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"ThyssenKrupp, Confindustria chiede scusa alle famiglie", di Bruno Ugolini

Ci sono voluti tre giorni affinchè gli industriali capissero la gravità degli applausi di Bergamo. La dichiarazione del direttore Galli. La signora Marcegaglia, invece, non parla. La potente Confindustria che chiede scusa, compie un’autocritica. Non si ricordano precedenti. È successo in merito a quell’applauso da brividi rivolto, sabato scorso, al manager della Thyssen durante l’assemblea di imprenditori a Bergamo. Quel battimani era apparso come il plauso nei confronti di un condannato in prima istanza per omicidio volontario (sette vittime nell’acciaieria dislocata a Torino la notte del 6 dicembre 2007).
Sono occorsi ben tre giorni di ripensamenti e ieri, finalmente, nel corso della trasmissione “Coffee Break” su La7, ecco le parole del direttore generale della Confindustria Giampaolo Galli: «L’applauso è stato sbagliato e inopportuno». E poi le scuse ai familiari delle vittime e all’opinione pubblica. Accompagnate dal goffo tentativo di trovare una motivazione parlando di «estrema incertezza del diritto in Italia». E ricordando un altro applauso rivolto a Emma Marcegaglia quando aveva affermato che ogni incidente sul lavoro »è una sconfitta per l’impresa».
Una brutta storia che potrebbe servire a riaprire il discorso sulla piaga dei morti sul lavoro. Molti tra gli esponenti politici (del Pd, dell’Idv) che ieri hanno commentato l’autocritica della Confindustria (accompagnata dalla scelta della Marcegaglia di incontrare i parenti delle vittime), hanno sostenuto che non basta scusarsi, sarebbe necessario che l’associazione imprenditoriale assumesse seri impegni sul fronte della sicurezza. Magari prendendo le difese di quel testo sulla sicurezza varato dal governo Prodi e che, come ha ricordato Pierre Carniti in un’intervista al nostro giornale, aveva recentemente suscitato le rampogne del ministro Giulio Tremonti. Costui (tanto amato dai burocrati leghisti) aveva infatti definito un lusso certe norme sulla sicurezza. Una definizione che dovrebbe essere rammentata ad un altro ministro, Calderoli, tutto intento ora ad accusare la Confindustria di insensibilità. Ha detto bene Fassina (Pd): «La Lega strumentalizza l’avvenimento in chiave elettorale tentando di rifarsi una verginità nei confronti dei lavoratori dipendenti, dopo aver condiviso e sostenuto tutte le misure regressive attuate nei loro confronti attraverso i provvedimenti del ministro Sacconi, in primis il Collegato lavoro».
Ma quali sono le ragioni vere di quell’applauso di Bergamo? Se lo è chiesto l’on. Antonio Boccuzzi, unico sopravvissuto a quella tragedia torinese. È probabile che gli imprenditori plaudenti, in qualche modo “aizzati” dal conduttore di turno Oscar Giannino, si siano identificati con il manager sotto accusa. C’è anche però in quel gesto una filosofia antica. Quella che punta sulla necessità di liberarsi di lacci e lacciuoli, di non scommettere sull’innovazione dei prodotti, sull’introduzione di nuove tecnologie, su relazioni “umane”, bensì sul risparmio a tutti i costi, sul sacrificio dei diritti (perché anche i diritti costano, vedi il caso Fiat), sul mantenimento di una crescente parte della mano d’opera in uno stato di precarietà. Il tutto in nome della globalizzazione e per impedire “fughe”. E infatti ora la Thyssen annuncia preoccupanti dismissioni europee. Quasi una vendetta.

