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"Il bluff di Berlusconi sulle leggi per le grandi città", di Marco Causi

Berlusconi ormai non stupisce più, è un disco rotto che recita sempre gli stessi versi, incurante della caduta di credibilità che gli deriva dalla mancata realizzazione delle promesse elettorali. È così con le leggi speciali, promesse a varie città nei diversi turni elettorali, mai arrivate in porto, oggi brandite per illudere i cittadini di Napoli.
Si comincia con Roma, campagne elettorali del 2001 e del 2006, quando Berlusconi promise il rifinanziamento della legge speciale per Roma Capitale a condizione, naturalmente, che gli elettori della Capitale avessero scelto il candidato sindaco del centrodestra.
Ma si sa: il buongusto istituzionale non è proprio ciò in cui Berlusconi eccelle. Paradossalmente, la legge per Roma Capitale verrà definanziata dal 2010 dall’attuale governo a un sindaco “amico” come Alemanno. Tanto amico da farsi prendere in giro, accettando l’azzeramento della vecchia legge in cambio di un decreto su Roma Capitale nell’ambito del federalismo fiscale, decreto di cui non c’è alcuna traccia.
Si continua con Firenze, con promessa di legge speciale durante le elezioni del 2009, puntualmente smentita dai fatti. Il sindaco Renzi continua a pretendere che la promessa venga mantenuta, ma ha poche speranze.
Il teatrino più elaborato viene messo in scena a Venezia, durante le elezioni del 2010. Il copione si ripete: se votate Brunetta, insinua il centrodestra, verrà rinnovata la legge speciale per la città della laguna. I veneziani il teatro lo conoscono bene e non abboccano. Si ritrovano così, dopo aver eletto un sindaco di centrosinistra, con il ministro Brunetta delegato a svolgere le “funzioni di impulso, promozione e coordinamento delle iniziative legislative dirette a modificare la normativa vigente in materia di salvaguardia di Venezia e della sua laguna” (Dpcm del 14 maggio 2010).
Insomma: un candidato sindaco sconfitto diventa ministro delegato alle normative speciali per la sua città. Con buona pace del federalismo. Orsoni fa buon viso a cattivo gioco e collabora con il ministro delegato per predisporre un testo di legge. Ha fatto bene Orsoni, non solo per responsabilità istituzionale, ma anche perché per l’ennesima volta il gioco ipocrita di Berlusconi è stato scoperchiato. La bozza di legge per Venezia viene portata da Brunetta nel Consiglio dei ministri del 22 dicembre del 2010 e lì resta insabbiata. Ad oggi, non se ne ha notizia.
Promettere leggi speciali durante le campagne elettorali delle grandi città d’arte italiane è, insomma, uno degli sport preferiti da Berlusconi (comunque, meno dannoso di altri suoi svaghi prediletti…).
Che queste promesse non vengano mantenute è altrettanto automatico. Nel caso di Roma dopo il 2008, attenzione, anche con un sindaco di centrodestra.
Ci pensino bene allora gli elettori e le elettrici di Napoli, a cui in questi giorni vengono fatte promesse del tutto analoghe a quelle propinate ai cittadini di Roma, di Firenze e di Venezia. Anche i napoletani d’altronde, come i veneziani, conoscono bene i segreti dell’arte teatrale.
Piuttosto, Berlusconi e il suo candidato a sindaco di Napoli dovrebbero rispondere a una semplice domanda: perché questi interventi non vengono regolati con semplici decreti di attuazione della legge 42 del 2009 sul federalismo fiscale? Da alcuni mesi il governo sforna decreti attuativi del federalismo fiscale a rotta di collo, per la preoccupazione della Lega Nord che una crisi politica o la fine della legislatura possano interrompere la realizzazione di uno dei progetti che le sta più a cuore. Questa legislazione affrettata e compulsiva sta generando numerosi pasticci, soprattutto sul fronte della finanza comunale.
In ogni caso, proprio la legge 42 prevede che possano essere emanati decreti legislativi per “specifiche realtà territoriali, con particolare riguardo alla realtà socio- economica, al deficit infrastrutturale, ai diritti della persona… all’esigenza di tutela del patrimonio storico e artistico, ai fini della promozione dello sviluppo economico e sociale” (lettera c, comma 1, articolo 16).
La nuova grammatica istituzionale del federalismo non contempla più leggi speciali, ma “interventi speciali” nell’ambito di quanto previsto dal quinto comma dell’articolo 119 della Costituzione.
Se davvero Berlusconi avesse voluto fare un “intervento speciale” per Napoli, sarebbe bastato impegnare Calderoli a portare in parlamento un apposito decreto legislativo. Non solo ciò non è avvenuto, ma non è neppure previsto dalla programmazione dei futuri decreti annunciati dal governo.
Dopo Roma, Firenze e Venezia, insomma, anche a Napoli le bugie di Berlusconi hanno le gambe cortissime.

da Europa Quotidiano 14.05.11

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“Perdono anche se pareggiano”, di Stefano Menichini

