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Il Colle sui sottosegretari: maggioranza modificata si deve esprimere il Parlamento

Giorgio Napolitano chiede che il presidente del Consiglio e delle Camere investano il Parlamento dell’avvenuto cambiamento nella composizione della maggioranza, all’indomani dell’ingresso dei Responsabili. «Il Capo dello Stato ha in pari tempo rilevato che sono entrati a far parte del Governo esponenti di Gruppi parlamentari diversi rispetto alle componenti della coalizione che si è presentata alle elezioni politiche. Spetta ai Presidenti delle Camere e al Presidente del Consiglio valutare le modalità con le quali investire il Parlamento delle novità intervenute nella maggioranza che sostiene il Governo», si legge in un comunicato del Quirinale.

La crisi e l’abbattimento del debito pubblico imporranno «ripensamenti delle politiche di bilancio e della spesa pubblica». È quanto ha sottolineato il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano che nel pomeriggio al Quirinale ha ricevuto i candidati ai premi David di Donatello.

Napolitano si è detto soddisfatto per l’andamento del cinema italiano, e lo dimostra il numero enorme di candidature ai Donatello: «È stato significativo l’intervento del ministro Galan perchè ha dato il senso di una convinzione e volontà politica per la valorizzazione e per lo sviluppo del nostro cinema che ci inducono a guardare con maggiore fiducia, pur senza smarrire la consapevolezza e difficili prove che attendono il nostro Paese, compreso – ha precisato il Capo dello Stato – l’indispensabile abbattimento del nostro debito pubblico nell’ambito degli impegni europei e quindi sapendo che si imporranno ripensamenti delle politiche di bilancio e della priorità della spesa pubblica e delle strade da abbattere per garantire alle attività culturali in Italia i necessari sostegni. Tutti dovremo dare il nostro contributo non solo critico ma anche propositivo».

Non mancano dentro l’Italia «purtroppo» tanti «segni di divisione» ma il patrimonio dell’unità esiste ed è stato ricordato con le celebrazioni del 150esimo. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ricevendo al Quirinale il mondo del cinema per la cerimonia dei David di Donatello e cogliendo l’occasione per valorizzare ancora una volta l’unità del paese davanti alle «difficili prove» che l’attendono ma l’importante, anche nei momenti di stanchezza, è, ha detto Napolitano rivolgendosi al regista Ettore Scola premiato con il David di Donatello alla carriera, «continuare a credere nel cinema e in altre cose».

Il presidente della repubblica ha anche sollecitato la Rai a dare «piena e tempestiva attuazione» del regolamento approvato dalla commissione di vigilanza rai e la «necessaria informazione sulle modalità di svolgimento della consultazione referendaria». E quanto si legge in un comunicato del quirinale dove si rende noto che il capo dello stato «ha oggi ricevuto al quirinale il presidente della Rai, Paolo Garimberti, e il nuovo direttore generale, Lorenza Lei, nominata all’unanimità dal consiglio di amministrazione. Il capo dello Stato si è complimentato con la dottoressa Lei per l’ampia fiducia accordatagli e le ha formulato gli auguri di buon lavoro al servizio dell’emittente radiotelevisiva pubblica. Nell’occasione, affrontato con il presidente e il direttore generale della Rai le questioni relative alla piena e tempestiva attuazione del regolamento approvato dalla commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai e alla necessaria informazione sulle modalità di svolgimento della consultazione referendaria».

www.unita.it

Sciopero CGIL, Bersani: "Vedo una strada di ricomposizione del sindacato"

“Il nostro guaio è che si parla sempre di tutt’altro, degli affari di Berlusconi, di crisi della maggioranza, dei sottosegretari e di beghe varie e non si parla mai di lavoro che invece è il problema numero uno”.
“Sul tema del lavoro c’è bisogno di unità. Mi azzardo a fare un pronostico: vedo una strada di ricomposizione, a poco a poco si vedrà che questo avviene e ci fa molto piacere”. Lo ha affermato il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, a proposito delle divisioni nel sindacato nel giorno dello sciopero generale proclamato dalla Cgil.

