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"Strategie e furori elettorali", di Michele Ainis

Riassumendo: i pm di Milano sono un cancro, quelli di Napoli una discarica. I parlamentari sono altrettanti perditempo, ma l’ozio in questo caso produce un doppio effetto: quelli di destra diventano alienati, perché hanno lasciato fior di professioni per servire il Palazzo; quelli di sinistra si trasformano in alieni. Gli alieni di sinistra puzzano, avendo litigato col sapone. Ma stonano anche il Csm, il capo dello Stato, la Consulta. O comunque sa di congiura questo loro accanimento contro la volontà del popolo sovrano, espressa dal megafono del leader. E allora basta con le lungaggini procedurali in Parlamento. Basta con le pignolerie costituzionali. Basta con questa Corte che abroga le leggi (in realtà le annulla, presidente). E già che ci siamo, basta pure con l’altro presidente: è sufficiente quello del Consiglio, l’altro ormai è di troppo. Vabbé, siamo in campagna elettorale, e si è aperta una gara a chi la spara più grossa. Vabbé, la paura fa novanta, e c’è il rischio che il voto non vada bene. Ma il guaio è che in Italia la campagna elettorale dura tutto l’anno. Ogni limite ha una pazienza, diceva Totò; e francamente li abbiamo superati entrambi, sia il limite sia la nostra pazienza. Davvero gli italiani meritano questo trattamento? Davvero gli elettori sono ormai come i tifosi? E davvero aizzando gli opposti furori delle curve Berlusconi allontanerà lo spettro dell’astensionismo? Più facile che questo spettro si gonfi come l’Aladino della lampada: dopotutto, gli attaccabrighe rimangono un’esigua minoranza. E se il menù servito in tavola diventa, lui sì, maleodorante, saranno in pochi a sedersi al banchetto elettorale. Qualcuno prima o poi dovrebbe dirlo al presidente del Consiglio: la sua strategia non paga. Offende la buona creanza, ma cozza inoltre con la logica. A cominciare dalla logica giuridica, che nella patria del diritto dovrebbe pur avere un posto al sole. Vale per esempio circa l’intenzione, ripetuta come una cantilena, d’istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sulle inchieste dei pm: l’inchiesta al quadrato. Vale quanto al progetto di dimezzare deputati e senatori, annunciato proprio mentre il governo vuole l’aumento dei sottosegretari. Vale per lo sdegno che in Berlusconi provoca la lunga mano dei partiti sui membri del Csm, quando il suo partito ha appena nominato cinque consiglieri su otto. Ma vale soprattutto per gli organi di garanzia costituzionale: Consulta e capo dello Stato. Per quale ragione? Non solo perché questi due cani da guardia intervengono con moderazione. E infatti l’annullamento delle leggi rimane un’eccezione, dato che nove volte su dieci la Corte costituzionale le lascia in vigore. Mentre fin qui Napolitano ha rifiutato di timbrare una sola legge (quella sul lavoro), un solo decreto legge (quello per Eluana Englaro), un solo decreto legislativo (quello sul federalismo municipale). Significa che in tutti gli altri casi ha detto sì, non c’è da lamentarsene. Ma ci lamenteremmo eccome, senza questi due garanti. Perché toglierli di mezzo, o comunque degradarli a figuranti senza voce, significherebbe amputare lo Stato di diritto. Sarà fin troppo banale ricordarlo, ma senza un controllore con la paletta in mano la maggioranza avrebbe i poteri d’un tiranno. E dei nostri diritti resterebbe soltanto un guscio vuoto.

Il Corriere della Sera 11.05.11

Test, boicottaggi in tutta Italia. «Questionari per schedarci», di Alessandra Migliozzi

