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Cinque per mille dipendenti e pensionati sono i più "generosi", di Roberto Petrini

Lo versa il 73%. Solo il 27% tra gli autonomi. La maggioranza dei professionisti non destina parte dell´imponibile a scopi benefici. La solidarietà, anche quella che corre sull´arido filo del fisco, ha per protagonisti i più deboli: lavoratori dipendenti e pensionati. A oltre un quinquennio dalla nascita del meccanismo del 5 per mille, entrato in vigore per la prima volta con la dichiarazione dei redditi del 2006, si può dire che è il modello 730, quello che compilano i lavoratori dipendenti e i pensionati, ad aver dato di più.
Il 73 per cento di questi contribuenti non si dimentica di sbarrare la casellina e di inserire ogni anno il codice fiscale dell´associazione o dell´ente beneficiario. Più distratti, invece, i lavoratori autonomi e i professionisti che compilano l´Unico: solo il 27 per cento di loro vincola il 5 per mille della propria Irpef a scopi benefici.
E´ questo l´ultimo dato sulla grande corsa del cinque per mille che sta per arrivare al traguardo: sabato 7 è scattata la chiamata finale per gli enti del volontariato e le associazioni sportive dilettantistiche interessate ad iscriversi negli elenchi dei beneficiari. Entro fine mese per i contribuenti che compilano il 730 e entro il 30 giugno per chi ricorre al modello Unico, potranno fare la propria scelta.
La torta da ripartire, dopo le mille polemiche sul rifinanziamento, è cospicua anche quest´anno: lo stanziamento per il 2011 è di 400 milioni. Se lo divideranno le circa 41 mila Onlus, enti del volontariato, enti di ricerca scientifica, enti universitari, di ricerca sanitaria e associazioni sportive dilettantistiche: soggetti iscritti agli elenchi dei beneficiari. Un “esercito del bene”, tutto sommato, che in questo caso sembra vincere. Le offerte sono molte, la pubblicità di coloro che vanno caccia del 5 per mille è insistente ma in questo caso la “mano invisibile” dei contribuenti sembra saper scegliere.
Basta vedere come i nomi che svettano in cima alle classifiche (gli ultimi dati noti sono quelli del 2009): da Medici senza frontiere, a Emergency, all´Unicef. Per la ricerca scientifica campeggiano cinque “marchi” di prestigio: l´Associazione italiana per la Ricerca sul cancro, la Fondazione per la Sclerosi multipla, la Fondazione Umberto Veronesi, la Telethon, il San Raffaele del Monte Tabor. Il contribuente, seppure vessato e oppresso dalle tasse, non rinuncia a mettere la mano sul portafoglio quando si tratta di indirizzare il proprio 5 per mille a favore della ricerca su malattie terribili come l´Alzheimer e il Parkinson e i tentativi di cura che le neuroscienze fanno anche attraverso le cellule staminali.
Quanto ai numeri nel 2009, per il quarto anno consecutivo i contribuenti hanno indirizzato le proprie preferenze verso la categoria del volontariato e delle Onlus, che ha ricevuto 267,7 milioni. E´ cambiato, invece, l´ordine del podio (rispetto al 2008) con gli enti della ricerca scientifica e dell´università che, con 63,6 milioni, hanno scavalcato gli enti della ricerca sanitaria. Questi ultimi, a loro volta, saranno premiati con 61,3 milioni. Chiudono la graduatoria i Comuni di residenza del contribuente, ai quali vengono assegnati 13,2 milioni, e le associazioni sportive dilettantistiche, cui andranno circa 6,1milioni.

La Repubblica 08.05.11

"Ognuno faccia la sua parte", di Roberto Napoletano

Se negli ultimi dieci anni l’Italia è cresciuta molto meno di Europa e Stati Uniti, una ragione sistemica di qualche serietà sulla quale interrogarsi ci deve pure essere. Perché l’Italia non cresce? Perché quando le cose vanno male, da noi vanno peggio e quando vanno bene, da noi vanno meno bene?
Per spiegare in profondità il significato di due interrogativi così impietosi, Fabrizio Galimberti, dalle colonne di questo giornale, si è affidato a Voltaire: «Giudica un uomo dalle sue domande piuttosto che dalle sue risposte». Parafrasando Voltaire, potremmo dire: giudica un Paese dalle sue domande piuttosto che dalle sue risposte.

