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"La regola dell'insulto", di Nadia Urbinati

La moderata sindaco uscente di Milano, Letizia Moratti, ha usato un´arma immoderata nel duello mediatico con il candidato Giuliano Pisapia. Ha messo da parte argomenti politici sui temi che riguardano le elezioni comunali e ha lanciato un attacco alla persona di Pisapia, con risvolti che vanno al di là della candidatura a Palazzo Marino. L´arma è quella che si chiama demolizione dell´avversario politico.
Nel caso in questione, Moratti ha accusato Pisapia di essere stato responsabile di un furto, citando una vecchia sentenza della Corte d´assise che dichiarava il reato estinto per amnistia. Non ha però detto che Pisapia non si è accontentato dell´amnistia ma ha presentato appello perché voleva essere riconosciuto innocente, come era. La strategia della mezza verità, dell´informazione non completa, ha il compito di mettere l´avversario sotto una luce opaca. Inoltre, poiché è basata sull´effetto-immediatezza del percepito, è una strategia che punta sull´efficacia della prima notizia: la precisazione verrà comunque dopo e non sarà altrettanto efficace negli effetti emotivi. Non avrà probabilmente la stessa attenzione d´ascolto e può non essere ascoltata o essere rubricata sotto la categoria umiliante dell´auto-giustificazione.
Una mezza verità è terribilmente dannosa, peggio di una maldicenza, proprio perché non può essere accusata di falsità, ma deve essere completata con l´altro pezzo di verità mancante; e spesso questa aggiunta di informazione ha un posto secondario. Negli obiettivi di chi pratica il killeraggio del carattere, l´esito delle mezze verità deve essere quello di far sì che nell´opinione della gente resti in primo luogo l´associazione immediata del nome di Pisapia con un processo penale per furto e un amnistia (non l´innocenza). Agli artefici della campagna elettorale importa questo. Importa che la notizia di quel fatto incompleto proprio per come è stata confezionata riesca a generare il dubbio nella mente degli elettori, inducendoli a pensare che se fumo c´è significa che c´è stato incendio. La notizia crea la cosa. Il dubbio crea la diffidenza. La diceria fa concludere che anche quel candidato non è, in fine dei conti, meglio del suo avversario.
Il killeraggio dell´avversario è un capitolo della propaganda. La propaganda come strategia di persuasione (la prima forma fu istituita ufficialmente dalla Chiesa nel 1622 con la Sacra Congregatio de Propaganda Fide, appunto per “propagare” nel mondo la fede cattolica) è un sistema di organizzazione della persuasione che si propone di neutralizzare la ragione per far presa sulle emozioni e sull´immaginazione. La propaganda non è un´azione isolata o eccentrica. Richiede un centro motore, un cervello organizzativo che si avvalga di varie competenze allo scopo di: escogitare tattiche, raccogliere le informazioni che servono a metterle in pratica, diffondere dicerie e “voci” su obiettivi nemici, infine e se possibile fare affidamento sul monopolio dell´attenzione mediatica. Lo scopo è di spostare l´attenzione dell´opinione da un obiettivo a un altro; di cambiare completamente il tema del discorso e dell´attenzione se necessario.
Da questo momento fino alle elezioni di domenica prossima, questo fatto giudiziario e le illazioni che ha generato avranno un´assoluta esposizione, mettendo tutto il resto in secondo piano. Come nel caso celebre che ha coinvolto e che ancora coinvolge il presidente Obama: le cose che fa diventano irrilevanti quando un sistema ben orchestrato insiste nel dirlo non americano. In questo caso si tratta di una falsità, non di una mezza verità, ma l´effetto è non meno devastante per la credibilità di chi ne è vittima. Il presidente ha mostrato a tutti il suo certificato di nascita ma non è stato sufficiente. Visto che i certificati di nascita, dicono i fedeli del Tea Party, sono prodotti da uffici governativi, non sono un documento veritiero. Non è del resto la menzogna il mezzo usato dalla propaganda, ma il far credere che ciò che si dice “potrebbe essere vero”. Ecco quindi l´obiettivo del killeraggio del carattere: generare un senso indefinito di diffidenza che erode la fiducia e fa pensare che, in fondo, anche le certezze certificate siano un artefatto e come tale una potenziale non-verità. Non c´è scampo per chi è stato fatto oggetto di attacco diretto. Anche perché l´attacco è perpetrato perché si presume che ci sia molta gente pronta a credere, e a ignorare le “prove”.
La demolizione dell´avversario presuppone un´opinione politica polarizzata; presuppone due paesi, l´uno disposto a dubitare sistematicamente dell´altro, e quindi pronto a credere ciò che dell´altro si dice, anche qualora a diffondere le notizie sia un centro di propaganda. Le democrazie mediatiche, personalistiche e spettacolari nel carattere, sono particolarmente esposte alla proliferazione di questi mezzi indecenti. Le trasmissioni televisive dette di “approfondimento” sono un teatro collaudato. Ministri e politici che vi partecipano sono velocissimi nel trasformare una discussione sulle “cose” in un attacco diretto a un interlocutore che non dice le “cose” che piacciono. La demolizione del carattere consiste nel gettare discredito sulla persona proprio quando le proprie ragioni non sono efficaci. Lo scopo è far sì che chi ascolta smetta di prestare attenzione a quel che l´interlocutore dice e si concentri su quel che si dice di lui. Non c´è moderazione nell´uso di questa strategia proprio come non c´è nella propaganda di guerra, quando l´avversario diventa un nemico totale da demolire.