Prima prova Invalsi alle superiori, molti prof e presidi con gli studenti. Roma capofila dei no, sospesa una classe che consegna in bianco. Partenza fra le polemiche per la nuova tornata di test Invalsi che sono cominciati ieri con il debutto (è la prima volta che partecipano) delle superiori. I quiz sono finiti nel tritacarne del boicottaggio da parte di studenti e docenti. Soprattutto a Roma dove, secondo quanto dicono gli stessi alunni, una classe dell’Istituto d’Arte Roma II è stata punita con la sospensione per aver consegnato in bianco i test. Per i Cobas, che hanno lanciato il no alle prove, nel 20% degli istituti (30% a Roma) si sono verificate azioni di boicottaggio. Per il ministero dell’Istruzione la protesta è stata residuale: su 2.300 classi campione (quelle in cui c’erano ispettori Invalsi) «lo 0,13% non hanno fatto il test». Compiti «facili, al limite della banalità», hanno commentato all’uscita prof e alunni. Forte indignazione, anche dei genitori, poi, per la «privacy a rischio»: i ragazzi hanno dovuto compilare questionari con domande sulla famiglia, il lavoro e i titoli dei genitori, sulle loro origini (se stranieri). Dati che per l’Invalsi servono a contestualizzare i risultati in un certo quadro sociale. Per studenti e famiglie sono schedature. Così in molti, ad esempio al liceo Virgilio di Roma, hanno consegnato i test in bianco o con risposte fittizie e con i codici studente cancellati o strappati. Episodi avvenuti anche nelle classi campione, quelle dove c’erano ispettori Invalsi i cui risultati servono per costruire i dati nazionali. «Ci hanno fatto capire che ci siamo comportati da sciocchi- racconta una studentessa del Virgilio-. Ma noi non ci fidiamo che i test siano anonimi». Clima simile in un altro liceo romano, il liceo Giulio Cesare: gli alunni hanno appeso lo striscione «Prove Invalsi? Meglio non fidarsi». «La nostra è una preparazione umanistica- dice Federico, VG- le crocette non ci piacciono». Alessandro e Alberto, stessa classe, dicono l’opposto: «Protestare è inutile anche perché il test va fatto per legge e non conta nella valutazione». La preside, Micaela Ricciardi, minimizza: «Le assenze e le forme di protesta sono state scarse. I nostri docenti credono in questo strumento. Abbiamo bisogno della valutazione per uscire dall’autoreferenzialità». Stessa posizione al liceo Newton, dove i prof sono favorevoli alle prove che ieri si sono svolte senza intoppi. «I questionari sono anonimi- spiega la professoressa Franca Di Tommaso, Lettere-. Noi docenti non temiamo che ci giudichino per il nostro lavoro. Anzi, da queste prove dobbiamo trovare spunti per migliorarci». «Se il test è svolto correttamente è utile- aggiunge, sempre dal Newton, Roberto Ingravalle, docente di Inglese-. Se vogliono portare la prova alla maturità, però dovranno prepararla bene, perché i programmi delle scuole superiori cambiano molto da indirizzo a indirizzo». Meno sorrisi al liceo Righi: secondo il professor Lorenzo Nota, che insegna Matematica, «i test erano imbarazzanti». «Di una semplicità eccessiva – aggiunge -. Non capiamo con questo livello di quesiti cosa si possa misurare. E a tutti gli indirizzi, dallo scientifico al classico, sono state fatte le stesse domande». «E’ stata una esperienza negativa- commenta Ester Paone, supplente di Latino e greco al Dante e al Virgilio di Roma-. Le domande di matematica o non rientravano nel programma o erano da terza media. Il test di italiano era un po’ banale. Non capisco cosa possano valutare da queste prove». Più positiva la posizione di alcuni prof del liceo romano Albertelli dove comunque molti studenti hanno protestato: «Bene le domande di grammatica: sono fondamentali per tutelare la lingua- dice il professor Paolo Pedullà che insegna Latino e greco-. Su questi test non bisogna essere ideologici, la scuola si deve misurare». In alcuni licei capitolini come al Giordano Bruno le prove sono saltate. All’Orazio, secondo il collettivo romano Senza Tregua, che ha raccolto i dati sulla città, «c’è stato un 83% di ragazzi che hanno boicottato i test». A Milano tutto tranquillo, problemi, invece, a Torino. La senatrice del Pd Mariangela Bastico invita a «non boicottare i test», ma sollecita il ministro ad una «discussione vera sulla loro finalità». Dalla Lega Nord si leva la senatrice Irene Aderenti difende i test: «Chi non li vuole va contro gli studenti». Il ministro Gelmini ha già detto che sull’Invalsi «non si torna indietro». Fino a venerdì i test vanno avanti. Tocca a elementari e medie e si annunciano altre proteste.

Il Messaggero 11.05.11

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SCUOLA/INVALSI: BASTICO (PD), “NO A BOICOTTAGGIO TEST INVALSI. MA DEFINIRE OBIETTIVI E FATTORI DI QUALITA’ PER TUTTE LE SCUOLE”

Dichiarazione della senatrice del Pd Mariangela Bastico

“Non condivido il boicottaggio delle prove invalsi promosse dai Cobas, in quanto è una forma di lotta controproducente che valorizza la posizione di chi, come la Gelmini, fa della valutazione una sorta di ideologia,di cui non chiarisce le finalita’, se non un generico collegamento con la premialità. Ritengo che sarebbe stata e sia ancora necessaria una discussione vera, da condurre nelle Commissioni parlamentari competenti, per chiarire a cosa serve la valutazione degli studenti: a premiare i docenti? le scuole? a penalizzare quelle peggiori? a mettere in luce che le scuole danno dei risultati differenti? Sono tutti obiettivi scontati o sbagliati. Infatti compito del ministro non è “mettere la medaglietta” alle scuole migliori, ma individuare, anche attraverso la valutazione, quali sono i fattori che producono alta qualità in alcune scuole per riprodurli e per portare tutte le scuole, tutte e non una di meno, a conseguire quei risultati.Le criticita’ dei test invalsi sono tante, ma possono essere corrette nel futuro. Quello che manca completamente – e spetta al Ministro farlo – e’ la definizione degli obiettivi di apprendimento, cioè che cosa devono sapere i ragazzi, al termine della scuola elementare, della scuola media, dell’obbligo scolastico. Solo definendo gli obiettivi si può valutare se sono conseguiti oppure no e quanto grande e’ la distanza dell’obiettivo”. Lo dichiara in una nota la senatrice del Pd Mariangela Bastico, in merito alla polemica sui test Invalsi.

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“Test a scuola, primo giorno nel caos tra boicottaggi, sit-in e precettazioni”, di Corrado Zunino