Tutti, ma proprio tutti, hanno un pezzo di responsabilità se siamo costretti a ripeterci ossessivamente queste due domande. E sarebbe bene che ognuno cominciasse a chiedere prima a se stesso, piuttosto che agli altri, in che cosa ha sbagliato e che cosa può (e deve) ancora fare.

Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha le sue ragioni per chiedere agli imprenditori italiani di cominciare a fare qualcosa loro per il Governo e non di continuare solo ad aspettare che sia il Governo a fare qualcosa per loro. Nel frattempo, lui e il suo ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che hanno il merito di avere difeso la stabilità dei conti pubblici durante la crisi globale, dovrebbero, però, spiegare non agli imprenditori ma ai loro elettori perché, dal ’94 a oggi, non sono riusciti a fare, ad esempio, la riforma fiscale e perché esitano così tanto sul terreno delle liberalizzazioni.

Ricorda, presidente Berlusconi, la lavagna di Porta a Porta, il contratto con gli italiani, e la promessa di ridurre a solo due aliquote, al 23% e al 33%, il prelievo dell’Irpef dalle buste paga? Ricorda la legge obiettivo e i cantieri che, di fatto, ha sempre solo annunciato di aprire? Ricorda, ministro Tremonti, l’impegno con gli elettori a cambiare la scuola e l’università? Riconosciamo che su questo le riforme le avete fatte, ma lei ha una dote inossidabile, la coerenza, e la esercita ostinatamente nel negare sempre quelle risorse indispensabili perché le riforme varate si attuino davvero: è troppo chiedere anche a lei un sussulto di buona volontà perché il merito salga in cattedra?

Il presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, ha avuto lo scomodo coraggio di rimettersi in gioco in una operazione verità chiamando oggi a raccolta a Bergamo migliaia di imprenditori, energie e forze vitali di una borghesia produttiva che affonda le sue radici nel capitalismo familiare italiano. Ci permettiamo di darle un consiglio: li ascolti tutti, prenda appunti, raccolga le sacrosante richieste che formuleranno agli altri, dalle forze politiche al sindacato, dalle banche agli amministratori del territorio, ma poi cominci davvero a chiedere a se stessa, come leader degli industriali, e ai singoli imprenditori quello che sa di poter dare e di dover esigere. Perché si esita a immettere capitali propri per rafforzare i patrimoni societari e affrontare la sfida non più eludibile della dimensione? Perché si ha così tanta paura di «managerializzare» le proprie aziende e di affidarne la guida a chi è del mestiere? Gli uomini migliori, quando percepiscono di non potere mai diventare numeri uno (talvolta per fare spazio a eredi non all’altezza) prima o poi lasciano le aziende e l’Italia.

A questo punto, è chiaro che la sfida per la classe imprenditoriale è quella di consolidare, nei fatti, peso e ruolo di classe dirigente italiana. Maggioranze politiche di tutti i colori si sono infrante contro il muro del debito pubblico e del suo fardello di tassi di interesse. Un capitalismo degno di questo nome deve contribuire a ridefinire, con la sua azione, i confini dello Stato, deve sapere offrire le sue intelligenze e i suoi capitali per innovare e gestire le grandi reti di servizi che languono, deve imporsi di operare concretamente per liberalizzare e modernizzare il Paese.

Forse, se si prendesse coscienza che il tempo è scaduto per tutti, si potrebbe ritrovare la forza di uscire dalla deriva in cui si è più o meno consapevolmente precipitati. Una deriva che tocca e scuote quotidianamente i beni più preziosi e, cioè, il decoro e l’efficienza delle istituzioni. A ben vedere, c’è qualcosa di profondamente etico in quel pragmatismo del fare che ha segnato altre stagioni e che chi ha a cuore davvero il futuro dei nostri figli deve imporsi di ricostituire. Ognuno, per la sua parte. A tutti i costi.

Il Sole 24 Ore 08.05.11

"Berlusconi: L'antidoto ai prof comunisti sono scuola privata e nuovi testi", di A.G. da La Tecnica della Scuola

