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"L'offerta dell'impunità", di Giovanni Valentini

Nella furia propagandistica di una campagna elettorale a colpi bassi, avvelenata da un´escalation di violenza ideologica e verbale, l´ultima sortita di Silvio Berlusconi a Napoli è insieme un´offerta d´impunità, un voto di scambio e un´istigazione a delinquere.
A caccia di un facile consenso popolare, il presidente del Consiglio abroga in pratica l´abusivismo edilizio e garantisce la legalizzazione dell´illegalità. E con ciò, abdica alle sue responsabilità di governo, dimettendosi nei fatti da premier che deve – appunto – guidare il Paese, indicare gli obiettivi e quindi orientare la vita della comunità.
Da capo dell´esecutivo a capopopolo, in vista di un turno elettorale che assume il significato e il valore di un referendum sulla sua figura, il leader del populismo mediatico ricorre così al più logoro armamentario politico per promettere quello che non può neppure promettere: la violazione autorizzata della legge. Una sorta di salvacondotto collettivo, un condono generalizzato, insomma un “lodo Berlusconi” per annullare gli abusi e revocare le demolizioni. Tutto ciò proprio nella capitale del Sud afflitta dall´illegalità eretta a sistema, deturpata dallo scandalo permanente dei rifiuti e avvilita della presenza endemica della criminalità organizzata.
Non è la prima volta in assoluto, del resto, che Berlusconi istiga i cittadini a delinquere. L´ha già fatto più volte a proposito delle tasse, incitandoli a non pagarle e ad evaderle. E più in generale continua a farlo quotidianamente, “pro domo sua”, sulla giustizia, sul rispetto delle norme, delle procedure o dei magistrati.
Qui, nello sdoppiamento di personalità tra l´ex “palazzinaro” e l´aspirante statista, trabocca il suo congenito disprezzo per la cultura delle regole. Un´ideologia oggettivamente eversiva che fa leva sul senso di proprietà, e in particolare su quella della casa come bene primario della famiglia, per compiacere gli istinti più individuali ed egoistici, gli “animalspirits” che ciascuno di noi coltiva e magari cerca di controllare nella propria dimensione esistenziale.
È paradossale, e in qualche misura anche confortante, che nemmeno la Lega sia disposta a seguirlo in questa rovinosa deriva. Il “partito territoriale” del Nord, quello che rappresenta il “popolo delle partite Iva” e combatte contro “Roma ladrona”, prende le distanze dal leader del cosiddetto Popolo delle libertà, forse nella consapevolezza che al di fuori delle regole la libertà è puro arbitrio, prevaricazione, illecito, disordine. C´è un evidente e progressivo distacco fra Bossi e Berlusconi, incarnato al livello più alto dal ministro dell´Economia Giulio Tremonti con la sua linea del rigore e del contenimento della spesa pubblica, che minaccia ormai di provocare l´isolamento politico del presidente del Consiglio arroccato nel bunker del suo potere.
Ma la profferta elettoralistica di Berlusconi, secondo i canoni e le pratiche della corruzione diffusa, è anche un´offesa a tutto il Sud, all´orgoglio e all´identità della sua popolazione. Un esercizio o una prova di profondo anti-meridionalismo, da parte del premier settentrionale, nei confronti di un Mezzogiorno considerato subalterno e “straccione”, pronto a vendersi o comunque a vendere il voto in cambio dell´impunità. L´orgoglio meridionale, inteso come difesa, riscoperta o rivalutazione della propria storia, della memoria e della dignità, viene travolto dall´onda d´urto della propaganda elettorale insieme a qualsiasi aspirazione di riscossa e di riscatto.
Nel suo bel libro intitolato Terroni, e gratificato da un´audience di oltre duecentomila copie, Pino Aprile sostiene che la condizione d´inferiorità della Bassa Italia deriva dalla coscienza storica di essere una “colonia”. E scrive che «gl´italiani vanno al Nord in cerca di soldi; al Sud in cerca dell´anima». Ecco, molto più prosaicamente, il capo del governo va al Sud in cerca di voti: anche sporchi, brutti e cattivi.

La Repubblica 13.05.11

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“Berlusconi sta con gli abusivi. «Vi salverò io dalle ruspe»”, di Jolanda Bufalini
48 ore di fuoco del premier che dilaga su tutti i Tg e sulle radio. A Napoli strizza l’occhio alle illegalità edilizia, a Milano prosegue la strategia dell’aggressione: «Pisapia innocente ma vicino ai violenti».