Bersani da Campobasso per la campagna elettorale, stamattina per qualche minuto si è fermato nella piazza del capoluogo molisano dove era in corso la manifestazione della Cgil. ”Il nostro guaio – ha proseguito il leader del PD – è che si parla sempre di tutt’altro, degli affari di Berlusconi, di crisi della maggioranza, dei sottosegretari e di beghe varie e non si parla mai di lavoro che invece è il problema numero uno. Allora serve un mondo del lavoro che si ricompatti, che ritrovi il filo dell’unità. Noi – ha concluso – siamo con tutti quelli che chiedono una diversa politica e auspicano un ricongiungimento del mondo del lavoro”.

Benessere delle madri: nel mondo l’Italia perde 4 posizioni e va al 21° posto

Dodicesimo rapporto di Save the children. Le donne in Parlamento sono il 20%: meglio di noi l’Afganistan (28%), il Burundi (36%) e il Mozambico (39%). La mappa mondiale delle disuguaglianze. L’Italia perde quattro posizioni nell’Indice delle madri, la graduatoria sul benessere delle madri nel mondo contenuta nel 12esimo rapporto Save the children. Nella classifica che coinvolge 164 paesi, la penisola scivola dal 17esimo al 21esimo posto. “Non si può nascondere una certa preoccupazione – commenta Valerio Neri, direttore generale Save the children Italia – con alcuni indicatori, come la presenza delle donne in Parlamento o il ricorso alla contraccezione, che ci vedono al di sotto di alcune nazioni in via di sviluppo”. Gli fa eco Raffaela Milano, responsabile programmi Italia-Europa di Save the children, secondo cui “la discesa di qualche posizione non è confortante perché riguarda soprattutto i parametri relativi alla condizione della donna e al suo ruolo e riconoscimento sociale”.
Rispetto al passato è calata la percentuale delle donne italiane sedute in parlamento (20%): performance migliori si hanno perfino in Afganistan, dove si raggiunge il 28%, in Burundi (36%) e in Mozambico (39%). Non va meglio se si considera l’indicatore relativo all’utilizzo della contraccezione, che pur restando stabile stride nel confronto con altri paesi: se l’Italia raggiunge il 41% viene comunque superata da Botswana (42%), Zimbabwe (58%), Egitto (58%) e Tunisia (52%). Inoltre, la distanza con l’82% della Norvegia è netta.
Sulla situazione italiana interviene a commento il ministro delle Pari opportunità Mara Carfagna, che in un messaggio ufficiale legge i dati come “uno sprone a proseguire con forte determinazione lungo il percorso avviato sin dall’inizio della legislatura dal governo. Una strada che ci ha visti impegnati a potenziare le misure di sostegno alla maternità e all’occupazione femminile, ad aumentare i servizi e le tutele per le donne lavoratrici”. Il ministro aggiunge che “non possiamo lasciare sole queste mamme e i loro piccoli in Italia e in ogni parte, anche la più sperduta, del pianeta in cui ci siano situazioni di povertà e disagio che comportano rischi per la vita stessa”.