Stavolta il Premier ha ribadito il concetto salendo sul palco del Palasharp di Milano: è l’unico modo per salvare gli alunni che incontrano libri di sinistra e insegnanti che vogliono inculcare valori diversi da quelli delle loro famiglie. L’obiettivo sono comunque i buoni scuola su scala nazionale. Quella di sostenere maggiormente la scuola privata e di denunciare gli autori di libri di testo ispirati dall’ideologia comunista, sembra essere diventato un tema fisso del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Da qualche settimana a questa parte, ad ogni occasione, soprattutto quando la platea a cui si rivolge è particolarmente sensibile a questo genere di argomenti, il Premier sente la necessità di “infiammare” i presenti sostenendo la necessità di equilibrare la spesa per l’istruzione prevedendo una parte molto più cospicua dell’attuale a favore degli istituti non statali. Oltre che di rinnovare i testi su cui studiano i nostri giovani.
Stavolta Berlusconi ha ribadito il concetto, sabato 7 maggio, salendo sul palco del Palasharp di Milano: toccando il tema della scuola e dell’educazione, ha detto senza mezzi termini che i genitori hanno diritto di ” educare i figli liberamente “, soprattutto ” quando c’è una famiglia meno fortunata delle altre e li manda nelle scuole pubbliche, e ha la sfortuna di incontrare un insegnante di sinistra con libri di sinistra, che vogliono inculcare valori diversi da quelli insegnati nella stessa famiglia “. Il presidente del Consiglio ha quindi concluso l’intervento con quello che presto potrebbe diventare uno dei nuovi obiettivi del Governo: il finanziamento alle famiglie di un bonus per i figli , concesso dallo Stato, per scegliere il corso di studi più indicato senza più condizionamenti. ” Lo Stato – ha sottolineato Berlusconi – deve dare con i buoni scuola la possibilità di frequentare una scuola privata dove educare i loro figli secondo questi valori”. Più chiaro di così?

La Tecnica della Scuola 08.05.11

"Com'è lontana l'Europa", di Tito Boeri

Si intensificano gli sbarchi a Lampedusa: 842 persone in una notte. Sarebbero state di più se un barcone non fosse affondato vicino alle coste della Libia.A bordo aveva 600 persone. E si è allungato così il tragico elenco di chi, soprattutto donne e bambini, ha perso la vita in un tratto di mare di appena 70 miglia. Non sappiamo quanto abbia contato sull´intensificazione dei flussi verso Lampedusa la scelta di concedere permessi di soggiorno temporanei ai nuovi arrivati. Sappiamo però che la richiesta suicida di Berlusconi (sotto dettatura di Sarkozy) di “ristabilire temporaneamente controlli alle frontiere interne in caso di difficoltà eccezionali” non è caduta nel vuoto. Sono passati pochi giorni dal vertice italo-francese e la Commissione Europea ha presentato la sua “riforma” di Schengen. Se dovesse essere approvata permetterà a Francia, Svizzera e Austria e agli altri paesi di Schengen di ripristinare i controlli alle nostre frontiere in presenza di forti flussi di immigrati. Vorrà dire essere un po´ fuori dall´Europa. Proprio quando ne avremmo maggiore bisogno.
La chiusura delle nostre frontiere ci condanna a dover trattenere persone arrivate con l´idea di andare altrove. L´Italia è oggi terra di transito dell´immigrazione clandestina molto più di quanto non fosse in passato. Per due motivi. Primo perché il nostro mercato del lavoro fatica a creare opportunità di impiego: tra disoccupazione e cassa integrazione continuiamo ad avere più del 10% della forza lavoro disoccupata o sottoccupata. Secondo, oggi i flussi provengono in gran parte dall´Africa e hanno come destinazione preferita paesi con già forti insediamenti di persone della stessa nazionalità, spesso parenti, amici o conterranei di chi arriva, come la Francia. Consapevole di questa forte immigrazione di transito, il nostro governo aveva deciso unilateralmente di rilasciare permessi provvisori agli immigrati irregolari, dando modo a questi ultimi di spostarsi in altri paesi dell´area di Schengen. Questa decisione ha creato un precedente: abbiamo incoraggiato nuovi sbarchi dalla Tunisia nell´aspettativa che nuovi permessi verranno, prima o poi, rilasciati. Insomma la perversa sequenza di scelte e richieste del nostro governo ci condanna ad avere al tempo stesso più sbarchi e più persone costrette a rimanere da noi, anziché poter raggiungere i loro familiari o trovare lavoro altrove in Europa.
