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L'AgCom dopo l'esposto PD multa il TG1 e ordina alle tv: limitare la presenza di Berlusconi

Dopo la denuncia dei democratici e le minacce di Bersani di salire sul tetto l’Autorità multa Minzolini. Zaccaria: “Paghi lui” e denuncia la nuova violazione del tg Rai con la messa in onda di un videomessaggio del premier. L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha preso in considerazione l’esposto PD sull’eccessiva presenza di Berlusconi in tv e ha sanzionato per 100.000 euro il TG1.

La minaccia di Pier Luigi Bersani di salire sul tetto dell’AgCom se l’esposto non fosse stato preso in considerazione è servita e l’Autorità ha ordinato ai telegiornali di limitare la presenza di Silvio Berlusconi in video, dal momento che il presidente del Consiglio è anche candidato capolista alle comunali di Milano, e ha intimato “l’immediato riequilibrio” tra le forze di maggioranza e quelle di opposizione, con l’impegno a dedicare agli esponenti del esecutivo un tempo “riferito solo alla loro funzione governativa, nella misura strettamente indispensabile per assicurare la completezza e l’imparzialità dell’informazione”.

Peccato che oggi il TG1 ha dato ampio spazio a un video di Berlusconi su YouTube, mentre ignora quelli di decine di candidati, a partire da quelli del PD.

Adesso la pazienza è finita, l’ordine fa seguito ad altri inviti in tal senso, per i quali “al Tg1 è stata applicata una sanzione di 100.000 euro, per l’inadeguata osservanza dell’ordine e dei richiami rivoltigli in precedenza”. Le orecchie di mercante del primo tg italiano però costano care a tutti noi telespettatori che paghiamo il canone. “Secondo noi la multa stabilita a carico del Tg1 deve pagarla di tasca sua il direttore Minzolini che ha voluto imporre le sue regole, prendendosi gioco di quelle stabilite dall’Autorità” afferma Roberto Zaccaria, deputato Pd e coordinatore del gruppo di ascolto sul pluralismo dell’informazione, che aveva presentato l’esposto.

“L’intervento dell’Agcom certifica che le nostre preoccupazioni sono fondatissime: il richiamo dell’Autorità e la multa al Tg1, per quanto giunte a pochissimi giorni dalle elezioni, accertano che nel sistema dell’informazione televisiva c’è uno squilibrio strutturale che dipende dal conflitto d’interessi. Ma è ovvio che gli interessati non si fermeranno di fronte alle prese di posizione dell’Autorità”. Proprio oggi il Tg1 e il Tg5 hanno violato pesantemente le disposizioni dell’Agcom mandando in onda un videomessaggio di Berlusconi, nonostante la circolare dell’11 aprile 2011, alla lettera f, vieta esplicitamente la trasmissione di videomessaggi nel corso delle campagne elettorali all’interno dei telegiornali e dei programmi di informazione.
E Zaccaria annuncia: “Su questo presenteremo il sesto ricorso delle opposizioni all’Agcom: al di là del tempo occupato dal servizio in questione, il problema è che si è trattato di un messaggio elettorale puro a favore di Berlusconi la cui immagine è stata a lungo proposta con lo sfondo di bandiere e simboli del suo partito, così come è possibile rintracciarla su youtube”.

Ecco comunque i dati rilevati: Tg5 ed. 13,00: video messaggio Berlusconi (annunciato anche nei titoli), tempo di notizia 54 sec, parola 18 sec, servizio sul clima politico, Finocchiaro 5 sec, Donati 5 sec, Fini 10, Capezzone 10 sec; servizio elezioni Torino, Fassino, tempo di parola 21 sec, Coppola 22, Berola 12 sec, Musy 11 sec. Mentre il Tg1 ed. 13,30: per il videomessaggio di Berlusconi tempo di parola 20 sec, quello di notizia 26 sec, per Bossi tempo di parola 17 sec, per i Responsabili 6 sec, Cesa 5 sec, Di Pietro, tempo di notizia 6 sec, Verdi, tempo di notizia 5 sec, Franceschini parola 16 sec..”.

C’è solo da sperare che “la decisione dell’arbitro Agcom va attuata gia’ nelle prossime ore. Si tratta, infatti, di un ordine di riequilibrio immediato che deve essere applicato da subito, a cominciare dal Tg1” dichiara il responsabile Forum Ict del Pd, Paolo Gentiloni, che aggiunge: “Se l’ennesimo cartellino giallo non avesse un seguito, nei prossimi giorni (anche in vista dei ballottaggi) l’Agcom non potrà che assumere misure ancora piu’ drastiche”.

