiscale: nascondere una parte o la totalità del reddito agli occhi dello Stato è un´attività diffusa su tutto il territorio italiano. Ma gli evasori non sono tutti uguali: c´è chi si accontenta di truffare il fisco solo in parte, e chi mette via ogni remora pur di accumulare entrate senza versare le tasse. Al Nord come al Sud, anzi al Nord un po´ di più.
Contrariamente a quanto si pensa per via della maggiore diffusione dell´economia sommersa, il picco dell´evasione si raggiunge nel Settentrione. La regione che sottrae più ricchezza ai fini dell´Irpef è il Veneto, che nasconde in media il 22,4 per cento dei suoi redditi, la più virtuosa è la Sardegna dove l´evasione si contiene al 13,7%. Fra i due estremi, c´è il ritratto di un Paese che si attrezza in mille modi per ingannare il fisco quando il contribuente non versa la ritenuta alla fonte: dalle prestazioni professionali in nero agli scontrini mai emessi.
A differenziare il fenomeno in base al territorio ci ha pensato lo Svimez, l´associazione per lo sviluppo dell´industria nel Mezzogiorno, in uno studio che calcola le percentuali del reddito dichiarato rispetto a quello disponibile nel 2008 (al netto delle prestazioni sociali e delle quote esenti, più diffuse al Sud).
Il Paese in complesso ne esce male anche se, contrariamente ai luoghi comuni, la quota di reddito nascosto è più alta al Centro-Nord, con il 19,3 per cento, che al Sud (il 18). Al Veneto, nella classifica dei meno virtuosi, seguono le Marche (22 per cento di ricchezza evasa). Ma a parte un intermezzo fra il terzo e quarto posto – Basilicata (21%) e Calabria (20,6 per cento, pari merito con l´Emilia Romagna) – è l´Italia del Centro Nord a dominare la parte alta della graduatoria. Lombardia e Sicilia, regioni con notevoli differenze nel livello di vita, evadono quote simili (17,6 per cento la prima, 17,2 la seconda). Quanto a virtuosismo, alza la media settentrionale solo la Liguria (14,7 per cento di reddito evaso).
L´andamento non cambia di molto se si considerano le percentuali di reddito dichiarato rispetto al Pil: il Mezzogiorno dichiara il 51,2 per cento rispetto al 49,5 del Centro-Nord. E non sembra che nel breve periodo le posizioni possano invertirsi visto che – secondo una indagine di Contribuenti. it – nei primi mesi del 2010 l´evasione era data in aumento soprattutto in Lombardia e in Veneto.
Commenta lo Svimez: «Non cadiamo nella tentazione di etichettare il Centro Nord come terra di evasori fiscali – si legge nello studio -. Ma questi dati mostrano comunque che non si può attribuire questa stessa etichetta al Mezzogiorno: la realtà è che l´Italia non ha raggiunto l´unità economica, ma è unificata dall´evasione».
Secondo i ricercatori dell´associazione una precisazione però va fatta: «Le informazioni della Guardia di Finanza – che non riguardano tutti i contribuenti, ma solo quelli sottoposti a controllo fiscale – indicano che nel Mezzogiorno ci sono più evasori che nascondono importi modesti». Al Centro Nord si verifica il caso opposto: «Al limitato numero di evasori corrisponde una massa imponibile non dichiarata rilevante». In sostanza, conclude lo studio Svimez «si può figurare un´evasione per sopravvivenza al Sud ed una evasione per accumulazione di ricchezza al Nord».

