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"Se Confindustria segue Berlusconi contro i giudici", di Rinaldo Gianola

L’altro ieri mentre Silvio Berlusconi arringava i suoi al Palasharp di Milano sostenendo che certi «pm sono un cancro da estirpare», a Bergamo la platea di seimila imprenditori convocati daEmmaMarcegaglia tributava un convinto applauso a Harald Espenhahn, il top manager della ThyssenKrupp condannato a 16 anni per la strage della fabbrica di corso Regina Margherita a Torino dove persero la vita sette operai. La coincidenza è probabilmente solo fortuita, forse non c’è relazione tra le parole di Berlusconi e gli applausi degli industriali, non vogliamo nemmeno sospettare che il presidente Marcegaglia convivida i giudizi del premier sulla magistraura italiana. Eppure quanto è avvenuto a Bergamo, in un incontro sapientemente organizzato dai vertici di Confindustria (l’amministratore delegato della ThyssenKrupp non passava di lì per caso…), non può esser derubricatocome un semplice tributo di «umana solidarietà» da parte di migliaia di industriali a un manager condannato per omicidio volontario da un tribunale italiano dopo un regolare processo che seguiva un’inchiesta precisa e approfondita. La solidarietà è comprensibile e la giustizia offre a tutti gli imputati la possibilità e la speranza di veder corretti i giudizi di primo grado. Il manager della ThyssenKrupp può difendere le sue ragioni nel processo di appello e puntare a un ribaltamento della sentenza ritenuta ingiusta. Si vedrà. Però, in attesa che la giustizia faccia il suo corso, non si può far finta di niente su quanto è successo alle Assise confindustriali. Quello di Bergamo non è stato un incidente. Quello che allarma non è solo l’applauso convinto al manager condannato, che fa trasparire un desiderio di impunità e di prevalenza degli interessi dell’impresa su tutto il resto, ma sono le parole del presidente Marcegaglia che ha giustificato quella manifestazione di vicinanza sostenendo che «dalle Assise c’è stato un grande applauso all’amministratore delegato di Thyssen perchè la condanna a 16 anni e mezzo per omicidio volontario rappresenta un unicum in Europa. Se dovesse prevalere questo allontanerebbe gli investimenti esteri dall’Italia». Che dire? Come commentare le parole del leader degli imprenditori privati che richiama le stesse argomentazioni di Berlusconi sulla magistratura che sarebbe responsabile di allontanare gli investitori stranieri? Ma si rende conto la signora Marcegaglia di cosa sta dicendo? La sentenza di un tribunale italiano contro i responsabili di una fabbrica di una multinazionale in cui sono arsi vivi sette operai sarebbe la causa dello scarso appeal del nostro tessuto economico. E allora cosa dovremmo dire di Calisto Tanzi, che finanziava le Assise di Parma della Confindustria, del crac Cirio, del Banco Ambrosiano, delle performance di certi gruppi privati come Ferruzzi, Montedison, Ligresti, delle schedature degli operai alla Fiat, dei 3000morti della Eternit di Casale Monferrato, dello scippo della Mondadori da parte di Berlusconi, della commistione indebita tra politica, pubblica amministrazione e imprese? Episodi di una lunga storia che il presidente Marcegaglia avrà avuto modo di conoscere sui giornali e sui libri e che certo non si possono definire come fattori di attrazione di capitali stranieri. L’applauso di Bergamo e la giustificazione di Emma Marcegaglia sono un segnale preoccupante, testimoniano che, al di là del merito e delle ragioni della sentenza su una tragedia che ha segnato la vita di una comunità intera, c’è qualcuno nella classe dirigente, o che si ritiene tale, poco disponibile alle regole, alla giustizia, al riconoscimento di interessi generali superiori a quelli dell’impresa, capace di difendere l’etica e la morale solo in ridondanti e inutili convegni in riva al mare. E per questo che Confindustria, proprio come Berlusconi, vorrebbe cancellare l’articolo 41 della nostra bella Costituzione. Le parole diEmma Marcegaglia e gli applausi di Bergamo sono, infine, il segno di una profonda insensibilità, di una grande povertà culturale, di un’arroganza tipica di chi è abituato a dare ordini e a esercitare un potere incontrastato. Nessuno di loro ha letto gli atti dell’inchiesta e la sentenza di primo grado della strage di Torino. Alla signora Marcegaglia preoccupata per gli investimenti esteri in Italia vorremmo suggerire di leggere qualche passo: «Non è un caso che i lavoratori siano morti a Torino, non potevano che morire lì in uno stabilimento che rientrava nella categoria di industrie ad alto rischio ma sprovvisto di certificato antincendio, in stato di grave e crescente insicurezza. (…) Harald Espenhanhaveva decretato la morte dello stabilimento di Torino e aveva abbandonato lo stabilimento e gli operai a se stessi». Ora applaudite, signori della Confindustria, applaudite