Quando ieri mattina ho visto la prima pagina di Libero – la riproduzione del manifesto di Lassini, la scritta modificata in «Via le Br dalle liste», un editoriale di Feltri che ciancia di estremisti di sinistra nostalgici da tenere lontani dalla politica e dalle elezioni, senza citarne uno solo neanche di sfuggita, senza spiegare che cosa c’entrino le Br, che cosa c’entri Pisapia, di quali liste si parli – mi è venuta voglia di scrivere un commento insultante.
In fondo, l’ho fatto una sola altra volta, sbagliando, e l’ho pagata con un indennizzo deciso da un giudice (non rosso, evidentemente) a risarcimento della onorabilità di Vittorio Feltri: cinquemila euro. Diciamolo: non un grande valore per l’onore di una persona. E poi, eventualmente, un costo più che sostenibile per ribadirgli ciò che penso di un certo modo di fare giornalismo.
Poi mi sono calmato. Metterla sul personale è sempre orribile, inoltre mi è sembrato più interessante capire quanta paura di perdere ci sia dietro una prima pagina così carogna, e quanto sia grande la minaccia che questa gente proietta sui quindici giorni di campagna elettorale che potremmo ancora avere davanti a Milano.
Sulla paura di perdere c’è perfino poco da dire, talmente è evidente. Berlusconi ha sempre fatto finali incandescenti di campagne elettorali, ma non s’è mai visto un simile sforzo nelle due ultime settimane di “semplici” elezioni comunali, a sostegno di candidati in città anche medie e piccole. Una drammatizzazione tutta personale, che ha tagliato fuori l’intero Pdl, ha aggravato i problemi con la Lega e alla fine ha visto accanto al presidente del consiglio soltanto – appunto – i suoi due giornali strettamente di riferimento.
I sondaggi, per quel che se ne sa, questa volta non premiano il forcing berlusconiano. Naturalmente Moratti e Lettieri sono in grado di vincere al primo turno, come in qualsiasi altro momento sarebbe ovvio e scontato vista la storia di Milano e vista la catastrofe del centrosinistra a Napoli. L’obiettivo però rimane a rischio, e soprattutto non risulta che l’ingombrante presenza del premier abbia aiutato i due candidati.
A livello nazionale, poi, Berlusconi e il Pdl sono in rosso fisso: da mesi le percentuali non smettono di scendere, lentamente ma implacabilmente. Ecco allora la spiegazione di tante cose. Della furia devastatrice della Santanchè, del crollo di stile della Moratti, dell’imbarbarimento di Libero e Giornale.
Un’ansia che non riguarda palazzo Marino. Il pensiero è al 2012, alle Politiche a quel punto inevitabili, alla marcia di avvicinamento che potrebbe essere un calvario peggiore di quello che hanno alle spalle.
Alla vigilia delle Regionali del 2010, come si ricorderà, si sapeva che nel Pdl la corrente finiana sperasse in una sconfitta per aprire la resa dei conti. Berlusconi invece vinse. Ma la rottura ormai era talmente profonda e consumata, che Fini se ne andò lo stesso.
Ora la vicenda di Fli pare ridimensionata. Il Pdl però non s’è mai più ripreso da quel trauma: i rapporti interni sono se possibile peggiorati, la forza centrifuga è potentissima, i consensi emigrano altrove.
Questo è il problema “politico” della comunali 2011, per come le ha impostate Berlusconi: che vincerle a Milano e a Napoli per lui non è scontato. E che, se pure la vittoria alla fine arrivasse, anche stavolta potrebbe non servire a evitare una seconda (anzi, una terza, ricordando Casini) rottura.
Sarebbe sbagliato e illusorio dire che la Lega stia per mollare il premier. Ma l’autonomizzazione è ormai totale, dichiarata, si traduce in un’opa ostile sull’elettorato pidiellino al Nord e suona campane a martello per i berlusconiani di quelle terre.
Per milanesi e napoletani l’unica cosa importante è naturalmente, alla fine, sapere da chi saranno governati, e per questo forse i ballottaggi saranno decisivi.
Ancor più dei ballottaggi, però, sarà il primo turno a certificare lo stato di salute della coalizione di governo. Le conseguenze politiche di un risultato negativo potrebbero avvertirsi subito, da lunedì sera. E trasformare le settimane successive in un’ordalia.
Per questo occorre guardare con un certo spavento alla prima pagina di Libero di ieri. È dettata dalla paura, ma trasmette una minaccia. Accetteranno l’esito delle urne? Non cercheranno di alzare un fuoco di sbarramento per neutralizzare o mistificare il significato del voto? Non saranno tentati di inserire elementi di autentico terrorismo politico e psicologico nel dibattito – soprattutto al proprio interno – delle prossime settimane? Sono domande legittime, visto che ormai la linea del Pdl non la interpretano più non diciamo i Pisanu, i La Loggia, gli Schifani o gli Scajola, ma neanche i La Russa, i Cicchitto, i Gasparri.
È tutto in mano a due manipoli di estremisti raggruppati intorno a Libero e Giornale, per di più divisi a loro volta da una rivalità editoriale feroce che li porta a radicalizzarsi sempre di più. Berlusconi talvolta sembra ostaggio, talvolta regista, talvolta perfino vittima di tanta ferocia.
Le opposizioni hanno tenuto bene nella campagna elettorale: non era facile, di fronte a simili aggressioni. C’è competizione fra Pd e Terzo polo, si intuisce però un filo comune, un canale di comunicazione. La drammatizzazione imposta dagli altri, peraltro, aiuta la convergenza, la rende meno innaturale.
È però soprattutto la figura di Giorgio Napolitano che emerge in questi giorni, in realtà da mesi. Indici di popolarità pazzeschi. Grande lucidità politica. Una forte intenzione di tenere la barra. Se il mondo berlusconiano è un mare in tempesta, correnti impazzite e uragani violenti, le ondate della sua furia finiranno per infrangersi contro una roccia molto solida.

