Latest Posts

"Scuola, l'Inganno delle assunzioni. Bastava il piano del 2007", di Francesca Puglisi e Giovanni Bachelet

Gli annunci del Governo sulle migliaia di assunzioni nella scuola sono solo propaganda elettorale: nel decreto sviluppo non è indicata alcuna cifra, e comunque i 30mila docenti in tre anni annunciati a voce dal ministro coprirebbero a malapena i 29mila pensionamenti del primo anno! L’unica certezza per il prossimo anno scolastico è la terza tranche di taglidell’impietosa mannaia della legge 133/08 (19.700 insegnanti e 14.500 Ata in meno) e il calo di investimenti nell’istruzione fino al magrissimo 3,2% del Pil stabilito dal Def di Tremonti che ci metterà fuori dall’Europa.
Assorbire i precari e non crearne mai più era il programma del governo di centrosinistra: un piano di emergenza per sistemare l’eredità della Moratti (ultimo concorso: Berlinguer 1999) in vista diun nuovo e più razionale reclutamento futuro.
Quando nel 2008 il centrosinistra è caduto, solo metà dei 150mila docenti e 30mila Ata previsti erano stati assunti; poi il duo Tremonti-Gelmini ha bloccato il piano. Lega e PdL hannocancellato più di 80mila insegnanti dall’organico senza bandire concorsi né varare nuove modalità di reclutamento. Tre anni di malgoverno e tagli hanno bloccato l’ingresso anche ai neolaureati là dove le graduatorie erano esaurite, producendo il paradosso, richiamato anche da Bersani, che nei prossimi 3anni, in 64 province, andranno esaurite le graduatorie di materie tecnico-scientifiche, proprio quelle in cui i ragazzi sono deboli nei raffronti internazionali. Non basta. Nel 2009 Gelmini ha varato un provvedimento incostituzionale; oggi i nodi vengono al pettine e i ricorsi potrebbero costare più del piano bloccato nel 2008.
La Ministra parla di bidelli più numerosi dei carabinieri (ma le scuole sono più delle caserme) e di presidi che chiedono soldi alle famiglie (ma lei taglia fondi agli istituti), mentre la massa dei precari non diminuisce e ai giovani laureati è negato ogni diritto alla formazione e al reclutamento.
Se la Gelmini non avesse interrotto il piano di assunzioni da noi previsto, quasi tutti i precari sarebbero ormai in ruolo e oggi potremmo pensare al futuro della scuola parlando di altro. È il blocco di quel piano che ha trasformato ogni discorso sulla scuola in un discorso sui precari.
È il blocco di quel piano che ha trasformato la differenza fra «coda » e «pettine» in una questione di vita o di morte.È semplicemente impossibile riparare i cocci del Governo Pdl-Lega a risorse invariate.
Senza una robusta ripresa delle assunzioni nella scuola e la ripresa del cammino di riforma avviato dal centrosinistra, qualunque soluzione sarà iniqua per qualcuno, e soprattutto sarà iniqua per la qualità della scuola statale e per l’Italia tutta.

da www.unita.it

"Italia ai vertici della disuguaglianza redditi alti cresciuti sei volte più dei bassi", di Luisa Grion

I ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri: la diseguaglianza invece di diminuire aumenta e non solo nei paesi in via di sviluppo, anche in Europa. In Italia più che altrove. Una tendenza che crea ingiustizie, blocca la crescita e frena l´ascensore sociale: quel meccanismo che fa sperare ai padri di potere dare ai figli una vita migliore.

