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"La peggiore delle metafore", di Francesco Merlo

Il rimando è alla violenza fisica, al bisturi, alla spietatezza del chirurgo. Dopo la parola “cancro” non c´è più spazio per le parole. Cancro è infatti la parola terminale, fuori dalla civiltà della democrazia, oltre la detestabilità del nemico. Berlusconi l´ha usata contro i magistrati e, in polemica ipocrita e contorta, contro il presidente Napolitano, dinanzi al quale non ha osato ripeterla. Al Capo dello Stato, che rendeva omaggio alla magistratura nel giorno dedicato alle vittime del terrorismo, Berlusconi ha notificato un complimento di circostanza: «nobili parole».
Lontano da lui ha invece formalizzato con un atto politico la sua fissazione e ha chiesto una commissione di inchiesta parlamentare contro «il cancro» appunto dei pm. Ha così portato il livello dello scontro alla sua soglia definitiva. La diagnosi di cancro è lo schiaffo che provoca i giudici al duello ed è un´insolenza malcelata dall´opportunismo di giornata verso Napolitano che non solo è il primo magistrato d´Italia, ma si è appunto espresso con parole opposte, solenni e commosse. Berlusconi inghiottiva lì quello che andava a sputare fuori.
Quale che sia la sua consapevolezza, il presidente del Consiglio ha infatti compiuto un passo verso la guerra civile perché, come ben sappiamo, dopo le legittime armi della critica si arriva alla funesta critica con le armi.
E non è finita qui. Attraverso il varco aperto da Berlusconi si è fatto largo il solito cavallo di Troia. La Santanchè, che non vuole mai restare indietro nella gara eversiva a chi la spara più grossa, ha addirittura individuato il fuoco del cancro in una persona. Per questa raffinata signora del berlusconismo «la metastasi» è Ilda Boccassini.
Ci stiamo abituando a tutto. E non facciamo in tempo ad abituarci a un peggio che subito arriva un pessimo. Sino a ieri la volgarità ci sembrava il limite estremo della prepotenza politica. E però l´insulto, il turpiloquio, il rutto sono antagonismo non curato, becerume che non attenta agli assi portanti della democrazia, che poi sono quelli che garantiscono diritto di cittadinanza al becerume stesso. La volgarità insomma è ancora dentro il rispetto dell´integrità fisica dell´avversario. Il cancro invece ti pone davanti non più un avversario e neppure un nemico che è ancora una persona da abbattere. Il cancro è una mostruosità da devastare: con il bombardamento chimico, con l´estirpazione, con qualunque mezzo cruento. Siamo alla preparazione psicologica della guerra civile. Con il cancro infatti non c´è più bisogno di discutere né c´è tempo di ragionare: bisogna agire presto.
Questo linguaggio che fa pensare a Berlusconi sul carro armato e con gli anfibi, agli esercizi militari in tuta mimetica mi spinge tuttavia a una domanda, alla più pacificata delle domande: perché il fragore di questo lessico invasato non viene percepito e, non dico coraggiosamente combattuto, ma almeno timidamente criticato dai galantuomini che – oso pensare – ancora stanno accanto a Berlusconi, nonostante tutto? È mai possibile che tra i molti avvocati, qualche economista, i tanti medici, tra tutti quei giornalisti «anarchici, esteti e situazionisti» , tra le belle signorine e signorini, tra gli appassionati ex missini statalisti, tra gli ex liberalsocialisti ed ex democristiani…, è mai possibile che in quella ganga di cervelloni scervellati siano ormai tutti assoggettati alla Santanché che ripete, papera papera, le invettive del capo e aggiunge rancore calcolato ai rancori incrostati del suo principale?
È mai possibile che nessun Letta e nessun Tremonti, nessun Maroni e nessuna Moratti gli dicano che non c´è più niente da ridere, e gli spieghino la scena su cui tutta l´Italia si è fermata, il presidente che piange e Berlusconi che ghigna? Forse stasera nella sua ‘Radio Londra´ Giuliano Ferrara potrebbe consegnare questo messaggio speciale: c´è differenza tra politologia e oncologia, e «cancro» è parlare tragico, è la parola compiaciuta della iena che ride sul corpo ferito della povera patria.

La Repubblica 10.05.11

Franceschini: «Il voto decreterà la fine del berlusconismo», di Simone Collini

Il voto di domenica e lunedì ha valenza locale, ma «se arrivasse un segnale di cambiamento dal Paese, potrebbe essere l`inizio della fine del berlusconismo». Dario Franceschini sa che in questi ultimi giorni di campagna elettorale Silvio Berlusconi cercherà di «alzare sempre di più il livello dello scontro per far diventare anche le amministrative un referendum pro o contro di lui». E il Pd, che pure sta usando come slogan sui manifesti di tutta Italia «un voto per la tua città e per il nostro paese», sta attento a non cadere nella trappola di personalizzare la sfida elettorale, insistendo però sul fatto che l`esito delle urne può servire a mandare «un segnale netto che così non si va avanti e deve cambiare l`agenda del Paese», per dirla con Pier Luigi Bersani.

E quindi, se è vero che «Berlusconi vuole evitare il confronto sui programmi e sulla qualità dei candidati», come dice il capogruppo dei deputati Democratici spiegandosi così l`attacco ai magistrati, è anche vero che «il dilemma Berlusconi sì Berlusconi no non è il problema degli italiani», come sostiene il leader del Pd, ma un Parlamento «sequestrato da mesi per occuparsi degli affari del premier» sì.