Non c´era nessuna ragione per cedere alle richieste di Sarzoky perché la chiusura di Schengen fa male anche all´Europa. L´Unione Europea non ha ancora un mercato unico del lavoro. Barriere linguistiche, culturali, ostacoli alla concorrenza basati sul mancato riconoscimento di competenze e titoli di studio acquisiti altrove riducono la mobilità dei lavoratori all´interno dell´Unione. Questo permette che permangano divari molto forti fra paesi nei tassi di disoccupazione e nelle opportunità di impiego. Se i disoccupati si spostassero dove c´è lavoro, il reddito pro-capite dei paesi dell´Unione aumenterebbe fortemente. Ma oggi solo un cittadino Ue su duecento cambia ogni anno paese di residenza per lavoro. La percentuale si alza a 7 su 100 nel caso di lavoratori immigrati. Se dovessimo ora richiudere le frontiere all´interno dell´Unione, questa già scarsa mobilità verrebbe ulteriormente compromessa. Comparando la mobilità delle persone nei paesi che hanno aderito a Schengen con quella nei paesi che non lo hanno fatto negli anni 90, ci si rende conto che l´abolizione dei controlli alle frontiere interne ha portato a un incremento significativo (fino al 10 per cento in più) della mobilità interna all´Unione. Introdurre delle eccezioni, seppur transitorie, a Schengen, è perciò un errore gravissimo in un momento in cui l´Europa deve tornare a crescere per affrontare la crisi del debito pubblico. Inoltre il superamento dei controlli alle frontiere comuni è stato in tutti questi anni un fatto molto importante nel creare una comune identità europea. Questo senso di appartenenza è fondamentale per permettere un maggiore coordinamento fra paesi nel gestire risorse comuni, come l´ambiente e la sicurezza, e per far contare di più l´Europa su scala globale.
L´opposizione in Italia ha tradizionalmente paura a parlare di immigrazione. E´ un tema che divide perché tra le sue file sono in molti a essere ideologicamente favorevoli a liberalizzare i flussi, ma dovrebbero anche esserci molti lavoratori poco qualificati che temono i costi fiscali dell´immigrazione, la competizione coi nuovi arrivati nell´accesso ai servizi sociali se non nel trovare lavoro. Molti flussi elettorali dal centrosinistra alla Lega sono proprio avvenuti sui temi dell´immigrazione. Per questo siamo nella situazione paradossale in cui il governo compie scelte suicide nella gestione dell´immigrazione e l´opposizione tace. Eppure l´immigrazione è un tema che oggi potrebbe dividere molto di più la maggioranza. E´ costretta a prendere atto del fatto che il problema può essere solo affrontato a livello europeo, un ministro della Lega ha dovuto, suo malgrado, chiedere ripetutamente e goffamente aiuto all´Europa. E´ una scelta inevitabile, ma densa di implicazioni perché toglie legittimità a movimenti che vivono e vegetano proprio nel trovare facili capri espiatori all´interno del proprio paese. Non a caso ad opporsi a un coordinamento europeo delle politiche dell´immigrazione sono soprattutto i leader di partiti come i Veri Finlandesi, i Veri Tedeschi o la Lega dei (presumibilmente veri anche loro) Ticinesi. Sono gli stessi che ricordano ogni giorno ai seguaci della Lega che c´è sempre qualcuno più a Nord di loro che potrà, per usare un eufemismo (il termine impiegato nei comizi quando trattano dei nostri transfrontalieri è “topi”), guardarli dall´alto in basso.