L’Unità 12.05.11

"La medaglietta della Gelmini", di Mariangela Bastico

Ritengo che il boicottaggio delle prove Invalsi, promosso dai Cobas, sia controproducente, perché impedisce una discussione vera sulla valutazione, determinanwdo schieramenti precostituiti che valorizzano le posizioni di chi, come il ministro Gelmini, fa della valutazione una sorta di ideologia.
La valutazione è, invece, semplicemente uno strumento, in sé né buono né cattivo, le cui caratteristiche sono definite dagli obiettivi che si intendono perseguire. E qui c’è la prima incongruenza della Gelmini, che non chiarisce le finalità dei test Invalsi: servono per premiare gli insegnanti che conseguono i risultati migliori? Per sapere che le varie scuole producono risultati molto differenti? Lo sappiamo già dai dati Ocse-Pisa.
Servono per premiare le scuole migliori? O per sostenere quelle più in difficoltà? È necessaria una approfondita discussione nelle commissioni parlamentari competenti, sempre negata dal ministro, perché la valutazione è strettamente interconnessa all’idea di scuola che si vuole realizzare.
A mio avviso, occorre in questa fase scindere la valutazione dalla premialità; il fine prioritario della valutazione, infatti, deve essere quello di evidenziare quali siano i fattori che nelle varie scuole producono i migliori risultati in termini di apprendimento dei ragazzi, al fine di riprodurli e di portare tutte le scuole – tutte e non una di meno – a conseguire quei risultati.
Temo, invece, che il ministro Gelmini persegua l’obiettivo, da un lato, di mettere la “medaglietta” alle scuole migliori e, dall’altro, di utilizzare i risultati Invalsi come ulteriore occasione per denigrare e indebolire la scuola pubblica, già fortemente impoverita dai pesantissimi tagli e già troppe volte vituperata da chi ne ha la prima responsabilità.
Nel merito individuo nelle prove Invalsi alcuni limiti evidenti che dovranno essere corretti. Innanzitutto i risultati di apprendimento dei ragazzi vengono misurati come tali e non in termini di crescita relativa; e sappiamo bene quanto il contesto familiare, culturale e sociale condizioni il rendimento scolastico dei ragazzi, indipendentemente dalla qualità della scuola in cui studiano. In questo modo risulterebbero danneggiati proprio le scuole e i docenti più meritori, che operano nei contesti sociali più difficili.
In secondo luogo, i test, di cui si è preannunciata una parziale correzione, misurano le competenze dei ragazzi, cioè il saper fare e il saper risolvere i problemi, mentre la nostra scuola insegna prevalentemente conoscenze. Viene, quindi, usato un metro improprio: sarebbe come misurare un liquido con un metro lineare.
Quello che manca – e spetta al ministro farlo – è la definizione degli obiettivi di apprendimento, cioè che cosa devono sapere e saper fare i ragazzi al termine della scuola elementare, della scuola dell’obbligo e di quella superiore.
La scuola, infatti, opera ancora sulla base di programmi. Come è possibile valutare se gli obiettivi sono conseguiti o no, se questi non sono stati definiti? Credo, inoltre, che sia reale il rischio evidenziato da diversi docenti di insegnare sempre più a rispondere ai test piuttosto che a svolgere la complessità di un ragionamento, mettendone in luce gli elementi di forza e di criticità.
In una parola i test possono aumentare pericolosamente la tendenza, già evidente, a eccessi di banalizzazione e di semplificazione, sia del linguaggio, sia del ragionamento.
Nonostante i forti limiti evidenziati, sono convinta che la valutazione sia elemento positivo per la scuola, intesa come luogo dell’educazione e della crescita, non come il luogo di una corsa ad ostacoli, in cui premiare i vincenti ed escludere coloro che cadono.
Per una buona valutazione occorre una grande alleanza con la scuola, un profondo rapporto di fiducia che difficilmente può esistere con un governo ed un ministro che sembrano utilizzare la valutazione come uno strumento per dividere gli studenti tra loro, gli insegnanti tra loro, non comprendendo che la scuola è una comunità educante e che i suoi risultati non sono mai solo il frutto di un impegno individuale.

da Europa Quotidiano 12.05.11

"Apertura degli armadi della vergogna" comunicato stampa Unione vittime per stragi