UN VOTO PER IL CAMBIAMENTO

Così, visto che la «compravendita» di deputati denunciata dall`opposizione ha dato i suoi frutti e impedisce un cambio di scenari attraverso il voto parlamentare, il centrosinistra punta sul voto di domenica e lunedì per arrivare a quello che Franceschini definisce «un cambiamento definitivo per il Paese». Dice il capogruppo del Pd alla Camera: «Dappertutto respiriamo un clima positivo perché abbiamo candidati e programmi credibili ovunque. Dall`altra parte, invece, c`è molta sfiducia e una forte tentazione di astensionismo perché il bilancio del governo di questi ultimi anni è stato fallimentare». Per questo le amministrative, al di là della scelta dei governi locali, sono «una grande opportunità»: «Dobbiamo parlare ai tanti elettori delusi del centrodestra e chiedere di fare un bilancio di questi tre anni di governo Berlusconi. Il centrodestra è partito con la maggioranza più solida mai avuta da nessun governo in Italia e non hanno realizzato ciò che avevano promesso. Non hanno dato alcuna risposta sui temi su cui avevano raccolto il consenso: le tasse non sono diminuite ma aumentate, sulla sicurezza hanno prodotto solo la stupidaggine delle ronde e tagliato i fondi alle forze dell`ordine, sull`immigrazione è bastata una piccola emergenza, meno delle 30mila persone giunte in Italia nel 2008 quando c`era Prodi al governo, per andare in crisi».

IL PESO DI DIVISIONI E SQUILIBRI IN TV

Sul fronte delle opposizioni l`ottimi- smo non manca, con Gianfranco Fini che prevede «qualche sorpresina» per Berlusconi dalle urne, e con il leader dell`Idv Antonio Di Pietro che sostiene che «se il risultato delle amministrative e poi dei referendum sarà contrario alle indicazioni del centrodestra, il capo dello Stato sarà autorizzato a sciogliere le Camere». Ma la cautela è d`obbligo, perché al primo turno centrosinistra e Terzo polo vanno divisi un po` ovunque (e in alcuni casi, tra cui quello di Napoli è il più eclatante, anche lo stesso centrosinistra si presenta con più candidati). E perché a pesare sull`esito delle urne sarà anche il modo in cui l`informazione televisiva, a cominciare da quella della Rai, si sta muovendo in questi giorni.

A poco è servito che nei giorni scorsi tutte le opposizioni unite (da Sel al Terzo polo) abbiano presentato l`ennesimo esposto all`Agcom per denunciare la violazione della par condicio e la «sovraesposizione» del premier in tv. Il week-end elettorale del premier ha «travolto tutte le regole della par condicio e non solo quelle», dice Roberto Zaccaria all`indomani della trasferta milanese del premier. Il coordinatore del gruppo di ascolto Pd sul pluralismo televisivo invita l`Agcom, al quale ha presentato un ricorso urgente ad occuparsene: «Ha davanti a sé una responsabilità enorme. È in gioco la sua credibilità complessiva.

Finora ha fatto solo richiami deboli e di principio. Se quel che è accaduto ieri fosse tollerato, verrebbe messa in dubbio la stessa regolarità delle elezioni».

L’Unità 09.05.11

Giorgio Napolitano: "Rendere onore alla magistratura premessa di ogni produttivo appello alla necessaria collaborazione per le riforme"

“La prova del lungo attacco terroristico con cui noi abbiamo dovuto fare i conti, specie negli anni della sua massima intensificazione, è stata quanto mai pesante e insidiosa per la coesione sociale e nazionale, e per le istituzioni democratiche nate sull’onda del movimento di Liberazione e ancorate ai principi della Costituzione repubblicana. E dunque il superamento di tale prova resta una pietra miliare nella storia dell’Italia unita : di qui la nostra inestimabile gratitudine a quanti hanno pagato con la loro vita, e il riconoscimento che meritano tutti quanti hanno condotto quella battaglia sapendo di doverla e poterla vincere”. Lo ha affermato il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel suo intervento celebrativo del Giorno della Memoria al Quirinale.

“L’appuntamento di questo 9 maggio – ha rilevato il Presidente Napolitano – ci offre l’occasione per sottolineare come è stata vinta la battaglia, come è stata superata la prova. Si è combattuto, sia chiaro, su molti fronti; si è vinto grazie alla fibra morale, al senso del dovere, all’impegno nel lavoro e nella vita civile che hanno caratterizzato servitori dello Stato e cittadini di ogni professione e condizione : proprio per quelle loro caratteristiche essi diventarono – nella aberrante ottica dei terroristi – bersagli da colpire, esempi da dare per fini disgregativi sia del tessuto della società sia della tenuta delle istituzioni”.

Nel riferirsi alla dedica della Giornata ai servitori dello Stato e in particolare dei magistrati, il Capo dello Stato ha puntualizzato: “Non c’è distinzione che possa suonare irrispettosa nel nostro omaggio alla memoria degli uccisi e dei feriti dai terroristi : siamo egualmente vicini a tutti e alle famiglie di tutti, qualunque ne fosse la posizione sociale o ne fossero le idee, e qualunque fosse la matrice ideologica – di estrema sinistra, prevalentemente, o di estrema destra, come nel caso di Vittorio Occorsio – degli atti terroristici di cui rimasero vittime”.

Il Presidente Napolitano ha quindi sottolineato che “se oggi poniamo l’accento sui servitori dello Stato, è per sottolineare come fu essenziale la loro lealtà alle istituzioni e come fu decisiva, contro il terrorismo, la battaglia sul fronte della giustizia penale. Quella battaglia fu vinta grazie al concorso e, nei casi estremi, al sacrificio di tutti i soggetti impegnati nelle attività investigative e nei percorsi processuali : magistrati – pubblici ministeri e giudici – uomini della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri, come Ciriaco Di Roma, Antioco Deiana, Raffaele Cinotti – ricordati dinanzi a noi con tanta commozione e forza dai loro congiunti – ed egualmente avvocati fedeli al loro mandato e cittadini prescelti come giurati che non si lasciarono intimidire. Sul fronte della giustizia la battaglia fu vinta – ecco il come più importante – in nome e nel rispetto della Costituzione e dello Stato di diritto, retaggio prezioso e irrinunciabile della lotta antifascista e della Resistenza”.