Lo denuncia l´Ocse con una ricerca che mette a nudo le disparità nei paesi dove il benessere dovrebbe essere sempre più diffuso. Così non è: nei 34 stati che fanno parte dell´organizzazione, il 10 per cento della popolazione più ricca ha in media redditi superiore nove volte rispetto al dieci per cento della popolazione più povera. Un divario che cresce sia dove il «gap» era già evidente, come in Israele e Usa, che nei paesi dove la diseguaglianza sociale è sempre stata bassa, come la Svezia o la Germania.
In questo quadro, restando all´Europa, l´Italia è uno dei paesi che fa peggio: le fasce che stanno ai vertici della ricchezza hanno redditi sei volte superiori a quelle che stanno alla base della piramide. E negli ultimi venti anni la diseguaglianza è aumentata. Lo studio dell´Ocse la misura attraverso l´indice Gini (è zero quando tutti i redditi sono uguali, è uno dove la differenza è massima): da noi, nel 1985 era fermo allo 0,30, nel 2008 è arrivata quasi allo 0,35. Uno dei peggiori dati messi a segno dai paesi europei. In coda alla classifica ci fanno compagnia il Portogallo, il Regno Unito, Polonia ed Estonia. Francia, Germania e Spagna stanno tutte attorno allo 0,30. La ricchezza, considerato il lungo periodo, è dunque aumentata, ma lo sviluppo ha premiato solo chi già stava bene: dagli anni Ottanta od oggi i più ricchi, in Italia, hanno visto crescere i loro già consistenti redditi dell´1,1 per cento, agli altri sono andate le briciole: le fasce basse possono contare su disponibilità aumentate solo dello 0,2 per cento. Per loro nulla si è mosso.
Commentando i dati, le Acli parlano di una «pesante retrocessione sociale» legata ad una «competizione internazionale che ha fortemente indebolito il nostro sistema produttivo: le ragioni delle disuguaglianze nel nostro paese vanno individuate innanzitutto nell´endemica debolezza dei redditi di lavoro dipendente e nella quasi totale assenza di un sistema generalizzato di tutele nel mercato del lavoro».
Il fatto è che la mancata distribuzione della ricchezza, fa notare l´Ocse, mette in pericolo anche lo sviluppo futuro. L´impossibilità per i giovani di migliorare il proprio status sociale ed economico «avrà un inevitabile impatto» sul paese che verrà.
La globalizzazione, che secondo i più ottimisti, doveva generare miglioramenti diffusi, ha generato dunque un aumento delle disparità. Perché? L´analisi dell´Ocse (Growing income inequality in Oecd countries: what drives it and how can policy teckle it?) fa notare che il processo ha favorito chi poteva contare sulle migliori qualifiche e che la diversa struttura delle famiglie e il maggiore contributo dei redditi da profitti del capitale hanno fatto il resto. Come agire ora? Per l´ Ocse gli strumenti «più diretti e potenti» per tentare un recupero sono le riforme delle politiche fiscali e previdenziali e le misure di sostegno al reddito. Ma da sole non bastano: bisogna creare lavoro e stappare le famiglie alla povertà aumentando l´occupazione, la formazione e l´istruzione delle persone poco qualificate. Bisogna investire insomma sul capitale umano e sulla scuola.

La Repubblica 07.05.11

Una Circolare che assomiglia tanto al «gioco delle tre carte», da superando.it

Avevamo denunciato, qualche tempo fa, la discriminazione nei confronti delle alunne e degli alunni con disabilità, cui era stato impedito di partecipare alla Finale Nazionale di Corsa Campestre dei Giochi Sportivi Studenteschi. Successivamente avevamo accolto con soddisfazione la mozione votata all’unanimità dalla VII Commissione alla Camera, che riconoscendo la discriminazione, aveva chiesto al Ministero di «ripristinare subito le norme relative all’integrazione delle alunne e degli alunni con disabilità». Ma ora una Circolare Ministeriale rischia di far rientrare tranquillamente “dalla finestra” quella discriminazione che la Camera aveva “messo alla porta”. Vediamo perché

In primo piano dito puntato. Sullo sfondo volto sfuocato di uomo
Circa un mese e mezzo fa, anche il nostro sito (se ne legga cliccando qui ) aveva denunciato la discriminazione nei confronti delle alunne e degli alunni con disabilità , cui era stato impedito di partecipare alla Finale Nazionale di Corsa Campestre dei Giochi Sportivi Studenteschi, svoltasi il 20 marzo a Nove (Vicenza), per la quale, appunto, non erano stati previsti i moduli di partecipazione per gli studenti con disabilità.
Avevamo dunque chiesto spiegazioni al ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini , ma la risposta – ciò che da tutti era stato accolto con grande soddisfazione – era arrivata invece dalla VII Commissione Cultura, Istruzione e Sport della Camera , che il 6 aprile aveva votato unanimemente una mozione ( n. 8-00116 di Manuela Ghizzoni e altri), in cui si parlava apertamente di «discriminazione», chiedendo al Ministero di ripristinare le norme relative all’integrazione delle alunne e degli alunni con disabilità , a partire dalle successive fasi nazionali dei Giochi Sportivi Studenteschi (se ne legga nel nostro sito cliccando qui ).
Il sottosegretario all’Istruzione Giuseppe Pizza aveva dunque preso atto di quel voto, dichiarando che il Ministero avrebbe invitato le alunne e gli alunni con disabilità, esclusi dall’appuntamento precedente, facendo svolgere loro la corsa campestre alle citate fasi nazionali.
Tale sviluppo positivo aveva tra l’altro portato all’invito alla Camera di Elisa Trecastagne , campionessa piemontese di corsa campestre con disabilità, cui le deputate Manuela Ghizzoni e Manuela Di Centa avevano consegnato la mozione di cui si è detto.