Condizione delle madri: la mappa mondiale delle disuguaglianze

La Norvegia è in cima alla lista dei paesi migliori, l’Afganistan primo tra i peggiori. Una su 175 donne norvegesi perderà il proprio bambino prima dei 5 anni, per le afgane il rapporto è di uno a cinque. Se la Norvegia è il paese in cui le madri vivono nelle migliori condizioni, l’Afghanistan è invece all’estremo opposto. Lo riferisce l’Indice delle madri, contenuto nel 12esimo “Rapporto sullo stato delle madri nel mondo” di Save the Children, che stila una classifica mondiale e mette nero su bianco le disuguaglianze a livello planetario. La graduatoria è stata elaborata considerando il livello di benessere materno-infantile in 164 paesi
Ne è emerso che la top ten dei peggiori paesi è composta da Afganistan, Niger, Guinea Bissau, Yemen, Chad, Repubblica Democratica del Congo, Eritrea, Mali, Sudan, Repubblica Centro Africana. Al contrario, i 10 paesi in cui il benessere di madri e bambini è massimo sono Norvegia, Australia, Islanda, Svezia, Danimarca, Nuova Zelanda, Finlandia, Belgio, Paesi Bassi, Francia. L’Italia scivola da 17esimo al 21esimo posto (vedi lancio successivo). I parametri presi in esame per la classifica sono vari e vanno dagli indici di mortalità infantile e materna all’accesso delle donne alla contraccezione, dal livello di istruzione femminile e di partecipazione alla vita politica ai tassi di iscrizione dei bambini a scuola.

Confrontando i dati delle performance migliori e peggiori si evidenziano profondi squilibri e disuguaglianze. Alcuni esempi: in Norvegia ogni parto avviene in presenza di personale qualificato, mentre in Afganistan questo accade solo nel 16% dei casi. Ancora: una donna norvegese in media studia per 18 anni e vive fino a 83 anni, mentre una donna afgana studia per meno di 5 anni e vive mediamente fino a 45. Se l’83% delle norvegesi fa uso di contraccettivi e unanie infantile e materna,iori. dei paesi migliori, l’ vita.ssivo)dizioni, l’ primo mese di vita, 8 milioni zi o per tradizione su 175 perderà il proprio bambino prima dei 5 anni, in Afghanistan meno del 16% delle donne ricorre alla contraccezione e una ogni 5 vedrà morire il proprio figlio nei suoi primi 5 anni di vita (così come in Chad e Repubblica Democratica del Congo). “Il che significa che ogni donna, in Afganistan, va incontro alla perdita di un figlio nell’arco della sua vita”. In Finlandia, Grecia, Islanda, Giappone, Lussemburgo, Norvegia, Singapore, Slovenia e Svezia solo un bambino ogni 333 muore prima dei 5 anni.

Gli squilibri non sono meno evidenti considerando altri paesi: una donna ogni 14 in Chad e Somalia rischia di morire durante la gravidanza o il parto, mentre in Italia il rapporto è meno di uno a 15 mila. Non esistono donne in parlamento in Qatar, Arabia Saudita e Isole Solomon, mentre in Svezia quasi il 50% dei posti è occupato da donne. Infine, in Somalia 2 su 3 non sono iscritti alla scuola primaria, ma in Italia, Francia, Spagna e Svezia la maggioranza dei bambini frequenta tutti gli ordini scolastici.

Ogni giorno mille donne e duemila neonati non sopravvivono al parto

Tre milioni di bambini non superano il primo mese di vita, 8 milioni non arrivano a un anno. Neri: “Garantendo la presenza di un’ostetrica sarebbe possibile salvare 1,3 milioni di bimbi”. Ci sono donne, milioni di donne nel mondo, per cui partorire significa accettare il rischio di mettere in pericolo la propria vita e, molte volte, di morire. I dati presentati oggi da Save the children e contenuti nel 12esimo “Rapporto sullo stato delle madri nel mondo” parlano chiaro e raccontano di una sfida quotidiana per la sopravvivenza: la propria e quella del figlio che si porta in grembo. Ogni giorno mille donne e duemila bambini muoiono per complicazioni al momento del parto. Ciò significa che si contano 358 mila donne decedute all’anno e circa 800 mila bambini morti alla nascita. Senza dimenticare tutti i neonati che non sopravvivono al loro primo mese: oltre due milioni di vite spezzate.