La rivolta contro i quiz Invalsi: prof a fianco degli studenti. È già guerra di cifre. Per il ministero adesioni quasi nulle, per il sindacato valutazioni bloccate con punte del 30 per cento. “Boikot Invalsi” è diventato una rivolta, sorprendente nelle sue dimensioni. Gli studenti in piazza dell´autunno, a riforme Gelmini approvate, hanno trovato nel finale di stagione l´ultimo strumento per alzare le barricate. E nel giorno in cui i test di verifica delle qualità singole sono approdati alle medie superiori, le seconde classi, per testare 500 mila ragazzi, un´alleanza di studenti, professori e sindacati ha fatto fallire le prove in molti istituti (italiano, matematica, questionario dello studente).
Al liceo classico Orazio di Roma, per dire dell´adesione allo sciopero del test, 108 studenti su 130 hanno consegnato le risposte in bianco. Alcuni hanno strappato i codici di riconoscimento. Al Visconti e all´Albertelli, assicura il Collettivo Senza Tregua, sono stati 90 i test “non conteggiabili” su 130 presenti. Al Virgilio 125 su 169, con i ragazzi spalleggiati da genitori che fuori dalla scuola consegnavano i volantini “No all´Invalsi”. Al Socrate, sempre nella capitale, gli ispettori ministeriali hanno minacciato provvedimenti disciplinari per le due classi che avevano reso anonimo il foglio Invalsi. Al Giordano Bruno gli stessi commissari hanno deciso di far saltare tutto, impossibile andare avanti. Quelli dell´Aristotele, «sotto minaccia del preside», si sono seduti e poi hanno sparato risposte a caso: quattro crocette al posto di una. All´Istituto d´arte Roma II il primo dirigente ha scelto la linea dura: sospensione di massa per tre giorni per i belligeranti.
Da Roma il boicottaggio si è esteso a Nord e a Sud. All´Istituto industriale Boselli e al liceo Copernico (siamo a Torino) le poche copie di test consegnate sulle cattedre «non saranno corrette dai docenti». Lo dicono i Cobas, sindacato motore della protesta che, in inverno, già aveva ostacolato le “valutazioni sui prof”. Allo scientifico Da Vinci di Genova 96 insegnanti su 100 si sono opposti: il preside ha usato i quattro favorevoli per condurre i test in classe e precettato gli ammutinati per sorvegliare. Al “Da Vinci” di Bagno a Ripoli (Firenze) il boicottaggio dei docenti è stato compatto: sarà il primo dirigente a correggere tutto, aiutata da una segreteria. Poi Palermo, Parma, Bologna.
I Cobas hanno denunciato «minacce di ogni tipo da parte dei presidi-padroni, ad alcuni docenti è stato impedito di entrare nelle loro classi». Quindi hanno contato il 20% di adesioni al “no”, con punte del 30% a Roma. Il ministero replica che su 2.300 classi campione ci sono stati problemi solo in tre, lo 0,13%. «È logico ritenere che su tutto il territorio nazionale la percentuale delle classi dove il test non è stato svolto sia dello 0,13%». La statistica e la verità dei fatti dicono invece: gli Invalsi sono stati fatti nelle classi scelte e rifiutati in buona parte di quelle in cui non erano obbligatori. Le ragioni dell´opposizione? Per i professori: non c´erano i soldi per gli straordinari (gli Invalsi costano comunque 8 milioni), non si può ridurre una prova culturale e logica a un quiz, i test uguali a Milano ed Enna, per un classico e un industriale, sono offensivi e serviranno per classificare scuole, docenti, studenti e differenziare le buste paga degli insegnanti. Il ministro ha ribadito che sui test Invalsi non tornerà indietro: l´Europa fa così. «Il prossimo anno introdurremo una prova nazionale in inglese e i test alla maturità». Il suo ministero esclude che chi si è opposto avrà riduzioni nei voti né, tanto meno, rischierà bocciature.
Oggi prova di lettura per la seconda elementare e test di italiano per II e V. Domani esordio della prima superiore, venerdì ancora le elementari. Domani sciopero dell´ultima ora di Unicobas, venerdì sciopero dell´intera giornata.

La Repubblica 11.05.11

"La logica del padrone", di Stefano Rodotà

Le mosse di Berlusconi sono da tempo prevedibili, perché appartengono ad una logica che egli ha trasferito nel mondo della politica senza mai farsi contagiare dal “senso delle istituzioni”. Non può sorprendere, quindi, l´ultimo suo proclama: «Dobbiamo cambiare la composizione della Corte costituzionale, dobbiamo cambiare i poteri del Presidente della Repubblica e, come avviene in tutti i governi occidentali, attribuire più poteri al governo del Presidente del Consiglio». Proprio le ultime parole sono rivelatrici. Scompare il “Governo della Repubblica”, di cui parla l´articolo 92 della Costituzione. Al suo posto viene insediato il “Governo del Presidente del Consiglio”, una formula che esprime la logica proprietaria dalla quale Berlusconi non ha mai voluto separarsi. L´imprenditore è fedele alle sue origini, e nel suo modo d´agire si ritrova la vecchia e di nuovo vitale formula secondo la quale “la democrazia si ferma alle porte dell´impresa”. Governare è esercizio di potere assoluto. Chi si presenta come un intralcio lungo questo cammino deve essere eliminato.
Prevedibile o no, l´ultima accelerazione inquieta, assomiglia ad un assalto finale. Gli ostacoli li conosciamo. Magistratura a parte, nell´ultima fase della storia della Repubblica le garanzie si sono concentrate in due istituzioni, il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale. Ma questo non dipende da una impropria volontà di potenza. Discende da un progressivo indebolirsi del sistema dei controlli, dei pesi e contrappesi che caratterizzano l´architettura costituzionale e dei quali non ci si è preoccupati quando è cominciata la stagione delle “spallate”, delle manipolazioni delle leggi elettorali, del bipolarismo ad ogni costo, della “governabilità” senza aggettivi. Troppi apprendisti stregoni hanno lastricato la strada che oggi Berlusconi si ritiene legittimato a percorrere senza scrupoli. Così, nel deserto istituzionale, le funzioni di garanzia, ineliminabili in democrazia, si sono rifugiate nelle due istituzioni che il Presidente del Consiglio ha ieri pubblicamente rifiutato.
Mai, però, il tiro era stato alzato tanto in alto, per colpire deliberatamente il Presidente della Repubblica. Malumori, reazioni violente lasciate trapelare, senza tuttavia trasformare in conflitto aperto una relazione difficile. Cautele ormai abbandonate. Così com´è, il Presidente della Repubblica non è più accettabile. Questo, a chiare lettere, ha detto ieri Berlusconi.
Le ragioni di questa mossa sono nitide. Inaccettabile, per chi si nutre di sondaggi, la fiducia crescente riposta dai cittadini in Giorgio Napolitano. Inammissibile il quotidiano rivelare le lacerazioni del tessuto istituzionale per chi vuole manipolarle impunemente. Oltraggiosa la pretesa di custodire la legalità costituzionale per chi vuole trasformare l´investitura popolare in un “lodo” che lo pone al disopra delle leggi.
Berlusconi sa benissimo che una riforma costituzionale che azzoppi in un colpo solo Presidente della Repubblica e Corte costituzionale esige tempi lunghi. Ma non gli importa. Nel momento in cui dice esplicitamente che i poteri del Presidente della Repubblica devono essere ridotti, lascia intendere che sono male utilizzati. Invita così ad una pubblica “sfiducia” a Giorgio Napolitano, facendo divenire asse della sua politica il copione che già l´informazione di rito berlusconiano aveva cominciato a scrivere. Vuole demolire l´immagine del Presidente super partes, mostrarlo non come un garante, ma come l´espressione di una parte.
Napolitano parla anche perché troppi sono silenziosi, o ridotti al silenzio. Ma la voce delle istituzioni non può spegnersi. Da esperto della comunicazione, Berlusconi è inquieto perché sa che quella non è una voce che parla nel deserto, ma trova ascolto perché dice verità e così concentra sulla Presidenza della Repubblica l´attenzione dei cittadini consapevoli della gravità di una situazione che Berlusconi e i suoi gabellano come il migliore dei mondi.
Una relazione non populista con i cittadini insidia lo stesso modo d´essere di Berlusconi. Ma questo manifestarsi d´una opinione critica diffusa appare monco, perché rivela gli inaccettabili silenzi di una cultura alla quale non si chiede di essere militante, bensì d´essere parte di una difficile discussione pubblica, di testimoniare almeno quelle “ingenue idealità etiche” alle quali, contro il realismo politico, si richiamava nel 1929 Benedetto Croce votando contro il Concordato.