Perché dunque parliamo di “gioco delle tre carte” ? Lo facciamo dopo una recente segnalazione del network Hub School Sport , che ci informa di un documento prodotto proprio negli stessi giorni della visita “riparatoria” di Elisa Trecastagne alla Camera, vale a dire la Circolare a firma di Massimo Zennaro ( prot. n. 3253 del 21 aprile 2011 ), responsabile della Direzione Generale per lo Studente, l’Integrazione, la Partecipazione e la Comunicazione del Ministero.
Vi si scrive tra l’altro: «Per quanto riguarda la partecipazione degli studenti con disabilità agli eventi di cui trattasi, si comunica che il Comitato Italiano Paralimpico ha manifestato la volontà di assicurarne la presenza nella disciplina Atletica Leggera su pista, considerando che la FIDAL [Federazione Italiana di Atletica Leggera, N.d.R.] non è riconosciuta dal CIP. La Federazione Italiana Sport Orientamento, riconosciuta da CONI e CIP, in accordo con quest’ultimo garantirà la partecipazione degli studenti con disabilità. Le altre Federazioni sportive, riconosciute dai due Enti, possono, anche al fine di realizzare azioni di inclusione degli stessi in un ventaglio quanto più ampio possibile di discipline sportive, prevedere la partecipazione di studenti con disabilità».
In sostanza «le altre Federazioni» – quelle riconosciute da CIP e CONI – possono prevedere la partecipazione di studenti con disabilità, ma non sono obbligate a farlo e in più, come rileva Mauro Bardaglio di Hub School Sport, «in tal modo il Ministero “esternalizza” un’attività come i Giochi Sportivi Studenteschi – alle Federazioni, appunto – che rientra nel Piano dell’Offerta Formativa e che è quindi attività scolastica a tutti gli effetti, senza assolutamente garantire i diritti e attuare i dettati legislativi dell’integrazione delle alunne e degli alunni con disabilità».

Insomma, quella discriminazione “messa alla porta” dalla Camera, rischia tranquillamente di rientrare “dalla finestra” del Ministero , ciò che non può ovviamente essere accettato.
Ancora una volta, quindi, siamo costretti a rivolgerci al ministro Gelmini, chiedendo «di ovviare a quella situazione discriminatoria che contrasta con la piena inclusione di questi alunni prevista dagli obiettivi prioritari della scuola dell’autonomia, anche attraverso progetti di diversità motoria e sportiva», ciò che semplicemente era stato chiesto dalla mozione votata all’unanimità dalla VII Commissione della Camera. E questa volta senza che tale prescrizione debba “smarrirsi” ancora una volta tra le righe di nuove Circolari ministeriali. (S.B.)