La Repubblica 15.05.11

"In difesa dell'Università che amplifica il sapere", di Goffredo Fofi

Guardo con mistero e sconcerto a guerre e mafie all’interno delle facoltà. E con meraviglia alle grandi capacità che spesso si producono negli atenei. Per ovvie ragioni “di classe” non ho fatto a suo tempo l’università, un tipo di scuola riservato, allora, alle classi abbienti o alla piccola borghesia emergente. Il boom non era ancora arrivato e a Barbiana non avevano ancora scritto la “lettera a una professoressa”. Ho conosciuto, è ovvio, centinaia, forse migliaia di laureati, e anche di professori universitari, di assistenti universitari, di ricercatori universitari, sentendo a lungo (e ancora oggi) un forte sentimento di inferiorità verso coloro che l’università l’avevano fatta o la facevano. Quello di cui più soffrivo era di “non avere un metodo” nell’affrontare i miei studi e le mie letture, le mie ambizioni di inchiestatore o di critico o, un tempo, il lavoro con i bambini al di fuori delle istituzioni regolamentari. La messa in atto dei miei interessi e delle mie passioni avrebbe richiesto un’adeguata preparazione scientifica che assolutamente non avevo e non ho mai avuto. E di questo soffrivo, anche se un amico che stava nell’università mi ripeteva che, sì,un metodo l’università riusciva a darlo, ma solo quello, nient’altro, non riusciva cioè a dare la capacità di conoscere davvero la realtà, di saper ragionare sulla realtà, di individuare i modi per poter modificare positivamente la realtà. Insomma, da bravo autodidatta, in buona parte per scelta o per l’affanno delle tante iniziative in cui mi sono continuamente perso e trovato, ho oscillato nel tempo tra il rimpianto di non aver potuto fare degli studi regolari e la pretesa di sapere su molte cose più di tanti professori e professoroni. Raggiunta una certa età, riesco, credo, a essere più obiettivo nel giudicare i pregi e limiti altrui, e soprattutto i moltissimi limiti e i pochi vantaggi che derivano dalla mera esperienza. Da sola l’esperienza non basta anche se non si va lontano rinunciando all’esperienza e, per esser più precisi, a esperienze abbastanza radicali nella scelta del proprio posto nel mondo, del modo di assolvere ai propri doveri nei confronti del mondo. Oggi, per esempio, di fronte alla mancanza di sale della cultura italiana di questo sciagurato periodo della nostra storia – che, potendo fare dei paragoni, non esito a definire il più fiacco tra i molti della storia e cultura del nostro paese dagli anni di guerra in avanti – mi capita molto spesso di pensare all’università con una certa dose di solidarietà e di riconoscenza. Naturalmente, a una certa parte dell’università. Ma che esiste e resiste, nonostante i ministri (di sinistra come di destra), i baroni (di sinistra comedi destra), i parassiti (di sinistra come di destra), gli imbecilli (di sinistra come di destra) e nonostante la sua pessima organizzazione, la scarsità dei mezzi che lo stato le destina, e la necessità o l’obbligo per molti dei suoi membri migliori e soprattutto per i più giovani di fuggirsene altrove, per continuare a studiare e per veder riconosciute le loro capacità. Nonostante, perfino, l’anomia o la propensione al conformismo e all’accettazione di tutto e anche del peggio, prodotta da questo contesto nella gran maggioranza degli studenti. Sono davvero convinto che se ancora esiste in Italia un po’ d’intelligenza e di risposta ai bisogni di sapere (del passato del presente e del futuro nei molteplici aspetti dell’esperienza umana), e in generale del bisogno-dovere di “seguire virtù e conoscenza”, lo si deve a certe realtà minori, marginali, magari poco note e talora perfino in vario modo soffocate, che ancora l’università riesce a esprimere. Parlo di certe zone delle facoltà di storia, di sociologia, di scienza (le scienze più vicine al concreto quanto quelle più portate all’astratto) con più convinzione che di quelle di economia, così condizionate dal contesto e dal potere, o di letteratura, così poco impregnate di conoscenza di ciò che letteratura non è, e continuo a vedere nelle “scienze della formazione” e in quelle “della comunicazione” una delle trovate più negative di un sistema che mira al condizionamento delle nuove generazioni, che mira alla distrazione e “ricreazione” e non alla conoscenza del mondo e all’assunzione di responsabilità nei suoi confronti. Dell’università si può dire tutto il male che si vuole, ma io non sono in grado di farlo se non da molto distante, perché so troppo poco dei suoi misteri “politici” e delle sue “mafie” e niente dei suoi meccanismi di funzionamento, delle sue burocrazie e dei suoi schieramenti, delle leggi e delle “riforme” che la regolano, imposte dal regime berlusconiano ma talora anticipate dai governi della sinistra. Mi sembra più importante, oggi e proprio oggi, dirne quel che di positivo è possibile dirne, perché nonostante tutto ancora produce studiosi e studi di grande valore,mentre altri settori della società che avrebbero doveri istituzionali comparabili hanno rinunciato a farlo o lo fanno, per esempio il giornalismo e la chiesa, infinitamente di meno.