Il Presidente Napolitano si è chiesto :”C’è forse bisogno di ritornare sulla gravità del pericolo estremo rappresentato dall’offensiva brigatista, giunta fino alla sfida inaudita della cattura, della strage della scorta e dell’uccisione di uno dei maggiori uomini di Stato e leader politici italiani? E colgo l’occasione per rivolgere “un riverente pensiero – stringendomi con affetto ai suoi famigliari – alla grande figura di Aldo Moro, brutalmente soppresso il 9 maggio di 33 anni orsono, sul cui dramma umano e sui cui tormentati pensieri nel buio della prigione viene ora gettata nuova luce grazie a ulteriori ricerche e approfondimenti. O c’è forse bisogno di richiamare – l’ha fatto comunque, e impeccabilmente, qui il Presidente Lupo – il modo in cui i dieci magistrati che oggi ricordiamo e onoriamo, nome per nome, ‘esercitarono giurisdizione: con la consapevolezza e la serenità di chi ha di fronte non nemici o avversari da sconfiggere, ma cittadini imputati da giudicare’? Di qui la grande lezione, che ci fa parlare di una prova aspra e cruda superata dall’Italia unita, uscitane perciò rafforzata nella sua coscienza nazionale, nelle sue istituzioni repubblicane, e quindi nelle sue risorse morali, indispensabili per far fronte con successo alle nuove prove che ci attendono. La lezione è chiara e ha segnato un passaggio decisivo nella nostra storia nazionale : abbiamo dimostrato di essere una democrazia capace di difendersi senza perdersi, capace di reagire ad attacchi e minacce gravi senza snaturarsi”.

Il Capo dello Stato ha ringraziato il CSM e il suo Vice Presidente per l’opera composta in segno di omaggio alla memoria di Vittorio Bachelet e di tutti i magistrati uccisi dal terrorismo e dalle mafie: “Si sfoglino quelle pagine, ci si soffermi su quei nomi, quei volti, quelle storie, per poter parlare responsabilmente della magistratura e alla magistratura, nella consapevolezza dell’onore che ad essa deve esser reso come premessa di ogni produttivo appello alla collaborazione necessaria per le riforme necessarie. E sia in noi tutti chiara e serena la certezza che le pagine di quest’opera, i profili e i fatti che presenta, le parole che raccoglie sono come pietre, restano più forti di qualsiasi dissennato manifesto venga affisso sui muri della Milano di Emilio Alessandrini e Guido Galli, e di qualsiasi polemica politica indiscriminata”.

www.quirinale.it

Bersani: «Un patto con le imprese o l'Italia affonda», intervista di Teresa Bartoli

Non cerca la «santa alleanza» ma avverte: «Se Berlusconi va al Quirinale, non rincorro lui ma chi ha fatto lo schizzinoso sulle larghe convergenze»: il segretario del Pd Pier Luigi Bersani offre un «confronto per dimostrare che esiste una alternativa valida al centrodestra» anche a Confindustria e parti sociali. «In nome della ricostruzione del Paese».

Napoli è lo specchio di quel che accade a livello nazionale: un Pd diviso all’interno di un’opposizione che va in ordine sparso. Perché gli elettori dovrebbero punire Berlusconi e non chi non è in grado di offrire una alternativa valida?
«Napoli ha una storia a sé, vicende molto tribolate nelle quali il Pd ha vissuto passaggi certamente difficili. Detto questo, a Napoli si vede anche un Pd in grado di reagire e mettersi generosamente al lavoro per offrire una soluzione per la città: nessuno meglio di Morcone può far valere esperienza e risultati utili al governo di una città così difficile. Che non possiamo consentire venga consegnata alla filiera berlusconiana. Serve un governo che abbia forte autonomia, spina dorsale e rigore morale.

Il Pd oggi generoso è lo stesso che Rosa Russo Jervolino dice di non aver mai sentito al suo fianco?
«È una storia lunga e complicata, in cui anche Rosetta ha avuto le sue, anche giustificate, amarezze. Ma ora dobbiamo guardare avanti, Napoli è sommersa dai rifiuti. E a proposito di miracoli, il centrodestra governa a Roma, ha Provincia e Regione e la spazzatura è lì. Ringrazio i soldati ma non sfuggirà nemmeno a loro che son lì prevalentemente e transitoriamente per le tv. Come furono mandati a Milano a spalare la neve da La Russa, a maggior gloria del centrodestra».

Propone rigore morale, Ma, denunciati i pericoli del voto inquinato, quando Maroni ha annunciato una legge per garantire liste pulite lo avete attaccato.
«Sinceramente, gli ultimi due giorni di Maroni non mi sono piaciuti neanche un po’. Per due episodi inaccettabili. Discutiamo pure di nuove leggi ma intanto non guasterebbe darsi dei codici e non mettere in lista certa gente: sono rimasto sconcertato nel leggere quella singolare proprietà transitiva per cui Maroni garantisce per Lettieri e Lettieri per Cosentino. Maroni sa benissimo, se vuol essere onesto, chi può garantire la moralità a Napoli: ha nominato lui Morcone capo dell’Agenzia per i beni confiscati alle mafie. Se poi il giorno dopo, addirittura, a Bologna annuncia che fa l’accordo sulla sicurezza solo se vince il leghista, arrivederci».