“Bene l`intervento dell`Autorità per le comunicazioni. Abbiamo avuto ragione a fare gli esposti contro lo squilibrio clamoroso nell`informazione a pochi giorni dal voto. Ora la delibera dell`Autorità venga rispettata e soprattutto esca dal video il candidato Berlusconi” dice Vincenzo Vita, membro PD della commissione di Vigilanza Rai.
“C`è un altro passo da fare: le reti private di Mediaset, nel dare peso debordante al presidente del Consiglio – ha concluso -, costituiscono un caso vietato dalla legge di sostegno ‘privilegiato’. Parliamo di uno dei capitoli del conflitto d`interesse”.

Ma.Lau.

www.partitodemocratico.it

"L´Appello degli editori per la scuola pubblica", di Alessandra Rota

Rizzoli, Feltrinelli e Laterza sono tra i promotori. “Difendiamo un luogo di integrazione tra esperienze diverse. Lo Stato deve investire più risorse: è in gioco il nostro futuro”. «La scuola è risorsa essenziale per il libero sviluppo delle persone e per la crescita sociale, economica, culturale e civile di ogni Paese. In Italia lo è sempre stata: ha reso un insieme di sudditi analfabeti degli antichi stati una comunità di cittadini italiani. Lo è ancora più oggi, in un´epoca in cui il “capitale umano”, l´insieme delle conoscenze di cui disponiamo, è il fattore decisivo per il successo degli individui e delle nazioni». Inizia così la lettera aperta al Presidente della Repubblica, al Parlamento e al Governo di un gruppo di editori. Un appello sul valore della scuola pubblica statale firmato da Marco Cassini e Daniele di Gennaro (minimum fax), Carmine Donzelli, Federico Enriques (Zanichelli), Carlo Feltrinelli, Sandra e Sandro Ferri (e/o), Sergio Giunti e Bruno Mari (Giunti), Alessandro e Giuseppe Laterza, Stefano Mauri (Gruppo Mauri Spagnol), Paolo Mieli (Rcs), Antonio e Olivia Sellerio, che sarà presentato al Salone del Libro di Torino (dal 12 al 16 maggio) e nei licei e istituti tecnici che aderiranno all´iniziativa.
«Facciamo dell´istruzione un tema centrale di discussione tra i cittadini, nelle scuole e in ogni altro luogo d´incontro» si legge nel manifesto in difesa dell´istruzione pubblica, istituzione che ultimamente ha subito non pochi attacchi. A cominciare da quello di febbraio, nel quale il presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi ha dichiarato senza mezzi termini che era meglio non essere “costretti” a mandare i propri figli in una scuola di Stato e più recentemente, ad aprile, quando ha esortato una associazione di mamme padovane a “sottrarre” i ragazzi agli insegnamenti di sinistra.
Nucleo centrale della Lettera aperta degli editori è la preoccupazione che il mondo della scuola possa chiudersi in sé stesso, rinunciando “al pluralismo” che finora lo ha contraddistinto: un elemento fondamentale che permette di incontrare, tra i banchi, storie ed esperienze diverse dalle nostre. C´è il timore che scompaia un valore fondamentale: quello del conoscere e riconoscere la “diversità”, creando invece piccole comunità omogenee. «Nel mondo globalizzato è fondamentale conoscere chi è lontano da noi, per saperne cogliere i valori e le potenzialità, e perché altri possano conoscere, a loro volta, i nostri valori e le nostre potenzialità. La scuola statale è perciò anche un luogo di integrazione tra individui provenienti da diversi ambienti familiari, sociali, culturali. Nella scuola statale bambini e ragazzi di diversa estradizione sociale imparano ad apprezzare la diversità. Nella scuola statale il patrimonio culturale della famiglia entra in contatto in modo fertile con quello di altre famiglie». E´ una “missione” questa che contraddistingue la scuola di Stato da ogni altra istituzione formativa che «legittimamente si proponga altre finalità, a partire da una visuale parziale della cultura, della religione, della società, della cultura».
E che l´istruzione per tutti fa parte integrante della storia d´Italia lo sancisce l´articolo 34 della Costituzione: «In passato il diritto dei più deboli nella società italiana è stato garantito soprattutto dall´estensione dell´obbligo di frequenza della scuola pubblica, e dalla qualità del suo insegnamento, che hanno riscattato dalla miseria milioni di cittadini» continua infatti la lettera aperta, che cita anche l´articolo 33 della Costituzione, quello sulla libertà d´insegnamento. Non manca il richiamo all´attenzione sulla cronica carenza di fondi e investimenti che affligge la pubblica istruzione: «Purtroppo l´investimento nella scuola pubblica statale è stato inadeguato» sostengono infatti gli editori «ben al di sotto dei livelli medi dei Paesi UE, per gran parte della storia unitaria italiana, al punto che oggi spesso non è in grado di garantire neppure i servizi minimi. Di questa situazione ognuno di noi deve preoccuparsi, perché essa è anche frutto dell´indifferenza. Dobbiamo tutti fare qualcosa per la scuola di tutti. Non dobbiamo lasciarla da sola a chiedere attenzione. Chi ricopre cariche istituzionali e politiche deve avvertire la forza dell´opinione pubblica. Chi ha più responsabilità e potere nella società, nell´economia, nella cultura deve essere il primo ad impegnarsi».
Sono già otto gli Istituti tra Nord e Sud che hanno aderito all´appello (il liceo Cannizzaro a Palermo, il liceo Cassini a Genova, i licei Tasso e Orazio a Roma, l´istituto tecnico Avogadro a Torino, il liceo Flacco a Bari, il liceo Virgilio a Milano, a Ivrea il liceo Botta, a Catanzaro il Galluppi): all´interno degli edifici scolastici, con il permesso dei presidi, ci saranno dei banchetti per la raccolta delle firme. E domani sul sito www.laterza.it si aprirà uno spazio interamente dedicato all´iniziativa, con aggiornamenti costanti, notizie e le nuove adesioni.