«Chiù pilu e cemento per tutti», proclamava Cetto La Qualunque e il premier, in collegamento con la radio napoletana Kiss Kiss, rilancia e promette sullo stile di Qualunquemente: «È pronto il provvedimento e domani (oggi, ndr) lo faccio vedere ai napoletani, fermeremo le ruspe sulle case abusive». Sono i parlamentari ecodem Roberto Della Seta e Francesco Ferrante ad evocare il personaggio creato da
Antonio Albanese di cui Silvio Berlusconi è un «clone», un’imitazione più riuscita dell’originale. D’altra
parte, al lancio del film, un sondaggio con tutti i crismi, commissionato dalla rivista on line “Formiche”, segnalò che il partito «del pilu» avrebbe raccolto il 2,3% di voti sicuri e il 6,8% di voti possibili, un range di possibilità del 9 per cento alla prima uscita non è un risultato da buttar via. Nel merito, però, c’è poco da ridere, «È grave che il presidente del Consiglio si spinga a dichiarazioni sempre più irresponsabili, – dicono i senatori Pd – sarebbe ancora più grave se alle parole seguissero i fatti: l’abusivismo edilizio, spesso controllato dalle ecomafie, è una piaga che ha distrutto territorio e speranza di futuro in molte parti d’Italia, dalla Campania alla Sicilia, facendo sorgere migliaia di case in zone pregiate e in aree insicure dove non si sarebbe mai dovuto costruire».
La strizzata d’occhio del premier ai proprietari di case che non potrebbero nemmeno essere condonate suscita nelle reazioni degli oppositori, come fa Fabio Granata, il ricordo delle tragedie, delle vite umane perse a causa di costruzioni insicure. L’Udc Cesa segnala che il premier promette ma non mantiene, come nel caso dell’emergenza rifiuti, che, su promessa del premier, doveva essere archiviata almeno sei mesi fa.
C’è da dire che il cemento e gli abusi muovono effettivamente qualcosa di profondo nelle corde del premier, il Pdl (emendamento Sarro) aveva già tentato di bloccare gli abbattimenti. A dicembre fu una telefonata del Quirinale a bloccare l’operazione, questa volta è un Calderoli imbarazzato a rintuzzare le parole pronunciate alla radio napoletana, «se una casa deve essere abbattuta a Milano deve esserlo anche a Napoli».
Ma la storia non è finita lì, perché il premier non ha mai smesso di pensare a un provvedimento di solidarietà
con i costruttori abusivi e ad aprile li ha ricevuti a palazzo Grazioli. Improbabile, però, dice il deputato Pdl Sarro, che il Quirinale accetti un «provvedimento ad hoc», tanto più che il presidente della Repubblica è molto perplesso anche sul decreto sviluppo e la privatizzazione delle spiagge.
Ma a 48 ore dalla conclusione della campagna per le amministrative trasformate in referendum sulla sua persona, il premier ha scelto, per raccogliere voti, la linea trash su tutto il territorio nazionale, dilagando su Tg1, Tg2, Tg5, sulle radio sportive, suscitando le proteste dell’opposizione e dell’osservatorio sui media che sollecitano un intervento dell’Agcom, anche se «il latte è già stato versato».
La frase del giorno dedicata a Milano è: «Letizia ha fatto bene a tirare fuori le unghie», riferita al falso, senza possibilità di replica, lanciato dal sindaco Moratti contro l’avversario Pisapia. Un falso strumentale che serve a confezionarne un altro: «È alleato con i violenti», sostiene Berlusconi facendo eco alle parole della Moratti e togliendo ogni dubbio sul mandante dell’aggressione, facendo piazza pulita delle espressioni di sorpresa che
l’entourage del premier aveva fatto circolare il giorno prima. La presa di distanze di Letizia Moratti dai manifesti di Lassini che definivano il Tribunale di Milano un «covo di Br» sembra lontana anni luce e archivia
la favola della kermesse fra moderati. Il premier aggiunge alla formula aggressiva un po’ di vittimismo, «Pensate a me che ho subito 30 processi». Giuliano Pisapia gli ricorda: «Io amnistiato, mi sono fatto giudicare per essere riconosciuto innocente, lui invece ha utilizzato amnistie e prescrizione». «L’attacco di Letizia Moratti contro Giuliano Pisapia è il risultato di una strategia aggressiva di Berlusconi, di cui la Moratti è il braccio armato», sostiene Bruno Tabacci intervistato sul duello televisivo da La7: «Una strategia di aggressione studiata a tavolino, iniziata con i manifesti di Lassini contro le Br nelle Procure e proseguita dalle parole di Berlusconi sul brigatismo giudiziario».