Sul sito del Governo-Presidenza del Consiglio dei Ministri-il 9 maggio in occasione della “giornata della Memoria delle Vittime del Terrorismo e delle Stragi di tale matrice”, sono apparse delle dichiarazioni ufficiali del Presidente del Consiglio On. Silvio Berlusconi che tra l’altro dicono testualmente: “Queste ferite non sono ancora completamente rimarginate perché per molti atti di terrorismo manca ancora il sigillo della verità. Il giusto obiettivo di una pacificazione nazionale e di un adeguato risarcimento morale per i familiari delle vittime, non può dunque prescindere da uno sforzo comune per definire un percorso di verità su quegli anni. Per questo diciamo basta alle tribune mediatiche e universitarie concesse con disinvoltura ai terroristi che sono stati protagonisti feroci e criminali di quegli anni.
Per questo diciamo basta all’umiliazione delle vittime e dei loro parenti. Per questo dichiaro oggi l’impegno del Governo a contribuire ad aprire tutti gli armadi della vergogna perché nessuna strage rimanga più avvolta nel mistero.
Dobbiamo colmare una grande sete di giustizia e di verità, in modo concreto, senza retorica. Lo faremo. E sarà il modo migliore per onorare la memoria delle oltre 400 vittime innocenti della sanguinosa ideologia del terrorismo”.

Apprezziamo le promesse del Presidente del Consiglio , il risultato sarà che ogni ostacolo sarà rimosso e verranno messi immediatamente a disposizione degli inquirenti tutti i documenti relativi ad eventi di terrorismo e stragi e alle persone ad essi collegati in possesso degli archivi di tutti i servizi della polizia dei carabinieri e dei vari Ministreri, iniziando da quelli della Presidenza del Consiglio, permettendo così di fare piena luce su quegli avvenimenti.
Vogliamo far notare che da molti anni chiediamo che avvenga il deposito di questi documenti, ma fino ad oggi non abbiamo ricevuto risposte.
Quando nelle dichiarazioni si parla di risarcimenti morali alle vittime, dobbiamo rilevare che nonostante le promesse fatte il 9 Maggio del 2008 dallo stesso Presidente del Consiglio dei Ministri On.Silvio Berlusconi, sulla definizione di ogni problematica relativa alla legge 206/2004 “Nuove norme a favore delle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice”queste promesse non sono state mantenute e il Sottosegretario Gianni Letta è letteralmente scomparso non trovando più il tempo di rispondere degli impegni presi.

Non vorremmo che queste dichiarazioni fossero l’ennesimo spot elettorale giocato sulla pelle delle vittime.

Sarà presto verificato ed eventualmente metodicamente denunciato.

IL PRESIDENTE
PAOLO BOLOGNESI

Unione vittime per stragi
(Associazioni delle stragi di: Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Treno Italicus, Stazione di Bologna del 2 Agosto 1980, Rapido 904, Firenze Via dei Georgofili),

