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"I moderati decidono di appoggiare l'arbitro", di Eugenio Scalfari

Nella prima delle sue «Maximes Morales» il duca di La Rochefoucauld scrive che «L´amore per se stessi quando supera il limite diventa una perversa passione sia per chi ne è invaso sia soprattutto per gli altri che egli vuole render suoi soggetti distruggendone l´indipendenza e trasformandola in amore verso di lui. Se l´uomo affetto da tale perversa passione si trova al vertice della società, gli effetti che ne derivano sono ancora più sconvolgenti poiché ogni equilibrio tra le varie istituzioni viene distrutto ed ogni libertà confiscata».
Questa massima fu scritta nel 1657.
L´autore era stato da giovane uno dei capi della Fronda dei Principi, poi si ritirò da congiure e battaglie, scrisse le sue memorie e dedicò gli ultimi anni della sua vita alle riflessioni sulla politica e sulla morale.
Credo di non aver bisogno di spiegare ai lettori l´attualità di questa citazione, che descrive in modo che meglio non si potrebbe il fenomeno con il quale la società italiana si sta confrontando da almeno sedici anni ed anche più se si vogliono rintracciare le sue radici e gli antecedenti dai quali trasse origine.
Un film-documentario girato pochi mesi fa da Roberto Faenza ce ne ha fornito una testimonianza assolutamente oggettiva perché basata su video e trasmissioni televisive che hanno come esclusivo soggetto Silvio Berlusconi dal periodo della sua adolescenza fino ad oggi.Non sono registrazioni effettuate di soppiatto ma con la piena consapevolezza dell´interessato negli anni in cui ebbero luogo. L´effetto è sconvolgente. L´amore di sé anima il personaggio in tutte le sue fibre, ne guida i comportamenti, gli indica gli obiettivi e gli strumenti più adeguati per realizzarli. Man mano che sono raggiunti, la sfera dell´azione si allarga, il livello del successo da attingere si estende, il potere del danaro, le alleanze, la scalata mediatica e poi quella politica lo porta sempre più in alto e cresce contemporaneamente l´intensità dell´amore per sé. L´egoismo si trasforma in egolatria e questa in megalomania. La società ne viene contagiata e deformata. Vedere quel film è un esercizio di igiene mentale che mi permetto di raccomandare.
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Mentre state leggendo queste mie righe è la mattina di domenica 15 maggio. Le urne elettorali sono già state aperte e 12 milioni di italiani sono chiamati a votare per il rinnovo di amministrazioni comunali e provinciali in tutto il Paese. Da molte parti si richiama l´attenzione sui concreti problemi da risolvere nelle amministrazioni locali interessate al voto, ma Berlusconi tenta con ogni mezzo di trasferire il voto amministrativo in un voto politico. Una sorta di referendum pro o contro di lui, soprattutto nelle grandi in città e in particolare a Napoli e a Milano dove infatti si presenta candidato. Una candidatura anomala, al limite, anzi oltre il limite della compatibilità, con l´effetto di confiscare la validità dei veri candidati del Pdl, destinati a fare i sindaci in caso di successo elettorale.
A Milano lo scontro è particolarmente aspro e la partita particolarmente decisiva perché Milano è stata la culla del potere berlusconiano e contemporaneamente della Lega.
Il centrosinistra e la sinistra a Milano sono ridotti da tempo al di sotto del 30 per cento nelle varie elezioni che hanno avuto luogo, ma questa volta la situazione è cambiata e il candidato del centrosinistra si accredita negli ultimi sondaggi più del 40 per cento mentre il suo avversario è sul filo del 50 o leggermente al di sotto. L´obiettivo è dunque per il sindaco uscente Letizia Moratti la vittoria al primo turno, oppure la necessità di andare al ballottaggio contro l´avvocato Pisapia.
Napoli andrà invece sicuramente al ballottaggio e ci andranno, stando alle previsioni, anche Cagliari, Latina, Trieste, Crotone, e moltissimi altri Comuni con più di 15 mila abitanti. Complessivamente la partita è dunque molto aperta e il risultato finale del voto è assai difficile da pronosticare. Ma resta in piedi la domanda: sarà un voto amministrativo o un referendum pro o contro Silvio Berlusconi? La mia personale risposta, almeno per quanto riguarda Milano, è: referendum pro o contro Berlusconi, perché è lui che l´ha messo in questi termini con la passiva complicità di Letizia Moratti che da sola non ce l´avrebbe fatta.
Pisapia, rispondendo al fango che il sindaco uscente gli ha tirato addosso con lucida e gratuita crudeltà, ha detto che tra loro due il vero estremista è Letizia Moratti. Questa è l´esatta verità e l´estremismo della Moratti comincia proprio dall´aver accettato e addirittura voluto la candidatura a Milano del presidente del Consiglio. Se si fosse opposta – e poteva anzi doveva farlo – la consultazione elettorale sarebbe rimasta sul terreno dei problemi amministrativi. La candidatura del premier ha cambiato la sostanza della partita e l´estremismo della Moratti ne è l´elemento fondante. Se la Moratti vincerà, Milano sarà governata da Palazzo Grazioli nel bene e nel male. Umberto Bossi lo sa perfettamente e l´origine dell´evidente mal di pancia leghista comincia proprio di lì.