da Europa Quotidiano 14.05.11

"La tentazione dei leghisti", di Gad Lerner

Ma siamo proprio sicuri che i leghisti milanesi, turandosi il naso, si recheranno compatti alle urne per votare Letizia Moratti? Lo sapremo fra quarantotto ore. Nel frattempo il dubbio serpeggia fra i clan rivali di un Pdl trascinato a forza su posizioni estremiste da Berlusconi, non appena intuito il rischio di rompersi l´osso del collo proprio nella sua capitale; a presidio della quale s´è ritrovato una sindachessa più fragile e impopolare del previsto
Le perplessità di Umberto Bossi sulla ricandidatura della Moratti furono sempre dichiarate in pubblico. E nei giorni scorsi sono state ribadite con un duplice avvertimento al partner di governo: sia ben chiaro che, presentandosi capolista a Palazzo Marino, Berlusconi ha scelto di legarsi mani e piedi alla sorte di lady Mestizia; dunque il mancato conseguimento di quota 50% al primo turno, determinerebbe una “situazione difficile”. La Lega, con ragione, descrive il ballottaggio a Milano come una grave incognita; non solo per l´incertezza del suo esito, ma anche per il deterioramento nei rapporti interni alla coalizione che ne conseguirebbe.
Nel frattempo, il candidato del Carroccio alla carica di vicesindaco, Matteo Salvini, accusa la Moratti di avere indirizzato un messaggio fuorviante ai milanesi con il suo attacco a Pisapia, e, peggio ancora, di aver “detto una bugia”. Pesante. Se ci aggiungiamo le critiche di Calderoli al condono edilizio promesso da Berlusconi ai napoletani, e le ripetute attestazioni di stima al presidente Napolitano con cui la Lega ha voluto distinguersi dal premier, ne emerge uno smarcamento plateale. Una somma di indizi tale da caricare di significati premonitori le parole pronunciate da Roberto Maroni a Gallarate, dove la Lega ha deciso di presentarsi da sola in contrapposizione al Pdl: “Correndo da soli torniamo alle origini. Questo è un esperimento interessante di ritorno al futuro”.
Ritorno al futuro? Il calcolo della Lega è evidente. Confida di usufruire a tempo debito della crisi del berlusconismo, incassando pure in Lombardia e in Piemonte un massiccio travaso di elettori come già avvenuto in Veneto. Così raggiungerebbe il suo vero obiettivo: diventare il partito di maggioranza relativa del Nord Italia. Il trauma di una mancata vittoria della Moratti al primo turno delle elezioni milanesi, se gestito da Bossi con la dovuta enfasi, potrebbe accelerare questo processo. Da qui il sospetto, niente più che un sospetto: i dirigenti del Carroccio non starebbero facendo tutto il necessario per vincere l´ostilità culturale della loro base milanese nei confronti della Moratti. Sensazione che innervosisce assai il Pdl milanese, già allarmato da un´altra circostanza: per la prima volta da molti anni, Comunione e Liberazione non ha dato un´esplicita indicazione di voto ai suoi militanti.
È questo insieme di fattori che sta determinando la sconcertante inversione di ruoli in atto fra i due partiti della destra italiana: oggi la Lega riesce a presentare di sé, con disinvolta messinscena, una fisionomia moderata; approfittando dell´estremismo di Berlusconi che modifica i connotati del Pdl strattonandolo fin sulle posizioni estremistiche dei Lassini, dei Sallusti e delle Santanchè. Assecondate infine maldestramente dalla Moratti.
Con la sua astuta presa di distanze dalla campagna forsennata contro i magistrati e il presidente della Repubblica, il partito di Bossi (che pure in passato sparò sui medesimi bersagli) intravede un nuovo spazio da occupare e mira a offrirsi come alternativa ragionevole per l´elettorato conservatore del Nord. Tremonti se ne compiace in silenzio. E pure Formigoni cerca uno spazio autonomo, profittando delle difficoltà della Moratti e di La Russa. Gli stessi clan affaristici milanesi finora subalterni a Berlusconi si guardano intorno preoccupati, in cerca di nuovi protettori per il dopo. La rottura già sfiorata sulla guerra di Libia, ma soprattutto lo sconcerto determinato nell´opinione pubblica di destra dal fallimento della politica di contenimento del flusso migratorio dei nordafricani, potrebbero sollecitare il gruppo dirigente leghista a forzare i tempi. Bossi è prudente. Subodora il prossimo disfacimento della galassia berlusconiana, ma l´esperienza lo induce a non sottovalutare le risorse e la capacità di ricatto del suo partner. Da stratega navigato dell´antipolitica, inoltre, sa bene che per raccogliere l´eredità del berlusconismo non gli gioverebbe il ruolo del sicario. Meglio attendere che il Cavaliere finisca di farsi male da sé. A meno che un eventuale fallimento della Moratti gli consenta di presentare il conto in anticipo.