L’Unità 09.05.11

"I precari della scuola clandestini in Europa", di Pippo Frisone

Il peggio che i precari della scuola potevano aspettarsi è arrivato. Il decreto-legge sullo sviluppo con sei commi all’art.9 , manda in soffitta le speranze e le aspettative di oltre 50mila precari! Si, perché tanti erano stati i precari a spedire entro il 23 gennaio una raccomandata con l’impugnativa degli ultimi tre contratti, ritenuti illegittimi, in violazione della direttiva europea n.1999/70 nonché del dlgs. n.368/01. Sul tavolo del giudice del lavoro stava per abbattersi una valanga di richieste di trasformazione dei contratti da tempo determinato a tempo indeterminato, di ricostruzione della carriera, di risarcimenti!
Un contenzioso che avrebbe comportato un onere a carico del bilancio del Miur ritenuto insostenibile e stimato ben oltre i 2 miliardi di euro.
E’ stato questo il motivo principale , unitamente all’orientamento maggioritario della magistratura che ha spinto il governo a sterilizzare la direttiva europea e la stessa legge nazionale, ricorrendo alla già sperimentata formula della norma d’interpretazione autentica. Infatti, fu sempre il Governo Berlusconi qualche anno fa che interpretò anche allora, ironia della sorte, la norma contenuta nella stessa Legge n.124/99, voluta dal centro-sinistra, per regolamentare il passaggio di circa 80mila ATA dagli EE.LL. allo Stato. Anche allora in ballo c’era il riconoscimento delle anzianità nella carriera degli Ata. Anche allora era troppo oneroso riconoscerlo e così s’interpretò il passaggio a costo zero, vale a dire col maturato economico acquisito negli enti locali.! Adesso con sei commi il governo caccia fuori dall’Europa i precari della scuola che così diventano clandestini in casa loro!
Al comma 19 si sostiene che i contratti a tempo determinato non possono mai trasformarsi a tempo indeterminato né si matura l’anzianità utile ai fini retributivi prima dell’immissione in ruolo che potrà attuarsi esclusivamente sui posti disponibili e vacanti Al comma 20, per eliminare ogni incertezza, tra le esclusioni e discipline specifiche previste dall’art.10 del dlgs..368 vengono aggiunte le supplenze dei docenti e Ata. E per essere ancora più chiari, giammai si applica alle supplenze nella scuola, l’art.5,comma 4-bis del dlgs.368/01, vale a dire la trasformazione a tempo indeterminato dopo 36mesi continuativi di contratti a tempo determinato. Al comma 21 si sposta definitivamente la data di chiusura delle operazioni di nomina dal 31 luglio al 31 agosto. Al comma 22 le graduatorie ad esaurimento avranno cadenza triennale con possibilità di trasferirsi in un’unica provincia. Al comma 23 i neo assunti in ruolo , a partire dal 2011/12, dovranno restare nella provincia di assunzione per 5 anni consecutivi con interdizione di trasferimento,assegnazione provvisoria e utilizzo.
Al comma 24, è previsto un Piano triennale(2011/13) di assunzioni a T.I. per docenti e Ata sulla base dei posti vacanti e disponibili in ciascun anno, delle cessazioni e degli effetti della riforma (leggasi esuberi). Il Piano sarà annualmente verificato, eventualmente rimodulato , fermo restando il regime autorizzatorio in materia di assunzioni ( vale a dire , decide Tremonti ).
Queste norme tagliano d’un sol colpo più della metà degli attuali precari sia da ogni ipotesi di assunzione in ruolo, sia da ogni sviluppo di carriera.
Sono i precari nominati fino al termine dell’attività didattica (30.6) su posti disponibili solo in adeguamento d’organico, spezzoni orario, part-time , su posti di sostegno in deroga ecc…
Si parla di 65mila assunzioni a T.I. ma nel decreto-legge non si fanno cifre, si parla genericamente sui posti annualmente disponibili e vacanti.
I 65mila posti sono comprensivi dei 36mila posti Ata. I posti docenti vacanti e disponibili nel 2011/ 12 sono 29mila e tra questi vanno compresi i posti di sostegno. Se il piano triennale si tradurrà, speriamo di no, nella spalmatura dei 65mila posti, saranno 21.666 posti all’anno tra docenti, sostegno e Ata. Vale a dire una beffa non solo per i precari ma anche una presa in giro dell’Europa. Se come ci auguriamo, ai 65mila del 2011/12 si aggiungeranno i 27mila pensionamenti previsti in ogni anno, allora saremmo ben oltre ogni rosea previsione , compresa quella lanciata dalla CGIL con l’operazione 100mila assunzioni.
L’unica certezza oggi è che i precari della scuola vanno in clandestinità in Europa e in Italia. Non godono cioè delle stesse tutele e degli stessi diritti dei precari degli altri settori. Basteranno la pianificazione degli organici,la sessione negoziale prevista con le OO.SS. a dare certezza e a fugare ogni dubbio sull’invarianza della spesa nella stabilizzazione dei precari su tutti i posti vacanti e disponibili?
Pur nutrendo fondati dubbi, noi speriamo di si, non foss’altro per fare uscire dalla clandestinità i precari della scuola, restituendo loro diritti e dignità , per anni negati in nome di un rigore divenuto con la scuola pubblica sempre più ingeneroso e ingiusto.