La Repubblica 11.05.11

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Berlusconi attacca Napolitano “Ridurremo i poteri del Quirinale”

Lo scontro

“Quelli di sinistra si lavano poco”. Fini: Silvio immaturo, di Goffredo De Marchis

La Santanchè avverte: “Se non vinciamo a Milano, il governo non si tiene in piedi”. Maroni: a Gallarate corriamo da soli E´ una possibile strada per il futuro. Da Nord a Sud il copione non cambia anche se ogni volta Silvio Berlusconi aggiunge un tassello alla campagna elettorale giocata su se stesso e contro tutte le istituzioni, compresa la presidenza della Repubblica. A Crotone per una manifestazione di sostegno al candidato Pdl-Udc, il premier mette nel mirino le competenze del Colle: «Bisogna cambiare la composizione della Corte costituzionale, cambiare i poteri del capo dello Stato e come in tutti i governi occidentali dare più potere al presidente del Consiglio e al Governo. Questa riforma è indispensabile e la presenteremo presto in consiglio dei ministri». Sarà pure l´interpretazione fedele del programma del centrodestra come dicono i fedelissimi. Ma la sfida presidenzialista è lanciata, nel bel mezzo di una tensione tra Quirinale e Palazzo Chigi che dura già da alcuni giorni. Per concentrare tutta l´attenzione in un referendum nazionale su di lui, a Milano come a Crotone, come a Napoli, Berlusconi non esita a trascinare il capo dello Stato nella battaglia politica. Ma la Lega avverte il premier: Gallarate, comune dove il Carroccio corre da solo contro il Pdl, «è una possibile strada per il futuro», dice Bobo Maroni.
L´attacco del Cavaliere a Giorgio Napolitano provoca le reazioni delle opposizioni. Gianfranco Fini difende l´inquilino del Colle: «Attaccare il capo dello Stato è da immaturi. Bisognerebbe tenere le figure istituzionali al di sopra della mischia», dice il leader di Fli e presidente della Camera. Che è durissimo anche sulla proposta berlusconiana di una commissione d´inchiesta per i pm. «Un´indagine del Parlamento sui magistrati che indagano il premier? È una cosa che non accade in nessuna democrazia». Dunque può accadere solo in un regime diverso. Eppure la carica contro la magistratura non si ferma. A Crotone il premier ripete il suo mantra: «In questo momento, con i pm di sinistra che sono un malattia della democrazia, la sovranità non appartiene più al popolo. Non possiamo tollerarlo». E insiste per regolare le intercettazioni, che «non possono diventare prove nei processi».
Il capitolo sinistra viene affrontata con un colpo a sorpresa, stavolta una novità assoluta. Molto folkloristica. Sono «sempre incazzati», dice ma questa è vecchia. E «non è che si lavino molto». In che senso? «Essendo costretti a venire in Parlamento – spiega – devono andare in bagno e sono costretti a farsi la barba, ma non è che si lavino molto… «.Berlusconi poi annuncia una nuova infornata di sottosegretari, tenendo caldi i Responsabili. «È già pronta una legge che sarà portata al prossimo consiglio» per aumentare il numero dei componenti del governo. «Uno per ogni ministero». Una ventina di nuove poltrone. «Noi siamo 59 mentre nel governo Prodi erano più di cento». Nella trance del momento Berlusconi travolge tutto e forse anche la candidatura a sindaco di Crotone di Dorina Bianchi, transfuga del Pd, oggi Udc, scelta da Casini per rappresentare l´alleanza con il Pdl. «Ora possiamo fare le riforme. Perché ci sono i Responsabili che le garantiscono e non ci sono più Fini e Casini a frenarle». La Bianchi sorride e tace di fronte all´attacco contro il suo partito. La gaffe è più sua che di Berlusconi. Della sfida decisiva di Milano parla invece Daniela Santanchè lanciando un avvertimento: «Se non vinciamo, non so se riusciremo a tenere in piedi il governo».

La Repubblica 11.05.11

"Italia, ciò che l'Ocse non dice", di Irene Tinagli

Esame superato, ha liquidato Tremonti. E il Rapporto Ocse sull’Italia presentato ieri è già archiviato. Un risultato un po’ asciutto per un rapporto tanto atteso e presentato in pompa magna alla presenza di 4 ministri del governo. In effetti il messaggio lanciato dalla sintesi e dalla conferenza stampa è stato piuttosto neutro: situazione difficile ma in stabilizzazione, la ripresa è lenta ma si intravede, gli interventi di rigore sono stati giusti ma potrebbe esserci bisogno di nuove manovre. Niente insomma su cui fare grandi titoli. Tutto nella norma.