"Un istituto democratico da salvare", di Michele Ainis

Tra poche settimane voteremo quattro referendum. O no? Sta di fatto che per raggiungere il seggio elettorale ci costringono alle montagne russe. Prima scegliendo una data balneare (e almeno in questo caso la perfidia costa: 300 milioni, 5 euro a ogni italiano, per il rifiuto d’accorpare i referendum alle amministrative). Poi sommergendo i quesiti con una coltre di silenzio nelle televisioni (da qui il richiamo sacrosanto di Napolitano). Infine sfogliando la margherita, strappandone un petalo alla volta. Dopo gli emendamenti introdotti nel decreto omnibus, il referendum sul nucleare attende solo che la Cassazione ne celebri i funerali. I due sull’acqua stanno per essere azzoppati attraverso la creazione di un’authority. Resterà in piedi il referendum sul legittimo impedimento, che a quel punto avrebbe bisogno di un paio d’ali per superare il quorum. D’altronde già da adesso il suo valore è per lo più simbolico, dato che la Consulta ha tagliato le unghie alla disciplina originaria. Sicché finirà per trasformarsi in un plebiscito pro o contro Berlusconi. Ai quesiti referendari capita sovente: nascono cavalli, lungo la strada diventano giraffe. Togliendoci oltretutto la possibilità di votare su questioni specifiche e concrete, anziché su animali mitologici.
Eppure dovremmo averci fatto il callo. Tutti i governi, di destra o di sinistra, di centro o di lato, hanno sempre avuto in gran dispetto il referendum. E infatti in Italia la sua storia è scandita da trucchetti. Comincia con 22 anni di ritardo rispetto all’orologio dei costituenti (la legge istitutiva è del 1970). Continua frodando il voto popolare (celebre il caso della consultazione sul finanziamento pubblico ai partiti, che nel 1993 venne abrogato dal 90%dei votanti, ma fu immediatamente riesumato sotto mentite spoglie dai partiti). S’interrompe quando i suoi nemici ricorrono allo scioglimento anticipato delle Camere pur di rinviarlo alle calende greche (è accaduto nel 1972, nel 1976, nel 1987, nel 1994). E in ultimo agonizza bevendo la cicuta dell’astensionismo organizzato, che ha via via fatto saltare 24 referendum dal 1997 in poi. Questo livore contro il referendum maschera in realtà un’antica diffidenza dei politici italiani verso gli italiani. Per loro siamo soltanto un popolo bambino, ciascuno con indosso il suo grembiule. E d’altronde che ne sappiamo noi di questioni scientifiche complesse come l’elettrosmog (su cui votammo nel 2003), la fecondazione assistita (referendum del 2005), o per l’appunto il nucleare? Potremmo rispondere osservando che se l’elettore è incompetente, lo è altrettanto l’eletto. O forse anche di più, almeno a guardare le pupille vuote che si spalancano in tv. Potremmo ricordare che la prima Repubblica fu battezzata da un referendum (quello del 1946), e che un altro referendum (nel 1993) ha schiuso i battenti alla seconda. Ma il fatto è che la crisi della democrazia diretta, insieme al veleno inoculato dal «Porcellum» sul corpo della democrazia indiretta, ha reso traballanti le nostre istituzioni. Per forza: nessuno può reggersi su una gamba sola, per giunta malaticcia. E ogni democrazia viaggia su due schede, l’elezione e il referendum. Ecco perché è diventato urgente correggere la fisionomia di quest’ultimo istituto, anziché baloccarsi con riforme impalpabili e improbabili. Il governo vorrebbe correggere la Carta scrivendo che l’amministrazione è al servizio del bene comune (come se fin qui fosse una vestale del Maligno). Altri vorrebbero espellere il lavoro dai fondamenti della nostra convivenza (proprio adesso, mentre 3 giovani su 10 sono disoccupati, e gli altri 7 costretti a un lavoro ballerino). Dedichiamoci piuttosto a restituire la sovranità al popolo bambino. Per esempio eliminando dai referendum il quorum di validità: non lo rimpiangeremmo.

Il Corriere della Sera 07.05.11

"Tra sindacati e imprese è l’ora di trovare una direzione comune", di Bruno Ugolini