ScuolaOggi 09.05.11

"Lo Stato siamo noi", di Miguel Gotor

Si celebra oggi il quarto anniversario del “Giorno della memoria” per le vittime del terrorismo, fortemente voluto dal presidente della Repubblica all´inizio del suo mandato. L´appuntamento di quest´anno costituisce un «omaggio particolare ai servitori dello Stato che hanno pagato con la vita la loro lealtà alle istituzioni repubblicane». Anzitutto i magistrati, caduti per «difendere la legalità democratica» come ha scritto il Capo dello Stato Giorgio Napolitano.
Il presidente della Repubblica ricorda che la sua decisione di commemorare tali personalità «costituisce anche una risposta all´ignobile provocazione del manifesto affisso nei giorni scorsi a Milano, innanzitutto una intollerabile offesa alla memoria di tutte le vittime delle Br, magistrati e non», e invoca «senso della misura e della responsabilità da parte di tutti». Senso della misura che, ancora una volta, è stato oltrepassato proprio in queste ore dal presidente del Consiglio, il quale ha ribadito che «i pm di Milano sono un cancro da estirpare» e, in un comizio a Olbia, ha denunciato che in Italia sarebbe in atto una «guerra civile» contro di lui e il suo partito. Tutto ciò avviene, come ha giustamente sottolineato il presidente della Camera, Gianfranco Fini, alla vigilia del 9 maggio, in cui si vuole onorare quel sangue versato in difesa della democrazia e della libera convivenza civile.
I magistrati e non solo, perché servitori dello Stato sono anche le forze dell´ordine che oggi sono commemorate insieme con loro al Quirinale. Una fra tante, il poliziotto Fausto Dionisi, ucciso nel 1978 a Firenze da un commando di Prima Linea. Lo sguardo di sua moglie Mariella non l´ho ancora dimenticato: nei suoi occhi non c´era odio, ma dolore, non vendetta, ma smarrimento, non rabbia ma umiliazione. Era il 26 giugno 2008, presso la sede della Regione Toscana, durante un seminario su “Il caso Moro: riconciliare l´Italia”. Il marito, quando morì, aveva 24 anni, lei 22, una figlia di 2 anni da crescere da sola: una vita rubata, una famiglia distrutta. Per sempre.
L´indignazione della donna derivava dal fatto che Sergio D´Elia, condannato per concorso nell´omicidio di suo marito a 25 anni di carcere, di cui ne aveva scontati dodici, non solo nel 2006, grazie alla nuova legge elettorale, era stato “nominato” deputato nelle file della Rosa nel pugno, ma l´assemblea l´aveva addirittura eletto segretario della presidenza dell´Aula di Montecitorio. Una scelta politica inopportuna e una prova di insensibilità istituzionale perché un ex dirigente di Prima Linea, efferato gruppo terroristico, non avrebbe dovuto essere proposto e votato dai suoi colleghi a quella carica, un gesto destinato inevitabilmente a trasformarsi in un´ulteriore umiliazione per i familiari delle sue vittime. E così era avvenuto.