Eppure andando oltre la sintesi del rapporto si notano delle cose interessanti. Ci si accorge, per esempio, che circa il cinquanta per cento del lavoro riguarda l’università e la riforma Gelmini, con un’analisi molto approfondita di tutti i suoi aspetti, a livello quasi di singolo emendamento. Un’analisi certo molto articolata e ben fatta, sulla cui utilità però resta qualche dubbio visto che è ormai troppo tardi per fare eventuali modifiche legislative e troppo presto per fare un bilancio sulla sua efficacia. Non a caso la riflessione dell’Ocse sulla riforma è ricca di «dovrebbe» e «potrebbe».

Un altro trenta per cento del rapporto è occupato da analisi su questioni ambientali legate all’energia, i rifiuti e l’acqua. Un’analisi argomentata ed interessante che però non si sbilancia con nessuna raccomandazione specifica tranne una: totale privatizzazione dell’acqua e della sua gestione da effettuare quanto prima. Senz’altro un’informazione molto utile considerato che tra poco avremo un referendum su questo tema. Così come sarà molto utile per i milanesi, che tra pochi giorni dovranno andare a votare, sapere che l’unico esempio «virtuoso» riportato dal rapporto Ocse riguarda proprio la città di Milano, citata come primo caso in Italia ad introdurre l’Ecopass. Infine, il restante venti per cento del rapporto fa una panoramica sui conti pubblici, con apprezzamenti alle riforme delle pensioni attuate negli ultimi venti anni e un’estesa analisi del programma del ministero dell’Economia sull’auspicata Riforma del Fisco che «dovrebbe» dare un contributo importante alla semplificazione. Si raccomanda di proseguire la lotta all’evasione, anche se si sconsiglia il ricorso a condoni fiscali come quello dell’anno scorso.

Insomma, il rapporto fornisce senz’altro informazioni utili per capire alcune cose che sono state fatte e altre che si ha intenzione di fare. Stranamente, però, sono assenti analisi su temi chiave dell’economia italiana come la concorrenza, le liberalizzazioni dei servizi e delle professioni, il dualismo del mercato del lavoro e le infrastrutture. Pur essendo menzionati nella sintesi iniziale, questi aspetti non vengono poi sviluppati con analisi dettagliate, grafici e riflessioni su cause, conseguenze, su ciò che è stato fatto e soprattutto ciò che si dovrebbe fare. Alla produttività del lavoro, elemento cardine della competitività di un Paese, e che in Italia non solo non è cresciuta ma è diminuita dal 2000 ad oggi, sono dedicate 20 righe. La disoccupazione e l’inattività giovanile, un dramma che affligge milioni di giovani italiani, è totalmente assente. Nemmeno un grafico di confronto con la situazione di altri Paesi, per esempio.

Un’assenza che colpisce in modo particolare perché proprio l’Ocse, in altri rapporti precedenti, aveva ripetutamente enfatizzato questi aspetti come priorità per il Paese. Nel rapporto «Going for Growth» pubblicato meno di un mese fa, la breve scheda dedicata all’Italia citava proprio tra le priorità, oltre alla riforma dell’università, anche l’incremento della concorrenza, le liberalizzazioni, l’abbassamento delle tasse sul lavoro e la riduzione del dualismo nel mercato del lavoro. Una scheda necessariamente breve, affiancata a quella di decine di altri Paesi, che non consentiva un’analisi approfondita. Quale occasione migliore del rapporto sull’economia del Paese per dare all’Italia indicazioni più dettagliate su questi aspetti così importanti? E’ un vero peccato aver sprecato questa opportunità. L’Ocse è una delle istituzioni internazionali più autorevoli sul fronte dei dati statistici e delle analisi economiche, con un’arsenale di eccellenti economisti che sarebbe stato saggio sfruttare più a fondo. Forse se si fosse aspettato un po’ a presentare il rapporto, magari verso l’estate, ci sarebbe stato tempo per fare un’analisi più completa. Senza contare che in questo modo si sarebbe anche evitato di cadere in periodo elettorale, così come era nelle tradizioni dell’Ocse.

Comunque tutto è bene quel che finisce bene. Tremonti è stato molto soddisfatto e ha dichiarato: «Dobbiamo continuare nel futuro questo rapporto con l’Ocse, di cui apprezziamo l’indipendenza, l’oggettività delle osservazioni e la capacità di analisi». Dando un po’ l’impressione che, in realtà, a passare l’esame sia stata proprio l’Ocse.