"Il prof è di sinistra?", di Michele Serra

Sospendere dall´insegnamento “per almeno tre mesi” gli insegnanti responsabili di fare “propaganda politica o ideologica” nelle scuole. È l´incredibile proposta di legge del deputato del Pdl Fabio Garagnani, ultima di un triste florilegio inquisitorio che ha per scopo, va da sé, la purificazione della scuola pubblica, infettata da sessantottini e “comunisti” e inculcatrice, secondo la celebre asserzione del premier, di “valori diversi da quelli delle famiglie” (se ne deduce che tengono famiglia solo gli italiani di destra).
Che questo sia lo scopo della sua leggina epuratrice lo chiarisce con disarmante schiettezza lo stesso Garagnani, sconvolto dalla subdola attività di propaganda “dei professori della Cgil, soprattutto in Emilia”. Del tardo maccartismo di questa e di altre sortite (per esempio l´invocata epurazione dei libri di testo “faziosi”, con buona pace della libertà di scelta del docente) si potrebbe anche sorridere, non fosse che l´onorevole Garagnani fa parte della Commissione cultura, ruolo che almeno nominalmente dovrebbe tutelarlo da una così obbrobriosa mossa anticulturale. Stabilire (per legge!) quali sono i limiti oggettivi della libertà d´insegnamento è ovviamente impossibile, per il semplice motivo che questi limiti non esistono, se non nella coscienza e nel buon mestiere di ogni singolo docente, e nella capacità di discernimento di ogni singolo alunno. A meno di decidere che una appassionata lezione su Giordano Bruno è un oltraggio alla Chiesa, che insegnare Spinoza è apologia dell´ateismo, che leggere Pavese o i Quaderni dal carcere è propaganda comunista, che indicare ai ragazzi con ammirazione l´opera di Ezra Pound o di Celine equivale a educarli al fascismo.
Certo, se un professore sale in cattedra inneggiando ai lager, o affigge un manifesto di Pol Pot sopra la cattedra, qualcosa di poco consono all´insegnamento sta accadendo: ma sono casi (rari) nei quali le autorità scolastiche, e quando occorra le autorità sanitarie, hanno modo di intervenire senza alcun bisogno di “leggi speciali” come questa.
Solo chi non è mai andato a scuola può concepire l´idea, veramente mostruosa, di un insegnamento “oggettivo” e asettico come garanzia di quella finta “neutralità” alla quale sempre si appellano i faziosi veri, cioè quelli che non reggendo l´urto delle idee altrui sperano di poterle zittire, e avendo idee piccole sentono come una minaccia ogni idea più grande di loro. Ogni liceale sa che è nel conflitto delle idee che si cresce, e ha in mente almeno un paio di professori appassionati che proprio lasciando trapelare un deciso orientamento culturale diventavano punti di riferimento.
Ebbi una professoressa di filosofia tenacemente atea e un professore di latino e greco validamente antimodernista e reazionario, ma se qualche malsano censore, scolastico o politico, si fosse sognato di biasimarlo o addirittura di impedirgli di entrare in classe, non c´è alunno del mio liceo che non sarebbe insorto. Distinguere tra la volgarità della propaganda e il fascino della cultura e delle idee è facoltà in possesso anche di un quattordicenne. La disastrosa proposta di Garagnani riesce, in uno colpo solo, a offendere, oltre che i professori, anche gli studenti, trattati da branco imbelle che si lascia sobillare dal primo agit-prof in transito: come rivela quell´orrendo verbo “inculcare” usato dal premier, forse applicabile al suo mondo di persuasione occulta, di ruffianeria commerciale, di pubblicità martellante, come illustra magnificamente la sua celebre e famigerata frase “ricordatevi che il pubblico è un bambino di otto anni”. Ma non applicabile, no davvero, al mondo della scuola, che con tutti i suoi difetti, e nonostante le privazioni imposte dall´austerità a senso unico di un potere che punisce “la scuola di sinistra” (?!) e premia le scuole devote, e private, è ancora un luogo vivo, conflittuale, libero, aperto a tutti (chissà se la parola “tutti” fa parte del bagaglio culturale dell´onorevole Garagnani).
Sarebbe magnifico che dallo stesso partito di Garagnani partisse un ragionevole impedimento a questa leggina autoritaria, sciocca, e di angosciante intolleranza. Dopotutto, definirsi “liberali” potrebbe aiutare, alla lunga, addirittura a esserlo.

La Repubblica 12.05.11

Il tuo voto per le donne democratiche

ll prossimo voto nei comuni e nelle province rappresenta una grande occasione per aprire una fase di cambiamento nel paese e per promuovere idee e progetti per il buon governo del territorio. In questi anni di grave crisi economica e sociale, le politiche restrittive del centro destra fatte di tagli indiscriminati agli enti locali, al welfare, all’istruzione, alla cultura, hanno aggravato le condizioni di vita dei cittadini, colpendo in particolare le prospettive dei giovani e le condizioni di vita delle donne.