La Repubblica 10.05.11

I comitati referendari incontrano i parlamentari modenesi per un impegno a contrastarne l'annullamento

Il Comitato modenese “2 Sì per l’acqua Bene Comune” e quello “Vota sì per fermare il nucleare” hanno incontrato ieri i Parlamentari modenesi che hanno raccolto l’invito ad un confronto sul tema del referendum e del loro regolare svolgimento. I 2 Comitati avevano infatti invitato i 6 Parlamentari modenesi eletti al Senato e alla Camera dei Deputati (Giuliano Barbolini, Mariangela Bastico, Carlo Giovanardi, Isabella Bertolini, Manuela Ghizzoni, Ivano Miglioli) per un incontro durante il quale confrontarsi nel merito delle manovre attuate dal Governo per annullare la convocazione referendaria.

All’incontro, tenutosi ieri pomeriggio alle ore 15,30 presso la sede di ARCI Modena, hanno preso parte i Parlamentari del PD Barbolini, Bastico, Ghizzoni, Miglioli, mentre i Parlamentari Bertolini e Giovanardi hanno fatto sapere di essere impegnati in campagna elettorale senza nessun altro commento o nota accompagnatoria rispetto al tema oggetto della richiesta di incontro.

I Comitati, che per testimoniare la loro preoccupazione sulle manovre del Governo e sul ritardo nella comunicazione RAI rispetto ai referendum, hanno recentemente realizzato un presidio anche davanti alla Prefettura di Modena e incontrato il Viceprefetto Mario Ventura, ritengono che le recenti manovre volte ad evitare il voto referendario attraverso l’affrettata predisposizione di atti aventi forza di legge in materia di nucleare e di acqua, costituiscono un atto gravissimo ai danni del pronunciamento diretto riservato agli italiani dopo la sentenza di ammissibilità dei quesiti della Corte Costituzionale, e un ulteriore colpo inferto al rapporto di fiducia che dovrebbe legare i cittadini alle loro rappresentanze istituzionali.

Per questo i Comitati referendari locali hanno sottoposto ai Parlamentari intervenuti un impegno affinché nel corso della loro attività istituzionale non appoggino nessun provvedimento legislativo che possa inficiare il percorso verso la consultazione referendaria, che dovrebbe invece essere caratterizzato da un sereno confronto politico sul merito dei quesiti referendari, senza scappatoie di nessun genere.

Siamo fiduciosi che la Consulta Costituzionale non possa avallare il provvedimento di legge sulla moratoria sul nucleare già votato al Senato e che si avvia ad essere chiuso con voto di fiducia – un’ennesima dimostrazione della volontà di azzeramento dei poteri del Parlamento – anche alla Camera dei Deputati. Così come siamo confortati dalla mancanza di efficacia tecnica del tentativo attuato venerdì scorso dal Governo per istituire un’Authority di controllo sul servizio idrico che possa annullare anche il referendum sull’Acqua.