Anche questo episodio ricorda quanto sia importante il “Giorno della memoria”. Riconciliare e ricordare, ma anche risarcire una ferita che c´è stata in passato fra cittadini e istituzioni. Qualunque discorso di riconciliazione ha il dovere di passare da questa stazione, partire da una simile assunzione di responsabilità, farsi carico di un disagio e di un silenzio che troppo a lungo hanno gravato su queste storie spesso cadute nell´oblio. È importante questa cerimonia per dare carne e volto, e dunque un senso, all´espressione “servitore dello Stato”, che altrimenti rischierebbe di suonare retorica. Essa ci ricorda che lo Stato siamo noi, con le nostre responsabilità, ma anche con le nostre colpevoli indifferenze: il “Nostro Stato” si intitolava la rubrica di Carlo Casalegno, ucciso dalle Br nel 1977, ed è giusto non dimenticarlo mai.
La vicenda di Dionisi è rappresentativa della storia di centinaia di familiari, molto spesso emigrati dal sud al nord della penisola alla ricerca di un lavoro: vedove, padri, madri, fratelli, figli, che si sono trovati all´improvviso soli e spaesati in una città distante dai loro affetti di sempre, abbandonati col fardello del proprio dolore. È una folta schiera di morti anonimi che non hanno neppure il risarcimento postumo di un prestigio riconosciuto al loro congiunto dalla pubblica opinione. Sono la maggioranza: non sempre i familiari di costoro hanno gli strumenti intellettuali, la formazione culturale e la forza psicologica necessari per arrivare a un´elaborazione del lutto in grado di trasformarsi in energia costruttiva e quindi sono ancora più indifesi e fragili, ma ciò non può trasformarsi in una colpa.
La loro storia fa capire che, anche nel dolore e nella sua elaborazione, l´appartenenza di classe e la provenienza sociale contano, continuando a marcare un invisibile confine tra garantiti e non garantiti. Forse è questo l´aspetto più bello e misconosciuto della cerimonia del 9 maggio: una fotografia, uno straordinario spaccato di tutti i volti e le storie dell´Italia repubblicana che viene riunita dal Capo dello Stato e mostra la sua anima degna e autenticamente popolare. Almeno per un giorno quel confine scompare e tutti sono ricordati con la stessa intensità. Di fronte a questa esperienza, emotivamente forte per chi ha avuto la possibilità di parteciparvi, le polemiche sulla ritualizzazione della cerimonia e sull´uso pubblico del dolore delle vittime appaiono fuori fuoco: ora esiste uno spazio istituzionale che prima non c´era, a disposizione di ognuno per essere riempito con una riflessione la cui qualità è determinata dalla sensibilità civile e politica con la quale i diversi soggetti preferiscono partecipare a questo appuntamento. E le affermazioni di Berlusconi, volte a racimolare un pugno di voti, risultano incredibilmente inadeguate al ruolo istituzionale rivestito, tanto che hanno suscitato lo smarcamento anche di Bossi.
In questi giorni “la Repubblica” ha opportunamente dedicato a ognuno dei magistrati caduti durante gli anni del terrorismo un ritratto biografico per costruire un punto tra passato e presente, e ricordare il profilo civile di questa mobilitazione. Una scelta che le parole del presidente del Consiglio rendono non solo attuale, ma necessaria perché questo Paese avrebbe oggi bisogno come non mai di unità e non di divisione, di moderazione e non di pulsioni destabilizzanti. Questo Paese e il nostro Stato.