Siamo convinte che per uscire dalla difficile fase che attraversa il paese sia invece necessario promuovere il protagonismo delle donne e dei giovani nella vita pubblica, nel lavoro così come nella politica, e che anche attraverso il buon governo del territorio ed un’azione incisiva delle pubbliche amministrazioni verso le persone e le famiglie si risponde alle domande di crescita e di equità del paese.

La nostra esperienza ci dice che promuovere l’impegno delle donne in politica e nelle istituzioni non è solo una richiesta di parte ma una necessità per la piena realizzazione della rappresentanza democratica e per far sì che la politica torni a mettere al centro il bene comune e ad occuparsi dei problemi concreti dei cittadini.

Nelle liste del PD sono state candidate donne autorevoli, competenti, capaci. Nei prossimi mesi ci impegneremo in Parlamento e nel paese per cambiare la legge elettorale per i comuni, che è oggi particolarmente penalizzante per la rappresentanza femminile, introducendo la doppia preferenza di genere, cosi come bisognerà assicurare norme antidiscriminatorie per le elezioni provinciali. La formazione di giunte paritarie è uno degli impegni che i nostri candidati sindaci hanno già assunto.

Oggi ci rivolgiamo con un appello ai cittadini e alle cittadine perché scelgano, con il proprio voto di preferenza, una donna nelle liste del PD, per aprire una stagione di cambiamento per l’Italia perchè città più semplici da vivere e più accoglienti hanno bisogno di più donne nelle istituzioni.

SOTTOSCRIVI L’APPELLO

«Tre mesi di sospensione se il prof fa propaganda politica», di Mariolina Iossa

Proposta del deputato Pdl Garagnani. Dura replica di Pd e Idv: indecente, da regime dittatoriale. Saranno puniti con la sospensione dall’insegnamento da uno a tre mesi i professori che faranno propaganda politica o ideologica nelle scuole. O almeno è quello che vorrebbe il deputato del Pdl Fabio Garagnani, componente della Commissione cultura di Montecitorio. La «punizione» è prevista da una proposta di legge che il parlamentare emiliano, suscitando un immediato coro di critiche nell’opposizione, ha appena presentato alla Camera. Il deputato vorrebbe inserire nel decreto legislativo del ’ 94 un nuovo articolo nel quale si specifica per la prima volta in modo diretto che «il docente dovrà astenersi in ogni caso da qualunque atto di propaganda politica o ideologica nell’attività di insegnamento anche di carattere integrativo, facoltativo o opzionale» . L’introduzione di questo principio, secondo Garagnani è fondamentale: «L’importante è introdurre nel Testo unico sulla scuola questo divieto. Per quanto riguarda le sanzioni, invece, queste dovranno essere contenute in un provvedimento attuativo della legge» . Non c’è da stupirsi, sottolinea Garagnani, un divieto di questo tipo non andrebbe contro il principio della libertà di insegnamento enunciato dalla Costituzione. «La propaganda politica — continua il deputato — non può trovare tutela nell’articolo 33 della Costituzione. Un conto è infatti tutelare la libertà di espressione del docente, un altro è consentire che nella scuola si continui a fare impunemente propaganda politica» . Garagnani è convinto che siano molti i professori che fanno propaganda, «soprattutto in Emilia Romagna tra quelli della Cgil» . La proposta del deputato del Pdl fa inorridire l’opposizione. «È squallido che anche la scuola pubblica debba essere gettata in questo modo nella campagna elettorale. Dopo gli attacchi alla magistratura mancavano quelli agli insegnanti: ci ha pensato Garagnani» , ha detto Manuela Ghizzoni del Pd. «L’onorevole Garagnani ha perso un’altra occasione per stare zitto» , ha incalzato il segretario generale della Flc-Cgil, Mimmo Pantaleo. «L’ultima sua esternazione è, per usare un eufemismo, delirante» . «Indecente» , è l’aggettivo usato da Massimo Donadi di Idv. «Una sciocchezza colossale. D’altronde non sorprende, dopo gli attacchi del presidente Berlusconi alla scuola pubblica e agli insegnanti, veri eroi di questi tempi. Questa è la conferma del regime dittatoriale che soffoca sempre di più questo Paese con questo governo e questa maggioranza, contrari alla libera circolazione delle idee» . Non è la prima volta che Garagnani fa proposte che sembrano provocatorie. Nel luglio dello scorso anno ha presentato una proposta di legge per l’abolizione del valore legale della laurea. Ieri, oltre alla proposta di punire gli insegnanti che fanno propaganda, ne ha aggiunta un’altra: modificare il Testo unico sulla scuola con una norma che specifichi che l’insegnamento della religione non debba essere considerato semplicemente «lo studio della storia delle religioni»