Tutte vittime che avrebbero potuto salvarsi se in quei momenti fosse stata presente anche una sola ostetrica. Invece il parto avviene senza assistenza professionale per 48 milioni di donne nel mondo e in totale solitudine per due milioni di queste, sia per la carenza di servizi e strutture sia per vincoli legati alla tradizione. Succede così in Nigeria, il paese con le percentuali più alte di parti “solitari”, dove una donna su 5 partorisce senza assistenza. “Se tutti i parti avvenissero in presenza di ostetriche o di personale sanitario con competenze analoghe – riferisce Valerio Neri, direttore generale Save the Children Italia –, ogni anno si potrebbe salvare la vita di 1,3 milioni di neonati e di decine di migliaia di donne”. Allo stesso modo, milioni di morti infantili dovute a malattie potrebbero essere evitate “con semplici ed economiche misure, dall’allattamento esclusivo al seno, ai vaccini, all’utilizzo tempestivo di un antibiotico o sali reidratanti” aggiunge il direttore. Tutte precauzioni che, però, non sono garantite in paesi quali Afganistan, Niger, Guinea Bissau, Yemen, Chad, Repubblica Democratica del Congo, Eritrea, Mali, Sudan, Repubblica Centro Africana: sono questi i 10 paesi in cui i livelli di salute materno-infantile e le condizioni di madri e bambini sono i peggiori al mondo.

Anche quando il neonato sopravvive alla nascita non si può certo dire fuori pericolo: sono 8,1 milioni i bambini che ogni anno muoiono entro il quinto anno di vita, a causa di polmonite, diarrea, malaria. “È inaccettabile che nel ventunesimo secolo un bambino possa morire ancora per una diarrea o una polmonite” commenta amaro Neri, che ricorda il quarto e quinto Obiettivo di Sviluppo del Millennio: debellare entro il 2015 la mortalità materno-infantile. “Gli attuali trend indicano che almeno per alcuni paesi questo obiettivo appare molto lontano – sottolinea –. Tuttavia noi sappiamo che la sfida si può vincere”. Secondo Save the children sono necessari altri 3,5 milioni di operatori sanitari e un aumento del volume di aiuti da parte degli stati donatori, compresa l’Italia: “Esistono soluzioni a basso costo – conclude –, semplici e sperimentate per garantire la salute delle madri prima, durante e dopo il parto e abbattere quindi la mortalità materna e infantile”.
(Dossier a cura di Redattore Sociale)