Riteniamo però che tali tentativi debbano trovare pubblica denuncia da parte di tutti quei cittadini e quelle cittadine che hanno a cuore la democrazia del nostro Paese, e che si stanno impegnando per affermare il loro diritto alla partecipazione, e che su questo i Parlamentari debbano dare una risposta in linea con il loro ruolo istituzionale di rappresentanti della volontà popolare e di garanti del diritto alla democrazia.

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l’impegno sottoscritto dai Senatori G. Barbolini e M. Bastico, e dai Deputati M. Ghizzoni e I. Miglioli.

REFERENDUM del 12 e 13 giugno
L’ IMPEGNO DEI PARLAMENTARI MODENESI PER IL LORO REGOLARE SVOLGIMENTO

Le recenti manovre volte ad evitare il voto referendario attraverso l’affrettata predisposizione di atti aventi forza di legge in materia di nucleare e di acqua, costituiscono un atto gravissimo ai danni del pronunciamento diretto tramite referendum del corpo elettorale. Quali che siano le forme tecniche che si porranno in essere, è del tutto evidente che il solo scopo di queste iniziative è scongiurare un voto popolare che si teme ampiamente a favore dell’abrogazione definitiva di ogni piano nucleare così come delle norme di legge relative alla cosiddetta privatizzazione dell’acqua.

Non solo. La forma del Decreto Legge, resa necessaria dai tempi ormai prossimi del voto, mancherebbe dei requisiti costituzionali della necessità e dell’urgenza, oltreché della tempistica necessaria per la sua conversione, aggiungendo un ulteriore vulnus costituzionale a questo grave attacco alla democrazia diretta.

Queste manovre hanno suscitato grande attenzione e grande preoccupazione in tutti quei cittadini e quelle cittadine che hanno a cuore la democrazia del nostro Paese, contribuendo a minarne ulteriormente la fiducia nelle istituzioni che dovrebbero rappresentarli e dar loro voce. Un risultato su cui pesa una grande responsabilità istituzionale, visto il già compromesso rapporto tra cittadinanza e politica che caratterizza il nostro Paese, che in qualità di parlamentari noi sentiamo con preoccupata consapevolezza.

Indipendentemente dalla nostra posizione sul merito dei quesiti, riteniamo che il fine perseguito dal Governo sia così palesemente in contraddizione con lo spirito delle richieste referendarie da rendere giuridicamente impercorribile questo escamotage.

Per questo ci impegniamo ad agire, nel corso della nostra attività istituzionale, in modo da garantire l’espressione democratica dei cittadini italiani, così come il nostro ruolo richiede, rifiutandoci di appoggiare qualunque provvedimento legislativo che possa inficiare il percorso verso la consultazione referendaria, che dovrebbe invece essere caratterizzato da un sereno confronto politico sul merito dei quesiti referendari, senza scappatoie di nessun genere.

E ci auguriamo che questo nostro impegno oltre a raggiungere lo scopo prefissato, ovvero il regolare svolgimento della consultazione referendaria, contribuisca a rafforzare il legame tra i cittadini modenesi e le loro rappresentanze alle Camere, e a rinsaldare la loro fiducia nelle Istituzioni.

Modena, 9 maggio 2011

Giuliano Barbolini (PD)
Mariangela Bastico (PD)
Manuela Ghizzoni (PD)
Ivano Miglioli (PD)