È vero che Napoli ha una storia particolare, ma la stessa divisione l’opposizione l’ha squadernata nel voto voluto sulla missione in Libia.
«È la Lega che ha aperto una questione politica e non potevamo certo restare muti. È emerso con nettezza che non si trattava di una questione internazionale ma di comporre il dissidio internazionale tra Arcore e via Bellerio. Quasi una pagliacciata se la vicenda non fosse drammatica. E il prossimo missile che parte sarà targato Lega, visto che non è cambiato nulla se non l’aver dato l’impressione di voler esser sia quelli che lanciano i missili sia quelli che fanno i baciamano».

Eppure il governo regge e raggranella voti. Persino la richiesta di Napolitano di far chiarezza sulla nuova maggioranza, è interpretata da Bossi come l’occasione per dimostrare che il governo c’è.
«Oggi la tendenza è quella al disamore crescente, anche in chi li ha votati, e ad un indebolimento forte. Misureranno un voto in più o in meno ma stiamo al punto: quello che ha denunciato il presidente della Repubblica, detto in parole povere, è il famoso ribaltone, il teatrino della politica, portato all’eccesso, contro cui Berlusconi si è sempre scagliato. Non so fin quando gli elettori leghisti berranno le leggende che gli raccontano nelle valli: tanti voti di fiducia sono segno di debolezza, vittorie di Pirro che lasciano la maggioranza sempre più ammaccata».

Però dalla sua assemblea la Confindustria, pur critica, non ha infierito sul governo. È spaventata dalle vostre proposte fiscali?
«C’è sicuramente un elemento di giudizio e pregiudizio. Con i governi dell’Unione abbiamo fatto interventi a favore dell’impresa enormemente superiori a quelli del centrodestra ma, certo, accompagnati da messaggi di disistima, e siccome non di solo pane vive l’uomo… Ma non avevo mai visto una riunione di Confindustria a porte chiuse, per l’esigenza, evidentemente, di dirsene un po’. È un fatto nuovo ed importante. Il Paese sta andando avanti con il pilota automatico, senza un governo che intervenga ed io ad industriali e forze sociali dico che abbiamo proposte sulle quali siamo pronti ad un confronto. Per far crescere la fiducia nella possibilità di un’alternativa».

Evidentemente manca proprio la fiducia. Come ha detto Napolitano, l’opposizione, per diventare governo, deve offrire una alternativa credibile e praticabile.
«Noi abbiamo già governato, non siam mica degli avventizi. E Napolitano è la prova vivente che il centrosinistra non solo è in condizione di far governo ma anche di offrire presìdi alla Costituzione come nessun altro. La destra ha vinto un po’ ovunque, compresa l’Italia, promettendo meno tasse, lotta all’immigrazione, meno Stato. La ricetta è piaciuta ma i risultati sono quel che sono e siamo al punto di svolta: non ci si crede più ma non ci si è ancora staccati. Il mutamento di opinione va incoraggiato con una proposta di governo».

Intanto il risultato è un doppio ultimatum al Pd: Casini vi dice di rompere a sinistra, Vendola di chiudere ai centristi.
«Il Pd ha il diritto-dovere di presentare un progetto agli italiani. Da discutere innanzitutto con il centrosinistra ma lanciando anche un appello al confronto alle forze moderate in nome della ricostruzione del Paese. Nessuno tiri la giacca al Pd ma dica cosa propone. Senza ignorare che, con questa legge elettorale, chi prenderà il 35, 36 per cento e dunque un voto in più alla Camera, eleggerà il presidente della Repubblica. Teniamone conto, prima di fare gli schizzinosi in tema di larghe convergenze».

Una santa alleanza per sbarrare la strada del Colle a Berlusconi?
«Io non voglio sante alleanze difensive, come dice Casini. Ma avverto: attenzione, se Berlusconi fa il presidente della Repubblica, io non rincorro lui ma chi è stato schizzinoso».

Il Mattino 09.05.11

"Processo al boia di Novi Sad", di Andrea Tarquini

Sandor Kepiro, ex gendarme ungherese, è l´ultimo nazista chiamato a rispondere della strage nella quale morirono più di 1200 tra ebrei, serbi e rom. A 97 anni si è presentato in aula: “Ho solo eseguito ordini”. I parenti delle vittime protestano ma per l´ultradestra è diventato un simbolo. Il 23 gennaio 1942 Budapest invase la Jugoslavia al grido “pulizia etnica e politica”
“Io ubbidii ai miei capi, non ho ucciso nessuno”, dice alla Corte tremando e con un filo di voce. All’esterno i cartelli degli attivisti: “Ma come fai a dormire tranquillo?”