www.partitodemocratico.it

"PD: precari e fondi per l'istruzione", di Francesca Puglisi*

Il piano triennale di 67000 assunzioni presentato dal governo è del tutto insufficiente e copre a malapena i pensionamenti di 29.000 insegnanti previsti già per il prossimo anno.
Questa lettera fa seguito all`articolo di Lorenzo Salvia (Corriere, 4 maggio) e tiene conto delle ultime novità decise dal governo. Berlusconi ha annunciato migliaia di assunzioni nella scuola per il prossimo anno scolastico ma secondo lo stesso ministro Gelmini non c`è alcuna certezza o cifra. Berlusconi spiega infatti che è Tremonti a non volere cifre. Tutti sappiamo quanti sono i posti vacanti su cui stanno lavorando i precari della scuola. Anzi, il Governo nel numero include già la terza tranche di tagli prevista per il prossimo anno scolastico: altri 19.700 insegnanti e 14.500 Ata. Il piano triennale di 67000 assunzioni presentato dal governo è del tutto insufficiente e copre a malapena i pensionamenti di 29.000 insegnanti previsti già per il prossimo anno. E un` operazione mediatica elettorale che lascerà sul campo morti e feriti della guerra tra poveri nelle graduatorie.
Il ministro Gelmini finora ha solo pasticciato con le graduatorie ad esaurimento, triplicandole e per dar retta alle indicazioni della Lega, facendosi anche bocciare dalla Corte Costituzionale l`inserimento «in coda» dei precari che si spostano da una provincia all`altra. Per dare compimento alla stabilizzazione di 150.000 docenti che l`ultimo Governo di centrosinistra aveva fatto diventare legge dello Stato, e che il governo ha fino ad oggi ignorato, ci sono le risorse, poiché non costa molto di più assumere chi lavora stabilmente da precario nella scuola, offrendo agli studenti quella qualità che può essere assicurata solo dalla continuità didattica.
Il sistema nazionale di istruzione ha bisogno di riforme profonde, che non riguardano solo la vicenda dei precari. Occorre garantire dal Nord al Sud del Paese una scuola di qualità per tutti, che sappia prendersi cura del successo scolastico dei ragazzi e delle ragazze, al di là della provenienza geografica o della condizione familiare di partenza, poiché questo è il compito che la Costituzione affida alla scuola della Repubblica, e dimezzare la dispersione scolastica, come ci chiede di fare l`Europa entro il 2020.
Eppure la situazione dei precari è centrale, perché se non si risolve quella, a catena è impossibile mettere mano a un grande progetto riformatore che sappia investire sulla formazione degli insegnanti, l`innovazione della didattica e che sappia rilanciare l`istruzione tecnica e professionale per rendere competitivo il made in Italy nel mondo. È una questione che valica l`ambito della scuola, per investire l`idea stessa che abbiamo della democrazia, dello sviluppo economico, della coesione sociale. Ciò che ci preoccupa però sono le decisioni del ministro Tremonti che, come dimostra il Def, intende risanare lo Stato a spese della scuola pubblica, portando l`investimento in Istruzione a un magrissimo 3,2% del Pii entro il 2025, quando già oggi il nostro 4,2% mette in coda l`Italia tra i Paesi Ocse, la cui media di investimento è del 5,7%.

*Responsabile Scuola, Segreteria Nazionale PD.