La Repubblica 08.05.11

"Sull'unità sindacale ascoltiamo Napolitano", di Valeria Fedeli*

Il monito e il richiamo alla responsabilità di ricostruire un clima di coesione e di unità del sindacato, che il Presidente della Repubblica ha pronunciato in occasione del 1 maggio, è stato differente da altre volte. Per questo, mi ha colpito e fatto riflettere. C’erano nelle sue parole, l’urgenza dei tempi di superamento dello stato di animosità e delle diffidenze esistenti, per non permettere che il crescente e lungo periodo di contrasti e divisioni sindacali diventi irriducibile ostilità e raggiunga un punto di non ritorno. Le sue parole sono state forti, esplicite, nette. Costringono tutti, secondo me, a superare la condivisione “ipocrita” e solo formale, come il Presidente stesso la definisce e porsi ciascuna organizzazione, la responsabilità di riflettere e rispondere. «La divisione sindacale è il punto di partenza per l’indebolimento generale dei lavoratori. Bisogna capire che la divisione è debolezza, che così avremo torto anche se abbiamo ragione…» diceva Giuseppe Di Vittorio al giovane LucianoLamaall’indomani della scissione sindacale. Questa frase antica ritorna alla mente non solo come monito, ma per la sua straordinaria attualità: quella ragione che ciascuno pensa onestamente di avere e che rischia però di trasformarsi in una parete di granito che può mettere in crisi irreversibile l’unità. Serveuna nuova stagione sindacale unitaria, non è solo perché si è più deboli divisi, siacomelavoratori, sia come sindacati. C’è molto di più profondo e di importante, in questo tempo. C’è l’urgenza delle scelte difficili che questo Paese deve compiere e affrontare. C’è un Paese impegnato in modo inedito nell’aera del mediterraneo, C’è la crisi dell’economia, dell’occupazione. C’è una crisi etico politica delle classi dirigenti al potere e al governo. C’è la paura di perdere il poco (quando c’é) che ancora si possiede; l’incertezza di poter riuscire ad avere un lavoro, o di tenere quello che si ha; l’ansia di un futuro troppo incerto , o addirittura oscuro per chi come quel trenta per cento di giovani non ha alcuna possibilità di lavorare. la caduta verticale del rispetto, della dignità, dei diritti di cittadinanza e del lavoro, nei confronti delle donne,comeabbiamo gridato nelle piazze il 13 febbraio; le crescenti difficoltà di vivere una vita dignitosa per la diminuzione del reddito di tantissime famiglie, avvenuta in conseguenza della crisi e per le scelte sbagliate del Governo. C’è il futuro di tutti – del lavoro, delle imprese, dei giovani, delle donne -dentro questa urgenza Ci sono cambiamenti e riforme – necessarie – che non saranno indolori. Ed è qui che il monito del Presidente assume quel rigore e vigore politico che chiama ad una scelta di straordinaria responsabilità per tutti i sindacati. Tocca a noi rispondere con i fatti, con atti veri, con la capacità di compiere un passo di lato e puntare insieme a crescita, occupazione, equità. A definire la rappresentanza e democrazia sindacale. È tempo di ridefinire regole e ruolo Di un sindacato confederale nazionale e europeo, democratico, che garantisce certezza di partecipazione e di decisione a tutti coloro per cui svolgiamo quel ruolo negoziale che definisce condizioni di lavoro e cittadinanza sociale per milioni di donne e uomini. É tempo anche di definire, come avviene in altri paesi, nelle imprese livelli certi di partecipazione alle scelte strategiche, che rendano anche i lavoratori protagonisti consapevoli dei destini dell’impresa stessa. Ripartiamo dalla condizione prevalente e dominante che vivono i nostri iscritti e i lavoratori, in questa fase storica. Questo serve all’Italia! E questo non si fa da soli. Non ce la può fare un singolo sindacato, ma neppure il singolo imprenditore , piuttosto che la politica, o un governo che ha escluso e diviso forze che, invece, andavano messe insieme per fronteggiare il dramma della crisi. Equesto è proprio quel che ci dice anche il Presidente. Occorre cambiare orizzonte e costruire un nuovo ciclo sindacale in Italia ed in Euoropa, ricostruire relazioni sindacali con e fra tutti i soggetti, sconfiggere la volontà di divisione di questo irresponsabile governo. Serve un confronto vero, serio, profondo, sul futuro del sindacato, sulla questione della rappresentanza e rappresentatività, sulla democrazia sindacale, con uno spirito opposto a quello – che rappresenta una vera e propria malattia – di chi si sente “liberato” dai problemi difficili della mediazione che l’unità comporta. Ma bisogna anche uscire definitivamente dall’ambiguità di questi ultimi quindici anni di rapporto con la politica, in cui si è oscillato tra tentazioni di sostituzione e schiacciamenti pericolosi per la reciproca autonomia. Occorre definitivamente smettere di considerare gli iscritti al sindacato bacino elettorale preferenziale per quello o quell’altro partito. Nessuno vuole limitare le convinzioni valoriali dei sindacalisti, né svilire il ruolo dei valori generali nel fare sindacato, ma non bisogna mai dimenticare che al centro di tutto ci sono le persone in carne ed ossa e non simulacri aderenti a pacchetti ideologici, vecchi o nuovi.