La Repubblica 09.05.11

“Mafia, conoscerla e combatterla”

Incontro domani sera al circolo “Acquaragia” di Mirandola. Con l’on. Laura Garavini e il consigliere regionale Mumolo. “Mafia, conoscerla e combatterla” è il titolo dell’iniziativa che si terrà domani, lunedì 9 maggio alle 21 al circolo Arci “Acquaragia” di Mirandola. All’incontro partecipano l’on. Laura Garavini, capogruppo Pd in commissione bicamerale antimafia e il consigliere regionale Antonio Mumolo. Moderatore della serata sarà Luca Giovanni Apicella, della segreteria dei Giovani democratici della Bassa.

L’on. Garavini lavora da molti anni per le comunità italiane all’estero. All’indomani della strage di Duisburg, nell’agosto del 2007, ha dato vita, fra gli italiani in Germania, a un movimento della società civile sul modello di Addio Pizzo denominato “Mafia? Nein danke!”. Il consigliere regionale Antonio Mumolo, avvocato, è stato relatore del progetto di legge per la prevenzione del crimine organizzato, approvato nei giorni scorsi dal Consiglio regionale dell’Emilia-Romagna.

La Russa e le deputate di sinistra "Le nostre non sono brutte come loro", di Filippo Ceccarelli

I belli, i brutti & i cretini. A questo sempre più rischia di ridursi la vicenda pubblica italiana, per non dire il potere che con disperata allegria incoraggia questa ottusa deriva estetizzante a colpi di battute, battutine, scherzi, storielle, barzellette, provocazioni e quant´altro di frivolo e feroce offre l´armamentario polemico nel tempo delle post-ideologie.
Ieri è toccato durante una cena elettorale al ministro La Russa, costantemente sopra le righe, sostenere che le donne del nemico sono più brutte («Ci sono alcune elette non belle anche da noi, ma certo non raggiungono l´apice della sinistra, di donne di cui non faccio il nome»); ma l´altroieri era il turno del coordinatore lombardo del Pdl, Mantovani, che s´è l´è presa con Paola Congia e con Rosy Bindi. Quest´ultima sarà una decina d´anni che deve vedersela con faccende del genere, sembra di ricordare che il primo accusatore fu Cossiga, ma la periodicità è in netto aumento e l´intensità pure, in linea del resto con l´altezza dei pulpiti istituzionali da cui tali malevoli giudizi vengono lanciati.
L´informazione infatti ci va a nozze, il corredo iconografico è immancabile, i conduttori dei talk-show ci inzuppano il pane, per cui le reazioni e le variazioni sul tema si sprecano e al tempo stesso si omologano, “senti chi parla”, “sei bello tu”, “guardati allo specchio”; non di rado chi offende chiede scusa, chi è offeso a sua volta è pronto ad offendere sullo stesso terreno, magari evocando la chirurgia estetica; e ogni tanto dalla bruttezza presunta il dibattito si rovescia nel suo contrario: se in politica la bellezza femminile o la telegenica piacioneria dei maschi siano da considerarsi una colpa, o una risorsa, un´ignominia, un segno dei tempi o chissà che.
Non che nella Prima Repubblica non si ponesse la questione dei brutti e dei belli, ma i cretini sembravano francamente di meno. Anche allora si ironizzava su un certo ministro socialdemocratico, Lupis, che nominato alla Marina Mercantile fu subito detto “l´abominevole uomo delle navi”, ma erano amenità da Fortebraccio, l´acuto e malinconico corsivista dell´Unità. Brutte, ai tempi, e raffigurate irsute come cinghiali erano per i comunisti le donne dell´Azione cattolica; i democristiani ironizzavano sullo strabismo del segretario dei missini e questi ultimi si rifacevano all´onomastica a sfondo fisionomico: Piccoli, Storti, Malfatti e Malvestiti. In coda a tale disagiata combriccola si potevano sempre aggiungere il Nano e il Gobbo, ma nel campo della politica c´erano molte altre cose più importanti.
Ora non più. Così la nemica è brutta, il nemico puzza, è nano, è grasso, è pelato, ha la dentiera, ha il pannolone. Una documentata casistica, estesa al giornalismo, si prenderebbe quattro o cinque pagine di quotidiano.
La Russa e Mantovani, accusatori di giornata, sembrano parecchio sotto a questo livello di consapevolezza. Ma anche senza ricordare la scuola quadri per veline o alle investiture parlamentari della Minetti o di “Forza Gnocca” in Lombardia Italia ed Europa, la ricerca, la selezione e la scorciatoia di carriera garantita a personaggi ornamentali, di bella presenza, fa pure cascare le braccia. E se nel 2001 il centrosinistra scelse Rutelli come candidato con motivazioni che rientrano in questo schema, per capire che aria tira nell´altro campo basti qui ricordare ciò che Tremonti disse all´altro possibile successore, Alfano, quando seppe che il Cavaliere gli aveva messo gli occhi addosso: “Se ti ha scelto nonostante tu non sia bello, vuol dire che sei molto intelligente”.
In ogni caso risulta che in quel frangente Berlusconi abbia caldamente suggerito ad Alfano un trapianto di capelli. Per lui chi fa politica ha il dovere – il dovere morale, si badi! – di curare il proprio aspetto. Così l´estetica si risolve in etica: niente panza, niente barba, niente nei sul volto, niente orecchie a sventola. Suggerisce chirurghi, il premier, e dà ai malcapitati i numeri di telefono, figurarsi se si scandalizza se La Russa e quell´altro dicono che le donne del nemico sono brutte.