La Repubblica 12.0511

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“Se questa è una moderata”, DI NATALIA ASPESI

Una signora così elegante, non solo nelle borse ma anche nei modi, chi l´avrebbe mai detto? Magari noiosa ma sempre impeccabile, e infatti era del tutto impensabile che la sua nota, signorile compostezza si rifugiasse nella sola sua marmorea cotonatura, e che lei si allineasse ai metodi più che fangosi della sua parte politica. È accaduto ieri nel faccia a faccia su Sky 24 tra lei, Letizia Moratti, sindaco uscente di Milano, ricandidata dal Pdl, e Giuliano Pisapia, che ha l´immane compito di riportare il Comune di Milano al centrosinistra.
La signora è precipitata in una di quelle figuracce che da buona dama milanese educata nel famoso Collegio delle Fanciulle, era sempre riuscita ad evitare. E lo ha fatto con metodo, studiato dai suoi rustici ispiratori, adusi alle massime porcherie, aspettando la chiusura per lanciare la sua immondizia sull´avversario, sapendo che lui non aveva diritto di replica.
Lo ha accusato all´improvviso di essere stato un ladro, più o meno quarant´anni fa, o meglio «di essere stato giudicato responsabile del furto di un veicolo usato per il sequestro e il pestaggio di un giovane. Poi è stato amnistiato». La povera signora sudava e balbettava sventolando un documento, vistosamente affranta perché, pur essendo adusa alle bugie e alle fantasie, non innocue ma neppure fatali, forse non immaginava che sarebbe stata costretta ad arrivare a tanto: a unirsi alla folla della bassa politica berlusconiana, ad usare quei dossier finti e menzogneri di cui devono essere pieni i cassetti del premier e del suo personale di servizio, a diventare lei, una Moratti nata Brichetto Arnaboldi, ricca di famiglia e di petrolio, benefattrice di San Patrignano, ex ministro sia pure mediocre dell´Istruzione, dell´Università e della Ricerca, ed ex presidente non luminoso della Rai, un Sallusti, un Feltri, un Belpietro, addirittura uno Scilipoti, una Santanché, uno dei tanti innominabili che hanno tolto ogni dignità alla politica.
Sia il moderatore, Emilio Carelli, che lo stesso Pisapia, che sino a quel momento, elegante come non capita spesso di vederlo, aveva picchiato dura sulla inquieta sindaca, sono rimasti di sale. È stato uno dei soliti momenti cui ormai siamo abituati, in cui i brandelli che restano di una democrazia si sfilacciano del tutto. Carelli non ha avuto la prontezza, dopo la carognata bugiarda, di permettere la replica all´avversario poi, chiusa la trasmissione con quel funesto, vergognoso finale, ha ricordato che da quell´inesistente reato Pisapia era stato assolto con formula piena «per non aver commesso il fatto». Naturalmente gli informatori lo sapevano e non ne hanno tenuto conto, come fanno sempre: si poteva pensare che la Moratti non lo sapesse, ma in questo caso prima di distruggere per sempre la sua già pericolante immagine, avrebbe dovuto informarsi. O forse lo sapeva, ma non è stata in grado di opporre la sua dignità alla violenza distruttiva di chi la comanda, o peggio ancora, terrorizzata dal pensiero che le elezioni si possono anche perdere, e in questo caso non succede niente di grave, soprattutto se una è milionaria e ultrasessantenne, ha scelto di assoggettarsi a un gesto vergognoso, che le toglie per sempre il titolo di «moderata» di cui anche ieri la signora si vantava. E ha continuato a vantarsene, in conferenza stampa, sostenendo di aver usato quella notizia (e pazienza se falsa) proprio per marcare la differenza «tra la mia storia e la sua», una storia, quella morattiana, vistosamente moderata, mentre quella di Pisapia, almeno allora, sul piano politico non lo era. Nella sua giacchina bianca, moderatissima, la sindaca ormai straparlava, non riuscendo nessuno ad afferrare il suo corrucciato ragionamento. In ogni caso, ormai si è capito che «moderato», è definitivamente diventata una brutta parola, visto che si definiscono tali persone che la signora Moratti in altri tempi non avrebbe mai invitato nel suo appartamento milanese su tre piani, e neppure nella casa Batman del figlio, e che ora sono i suoi compagni di viaggio, specialisti nel far uso di estremismo verbale, killeraggio mediatico, attacco alle istituzioni, abitanti di un nuovo mondo dove ogni vergogna è possibile.
L´incontro tra i due contendenti seduti in poltrone fin troppo lontane, come a prevenire un´eventuale scazzottata, poteva essere molto importante per i milanesi sotterrati dai manifesti della ridente fata Letizia che promette da ogni angolo nero di inquinamento della città ben 61mila posti di lavoro nuovi ogni anno e abbraccia coppie di vecchietti adoranti cui promette case gratis, e che di Pisapia conoscono soprattutto l´aspetto e i discorsi ultramoderati, mentre scarpina infaticabile in ogni angolo cittadino per raccontare la sua Milano. Il sindaco magnificava corrucciata il già fatto, preferendo comunque i verbi al futuro, faremo, costruiremo, daremo…, del tutto impermeabile al buon senso pisapiano che le rinfacciava lo stato malinconico della città, le infiltrazioni mafiose, l´Expo ancora per aria. Era la prima volta che i milanesi sentivano parlare di Milano, il che pareva addirittura stravagante, pur trattandosi, per il 15 e il 16 maggio, di elezioni amministrative, cioè dell´elezione del sindaco. Della Moratti. Di Pisapia, non di Berlusconi. Ma poiché gli italiani non possono mai occuparsi di se stessi, dei loro problemi, della loro vita, e nel caso dei milanesi, della disoccupazione, della mancanza di case, delle strade dissestate, della sicurezza in periferia, della solitudine che attanaglia tutti, ma solo del premier, soprattutto questa volta non sono chiamati a decidere se questo sindaco ha amministrato bene, o come capita ovunque esista la democrazia, si può provare a cambiare. Noi disgraziati cittadini siamo chiamati a votare soprattutto pro o contro la magistratura, pro o contro il premier. Ci derubano della nostra città, della nostra quotidianità, di noi stessi. Non contiamo nulla. Forse la pessima figura che ha fatto la Moratti potrà aiutare i milanesi a capire, e come dice Pisapia, a voltare pagina. A non accettare più, oltre alla pessima amministrazione, anche certi metodi politici infamanti e indegni. A sognare di nuovo che Milano torni ad essere la capitale morale del Paese.