*VICE SEGRETARIA GENERALE FILCTEM CGIL-PRESIDENTE SINDACATO EUROPEO TESSILI

L’Unità 08.05.11

"La guerra del cavaliere contro il presidente", di Eugenio Scalfari

Appena 48 ore fa i giornali berlusconiani erano moderatamente favorevoli ad alcune frasi del Presidente Napolitano pronunciate nel corso d´un convegno dedicato ad Antonio Giolitti nella ricorrenza della sua scomparsa. Quelle frasi erano rivolte alla sinistra italiana e contenevano un incitamento critico a far meglio il suo mestiere di opposizione che si propone di prendere il posto dell´attuale maggioranza di destra.
Ma ieri il tono di quei giornali era completamente cambiato, suonando all´unisono con gli umori del Presidente del Consiglio. È bastato che Napolitano segnalasse la necessità costituzionale di un dibattito parlamentare che prenda atto della nomina di nove sottosegretari provenienti da gruppi parlamentari diversi da quelli che vinsero le elezioni del 2008, per scatenarli in un rabbioso attacco alla più alta istituzione repubblicana, accusata di porsi come la sola vera opposizione al “buongoverno” del Cavaliere di Arcore.
Questi continui capovolgimenti della destra berlusconiana e la sua costante aggressione contro i “magistrati eversivi” che pretendono di giudicare l´uomo votato dal popolo sono la prova provata che i tanti problemi che interessano la vita dei lavoratori, delle famiglie, delle imprese e insomma di tutto il Paese restano e resteranno irrisolti e neppure affrontati a causa del problema preliminare, costituito appunto dalla presenza di Silvio Berlusconi alla guida del governo nazionale.
Ognuno di noi farebbe volentieri a meno di occuparsi delle gesta del Cavaliere, ma è lui che lo rende impossibile. Chi si ostina a non rendersi conto di questo elemento preliminare avrà certo le sue ragioni ma non sono buone ragioni, visto che prescindono da un dato di realtà.
L´aggressione mediatica e politica contro il Capo dello Stato che non ha fatto altro che esercitare il suo mandato di custode della Costituzione, senza forzature né strappi, conferma l´insofferenza di ogni vincolo alla volontà di chi ritiene che l´investitura ricevuta dal popolo possa e debba trasformarsi in una vera e propria dittatura della maggioranza e di chi ha cooptato o comprato quella maggioranza comportandosi come un Re sovra-ordinato a tutte le altre istituzioni.
Questo è il significato dell´attacco contro Napolitano e poiché il voto amministrativo incombe, il passaggio parlamentare sul rimpasto governativo è stato rinviato a dopo le elezioni del 15 maggio per influenzarne l´esito che si annuncia molto incerto.
La piazza decisiva sarà quella di Milano perché è lì che Berlusconi e Bossi faranno il massimo sforzo per vincere fin dal primo turno. La partita non si gioca solo nella capitale lombarda, sono infatti 12 milioni gli italiani chiamati alle urne in tutto il Paese. Ma Milano rappresenta la cuspide politica di questa tornata elettorale. Per vincere il Re ha deciso di scendere in guerra con tutti quelli che considera i suoi riottosi vassalli: la magistratura ribelle ai suoi voleri, la Corte Costituzionale “gremita di comunisti” e perfino il Capo dello Stato. I milanesi sono dunque avvertiti: chi voterà le liste guidate dal Re in persona gli avrà dato un mandato in bianco per trasformare la democrazia e lo stato di diritto in un regime autoritario che risponde in tutto e per tutto ad una sola persona e agli oligarchi da lui cooptati o comprati.
* * *
Ciò detto, credo valga la pena di occuparci di quanto disse giovedì scorso Giorgio Napolitano al convegno su Antonio Giolitti a proposito della sinistra italiana. Anche quella è stata un´occasione di fare chiarezza confrontando pensieri ed esperienze culturali e politiche.
Rispondendo ad una domanda di Giuliano Amato il Presidente lesse un brano di Giolitti contenuto in una delle sue ultime lettere alla nipote Marta. Incitava la sinistra di allora (parliamo del 1992) ad essere credibile e concreta e a costruire un programma praticabile e capace di soddisfare i bisogni e le speranze dei cittadini. Ideologie no (era contrario alle ideologie e l´aveva dimostrato in tutta la sua vita) ma ideali sì, ed anche questo lo aveva dimostrato durante la sua lunga esistenza da intellettuale, da combattente partigiano, da militante del Partito comunista, da uomo di sinistra che non poteva sopportare l´arrivo dei carri armati sovietici a Budapest per schiacciare la libertà reclamata dal popolo ungherese. Infine dalla sua presenza nel Partito socialista dove continuò a sostenere gli stessi ideali che prima credeva di avere trovato nel Pci.
Questo è stato il lascito politico, morale e culturale di Antonio Giolitti. Come non definirlo un lascito di socialismo liberale? Quale altra definizione si può dare di questa rara figura di intellettuale e di uomo politico la cui vita fu caratterizzata dalla ricerca tenace di tenere stretti insieme i due grandi valori della libertà e dell´eguaglianza che non possono esser separati senza dar luogo il primo ad una selva di privilegi in favore di un´oligarchia dei forti a danno dei deboli e il secondo alla demagogia e infine alla dittatura?