"Bugie, menzogne, quei virus nella società", di Vittorino Andreoli

Si è a lungo ritenuto che la bugia fosse una espressione individuale e che risultasse utile per capire i bisogni del singolo uomo. Pinocchio racconta di essere un bambino di carne mentre è un burattino di legno e con questa bugia egli esprime il desiderio di essere come tutti gli altri bambini, quelli che incontrava iniziando la scuola. Le bugie-desiderio si legano alla condizione di ciascuno e dunque sono un evento singolo. La bugia si distingue poi dalla menzogna che ha un significato differente, più grave, perché è strumentale ad un vantaggio pratico di chi la usa e di conseguenza crea danni a chi ne viene coinvolto. Se esercito la professione di medico e non ho mai raggiunto la laurea e la preparazione necessaria, produco danni ai pazienti che, credendomi, si affidano alla mie cure, del tutto manchevoli. Se uno mente sul proprio reddito ed evade le tasse, reca un danno all’erario dello Stato che è la cassa comune di tutta una società e quel gesto tradisce i cittadini: in questo caso il danno è verso molti. Ciò che non si conosceva affatto è la menzogna collettiva, l’affermazione del falso che contemporaneamente è asserita da una moltitudine. Già in questa enunciazione viene da dire che si tratta di una ipotesi della irrealtà, del tipo «se domani non sorgesse il sole» . Invece è non solo possibile ma ormai ampiamente dimostrata, potremmo dire quotidiana. Non molto tempo fa è successo un evento che farà storia ed entrerà non solo in quella di un Paese, ma anche nella disciplina psichiatrica di cui io faccio parte. È accaduto che un fatto diventato un atto giudiziario venisse smentito attraverso un’accorata orazione in Parlamento: in sostanza, parlando del caso Ruby, il capogruppo della maggioranza ha detto essere falso un episodio che invece risulterebbe vero. Ed ecco la questione: se una menzogna è definita vera da chi occupa un posto in Parlamento, è possibile che mantenga ancora la dimensione della menzogna? La cronaca ci mette ogni giorno di fronte a casi clamorosi di bugie e menzogne. Quando uno afferma una menzogna ha nella testa ciò che è veramente accaduto: nega il vero e afferma il falso. Ma nel caso che sia un Paese a mentire quale è il processo che si è venuto a stabilire? La questione è certamente importante poiché può cambiare il senso della Storia: potrebbe venirne capovolto il percorso perché si impone la verità che di fatto è la menzogna. E quel medico senza laurea diventa persino super specialista. Insomma, nella nostra società si sta insinuando un virus che riguarda i rapporti con noi stessi, con l’etica e con la coscienza. Abbiamo tanti precedenti, ma si restava sempre nell’ambito del singolo. Oggi la menzogna può essere anche collettiva. E non si tratta di una epidemia di tipo virale o batterica, poiché in questi casi vi è una diffusione indubbia, ma non avviene tutto d’un colpo come invece per la menzogna collettiva, che non lascia il tempo di dubitarne. Servono due condizioni: che la menzogna sia raccontata dal potere, e che venga diffusa da mezzi di comunicazione che giungano dappertutto. L’unico problema è per quelli che non lo credono. In questo caso si possono svergognare loro come menzogneri: un sistema che si fonda sul meccanismo psicologico dello spostamento delle proprie malefatte sul nemico. Chi conosce la verità, ma non è né potente, né ha mezzi per farla sapere, può solo stare zitto e indignarsi, mangiandosi le cellule epatiche.

Il Corriere della Sera 10.05.11

"Giornata della memoria, l’abisso fra i due presidenti", di Mariantonietta Colimberti