La Repubblica 08.05.11

«Un grande come Giolitti vinto dalla ragion di Stato», intervista a Miguel Gotor di Bruno Gravagnuolo

Una statura quella di Moro paragonabile a quella di Giolitti. Entrambi tentarono di includere le masse popolari e la sinistra in un ampio disegno di allargamento politico. E Moro parlò anche di «terza fase», alludendo a una possibile democrazia dell’alternanza, ma queste sono solo ipotesi, soverchiate da altri avvenimenti…». Battute finali di una lunga conversazione con Miguel Gotor, 40 anni, romano, spagnolo per parte di padre, storico a Torino di santi, eretici e Inquisizione. Oggi tra i più accreditati storici del «caso Moro». Prima con Lettere dalla prigionia (Einaudi, 2008) poi di recente con Il memoriale della Repubblica. Scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano (Einaudi, pp. 628, euro 25,00).
Più che una tesi c’è una «mappatura», in questo testo. Svela l’intrico dei messaggi dal carcere Br, oltre alle lettere. Quello dei due pezzi di memoriale di Moro, usciti e trovati tra il 1978 e il 1990 (a via Montenevoso il secondo): entrambi censurati e rivisitati. E poi c’è l’ipotesi di un memoriale originario, mai trovato, di cui gli «excerpta» che abbiamo sono solo una parte. Attorno si dipanano, lo scenario internazionale, le trattative per la eventuale liberazione. E i tentativi, fatti e mal fatti, di scoprire la prigione del popolo. Fino alla tragica conclusione: il ritrovamento del corpo di Moro a Via Caetani il 9 maggio 1978, dopo 55 giorni di prigionia. Che chiude la speranza di un nuovo corso della politica italiana. Liquida il compromesso storico, e apre la fase che culmina con tangentopoli, antipolitica e bipolarismo selvaggio di oggi. Ma questa è un’altra storia.
Cominciamo da un punto chiave: Gotor che c’era in ballo con i messaggi di Moro dalla prigione? Perché li lanciava? «Molto è ormai chiaro, avendoci lavorato a lungo. C’è stato un profilo spionistico in tutto questo. Moro conosceva molte cose sensibili, che le Br gli estorcevano. Si confessa pienamente “dominato” da Cossiga. E le Br usavano certe verità contro lo stato, per destabilizzarlo. Esempio: Moro traccia un ritratto allusivo di Taviani, fondatore di Stay behind, struttura atlantica, allora segretissima. Il prigioniero voleva comunicare con tale livello per giocare un ruolo, farsi liberare probabilmente, esercitando pressione…». Gioco di pressioni, con Moro sotto ricatto che usa le carte che ha? «Sì, Moro prova a rendersi indispensabile, tirando in ballo anche il confronto tra stati e la Nato. Per sopravvivere deve comunicare, e dare qualcosa ai suoi carcerieri. Al contempo dice: tiratemi fuori, perché sono una figura chiave per la sicurezza dello stato. E lo scrive: la mia liberazione conviene allo stato». Ma così non finiva col minacciare lo stato? «Doveva concedere, per ottenere qualcosa, e centellina le rivelazioni. Di esse abbiamo una versione incompleta. E ciò è dimostrato dal fatto che gente come Pecorelli, Gelli, la