È cominciato, forse, il futuro. Questo dice lo sciopero di ieri. Questo auspica Susanna Camusso quando parla di voltare pagina. Una sterzata che riguarda non solo il governo messo duramente sotto accusa, ma gli stessi sindacati, chiamati a gran voce, dalla massima autorità civile e morale del Paese (Giorgio Napolitano) a ritrovare una qualche forma di unità. E un diverso futuro potrebbe coinvolgere perfino la Confindustria che proprio oggi a Bergamo, a porte chiuse, potrà fare un bilancio sui mali della crisi che ha sconquassato il mondo e che non ha certo fatto del nostro Paese e delle sue industrie un’isola felice. C’è bisogno di un salto di qualità: con una crescita dell’1,1 per cento – ha affermato Emma Marcegaglia – “non andiamo da nessuna parte”. Sono segnali che indicano la possibilità di mettere alle spalle una fase di contrapposizione impotente tra le forze sociali. Segnali testimoniati anche da toni meno sferzanti adottati nei commenti di alcuni (non tutti) dirigenti Cisl e Uil. Condensato nella voglia, auspicata dal segretario generale della Uil Luigi Angeletti, almeno di un “clima decente”. Così, del resto, slogan e rappresentazioni nella giornata di sciopero generale, hanno evitato di prendere di mira compagni e amici di altre organizzazioni. Quell’enorme “Basta” disegnato da donne e uomini nei cortei di tante città era anche un basta nei confronti della impossibilità di un’azione comune. Un’azione capace di incidere su una politica che appare interessata a tutto (dai processi ai posti per nuovi sottosegretari)ma non all’ansia di un esercito di cassintegrati o di lavoratori in bilico nelle loro presunte garanzie. Per non parlare deldrammacrescente dei precari, giovani e spesso non più giovani, posti con una scelta emblematica ma importante alla testa di molte manifestazioni. Ed era un basta nei confronti di una strategia tesa a far saltare concertazione e coesione sociale, fortemente perseguita da un centrodestra che ha scommesso platealmente sulla nascita di due “poli” sindacali. Un modo per coltivare, alla fine, l’estremismo sociale. Un futuro nuovo, capace di uscire, dunque, dagli accordi separati e dagli scioperi separati. Non è certo immaginabile la cancellazione di colpo delle differenze grandi che albergano tra Cgil, Cisl e Uil. C’erano, però, anche nel passato e si è riusciti a farle convivere. Un sostegno vitale potrebbe venire dall’assunzione di regole certe sulla rappresentanza, sulla possibilità di coinvolgere gli interessati, i lavoratori, nella costruzione di compromessi sempre necessari. E non solo a colpi di referendum ma ricorrendo all’intelligenza, a un sapere di basi sociali mature e responsabili. Come dimostrano tanti casi. Una data importante potrebbe essere il 18 giugno, una giornata voluta da Cisl e Uil dedicata a quel tema, la riforma fiscale, che sarà presente anche all’assemblea di Bergamo. E che potrebbe vedere,come ha auspicato la Camusso, l’adesione della stessa Cgil. Affinché davvero “paghi di più chi ha e paghino di meno pensionati e lavoratori”. Sarà possibile?Ha osservato un altro “padre” della patria Romano Prodi, a proposito di sindacato, che “La divisione è la sua autodistruzione, al di là di chi ha ragione o torto: è un suicidio collettivo”.Ha ricordato sulla rivista on line “Eguaglianza e libertà” (diretta da Pierre Carniti e Antonio Lettieri) lo stesso Lettieri come oggi il sindacato rischi di essere la vittima designata della crisi. Eppure dappertutto, in Europa, esso reagisce unitariamente, perfino in Francia, mettendo da parte storiche divisioni. L’Europa può insegnare qualcosa.

L’Unità 07.05.11

******

“Un grande sciopero generale. Camusso: governo, basta bugie”, di MASSIMILIANO AMATO