Napolitano esalta i magistrati caduti. Berlusconi: «I pm sono un cancro». Berlusconi ieri al Quirinale non c’era. Mentre il capo dello stato celebrava la giornata della memoria dedicata alle vittime del terrorismo e delle stragi, il premier era a Milano per il processo Mills e ne approfittava per insultare i giudici durante le pause dell’udienza. Quasi contemporaneamente, le due massime cariche dello stato pronunciavano parole e concetti distanti anni luce, come del resto lontani anni luce sono le persone, anche nella percezione dei cittadini.
«Ci sono tentativi reiterati da parte degli stessi pm di eversione. E questo non è un cancro della democrazia?» chiedeva retoricamente il premier ai cronisti che lo attendevano fuori dall’aula del tribunale del capoluogo lombardo.
«Si sfoglino quelle pagine – esortava Giorgio Napolitano a Roma, rievocando le vicende del terrorismo e i magistrati caduti negli anni di piombo ai quali quest’anno la cerimonia era indirizzata – ci si soffermi su quei nomi, quei volti, quelle storie, per poter parlare responsabilmente della magistratura e alla magistratura, nella consapevoleza dell’onore che ad essa deve essere reso come premessa di ogni produttivo appello alla collaborazione necessaria per le riforme necessarie ». Il presidente accennava anche a «qualche dissennato manifesto» affisso «sui muri della Milano di Emilio Alessandrini e Guido Galli».
Un contrasto stridente, quasi straniante da vedere e pensare, ma un balsamo per le toghe vilipese e continuamente aggredite dal presidente del consiglio e anche dal ministro della giustizia, che dovrebbe difenderle. Ieri Angelino Alfano era ad ascoltare il capo dello Stato che parlava e, a differenza del suo quasi vicino di sedia Gaetano Quagliariello – tra loro Rosa Calipari – ha applaudito i passaggi più toccanti dell’intervento.
Le mani del vicepresidente del gruppo del Pdl al senato, invece, sono rimaste ferme mentre Napolitano ricordava i magistrati caduti e il rispetto che a loro si deve. Ha battuto in ritardo e svogliatamente le mani soltanto quando la voce del presidente si è rotta per la commozione («questo giorno della memoria che è entrato ormai nel nostro cuore») e tutta la sala è esplosa in un applauso fragoroso. Napolitano aveva anche disatteso il protocollo andando ad abbracciare i familiari delle vittime, uno ad uno.
L’aveva già fatto nel 2009, quando per la prima volta Licia Pinelli e Gemma Calabresi si erano incontrate nei saloni del Quirinale. Un evento fortemente voluto dal capo dello stato, che nel suo discorso aveva sottolineato la necessità di tributare «rispetto e omaggio per la figura di un innocente, Giuseppe Pinelli, vittima due volte».
Anche in quell’occasione la voce di Napolitano si era incrinata, e la vedova, come scrisse in un bellissimo libro, aveva provato «un tuffo al cuore». Mentre il presidente della repubblica si rivolgeva alle menti e ai cuori, richiamando i vertici delle istituzioni e i suoi servitori, Silvio Berlusconi affermava di non ricordare di aver parlato di «brigatismo giudiziario» ma di non poterlo escludere e tornava a chiedere una commissione d’inchiesta contro i pm milanesi. Daniela Santanchè, nel frattempo, definiva Ilda Boccassini «una metastasi». Poche le voci servizievoli che si sono levate ieri pomeriggio a difendere Berlusconi: è brevemente resuscitato Renato Brunetta per dire che le parole del capo dello stato non erano dirette al premier e che «la magistratura è un ordine» (non un potere, ndr); ha sostenuto l’insostenibile come sempre Ignazio La Russa, per il quale «se c’è qualcuno che parla bene dei magistrati, quello è proprio Berlusconi». Vittorio Feltri da Fede a Retequattro ha invece ammesso di non essere a conoscenza dell’esistenza della giornata della memoria, aggiungendo che è giusto commemorare i magistrati uccisi dalle Brigate Rosse.
In serata, puntuale, è arrivato il comunicato “riparatorio” di palazzo Chigi con “rilancio”: «Rispetto e gratitudine» per le vittime del terrorismo, unità ideale con le «nobili parole» di Napolitano e, infine, «impegno del governo a contribuire ad aprire tutti gli armadi della vergogna perché nessuna strage rimanga avvolta nel mistero».
Chiunque abbia consigliato Berlusconi, che sia Gianni Letta o Giuliano Ferrara, non sarà certo un comunicato a poter colmare l’abisso.

da Europa Quotidiano 10.05.11

"L´applauso è stato un malinteso quelle morti sconfitta anche per noi", di Roberto Mania

Dottor Gattegno, da tre anni lei ha la responsabilità del Comitato per la sicurezza della Confindustria. Perché sabato scorso a Bergamo avete applaudito l´amministratore delegato della Thyssen Herald Espenhahn, condannato a sedici anni e mezzo con l´accusa di omicidio volontario per la strage del 2007 in cui sono morti sei operai? Quali sono i meriti del signor Espenhahn, tali da giustificare un lungo applauso?
«Purtroppo io a Bergamo non c´ero. Tuttavia l´applauso c´è stato quando l´amministratore delegato della Thyssen, pur avendo subito una condanna così grave, ha detto che il suo gruppo continuerà a investire in Italia, paese nel quale Espenhahn vive con la sua famiglia. I suoi figli – ha detto – parlano meglio il dialetto ternano che il tedesco. Su questo punto è scrosciato l´applauso».
Veramente è stata la presidente Emma Marcegaglia a riferire a noi giornalisti dell´applauso senza far riferimento alle affermazioni di Espenhahn. La conferenza stampa si può rivedere anche sul sito del Sole 24 Ore, quotidiano della Confindustria, e la Marcegaglia dice testualmente: “Come forse sapete, era presente l´ad di Thyssen, Espenhahn. Ovviamente su questo punto è stato molto applaudito”.
«Io ho parlato con la presidente e mi ha detto che l´applauso è scattato forte quando Espenhahn ha ribadito la presenza del suo gruppo in Italia. È il punto a cui implicitamente fa riferimento la Marcegaglia. Le garantisco che questa è la versione vera. Versione confermata da diversi colleghi con cui ho parlato. Ogni morte sul lavoro è una sconfitta anche per le imprese».
Eppure ci sono imprenditori che sostengono di non aver applaudito e di essersi trovati in imbarazzo.
«Avremo parlato con persone diverse».
La Marcegaglia ha detto anche che la sentenza di Torino è un unicum in Europa con il ricorso al reato di omicidio volontario…
«Ha perfettamente ragione la presidente. Non c´è alcun paese europeo che abbia condannato per omicidio volontario un manager di un´azienda in cui si è verificato un incidente mortale».
Sì, ma la domanda è: non ritiene che sia un unicum nella civile e ricca Europa anche la strage alla Thyssen?
«Noi abbiamo sempre espresso la nostra vicinanza alle famiglie delle vittime. Non conosco la dinamica dell´incidente ma non siamo certo contrari alle sanzioni. Leggeremo le motivazioni della sentenza. Certo quando tutti noi comuni mortali parliamo di omicidio volontario pensiamo a qualcuno che tira fuori la pistola e ti spara. Lascio a lei ogni commento».
Ma lei avrebbe applaudito se fosse stato a Bergamo?
«Ho 67 anni e non mi scaldo quasi per nulla. Ma le ho già detto che l´applauso è stato fatto di fronte a un annuncio positivo. C´è stato un malinteso. Mi pare che questa vicenda sia stata strumentalizzata».
Da chi?
«No so. Non certo da me che non ero a Bergamo»