La Repubblica 12.05.11

"67.000 assunzioni? L'ennesima bufala!", di CPS Roma da orizzontescuola.it

Pubblichiamo un comunicato del Coordinamento precari scuola-roma inviato in redazione (orizzontescuola.it), relativo alle immissioni in ruolo. Secondo quanto leggiamo il MEF avrebbe autorizzato solo 10.000 assunzioni per i docenti e 6500 per il personale ATa, a fronte di una richiesta da parte del MIUR di 30000 docenti e 37000 A.T.A. Se la notizia fosse verificata, contrasterebbe con le dichiarazioni del ministero. Attendiamo conferma/smentita da parte ministeriale/sindacale.

“CPS Roma – Il Coordinamento precari scuola di Roma, ricevuto ieri in delegazione (unitamente al Coordinamento delle scuole primarie di Roma) dai dottori De Angelis e Chiappetta, dirigenti del Miur, ha posto delle richieste specifiche sui problemi del precariato, per scoprire che nulla c’è di nuovo sotto il sole:

– Sono stati richiesti dal MIUR al MEF 30000 docenti e 37000 A.T.A da immettere in ruolo dal 01/09/2011, per non dover risarcire i precari che si sono appellati alla direttiva europea, la quale riconosce il diritto
all’assunzione a tempo indeterminato dopo tre anni di contratti a tempo determinato presso la medesima amministrazione. Ma il MEF ha autorizzato solo 10.000 assunzioni per i docenti e 6500 per il personale ATA. Le 67.000 assunzioni sono solo propaganda politica! Il Miur può richiedere la copertura dei posti vacanti ma di concerto con il MEF e“nel rispetto degli obiettivi programmati dei saldi di finanza pubblica”. Inoltre, questi
posti sono quelli disponibili al netto dei tagli e dei pensionamenti (questi ultimi superiori al numero di posti vacanti e disponibili individuati).

– È stato millantato un piano di assunzioni triennale, ma allo stesso tempo emerge una contraddizione che abbiamo fatto notare: nel decreto sviluppo 2011, art. 9, c’è una norma che, di fatto rende inefficaci gli appelli alla direttiva europea per il personale della scuola. È evidente che da un lato si promettono assunzioni per ovviare ai ricorsi già presentati, dall’altro si vuole evitare che questi stessi diritti vengano rivendicati da coloro che maturano via via i requisiti. Aggirando, per di più, le direttive europee.

– La nuova truffa del “Salva-Precari”: facciamo notare al dott. Chiappetta come si tratti di una contraddizione la promessa di assunzioni e la riproposizione di una misura nata per arginare l’effetto dei tagli. La isposta? *Il Salva-precari deve esser riproposto per dare una risposta ai lavoratori delle scuole meridionali…insomma, dove faranno i tagli e dove le assunzioni?

– Il decreto di aggiornamento delle graduatorie è pronto, ma si sta prendendo tempo a pubblicarlo perché si attende la approvazione in Parlamento di un decreto correlato, nel quale si dovrebbero stabilire, tra le altre cose, la cadenza triennale delle medesime graduatorie e l’obbligo di permanenza per 5 anni nella sede di titolarità. Il dott. Chiappetta ha seraficamente detto che le more dipendono quindi dalla politica, non dall’amministrazione. Insomma, ci chiediamo, dobbiamo forse attendere i risultati delle amministrative per sapere cosa ne sarà del nostro futuro? Quale dazio pagheremo alla Lega?

La rabbia dei precari, gabbati ancora una volta non può certo finire qui. Noi continueremo a lottare con sempre maggiore forza per i nostri diritti! Svegliamoci…è ora!”

da www.orizzontescuola.it

Essere precari nella scuola di oggi. Cronistoria di una “guerra tra poveri”, di Manuela Ghizzoni