L’Unità 15.05.11

Pier Luigi Bersani «Il Paese ci incoraggia Il voto può accelerare la fine di Berlusconi», di Simone Collini

Il segretario Pd: «Ovunque ho visto un partito in salute e combattivo Il premier cerca la rissa per non parlare dei problemi veri, ma questa volta il gioco non gli riuscirà. La fase iniziata col voto del 2008 è al tramonto». Pier Luigi Bersani “tira il fiato” nella sua Piacenza dopo una campagna elettorale di cui il segretario del Pd si dice pienamente soddisfatto, per quel che riguarda la sua parte. «In queste settimane si è visto chi è mosso da valori in cui crede, chi ha parlato di lavoro, di redditi, dei temi che interessano agli italiani, e chi invece cerca la rissa per eccitare gli animi, per evitare di parlare dei problemi veri e trasformare gli elettori in tifoserie contrapposte». Squadra che vince non si cambia, è il detto, e finora Berlusconi ha ottenuto belle soddisfazioni con l’accoppiata vittimismo e contrapposizione.
«Finora. Ma ho l’impressione che questa volta il gioco non gli riuscirà. Girando per il Paese ho trovato un Pd in salute e molto combattivo. E sono convinto che la fase aperta nel 2008, gli anni tribolati che ci hanno visto sempre in difficoltà, sta cominciando a chiudersi. In questo confronto elettorale si è vista una marcia in più e sono fiducioso che avremo dei risultati incoraggianti».
E altri scoraggianti, li ha messi in conto? «Guardi, anche dove non avremo un risultato subito, abbiamo seminato per il futuro. Abbiamo in tanti luoghi candidati freschi, seri, credibili, nuove energie che dal giorno dopo la chiusura delle urne dovremo valorizzare. Sia nelle città in cui vinceremo che in quelle in cui non ci riusciremo». Prima di pensare all’esito delle urne, pensa che da questa campagna elettorale il Pd abbia acquisito credibilità come alternativa di governo? «A parte che la nostra credibilità come forza di governo, momentaneamente all’opposizione, ci è data dalle tante città in cui abbiamo ben amministrato e alla cui guida ora verremo riconfermati. Dopodiché, certamente in questa campagna elettorale si è capito che noi siamo un partito che ha nella partecipazione, nella mobilitazione nelle primarie un tratto distintivo, un partito che ha parole d’ordine univoche, a cominciare dal tema del lavoro, un partito con la passione per il sociale e che rivendica una politica onesta, sobria, un’amministrazione rigorosa, alternativa alla destra anche in termini di valori. Un partito che considera lo sviluppo solo nella chiave della qualità, della valorizzazione ambientale e della conoscenza”. E che però al momento non fa parte di una coalizione sufficientemente forte e credibile per essere maggioranza…
«Ma in queste elezioni, salvo eccezioni, in tutte le sfide ho trovato aggregazioni larghe e convinte di centrosinistra, alleate anche a molte liste civiche rispetto alle quali noi del Pd siamo stati generosi, mettendo da parte il nostro interesse di partito rispetto a candidature espressione di civismo. Per questo mi aspetto, nel confronto rispetto alla fase che si è aperta nel 2008, un’inversione di tendenza in tutta Italia».
Andiamo nello specifico: Milano, Torino, Bologna e Napoli. Il vostro obiettivo? «Intanto, ricordiamoci che ci sonno molte altre sfide rilevanti di cui bisogna tener conto e che non dovremo sottovalutare. Per quel che riguarda queste quattro città, ci aspettiamo un risultato vincente a Torino e Bologna, auspicabilmente al primo turno, e arrivare al secondo turno per poi giocarcela a Milano e Napoli». «Auspicabilmente al primo turno», a Torino e Bologna?
«C’è un problema di elevata frammentazione delle liste di cui bisogna tener conto». In entrambe le città potrebbero prendere un bel po’ di consensi i candidati grillini.
«Spero che le persone che provano una certa disaffezione nei confronti della politica, che ancora stanno pensando se non andare alle urne o magari andare a votare per Beppe Grillo, ci ragionino bene. Non si può dire che siamo tutti uguali, destra e sinistra. Noi non abbiamo approvato condoni o licenziato insegnanti, noi non vogliamo il nucleare. Soprattutto a chi cavalca certi sentimenti voglio dire che non è consentito stare eternamente nell’infanzia, che se intendono fare politica devono assumersi delle responsabilità. Anche perché abbiamo già visto con le regionali in Piemonte cosa succede a dire sono tutti uguali. Succede che vincono la Lega e Berlusconi. Vogliono questo? Bene. Però lo dicano chiaramente».
Non sono solo i grillini a dire sono tutti uguali. Anche Casini sostiene che hanno sbagliato sia Berlusconi e Letizia Moratti ad alzare in quel modo il livello dello scontro, che voi del centrosinsitra, che a Milano avete candidato un “non moderato” come Pisapia. Cosa dice agli esponenti del Terzo polo, con cui dovrete pur tentare degli accorpamenti ai ballottaggi? «Che conoscono la nostra impostazione generale, e cioè trovare una convergenza tra progressisti e moderati, forze diverse che però si pongono il problema di ricostruire nel dopo Berlusconi. E, secondo, gli vorrei domandare chi per loro è il vero estremista, se Pisapia o Berlusconi e Moratti, che si sono dimostrati pronti a scatenare una guerra mettendo in giro robaccia, pur di non perdere una poltrona».
Teme ripercussioni all’interno del suo partito, se le urne decreteranno un risultato per voi negativo? Veltroni ha già chiesto un confronto nel Pd, dopo queste amministrative.
«Noi dobbiamo essere un partito che discute sempre con grande libertà, ma tira dritto anche. Siamo un partito troppo giovane per aver risolto tutti i problemi ma già vecchio per essere un esperimento politico fallito. Tocca a noi dare una prospettiva al paese. Discutiamo allora, ma ricordandoci la responsabilità che abbiamo di fronte agli italiani».
E ripercussioni sulla sua possibile leadership del centrosinitra, a seconda dell’esito del voto, dice ci saranno? «Il punto di riflessione deve essere la responsabilità e il ruolo del Pd che in quanto tale, compreso il suo segretario, deve esserci, stare in campo, ma come costruttore di un progetto. Il resto viene dopo».