La Repubblica 10.05.11

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“Confindustria isolata su Thyssen, chiederà scusa”, di Roberto Mania

La Marcegaglia vedrà i familiari delle vittime. Ancora critiche da sindacati, Lega e Anm. Confindustria isolata. Gli applausi di sabato a Bergamo all´amministratore delegato della Thyssen, Herald Espnhahn, condannato a sedici anni e mezzo con l´accusa di omicidio volontario per la strage del 2007 nello stabilimento siderurgico di Torino nel quale morirono sette operai, hanno lasciato soli gli industriali. Tutti contro un gesto che continua ad apparire incomprensibile. E che – come ha detto l´ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano – «ha riaperto una ferita che si era chiusa con il processo».
Ieri il presidente della Regione Piemonte, il leghista, Roberto Cota, ha definito «sbagliatissimo» il gesto della Confindustria e l´ha invitata «a chiedere scusa». In qualche modo la cosa che farà nei prossimi giorni la presidente degli industriali, Emma Marcegaglia. Ieri lo staff della presidente si è messo in contatto con Antonio Boccuzzi, l´unico sopravvissuto alla tragedia, per fissare un appuntamento privato con i familiari delle vittime, ai quali la Marcegaglia intende spiegare come effettivamente sono andate le cose.
Intanto piovono ancora le critiche. Come quella dell´Associazione magistrati (Anm): «Si possono discutere tutte le sentenze – ha detto il segretario Giuseppe Cascini – , ma non facciamo entrare le curve da stadio nelle aule di giustizia». Che è poi un pezzo del ragionamento del segretario della Cgil, Susanna Camusso: «Confindustria ha sbagliato due volte. Ha sbagliato nel giudizio della sentenza, perché quello che è successo è stata una vera strage. E ha sbagliato anche nell´atteggiamento di chi, non condividendo nel merito una scelta, mette in discussione l´istituzione che l´ha fatta».
Il governo si è diviso: prevalentemente distaccato il Pdl ma non monolitico; critica, come si è visto, la Lega. Il ministro dello Sviluppo, Paolo Romani, se l´è cavata ritenendo «tendenzialmente improprio» l´applauso, mentre il titolare del Lavoro, Maurizio Sacconi, ha davvero buttato acqua sul fuoco: «Il caso è chiuso. La Cisl e la Uil hanno sottolineato quanto Confindustria e i sindacati stiano collaborando sui temi della sicurezza». Che questo non sia il problema l´ha detto anche il ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli: «Le sentenze non si commentano ma si rispettano e se qualcuno crede di aver subito una ingiustizia e ci sono sempre due gradi di giudizio».
Tensioni, dunque, che sono riemerse ieri sera a Torino in un convegno dove un gruppo di familiari delle vittime ha contestato l´avvocato della Thyssen fino a impedire la prosecuzione della discussione.

La Repubblica 10.05.11

"Sulla magistratura si acuisce il dissidio Quirinale-Palazzo Chigi", di Stefano Folli

Nella liturgia laica della Repubblica onorare le vittime del terrorismo, e tra esse i dieci magistrati che hanno pagato con la vita il loro servizio alle istituzioni, rappresenta un tipico momento di unità nazionale. Riporta idealmente agli anni Settanta, a quei momenti tremendi e dolorosi in cui la coesione prevalse sulle divisioni. Con eccezioni anche rilevanti, s’intende. E tuttavia non è un caso se nella memoria storica gli «anni di piombo» sono ancora oggi sinonimo di unità contro l’eversione e in difesa dei valori repubblicani.