Il Corriere della Sera 12.05.11

"Draghi alla Bce sulla poltrona più scottante", di Mario Deaglio

Lo scarno annuncio dell’appoggio – quasi certamente decisivo – del governo tedesco alla candidatura di Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia, alla carica di presidente della Banca Centrale Europea (Bce) è stato dato, sicuramente per caso, nel giorno dell’arrivo ad Atene della delegazione dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale, incaricata di concordare i termini della politica greca di austerità. E ha trovato la capitale greca paralizzata dall’ennesimo sciopero generale precisamente contro quella politica di austerità. Pochi giorni prima, l’Eurostat, l’istituto statistico europeo, ha certificato che il debito pubblico tedesco ha superato quello italiano in valore assoluto, divenendo il terzo del mondo.

Draghi è stato quindi invitato ad accomodarsi su una poltrona che scotta, nel momento più difficile della storia dell’euro, in un quadro di generale confusione del mercato finanziario internazionale. Il debito greco è la punta di un iceberg che potrebbe sconvolgere il quadro politico-economico globale e non solo quello europeo: ci si accorge oggi che l’ammissione della Grecia nella zona euro è stata avventata e che la Grecia si trova in una situazione caotica non solo finanziaria ma anche, e soprattutto politica e civile.

Eppure sarebbe un disastro per tutti lasciarla fallire, ossia, per dirla in termini più diplomatici, permetterle di «ristrutturare» il proprio debito.

Come ha spiegato molto chiaramente in un’intervista a La Stampa di martedì il membro italiano del consiglio della Bce, Lorenzo Bini Smaghi, la mancanza di una propria moneta da parte della Grecia impedirebbe il normale funzionamento di quell’economia mentre la crisi si estenderebbe ad altri paesi dell’area euro. I tedeschi che invocano la massima severità contro Atene si farebbero del male da soli perché sono proprio le banche tedesche ad avere in portafoglio gran parte del debito greco e la loro conclamata solidità sarebbe compromessa. In queste condizioni, il compito più urgente e delicato del presidente della Bce, non è quello, pur importante di vigilare contro l’inflazione strisciante degli ultimi mesi bensì quello, assai più arduo, di impedire da un lato la svalutazione/ristrutturazione del debito greco e dall’altro di riportare l’economia greca – in tempi ragionevoli ma non così stretti come quelli attualmente previsti – verso un funzionamento normale che le permetta di adempiere ai propri doveri di debitore. La stessa politica – in condizioni, peraltro, meno acute – deve essere svolta nei confronti di Irlanda e Portogallo, gli altri due Paesi europei affetti da una grave «malattia finanziaria».

Il nuovo responsabile dell’euro deve quindi avere alle spalle ampia esperienza, per coniugare chiarezza e determinazione sulle strategie e flessibilità sulle mosse tattiche per realizzarle. La cancelliera Merkel non ha trovato in Germania la persona adatta, per l’«estremismo liberista» dei suoi alleati di governo. Axel Weber, presidente della Deutsche Bank e candidato in pectore ha dimostrato di possedere la chiarezza (anche troppa) ma di non avere un briciolo di flessibilità e in aprile ha lasciato l’incarico. Martedì si è dimesso il ministro dell’Economia, il liberale Bruederle.