Una premessa indispensabile: il governo porta tutta intera la responsabilità della condizione in cui versano oggi i precari della scuola mentre i tentativi di attribuire colpe anche al Pd, che in questi anni si è battuto contro la politica sciagurata della Gelmini, sono strumentali e fuorvianti. Detto ciò, ecco i fatti. Nel 2007 il governo Prodi decide di dare una risposta definitiva al problema del precariato con un piano di 150 mila immissioni in ruolo. Obiettivo: stabilizzare il personale che da anni lavora nella scuola. Funzionale al risultato è la trasformazione delle graduatorie dei precari da “permanenti” a “esaurimento”, consentendo per l’ultima volta il trasferimento in una provincia. Con l’arrivo della Gelmini, lo scenario cambia radicalmente. Nel luglio 2008, la ministra cancella dall’organico 87 mila posti di docenti (di cui il 53% nelle 8 regioni meridionali) e blocca il piano di assunzioni Fioroni. Ai precari viene offerta demagogicamente – per compensare i tagli e le mancate immissioni – la possibilità di inserirsi in ulteriori 3 graduatorie provinciali, ma in “coda”, e quindi in una posizione che non corrisponde al proprio punteggio. La’’cura’’ Gelmini ha effetti devastanti: organici tagliati, immissioni con il contagocce, divario accentuato tra regioni del nord (con molte graduatorie’’esaurite’’) e del sud (con graduatorie ingolfate e immissioni pari allo zero). In questo contesto si apre lo scontro tra chi resta fermo nella graduatoria iniziale e chi, per poter lavorare, si mette in coda, pur avendo un punteggio maggiore di chi lo precede. Un classico esempio di “guerra tra poveri”.
La Gelmini viene “bocciata” dal Tar ma persevera nell’errore e con il decreto “salva precari” del 2009 sdoppia le modalità di aggiornamento delle graduatorie: code per il biennio 2009/10 e “inserimento a pettine” per il 2011/12. Un vero “mostro a due teste”. Interviene allora la bocciatura inappellabile della Corte costituzionale, ed é per “ottemperare alla sentenza della Consulta” che la Gelmini si rimangia tutto e dispone l’inserimento a pettine su una sola provincia. E’ la sentenza di incostituzionalità, quindi, che impone al ministro di riaprire le graduatorie, e non “l’inedita alleanza con il Pd” di cui qualcuno parla a sproposito e in modo strumentale. Quanto al senatore Pittoni della Lega, venuto a Modena per dichiarare che si sarebbe battuto per il congelamento delle graduatorie, è lo stesso che nel 2008 approva senza batter ciglio il taglio delle 87 mila cattedre e si dichiara a favore del “salva precari”, quindi del “mostro a due teste” che avrebbe riaperto le graduatorie da quest’anno. Alla faccia della coerenza!
L’aggiornamento delle graduatorie con l’inserimento a pettine è l’ennesimo cambio delle regole, ma deve essere chiaro che la responsabilità non è della Consulta, bensì della Gelmini, che prima taglia gli organici, poi s’inventa il pastrocchio delle tre graduatorie. C’è un solo modo per uscire da questa situazione: tornare al percorso delineato da Prodi nel 2007, cancellare l’ultima tranche di tagli (19.700 cattedre) e stabilizzare già dal prossimo anno 60mila docenti, per coprire le cattedre vacanti e gli spezzoni di orario. Così, gli effetti dell’applicazione della sentenza della Consulta sarebbero attutiti rispetto ai diritti acquisiti e si darebbero certezze ai docenti e continuità didattica agli studenti. Invece il governo cosa fa? Annuncia trionfalmente 30mila immissioni in ruolo in tre anni, senza dire che saranno in grado di coprire appena un terzo dei pensionamenti. E’ l’ennesimo tradimento dei precari e della scuola italiana.

La Gazzetta di Modena 12.05.11

"Italia, poco salario e tante tasse", di Luigi Grassia

L’Italia resta molto in basso, fra i Paesi più industrializzati, nella classifica dei salari netti, ma non riesce neanche ad approfittarne per essere più competitiva, perché si piazza sciaguratamente ai primi posti per il prelievo fiscale (tasse e contributi si mangiano quasi il 47 per cento del lordo) e così a un modesto potere d’acquisto per i lavoratori si associa un alto costo del lavoro per le imprese, la peggior combinazione possibile.

L’Ocse associa i 34 Paesi più avanzati dell’Occidente, cioè dell’Europa e del Nord America con l’aggiunta (stiracchiando un po’ la geografia) del Giappone, della Corea del Sud, dell’Australia e della Nuova Zelanda e altri sparsi qui e là. Fra questi trentaquattro il Belpaese nel 2010 si è collocato al 22˚ posto e si tratta già di un miglioramento perché ha approfittato dello sconquasso finanziario di Atene per scavalcare la derelitta Grecia (nel 2009 ci accontentavamo del 23˚ gradino). Dietro di noi ci sono gli altri Stati dell’Occidente più squassati dalla crisi (Islanda e Portogallo, però non la Spagna, che fa meglio di noi piazzandosi al 19˚ posto) e poi una sfilza di Paesi poveri dell’Europa dell’Est, la Turchia, il Cile e il Messico.

Nel 2010 in Italia il salario netto medio di un lavoratore «single» senza figli a carico è stato di 25.155 dollari. La cifra è inferiore sia alla media Ocse (26.436 dollari) sia a quella dell’Ue a 15 (30.089). Il salario lordo è stato invece di 35.847 dollari, lievemente superiore alla media Ocse (35.576) ma molto inferiore a quella europea (42.755). In questa classifica l’Italia è al 19˚ posto.

Un disastro sul fronte fiscale. Il rapporto «Taxing Wages» dell’Ocse dice che nel 2010 quest’onere per i lavoratori, mettendo assieme quanto versato da loro e dai datori di lavoro, è aumentato di 0,4 punti percentuali rispetto al 2009, arrivando al 46,9% e questo ci colloca al quinto posto. Davanti abbiamo Belgio (55,4%), Francia (49,3%), Germania (49,1%) e Austria (47,9%).

L’Ocse rende note anche altre classifiche fra cui quella delle coppie sposate con due figli; qui va persino peggio che per i single, perché in Italia il livello di pressione fiscale risulta il terzo dell’Ocse al 37,2 per cento, dopo quelli della Francia (42,1%) e del Belgio (39,6%).