A quel clima e a quel mondo di ieri si è ispirato Giorgio Napolitano. Del resto il capo dello Stato non ha mancato di sottolineare che ieri era il 9 maggio, trentatreesimo anniversario dell’uccisione di Aldo Moro. Questa ricerca insistita e persino commossa di elementi di unità, di momenti in cui il paese riesca a riconoscersi in una storia condivisa, rappresenta con ogni evidenza un messaggio che va in direzione opposta rispetto a uno scontro politico-istituzionale sempre più lacerante.

Sotto questo aspetto le parole di Napolitano non si riducono a un’esortazione e nemmeno a un vago rimbrotto, come crede Di Pietro. Piuttosto esse confermano il dinamismo davvero fuori dal comune di cui sta dando prova il presidente della Repubblica nelle ultime settimane, con interventi su tutti i temi. E fotografano un dissidio profondo e grave al vertice delle istituzioni.

Un dissidio che sta forse superando la soglia di guardia, perché l’anomalia è sotto gli occhi di tutti: al conflitto fisiologico maggioranza/opposizione si è via via sostituita la guerra asimmetrica tra governo e magistratura. E ci sono pochi dubbi che Berlusconi ha agito nel tempo per consegnare un ampio segmento dell’ordine giudiziario al ruolo di «oppositore politico». Era nel suo interesse questa radicalizzazione, così come è vero che qualche magistrato ha accettato di buon grado il ruolo di «supplente» di un’opposizione a suo avviso troppo timida.

Il risultato sono le sabbie mobili in cui sta naufragando il dibattito pubblico. È ovvio che in questa atmosfera non avremo alcuna riforma della giustizia. Una delle frasi del capo dello Stato è significativa al riguardo: «Rendere onore alla magistratura è la premessa della riforma». Come dire: prima va ricostruita una forma di concordia istituzionale, poi si procede a legiferare senza strappi. È stato ripetuto in varie occasioni: guai a delegittimare la magistratura. È un gioco troppo pericoloso.

Viceversa, complice anche l’atmosfera elettorale, il braccio di ferro non conosce tregua. Certo, ieri il presidente del Consiglio era a Milano, nell’aula del processo Mills. E in serata dichiarava di unirsi alle «nobili parole» dedicate da Napolitano alle vittime del terrorismo: riconoscendo che tra i magistrati si contano degli «eroi». Ma in precedenza Berlusconi aveva ribadito la proposta di una commissione d’inchiesta sull’attività delle procure. Il che non rappresenta una novità, perché il Pdl ne parla da anni. Tuttavia, metterla sul tavolo oggi, mentre lo stesso premier definisce «un cancro» certi pm e una sua stretta collaboratrice grida che la Boccassini è «una metastasi», comporta delle conseguenze.

In sostanza, la strana guerra civile continua. Logorando le istituzioni senza avvicinare di un passo le riforme necessarie. Anzi, offrendo un alibi a tutti i conservatori. Vedremo nei prossimi giorni, con gli occhi in particolare al voto di Milano.

Il Sole 24 Ore 10.05.11

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Berlusconi attacca i giudici mentre Napolitano li onora

Commozione al Quirinale, il Pdl spiazzato deve correggere il tiro. Ancora una volta, il capo dello stato è costretto a intervenire per tutelare la magistratura dalle «polemiche politiche indiscriminate», che hanno visto il loro culmine con i «dissennati manifesti» fatti affiggere dal candidato del Pdl Lassini a Milano. Napolitano ha fatto sentire la propria voce ieri, nel corso della celebrazione in memoria delle vittime del terrorismo.
Una voce rotta anche dall’emozione in un passaggio del proprio discorso. Ma proprio mentre il presidente della repubblica ricordava i giudici caduti vittime dei terroristi, Berlusconi, dopo aver partecipato per la prima volta a un’udienza del processo Mills, è tornato ad attaccare i magistrati milanesi, preannunciando la richiesta di costituire una commissione parlamentare d’inchiesta contro «il cancro» dei pm politicizzati, «per verificare se ci sia un’associazione con fine a delinquere».
E ci pensa Daniela Santanchè a indicare personalmente in Ilda Boccassini la «metastasi» da combattere. Parole che per il leader del Pd Pier Luigi Bersani rappresentano «follie verbali». Per provare a mettere una pezza all’ennesimo scontro con il Quirinale, palazzo Chigi diffonde poco dopo una nota ufficiale, nella quale il premier si unisce «idealmente alle nobili parole» di Napolitano e impegna il governo «ad aprire tutti gli armadi della vergogna perché nessuna strage rimanga più avvolta nel mistero».

da Europa Quotidiano 10.05.11