La Repubblica 14.05.11

"La schedina di Bersani", di Mario Lavia

Dunque, in tasca Bersani ha questa schedina: 1-1-X-X. Sarebbe quella vincente. Un’asticella bassa, un ombrello in grado di evitare i goccioloni. Un risultato che verrebbe definito buono, a protezione del tranquillo corso bersaniano che ieri David Sassoli ha definito da «forza tranquilla» a cospetto del quale nessuno, nel Pd, potrebbe porre la questione dell’insufficienza del segretario.
1-1 significa la vittoria al primo turno di Fassino a Torino e Merola a Bologna, X-X vuol dire Pisapia e Morcone al ballottaggio. Facile? Non è detto.
Anche se vanno dette due cose: che Fassino è preoccupato per l’enorme numero di liste e il conseguente rischio di dispersione del voto che gli impedirebbe di vincere al primo turno anche dando per scontata una percentuale abbastanza inevitabilmente inferiore a quella del suo predecessore. La seconda cosa è che Merola – a detta degli osservatori ma anche di qualche compagno di partito – ha via via denunciato limiti d’immagine e di proposta che a fronte del competitor leghista “dal volto umano”, Manes Bernardini, gli potrebbero precludere la vittoria già lunedì.
«L’epoca della diversità di Bologna è finita, e lo stiamo vedendo in questi giorni nei quali regna la mediocrità », sospira un parlamentare dem di casa. Al contrario è evidente che una vittoria “subito” degli unici esponenti targati Pd nelle città che contano sarebbe una bella boccata d’aria pura: ma va annotato che ieri sera il timore di non farcela prevaleva. Azzeccare X-X (mandare al ballottaggio Pisapia e Morcone) è la cosa più difficile. E la più importante.
«Tutta l’Italia guarda a Milano», ha detto Bersani spiegando ai suoi che «per noi andare al ballottaggio con la Moratti sarebbe la vera vittoria», anche se al Nazareno tutti mettono nel conto che al secondo turno «sarebbe durissima». In parole povere, Pisapia sindaco ce lo vedono in pochi (tra l’altro pare che non ci sia alcun effetto positivo dopo le calunnie morattiane), ma politicamente sarebbe un trionfo aver reso competitivo il centrosinistra milanese. Una vittoria dell’avvocato, poi, sarebbe davvero il “miracolo a Milano” che Bersani non avrebbe difficoltà a intestarsi, pur essendo il successo del candidato di Vendola.
E va anche previsto che se Giuliano dovesse essere battuto già lunedì non mancherebbe chi nel Pd sarebbe lesto a sottolineare le sue caratteristiche di sinistra-sinistra, unfit per un città come Milano.
Napoli è un’altra incognita. Non nel senso che si è persino rassegnati ad un cambio («sarebbe fisiologico») del colore della giunta, dopo un ventennio di centrosinistra peraltro con più ombre che luci e la figuraccia delle primarie.
Ma lo smacco vero sarebbe quello di non portare Morcone al ballottaggio, vederselo battuto da quel De Magistris che agli occhi di mezzo (e più) Pd rappresenta il dark side della politica e che rischia di passare alla storia come l’uomo che sostanzialmente caccia il Pd da Napoli. «In questo caso, Bersani avrebbe un problema serio», si sussurra in ambienti fioroniani.
Se 1-1-X-X sarà, Bersani potrà esibire un portafoglio abbastanza ricco: conferma alla grande a Torino e Bologna, perdita “fisiologica” di Napoli, rinascita a Milano pur nella sconfitta al secondo turno.
Per sovrammercato, una buona prova a Trieste (dove la destra è divisa) e magari a Pavia (sostiene D’Alema) renderebbero il quadro ancora più roseo.
Ma, c’è un “ma” grosso come una casa. Se anche solo uno di quei quattro risultati più importanti dovesse essere diverso, le cose si complicherebbero.
E se addirittura il risultato di lunedì sera fosse X-X-2-2 (Fassino e Merola al ballottaggio, Morcone fuori battuto da De Magistris, Pisapia sconfitto al primo turno) è certo che la discussione in casa Pd sarebbe accesa. Con quali esiti è difficile dire.
Lo scenario più probabile è quello di una sorta di tregua estiva, seppure segnata da una ripresa polemica di Walter Veltroni («seguire la linea della Santa alleanza non ci ha portato da nessuna parte»).
Ma in autunno tutto diverrebbe possibile. Ivi compreso un esame senza ipocrisie sull’affidabilità del progetto-Pd soprattutto se i dati di lista dovessero segnalare un’ulteriore emorragia: «Quando prendemmo il 33 per cento quelli che nel partito parlarono di sconfitta, ora col 25, 26 parleranno di vittoria», lamentano nel’inner circle veltroniano.
Anche se è vero che la parola “congresso” pare essere stata espunta dal lessico dem, è sicuro che più d’uno – non solo dal MoDem ma anche da Area Democratica – chiederebbero una riflessione sullo stato del partito e sul gruppo dirigente. Mentre i dalemiani tacciono, il franceschiniano Fiano ha dovuto chiarire di non aver adoperato la parola “verifica” ma ha confermato che se il voto dovesse risultare non felice si aprirebbe una riflessione. Che per altri assomiglierebbe tanto ad una vera e propria resa dei conti. Senza escludere nulla.

da Europa Quotidiano 14.05.11

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Bersani, l’obiettivo pd nelle grandi città «Due vittorie subito e due ballottaggi», di Monica Guerzoni