Il Corriere della Sera 06.05.11

"I trucchi dei tg", di Roberto Zaccaria

È da tempo che Berlusconi sa come si usa la televisione, in particolare i telegiornali, durante la campagna elettorale. Il premier conosce perfettamente il dato del Censis del 2009 che sostiene che le convinzioni politiche degli elettori si formano, nella stragrande maggioranza dei casi, attraverso i tg (seguono a distanza talk-show politici, quotidiani, radio e internet).
La spiegazione è semplice: la maggior parte dell’elettorato ha un certo candore, ignora i trucchi di alcuni telegiornali, considera più semplice sentire un tg che leggere un giornale e così il gioco è fatto. L’Authority che dovrebbe garantire genuinità o almeno equilibrio dei telegiornali è molto prudente, interviene con il bilancino e, quel che è più grave, non fornisce neanche dati tempestivi e facilmente leggibili delle clamorose sproporzioni che è facile rilevare a colpo d’occhio.
Man mano che si avvicina la scadenza del voto Berlusconi invade i tg, con tutti i pretesti possibili e, dato che accomuna in sé, come è noto, più ruoli contemporaneamente, il suo vantaggio si moltiplica.
In queste elezioni amministrative egli è contemporaneamente presidente del consiglio, leader del Pdl e anche capolista del Pdl a Milano dove si svolgono le elezioni amministrative che, secondo la sua espressa definizione, rivestono un indubbio rilievo nazionale.
Nei giorni scorsi l’Agcom ha detto che è evidente la sovraesposizione del premier nel tempo di notizia nei tg, fatto ancora più preoccupante per il fatto che concorre a Milano, ma poi non ha fatto niente o quasi. Ha espresso, come si dice, un monito! Chissà cosa vuol dire? E allora vediamo alcuni di questi trucchi ai quali il premier ricorre, ovviamente con la collaborazione di alcuni telegiornali, per poter essere sempre presente molto, molto più degli altri.
Prima dell’inizio della campagna elettorale, quando la vicenda Ruby gli impediva addirittura di comparire, ha cominciato a far uso di audio e videomessaggi: una sorta di mix tra le sue primitive cassette registrate e i messaggi promozionali. Pubblicità a tutti gli effetti e i direttori dei tg pronti a dare spazio a questa forma di comunicazione propria delle dittature militari. Con molto ritardo l’Autorità è intervenuta per dire che un tal genere di comunicazione non si poteva usare in campagna elettorale.
Una seconda forma di comunicazione sono gli audio messaggi, le telefonate o simili inviati o al sito dei promotori della libertà o trasmesso a qualche manifestazione di fondatori o cofondatori o riunione dei responsabili. In questi casi Berlusconi parla, senza neppure prendersi l’incomodo di recarsi sul posto. Naturalmente intorno a queste abitudini del “premier” molti tg costruiscono accattivanti servizi, con logo del partito in bella mostra, con passaggiate tra la folla delle guardie del corpo e con qualche sparuto passante che naturalmente gli stringe la mano.
Una terza forma di comunicazione è quella di intrufolarsi nei telegiornali nelle giornate in cui gli altri non parlano. Il 29 aprile poco prima della beatificazione di Wojtyla si inventa la pratica delle interviste a reti unificate. Parla dappertutto per dire che il Papa ha fatto, come lui, la lotta al comunismo, che lui non farà mai leggi contro il sentimento dei cristiani (testamento biologico) e attraverso la madre respira direttamente anche aria di santità.
Il quarto e ultimo modello è stato applicato proprio l’altro giorno, mercoledì. Breve anticipazione di un’intervista a Porta a porta che tutti i tg riprendono, il Tg2 addirittura come prima notizia, posticipando Bin Laden. Obiettivo designare Tremonti “delfino”, dire che tutto va bene con Bossi ed oscurare l’imbarazzante dibattito parlamentare sulla Libia. Tutta l’opposizione compare come contorno nel pastone poco leggibile alla fine del servizio. E questo è quel che resta agli italiani di una giornata difficile per il presidente.
Il trucco è scoperto per gli addetti ai lavori, ma non tutti lo conoscono e l’Autorità non aiuta a svelarlo. Alcuni giocatori giocano pesante ma l’arbitro non fischia.