Budapest. (…) È cominciato così, l´altro giorno nella bella Budapest illuminata dal sole di tarda primavera, l´ultimo processo a un presunto criminale nazista. Kepiro era il primo nella lista del centro Wiesenthal, solo le indagini del suo dirigente, Efraim Zuroff, hanno portato alla sua cattura e al processo. E oltre sessant´anni dopo la disfatta dell´Asse, è qui nella magnifica capitale sul Danubio inondata dal sole di primavera che, come in una post-Norimberga, l´Europa rifà per l´ultima volta i conti con la sua Storia di complice dell´Olocausto.
Sala austera, scranni in vecchio legno come in un´università decaduta, e per l´imputato una semplice sedia in legno con braccioli e il microfono davanti. Comincia così l´appendice di Norimberga. Kepiro arriva portato a spalla da parenti e amici, sembra non farcela a camminare. Quando entra in aula (la seduta è pubblica), una ventina di neonazisti ungheresi in uniforme scattano sull´attenti, vogliono salutarlo come il loro eroe. Fuori, attivisti della comunità ebraica lo accolgono in un altro modo: le stelle gialle sul petto, e cartelli: “Come fai a dormire tranquillo?”. Due visioni della Memoria si confrontano, nella vecchia aula numero uno di Fo Utca.
La Memoria tramandata dai rapporti dell´Intelligence service britannico è atroce. Era il 23 gennaio 1942, l´Ungheria del dittatore antisemita Miklos Horthy era dall´inizio alleata entusiasta dell´Asse. Partecipò all´aggressione contro la Jugoslavia, occupò territorio jugoslavo e lo annesse, come “parte millenaria del suolo magiaro”. C´era anche la città di Novi Sad, melting pot balcanico della convivenza tra serbi, croati, magiari, ebrei. All´attiva, efficace resistenza dell´Avnoj, l´esercito partigiano di Tito, gli occupanti ungheresi reagirono con una rappresaglia brutale. «Pulizia etnica e politica, ripulire Novi Sad da rifiuti e spazzatura», era l´ordine venuto dall´alto. Gendarmi e soldati pattugliarono ovunque, Kepiro era capitano della Csendorség. «Mi arruolai volontario per dovere patriottico, non per soldi», assicura. In aula è stanco, sbadigliante ma attento e sveglio. Sul vecchio vestito grigioverde spuntano sul bavero i distintivi e le decorazioni della Gendarmeria, guadagnati sul campo.
«Imputato, può sentirmi? Le leggerò i capi d´accusa», scandisce il giudice Varga. «Sì…sì, la sento», risponde il vecchietto alla sbarra. Con una mano si spinge il microfono auricolare nell´orecchio, con l´altra si stringe il pannolone anti-incontinenza tipico degli anziani arrivati a un´età cui le vittime di Novi Sad non giunsero. Tossisce, serra i braccioli della sedia con le mani rugose, ha un tremito ai piedi coperti da vecchie belle scarpe fatte a mano, l´ex capitano Kepiro, mentre il giudice legge i resoconti. Zsolt Falvai, il giovane pubblico ministero, ascolta impassibile. «Voi gendarmi e i militari arrivaste a Novi Sad decisi a eseguire gli ordini. Chiedeste ordini scritti ma agiste comunque», dice il giudice. «Sì, la sento”, replica Kepiro grattandosi il naso rugoso.
L´operazione iniziò all´alba. Gendarmi e soldati ungheresi rastrellarono ogni strada, avevano in tasca liste nere stilate con precisione, da Budapest e dalla Gestapo. «Io ubbidii semplicemente agli ordini, io non uccisi nessuno», assicura Kepiro parlando tremante. Testimoni lo accusano di aver fatto caricare di persona almeno 30 civili su un camion, verso il Centro di raccolta e interrogatori. Là venivano portati, anche se identificati prima dai gendarmi. Poi si proseguiva verso le rive del Danubio. «Era un inverno duro, venti o trenta gradi sotto zero», legge ancora il giudice. «Mi sente, imputato?». «Sì, a fatica», mormora il vecchietto con i distintivi nazionali sul liso abito elegante.
Vennero in corsa granatieri e artiglieri magiari ad aprire falle sul Danubio ghiacciato, come in memorabili sequenze raccontò il grande Miklos Jancso, il padre del cinema ungherese moderno, in Hideg Napok, i giorni freddi: buchi nel ghiaccio per gettare nell´acqua gelida donne, vecchi e bambini. Moribondi dopo un colpo alla nuca ma spesso ancor vivi, milleduecento e oltre.
«Io fui solo un patriota, non uccisi mai nessuno, salvai anche persone come una famiglia intera», si difende il vecchietto tremando sulla sua sedia d´imputato. Alcuni suoi seguaci, vecchi nostalgici, lo attorniano nella pausa, gli portano da bere, gli regalano vecchi giornali d´epoca della gendarmeria di Horthy. Una giovane bionda sexy dell´ultradestra, jeans aderenti, stivali tacco a spillo e t-shirt che lascia l´ombelico scoperto, si avvicina e lo carezza. Il difensore, avvocato Zsolt Zétényi, ci parla: «Lui è innocente, non ci sono prove. La gendarmeria era un´istituzione rispettata. E la Vojvodina era storicamente ungherese da secoli. E poi combattevamo contro i bolscevichi di Tito. Zuroff dovrebbe capire che il suo accanimento contro il mio cliente può danneggiare i rapporti tra ebrei e non ebrei».
L´avvocato Zétényi parla duro e chiaro, sotto la toga da seduta indossa un costume tradizionale, simbolo nazionalista come le uniformi nere che i giovani ultrà sfoggiano sui banchi del pubblico con addosso badge delle croci frecciate, della Guardia magiara e della “Resistenza nazionale magiara”. In strada quando ti riconoscono come giornalista si fanno avanti minacciosi, ti chiedono «da dove vieni a parlar male della nostra patria», e devi rispondere loro God save the Queen o God bless America per fermarli, non puoi aspettare una polizia assente.
«Lei eseguì ogni dettaglio dell´operazione», insiste il giudice. «Eseguii solo gli ordini», replica l´imputato tremando. «Poi lo stesso governo ungherese ci processò perché in cambio d´un processo sul massacro offrì trattative a Londra». Troppo tardi: armi e istruttori del Regno Unito consentirono a Tito di resistere all´Asse. Nel 1945 Budapest cadde in mano all´Armata rossa. L´Ungheria non ebbe né un Badoglio né un congiurato anti-Hitler come von Stauffenberg a Berlino. Kepiro riuscì a scappare in Austria, poi in Argentina. Nel 1996, sentendosi sicuro, tornò a Budapest. «Finalmente rividi la patria», disse. Era un vecchietto tranquillo, dicevano i vicini, «cucinava così bene il pollo alla paprika per tutti». Abitava in un appartamentino davanti a una sinagoga. Efraim Zuroff che l´ha scovato riceve ogni giorno e-mail minatorie da neonazisti amici di quei giovanotti in nero all´entrata del tribunale: «Zuroff, non mettere più piede sul sacro suolo magiaro se tieni alla tua pelle». E l´altro giorno, manifestanti dell´ultradestra hanno bruciato in piazza bandiere israeliane. La polizia del governo nazionalconservatore di Viktor Orban, sempre vigile contro media e magistrati, non ha mosso un dito contro quel rogo.