In piazza Maggiore, luogo simbolo e scrigno dei «ricordi più belli» , si materializza a sorpresa Romano Prodi. Pier Luigi Bersani lo prende per mano e insieme tagliano la folla, diecimila persone. «La Lega fonda la sua campagna elettorale sulla paura e noi non dobbiamo, non possiamo avere paura» , sprona il padre nobile del Pd, accolto dall’applauso più caldo. L’abbraccio con il leader certifica il valore della sfida. «La volgarità di Berlusconi è diventata la sua bandiera» , sferza l’ex premier. E il segretario confessa: «È la piazza che mi fa battere il cuore…» . Bersani i suoi elettori è andato a stanarli uno per uno, palco dopo palco. E da Bologna, dove chiude la rincorsa elettorale del Pd, Bersani scuote il ramo dei delusi: «Ci sono elettori del centrodestra che sono un po’ scossi e ammaccati…» . Dopo le sferzate ai grillini, l’appello ai moderati è l’ultima carta prima del silenzio. «Solo odio, aggressione, diffamazione, promesse a vuoto — attacca il leader democratico— Berlusconi la butta in rissa, perché vuole eccitare la tifoseria» . Bersani smentisce di aver invocato la «spallata» , ma sente che i cittadini di Bologna, di Milano, di Torino, di Napoli, di Trieste o di Cagliari hanno fretta di «andare oltre Berlusconi» . E si augura che usino la scheda per spazzar via il governo, non solo a livello locale. «Non aspettiamo l’ora x, ma vogliamo che da queste elezioni venga un segnale chiaro» , scandisce Bersani, che ai fedelissimi ha confidato il suo ottimismo. La previsione del segretario è «una vittoria a Torino e Bologna» , anche se la frammentazione, con «tante candidature e tante liste » , ha portato un filo di fibrillazione negli staff di Fassino e Merola. Quanto a Milano e Napoli, al di là degli entusiasmi da comizio, Bersani non si fa illusioni su una vittoria al primo turno: «Contiamo di giocarcela al ballottaggio» . Nell’insieme, si riterrà «vincitore se ci sarà un’inversione di tendenza rispetto all’abbrivio vincente di cui gode il centrodestra» . Il cuore della sfida è Milano, dove da tre lustri il centrosinistra non agguanta un ballottaggio. Ma i leader del Pd fiutano che «l’aria è cambiata» . D’Alema parla di «derby possibile» e Bersani sfida il ministro Calderoli: «Ditegli che perde a Milano e perde anche a Bologna» . L’ordine di scuderia è ostentare sicurezza, ma al vertice del Pd si teme un blitz televisivo del premier. Dovesse accadere, Bersani è determinato a «scalare i tetti» dell’Agcom: «Non è accettabile che Berlusconi faccia quel che vuole alla modica cifra di qualche multa» . Il dalemiano (milanista) Matteo Orfini teme che il Cavaliere possa «strumentalizzare» la festa dello scudetto del Milan e violare la legge con un maxi spot elettorale. E Anna Finocchiaro denuncia: «Altro che par condicio, è uno scandalo!» . Di Pietro chiede un voto che cancelli il «neofascismo di ritorno» . Vendola si aspetta «un gesto di sinistra, di libertà, di ecologia» . E Casini descrive Berlusconi come un animale feroce: «Non è un Lassie e non è un cane lupo, è un lupo. E con il lupo bisogna stare attenti…» .