da Europa Quotidiano 06.05.11

"Il prezzo che paghiamo", di Stefano Fassina

Ieri, oggi, domani. Ieri: il Consiglio dei ministri si è riunito per varare l`ennesimo, sedicente, “Decreto sviluppo” e nominare una decina di sottosegretari ed un consigliere del principe per tentare di arginare l`emorragia elettorale in vista del 15 e 16 maggio e pagare la cambiale firmata il 14 dicembre scorso ai cosiddetti “responsabili”.
Oggi: lo sciopero generale promosso dalla Cgil contro la politica economica classista ed inefficace del Governo e per affermare un programma per l`equità, la crescita ed il lavoro. Domani: le assise degli imprenditori di Confindustria a Bergamo, per la prima volta senza Ministri e Presidente del Consiglio, per rimarcare la disillusione oramai diffusa anche tra quanti avevano creduto all` “imprenditore prestato alla politica” e chiedere alle forze politiche, non al Governo Berlusconi, una svolta.
Le tre giornate “accidentalmente” in fila descrivono meglio di qualunque raffinata analisi politologica il segno dei tempi tristi e sempre più difficili nei quali si trascina l`Italia nel crepuscolo di Berlusconi. Il nesso di causalità tra ieri e oggi e domani non potrebbe essere più chiaro. Da una parte, il governo e la maggioranza Pdl-Lega impegnata in un`intensa offensiva mediatica e populista per coprire la vera missione dell`esecutivo Berlusconi: salvare il premier dai suoi guai giudiziari. Dall`altra, il Paese reale: i lavoratori e le lavoratrici, gli studenti, i pensionati schiacciati da condizioni di vita e di lavoro sempre più precarie ed incerte; gli imprenditori stressati dalle pressioni della competizione globale ed in debito d`ossigeno a causa di una ripresa sempre dietro l`angolo, ma sempre più a rischio nell`Unione Europea delle destre mercantiliste. Lo scarto tra circuito politico-mediatico e la quotidianità è stridente.
Il rumore è insostenibile. Siamo dentro una fase pericolosissima non soltanto per l`economia, ma soprattutto per la democrazia. I nostri rischi di populismo sono più elevati che nel resto dell`Europa. Non viene pagata soltanto da Berlusconi o, in parte, dalla Lega la distanza dal Paese reale. È la politica in quanto tale che appare lontana ed autoreferenziale. L`anti-politica si fa sempre più strada.
Così, rilevano i sondaggi, vengono colpite le istituzioni fondative della democrazia, prima tra tutte il Parlamento. All`origine della delegittimazione, ricordava l`altro giorno su queste pagine Alfredo Reichlin, l`impotenza della politica rinchiusa nei recinti degli Stati nazionali, prigioniera dell`economia globale. Poi, in più per noi, un`infame leggeelettorale, i continui episodi di trasformismo ben remunerato e l`agenda sequestrata per approvare gli scudi giudiziari per il Capo. Così, soltanto due italiani su dieci si fidano del Parlamento. Insomma, una crisi di sistema, non una ordinaria crisi di governo.
La seconda ragione dei nostri maggiori rischi di populismo è frutto di un apparente paradosso: il declino di Berlusconi e l`utilizzo sempre più spinto del berlusconismo. Per tentare di recuperare il contatto con la realtà, Berlusconi al tramonto accentua i caratteri del berlusconismo. Oscilla tra posture eversive da super-uomo (l`esercito a Napoli per risolvere una volta per tutte la piaga rifiuti), l`ulteriore apertura all`utilizzo privatistico della cosa pubblica (concessioni novantennali delle spiagge; innalzamento delle soglie degli appalti a trattativa privata) e l`ennesima sollecitazione al fai da te amorale, spalleggiato dal “delfino” Tremonti (Piano casa per condonare ex-onte l`abusivismo edilizio a scavalco delle competenze federaliste; allentamento dei controlli sulle imprese). In altri termini, l`offensiva mediatica e populista rilanciata dal decreto sviluppo di ieri non avviene nel vuoto.
Al contrario, poggia su scelte concrete e rilevanti. Messaggi pericolosi, ma attraenti per larghi settori in difficoltà economica e poco sensibili alla legalità, al civismo, alla solidarietà responsabile come unica possibile
via alla crescita sostenibile. Le classi dirigenti italiane sottovalutano i danni profondi determinati dal crepuscolo di Berlusconi alla tenuta morale, economica e sociale del Paese. Far finta di non vedere è colpa grave. Anche perché l`accentuazione del berlusconismo avviene in una fase più grave di quella del `92-`93. Più grave per le condizioni delle nostre istituzioni repubblicane.
Più grave per la tenuta dei soggetti della rappresentanza. Più grave per la lacerazione del tessuto economico e sociale del Paese. Nel `92-`93, la parte migliore delle classi dirigenti della politica, della cultura, della burocrazia, delle forze economiche e sociali seppe unirsi per salvare l`Italia.
Oggi, con maggiore determinazione di allora,dobbiamo ritrovare quel patriottismo costituzionale e rigenerare la nostra Repubblica democratica fondata sul lavoro.