L’Unità 15.05.11

"La sostanza di una candidatura di talento", di Giuliano Amato

I consensi da ogni parte d’Europa che hanno portato in dirittura d’arrivo la candidatura di Mario Draghi a presidente della Banca centrale europea alimentano editoriali ricolmi di orgoglio italiano. Condivido l’orgoglio, ma devo anche dire che un po’ mi mette a disagio. Ammettiamolo, è un sentimento più da Paese piccolo che grande, da tifoseria abituata a vedere lo scudetto sul petto di altre squadre, che gioisce come non mai la volta che tocca alla sua. Ma l’Italia non è uno dei Paesi fondatori, uno dei quattro grandi dell’Unione Europea?
Si lo è, e tuttavia la nostra reazione a questa vicenda risponde perfettamente al modo in cui abbiamo sempre vissuto – e sempre è stato percepito dagli altri- il nostro ruolo europeo. Per ragioni storiche e perché raramente i nostri politici e i nostri funzionari hanno saputo immergersi ed integrarsi come altri nella vita comune europea, il nostro peso non è un a priori, è quello che sappiamo darci con le iniziative di cui ci rendiamo protagonisti e la qualità delle persone con cui ci facciamo avanti. Insomma una proposta, o una candidatura, francese o tedesca pesa in primo luogo perché è francese o tedesca. Una proposta o una candidatura italiana pesa soltanto per la sostanza che esprime.
Di qui tanto la legittimità del nostro orgoglio, quanto la sua matrice da Paese, ahimè, di secondo rango. Certo si è che questa volta la qualità del candidato sta pesando di più delle provenienze nazionali. Difficilmente la Germania avrebbe ceduto il passo, se avesse avuto un concorrente all’altezza del nostro. Sarà comunque positivo, non solo per noi ma per l’Europa, se la vicenda si concluderà diversamente dalle altre, nelle quali ha prevalso più chi faceva il nome, che non il merito del nominato. Detto questo, lascio alla cancelliera Merkel di dipingere Draghi agli elettori tedeschi come un prussiano con passaporto italiano. Lo faccia pure, se le serve. Ma risponde semplicemente a una immagine sbagliata dell’Italia l’idea che Draghi non abbia caratteristiche italiane, perché è attento alla stabilità, perché è severo col debito pubblico e perché ha una formidabile preparazione economico-finanziaria.
Continua u pagina 2
di Giuliano Amato So che di quell’immagine non sono responsabili soltanto i tassisti tedeschi che la echeggiano, ma per primi i tanti, i troppi opinion makers italiani che, specializzati nel parlar male del proprio Paese, gli negano anche la soddisfazione di essere orgoglioso di ciò per cui ha ragione di esserlo.
Mario Draghi è uno dei non pochi italiani che, avendo tempra e talento, è riuscito a farli valere non solo all’estero, ma anche in patria. E che in patria ha partecipato a vicende importanti, contribuendo a impostarle e assumendone la sua quota di responsabilità. È parte insomma della nostra storia e non è un italiano per caso. Io ho lavorato per anni con lui. Lo conobbi quando era direttore esecutivo per l’Italia alla Banca mondiale negli anni 80, e lo ritrovai direttore generale del Tesoro lungo tutti gli anni 90, alle prese con la difficile gestione del debito pubblico e con le privatizzazioni che segnarono l’azione di governi nei quali ebbi io stesso responsabilità primarie. Draghi è uno che se pensa che hai torto, ti dimostra garbatamente che è così, senza farsi frenare da ragioni di rango o di opportunismo. Nel fornire soluzioni, non si ferma mai prima del dettaglio tecnico che la rende praticabile, ma la colloca sempre nel contesto degli effetti più generali che potranno venirne. Sono rare le persone che padroneggiano insieme entrambe le angolature. È infine attentissimo al suo ruolo istituzionale e si fa guidare, senza esorbitanze egotistiche, dalla missione che gli compete.