da L’Unità

"Le ricette anti-Lega dei candidati dem", di Rudy Francesco Calvo

Come i candidati del Pd stanno combattendo al Nord la battaglia delle amministrative. Il fronte comincia a incrinarsi. In molte realtà del nord, Pdl e Lega sono apparsi ai ferri corti non solo nella scelta dei candidati, ma perfino negli ultimi giorni di campagna elettorale. E il Pd prova ad approfittarne, denunciando le contraddizioni interne allo schieramento avversario e proponendosi come perno di un’alternativa che comincia a crescere, grazie a esperienze civiche locali e al dialogo con elettori e forze politiche moderate, che potrebbe far vedere i propri frutti soprattutto nei ballottaggi.
Se a Vercelli «Calderoli nel suo comizio di qualche giorno fa non ha nemmeno nominato il candidato alla presidenza del Pdl», come racconta Luigi Bobba, su cui i dem puntano per conquistare l’amministrazione provinciale, a Pavia «un consigliere regionale della Lega si è azzuffato con un candidato sindaco uscito dal partito – spiega l’aspirante presidente della provincia per il Pd, Daniele Bosone – è un fuoriuscito del Pdl si presenta con una propria lista, proprio a causa dei contrasti con il Carroccio».
Segnali che magari non decideranno l’esito del voto lunedì, ma che potrebbero risultare determinanti già nei ballottaggi, quando ci potrebbe essere un disimpegno “incrociato” tra elettori leghisti che non andranno a votare per candidati del Pdl e viceversa.
Per questo, i dem, dallo stesso segretario Bersani in giù, hanno mirato la loro campagna al nord soprattutto sull’elettorato del Carroccio.
Anche dove il partito del Senatùr è più radicato: «Qui la Lega si è radicata negli ultimi venti anni in tutti i ceti, da quelli popolari a quelli più alti – spiega Andrea Ballarè, candidato a sindaco per il Pd a Novara, la città del governatore Cota – non è la Lega “bergamasca”, ma mostra il suo volto buono. Eppure anche qui i problemi stanno emergendo: Cota e l’ex sindaco Giordano sono in rotta tra loro, con effetti evidenti in campagna elettorale (Bossi è dovuto intervenire personalmente per richiamare tutti al massimo impegno), e i rapporti con il Pdl e dentro il Pdl sono pessimi ». In una realtà come Novara, la politicizzazione del voto imposta negli ultimi giorni da Berlusconi attecchisce poco, «ma noi – prosegue Ballarè – stiamo cercando di far capire agli elettori che i leghisti di qua sono gli stessi di quelli romani, che stanno imponendo forti tagli ai nostri comuni». A Vercelli, Bobba ha sintetizzato il concetto nello slogan «le bugie hanno le gambe verdi».
Dal campo dem, però, non viene solo la denuncia. Il distacco del Terzo polo dal centrodestra ha ampliato il novero dei possibili interlocutori, ma ha dato soprattutto ad alcuni candidati del Pd la possibilità di “sganciarsi” da alleanze obbligate, rafforzando un profilo e un progetto autonomo.
Frigato propone in questo senso Rovigo come possibile «laboratorio estendibile a tutto il nord: abbiamo presentato un programma valido e ambizioso, convintamente riformista.
Così siamo in grado di parlare agli elettori moderati, dai quali stiamo già ricevendo un buon riscontro. Al secondo turno, poi, siamo pronti a dialogare con chiunque, da Sel all’Udc, ma a partire dal nostro progetto». In provincia di Pavia, al Pd si affianca una lista civica «che dà l’idea del nostro come di un partito aperto – spiega Bosone – la nostra prospettiva dev’essere questa. Solo da qui possiamo partire per rivolgerci sia alla nostra sinistra che agli elettori moderati, che sentono sempre più il bisogno di un nuovo progetto sociale. Sulle alleanze, poi, non ragioniamo su schemi precostituiti: non è obbligatorio scegliere tra Sel e Idv, da una parte, e l’Udc, dall’altra».