La Repubblica 15.04.11

"Prepotenza mediatica", di Giancarlo Bosetti

Si può accettare quel che sta accadendo in questa campagna elettorale come un normale surriscaldamento dei toni? La maggioranza e il suo premier beneficiano di una «sovraesposizione» tale da richiedere un «immediato riequilibrio» – ha detto l´AgCom multando il direttore del Tg1 – ma tutto quel che sa di equilibrio diventa un pensiero alieno, un´attitudine esotica, un´utopia, nel clima di ordinaria prepotenza che domina in casa nostra. Il Cavaliere straripa nelle radio locali e nazionali.
Oggi avrà la festa scudetto in diretta, lunedì trasformerà, grazie a tutti o suoi media, le dichiarazioni spontanee al processo Mills in uno show e in un memento (ancora sulle «metastasi» dei palazzi di giustizia?) per mobilitare gli elettori ritardatari e distratti. Alle sproporzioni si aggiunge l´insulto ordinario (quelli che votano per gli altri sono stati promossi quest´anno a «sprovveduti») o quello infamante, magari basato su una bugia (la Moratti con Pisapia), ma nel dubbio l´errore viene promosso a strategia, a «spin» aggressivo, pur privo questa volta di «doctors» a tenere la regia; dunque non deve essere corretto, guai, ma ripetuto, insistito, fatto proprio dal primo ministro, che ne fa il test della sua tenuta, a Milano e altrove.
In tanta sproporzione nel volume di fuoco, dal momento che gli avversari di Berlusconi continuano a giocare una partita impostata sul buon senso, la razionalità, la moderazione dei propositi – lui a Napoli presenta Lettieri come se fosse già il nuovo sindaco, mentre gli altri si propongono come meta, per ora, di arrivare ai ballottaggi – il danno non consiste solo in una perdita di stile. A questo noi italiani abbiamo dovuto rinunciare da tempo. La perdita è più grave. Siamo defraudati di un processo democratico ed elettorale equo, con i suoi contenuti, la sua agenda, le sue scelte. Se invece che del tragico intasamento quotidiano delle tangenziali di Milano o della raccolta differenziata e delle discariche a Napoli ci troviamo dentro appassionanti discussioni sulla giovinezza di un candidato nei roventi anni Settanta o su quanto sapone una parte politica usa più dell´altra, siamo proiettati dentro una bolla di emozioni dove uno scudetto conta di sicuro più di qualunque piano urbanistico, dove sembra non aver più senso alcuno introdurre un confronto di pensieri pertinenti sulle cose da fare, di critiche e di repliche sull´argomento «in re». E dove anche le reazioni indignate rischiano di disperdersi nell´aria, diventano anche loro parte di una messa in scena emotiva, dove non vince il più competente e più bravo a fare, ma il più bravo a eludere, a tenere la scena a qualunque costo, con qualunque smargiassata o mascalzonata.
Il caso italiano, si sa, è molto serio. Eppure, che le cose non debbano andare proprio così e che uno schema di funzionamento più misurato sia possibile non è tema solo per sognatori. Si sa da un pezzo, fin dall´inizio, che le democrazie sono esposte a degenerazioni oligarchiche e a prepotenze di vario genere, provenienti dal denaro, dalla corruzione, dai mass-media, dai monopoli. E sono state inventate regole per contenere questi rischi, regole che obbligano in campagna elettorale i contendenti, sul piano nazionale o locale, a misurarsi sulla sostanza della loro candidatura, sui loro programmi. Il fatto che un insulto possa risultare redditizio non dovrebbe consentire di farne uso sostitutivo. Le tecniche deliberative si possono e si debbono applicare nelle campagne elettorali di ogni decente democrazia. Le abbiamo viste messe in pratica nell´ultima campagna elettorale tra i tre sfidanti in Gran Bretagna; hanno una lunga storia nei duelli della politica americana. Non è affatto impossibile che entrino in funzione anche in Italia. Lo abbiamo visto almeno una volta nei confronti tra Prodi e Berlusconi: tempi predeterminati, temi obbligati, conduzione rigorosa che eviti elusione di argomenti, risposte fuori tema, nonché insulti.
Lassù non c´è una provvidenza che ci regali giuste regole, giusti arbitri. Dovremmo farcela da soli quaggiù, cominciando dal servizio pubblico televisivo. È un obiettivo che la sinistra ha mancato finora, che la destra – by definition – ha accuratamente evitato. Purtroppo a complicare ogni timida marcia di avvicinamento a questa realistica «utopia» c´è il fatto che siamo anche il paese in cui autorevoli editorialisti e pensatori accreditati scrivono che queste cose non contano, che questo problema non esiste.

La Repubblica 14.05.11

"Discorso sul merito, un tentativo", di Antonio Valentino

Eppur si muove. Merito è una parola che a sinistra, almeno fino a qualche tempo fa, non ha mai goduto grande fortuna. È stata soprattutto la sinistra europea – e soprattutto del Nord Europa, nel Regno Unito in particolare – che da più di un decennio ha saputo coniugare il termine con altri della sua cultura politica.
Oggi, anche da noi, non è più un tabù associare l’idea di merito a quello di equità. D’altra parte, nel sentire comune – al di là di certi ideologismi (in questi
giorni, a proposito delle prove INVALSI, i COBAS parlano di “valutazione e gerarchizzazione retributiva dei docenti”: nientemeno!) – non gode della stessa
considerazione chi, nell’assolvimento dei propri compiti e delle proprie funzioni, non fa la sua parte – o la fa male o appena appena –, rispetto a chi la sua parte la fa bene e tende a farla al meglio. E sono sempre meno quelli che pensano che i primi debbano avere gli stessi riconoscimenti (economici o di carriera) dei secondi.
Finalmente, anzi, si tende a recuperare l’idea che il merito possa costituire stimolo al
miglioramento di sé e dei risultati del proprio lavoro.
La sua valenza sociale, in questa riconsiderazione, va pertanto vista nel suo legame
– da assumere e riconoscere – con lo sviluppo e la crescita del proprio ambito
lavorativo e, indirettamente, della società in cui si è inseriti: chi fa bene la sua parte,
e tende a migliorarla, contribuisce – e questo può essere evidente in modo particolare
nella Pubblica Amministrazione – al bene comune, al buon funzionamento della
vita collettiva. In tale ottica, anche l’etica pubblica – che tiene in questo modo viva
un’immagine esigente di sé – ne esce rinvigorita.

Il bandolo: tra diffidenze e ostilità
Diffidenze e ostilità nei confronti di questa nozione sono comunque ancora
abbastanza diffuse anche nel mondo della scuola, dove, soprattutto negli ultimi
tempi, viene associata – inevitabilmente – all’idea di misurazione e valutazione del
personale.
Le diffidenze e le ostilità partono soprattutto da settori del sindacalismo autonomo,
dove la stessa idea di una distribuzione diverisificata del fondo delle istituzioni (che
sostanzialmente tende a premiare impegni aggiuntivi e “intensificazione” del lavoro
scolastico) è presa di mira in nome di un egualitarismo variamente motivato.
L’idea poi di associare il riconoscimento del merito alla misurazione e valutazione di
comportamenti e/o risultati – come previsto dai recenti proveddimenti legislativi – ha

creato ulteriori motivi di contrapposizione più o meno espliciti. Che si aggiungono a
quelli “storici”, sedimentati nella memoria collettiva del nostro paese: valutazione e
premi spesso usati come strumenti di potere discrezionale e quindi fonte di ingiustizie
e discriminazioni.
Non va taciuto quindi, anche qui, se vogliamo capire come muoverci, che diffidenze
e ostilità al riguardo hanno, in generale, una loro ragion d’essere.
Il problema è rimuoverle lavorando in modo onesto ad una sorta di “accettazione
sociale” (De Anna) delle nozioni di valutazione e merito. Se, diversamente,
queste nozioni non “si coniugano” e il merito non si traduce conseguentemente in
dispositivi concreti, condivisi e trasparenti che valorizzano opportunamente risultati
e comportamenti efficaci, ogni discorso al riguardo assume altra valenza e risulta
tutt’altro che – diciamo così – propulsivo e democratico.
Una società non attenta a questo intreccio non potrà mai essere considerata una
società giusta. E l’ingiustizia, seppure riferita al nostro discorso ha certamente molto
meno della drammaticità delle grandi sofferenze della fame e della crudeltàò delle
dittature, è, a dirla con lo Scalfari, “ il solo e vero peccato del mondo”. O no?