terrorista Nadia Mantovani e il giornalista Scialoja, o le hanno lette o ne hanno avuto notizia». Che c’era in quelle rivelazioni non integrali o certificate in originale da far termare il Potere? «Il caso Kappler, ad esempio, con l’ufficiale, secondo le testimonianze, fatto fuggire per secondare, grazie ai tedeschi, un prestito Fmi all’Italia. La libera circolazione dei palestinesi in Italia, per evitare attentati, e con grave preoccupazione per il Mossad. Il golpe Borghese…». Moro sotto pressione lanciava messaggi e li usava per aiutare la sua liberazione, premendo sia sulle Br che sugli apparati dello stato? «È come la storia della tartaruga e dello scorpione. La tartaruga Moro traghetta lo scorpione Br, pensando alla salvezza reciproca. Ma lo scorpione alla fine, con stupore di Moro, lo uccide…». E chi si sentiva direttamente minacciato da quelle rivelazioni? «Al centro c’era la ragion di stato, la sicurezza interna e internazionale: cose non irrilevanti. Che andavano secretate di necessità. Ebbene, nei processi di allora sul golpe Borghese, i vertici dei servizi furono condannati per associazione sovversiva e non per insurrezione armata, (Luglio 1978). Fu un processo conclusosi sei anni dopo con l’assoluzione. Nel 1978 le rivelazioni di Moro avrebbero potuto interferire in tutto ciò».
Ma il fatto che alcuni avessero letto e altri no (tra i quali Gelli), e il ritrovamento a spezzoni delle carte, autorizzano dietrologie e sospetti, non le pare Gotor? «Moventi veri furono sicurezza e ragion di stato. Il che spiega perché sui testi ci siano state due mani censorie, prima nel 1978, con l’antiterrorismo che faceva capo a Dalla Chiesa. Poi, verosimilmente, con altri apparati, che hanno fatto trovare le fotocopie del manoscritto. Previa censura e rimessa nell’intercapedine a via Montenevoso. Non c’era l’originale, forse distrutto dalle Br o da altri, e dunque le fotocopie disponibili prima o poi sarebbero uscite fuori». Br che distruggono il memoriale. Perché? «Dissero che non capivano ciò che conteneva. In seguito dichiararono di averle bruciate». Ma avevano le fotocopie! «Già, o nascosero l’originale, o lo consegnarono a qualcuno. Di fatto l’originale del memorale c’era, ed è scomparso…». Dunque, molti vedevano, negoziavano e sapevano quel che ancora oggi ignoriamo. «Sì, e credo di averlo dimostrato nel mio libro». Veniamo alla trattativa su Moro: possibile, impossibile o non voluta a priori? «Non c’era incompatibilità tra strategia della fermezza in pubblico e trattativa in segreto. Il negoziato segreto ci fu, con il Vaticano al centro. Tutto finisce con la morte di Moro e la scomparsa dei Memoriali. Due dati di fatto». E il ruolo del Pci? «Ricattato e incalzato dall’estremismo, non disse no alla trattativa segreta, purché non smentisse la fermezza dello stato». Le Br volevano un successo e un riconoscimento chiaro? «Le Br volevano che la trattativa fosse pubblica e non segreta. Ciò era impossibile e su questo scoglio si giocò il destino di Moro».