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Penso di non aver bisogno di tornare sulla vergognosa quanto infondata accusa lanciata dalla Moratti contro Giuliano Pisapia; se ne è parlato con dovizia in queste ultime ore della campagna elettorale. Il dato certo è che in primo grado di giudizio Pisapia avrebbe comunque ottenuto l´assoluzione per mancanza di prove certe, ma fu assolto per l´intervenuta amnistia. Pisapia però rifiutò l´amnistia e volle esser giudicato nel merito dalla Corte d´assise di appello la quale, dopo aver approfondito gli accertamenti, emise sentenza d´assoluzione piena per non aver commesso il fatto.
La Moratti, con l´appoggio di Berlusconi, anziché scusarsi per quanto commesso, spostò l´oggetto dell´accusa sulla frequentazione di Pisapia dell´ambiente della lotta armata. Menzogna anche questa, come era risultato chiaro dalla sentenza d´appello sopra ricordata.
Del resto un analogo comportamento il sindaco Moratti aveva seguito nel caso immediatamente precedente suscitato dal famoso manifesto che accusava la Procura di Milano di comportamenti identici a quelli delle Brigate rosse, al quale proprio quella Procura aveva pagato a suo tempo un drammatico tributo di sangue.
Il responsabile di quel manifesto, escluso a parole dalla candidatura, è rimasto in gioco nella stessa lista della Moratti che utilizzerà anche i voti che si riverseranno su di lui e che non saranno pochi. La Moratti aveva promesso che, piuttosto di sopportare una vicinanza da lei giudicata intollerabile, avrebbe rinunciato a candidarsi. Non l´ha fatto e anzi, come detto, beneficerà dei voti raccolti dallo «scomunicato».
Tutte queste vicende, avallate e addirittura suggerite dal presidente del Consiglio, hanno suscitato un sentimento di protesta proprio in quella borghesia moderata che a Milano – magari turandosi il naso – continua a votare per il Pdl. La protesta si sta diffondendo a macchia d´olio e avrà probabilmente qualche incidenza sul voto di oggi e di domani. Nel frattempo il consenso degli italiani nei confronti del presidente della Repubblica, che era già dell´80 per cento, ha raggiunto la cifra-record del 90.
Questa fiducia trasversale, assai vicina all´unanimità, è motivata da due elementi: la figura al di sopra delle parti di Napolitano e il patriottismo da lui incarnato e simboleggiato. Non è una novità il patriottismo e Ciampi ne dette uno splendido esempio. Il fatto che il consenso riscosso da Napolitano sia ancora maggiore significa che il sentimento di amore per la patria si è ulteriormente esteso, al punto che lo stesso Bossi ne ha dovuto prendere atto. Tra i tanti strappi che hanno ferito l´etica pubblica questo è un fatto molto positivo che va segnalato.
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Esiste una visibile incongruenza tra il consenso di massa raccolto dal presidente della Repubblica e le sortite berlusconiane che lo considerano un ostacolo da eliminare con apposite riforme costituzionali. Se è un ostacolo, non è «super partes»; ma il consenso gli perviene proprio perché esercita il suo mandato al di sopra degli interessi delle fazioni. Come si spiega questo rebus?
La spiegazione è molto semplice. Il Presidente deve segnalare – e nei limiti delle sue prerogative cercare di impedire – gli errori e le eventuali faziosità del potere esecutivo e, se del caso, del potere legislativo e dell´ordine giudiziario. Essere «super partes» in un regime democratico significa essere dalla parte della Costituzione. Se le regole costituzionali sono violate, deformate nella loro applicazione, stravolte nello spirito che le ispira, il Presidente deve intervenire.
L´arbitro che fischia un fallo penalizzando una delle squadre in campo lo fa proprio perché è «super partes», e più una squadra è fallosa, più l´arbitro è costretto a fischiare. La crescente fiducia verso Napolitano significa dunque che gli italiani si sono accorti che alcuni giocatori sono più fallosi degli altri.
Tra i falli più recenti c´è la promessa del presidente del Consiglio di bloccare la demolizione delle abitazioni abusive a Napoli. Un´operazione palese di voto di scambio nella quale possono cadere solo gli ingenui: i problemi dell´edilizia sono infatti di esclusiva competenza regionale e comunale. Berlusconi promette dunque, come ha già fatto un´infinità di volte, cose che sono fuori dalla sua competenza, tanto più nella fase di avvio del federalismo.
Qualche cosa, pur con molta lentezza, sta comunque cambiando. Sapremo domani sera fino a che punto.