A Draghi sarà molto preziosa l’esperienza come attuale presidente del Financial Stability Board un organismo internazionale che ha il compito di seguire gli sviluppi della crisi finanziaria e di fare proposte per modificare i meccanismi che ne hanno permesso l’insorgere e che ancora ampiamente l’alimentano. Anche perché non solo in Europa ma neppure sul più vasto orizzonte mondiale Draghi potrà contare su acque tranquille. Tutte le monete sono, infatti, in fermento: sul dollaro pesa l’ombra di un debito pubblico meno affidabile di un tempo, di un deficit pubblico di dimensioni analoghe a quello greco, di un deficit commerciale che, come risulta dai dati diffusi ieri, non accenna a diminuire nonostante la forte perdita di valore del dollaro nell’ultimo anno. Non vanno purtroppo dimenticate neppure le particolari difficoltà del Giappone, oppresso da un debito pubblico ormai pari al doppio del prodotto interno lordo e costretto a incrementarlo ancora per finanziare la difficile ricostruzione dopo il terremoto. La Cina, inquieta per un marcato pericolo inflazionistico, sta a guardare mentre l’uso commerciale della sua moneta, continua a espandersi negli scambi commerciali asiatici in parziale alternativa al dollaro.

In quest’ampia prospettiva sono riduttive le considerazioni tipicamente italiane. Molti in Italia saranno tentati di considerare la partenza di Draghi per Francoforte soprattutto in termini politici locali, ossia come l’uscita di scena di un potenziale presidente del Consiglio di un eventuale governo di transizione o di emergenza, il che, al momento attuale, è francamente irrilevante. E soprattutto gli italiani dovranno scordarsi l’antico vizio della «raccomandazione» e cioè non pensare che, dal suo ufficio nella «torre dell’euro» di Francoforte, Draghi possa o voglia avere un occhio di riguardo per l’Italia. Gli italiani avranno soltanto il vantaggio che deriva dalla ovviamente profonda conoscenza della situazione italiana da parte del nuovo presidente della Bce il che potrà evitare eventuali malintesi. Ogni deviazione dall’attuale, severo programma di rientro dagli attuali livelli di deficit e debito da parte di un qualsiasi governo italiano nei prossimi anni rimarrà assolutamente vietata.

La Stampa 12.05.11

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“Il miracolo del Governatore”, di MASSIMO GIANNINI

In questa buia notte della Repubblica, oltre al Quirinale c´è un´altra istituzione che brilla di luce propria. È la Banca d´Italia. Draghi alla Bce è un tributo al prestigio e alla credibilità della nostra banca centrale.