L’Unità 08.05.11

L’ossessione di Re Silvio «Pm cancro da estirpare», di Marco Ventimiglia

«Pm milanesi che sono un cancro da estirpare» mentre «per entrare nel Csm ci sarà l’estrazione a sorte»: il premier ha trasformato il comizio per il candidato sindaco Moratti in un violento attacco ai magistrati. Il “fortino” è quello milanese del Palasharp, luogo di sport e convention assortite, che questa volta, in vista del voto comunale, ospita un premier ufficialmente accorso in sostegno della traballante poltrona di sindaco occupata da Letizia
Moratti, ma in realtà ancora una volta in soccorso di se stesso, alla disperata ricerca di un sicuro bagno di folla capace di esorcizzare il “cul de sac” politico e giudiziario nel quale è finito ormai da mesi.
Per questo unSilvio Berlusconi meno clownesco e più astioso del solito se la prende soprattutto con la magistratura, il che non sarebbe una gran notizia se non fosse che lo fa sparando ad alzo zero contro magistrati che «sono un cancro da estirpare» ed illustrando una riforma della giustizia che è un po’ a metà fra Il Grande Fratello (quello di Orwell) e lo Stato libero di Bananas, dove si “rischia” di finire dentro il Csm con un’estrazione a sorte, fatta magari negli studi di Cologno Monzese.

Ce n’é poi per il traditore Fini, per un Parlamento pieno di deputati «che non hanno nulla da fare» e quindi da dimezzare con una legge di iniziativa popolare, per le scuole zeppe di insegnanti di sinistra «a cui bisogna impedire di educare i figli delle famiglie che la pensano diversamente». Senonché, nel bel mezzo dei suoi strali il premier si becca pure un’inattesa contestazione dagli spalti, con una nziano che lo insulta e viene immediatamente allontanato insieme ad un malcapitato giornalista che cerca di capire l’accaduto. Cose che succedono, appunto, dentro un fortino, concetto che ti si stampa in testa vedendo le “cammellate” con gadget arcoriani scaricate dai pullman e, soprattutto, davanti all’impressionante dispiegamento degli uomini in completo nero della security, a segnalare un crescente allarme intorno alle escursioni pubbliche del premier.
Prima dell’arrivo del “presidente”, evocato come in un
mantra da chiunque si impadronisca del microfono, c’è tempo per una rapida sfilata dei pidiellini che si apprestano a competere in Lombardia. E qui c’è la novità politica, l’unica, della giornata, ovvero l’assenza della Lega. Non solo quella, prevedibile, in platea, ma anche nelle parole degli intervenuti. E non è un caso che a mostrarsi uno dopo l’altro sul palco ci sono i candidati azzurri per Busto Arsizio, Gallarate e Treviglio, tutti centri dove il Pdl si presenta da solo in competizione con la Lega. Il Palasharp è gremito, con circa cinquemila persone che fra sventolii di bandiere e qualche coro da stadio cercano di rendere movimentato persino il monocorde intervento della
Moratti, le cui capacità oratorie appaiono in perfetta sintonia con quelle mostrate nel governo comunale.
Davanti ad unaplatea assortita di ministri e maggiorenti del partito, il sindaco se la prende con i centri sociali, le moschee, la sinistra senza idee che non garantisce la sicurezza, in un deja vu che tanto preoccupa i sondaggisti del Pdl, i quali la vedono ben lontana da una vittoria al primo turno contro Giuliano Pisapia.
A dirigere il traffico degli interventi c’è l’uomo in grande ascesa, Mario Mantovani, senatore e coordinatore regionale azzurro, che però in caso di sconfitta della Moratti rischia un brusco risveglio. Intanto deve scomparire anche lui quando appare “il presidente”. Detto dell’intemerata contro i pm milanesi, «Un cancro da estirpare», e dell’alt all’Islam,«No alle moschee visto che lì non è permesso costruire chiese», restano soprattutto i passaggi grotteschi. Come i buoni per pagare la scuola privata destinati «alle famiglie povere vittime di insegnanti di sinistra», piuttosto che l’illustrazione dei progetti dell’opposizione una volta tornata al governo. «Vogliono reintrodurre l’Ici, tassare i Bot e mettere un’imposta patrimoniale per colpire i redditi delle famiglie», proclama in un crescendo il presidente del Consiglio. E visto che, come non si stanca di ripetere, «sono i comunisti di sempre», non è detto che nei prossimi giorni non rispolveri pure lo spettro dei mangiatori di bambini. Cosa non si fa per salvare Letizia. E per se stesso, come confessa proprio il Cavaliere: «Se a Milano prendo meno delle 53mila preferenze dell’altra volta la sinistra mi mangia vivo»

L’Unità 08.05.11