La Repubblica 15.05.11

"Alta produttività e ricerca gli «asset» della Germania", di Rossella Bocciarelli

Saranno pure meri confronti congiunturali, però lasciano di stucco: gli ultimi numeri diffusi da Eurostat descrivono un paese, la Germania, che sembra avviato verso un nuovo miracolo economico e un altro, l’Italia, per descrivere il quale bisogna rispolverare la frase attribuita a Galileo Galilei: “Eppur si muove”. Nell’ultima settimana abbiamo scoperto che il Pil tedesco viaggia al +4,9% tendenziale mentre quello italiano cammina all’1%; la produzione industriale tedesca ha una crescita annua a due cifre(+10,9%) mentre quella italiana è aumentata in un anno del 3,1 per cento. Inoltre il tasso di occupazione delle persone in età compresa fra i 15 e i 64 anni in Germania è oggi del 71,1% mentre in Italia si colloca al 56,9%, cioè 14 punti in meno. Ma anche se guardiamo al reddito delle famiglie, vediamo che nell’arco di un decennio il reddito reale di quelle tedesche è salito dell’11% e quello dei nuclei italiani è sceso del 4 per cento. Ma perché l’unico confronto con la Germania che non fa rattristare gli italiani è quello calcistico? «All’origine della forza dell’economia tedesca – osserva Sergio De Nardis, chief economist di Nomisma – c’è un fatto virtuoso: una straordinaria crescita della produttività . Questo ha riguardato in particolare la produttività manifatturiera, salita in Germania nel periodo pre-crisi tra il 2002 e il 2007 del 19 per cento». Ma non basta. Negli ultimi anni la Germania ha fatto una impressionante cura dimagrante per cogliere tutti i vantaggi della moneta unica. Ha messo mano ai conti pubblici, ha modernizzato il ciclo produttivo delle proprie imprese, ha reso più flessibile il mercato del lavoro, pur di rendere l’economia più competitiva.
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Le principali differenze
LA CRESCITA DEL PIL
LA PRODUZIONE INDUSTRIALE
TASSI DI OCCUPAZIONE

GERMANIA
In un Paese che invecchia rapidamente, imprese e Governo puntano a migliorare i livelli di produttività per mantenere gli stessi livelli di produzione e di prosperità. Oltre a modernizzare gli impianti, il Paese ha eliminato le barriere all’ingresso in molti settori, salvo quello bancario
I senza lavoro sono scesi sotto i 3 milioni, ai minimi degli ultimi 20 anni. Grazie alla ripresa economica, ma anche all’introduzione di contratti a tempo determinato e a tempo parziale e alla scelta di ridurre i salari reali, con aumenti salariali inferiori all’inflazione
Nel bilancio 2011, il governo Merkel ha promesso 13 miliardi di euro di investimenti in R&S. Tra il 1998 e il 2009 la quota di spesa in ricerca e sviluppo è passata dal 2,27 al 2,78% del Pil. Gli investimenti non sono calati neppure durante la drammatica recessione del 2009
Oggi l’export vale circa il 50% del Pil. Nel 2010, il Paese ha esportato beni in tutto il mondo per 952 miliardi di euro. Il 66% ha avuto come destinazione laUe. Il resto è andato nelle Americhe, in Asia e in Africa. Nel 2011 sarà celebrato il 60° anniversario delle relazioni tedesco-indiane
Il governo Merkel ha messo a disposizione 9,75 miliardi di euro per rafforzare la logistica. Che già ora fa della Germania il crocevia europeo. Non solo per il trasporto aereo. Duisburg è il più importante porto fluviale d’Europa e si punta con forza sull’alta velocità ferroviaria
Accantonata per ora la promessa di ridurre le imposte perché vanno prima risanati i conti. Già attivi per le Pmi incentivi fiscali (almeno nei primi anni di vita) e agevolazioni nel rapporto con atenei e centri di ricerca. Nel 2010 sono nate circa 425mila start-up (+3% sul 2009)
ITALIA
Tra il 2000 e il 2009 la produttività del lavoro italiana è pari a -0,5 per cento in media d’anno, con un valore aggiunto pari a un-0,2% medio annuo e una crescita delle ore lavorate (0,4% medio). Particolarmente forte è la riduzione tra il2007-2009 (-2,7% in media d’anno)
L’Fmi ha appena consegnato una lettera all’Italia nella quale sottolinea il “dualismo” del mercato del lavoro. Il problema più acuto è la disoccupazione nel Mezzogiorno e quella giovanile (per ogni adulto disoccupato in Italia ce ne sono 4 giovani)
Gli obiettivi di Lisbona stabilivano un obiettivo pari al 3 per cento per la spesa in Ricerca e sviluppo: l’Italia si colloca ancora all’1,3 per cento.Larga parte di questa spesa è concentrata nel Centro Nord, a parte il Lazio, dove sono tutti gli enti pubblici di ricerca
Anche in Italia l’export è tornato ad aumentare con l’arrivo della ripresa internazionale, ma il contributo netto è relativamente piccolo perché appena si verifica un recupero dell’economia questo mette in moto immediatamente nella nostra economia molte importazioni
Nel libro bianco Ue sul trasporto ferroviario i nodi irrisolti: mancanza di infrastrutture adeguate al trasporto moderno; assenza di interoperabilità tra reti e sistemi; poche ricerche sulle tecnologie innovative. A giugno 2010 la rete ferroviaria si sviluppa per 5,5 km per 100 km² di superficie territoriale
Secondo l’Ocse l’Italia è il terzo Paese al mondo per pressione fiscale. Nella classifica stilata dall’organismo basato a Parigi la pressione fiscale italiana che è stata pari al 43,5% del Pil nel 2009, viene collocata al terzo gradino, dopo Svezia e Danimarca.

Il SOle 24 Ore 15.05.11

"Più spese, più morti, più camorra ecco il prezzo dei condoni-massacro", di Antonio Cianciullo

«Quando vado all’estero non riesco nemmeno a raccontare quello che succede in Italia. Mancano le parole perché i concetti non sono traducibili. Un governo che sistematicamente massacra il proprio territorio, che apre la strada alle infiltrazioni del malaffare, che peggiora i propri bilanci costringendosi a fornire infrastrutture agli abusivi, che mette a rischio la vita dei cittadini incentivando la violazione delle norme sismiche e di sicurezza idrogeologica. Come si fa a spiegare? Non ci credono». Vezio De Lucia, uno dei nomi storici dell’urbanistica, è indignato ma non sorpreso. In 26 anni ha visto tre condoni e ha sviluppato una sua teoria interpretativa.