Repubblica 9.5.11

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“È giusto giudicarlo anche se è un vecchio. L’ultimo nazista”, di Efraim Zuroff

Se mai occorreva una prova di quanto fosse importante il processo al dottor Sandor Kepiro per la società ungherese contemporanea, questa è arrivata venerdì scorso, il secondo giorno del procedimento giudiziario contro il novantasettenne ex ufficiale della gendarmeria accusato di crimini di guerra commessi nel corso di uno sterminio di massa attuato dai soldati ungheresi il 23 gennaio 1942 nella città serba di Novi Sad, allora sotto occupazione ungherese. La prova è arrivata quando gli ultranazionalisti ungheresi, rispondendo all´invito di un sito web dell´estrema destra locale, si sono radunati per assicurare sostegno all´anziano “patriota” ungherese, oggi alla sbarra per il ruolo ricoperto nel massacro di almeno 1.246 abitanti di Novi Sad, ebrei, serbi e rom. Questo è il succo del dramma in corso nella corte distrettuale di Buda, dove Kepiro è il primo criminale di guerra/collaboratore locale nazista a essere processato in Ungheria dai tempi della transizione alla democrazia seguita alla caduta del comunismo.
Gli opposti schieramenti, nell´attuale dibattito politico in Ungheria, considerano questo caso in modo diametralmente opposto. Kepiro non nega di essere stato di servizio come ufficiale della gendarmeria ungherese di Novi Sad, quel giorno. Dentro di me non ho mai dubitato che Kepiro dovesse rispondere del ruolo avuto nel massacro di Novi Sad ed espiare la sua colpa. Tuttavia c´è anche chi crede che giacché egli ha 92 anni, è in ogni caso troppo tardi per fare giustizia. Non manca poi chi ritiene che in fondo il suo ruolo si sia limitato semplicemente a quello di un patriota ungherese, impegnato a svolgere un´operazione per proteggere le truppe degli occupanti dalle minacce dei partigiani o dei terroristi.
Le mie risposte a queste argomentazioni potrebbero essere di due tipi: il primo ha a che vedere con le circostanze specifiche del massacro di Novi Sad; il secondo si riferisce a tutti i casi di ex criminali di guerra nazisti o collaboratori. Nel primo caso è evidente che il massacro di Novi Sad non aveva niente a che vedere con una palese minaccia proveniente dai partigiani, in quanto in pratica tutti gli assassinati furono bambini piccoli, uomini anziani, donne e altri civili senza alcun rapporto con le attività della resistenza. Per quanto riguarda l´età di Kepiro e gli anni trascorsi da quando quel genocidio fu commesso, la penso così: 1) il tempo trascorso da allora non diminuisce in alcun modo la colpa degli assassini; 2) l´età molto avanzata non dovrebbe costituire una protezione per chiunque abbia commesso crimini così esecrabili contro civili indifesi; 3) ogni vittima dei nazisti e dei loro alleati merita che si faccia lo sforzo di cercare di individuare coloro che trasformarono in vittime uomini, donne e bambini innocenti, e che essi siano costretti a rispondere dei loro crimini; 4) Il fatto che questi criminali siano assicurati alla giustizia oggi, manda un messaggio molto potente: se si commettono crimini così esecrabili, lo sforzo di assicurare alla giustizia i responsabili proseguirà anche per molti decenni.
La vera questione, pertanto, non è l´età di Kepiro, bensì il suo attuale stato di salute fisica e mentale. Da questo punto di vista egli è sicuramente in grado di affrontare l´iter giudiziario. Se la sua salute sarà a tal punto buona da potermi citare per diffamazione (tutto sommato gli ho dato del criminale di guerra/collaboratore nazista) come per altro ha fatto, e di concedere interviste nelle quali afferma la propria innocenza, allora non esistono presupposti legittimi di ordine legale o etico per ignorare il fatto che egli stesse vivendo da colpevole impunito a Budapest.
Considerata la situazione attuale in Ungheria, e specialmente l´irritante successo elettorale alle ultime consultazioni del partito di ultra-destra Jobbik – che ha un´evidente agenda antisemita e anti-rom, e che ha espresso ufficialmente forti simpatie e nostalgia per il passato fascista dell´Ungheria nella Seconda guerra mondiale – il caso Kepiro lancia un messaggio molto potente: antisemitismo e xenofobia possono portare a violenze dalle conseguenze terribili. È questo ad aver portato decine di giovani membri della Faith Church ungherese a indossare la stella gialla e a presentarsi davanti al tribunale a sostegno di chi sta processando Kepiro il giorno dell´inizio del dibattimento. Ed è ancora questo a spiegare perché i loro antagonisti dell´estrema destra si siano precipitati a prendere le difese di Kepiro il giorno successivo, quando il futuro politico dell´Ungheria era, per così dire, sospeso.
Non possiamo che auspicare che la giustizia prevalga e che il tribunale non soltanto condanni e punisca Kepiro, ma infligga anche un colpo mortale alle forze dell´intolleranza, del razzismo e dell´antisemitismo che minacciano il futuro democratico dell´Ungheria.
Traduzione di Anna Bissanti