L’Unità 06.05.11

"Il solletico di Giulio", di Pier Paolo Baretta

Troppo o niente? È il paradossale quesito proposto dal decreto per lo sviluppo approvato dal consiglio dei ministri. In attesa della vera manovra di almeno 7 miliardi, che non tarderà a essere varata, il governo scodella un testo di dieci articoli e 50 pagine segnato da titoli altisonanti: credito di imposta per la ricerca e il Sud, turismo, opere pubbliche, costruzioni private, semplificazione burocratica e fiscale, impresa e credito, scuola e merito, servizi ai cittadini. Ci si aspetterebbe la famosa scossa, ma, invece, sembra, al più, un solletico, destinato, più che altro, ad alleviare il prurito di interessi particolari, senza una idea generale di sviluppo e di crescita.
Peraltro, non c’è da stupirsi: solo pochi giorni fa la maggioranza ha approvato un piano nazionale di riforma del tutto inadatto allo scopo che l’Europa ci ha richiesto ed era difficile pensare che, all’improvviso, il neo candidato ufficiale alla successione tirasse fuori dalla manica assi che non ha.
Continua dunque, la linea del bluff accentuata dal momento pre-elettorale e dalla esigenza di fare propaganda. Ed ecco che ritorna il “silenzio assenso” nel piano casa, ma per quali città e quali tipi di abitazioni? Si promettono le assunzioni dei precari, rinviata a un successivo decreto ministeriale (e questo non lo è?), ma senza chiarire davvero quanti ed il quanto tempo; al tempo stesso, in un paese che ha una percentuale di investimenti in istruzione del 4,5% rispetto a una media Ocse del 5,7%, è del tutto fuori luogo l’enfasi sul capitolo “Scuola e merito”, che si limita alla istituenda Fondazione per il merito, che avrà il compito di governare il Fondo per il merito previsto dalla riforma Gelmini dell’università. La rinegoziazione dei mutui, ma per utilizzarla bisogna non superare i 30000 euro di Isee e non essere morosi (cioè quando non è indispensabile ricorrere alla proroga!). Il credito di imposta per il Sud o la ricerca, che ricalcano le agevolazioni già previste dal governo Prodi e che il governo Berlusconi non aveva rinnovato o aveva vanificato con il meccanismo dei tetti di spesa e delle prenotazioni, ma che, nella versione odierna, la stessa Confindustria ha definito esagerato, per non dire demagogiche (il 90%!), anche perché non sono ancora indicate le risorse per renderlo fruibile e che dovrebbe essere finanziato con i fondi europei (Fse e Fesr) per i quali è necessaria l’autorizzazione comunitaria, in assenza della quale sarà ancora una volta utilizzato il Fas.
Infine, la riscrittura del codice degli appalti e la semplificazione normativa sembrano più una circolare ministeriale che un intervento di riforma. Sarebbero questi i «requisiti di straordinaria necessità e urgenza» che giustificano il ricorso al decreto legge?
È clamoroso lo scarto tra la lunga pletora di provvedimenti raffazzonati e la situazione reale del paese che emerge da tutti gli indicatori sull’occupazione, il reddito, la competitività. Scarto confermato dagli stessi dati forniti dal governo: il Pil non cresce come servirebbe, non solo per agganciare la timida ripresa internazionale e per restare nella serie a delle potenze europee e mondiali, ma anche per accelerare, come è indispensabile, il risanamento di quella drammatica palla al piede che è il nostro debito pubblico, arrivato al 120% del Pil.
Ma, sarebbe sbagliato fermarsi al “niente” che caratterizza, dal punto di vista delle scelte per la crescita, tutta la legislatura. Nel decreto, infatti, c’è tanto! Quel troppo che incide nella organizzazione economica e sociale e che Tremonti pratica con scelte frammentate per evitare un confronto generale. È così che il piano per il rilancio del turismo diventa un “diritto di superficie” per 90 anni; cioè una sostanziale pre vendita di spiagge e coste; che il silenzio assenso diventa un incentivo alla “demolizione e ricostruzione”.
Norme che destrutturano vincoli ambientali e abitativi, senza le doverose verifiche preventive con le categorie interessate e gli enti locali, favorendo il rischio di un uso incontrollato del territorio.
Resta la carta di identità elettronica! È un po’ poco per parlare di decreto per lo sviluppo!

da Europa Quotidiano 06.05.11