da Europa Quotidiano 13.05.11

Graduatorie ad esaurimento: esaurimento "frettoloso", da La Tecnica della scuola

Il Miur ha pubblicato il decreto sull’aggiornamento delle graduatorie ad esaurimento del personale docente che ripristina la possibilità di trasferimento da una provincia all’altra, con collocazione nella corrispondente fascia di appartenenza e con il punteggio spettante. Scadenza presentazione domande 1 giugno 2011. Si tratta del decreto n. 44 del 12 maggio 2011 con i rispettivi allegati. Il Miur senza attendere la firma del Presidente della Repubblica e la relativa pubblicazione del Decreto legge sullo Sviluppo, nel quale il Governo ha inserito specifiche disposizioni proprio sulle graduatorie ad esaurimento (in estensione a tre anni della validità delle stesse), ha pubblicato in data odierna il bando per l’aggiornamento delle Gae.
Al momento è prevista la validità per il prossimo biennio 2011-2013 delle graduatorie, fatta salva l’eventuale proroga per un ulteriore anno tramite il decreto legge in attesa di pubblicazione. Le principali novità per il prossimo biennio La novità più eclatante, in conseguenza della sentenza n.41/2011 con cui la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 4-ter, del decreto-legge 25 settembre 2009, n. 134 aggiunto dalla legge 24 novembre 2009, n. 167, è l’eliminazione della possibilità di inserimento nelle tre province aggiuntive rispetto alla provincia principale di inserimento, con il conseguente annullamento delle graduatorie “di coda” compilate per il biennio 2009/2011 in attuazione del D.M. n. 42 del dell’8 aprile 2009.
In buona sostanza si ritorna al passato.
È prevista, infatti, la possibilità di mantenere l’inserimento nelle graduatorie di una sola provincia a scelta del candidato, salva la possibilità di chiedere il trasferimento dall’attuale provincia ad un’altra; in quest’ultimo caso, in ossequio all’indirizzo dettato dalla Corte Costituzionale, l’inserimento nelle Gae dell’altra provincia avverrà “a pettine” (ovvero “nella corrispondente fascia di appartenenza con il punteggio spettante, eventualmente aggiornato a seguito di
contestuale richiesta”).
Il trasferimento nelle graduatorie di altra provincia, come detto, avverrà “a pettine”, ovvero nella corrispondente fascia di appartenenza con il proprio punteggio, e comporterà automaticamente il trasferimento da tutte le graduatorie in cui l’aspirante è iscritto (ad esempio, se un docente è inserito in più graduatorie per più classi di concorso o gradi di scuola, verrà trasferito per tutte le classi di concorso o gradi di scuola) con la conseguentemente cancellazione da tutte le graduatorie della provincia di provenienza.
A fronte delle oscillanti pronunce della giustizia amministrativa e della sentenza della Corte costituzionale n. 11/2007, il D.M. 44/2011 precisa che non è possibile lo spostamento del punteggio da una graduatoria ad un’altra, ivi compresi i 24 punti attribuiti per la frequenza dei corso Ssis, che rimane la doppia valutazione dei servizi svolti nelle scuole delle piccole isole e degli istituti penitenziari, nonché nelle pluriclassi delle scuole primarie, situate nei comuni di montagna, limitatamente al periodo dall’a.s. 2003/2004 fino al 31 agosto 2007 e che il servizio militare di leva ed i servizi sostitutivi assimilati per legge sono valutati solo se prestati in costanza di nomina.
Una delusione per quanti attendevano la riapertura dei termini per l’aggiornamento per potersi inserire ex novo nelle graduatorie.
Il bando pubblicato il 12 maggio non prevede infatti alcuna possibilità di nuovi inserimenti in graduatoria, nemmeno in favore di coloro i quali hanno partecipato al secondo ciclo dei corsi BI.FOR.DOC. Questo in effetti è un punto critico del decreto, che presta il fianco a possibili ricorsi, considerato che nei precedenti bandi, anche dopo la trasformazione delle graduatorie da permanenti ad esaurimento, erano stati consentiti nuovi inserimenti in favore di coloro i quali avevano frequentato specifici corsi finalizzati al conseguimento dell’abilitazione all’insegnamento.
Merita infine di essere segnalata una recente novità legislativa che, recepita dal bando di aggiornamento delle graduatorie, non farà felici i precari “di lungo corso”.
Nel preambolo, il D.M. 44/2011 fa infatti riferimento al il Dlgs n. 212 del 13 dicembre 2010 che ha abrogato, tra l’altro, la Legge n.160 del 19 marzo 1955, recante norme sullo stato giuridico del personale non di ruolo della scuola.
La citata legge, tra l’altro, consentiva al personale docente non di ruolo la permanenza in servizio, comunque la permanenza in graduatoria fino al compimento del 70° anno di età.