Riconoscimento del merito e logiche meritocratiche: un matrimonio impossibile
Ma qual è la nozione di merito – a cui si associa quello di premialità – che viene
fuori, dalla recente legislazione – che, per semplificare, diciamo ‘brunettiana’ – sul
pubblico impiego?
Consideriamo l’ultimo atto legislativo, il DPCM (8.02.2011) su valutazione e
prestazioni nel mondo della scuola.

La fonte normativa delle disposizioni del DPCM è il decreto legislativo n. 150
del 27 ottobre 2009, che rinvia, sua volta, alla L. 15/2009, voluta da Brunetta per
contrastare la società dei “fannulloni” che s’annida, a suo parere, soprattutto nel
pubblico impiego.
Dobbiamo però richiamare che il tema della premialità un po’ fine a se stessa è
stato ricorrente nella politica del governo in carica. La prova più eclatante è recente:
le due sperimentazioni promosse nel novembre 2010 – fallite – che, con modalità
piuttosto improvvisate e “scarse” (in accezione scolastica), legavano il premio, come
riconoscimento del merito, alla valutazione delle ‘performance’ dei docenti.
Nel DPCM citato, dopo l’articolo sui Principi generali (n. 2) – dove valorizzazione
del merito ed erogazione dei premi hanno rilevanza sintattica e lessicale da primo
piano – si è inteso sottolineare ulteriormente la centralità di questo assunto, in un
apposito articolo (n. 3, dedicato a Merito e premi), che recita testualmente.

“Le istituzioni promuovono il merito e il miglioramento della performance
organizzativa ed individuale del personale di cui all’articolo 1, comma 1, anche

attraverso l’utilizzo di sistemi premianti selettivi, secondo logiche meritocratiche,
e valorizzano i dipendenti che conseguono le migliori performance attraverso
l’attribuzione selettiva di incentivi sia economici sia di carriera” (corsivi miei).

Come si può facilmente notare, siamo in presenza di una vera e propria ossessione
meritocratica che, esasperando senso e funzione del merito e dei premi, non aiuta
certo a collocarli al posto giusto e a comnnotarli positivamente come l’altra faccia
dell’equità e come strumento di una scuola più giusta e motivante.
Il messaggio sembra essere piuttosto: “Se la scuola italiana va male, la ragione è
nella mancanza della valutazione dei docenti e nella assenza, dentro al sistema, di una
logica meritocratica. Quindi: basta! Adesso vi valutiamo tutti e premi in esclusiva
per i “bravi” (che vi diremo in seguito chi sono). Non si possono far fallire, come
avete fatto, le sperimentazioni volute da un ministro!”.

Ora, pensare, come sembra di capire dai messaggi di Brunetta-Gelmini, che le cose
nella scuola italiana non vanno bene perché gli insegnanti non vogliono essere
valutati e che permanga il mito dell’egualitarismo, significa tralasciare un piccolo
particolare: che le politiche per istruzione e ricerca – e per il personale che ci lavora
– sono state, soprattutto in epoca berlusconiana, caotiche e dissennate e che l’unica
cosa evidente è stata favorire le scuole paritarie e tagliare in modo scriteriato risorse
finanziarie e personale alla scuola pubblica statale. Il resto – riordino e riforme, di cui
questo governo si è gloriato – appare nient’altro che uno specchietto per le allodole.
Guardate cosa è successo in questo primo anno dell’avvio della “riforma epocale”
delle scuole superiori.

Per un discorso onesto sulla scuola
Quindi la prima cosa che bisognerebbe considerare, se vogliamo fare un discorso
onesto sulla scuola, è quella di rimettere ordine nei ragionamenti correnti e fare
ognuno la propria parte, a partire però dal ministero, e definire un’agenda delle
priorità vere, reali. Non cioè demagogiche o di comodo; di quelle, tanto per
intendersi, buone per far passare in secondo piano la formazione e lo sviluppo
professionale del personale, il problema del precariato, lo sviluppo di carriera, anche
per creare appeal al lavoro docente tra i laureati migliori.
Ma è importante, nel definire l’agenda, chiarirsi le strategie di attenzione alle
caratteristiche del mondo della scuola, non per rimanerne imbrigliati, ma per capire
meglio i problemi che pongono e gli approcci migliori alla loro risoluzione (e tra
questi, in primo luogo, il coinvolgimento dell’associazionismo professionale e quello
delle scuole autonome e del sindacalismo scolastico).

La scelta di affidare riforme su questo terreno al Decreto così detto “milleproroghe”,
non è stata, da questo punto di vista, un segno di saggezza, trattandosi di interventi
che non rivestono carattere di immediata urgenza.