La Repubblica 09.05.11

"Il Quirinale elogia la prova d’accoglienza" di Alessandra Arachi

È sera tardi quando dal Colle del Quirinale viene diramata la dichiarazione. Il presidente Giorgio Napolitano ha seguito con viva partecipazione l’incredibile epopea dei naufraghi arrivati ieri a Lampedusa. E lo si percepisce dalle sue parole, dirette. Intense. Ha scritto il capo dello Stato: «Desidero esprimere sincera ammirazione per le forze dell’ordine e per i volontari che hanno salvato centinaia di profughi africani, uomini, donne e bambini, giunti in condizioni disperate nei pressi di Lampedusa» . Il presidente Napolitano ha saputo che lo sforzo per salvare i profughi è stato collettivo e, soprattutto, spontaneo, molti i cittadini comuni che si sono buttati in mare per improvvisate operazioni di salvataggio. Il capo dello Stato fa sapere di guardare con apprensione a questa nuova ondata di sbarchi, e rivolge un suo appello all’Europa: «In questi giorni partono dalla Libia imbarcazioni al pericolo del naufragio e della morte, per iniziativa di trafficanti criminali senza scrupoli e nella complicità di autorità irresponsabili. L’Italia sta dando prova di solidarietà e spirito di accoglienza; tocca all’Europa fare la sua parte e operare perché la Libia si dia un governo consapevole delle sue responsabilità» . Da Bruxelles è stata Cecilia Malmström, commissaria europea agli Affari interni, che ieri ha seguito la tragedia sfiorata nel mare di Lampedusa, ad intervenire. E in una nota ha voluto prendere l’impegno per garantire l’intervento concreto dell’Unione europea. Ha detto la Malmström: «Sto seguendo costantemente il deterioramento della situazione umanitaria in Libia. E i resoconti di uomini, donne e bambini dell’Africa subsahariana, costretti ad abbandonare il Paese dal regime di Gheddafi, sono particolarmente preoccupanti.» . P e r q u e s t o C e c i l i a Malmström ritiene che «ci sia bisogno di un’azione concertata per facilitare la rilocazione e l’insediamento dei nordafricani in cerca di protezione internazionale» . La commissaria europea garantisce che «l’Unione europea è pronta ad assicurare anche aiuto finanziario: ricordo che il prossimo 12 maggio la questione dell’immigrazione verrà affrontata in una riunione apposita con i ministri dei 27 Stati membri» . Cecilia Malmström ha voluto infine esprimere la sua «ammirazione» alle autorità italiane per il salvataggio degli oltre cinquecento rifugiati arrivati ieri a Lampedusa.

Il Corriere della Sera 09.05.11

"La guerra delle prove Invalsi. In alcune scuole faranno media", di Alessandra Migliozzi

Da domani 2 milioni di studenti alle prese con i test.Istituti divisi tra sì e boicottaggi. Più tempo per rispondere. Prove Invalsi al via. Da domani e fino a venerdì oltre due milioni di studenti si cimenteranno con i test di valutazione nazionale che misurano le capacità di apprendimento degli alunni in matematica e italiano. I ragazzi delle seconde superiori partecipano per la prima volta. Alle medie e elementari il quiz è prassi. Ma quest’anno in alcune scuole la prova farà media in pagella: sarà contata come un compito in classe. Non c’è obbligo di legge che lo preveda, ma istituti come la media Settembrini di Roma, hanno deciso di sfruttare l’occasione per poter interrogare i loro ragazzi. In altre realtà, invece, è guerra ai test. Mentre il ministro Gelmini annuncia di voler portare la prova Invalsi alla maturità «dal 2012», decine di collegi docenti hanno deciso di boicottarla. Il ministero ha stigmatizzato la scelta, ma non prevede l’invio di ispettori.
Da domani e fino al 13 dovranno cimentarsi con domande di matematica e italiano poco più di 1 milione di ragazzini di seconda e quinta elementare, 570mila alunni di prima media, 530mila ragazzi delle seconde delle superiori. E ci sono novità: per la matematica, spiega Roberto Ricci, responsabile del Servizio nazionale di valutazione dell’Invalsi, «ci saranno più prove argomentative, come hanno sollecitato i docenti. In generale ci saranno più domande a risposta aperta sia in matematica che italiano». Anche per schivare l’accusa di testificio più volte piombata sull’Invalsi. E «saranno più lunghi i tempi per rispondere». In seconda primaria i minuti per materia passano da 30 a 45, in quinta elementare e prima media da 60 a 75. Alle superiori c’è un’ora e mezza per materia.
I test partono in un clima rovente. Con i Cobas che fanno campagna per boicottarli («sono un tentativo malcelato di valutare i docenti»), genitori che annunciano di non portare i figli a scuola e studenti, come quelli del collettivo romano Senza Tregua, che si preparano a consegnare in bianco. «Per noi – dicono da Senza Tregua – è illegale utilizzare i test per la valutazione interna. In licei di Roma come il Giulio Cesare, l’Orazio, l’Albertelli consegneremo in bianco o non entreremo in classe. Le prove non sono obbligatorie. Poi c’è un problema di privacy: si deve rispondere anche a domande su dati sensibili e le schede non sono anonime».
I collegi docenti sono divisi: ci saranno scuole che non faranno i test, come il liceo De Chirico di Roma, altre dove solo una parte delle classi aderirà, altre dove la partecipazione sarà massiccia. Alla Maffi di Roma molti insegnanti erano per il no, i favorevoli si sono opposti e vogliono andare avanti da soli. Al De Chirico «i professori hanno optato per il no – dice il vice preside – ma prima o poi ci dovremo adattare». In altre scuole la polemica è talmente superata che la novità è un’altra: il risultato del test entra in pagella. «Da noi – spiega Massimo La Rocca, preside della media Settembrini di Roma – 300 ragazzi faranno la prova. Per dare maggiore serietà a questo evento lo scritto Invalsi sarà utilizzato come se fosse un normale compito in classe. Noi crediamo in questo strumento». Anche alla scuola media Boccioni, ancora a Roma, spiega la preside Alessandra Sistopaoli, la prova verrà valutata «come un normale compito. Daremo un voto che farà media con gli altri».
A Milano lo stesso avverrà alla scuola media Manara: «Il voto sarà conteggiato – dice il preside Alfredo Scotto – perché frutto del lavoro degli alunni». Intanto dal rapporto presentato dalla rivista Tuttoscuola emerge un dato preoccupante: la dispersione scolastica è in aumento dopo i primi due anni delle superiori, anche se meno al Sud. I dati dicono che a fine 2007 avevano abbandonato in 95 mila (il 15,4%). A fine 2010 sono stati 103 mila, il 16,7%.