Eccolo qua, il Paese che non si arrende “al governo delle bugie che ha saputo solo costruire divisioni”. Baciato dal sole di Napoli, capitale per un giorno, riprende in mano il proprio destino reclamando un fisco più equo,un salario e condizioni di lavoro più accettabili per chi un’occupazione ancora ce l’ha, e certezze per il futuro dei tantissimi, troppi, costretti a navigare tra le nebbie di un presente eterno e precario. A poche centinaia di metri dal serpentone che invade il corso Umberto, nel cortile del Maschio Angioino, il Capo dello Stato rende l’ultimo omaggio ad Andrea Geremicca,uno di quelli che si sforzava di capire, senza mai piegare la testa. Sarebbe piaciuta molto, al compagno Geremicca, questa esplosione di colori. E tutte queste belle facce di operai, disoccupati, inoccupati, precari, pensionati, donne, giovani, migranti, lavoratori della scuola, della sanità e dei servizi socio-assistenziali, provenienti daogni angolo della Campania che sfilano insieme a Susanna Camusso, mentre la banda intona per la centesima volta il turatiano Inno dei Lavoratori. Rappresentano l’Italia “migliore”, dice la leader Cgil dal palco di piazza Dante, “che non si merita un governo come questo”, e ha ragione. Stanno pagando il prezzo più duro al governo delle false promesse e delle illusioni, che ha retrocesso il lavoro a variabile ininfluente e tiene il Paese con la testa sott’acqua. Ma questo popolo, il popolo della Cgil, non conosce la parola rassegnazione: “I veri responsabili in questo Paese siamo noi, che oggi scioperiamo contro la bugia che la crisi sarebbe alle nostre spalle. La crisi è tra noi e travolge i più deboli: i precari, i salariati, i pensionati”. Quello che la Camusso fa rotolare dal palco davanti ad almeno 60mila persone, dopo aver parlato “di lavoro e di speranza per i giovani” con il cardinale Crescenzio Sepe durante un breve incontro in Curia, è un macigno che travolge il castello di carte costruito da Silvio B. A partire dalla questione Napoli: “Quando si è insediato promise che avrebbe fatto qui le riunioni del Consiglio dei ministri. E aggiunse che avrebbe risolto in 24 ore l’emergenza rifiuti. Ora continua a confezionare spot, scaricando tutte le responsabilità sui governi locali”. L’affondo della leader Cgil è a 360 gradi. Sui migranti: “Hanno parlato di un’invasione terribile per seminare il panico. Poi hanno preso i migranti e, qui in Campania, li hanno tenuti in stato di cattività in una caserma. E quante bugie sulla Libia e su quello che sta succedendo nel Maghreb. Un Paese civile si schiera a favore e non contro i venti di libertà che spirano sul Mediterraneo”. Sul decreto per lo sviluppo: “Ce l’hanno presentato come una frustata all’economia. Ma prendiamo le misure per il Sud: hanno reintrodotto il credito d’imposta senza metterci un centesimo. Eviene da chiedersi perché l’avevano tolto, visto che c’era già. Il Piano per ilSudè stato presentato sei volte. Hanno detto che c’erano cento miliardi disponibili, poi si è scoperto che erano fondi europei». Ha continuato: «E sappiamo che nella notte, in Commissione Bilancio, sono continuate le contrattazioni con la Lega per dirottare altrove le risorse ”. Sulla nuova normativa per gli appalti: “Le accelerazioni senza controlli consegnano il settore alle mafie”. Sui precari: “Cancellino subito tutte le forme di lavoro che determinano la precarietà, basta un’opera di delegificazione”. Mail cuore dell’intervento della leader Cgil riguarda il fisco: “Sostengono di aver recuperato 25 miliardi di evasione.Mail recupero ha riguardato le persone fisiche, non il sommerso, l’illegalità, il lavoro nero, la corruzione. Se vogliono intervenire sul fisco decidano oggi di alleggerire la pressione che grava sui redditi fissi e sui pensionati perun92%del gettito complessivo, e comincino a colpire i grandi patrimoni e le rendite finanziarie”. La battaglia per un fisco più equo può essere il terreno di incontro con Cisl e Uil: “Manifestiamo insieme, iniziamo una campagna su fisco e legalità. E torniamo insieme nei luoghi di lavoro, rieleggendo le Rsu, ridando la parola ai lavoratori”. L’ultimo messaggio è per Confindustria, che oggi si riunisce a Bergamo: “E’ un appuntamento importante, gli imprenditori lo sfruttino per dire che si riparte dai diritti dei lavoratori. Per due anni hanno sbagliato politica seguendo la strada degli accordi separati: ora è tempo di bilanci. Hanno rotto l’unità sindacale per stare dietro al governo e si sono ritrovati con un pugno di mosche in mano”.