Anche la scelta di una delega in bianco – e vasta – ai ministeri dell’istruzione e della
Pubblica amministrazione, i cui livelli di credibilità presso le categorie interessate è
vicino allo zero, certamente non aiuta a fare salti di gioia.

Si tratta di capire se i ministeri interessati, assieme a quello dell’Economia e delle
Finanze (che è il vero motore di tutto), se intendono fare la loro parte e come.
Nella consapevolezza comunque che le scuole la loro parte devono sentirsi impegnati
a farla, perchè non si può accettare l’idea che un bene fondamentale com’è la
scuola pubblica – quello che più dovrebbe guardare al futuro del nostro paese – sia
abbandonata ad un declino senza speranza.

In una agenda delle priorità, penso che dovrebbe ben trovare posto il discorso sulla
misurazione e valutazione del lavoro – della scuola e del suo personale – come
strategie volte a sviluppare consapevolezza delle cose che vanno male o bene o così
così, nel funzionamento delle scuole, e mettere mano a interventi conseguenti.
Quindi, anche il discorso sul merito, se declinato in forme corrette, può ben
rappresentare una leva importante per il miglioramento.

Sappiamo bene che, per le ragioni sopra schematicamente richiamate, interventi
su questo terreno possono scatenare divisione e lacerazione tra il personale. E’
perciò partita che va giocata con intelligenza,
facendosi carico di prevenire
fenomeni disgreganti e di salvaguardare comunque il clima di collaborazione. Nella
consapevolezza che una scuola che funzioni ha bisogno di tutti e, in ogni caso, di una
massa critica in grado di far decollare, nelle singole scuole, proposte di innovazione
e miglioramento.

Da dove cominciare
Comunque la si pensi, una politica premiale corretta non può non presupporre un
adeguato percorso di valorizzazione della professionalità. E, dentro questo percorso,
tappe obbligate dovrebbero essere, come già indicato in una precedente riflessione,
almeno le seguenti:
1. L’individuazione di profili professionali condivisi e declinati in indicatori e descrittori
2. La definizione di profili in uscita degli studenti, declinati in termini di conoscenze, abilità, competenze
3. Lo sviluppo di una cultura valutativa che riconosca e condivida senso e valore del valutare in modo integrato processi e prodotti, progetti e contesti
4. La messa a punto di un sistema di valutazione basato sulla condivisione preventiva dei criteri e degli standard e sulla trasparenza degli atti
5. La promozione di una formazione continua dei valutatori esterni
6. La disponibilità delle risorse per progettare e implementare e validare l’impianto valutativo.

(il percorso è in buona parte mutuato da un saggio del prof. Tessaro)

Nell’immediato
E nell’immediato?
Se , a medio termine, è prioritario mettere in campo misure opportune per sviluppare
motivazione e professionalità adeguate come leve per un miglioramento non effimero
(forme e condizioni per il reclutamento, sviluppi di carriera, incentivi “estrinsici”
oltre a quelli “intrinseci” per la formazione in servizio), nell’immediato
bisognerebbe spingere il Ministero a investire le esigue disponibilità finanziarie in
motivazione e crescita della cultura professionale in genere e valutativa in particolare.
Sia rilanciando la sperimentazione e la ricerca a livello nazionale sui temi caldi
del rinnovo ordinamentale previsto dalle recenti leggi di riordino (didattica per
competenze, laboratorialità, organizzazione per dipartimenti…); sia prevedendo
premi per le scuole che dimostrino, attraverso opportune attività di misurazione
e valutazione – sulla base di protocolli nazionali condivisi -, qualità di risultati
anche ‘esportabili’.
Ritorno su questa proposta di sperimentazione perché da più parti (associazioni
professionali, scuole, sindacalismo confederale, università e ricerca, siti ‘scolastici’)
arrivano proposte analoghe e convergenti (più o meno).
Ci ritorno, con una aggiunta sulla quale potrebbe essere utile lavorare per diverse
ragioni. Riguarda proprio l’attribuzione dei ‘premi’ come si configura nell’art. 7 del
DPCM sopra richiamato, dove si tende – mi sembra – a valorizzare “ il collegamento
delle attività di misurazione e valutazione non solo al grado di raggiungimento degli
specifici obiettivi” (che in base alla proposta avanzata potrebbero essere quelli delle
sperimentazioni), ma anche alla qualità e quantità del “contributo della performance
individuale all’istituzione scolastica di appartenenza, alle competenze dimostrate ed
ai comportamenti professionali e relazionali”.
Mi sembra di cogliere in questa visione della performance un’ottica che privilegia
come oggetto valutativo il contributo dei singoli al buon funzionamento della scuola
e la qualità di “comportamenti professionali e relazionali”. Mi sembra un passo
opportuno in una direzione ragionevole. Una sorta di apertura di buon senso in un
decreto per il resto sbagliato e controproducente.
O no?

da Scuola Oggi 14.05.11

Castelfranco Emilia (Mo) – Festa del PD –

L’iniziativa si terrà sabato 28/05 alle ore 17.30 in Piazza della Vittoria a Castelfranco (di fronte al Comune).

Iniziativa: Scuola e servizi alla persona al tempo della crisi

Relatori: Donata Lenzi (deputata alla Camera)
Manuela Ghizzoni (deputata alla Camera)
Stefano Reggianini (Sindaco di Castelfranco Emilia)
Alfredo Sgarbi (Spi CGIL provinciale di Modena)