Il Messaggero 09.05.11

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“Tanti insegnanti hanno detto no. Dubbi sull’efficacia dei questionari”, di A. Mig.

Spaccatura profonda al terzo circolo didattico di Bologna: il collegio docenti non è riuscito ad arrivare ad una posizione unanime sui test. Lo conferma il dirigente Stefano Mari. Spaccatura profonda al terzo circolo didattico di Bologna: il collegio docenti non è riuscito ad arrivare ad una posizione unanime sui test. Lo conferma il dirigente Stefano Mari.
Quindi cosa accadrà, preside?
«Accadrà che ci saranno classi dove le prove si faranno e altre dove non si faranno. Poiché non siamo arrivati ad una posizione abbastanza condivisa e unanime e poiché le prove passano sul lavoro fisico e materiale dei docenti, ho lasciato a loro la libertà di scelta. Nella nostra delibera del collegio docenti abbiamo scritto che non ci sentiamo vincolati allo svolgimento e che lasciamo libertà agli insegnanti».
Cosa contestano i docenti contrari alle prove Invalsi?
«Le cause del no sono molteplici. Il timore di fondo è che i dati delle prove diventino un database per valutare i docenti. E siccome lo strumento in sé è criticato l’idea che diventi un mezzo per dare giudizi anche agli insegnanti spaventa. Poi ci sono ragioni di ordine contrattuale: ad oggi non c’è nessun compenso aggiuntivo per chi deve svolgere materialmente i test e correggerli. In generale, comunque, questo strumento di valutazione non convince tutti, anche perché i test sono stati rimessi in discussione pure in paesi dove erano molto radicati».

Il Messaggero 09.05.11

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Scuola, prof verso il boicottaggio “Quei test un´inutile schedatura”, di Salvo Intravaia

Domani al via i quiz di valutazione in 100mila classi Cresce la contestazione contro il sistema Invalsi: “Una violazione della privacy dei ragazzi”. Iniziative di protesta anche di studenti e genitori. Al via tra le polemiche le prove Invalsi 2011. Da domani mattina, per tre giorni, oltre due milioni di bambini e studenti italiani saranno chiamati a cimentarsi con i questionari di Lettura e Matematica predisposti dall´Invalsi: l´Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e formazione. L´obiettivo è quello di saggiare il livello di preparazione degli alunni italiani in due aree scandagliate anche dai test Ocse-Pisa che ci vedono tristemente nelle zone basse della classifica internazionale. Ma su questa tornata di Rilevazione degli apprendimenti incombe la protesta degli insegnanti e di interi collegi dei docenti. Quest´anno, anche presidi, genitori e studenti mostrano di non gradire troppo il “censimento” che passerà in rassegna le competenze in Lettura e Matematica dei bambini delle seconde e quinte elementari, dei ragazzini delle prime medie e, per la prima volta, degli studenti del secondo anno delle scuole superiori: in totale 2 milioni di alunni. E alla fine potrebbero mancare all´appello parecchie delle 100 mila classi italiane previste dall´indagine. Uno scontro di quelli duri che ha richiesto l´intervento della ministra dell´Istruzione, Mariastella Gelmini, che qualche giorno fa, nel corso di una presentazione, ha fatto capire che non intende fermarsi. «Dall´anno prossimo – rilancia – potremo applicare il test Invalsi anche all´esame di maturità».
Per comprendere i motivi di questa levata di scudi, lanciata dai Cobas un paio di mesi fa, basta leggere uno dei tanti volantini che si passano i docenti italiani in questi giorni. In dodici punti i comitati di base della scuola spiegano perché bisognerebbe dire No alle prove Invalsi, di cui mettono in discussione perfino la «scientificità» e la «validità statistica». «Sono la premessa – spiega Piero Bernocchi, portavoce nazionale dei Cobas – alla valutazione e gerarchizzazione retributiva dei docenti, esasperano la competizione e non servono neppure a migliorare la qualità della scuola». Inoltre, «le prove non sono affatto anonime e permetteranno una tracciabilità delle performance dai 7 anni in su: di fatto una schedatura delle competenze di massa e prolungata nel tempo». Tutte motivazioni che hanno convinto migliaia di insegnanti, visto che i collegi dei docenti che hanno deliberato di boicottare le prove sono parecchi.
Del resto, l´impresa non era difficile. Da mesi si discute sulla obbligatorietà o meno per i docenti di partecipare alla somministrazione e alla successiva correzione dei questionari: mansione che non rientra negli obblighi contrattuali dei docenti. Anche un gruppo di presidi – Giancarlo Della Corte e Gian Pietro Demurtas, entrambi di Cagliari, Roberto Cogoni di Oristano e Renata Puleo di Roma – hanno deciso di rompere il ghiaccio, inviando una lettera-appello ai colleghi perché «si astengano da iniziative unilaterali che non tengano in conto della complessità della “macchina scuola”, a scapito di un dibattito serio e condiviso». Insomma, evitino di imporre le prove ai docenti. Anche gli studenti promettono battaglia. Nella Capitale, il gruppo studentesco Senzatregua, cui aderiscono diversi licei della città, boicotterà le prove «disertandole o consegnando in bianco».

La Repubblica 09.05.11