La Stampa 11.05.11

"La prevalenza di Milano", di Barbara Spinelli

In molti comuni domenica prossima si voterà, ma la città decisiva sarà indubbiamente Milano. Lungo i secoli e gli anni sono tanti i nomi che le hanno dato: capitale politica in epoca napoleonica; capitale morale ai tempi della Fiera industriale, dopo l´unità d´Italia; capitale culturale nell´800; Milano “da bere” negli anni di Craxi. Difficile trovare oggi la parola che squadri l´animo suo divenuto informe, come nella poesia di Montale. Ma qualche storta sillaba è sufficiente a descriverne la natura: almeno da quando perse l´indipendenza, all´inizio del ´500, Milano ha sempre avversato lo Stato, forestiero o nazionale che fosse. Gli ha sempre opposto un´alleanza di interessi costituiti, ecclesiastici e non, che esecravano il bene comune e la stessa politica. Ha avuto sempre la vocazione a far prevalere la società civile sulla volontà generale, senza accorgersi che la società smette d´essere civile quand´è allergica alla politica e alle sue regole. Infine, ha sempre prodotto personaggi che da qui partirono, da questa cultura riottosa e egoista, per prendere Roma. Nel ´900, ben tre personaggi chiave della storia italiana iniziarono qui la corsa al potere: Mussolini, Craxi, e Berlusconi. Il loro decisionismo («ghe pensi mi») è stato distruttivo più che costruttivo. È il motivo per cui l´elezione nella capitale lombarda è cruciale: l´avventura cominciata qui, qui potrebbe infrangersi. È quello che gran parte della sinistra di Beppe Grillo, e tanti cittadini tentati dall´astensione, faticano a comprendere: il duello non sarà tra il vincitore delle primarie a sinistra, l´avvocato Pisapia, e il sindaco Letizia Moratti. Sarà tra Pisapia e Berlusconi, fin dal primo turno e soprattutto al secondo, se il sindaco andrà in ballottaggio. In quell´intervallo, Mattia Calise del Movimento a 5 stelle e Manfredo Palmeri di Futuro e Libertà avranno nelle mani una carta principe: se vorranno far qualcosa di utile per l´Italia, se smetteranno di metter sullo stesso piano il regime al governo e l´opposizione, dimostreranno di aver capito l´essenziale, e cioè l´anomalia di Berlusconi.
Il loro ruolo è importantissimo, perché sono anni che i cittadini contrari al presente regime fuggono nell´astensione (4 milioni di elettori perduti!) disgustati da un centro sinistra incapace di opporsi, e il Movimento di Grillo è, con il Sel di Vendola, rifugio e speranza. Regalare la vittoria a Berlusconi sarebbe ignorare la speranza, come già avvenuto nel 2010 quando il Piemonte fu offerto al leghista Cota.
Milano che resta berlusconiana è una vittoria determinante per il Presidente del Consiglio, mentre perderla è un preludio alla sua fine. Mussolini finì la sua traiettoria a Milano dove aveva programmato la marcia su Roma, anche se nel più disumano dei modi, impiccato a Piazzale Loreto. Anche la fine di Craxi si materializzò qui, con tangentopoli che ne scoperchiò la corruzione e lo travolse. Travolse in verità tutti i partiti della prima Repubblica tranne Msi e Pci, che a quella corruttela non partecipò visto che per decenni fu finanziato da Mosca. In Mani Pulite ci fu quest´ingiustizia (e ci fu un´usurpazione del socialismo da parte del Pci) ma essa non cancella i reati denunciati e condannati.
A questa verità si può obiettare che i programmi di Pisapia sono poco chiari, che l´opposizione è troppo transigente. Chiarissime, tuttavia, sono le manchevolezze della Moratti, che per Milano capitale della cultura e della morale non ha fatto quanto doveva né quanto aveva promesso. L´ha anzi imbastardita, culturalmente ed economicamente. L´atto più vergognoso è l´irresponsabile cecità con cui il sindaco (con Formigoni) si è gettata nell´Expo 2015. Le critiche dell´urbanista Stefano Boeri sono circostanziate: mancanza di trasparenza, scomparsa dei concorsi pubblici, gare per imprese in cui i progettisti hanno ruolo irrilevante.
Esemplare è la rinuncia al più promettente e duraturo dei progetti, approvato inizialmente da destra e sinistra: la costruzione della grande Biblioteca europea multimediale. Un progetto già compiutamente predisposto –ricorda Piero Ichino sulla sua Newsletter– «che potrebbe dare splendore e prestigio alla Milano di Expo 2015, ed è invece abbandonato dall´Amministrazione municipale, solo per un motivo di faziosità». L´architetto vincitore del Progetto internazionale bandito dal Comune di Milano è Peter Wilson, dello studio Boelles-Wilson di Münster, e il Progetto è stato approvato dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici nel 2009 e validato dal Politecnico di Milano. Più che faziosità, a me sembra che la minaccia al progetto venga da ignoranza, mentre è chiaro l´appetito delle lobby che vorrebbero accaparrarsi i terreni destinati alla Biblioteca. I lavori di preparazione già da tempo sono in corso –la Biblioteca digitale è quasi pronta– ma lo stanziamento per la costruzione ancora non c´è e il progetto non è tra le opere previste per l´Expo: un´omissione incomprensibile.
Negare l´esistenza di omissioni; non correggersi in tempo quando un misfatto viene alla luce; fare silenzio sulla sempre più agguerrita presenza della malavita in Lombardia: è la strategia nordista di Berlusconi e della Lega, nonostante la pretesa innocenza di quest´ultima. L´ex ministro Castelli, leghista, giunge sino a dire che c´è un solo modo per impedire l´infiltrazione della ´ndrangheta in Lombardia e Piemonte: escludere dagli appalti le imprese calabresi. Il giudice anti-ndrangheta Nicola Gratteri ha replicato che affermazioni simili «o provengono da chi non ha capito nulla, oppure siamo veramente messi male. Se vogliamo essere seri, tutti sanno perfettamente che la ndrangheta ha uomini cerniera a Milano, Bergamo, Brescia, Lecco, a disposizione delle famiglie mafiose per partecipare agli appalti. Sono lombardi, col certificato di nascita e residenza da cinque generazioni»´. E ancora: «È in atto una sorta di braccio di ferro, come a volere negare» l´evidenza. Pignatone, Procuratore di Reggio Calabria, rincara: «Un cono d´ombra informativo ha impedito fin qui di cogliere non solo la diffusione dell´omertà e del silenzio in tante province lombarde (…) ma, ancora e di più, la presenza della ´ndrangheta in tanti settori dell´economia dell´Italia centrale e settentrionale, luogo ideale per investire, senza destare troppo l´attenzione, le somme ingentissime di cui le cosche dispongono» (Corriere della Sera, 24-3-11). Berlusconi è il regista della strategia negazionista. Marco Alfieri spiega bene come, tramite i «lunedì di Arcore» l´imprenditore-Premier regni sulla città fin da quando costruì le new town attorno a essa (La peste di Milano, Feltrinelli). Il cavaliere sa che Milano è stata e resta un terreno fertile per la propaganda antipolitica, non da oggi ma da secoli. Che sono sempre stati pochi e non udibili gli avversari della vocazione anti-statale, anti-istituzionale, interessati a premiare il fare da sé sul fare comune. Forte della sua Milano, sotto lo sguardo benevolo della Lega e della rete di interessi che fa capo alla Compagnia delle opere, Berlusconi parla ormai senza remore, di quel che è pur sempre accaduto nella sua roccaforte, diciannove anni fa: il momento di riscossa, rappresentato da Mani Pulite. Nel 2008 ha detto che i magistrati milanesi «fecero scomparire nel ´92 Dc, Psi, Psdi, Pri e Pli, mettendo fine a 50 anni di progresso», e che per fermarli entrò in politica (in realtà vi entrò «per non finire in galera con l´accusa di mafia», disse Confalonieri nel 2000 a Repubblica, non smentito). Presentando la sua epocale riforma della giustizia, nel marzo scorso, disse: «Se la riforma fosse stata fatta prima, probabilmente non ci sarebbe stata l´invasione della magistratura nella politica». La riforma è temuta da Gratteri: non a causa della responsabilità civile dei magistrati
(«già esiste»), ma perché la polizia giudiziaria dipenderà dal potere politico anziché dalle procure. Eppure c´è chi a Milano vuol salvare il principio della responsabilità. Della giustizia che corregge le storture, anche se non tutte. C´è chi dice, nel movimento di Grillo, che l´opposizione è inane, ed è vero. È vero che non ha mai combattuto il conflitto d´interesse. Proprio di recente, il 28 aprile, avrebbe potuto mettere in minoranza Berlusconi sul Documento di economia e finanza, e ben 40 suoi deputati non erano in aula. Sui referendum di giugno (nucleare, acqua, legittimo impedimento, servizi pubblici locali) tende a tacere. Poco prima delle amministrative, Veltroni ha prospettato rese dei conti nel Pd: era il momento peggiore.
Ognuna di queste obiezioni ha ragione di esistere. L´opposizione ha fatto poco, contro l´anomalia berlusconiana. Ma dire che Pisapia e Berlusconi sono la stessa cosa è la più perniciosa e stupida delle banalizzazioni.