L’Unità 07.05.11

"La dignità istituzionale", di Carlo Galli

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è dimostrato ancora una volta l´autentico custode della Costituzione e delle regole, ovvero dell´interpretazione parlamentare – l´unica che la Carta consente – della politica italiana. Con l´osservare che i nuovi sottosegretari appartengono a un gruppo politico che non esisteva al momento delle elezioni, e che quindi il premier devono presentarsi in Aula a riferirne, e che i presidenti delle Camere possono considerare se il Parlamento debba rilegittimare col voto di fiducia quello che a tutti gli effetti è un nuovo governo, il Capo dello Stato esercita la difesa attiva, non meramente notarile, della Costituzione.
Questa difesa consiste più o meno in questo ragionamento: se è vero che parecchi parlamentari – sulla base del principio costituzionale del mandato libero e dell´indipendenza dell´eletto dagli elettori – hanno maturato l´intimo convincimento di uscire dai partiti nelle cui liste sono stati eletti, lo possono certamente fare. Ma se danno vita a un nuovo gruppo parlamentare, e se ora questo gruppo, dopo avere ripetutamente votato insieme alla maggioranza, entra a far parte del governo, allora sarebbe necessario che il Parlamento tornasse a votare la fiducia al governo. Che è nuovo non perché ci sia stata una crisi formale, ma perché è politicamente non solo sorretto da una nuova maggioranza ma composto da nuovi partiti.
I numeri per il voto, se ci sarà, presumibilmente si troveranno: a questo, del resto, servono i Responsabili, che appunto così si guadagnano la ricompensa ministeriale. Ma il valore politico del gesto di Napolitano si misura in opposizione – implicita ma evidentissima – alla vera ideologia politica che anima Berlusconi. Che da sempre, oltre che ostile ai magistrati e alle istituzioni di garanzia come la Corte Costituzionale, è anti-parlamentare – si ricordino le proposte di ridurre il voto ai soli capigruppo, nonché la polemica ininterrotta verso “il teatrino della politica” – , ed è tutta spostata verso il rafforzamento dei poteri del governo e soprattutto verso la dimensione elettorale, interpretata in senso populistico-plebiscitario. Ovvero, per Berlusconi le elezioni sono il momento della verità in cui un popolo – spaccato in due dalla sua propaganda – si conta, e conferisce al Capo eletto (l´Unto del Signore) tutto il potere, facendone il dominus delle istituzioni. Cioè non solo del governo – come se si fosse eletto direttamente il premier – ma anche del Parlamento: che in quest´ottica è uno spazio subalterno, di servizio, perché la “vera” espressione della sovranità non sono per Berlusconi i parlamentari ma colui che – come individuo singolo – è risultato vincitore delle elezioni. Il Parlamento, semmai, è una “spoglia”, un insieme di “posti” con cui, a spese dei contribuenti, si compensano i seguaci (che una legge pessima vuole siano blindati in una lista decisa dal Capo).
Nessuna centralità del Parlamento, quindi, ma solo supremazia (sovranità) del leader vittorioso. La centralità del Parlamento – di cui l´indipendenza dell´eletto è il cuore, poiché quella indipendenza significa che il baricentro della politica è nell´istituzione-Parlamento e non negli interessi sociali in grado di far eleggere questo o quello – è sempre stata respinta da Berlusconi, che alla mediazione preferisce l´immediatezza, alla discussione la decisione. Solo in un caso quella centralità – con l´indipendenza del parlamentare che ne consegue – è stata difesa: cioè nella fase in cui si è proceduto al “recupero” dei parlamentari per ricostituire la maggioranza, vulnerata dall´uscita di Fini e dei suoi. A quel punto, a giustificare i molti movimenti di molti parlamentari, si è fatto sentire un debole accenno al mandato libero e ai valori istituzionalmente fondanti del liberalismo: accenno incongruo, spaesato, strumentale al libero dispiegarsi della vera idea e della vera pratica del potere che ha Berlusconi: il dominio incontrastato, con ogni mezzo, per affermare la propria volontà. Si diceva “mandato libero” e si doveva intendere “compravendita” – almeno altro con le cariche nel governo che ora, a riprova, vengono elargite – .
Il capo dello Stato ha quindi fatto quello che era in suo potere per ridare dignità alle istituzioni, ovvero per ribadire che il Parlamento non è nella disponibilità del premier, non è lo spazio delle sue scorribande indisturbate; che è soggetto e non oggetto della politica. Che quindi il Parlamento deve prendersi la responsabilità dei responsabili, non limitarsi a registrarne l´ascesa agli ambìti posti di sottosegretari. Vedremo se altri si prenderanno a cuore quella dignità, che è anche la dignità di tutti i cittadini.