La Tecnica della Scuola 13.05.11

"Lo statuto della menzogna", di Giuseppe D'Avanzo

È imprudente credere che l´assassinio politico e mediatico acceso da Silvio Berlusconi – e riprodotto dai corifei, la Moratti per fare un nome – sia soltanto un artificio elettorale, quasi una necessità propagandista che non segnala alcuna eccezionalità o distorsione ma soltanto, e se si vuole tignare, il peculiare carattere animoso del nostro bipolarismo che si nutre di “risse”, “veleni”, “duelli”, “fuochi polemici”. Sostenere lietamente quest´argomento, come capita anche a qualche malaccorto progressista, è un abbaglio.
Legittima la filastrocca di Arcore sulla “guerra civile” quando in campo si avvista un solo aggressore, Berlusconi. Quell´argomento più falso che minimalista dimentica che, distrutta la trama della realtà con la menzogna, chi stringe nelle sue mani potere politico, economico e mediatico può ridurre ogni istituzione – come ogni essere umano – a repliche dei suoi slogan ideologici, distruggendo ogni storia e ogni forma personale di vita, non rinunciando ad assassinare caratteri, in caso di ostilità o resistenza. È accaduto, per stare soltanto agli ultimi giorni, alla presidenza della Repubblica, alla Corte costituzionale, alla magistratura tutta, alla procura di Milano in particolare («un cancro»), poi a Ilda Boccassini («una metastasi») e ancora ai leader del centrosinistra («non si lavano») e infine, e per il momento, a Giuliano Pisapia («un ladro»). Mai un fatto accertabile, documentabile, a sostegno di queste accuse. Soltanto menzogne. Il premier si lamenta che non può governare perché le sue decisioni, come le sue leggi, sono annullate dal Capo dello Stato e dalla Consulta. Un falso. È stato ricordato da Michele Ainis che nove volte su dieci la Corte costituzionale lascia in vigore le leggi approvate dal Parlamento mentre, in questa legislatura, il Quirinale ha rifiutato la sua firma a una sola legge, a un solo decreto legge, a un solo decreto legislativo. La procura di Milano è animata da uno spirito «brigatista», dice Berlusconi. Un´infamia per un ufficio investito dalle Brigate Rosse. La Boccassini è «una metastasi»? C´è un solo fatto – uno solo – che possa documentare l´ingiuria e la minaccia (le metastasi si tagliano)? Non c´è, a meno che non si voglia considerare una colpa imperdonabile le prove raccolte sulla corruzione del giudice che ha consegnato la Mondadori a Berlusconi. È «un ladro» Giuliano Pisapia? No, è una menzogna assassina. Fu accusato di «concorso morale in furto». Assolto per insufficienza di prove in primo grado, non volle che il processo si chiudesse per amnistia. Chiese un nuovo giudizio e ottenne un´assoluzione piena «per non aver commesso il fatto». Sentenza definitiva.
Ora ciò che è decisivo in questo dispositivo letale per la realtà e la dignità degli uomini (viene voglia addirittura di parlare di libertà degli uomini) è lo statuto della menzogna nell´èra berlusconiana.
Sappiamo, anche se qualche sapiente ce lo ricorda ogni giorno, che la menzogna è stata sempre impiegata a fini politici, ma la comune menzogna politica utilizzata da istituzioni, leader, ministri, capi partito nella storia, in democrazia e a ogni latitudine è molto diversa dalla menzogna berlusconiana.