La Repubblica 11.05.11

«Precarietà zero»: le iniziative dei Democratici su giovani e lavoro, di Giuseppe Vespo

«Tre proposte a precarietà zero»: l`iniziativa del Pd che ha lanciato, tra le altre cose, lo Statuto del lavoro autonomo. Un progetto di legge che si accompagna alle idee su precariato, partite Iva e stage, dei Democratici. 1979 lo Statuto dei Lavoratori. 2011 uno Statuto del lavoro autonomo. È quanto vorrebbe la proposta di legge presentata da Cesare Damiano e lanciata ieri nell`ambito della giornata «Tre proposte a precarietà zero» (www.precarietazero.it), organizzata dai giovani Democratici e dal dipartimento Lavoro del Pd.

Un`iniziativa caduta non a caso un mese dopo la manifestazione Al nostro tempo è adesso, la vita non aspetta», con cui associazioni di giovani e meno giovani precari sono scese in piazza per prendersi la ribalta. Anche ieri si è parlato di loro, o almeno lo ha fatto il Pd: a Roma con Pier Luigi Bersani e con il responsabile Lavoro, Stefano Fassina; a Torino con Piero Fassino, candidato sindaco; a Napoli con un sit-in di protesta e di proposta davanti all assessorato regionale per le Politiche sociali e giovanili; infine a Milano, dove Cesare Damiano ha presentato la proposta di legge sullo Statuto del lavoro autonomo.

Un progetto già approdato in Senato con Tiziano Treu e rivisto e ampliato alla Camera dall`ex ministro del Lavoro. L`idea è quella di mettere in campo una serie di tutele a favore non solo del cosiddetto popolo delle finte partite iva, alta sfaccettatura del precariato, ma anche di quei giovani professionisti «poco o per nulla tutelati». Si parla di cose concrete: maternità o congedo parentale, fondi per l`aggiornamento professionale, riconoscimento e certificazione delle associazioni di rappresentanza e – tra le altre cose – esenzione da Irap e Irpef nei primi tre anni di attività. Idee accolte e raccolte insieme al mondo delle associazioni, come «Lavoro e Welfare» o «Venti maggio Flessibilità sicura».

Insieme a Damiano e agli esponenti locali del Pd ieri a Milano anche Salvo Barrano, uno dei portavoce del mondo del precariato, la Cgil con il segretario milanese Onorio Rosati e il mondo dell`associazionismo professionale, con il presidente di Confprofessioni, Gaetano Stella. «Flessibilità sì, ma flessibilità buona», ha esordito Damiano prima di spiegare i punti principali dello Statuto, per il quale le previsioni di copertura finanziaria si aggirano sul miliardo e mezzo di euro. Ma se Milano è la capitale delle partite iva – vere o false – qui come nel resto del Paese imperversano le forme più disparate di precariato. Così nelle proposte del Pd c`è anche l`idea di inserire tutele e diritti di cittadinanza per chi lavora a tempo – maternità, infortuni, malattia – di far costare di più i contratti a scadenza e di eliminare gli abusi. Che spesso si verificano in quella fase embroniale dell`inserimento lavorativo che è lo stage. E anche per quello che un tempo era il tirocinio formativo i Democratici hanno pensato a alcune soluzioni: una borsa di studio di almeno 400 euro per lo stagista, compensi e tutele sociali per i praticanti. «Vogliamo che il lavoro, che è il problema degli italiani, diventi un grande obiettivo nazionale, dentro il quale collocare il tema delle giovani generazioni», ha detto ieri Bersani, che ha annunciato per il 17 e 18 giugno a Genova la «Conferenza nazionale sul lavoro» del Partito Democratico.