Fu un socialista liberale Antonio Giolitti e per questo molto vicino a Bobbio e a Galante Garrone nel solco tracciato fin dagli anni Trenta dai fratelli Rosselli e poi ripreso da “Giustizia e Libertà”. La scelta di Giolitti di militare nel Pci fin dal 1943 derivò da una valutazione concreta poiché il Pci era allora il solo strumento dell´antifascismo combattente. La crisi d´Ungheria del 1956 lo rese però inutilizzabile per un uomo che aveva il culto della libertà. Questa è la storia e la testimonianza da lui lasciata e bene ha fatto Giuliano Amato a dedicargli una giornata di ricordo.
Giorgio Napolitano ha letto quel brano della lettera a Marta e ne ha raccomandato la rilettura agli attuali dirigenti della sinistra italiana affinché divengano più credibili e più concreti se vogliono proporsi come alternativa praticabile alla maggioranza attuale.
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I commenti alle sue parole sono stati numerosi. Nel Pd Bersani ha dichiarato che il partito da lui guidato sta appunto lavorando per accrescere credibilità e concretezza al suo messaggio politico. Anche altri esponenti del partito hanno manifestato piena adesione all´invito di Napolitano secondo dialettiche di corrente che fanno parte della fisiologia dei partiti, anche se i partiti attuali somigliano più a gusci vuoti che a strumenti di comunicazione tra la società e le istituzioni. Questo è e sarà il vero tema per tutti, a sinistra, al centro e a destra: come rifondare i partiti in una società “liquida” come quella attuale.
Più interessanti le reazioni dei giornali che riflettono idee e interessi della classe dirigente, più somigliante all´italiano descritto da Guicciardini che a quello auspicato dai padri del nostro Risorgimento. Quei giornali, in univoco coro, hanno interpretato l´invito di Napolitano alla rilettura di Giolitti come una spinta a “normalizzare” i rapporti tra opposizione e maggioranza; a riconoscersi reciprocamente come legittime rappresentanze politiche e a collaborare alla stesura di programmi e regole condivise in discorde concordia.
Tutti i commentatori hanno ricordato che per avere una condotta di concordia discorde bisogna comunque essere in due ed hanno ricordato altresì che la maggioranza attuale ed il suo Capo non hanno finora dimostrato grande disponibilità. Ma quest´ammissione è stata appena sfiorata se non addirittura sottaciuta, ammessa a bocca stretta in un paio di righe, quasi a volersi liberare da un incomodo argomento.
Il resto di quei testi si è dilungato sull´inguaribile rissosità dell´opposizione, sulla sua intransigenza moralistica, sul suo rifiuto al compromesso possibile. Quanto ai giornali della “famiglia regnante” sono stati molto laudativi verso Napolitano e Giolitti, da loro in verità interpretati assai liberamente.
Il consiglio unanime e quasi un verdetto da rispettare rivolto ai dirigente del Partito democratico è stato quello di allearsi con Casini lasciando perdere il demagogo Di Pietro, il vaniloquente Vendola e turandosi le orecchie per non ascoltare i giornali che vogliono etero-dirigere il Pd. Questa sembra essere la loro maggiore preoccupazione.
Poco tempo fa vari sondaggi registrarono l´umore degli elettori rispetto a possibili alleanze. Tra queste anche l´alleanza eventuale tra Pd e Terzo Polo. Il risultato era un consenso del 36 per cento, al quale Casini contribuiva con il 16 e il Pd con il 20. La sinistra restante registrava un consenso del 28-30 per cento reclutando quasi la metà dell´elettorato potenziale del Pd.
I suggeritori dell´alleanza Pd-Terzo Polo puntano in realtà sulla uscita dalla scena politica della sinistra e l´omologazione dei moderati in due schieramenti rispettivamente di destra e di centro. Berlusconi a stralcio, ma fino a che c´è va sopportato. La Chiesa sarebbe lieta e pronta a buoni uffici.
Che ne dite di un´operazione di questa natura?
Aldo Moro, ai tempi suoi, tentò omologazioni di vario genere. Naturalmente aveva un altro spessore di visione politica e i tempi non erano quelli di oggi. Nel ´64 tentò di ammorbidire i socialisti e scritturò anche per la bisogna il generale De Lorenzo, autore del famoso “Piano Solo”. Nenni per molti giorni resistette all´ammorbidimento ma poi cedette, intimorito dal “rumore di sciabole”. La vera vittima politica fu Giolitti che dovette abbandonare il ministero della Programmazione. Con Giolitti il Psi non si era ammorbidito ma senza di lui diventò un biscotto inzuppato nell´acqua e facilmente masticabile.
Questa è la storia ed è bene non dimenticarsela.
* * *
Nel frattempo il Cavaliere – tra un peccatuccio e l´altro – ha imbarcato altri nove sottosegretari. I loro nomi vanno ricordati, perciò eccoli: Rosso, Bellotti, Polidori, Melchiorre, Misiti, Cesario, Catone, Villari, Gentile.
Si tratta d´un mercato di scambio avvenuto alla luce del sole: dettero il loro voto con la promessa d´un posto nel governo; hanno minacciato di riprendersi il voto se non fossero stati ripagati. Adesso lo sono e toccherà ad altri seguirne l´esempio ed entrare a far parte d´una maggioranza cooptata o comprata.
Ha scritto sulla “Stampa” Massimo Gramellini: il vero tratto distintivo di questa casta di macchiette non è più nemmeno l´incompetenza. È la mancanza di vergogna. È esattamente così. Posso assicurare, avendolo conosciuto molto da vicino, che Antonio Giolitti se si fosse trovato di fronte ad un caso simile sarebbe uscito da qualunque partito e avrebbe abbandonato qualunque carica sbattendo la porta. Di gente come lui si è persa la matrice.