«I terremoti non si possono prevedere, i condoni sì», spiega De Lucia. «Il primo, il Craxi-Nicolazzi, è del 1985. Il secondo, il Berlusconi-Radice, del 1994. Il terzo, il Berlusconi-Lunardi, del 2003. Uno ogni 9 anni. Il prossimo dovrebbe scattare nel 2012 e quello che sta succedendo in Campania suona come la premessa per estendere all’intero paese la sanatoria edilizia. Che, come tutte le altre, naturalmente sarà l’ultima della serie, parola di premier».

Questa volta però un nuovo condono sembrava impossibile. Le frane che in Calabria e in Sicilia hanno spazzato via le case abusive seminando lutti, la magistratura che aveva cominciato a far muovere le ruspe…

«Appunto. Aveva iniziato il sindaco di Eboli, Gerardo Rosania, che qualche anno fa aveva coraggiosamente fatto abbattere le case comprate dalla camorra. Poi è intervenuto Aldo De Chiara, il procuratore che ha colpito l’abusivismo a Ischia. Si è capito che l’Italia poteva diventare un paese europeo, un paese in cui le regole vengono rispettate e il merito premiato. Un problema per chi percepisce la legalità come una minaccia».

Nel caso degli altri condoni la motivazione era stata legata a esigenze di cassa: c’era bisogno di entrate fiscali e si era calcolato che con la sanatoria si poteva ottenere un incasso rapido.

«Un calcolo clamorosamente sbagliato o una bugia. E’ successo esattamente il contrario. Per ogni euro che lo Stato ha incassato dal condono ne ha dovuti spendere tre per costruire le infrastrutture necessarie. Senza calcolare le vittime dei disastri idrogeologici prodotti dal malgoverno del territorio».

Pensa che arriverà il quarto condono?

«Ho detto che me lo aspetto ma parlavo dal punto di vista statistico. In realtà non ho ancora perso la speranza: penso che una reazione sia possibile. I condoni precedenti hanno creato un disastro amministrativo, perché al danno economico si è associata la paralisi dei servizi visto che sono ancora aperte le pratiche della prima sanatoria, e un disastro legale, perché è stata alimentata la crescita della malavita organizzata che controlla buona parte del circuito illegale del cemento. Questa coazione a ripetere il danno non è compatibile con la rinascita di un’economia sana e quindi capace di durare nel tempo. Il condono edilizio è il più devastante dei condoni perché i suoi effetti negativi durano per secoli».

In passato le sanatorie hanno sempre incentivato una forte accelerazione degli abusi.

«E’ quello che sta già succedendo proprio ora: mentre siamo qui a parlare di sicuro c’è già chi sta aprendo centinaia di cantieri abusivi in tutto il paese. Del resto i vari piani casa berlusconiani avevano gettato le premesse di questo affondo illegale. Abbiamo il record di abusivismo in Europa».

La Repubblica 14.05.11

«La mia parola è “numeri”», di Luciano Modica *

Non parlerò di matematica, non preoccupatevi. Non è da matematico che vi parlerò di numeri, ma da politico. Spero anzi di stupirvi. Parlerò contro i numeri, o meglio, contro un certo delirio numerologico che sta attanagliando la nostra politica.

Non voglio creare equivoci. Conoscere un fenomeno vuol dire anche saperlo e doverlo misurare. Misura e numeri sono sinonimi, il risultato di una misura è sempre un numero. Per i fenomeni naturali questa è l’essenza della scienza moderna, diciamo pure galileiana con qualche orgoglio cittadino. Ma ridurre un fenomeno sociale ai valori numerici che lo misurano, o addirittura pretendere di regolarlo solo in base ad essi, è un errore, nel quale spesso cadono le nostre società intrise (così positivamente!) di scienza. Siccome i fenomeni di cui si occupa la politica sono tutti fenomeni sociali, ecco che l’errore diventa della politica.

E’ la politica ridotta a sondaggio, come ahimè ci hanno recentemente “inculcato”. E’ la legge ridotta a tabella. E’ la qualità ridotta a quantità, la qualità del vivere ridotta all’incremento del PIL. Sono i valori culturali ridotti a quantità economiche. Sono le pari opportunità ridotte alle quote. E’ la democrazia ridotta al voto a maggioranza. E’ la riforma della giustizia ridotta ad un algoritmo sui tempi di prescrizione. E’ l’economia ridotta alla contabilità. Sarebbe, nel mio campo, come ridurre la matematica al calcolo.

Nel mondo del sapere il fenomeno è ancora più grave. E’ la qualità della scuola ridotta a un test. E’ la virtuosità di un’università ridotta ad una percentuale sui dati del suo bilancio. E’ la capacità scientifica di un ricercatore, la sua inventiva e il suo rigore intellettuale – il coraggio, l’altruismo e la fantasia, per dirla con Francesco De Gregori – ridotti al suo indice bibliometrico.

Naturalmente la parola cruciale è “ridurre”. La conoscenza dei diversi fenomeni sarebbe pericolosamente limitata, e le relative scelte addirittura infondate, se non si tenessero in conto anche i valori numerici, le misure disponibili. Ma conoscenza e scelte sarebbero altrettanto limitate e infondate quando si tenessero in conto esclusivamente questi.