Ovviamente il problema del «cuneo fiscale» si lega al pesantissimo debito pubblico dell’Italia e alla necessità di farvi fronte; è questo che impedisce di tagliare le tasse, a dispetto delle promesse che arrivano. Per il partito democratico Cesare Damiano, capogruppo in commissione Lavoro alla Camera dei deputati, osserva che nel 2010 «l’Italia ha aumentato la pressione fiscale sui salari di 0,4 punti, arrivando al 46,9% di prelievo, e gli stessi salari sono agli ultimi posti tra quelli dei Paesi dell’Ocse. Si sa che questo governo commenta soltanto i rarissimi dati positivi mentre ignora, volutamente, le brutte notizie. Viene così ulteriormente smascherata la bugia di un governo che avrebbe diminuito la pressione fiscale». Il segretario confederale della Cgil, Danilo Barbi, dice che «bisogna spostare l’asse fiscale dal lavoro alle grandi ricchezze improduttive e parassitarie. I numeri forniti dall’Ocse confermano che siamo fra gli ultimi posti per il valore dei salari e, contemporaneamente, tra i primi posti per il peso del fisco su di essi. Questi numeri confermano l’urgenza di una redistribuzione della ricchezza».

Per l’Idv Antonio Borghesi accusa il governo: «Le mani in tasca ai cittadini le ha messe e come. Il fallimento della sua politica economica è sotto gli occhi di tutti. I cittadini sono sempre più poveri, i salari sono in caduta libera. Come si pensa di dare una spinta all’economia senza fare ripartire la domanda interna? Non certo con il dl sullo sviluppo».

La Stampa 12.05.11

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“Aumentano le tasse sui salari, nel 2010 pressione al 46,9%. Le retribuzioni restano tra le più basse dell’area”, di Luciano Costantini

Salari bassi, pressione fiscale su. Così l’istantanea sul nostro Paese scattata dall’Ocse nel rapporto «Taxing wages». Restiamo nei bassifondi della graduatoria delle retribuzioni e certamente non può essere una consolazione il fatto che siamo passati dal ventitreesimo al ventiduesimo posto superando la Grecia, alle prese con i problemi che tutti conoscono. In Italia il salario netto medio di un single senza figli a carico – spiega l’organizzazione parigina – nel 2010 è stato di 25.155 dollari. Cifra inferiore sia alla media Ocse (26.346 dollari) che a quella della Ue a Quindici (30.089). Il salario lordo è arrivato invece a 35.847 dollari, leggermente superiore alla media Ocse (35.576) ma inferiore a quella europea (42.755). In questa classifica siamo al diciannovesimo posto.
Una sostanziale stagnazione dei salari, appesantita dalla crescita della pressione fiscale che nel 2010 è salita dello 0,4% portandosi a quota 46,9% dal 46,5% del 2009. Anche in questo caso scaliamo un posto, dal sesto al quinto di una classifica che vede in testa il Belgio (55,4%). La Francia arriva al 49,3%, seguita dalla Germania (49,1%) e dall’Austria (47,1%). Il cuneo fiscale, cioè la differenza tra quanto pagato dal datore di lavoro e quanto effettivamente finisce nelle tasche dei lavoratori, nel nostro Paese è almeno di 11 punti più alto della media Ocse per ogni tipo di famiglia ed è, più precisamente, del 46,9% se si prende in considerazione il lavoratore senza figli. Il cuneo 2010 in pratica ci riporta ai livelli del 2000, dopo aver toccato un minimo del 45,7% tra il 2003 e il 2005. C’è da ricordare che la tassa sui redditi in Italia è pari al 15,4% del costo del lavoro, i contributi a carico del lavoratore (single e senza figli) ammontano al 7,2% e quelli a carico del datore di lavoro al 24,3%. Di fatto i dipendenti single in Italia portano a casa meno del 54% di quanto costano al loro datore di lavoro se hanno un salario medio e, se lo hanno più elevato, si devono accontentare del 48%. Secondo la Cgia di Mestre con la stessa pressione tributaria della Germania, gli italiani risparmierebbero 1.400 euro l’anno di tasse e, sempre a parità di condizioni fiscali, l’erario italiano riceverebbe 82 miliardi di euro in meno.
Precisa però, l’Ocse, che l’appesantimento della pressione fiscale sulle retribuzioni, nel 2010, ha riguardato 22 Paesi sui 34 dell’organizzazione e che l’Europa si conferma come l’area dove il cuneo fiscale drena gli stipendi di oltre il 40% per i single e oltre il 30% per le famiglie con figli. Molto meno il cuneo fiscale incide negli Stati Uniti dove arriva al 29% sui single e al 16,3% sulle famiglie con figli. I dati dell’Ocse danno l’opportunità ai sindacati di rilanciare ancora una volta la richiesta di una radicale riforma del nostro sistema fiscale che vada a premiare il lavoro dipendente e i pensionati. Cisl e Uil hanno già organizzato una manifestazione per il 18 giugno nella Capitale proprio per sollecitare il governo a iniziative sul tema. «Solo con una riforma equa – dice Giovanni Centrella leader Ugl – si può uscire dalla trappola dei bassi salari e alta pressione fiscale». E la Cgil torna ad insistere perché «l’asse fiscale del lavoro venga spostato dal lavoro alle grandi ricchezze improduttive e parassitarie. «I numeri Ocse – sottolinea il segretario confederale, Danilo Barbi – sono la conferma di ciò che diciamo da sempre, ovvero la redistribuzione della ricchezza». Sferzanti i giudizi dell’opposizione. Dicono Matteo Colaninno e Cesare Damiano (Pd): «Il governo commenta solo i dati positivi, smascherata la bugia che avrebbe diminuito le tasse».