L’Unità 10.05.11

Amministrative 2011, il pacchetto di mischia del PD alla spinta finale

Bersani: dai territori un segnale chiaro per il cambiamento: “il governo non ha più la fiducia degli italiani”. Dopo il voto Conferenza Nazionale PD sul lavoro. Anche grazie al voto amministrativo di domenica e lunedì, sul teatrino messo in piedi dal premier può cominciare a calare il sipario. Questo è il giudizio del segretario del PD, Pier Luigi Bersani, in un’intervista a “Porta a Porta”, sulle prossime mosse di Berlusconi e il rimpasto di governo.

”Il governo faccia quel che vuole, chieda la fiducia, presenti una relazione, tanto qui siamo in presenza di un ribaltone, è il teatrino della vecchia politica”. Ma se da un lato è evidente che il governo sta in piedi perché “in Parlamento rubacchia un voto qui e là”, l’esito delle urne potrebbe dimostrare che “ha perso la fiducia degli italiani”.

Le elezioni. Io sono fiducioso, ha detto Bersani, in un risultato positivo nelle diverse città e province dove si vota. In particolare, andremo bene a Torino e a Bologna. Ma sono sicuro che ci saranno risultati positivi anche a Milano e Napoli. A Napoli abbiamo un candidato, il prefetto Morcone, che è la persona giusta per affrontare l’emergenza, dare efficienza all’amministrazione e garantire la legalità. A Milano il candidato del centrosinistra può dare una prospettiva diversa a una città malamente amministrata dalla Moratti.
Prima il lavoro. “Bisogna combattere la precarietà del lavoro (un’ora di stabile stabile deve costare meno di un’ora di lavoro precario)”. Per questo dopo le amministrative il Pd promuoverà una grande conferenza nazionale sul lavoro: “Abbiamo delle proposte concrete, non sono miracoli, ma possono far fare un passo avanti nella drammatica situazione del precariato – ha spiegato il segretario del Pd -. Per noi questo è un tema prioritario perchè nella precarietà c’è anche il rischio crescente di perdere una delle caratteristiche italiane: la professionalità che si preserva solo nella stabilità. Di questo siamo pronti a discutere con tutti quelli che saranno interessati perchè per il Pd il lavoro è un segno distintivo”. Sono importanti anche i gesti simbolici così il Partito Democratico istituirà due borse di studio intitolate a D’Antona e Tarantelli. “Oggi è la Giornata della memoria delle vittime del terrorismo – ha ricordato Bersani – ed è dedicata in particolare ai magistrati, il nostro dipartimento economia e lavoro guidato da Stefano Fassina ha pensato di legare questa giornata e il tema del lavoro intitolando due borse di studio a D’Antona e Tarantelli”.
La politica di Tremonti. E’ Inadeguata e sbagliata , cos’è “il DL Sviluppo? Cinquanta pagine di aspirina e un po’ di demagogia”. Bisogna pensare alla crescita e al lavoro. Bisogna fare almeno una riforma fiscale per alleggerire produttori, lavoratori e famiglie e spostare il peso su rendite finanziarie e evasione fiscale, bisogna fare le liberalizzazioni, bisogna fare, sia pure nell’ambito delle risorse disponibili, gli investimenti per dare lavoro.
Tremonti successore di Berlusconi? Sono la stessa cosa. Ma c’è da dire che “in nessun Paese democratico si ragionerebbe di designazione alla successione, dobbiamo tornare a una democrazia che funzioni. La verità è che nel centrodestra si è prossimi alla rissa in vista della fine di Berlusconi. Ma finché c’è lui, nessun altro gli succederà. Ci sarà sempre lui, magari con una maschera davanti”.
La futura leadership del centrosinistra. Il prossimo candidato premier del centrosinistra? “Io ci sono, in base allo statuto e anche personalmente”, risponde alla domanda postagli a Porta a Porta Pier Luigi Bersani, precisando però che “siccome parliamo di un progetto, voglio discutere con gli altri e non metto me stesso davanti a una nuova soluzione di governo”. Quanto allo schieramento, il leader del Pd rilancia l’idea di una vasta alleanza per avviare un’opera ricostruttiva del paese e superare il berlusconismo: “Al Pd – dice – tocca presentare un progetto di governo per il Paese fondato su una decina di riforme sociali e democratiche e chiedere la disponibilità delle forze del centrosinistra e anche del centro per un’opera di ricostruzione che servirà dopo Berlusconi. Se qualcuno non ci sta dica che altro fare”.

Rispetto al monito sulla «credibilità» della sinistra arrivato da Giorgio Napolitano nel corso di un convegno su Antonio Giolitti, Bersani si dice “d’accordissimo col capo dello Stato: se non riuscissi a proporre un’alternativa credibile mi riposerei». D’altra parte, osserva il segretario democratico, “noi non siamo avventizi, senza Prodi l’Italia non sarebbe entrata nell’euro nell’euro e Napolitano stesso è la testimonianza che la sinistra esprime personalità di straordinario rilievo per la vita del Paese”.

Dibattito interno. Porta a Porta ha chiesto a Bersani di rispondere alla verifica chiesta da Veltroni (in realtà Veltroni ha chiesto una discussione non una verifica). Risposta: “Noi non facciamo verifiche ma discussioni in cui ognuno dice quello che vuole: li mio compito è di impedire che le discussioni finiscano sulla punta delle nostre scarpe, ma interessino gli italiani. Su questo credo che anche Veltroni sia d’accordo”. Ieri, sulle agenzie di stampa è venuta la conferma che le parole usate da Bersani “sono le stesse usate da Veltroni nella sua intervista”.

Un’Opa di Vendola sul PD? “Non è verosimile e mi pare un compito francamente impegnativo. Con Vendola vogliamo dialogare in una logica di governo, ma non rifaremo l’esperienza dell’Unione. La prossima volta il patto di governo sarà serio”.

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