Molti anni fa vidi in Scozia un manifesto di una marca di automobili con lo slogan: “Quality is a right, not a privilege”, “La qualità è un diritto, non un privilegio”. Parafrasandolo penso che la “qualità”, come contrapposta alla “quantità”, sia un diritto dei cittadini. In un moderno individualismo democratico – ha osservato di recente Nadia Urbinati – la libertà e l’eguaglianza dei cittadini si coniugano con l’autonomia e la responsabilità, non con l’apatia e l’indifferenza. Aggiungo io: non si è autonomi e responsabili se non si è messi in condizione di scegliere , di decidere dopo aver valutato.

Decidere in autonomia e responsabilità non può voler dire la stessa cosa che rispettare una soglia numerica, che è l’atto più semplice ma anche meno responsabilizzante. Scatta inoltre l’effetto soglia, l’effetto on/off: hai superato la soglia, sei salvo; non l’hai superata, sei perduto. La misura è diventata l’obiettivo e così sia l’obiettivo che la misura si sono deformati e sviliti. Nella pubblicistica anglosassone, quindi proprio nella cultura più pragmatica e quantitativa, a questa legge negativa è stato dato addirittura un nome (legge di Goodhart).

L’esperienza dimostra poi, paradossalmente, che è relativamente più facile eludere una norma che si limita a fissare un parametro numerico. Per dirla tutta, noi italiani ne siamo un po’ maestri. Invece è più difficile eludere una norma che fissa un criterio, che stabilisce un valore sociale, che indica una prospettiva, perché induce responsabilità, progettualità, speranza e senso del futuro. Tutte cose di cui abbiamo disperatamente bisogno in Italia.

Ho riletto la prima parte della nostra Costituzione, quella contenente i principi fondamentali e i diritti e doveri dei cittadini. In 54 articoli compaiono solo tre soglie numeriche, due relative alle libertà personali e di stampa (senza provvedimento del magistrato non è possibile arrestare una persona o sequestrare una pubblicazione per più di 48 ore) e una relativa all’istruzione obbligatoria (che deve durare almeno 8 anni). Ho riletto l’articolo 2 della recente legge Gelmini sull’università: nel solo primo comma sono contenute 21 diverse soglie numeriche da rispettare! Funzionerà meglio l’università per gli studenti e per i docenti applicando questa norma di fanta-aritmetica? Mi permetto di escluderlo.

Ma questo è niente rispetto al trionfo della numerologia in un decreto ministeriale del settembre scorso sui corsi di laurea. Salvo che per professione o per masochismo,ne sconsiglio vivamente la lettura. Vi si scopre comunque che dodici professori di mezza tacca possono dar vita, senza ulteriori controlli nel merito, ad un corso di laurea in fisica, mentre a undici premi Nobel ciò risulta assolutamente vietato. Avremo corsi di laurea di maggiore qualità? Mi permetto di escluderlo.

I numeri sono amici fedeli dei matematici ma anche compagni insostituibili della razionalità, dell’oggettività, della condivisione. Quindi sono compagni insostituibili della politica e della democrazia. Non trasformiamoli in sbirri, non è il loro mestiere. Come scrive il premio Nobel Amartya Sen, la democrazia non coincide con la votazione ma con la libera discussione pubblica.

Due anni fa avevo scherzosamente introdotto un nuovo lodo: chiunque dica che serve un cambiamento di rotta, indichi la nuova direzione; chiunque dica che servono riforme, descriva quella che ritiene prioritaria. Oggi non voglio cadere vittima del mio stesso lodo.

Per quando torneremo al governo – accadrà presto – promettiamo ai nostri concittadini che li libereremo dalle gabbie, da tutte le gabbie che li tengono lontani dall’autonomia e dalla responsabilità. Dal “liberi tutti” alla responsabilità di ciascuno. Autonomia e responsabilità contengono in egual misura i diritti e i doveri dei cittadini. Non servono le affascinanti narrazioni fiabesche né il sospettoso pragmatismo quantitativo. Non serve semplificare semplicisticamente la complessità del mondo, serve invece affrontarla come tale. Serve il diritto democratico all’immaginazione di cui parla la scrittrice iraniana Azar Nafisi.

Soprattutto serve fiducia. Un governo che non sa dare fiducia ai cittadini è un cattivo governo. Come uomini e donne di scuola e di ricerca abbiamo diritto alla fiducia di chi ci governa, ce la meritiamo e sapremo meritarcela ancora. Fiducia al talento, alla competenza, al merito. Mai più largo a chi ha più amici o più denaro. Ma, sempre e comunque, largo a chi sa e sa fare di più.

* intervento del 30 aprile 2011 all’incontro “PROSSIMA FERMATA PISA”

Scuola, il Pd: “Per il governo ci sono figli e figliastri”

L’on. Ghizzoni: “Il prossimo anno ci saranno in Emilia-Romagna 881 docenti in meno mentre un apposito provvedimento assegna ben 400 docenti in più alla Lombardia”. Mentre in Emilia-Romagna si tagliano 881 docenti, alla Lombardia ne vengono assegnati 400 in più. La denuncia arriva dall’on. Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Istruzione e Cultura della Camera, che annuncia un’interrogazione al ministro dell’Istruzione Gelmini. Ecco, in proposito, la sua dichiarazione.