La Repubblica 08.05.11

"Lo scempio del demanio per decreto", di Vittorio Emiliani

È da estremisti affermare che questo decreto per ridare vita all’economia, sancisce la morte di quanto resta dell’antica, ammirata (e già redditizia, o cretini) bellezza del nostro Paese?
Oche esso concentra tutte le nefandezze e gli scardinamenti di regole? Macché estremisti. Siamo alla soluzione finale per il demanio costiero, per i beni culturali e paesaggistici. Il meccanismo è arcinoto: consumare altri beni pubblici strategici per consentire a certi privati ogni possibile profitto. Profitto che verrà ancor meno tassato perché il decreto Tremonti raccomanda energicamente al fisco di essere meno persecutorio. Con chi?
Il decreto privatizza, in pratica, gli arenili col diritto di superficie per 90 anni, rendendo trasferibili gli immobili costruiti su beni demaniali. Misure siffatte sono così necessarie e urgenti da giustificare un decreto? Penso proprio di no. Modificano in peggio, in molti punti, le norme urbanistiche ed edilizie. Vengono devitalizzate le sovrintendenze, ridotti i tempi istruttori e le responsabilità per false dichiarazioni, gonfiate le cubature (salvando, bontà loro, i centri storici), e via devastando.
Alle immediate critiche della Ue – in nome di una più aperta concorrenza fra gli operatori – alla concessione delle spiagge a privati per 90 anni il ministro Prestigiacomo, con ragionamento addirittura acuminato, ha risposto che lo si è fatto per tutelare i nostri concessionari. Risposta che provocherà altre censure europee. Se infatti il fatturato annuo degli stabilimenti balneari si aggira sui 2 miliardi, l’incasso dello Stato per i canoni demaniali si ferma prima dei 100 milioni, meno del 5 per cento, mentre le tariffe dei nostri stabilimenti balneari risultano mediamente più elevate di quelle dei Paesi direttamente concorrenti.
Ogni volta che il governo ha provato ad aumentare canoni per lo più irrisori, la protesta dei titolari dei Bagni è stata furente. Con la concessione dilatata al secolo, o quasi, e con la licenza di costruire e poi di vendere il costruito, il Demanio potrà aumentare canoni e incassi. Ma a spese di chi? E tutto da verificare. Probabile che numerose spiagge ancora libere per chilometri verranno sfruttate a fini speculativi creando nuovi stabilimenti, nuove strade di accesso, nuovi parcheggi, e via cementificando e asfaltandodune e altro. Coi 90 anni si possono remunerare anche investimenti cospicui.
È possibile che il governo Berlusconi voglia favorire alcuni gruppi italiani ben provvisti di capitali. Tutto è possibile con un simile concentrato di porcherie, ispirato ad una delle manie del Cavaliere: soltantomattone & cemento possono rilanciare l’ economia. Ricetta vecchia più dilui, ritenuta decrepita nei Paesi che invece investono in ricerca, hightech, cultura, progettualità , creatività .

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