La comune menzogna politica vuole nascondere la verità, camuffarla, ma ha sempre chiara la distinzione tra ciò che è vero e ciò che è falso. Non è così per la menzogna berlusconiana per la quale non esiste alcun criterio di verità praticabile eccetto per ciò che viene dichiarato vero in quel momento. Comune menzogna politica è la commemorazione dei Re Magi, ricorda Leszek Kolakowski. Nacque come un´invenzione per rafforzare la dottrina con cui la Chiesa rivendicava la propria supremazia sui poteri secolari. Tuttavia la Chiesa non ha riscritto il Vangelo di Matteo per giustificare la leggenda. La storia dei Magi, dei monarchi in vista a Gesù bambino, è rimasta in vita ma come innocente, folkloristico evento non come “verità”. Al contrario, ai fedeli è stato concesso di scorgerne e comprenderne la falsità.
Ammesso che “menzogna” sia qui una parola adeguata, è di altra natura, ha un´altra funzione la menzogna berlusconiana. Essa abolisce l´idea stessa di verità perché, a differenza della comune menzogna politica che ha sempre un obiettivo specifico, la menzogna berlusconiana è sistematica e totalitaria. Pretende di rendere superflua la realtà e di espropriare la memoria delle persone; di cancellare i ricordi di luoghi, fatti, parole in una sorta di sterilizzazione mentale e morale della società che lascia tutti confusi, smarriti, indotti a credere che nulla sia vero in se stesso; che i fatti siano soltanto opinioni e che la realtà politica non sia altro che un caleidoscopio di menzogne, un reticolo di immagini che si possono comporre, scomporre, ricostruire a piacere o secondo convenienza.
La menzogna sistematica è il più autentico nucleo del sistema politico berlusconiano. Senza la menzogna, non ci sarebbe Berlusconi. Senza la menzogna sistematica, Berlusconi non potrebbe rendere “indecifrabile”, quasi misteriosa e comunque non giudicabile per l´opinione pubblica la realtà italiana e il suo fallimento politico. Senza una menzogna deliberata, accuratamente studiata, non potrebbe “assassinare” i suoi avversari politici, minacciare i non conformi, costringere al silenzio e all´obbedienza i più deboli.
La menzogna e la verità. I “duri fatti” e la realtà di cartapesta creata in laboratorio da chi dispone il pieno controllo dei “meccanismi della risonanza”. Ecco, non c´è questione più squisitamente politica di questa nell´Italia di Berlusconi e appare un impegno preliminare per ogni iniziativa di rilievo pubblico – e dunque soprattutto per l´informazione – misurarsi con questo paradigma di potere che agisce, trasforma, modifica la realtà come se fosse potenzialmente trascurabile, modificabile o negabile nella sua totalità. Diventa sempre più chiaro quel che si deve responsabilmente fare per contenere questa avventurosa negazione della realtà. Bisogna proporre con ostinazione i “duri fatti”, rappresentare l´attualità delle cose dimenticando la retorica pilatesca delle “risse”, dei “veleni”, dei “duelli” che non illuminano la scena, ma la confondono colpevolmente sposando il fondamento menzognero di Berlusconi. Non c´è alcuna “guerra civile” in Italia. C´è un uomo che dichiara guerra a chiunque si dichiara moderatamente critico, costruttivamente in dissenso, dichiaratamente antagonista. Allora, è vero, bisogna parlare proprio di libertà perché «senza un´informazione basata sui fatti e non manipolata – scriveva Hannah Arendt – la libertà d´opinione diventa una beffa crudele».