«Il prossimo anno ci saranno in Emilia Romagna 881 docenti in meno a fronte di un aumento di 7500 studenti. Invece per la Regione Lombardia è stato disposto un apposito provvedimento che ha assegnato 400 docenti in più. Purtroppo a Roma ci sono figli e figliastri e la Regione Emilia Romagna, che ha sempre avuto una scuola di qualità, è fortemente penalizzata dalle politiche del Governo.

Chiederò con un’interrogazione di trovare una soluzione anche per i pesanti tagli della Regione Emilia Romagna, ma so già che anche questa volta non avremo al nostro fianco i deputati del centrodestra che a Bologna parlano tanto di federalismo e territorio, ma a Roma appoggiano supinamente le scelte del Governo.

Il Governo ha cancellato in un triennio 87 mila posti di docente a livello nazionale, spacciando questa operazione di cassa come un taglio agli sprechi. Come parlamentari del Pd abbiamo già chiesto di cancellare l’ultima tranche di tagli (19700 posti docente), di predisporre un vero un piano straordinario di immissioni in ruolo, di superare la distinzione tra organico di fatto e organico di diritto, di stabilizzare il personale precario su tutti i posti vacanti».

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Il sindacato all’attacco: «Disposti anche ad azioni giudiziarie». Presto un incontro col dirigente dell’Emilia-Romagna

Scuola, in regione servono mille insegnanti. La richiesta della Flc-Cgil arriva dopo l’assegnazione di docenti alla Lombardia. «Non chiediamo la luna, solo di essere riallineati ai parametri nazionali. Servono mille docenti e siamo pronti ad ogni azione, anche giudiziaria». É la posizione di Flc Cgil Emilia-Romagna. Al segretario regionale Raffaella Morsia non sono andati giù i posti assegnati di recente in Lombardia: «Con un decreto specifico, le sono stati dati 400 docenti. E a noi? Non diciamo che non andavano incrementati quei posti. Ma i criteri devono essere oggettivi e trasparenti. Altrimenti è propaganda e clientelismo». Il sindacato ha fatto il punto con la stampa sulla situazione dei docenti e del personale Ata in regione. Una situazione che rischia di diventare sempre più critica compromettendo quella che è stata per anni un’eccellenza nazionale. «Nell’ultimo rapporto di Tuttoscuola – ha detto il segretario – l’Emilia-Romagna è passata dal 1º al 4º posto nella classifica delle scuole. Negli ultimi 10 anni abbiamo avuto la crescita di popolazione scolastica più alta d’Italia: 26%, 107mila unità. La media nazionale è 3,4%. A questo non sono corrisposti adeguamenti di organici, anzi. Qui ci sono il 6,5% degli studenti e solo il 6,3% dei docenti nazionali. Solo per il riallineamento servono almeno mille insegnanti». Il sindacato non chiede un trattamento di favore, ma semplicemente di ricevere quanto le altre regioni: «Fino a qualche anno fa il nostro tasso di dispersione era vicino a zero. Ora è cresciuto del 2,4%. Un dato che non è indipendente dal rapporto alunni/docenti e al numero di alunni per scuola, i più alti d’Italia. E al fatto che al nord ci siano il doppio dei precari rispetto al sud». Il sindacato (con le altre sigle del mondo della scuola) incontrerà il 19 il dirigente dell’Ufficio scolastico regionale per chiedere un forte impegno («Aveva riconosciuto l’insufficienza dei posti assegnati, vediamo come s’è mosso»). Che si unisca a quello chiesto a Regione Emilia-Romagna ed enti locali per fare fronte comune contro un «trattamento iniquo che rischia di compromettere il nostro sistema». E proprio agli enti locali il sindacato chiede di «non essere complici del governo: non si può rispondere al taglio del tempo pieno e prolungato con servizi come i doposcuola: dobbiamo sostenere la scuola. Altrimenti si fanno scelte adattive». La Flc ha detto di non escludere la via giudiziaria come è già stato fatto, ricorrendo al Tar, per il tempo pieno.