Il Messaggero 12.05.11

"12 maggio, III Assemblea della Rete 29 Aprile : uno sguardo indietro", di Piero Graglia*

Ripensare tutto l’insieme delle proteste che, dal 2008 fino al 2010 hanno attraversato il mondo della scuola e dell’Università provoca, sia detto senza retorica, una certa tristezza. Si tratta infatti di un grande movimento, frastagliato, frammentato in mille pezzi, seppur deciso e convincente, che non ha prodotto grandi risultati effettivi nei confronti del governo e di chi, in questi anni, ha orgogliosamente rivendicato un piano di smantellamento del sistema scolastico nel suo significato più ampio.
Tuttavia nel tempo si sono inseguite analisi più o meno ben costruite sugli eventi del 14 dicembre a Roma; si è discusso e ci si è interrogati sulla crisi di una generazione, si è parlato e si è scritto sul disagio giovanile. Pochi però ricordano una semplice realtà: tutto è nato non da un disagio giovanile, bensì da un disagio maturo, si potrebbe dire plurigenerazionale: quello dei ricercatori universitari, di età compresa tra i 25 e i 45 anni riguardo al destino dell’università pubblica e al progetto di riforma che ha preso corpo e si è definito tra il 2008 e il 2010.
Non c’è bisogno di andare molto indietro nel tempo per ricordare che nel giugno 2008 sono cominciate le analisi e le mobilitazioni dei ricercatori. Il governo, annunciando il Decreto Legge n. 112, tagliava in cinque anni circa un miliardo e 400 milioni di euro di finanziamenti alla ricerca e al sistema universitario (sui 7 miliardi annui previsti dal Fondo di Finanziamento Ordinario), rendeva possibili le fusioni di atenei e la nascita di università-fondazione, cominciava a scaldare i motori per quella “grande riforma” della docenza che era stata tentata, con poco successo, anche dal ministro Moratti pochi anni addietro.
I ricercatori universitari di ruolo, circa 25.000 studiosi e intellettuali che reggono, da soli, il 39% della didattica universitaria, hanno manifestato sin da subito il loro disagio. Hanno cominciato a fare lezioni in piazza, hanno informato gli studenti della situazione, hanno realizzato una saldatura generazionale che, per pochi mesi, ha reso possibile l’onda del 2008. Nessuno ormai ricorda più che alla base delle proteste degli studenti nel 2008 ci fossimo noi ricercatori.
Il disagio, espresso a mezza voce ma con toni via via crescenti nei consigli di facoltà e di Dipartimento per i tagli devastanti, è diventato alla fine un fenomeno che ha visto presenti, soprattutto, ricercatori e studenti, con pochi ordinari e associati consapevoli dei danni e delle prospettive sempre più fosche. Un ordinario di mezza età – quindi un “giovane” – è stato udito un giorno dare questa spiegazione ai colleghi più giovani: «vedete – diceva – il sistema si è sviluppato in maniera così perversa, accumulando così tanti errori e favoritismi, che se oggi ci penalizzano fanno proprio bene. Meritiamo poco per come ci siamo comportati fino a oggi, e siamo coscienti che le critiche al sistema universitario sono fondate». Non si trattava di una ammissione di colpa individuale, bensì di un paradigma generazionale che coinvolgeva non solo i responsabili del degrado (ordinari e rettori in prima fila), ma tutti, indistintamente. Studenti e professori, ricercatori e dottorandi, personale tecnico amministrativo e precari della ricerca.
A questo psicodramma del rimorso collettivo i ricercatori non ci sono stati. Sono scesi in piazza, hanno organizzato quella forma di protesta così ben visibile che sono le lezioni in piazza. E poi cortei, proteste, intemperanze anche – come è naturale che avvenga – fino a che la fiammata di protesta sul decreto legge 112 si è affievolita, le telecamere si sono spente, i cortei si sono sciolti, il decreto legge è stato convertito in legge, la 180/2008.
Sono seguiti mesi di silenzio preoccupato da parte degli studenti – la cui capacità di mobilitazione è notoriamente intensa ma di breve durata – mentre i ricercatori, superato l’iniziale smarrimento e confrontati con la domanda “e adesso?”, continuavano a lavorare sui progetti di legge che filtravano dal palazzo, sulle prospettive di opposizione legale, sui testi che, via via, venivano predisposti da personalità dell’area di governo. Sia nei documenti del senatore Valditara (una prova di riforma che ormai pochi ricordano), sia nelle prime bozze di quello che sarebbe diventato noto come “Disegno di Legge Gelmini”, si percepiva un’intenzione abbastanza chiara nei confronti dell’insegnamento universitario, perfettamente in linea con quanto predisposto nel giugno 2008:
confermare la drastica diminuzione del finanziamento del sistema nel suo complesso;
amplificare la sfera di discrezionalità e di potere direttivo di una parte dei docenti, gli ordinari anziani (concorsi e governo degli atenei saranno di fatto nelle loro mani senza alcuna possibilità di interferenza da parte delle altre componenti della docenza, con buona pace di chi parla a vanvera di riforma contro i baroni);
ripartire una parte dei finanziamenti disponibili sulla base della valutazione della qualità della ricerca.
Quest’ultimo punto tuttavia è stato inserito senza predisporre organismi di valutazione prima della ripartizione, cosicché il sistema si sarebbe basato, per i primi anni, su procedure di valutazione essenzialmente autoreferenziali (un’auto-valutazione – self-evaluation – che difficilmente sarà negativa). Ciliegina sulla torta, le retribuzioni dei docenti e dei ricercatori venivano drasticamente decurtate, con effetti dolorosi soprattutto – ancora una volta – sui ricercatori, gli anelli deboli e più esposti della docenza.