La Repubblica 13.05.11

"Scuola, memoria corta dei precari e le responsabilità del governo", di Amalia Perfetti

Viviamo in un Paese incredibile! Un Paese dalla memoria corta, molto corta? O un Paese in cui la “rimozione” è il più facile dei meccanismi? Il risultato è comunque lo stesso e sembra riguardare un’ampia fascia dei suoi cittadini, anche tra coloro che forse della memoria, a partire ovviamente da quella storica, dovrebbero essere i baluardi. Mi riferisco a quella categoria di cittadini di cui faccio parte, quella degli insegnanti, in particolare quella degli insegnanti precari. Sarà la condizione di precarietà ad affievolire la nostra memoria? Non lo escludo, anzi credo che questo strano fenomeno di memoria corta o di rimozione sia semplicemente il risultato di uno spirito, purtroppo naturale e banale, di sopravvivenza.

Veniamo ai fatti. In questi giorni i precari della scuola, in particolar modo gli insegnanti, sono sulle spine in attesa della sortita di normative che li riguardano molto da vicino. Immissioni in ruolo, ricorsi, aggiornamento delle graduatorie dalle quali da anni “sperano” di essere immessi in ruolo, solo per fermarci all’essenziale. In tutto ciò non mancano, anzi abbondano, voci che si rincorrono, polemiche, notizie (volutamente?) poco chiare. Prima di tutto non è dato di capire quante saranno le immissioni in ruolo, anche se sempre più sembra avvalorarsi l’ipotesi che saranno la solita avara manciata a cui ci ha abituato l’indissolubile duetto Gelmini-Tremonti. Inizialmente si è parlato di 67.000 tra docenti e A.T.A per il prossimo anno scolastico, mentre ad oggi questa cifra sembrerebbe riferirsi al prossimo triennio. Chissà!?! Su queste cifre è impazzata una delle polemiche, così tra chi vanta un successo di una parte dei sindacati e chi denuncia l’inadeguatezza, la poca chiarezza, la strumentalizzazione elettorale, per una parte dei precari sembra quasi venire meno il confine tra chi spalleggia un Governo che sta dal momento del suo insediamento prodigandosi per l’impoverimento della Scuola Statale (risparmi spacciati per riforme) e chi ne denuncia l’operato. Così ad esempio la Cisl attacca PD e Cgil e subito dopo si ritira in preghiera per i lavoratori precari, quasi ad ammettere la necessità di un miracolo per risolvere la loro situazione. E sia detto per inciso, rispetto chi crede e la forza che può attribuire alla preghiera, ma i lavoratori precari per trovare lavoro hanno purtroppo bisogno di ben altro. Prima di tutto di un Governo che si impegni a risolvere i problemi con piani programmatici e politiche serie e non attraverso conferenze stampa e proclami elettorali. E soprattutto che non obblighi a barattare le immissioni in ruolo di pochi con l’azzeramento dei diritti di tanti (immissione in ruolo e ricostruzione della carriera sulla base di tante sentenze che il “Decreto sviluppo” sembrerebbe spazzare via) e sulla meschinità dell’operazione non credo serva aggiungere altro.

In definitiva comunque ad oggi è mistero sul numero delle immissioni in ruolo. Chissà, magari passata la prossima tornata elettorale, ne sapremo qualcosa di più. Veniamo ora all’altro problema che sta suscitando una montagna di polemiche e questa volta che non riguardano tanto chi fa politica o sindacato, quanto piuttosto gli stessi precari, in quell’interminabile battaglia dei poveri a cui siamo stati costretti da anni, divisi da mille cose e ora in particolare dalla nostra collocazione geografica! Ed ecco che non solo la guerra diventa spietata, ma la memoria viene meno. Così chi ieri lottava per una cosa, oggi magari lotta per l’esatto contrario. Cosa è successo nel frattempo, ha cambiato idea (fatto sicuramente legittimo)? No, ha una diversa posizione in graduatoria, ed è quindi diventato più conveniente sostenere altre battaglie… Così chi prima si agitava per essere inserito a pettine in una provincia in cui si trovava in coda, oggi se ne infischia di diritti costituzionali e si scaglia contro chi ha sostenuto la possibilità di cambiare provincia.

Ed ecco la memoria corta il cui unico scopo è quello di difendere la propria posizione in graduatoria ed una debole possibilità di diventare di ruolo o semplicemente di continuare a lavorare. Banalmente spirito di sopravvivenza. Ma è mai possibile che questa memoria sia talmente corta da dimenticare che se non diventeremo di ruolo, neanche questa volta, non sarà stata colpa di un docente che viene dal Sud, ma dei tagli Gelmini-Tremonti?

Vorrei chiedere ai miei colleghi precari se hanno capito che in cambio di una manciata di immissioni in ruolo qualcuno ha pensato bene di vendere i nostri diritti e che a fronte della riapertura delle graduatorie con la possibilità di cambiare provincia è stata prevista però l’impossibilità di cambiarla, una volta diventati di ruolo, per ben 5 anni.

Come si può pensare di chiedere all’opposizione di appoggiare la Lega nell’estremo tentativo di bloccare le graduatorie, e addirittura di non aggiornarle? Come si può addossare la responsabilità dell’infinito precariato a chi invece aveva avviato un piano di immissioni in ruolo di ben 150.000 unità, completamente disatteso e cestinato dall’attuale Governo?