La Gazzetta di Modena 14.05.11

"L’irresistibile caduta dei fondi alla cultura", di Nicola Tranfaglia

Ogni anno meno soldi: l’Italia taglia dove ci sarebbe da investire Il rapporto di Federculture. Roberto Grossi, presidente di Federculture, presentando alla Camera dei Deputati (alla presenza dell’onorevole Gianfranco Fini) il Settimo Rapporto Annuale della sua Organizzazione che raggruppa le fondazioni pubbliche e gli enti locali che attendono al settore culturale, ha ricordato la drammatica situazione del nostro paese: «Il crollo della domus di Pompei, la chiusura di biblioteche e archivi storici straordinari, l’incapacità di ricostruire monumenti e palazzi il cuore di una città come l’Aquila tutto ciò denota un allontanamento dell’Italia da sé stessa, dai valori che l’hanno resa unica e grande. Ma soprattutto disegna il distacco una distanza sempre più grave tra i cittadini, le istituzioni e la politica. Si assottigliano l’orgoglio, il senso di appartenenza a una comunità e la legalità, si frustra la voglia di conoscenza della gente, la produzione libera e creativa, si appiattiscono l’eccellenza e il merito».
E il presidente della repubblica Giorgio Napolitano ha affermato di recente: «L’arte della politica, la presa di conoscenza e l’assunzione di responsabilità da parte dei poteri pubblici, consiste nel fare le scelte, nello stabilire delle priorità». La scelta che viene fatta vediamo ormai con chiarezza è di disattendere la Costituzione (arti. 9) che impone a chi governa di promuovere la ricerca, tutelare il paesaggio e il patrimonio artistico della nazione. Quindi il rischio più grave che corriamo è il crinale della decadenza e il buio della democrazia.
«NON INTERVENTO» PUBBLICO
La caduta dell’intervento pubblico nella cultura restituisce ai lettori del Settimo Rapporto una fotografia davvero impietosa.
Negli ultimi cinque anni l’intervento dello Stato nella cultura è sceso di oltre il 30%: la dotazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali è passata dai 2.201 milioni di euro del 2005 ai 1.509 previsti per il 2011. Solo nell’ultimo anno, tra il 2010 e il 2011, la caduta delle risorse è di quasi il 12%. A ciò si aggiunge il crollo del finanziamento statale per lo spettacolo: il Fus del 2005 è quasi dimezzato, per il 2011 si prevede uno stanziamento di 258 milioni di euro, era di 464 milioni nel 2005, quindi meno 44%. L’intero settore pubblico (Stato, Regioni, Enti Locali), nello stesso periodo, ha diminuito il suo intervento nella cultura da quasi 7 miliardi a circa 5 miliardi e 450 milioni, segnando un calo del 20% per cento.
Lo Stato italiano nel 2010 spende in cultura l’0,21% del bilancio statale (cioè 21 centesimi ogni 100 euro spesi) che equivale a una spesa pro capite di 25 euro l’anno contro i 46 euro l’anno della Francia. In Germania lo Stato federale investe 1.500 milioni di euro in cultura, pari all’1% della spesa statale cui si aggiungono 11mila euro dei Lander e dei Comuni (1,9% dei loro bilanci).
In Francia il Beaubourg riceve risorse pubbliche per 75 milioni di euro, il doppio di quanto ricevono tutti i 26 musei pubblici di arte contemporanea italiani. Per il cinema, lo Stato francese investe 750 milioni di euro, a fronte dei circa 48 milioni destinati alle attività cinematografiche dallo Stato Italiano per il 2011.
SCUOLA E UNIVERSITÀ
Un ultimo dato importante riguarda un aspetto cruciale ed è quello delle spese per scuola e università: l’Italia occupa il penultimo posto nella classifica Ocse della spesa pubblica per l’istruzione in rapporto al Pil, seguita solo dalla Slovacchia (4,5% del Pil contro una media Ocse del 5,7%). Del resto, basta andare a leggersi le cifre percentuali sulla Cultura degli italiani (Laterza) che ha fornito l’anno scorso uno dei maggiori linguisti italiani, l’amico Tullio de Mauro, sulla nostra situazione complessiva per comprendere meglio in quale abisso stiamo precipitando. Dice De Mauro: «Solo il 9 per cento degli italiani adulti, tra i 25 e i 64 anni, possiede una laurea. La media europea è del 21 per cento, quella inglese del 25, quella tedesca del 23, quella francese del 21». E ancora: «Più di 2 milioni di adulti sono analfabeti completi, quasi 15 milioni sono seminalfabeti, altri 15 milioni sono a rischio di ripiombare in tale condizione e sono comunque ai margini inferiori della capacità di comprensione e di calcolo necessarie in una società complessa come ormai è la nostra e in una società che voglia non solo dirsi, ma essere democratica».
Ultima annotazione. Ma gli italiani sono insensibili alla cultura e allo spettacolo? Non si può rispondere di sì perché il Settimo Rapporto certifica che «la spesa delle famiglie italiane per la cultura e lo spettacolo cresce ed è arrivata al 7% della loro spesa totale». La colpa, insomma, non è loro ma delle classi dirigenti nazionali, purtroppo.

L’Unità 14.05.11

"Imprese e politica economica in stand by", di Francesco Silva

Osservatori, operatori economici e policy maker concordano, a parole, su un punto: l’incremento della crescita economica è la condizione necessaria per poter affrontare con qualche probabilità di successo i maggiori problemi dell’economia e della società italiana: la bassa occupazione, il divario Nord-Sud, l’impoverimento della popolazione, l’indebitamento pubblico, la competitività.