Quest’ultimo è un punto del quale è bene che noi italiani siamo consapevoli, per evitare di nutrire sull’auspicabile presidente della Bce Draghi aspettative ultronee e sbagliate. L’Italia va incontro ad anni difficili, anni nei quali ai Paesi con debito superiore al 60% del Pil verrà chiesto di ridurlo ogni anno di un ventesimo della quota eccedente. Con un debito come il nostro, che arriva al 120% del Pil e ha quindi una quota eccedente di ben il 60%, un ventesimo l’anno significa manovre annuali del 3% del nostro Pil.
Si può ammazzare l’asino prima che impari a vivere senza nutrirsi con manovre di tanta severità. A meno che esse non siano accompagnate da un corale e granitico impegno della nostra comunità nazionale per la crescita. È stato proprio il vicedirettore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, a calcolare che con una crescita costante al 2% noi potremo arrivare senza danni al traguardo. Ed è il governatore della Banca d’Italia a insistere da tempo sulla ineludibile necessità di crescere per non essere schiacciati dal debito e per non ritrovarci, dopo decenni di migliorato benessere, in una rinnovata stagione di declino e di arretratezza. «All’inizio del Seicento, gli stati della penisola italiana erano ancora tra i più ricchi del pianeta – ha ricordato Draghi in una sua lezione tenuta a novembre ad Ancona in memoria di Giorgio Fuà – ma tre generazioni più tardi l’Italia era un Paese sottosviluppato».
Ebbene, è importante che il futuro presidente della Bce manifesti una tale consapevolezza, ma attenzione. Non è e non sarà suo compito attivare la crescita. È e sarà un compito invece delle istituzioni politiche italiane ed europee e nessuna supplenza è consentita da parte della Banca centrale. Verso di essa c’è a volte insofferenza, specie quando la si confronta con la Federal Reserve americana e si coglie in questa un maggior protagonismo nelle politiche espansive. Ma l’articolo 282 del Trattato sul funzionamento della nostra Unione è inequivoco e nessuno ha mai osato modificarlo. «Obiettivo principale della Banca è il mantenimento della stabilità dei prezzi. Fatto salvo tale obiettivo, essa sostiene le politiche economiche generali dell’Unione per contribuire alla realizzazione degli obiettivi di questa».
E allora, se con un presidente come Draghi la Bce sarà sicuramente pronta a “sostenere” le politiche per la crescita che prendano corpo in Europa e nei singoli Paesi che più ne hanno bisogno, ciò non sarà mai a scapito della stabilità e mai andando oltre quella concertazione interistituzionale prevista dal Trattato, sulla premessa che ciascuno è portatore in essa del proprio, specifico ruolo; una premessa a cui Draghi è sensibile non meno che alla necessità della crescita.
All’orgoglio uniamo allora un impegno, un impegno di noi tutti e di chi, a parte Draghi, rappresenta l’Italia in Europa. Tornare a crescere è per noi una necessità vitale e conquistarci un futuro è ormai ben più importante che difendere il presente. Senza cambiare si fa così presto a scivolare indietro. E fra tre generazioni potremmo non averlo più un italiano di cui essere altrettanto orgogliosi.

Il Sole 24 Ore 15.05.11