Leggendo in giro tra siti specialistici e forum di varie associazione di precari si è completamente spiazzati dal livello di polemica, feroce, di tutti contro tutti.

Personalmente me ne tiro fuori, in realtà l’ho fatto da tempo, e invito i miei colleghi precari a fare altrettanto. Continuando si fa il gioco di chi non ha che da guadagnare da questa inutile guerra tra poveri. Abbassiamo per un po’ i toni, riflettiamo su cosa sia più giusto, non per noi, ma in generale – sappiamo tutti che questo è difficile, ma è possibile – magari potremmo così arrivare a mobilitarci tutti insieme per chiedere di ritirare i nuovi tagli e di fare un congruo numero (su tutti i posti vacanti) di immissioni quest’anno e negli anni a venire, investendo e non risparmiando sulla Scuola.

Potrebbe così apparire normale e non drammatico cambiare provincia o ancora che un insegnante con quindici anni di precariato diventi di ruolo prima di uno che ne ha tre o ancora che un neolaureato che voglia dedicarsi all’insegnamento abbia una strada da percorrere per fare un mestiere meraviglioso o ancora potremmo trovare la forza di mostrare la nostra indignazione quando veniamo attaccati dal Presidente del Consiglio. Ma viviamo in un strano Paese e questo purtroppo non sembra essere ancora possibile.

*Amalia Perfetti insegnante precaria del Centro Italia Amalia Perfetti insegna lettere nella scuola media in provincia di Frosinone. E’ al suo trediciesimo anno di precariato nella scuola, a cui si sommano dieci anni di precariato nell’università. Come ha già avuto modo di raccontare al nostro giornale la precarietà nella scuola l’ha portata anche a fare domanda come collaboratore scolastico dopo aver mancato, a causa dei tagli, per poco l’agognato ruolo. Ha un figlia che voleva fare l’insegnante, ma ormai vi ha rinunciato.

L’Unità 12.05.11

Scuola Ghizzoni (PD): Carlucci usa valutazione come "clava". "Certe leggi non servono e PDL lasci in pace l'istruzione"

La deputata Gabriella Carlucci “usa la valutazione come una clava politica, con intento punitivo e non per migliorare il sistema scolastico”. Cosi’ Manuela Ghizzoni, capogruppo del Pd in commissione Cultura alla Camera, commenta la proposta di legge della collega del Pdl sulla carriera e la valutazione dei docenti.
“Carlucci dedicasse le sue energie al mondo dello spettacolo- dice a caldo Ghizzoni parlando con la Dire- Dopo l’uscita di ieri del deputato Pdl Garagnani (sospendere i prof politicizzati, ndr) mi verrebbe da dire che ci vuole una moratoria sulla scuola: lasciamola in pace. Non servono leggi che sono una manifestazione di intemperanza sulla liberta’ di insegnamento”. Ghizzoni, poi, sottolinea come nella maggioranza ci siano piu’ di una proposta simile sulla carriera dei docenti. “Mi piacerebbe sapere che coordinamento c’è con le altre leggi del centro destra, ci sono le ricette le piu’ diverse su questo tema. Questa stessa della Carlucci e’ una legge che ricorda i progetti della deputata Aprea. C’e’ un florilegio di leggi sul reclutamento. Il tema della valutazione invece di essere usato per il miglioramento del sistema diventa una clava politica, viene usato per paventare punizioni. Questa legge- chiude Ghizzoni- non ha nemmeno una utilita’ parlamentare anche perche’ con ogni probabilita’ sara’ abbinata ad altre simili. E Carlucci non ha nemmeno letto che il ministro sta gia’ lavorando alla valutazione”.

Modena – Facoltà di lettere e filosofia – Iniziativa

FUORICLASSE: RESISTENZA UNIVERSITARIA AI TEMPI DELLA GELMINI

Aula Magna Facoltà di Lettere e Filosofia
Largo Sant’Eufemia 19
Modena (Modena, Italy)

interverranno:

MANUELA GHIZZONI capogruppo alla camera della commissione cultura, scienza istruzione

FEDERICO NASTASI coordinatore nazionale Rete Universitaria Nazionale

ENRICO LIPPO capogruppo Run Udu Liste di Sinistra in CNSU