Questa convergenza per ora non si traduce né in azioni coerenti, né tanto meno in risultati concreti: il tasso di crescita permane assai depresso, e le previsioni di breve periodo non inducono a grande ottimismo.
Uno dei motivi di questo stallo va ricercato nel fatto che il problema è visto e affrontato in modo piuttosto semplicistico. Non esiste infatti una sola mossa capace stimolare un’ accelerazione dello sviluppo, né tanto meno basta affermare che è necessaria più ricerca e innovazione, o modificare le regole del mercato del lavoro, o semplificare la Pubblica Amministrazione per ottenere il risultato auspicato: un conto è desiderare e un altro realizzare. Di questi problemi si parla da decenni, ma poco è cambiato: i freni allo sviluppo sono il frutto di resistenze profonde che coinvolgono la società nel suo complesso. Tagliare o modificare questi nodi significa infatti agire sull’organizzazione dei rapporti sociali ed economici. È quindi necessario un progetto di largo respiro, attento alla complessità del problema, quale ad esempio auspicato domenica scorsa da G.Tabellini su 24Ore. Comunque anche questo progetto non è sufficiente. Un forte incremento dello sviluppo presuppone uno “slancio vitale”, una fiducia nel futuro e un’accettazione del cambiamento che non ci sembra di vedere negli umori della popolazione. Ci chiediamo allora: i soggetti che con le loro decisioni più di altri possono favorire questo cambiamento, ossia gli imprenditori e i policy maker, danno segni che aprono a speranza in tal senso ? In altri termini, questi due soggetti, nei fatti danno qualche risposta di contrasto al temuto – o già attuale – “declino” ?
Chi rappresenta gli imprenditori – o più esattamente Confindustria – nella recente assise di Bergamo ha dichiarato che “ le imprese tengono in piedi il Paese” , poiché producono, vendono ed esportano. Come è ben comprensibile si tratta di un’ ovvietà. La questione più importante è un’altra: come si pongono gli imprenditori di fronte al futuro, ossia al problema dello sviluppo ? Si può capirlo osservando come essi investono. E qui si odono note dolenti. In un articolo che sarà prossimamente pubblicato sul n.2/11 di Economia e politica industriale Riccardo Gallo esamina i comportamenti delle imprese nel periodo 2000-2009 – fase che ingloba solo due anni di crisi – sulla base dei dati di bilancio aggregati delle 1790 società industriali censite da Mediobanca. Ecco alcuni interessanti conclusioni. Il flusso di cassa netto risulta positivo – pari a 41.518 milioni di euro, come differenza tra il flusso ( 169.552 milioni ) e quello uscente ( 128.034 milioni). Questo, dice Gallo, “ vuol dire che gli investimenti per la crescita – siano essi mirati al potenziamento delle fabbriche o del patrimonio immateriale o all’acquisizione di partecipazioni (di controllo o meno) in imprese italiane o estere – sono inferiori anche al semplice autofinanziamento, cioè alle risorse finanziarie generate all’interno della gestione aziendale. In tal caso, è giustificato parlare di declino dell’impresa; il surplus di risorse, costituito dal flusso di cassa netto non investito, viene impiegato nella riduzione dell’indebitamento finanziario ovvero nell’aumento della liquidità”. Dunque il sistema delle imprese sembra più interessato al riequilibrio finanziario che all’espansione degli investimenti produttivi, sia materiali che immateriali. I bilanci evidenziano poi due altre tendenze preoccupanti. Innanzitutto si palesa un forte calo dell’incidenza percentuale del valore aggiunto su quello della produzione, che è scesa dal 22,3% del 2000 al 18,4% del 2009. In secondo luogo l’età del patrimonio tecnico delle società industriali è salita mediamente dai 9,1 anni del 2000 ai 15,7 del 2009, come effetto di un’ insufficienza degli investimenti di sostituzione dei mezzi di produzione. Ma vi è di più, e “ questa è certamente la cosa più sorprendente, i dividendi sono stati nel decennio pari a 155.885 milioni di euro, a fronte di utili pari a 155.925 milioni. In altri termini, gli azionisti delle società industriali italiane nell’ultimo decennio hanno chiesto agli amministratori di distribuire loro il 99,97% degli utili conseguiti”. Ci troviamo, in buona sostanza, di fronte a un evidente processo di “disaffezione”, che va spiegato e non nascosto dall’ovvia affermazione che le imprese tengono in piedi il paese. D’altra parte gli operatori più qualificati a giudicare l’atteggiamento degli imprenditori rispetto alle innovazioni – quelli del venture capital – da un po’ dicono che scarseggiano sempre più gli innovatori coraggiosi.
Rivolgiamoci allora al secondo soggetto che sarebbe capace di modificare la tendenza, ossia il policy maker, che nella passata settimana ha approvato e annunciato con gran fragore il “Decreto per lo sviluppo”. Questo segue purtroppo il modello oggi prevalente della “ norma omnibus”, che contiene di tutto e di più, senza alcuna coerenza interna, e con l’evidente obiettivo di distribuire grissini ad interessi sparsi. Oltre al ben noto sostegno dato alle rendite sulle spiagge, vi sono promesse di semplificazione burocratica e fiscale, liberalizzazioni ai vincoli per l’edilizia, qualche modesto incentivo alla ricerca e al Sud, e quant’altro. Nessuno degli interventi previsti, anche nell’ipotesi che diventi operativo, è in grado di dare alcun impulso allo sviluppo, ma neppure la loro somma. Il ministro Tremonti ha con orgoglio, e con un certo overstatement, sostenuto che si tratta di vere riforme, per di più a costo zero. Forse si riferiva non solo ai costi finanziari per il bilancio pubblico, ma anche a quelli politici, che sorgono quando si toccano interessi particolari. Vi sono alcune riforme veramente importanti a costo zero, ma solo nel primo senso: si pensi ad esempio alle liberalizzazioni nei servizi pubblici e privati alle persone e alle imprese e alla riforma della procedura civile. Dunque il messaggio è anche qui deludente: la politica per lo sviluppo è altra cosa, ben più seria.
In sintesi, imprenditori e policy maker non sembrano per ora in grado di riattivare lo ”slancio vitale”, unico vero antidoto al declino. Certo non possiamo chiederlo a una popolazione sempre più anziana, preoccupata soprattutto di sbarcare il lunario e/o di gestire il proprio piccolo o grande patrimonio.

da www.nelmerito.it