La Repubblica 07.05.11

"Al voto per le città pensando all'Italia e all'urgenza di una svolta", di Marina Sereni

Torino, Milano, Bologna, Napoli, Cagliari, Latina, Siena, Lucca, Macerata… Tante città e province sceglieranno sindaci e presidenti nella tornata del 15 e 16 maggio, ed eventualmente nei ballottaggi delle settimane successive. Il voto cade in un momento difficile: i problemi economici e le preoccupazioni per il lavoro sono ancora grandi, l’Italia fatica più degli altri Paesi europei ad imboccare la strada della ripresa e il dibattito politico e istituzionale mostra una distanza siderale dalle domande concrete della maggioranza delle persone, delle famiglie, delle imprese. Dopo una settimana di contorcimenti sulla politica estera (da cui Pdl e Lega sono usciti con una mozione fasulla) il Consiglio dei Ministri di ieri ha varato il cosiddetto Decreto sviluppo. Era previsto: per l’ultima settimana di campagna elettorale bisognava tirar fuori il “coniglio dal cilindro”. Dovremo leggere molto bene ciò che il Governo ha inserito in questo provvedimento. Pagine e pagine di rinvii ad altre norme (sotto la voce della semplificazione!)intervengono su materie molto delicate e complesse come le regole in materia di appalti e la gestione di alcuni beni demaniali (coste e arenili in primis). La legge contro la corruzione e’ rimasta nel cassetto, mentre ciclicamente il Governo cerca – sempre con un decreto d’urgenza – di mettere le mani sul codice degli appalti, come se non avessimo già sperimentato gli effetti devastanti della logica dell’emergenza e delle “deroghe” dalle regole. Sullo sviluppo propriamente detto siamo alla riproposizione di misure parziali e insufficienti, utili pero’ per fare un bel po’ di propaganda. Da oltre due anni il Pd insiste sulla necessita’ di ripristinare il credito d’imposta per le imprese che investono in ricerca e innovazione e che assumono giovani e donne. Il credito d’imposta c’e’ ma non le risorse per finanziarlo! Che senso ha? Come funzionerà?
Nello stesso Consiglio dei Ministri e’ stato licenziato il decreto legislativo che, contraddicendo il voto sulla risoluzione del Pd approvata all’unanimità alcune settimane fa, taglia gli incentivi per le imprese che si stanno sviluppando nel settore delle energie rinnovabili, imprese che assumono e investono sulla ricerca!
Ma in campagna elettorale (come in amore) tutto e’ concesso: l’esercito a Napoli per far dimenticare che il problema dei rifiuti e’ ancora li’ in tutta la sua gravita’, le promesse sui precari della scuola dopo aver negato per mesi che esistesse il problema, la quarta edizione del Piano Casa, perfino il recupero di misure del governo di centrosinistra (dalla portabilita’ dei mutui al credito d’imposta) che Tremonti aveva cancellato… e soprattutto la nomina di nove sottosegretari per garantirsi (almeno fino ai ballottaggi) il voto dei deputati “responsabili”!
Temo che la mossa – ancorché scoperta agli occhi di un elettore avvertito e informato – diventerà oggetto di una mega-campagna di dis-informazione gia’ iniziata in queste ore. Ogni trasmissione tv, ogni spazio radiofonico, ogni telegiornale parleranno del decretone sviluppo. E possiamo giurare sul fatto che faranno di tutto per far entrare nelle case degli italiani un messaggio positivo, magari generico e confuso ma positivo.
Come rispondiamo? Dal fisco al lavoro alle liberalizzazioni il Pd e le opposizioni hanno presentato in questi anni idee e progetti realistici e credibili puntualmente bocciati dalla maggioranza! Non dobbiamo sprecare nessuna occasione per smascherare il Governo, per denunciare la loro incapacità e per spiegare le nostre proposte.
Con le televisioni, i giornali, internet e tutti i mezzi di comunicazione di massa. Ma anche attraverso una campagna più capillare possibile, con il contatto diretto, andando per mercati, davanti agli uffici e alle fabbriche. Non dimentichiamoci mai che i cittadini decidono per chi e come votare spesso ascoltando un amico, un parente, un conoscente. Mai come ora tanti sono gli incerti e i delusi, del centrodestra e della politica in generale. Andiamoli a cercare, non diamo nulla per scontato, moltiplichiamo le telefonate, i piccoli incontri, i banchetti per strada. Sono convinta che il 15 e 16 maggio può venire dagli elettori un messaggio di cambiamento, un segnale per avviare finalmente una stagione di rinascita per l’intero Paese.

www.areadem.info