candidato ufficialmente da Tremonti e incoronato virtualmente dalla Merkel: Mario Draghi a Francoforte, con sfumature diverse, è una tripla vittoria. Per la Banca d´Italia, per il governatore e per il governo. Con il via libera della Germania, che sarà formalizzato al vertice dei capi di stato e di governo del prossimo giugno, si corona un successo sul quale fino a pochi mesi fa nessuno avrebbe scommesso un euro. Un italiano alla guida della Banca centrale europea. La più importante istituzione europea. Nata dal tormentato parto di Maastricht, erede della Bundesbank e perciò custode di quell´ortodossia valutaria e di quel rigore finanziario in nome del quale i tedeschi, marchiati a fuoco dalla superinflazione devastante di Weimar, hanno sacrificato il culto sacro del marco. L´unico organismo comunitario e costituzionale al quale gli Stati d´Europa, indecisi a tutto su ogni altro versante dell´esistenza in vita dell´Unione, hanno concretamente ceduto una quota «strategica» della propria sovranità. La moneta, simbolo e veicolo di un´effettiva identità sovranazionale, e la politica monetaria, strumento di «governo» dei prezzi e di gestione del costo del denaro.
Se questo «miracolo» è stato dunque possibile, lo si deve prima di tutto al ruolo che la Banca d´Italia, nel corso di un secolo di storia, ha saputo conquistare e difendere dentro e fuori dai confini nazionali. Lo si deve alla competenza e all´indipendenza che gli uomini cresciuti tra le mura di Palazzo Koch hanno sempre saputo garantire. Anche nei momenti più oscuri della vicenda italiana, dai tempi dello scandalo della Banca romana a quelli del crac della banca di Sindona, quando galantuomini come Paolo Baffi e Sarcinelli, per non cedere alle pressioni del malaffare politico-economico, subirono l´onta delle manette. Lo si deve all´autorevolezza che i governatori forgiati a quella scuola, da Einaudi a Menichella, da Carli a Ciampi, hanno sempre saputo esprimere. Al punto da diventare una preziosa «riserva della Repubblica» alla quale attingere nelle fasi più tortuose della vita politica del Paese.
Se questo «miracolo» è stato possibile, lo si deve poi in secondo luogo alla persona di Mario Draghi. Solo un personaggio con le sue credenziali, nato in Bankitalia, passato alla Banca Mondiale, cresciuto alla direzione generale del Tesoro negli anni ruggenti delle privatizzazioni e della risanamento dei conti pubblici in vista del traguardo dell´euro, forgiato al Financial Stability Board per riscrivere le regole della finanza, poteva riuscire a piegare l´asse franco-tedesco e a convincere i tetragoni monetaristi di Eurolandia che sì, anche un italiano, benché assai speciale, può coltivare quella «cultura della stabilità» sulla quale poggiano le fondamenta dell´Eurotower di Francoforte. Solo un civil servant con la sua preparazione e la sua dirittura etico-morale poteva vincere il pregiudizio di qualche cancelleria intorno al suo passaggio in Goldman Sachs, e al tempo stesso risollevare le sorti della Banca d´Italia, «sporcata» dal fango dell´estate dei «furbetti del quartierino», dagli «ingressi secondari a Via Nazionale» riservati agli amici, dai «baci in fronte» di Fazio e Fiorani.
Se questo «miracolo» è stato possibile, lo si deve in terzo luogo al buon lavoro fatto da Giulio Tremonti, l´unico ministro che, al di là dei suoi clamorosi limiti nella gestione della politica economica interna, gode di una qualche fiducia sulla scena europea. Può darsi che qualche effetto l´abbia avuto anche l´incosciente arrendevolezza di Berlusconi nei confronti di Sarkozy all´ultimo bilaterale italo-francese, sui temi dell´immigrazione, della Libia, della scalata di Lactalis a Parmalat. Di certo ha giovato la trama dei rapporti diplomatici tessuti in questi mesi dal ministro dell´Economia. In tutti i casi, se l´operazione Draghi andrà in porto questo sarà un grande risultato per il governo italiano, di cui gli va dato atto. Tanto più perché matura dentro un ciclo che vede il nostro Paese oggettivamente sprofondato al punto più basso della sua reputazione internazionale.
Ma ora che il «miracolo» si è avverato, bisogna evitare che si produca un danno. La scelta del nuovo governatore della Banca d´Italia è un capitolo delicato, da affrontare con la stessa cura e la stessa perizia usata per promuovere il governatore attuale alla Bce. Si fronteggiano due linee di successione. Una interna, l´altra esterna. I nomi che circolano, da Fabrizio Saccomanni a Ignazio Visco, da Lorenzo Bini-Smaghi a Vittorio Grilli, sono tutti validi. La nomina spetta al presidente del Consiglio, che la propone alla controfirma del Capo dello Stato. Berlusconi e Tremonti farebbero bene a rispettare la continuità e l´autonomia dell´Istituto. È il bene più prezioso, e non va disperso. Speriamo che questa bella giornata per l´Italia sia un buon viatico anche per la sua banca centrale.

La Repubblica 12.05.11