In questo contesto, i ricercatori di ruolo – istituiti nel 1980 per fare solo ricerca e impiegati, ormai da anni, anche per fare didattica principale, non prevista tra i loro compiti – hanno deciso di alzare di nuovo la voce, di protestare, di lanciare un allarme. Lo hanno fatto con gli strumenti che gli sono propri: la testa e la scrittura, la riflessione e l’analisi. Hanno preso il testo di legge, lo hanno sezionato, hanno messo in evidenza i punti critici, hanno cominciato a parlarne con i colleghi anziani (associati e, in molti casi, ordinari non schierati per un «sì» acritico alla riforma), spesso svolgendo un fondamentale ruolo di orientamento per tutti i colleghi. Gruppi di studio sono sorti un po’ ovunque, negli Atenei grandi così come in quelli più piccoli. Gruppi di volontari che ormai conoscono le varie fasi e i contenuti della Gelmini a menadito e che potrebbero agevolmente dirigere il Ministero di Viale Kennedy.
Tra noi ricercatori si discuteva e ci si accalorava, mentre i colleghi associati e ordinari sembravano tuttavia impermeabili a qualsiasi riflessione. Il massimo che si poteva cavare da loro era quanto si era sentito già un anno prima: «be’, sì, è una riforma pesante, però considerate quanto abbiamo approfittato del sistema, se adesso arriva un po’ di rigore la cosa è positiva…».
Di nuovo, come nel 2008, i ricercatori non hanno accettato di giocare un ruolo in questa commedia degli equivoci ma, molto più prosaicamente, hanno dichiarato che si sarebbero attenuti ai compiti previsti dalla legge, rifiutando qualsiasi forma di didattica non dovuta da parte del ricercatore. Questa fase è cominciata nel tardo gennaio 2010, e ha visto il massimo della mobilitazione tra aprile e maggio. Il 29 aprile, a Milano, veniva fondata la “Rete 29 Aprile”, fatta da ricercatori per i ricercatori, senza alcuna partecipazione di studenti, né componenti del sindacalismo di base, né esponenti dei centri sociali. Un’assemblea di circa 300 ricercatori ha discusso per un’intera giornata su una bozza di documento poi pubblicato su www.rete29aprile.it; nei giorni successivi la rete ha costruito una dirigenza del movimento, costituita da un coordinamento nazionale composto da uno o due rappresentanti per ogni ateneo coinvolto (i ricercatori che hanno aderito alla rete 29 aprile appartengono a circa 40 università pubbliche); il coordinamento ha quindi a sua volta eletto una giunta di otto persone che ha condotto fino a oggi la mobilitazione, gestito i rapporti con la stampa e le forze politiche, tenuto i contatti con altre realtà associative e sindacali.
In quella fase, ancora non vi erano segnali forti di interessamento da parte della galassia dei movimenti studenteschi né, in quel momento, quei contatti erano centrali per la Rete: la protesta era vissuta come una questione molto tecnica, e del resto una parte del movimento della “Rete 29 aprile” riconosceva qualche elemento positivo all’interno del progetto governativo, pur respingendone l’impianto complessivo. Ciò che però rendeva assolutamente sfiduciati i ricercatori era l’impossibilità di confronto con chi quel testo lo aveva preparato. Mentre anche la Presidenza della repubblica dava ascolto alla Rete 29 Aprile, riceveva e commentava i suoi documenti, mostrava un interesse non di facciata; mentre l’opposizione dialogava con la Rete, non senza qualche scontro anche duro, mancava invece del tutto un confronto di qualsiasi genere con il governo. L’autoreferenzialità e l’arroganza del ministro sono stati il controcanto continuo a qualsiasi apertura, suggerimento e iniziativa della Rete. Volta per volta i suoi componenti sono stati definiti “baroni” (perché criticano la riforma che invece i veri baroni accolgono a braccia aperte), fannulloni (perché, evidentemente, se perdono tempo a studiare la riforma non fanno ciò per cui sono pagati), manipolatori degli studenti. Gli studenti invece non sono manipolabili, forse hanno troppa foga nel far discendere una complessiva difficoltà generazionale da una riforma del sistema universitario, ma certo non sono stati manipolati in alcun modo, tanto meno dai ricercatori, che sono per loro insegnanti, formatori, forse talvolta più vicini per motivi generazionali. Anzi, verrebbe da dire che l’equazione che ormai domina: riforma gelmini=furto del futuro è uno slogan efficace ma che non corrisponde alle intenzioni dei ricercatori nel momento in cui è cominciata la protesta.
Gli studenti protestano perché percepiscono il vuoto che sta davanti a loro, una società senza tutele, senza opportunità, dominata dalla tendenza a non garantire diritti; protestano guardando avanti con negli occhi quelle situazioni e quelle prospettive così ben rappresentate nel film Generazione mille euro. I ricercatori, che hanno cominciato a protestare prima di loro, lo fanno guardando anche indietro, a un sistema che conoscono e che hanno imparato a criticare da più tempo di loro.
Sul piano pratico non è una grande differenza, sul piano ideale invece sì.
Tuttavia la Rete è convinta che senza una saldatura tra le due proteste, quella esistenziale degli studenti e quella culturale dei ricercatori/formatori, nessuna delle due andrà molto lontano.
Né loro, che verranno riassorbiti agevolmente nella placenta del familismo italiano che tutto cura e tutto sana, né i ricercatori che forse verranno promossi per farli stare zitti, e con gli anni perderanno anche la voglia di spendersi per gli altri come pensano di star facendo adesso. Questa strada, insomma, va percorsa insieme. Abbiamo tutti diritto al sogno, che nessuno ce lo rubi.

* Rete 29 aprile

Bersani risponde alle e-mail giunte sul tema delle graduatorie

Partito Democratico – Chiara la posizione del PD: cancellazione dei tagli, stabilizzazione di chi lavora su posti vacanti, copertura degli spezzoni d’orario, il passaggio all’organico funzionale. Sulla vicenda della stabilizzazione dei precari della scuola il Partito Democratico ha sempre avuto una linea chiara. Da sempre abbiamo chiesto la cancellazione della terza tranche di tagli, la stabilizzazione di chi lavora su posti vacanti e la copertura degli spezzoni d’orario, il passaggio all’organico funzionale.

La Lega, dopo aver approvato prima il massacro della scuola e poi l’idiozia della riapertura e chiusura delle graduatorie, che come era prevedibile è stato cancellato dalla sentenza della Corte Costituzionale, pensa oggi di aizzare i precari del Nord contro i precari di altre regioni.
Non cadiamo nella trappola: dove era la Lega quando, nel 2008, il governo Berlusconi ha cancellato ben 87 mila posti di docenti dagli organici della scuola? I diritti dei precari si salvaguardano solo immettendoli in ruolo: per questo motivo le annunciate 67.000 stabilizzazioni di docenti e Ata nel triennio non sono neppure sufficienti a garantire il turn-over dei 29.000 insegnanti che andranno in pensione il prossimo anno.
Se la maggioranza e il governo vogliono davvero assorbire i precari e non farne più, come ripete la Gelmini, possono cancellare la terza tranche di tagli e stabilizzare subito, senza ulteriori oneri per lo stato, chi lavora su posti vacanti.

Questo è un progetto fattibile che contribuisce al progresso di tutti: dei ragazzi, della scuola, delle famiglie, del Paese e, certamente, anche degli insegnanti precari, del Nord e del Sud, dei quali la scuola ha cosí tanto bisogno da sfruttarli da diversi anni in modo improprio e ingiusto. Alla fine, se ci salveremo, ci salveremo tutti insieme: questa non è una pia idea cristiana o un’utopia socialista, è l’unica strada che funziona davvero, ed è compito di un partito democratico ricordarlo a tutti, anche nei momenti piú difficili.

da Orizzonte scuola.it
da partitodemocratico.it

“Distratti dallo show”, di Concita De Gregorio

Ci sono giorni in cui si resta ammutoliti. Viene da ridere, poi da piangere, poi da non crederci. Magari è una questione di dosaggi, si sente dire da qualcuno: sarà un nuovo farmaco, un elisir di lunga vita con effetti collaterali. Spettatori di una decadenza psicofisica pirotecnica, tutti a commentare l’ultima come se non ci riguardasse come se fosse una soap, sentiamo cosa spara oggi. Tutti a farsi scandire il tempo dallo show, distratti a vita dai suoi numeri. In fondo persino nel giorno in cui dice che vuole portare i sacchi di immondizia in procura, che vuole più poteri di Napolitano e che i leader della sinistra non si lavano – così, tutto insieme, in sequenza, la riforma costituzionale Bersani puzzolente i giudici che sono un cancro e la sapete l’ultima sui negri, mancano solo le corna le puzzette a ritmo di swing e una tarantella coi rutti – ecco persino in un giorno così, anzi soprattutto davanti all’evidenza patetica di una maschera grottesca, quello che davvero stringe il cuore e fa montare la rabbia non è lui, siamo noi. Sono gli italiani che ancora ci credono e quelli che non sono stati in grado di smascherarlo, di farsi alternativa, di ribellarsi al ridicolo dietro a cui cela i suoi interessi con una proposta credibile e capace di diventare vincente. Molti sono pagati per credergli o fare finta di: le migliaia di persone retribuite direttamente o indirettamente per rendere omaggio al giullare.

Gli altri no, però. Milioni di persone ancora si fidano: dieci anni dopo il “contratto con gli italiani”, la pagliacciata da Vespa con tanto di scrivania e firma con la stilografica, dopo dieci anni di promesse non mantenute e continuamente reiterate, ponti strade miracoli new town posti di lavoro internet per tutti tasse e benessere, felicità e sole tutto l’anno, ecco, cos’altro deve ancora succedere perchè l’ipnosi televisiva sia rotta dalla realtà, perché gli italiani capiscano la truffa? Certo, in molti hanno colpa. Certo, se ci fosse stata un’opposizione coesa e fattiva, intenzionata davvero ad andare al governo proponendo uno stile e un progetto diverso anzichè farsi la guerra in casa, nel decennio scorso, sarebbe stato più facile. Però santo cielo, ora che si va alle amministrative, chiediamo in giro: i sardi sono soddisfatti del governo che hanno votato? Hanno avuto i posti di lavoro, le telefonate a Putin per salvare le fabbriche sono andate a buon fine? I milanesi pensano che votare Berlusconi capolista significhi avere Berlusconi a fare il sindaco? A Napoli hanno visto il miracolo dell’immondizia? 72 ore, aveva detto. Quante ne sono passate? E i malavitosi messi in lista, davvero provvederanno a fare il bene comune? Faranno il vostro, di interesse, o faranno il loro?

È molto difficile, in tutto questo, ascoltare e parlare. Si può solo urlare, agitarsi e dire enormità. Il linguaggio dei gesti e delle parole è diventato osceno. Oscene le prime pagine dei giornali che combattono morti con altri morti esibendoli come figurine, oscene le menzogne che reiterano a carico di chi si ostina ad esibire i fatti, osceni gli orchi che si scamiciano in tv e quelli applauditi per quanto tagliente sa essere il loro dileggio delle persone perbene. Bisognerebbe fare silenzio, lasciare un momento che questo vergognoso frastuono risuonasse da solo. Sperare che la pornografia delle parole possa saturare e infine stancare anche gli insaziabili. Succede, di solito. Resta solo da stabilire quanto tempo ci vorrà ancora, perché non ne resta più molto. Quante altre vittime si faranno per strada, e quanto alto sarà il prezzo da pagare dopo. Per quante generazioni i figli dei figli saranno chiamati a ricostruire e a far dimenticare le macerie prodotte dall’inettitudine dei padri.

L’Unità 11.05.11