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Berlusconi decide il maxirimpasto "Nove nomine, ne faremo altri dieci", da repubblica.it

Il Consiglio dei ministri approva la nuova infornata di Reponsabili ed ex Pdl transitati da Fli, che reclamano però altri 10 posti. L’ex Pd Calearo diventa consigliere del premier che rivendica la scelta. Il Cavaliere: “Decisione logica”. Opposizione dura: “L’esecutivo si regge soltanto su cambiali pagate o da pagare”. Sono nove i nuovi sottosegretari nominati su proposta del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nel corso della riunione di governo svoltasi a Palazzo Chigi. Roberto Rosso va all’Agricoltura, Luca Bellotti al Welfare, Daniela Melchiorre e Catia Polidori allo Sviluppo Economico, Bruno Cesario e Antonio Gentile all’Economia, Aurelio Misiti alle Infrastrutture, Riccardo Villari ai Beni Culturali, Giampiero Catone all’Ambiente.

“Ci saranno tante ironie – ha messo le mani avanti il presidente del Consiglio nel corso della consueta conferenza stampa al termine della riunione – ma non mi sembrano fondate perché i sottosegretari fanno parte della terza gamba, del gruppo formato alla Camera in sostituzione del Fli, che ha liberato posti nel governo ed era logico assegnarli al gruppo che ha sostituito Fli e consente al governo di operare in Parlamento con una maggioranza coesa e sicura”. Quanto al rischio che gli impegni di governo facciano mancare in aula i voti decisivi per la maggioranza, secondo il premier il problema non esiste. “Tutti i nostri ministri e i nostri sottosegretari saranno presenti in Parlamento a votare quando ce ne sarà bisogno”, assicura Berlusconi.

A questo pacchetto si aggiunge Massimo Calearo, l’industriale vicentino eletto alla Camera nel Pd dopo un lungo corteggiamento dell’allora segretario Walter Veltroni e poi passato alla maggioranza dopo un breve passaggio nell’Api di Rutelli. Il deputato è stato nominato consigliere personale del presidente del Consiglio per il
Commercio estero. Il nuovo incarico, viene spiegato, corrisponde alle intenzioni di Calearo, il quale aveva espresso perplessità circa un incarico ministeriale in quanto avrebbe comportato la necessità di abbandonare la presidenza della Calearo Group, la sua azienda di Isola Vicentina

Con questa nuova ondata di promozioni Berlusconi estende l’allargamento del governo alle componenti minori della maggioranza decisive per la sopravvivenza dell’esecutivo dopo la rottura con Fini e in particolare al gruppo dei Reponsabili, la formazione di ex Pdl passati in un primo momento a Futuro e Libertà e poi rientrati nella maggioranza alla vigilia del voto sulla mozione di sfiducia contro il premier del dicembre scorso. Allargamento che potrebbe però non essere sufficiente, visto che dai Responsabili si sono già alzate voci che reclamano un’altra tranche di promozioni.

A mordere il freno sono in particolare Giuseppe Galati e Mario Baccini. “Prendiamo atto che gli impegni assunti da Berlusconi, non sono stati mantenuti”. Pronta la risposta del premier, cche annuncia un ddl in Parlmaento per superare la Bassanini (che fissa un tetto ai posti di governo) e annuncia la prossiam nomina di dieci altri sottosegretari.

La nuova infornata di sottosegretari è commentata con durezza dall’opposizione. “Spettacolo indecoroso, bastano numeri e nomi a confermare che questo governo si regge soltanto su cambiali pagate o da pagare”, dice il vicepresidente vicario dei deputati del Pd Michele Ventura. “Una vergogna – aggiunge – perché questo governo non rappresenta l’Italia, uno schiaffo in faccia ai cittadini che lavorano e investono, ai ragazzi senza prospettiva, a chi fa della dignità e del merito il proprio stile di vita”. “Quanto ai neo membri del governo – rincara la presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro – mi auguro che si limitino a incassare le prebende e limitino i danni solo all’erario e alla credibilità del paese”. Certo, aggiunge, “i nomi non lasciano ben presagire, con nove sottosegretari scelti un po’ a caso e la spruzzata finale di Massimo Calearo nominato a consigliere del premier per l’export (!): veramente un modello da esportare”.

“I ‘disponibili’ – dice da Fli il parlamentare Fabio Granata – sono accontentati, il prezzo è stato pagato, la Patria è salva”. “Si perfeziona – prosegue – una delle pagine più vergognose della storia della Repubblica”.

Soddisfazione invece naturalmente da Silvano Moffa, esponente di Iniziativa Responsabile. “Era un po’ nelle cose – dice – il governo presentava posti vacanti”. I posti liberi però non sono stati tutti occupati, a suo giudizio: “Credo – spiega – che sia un primo assestamento, ci sono spazi che vanno ancora occupati. Ma non credo che tra noi ci siano delusi, questa questione non va guarda come una occupazione di posti da parte dei responsabili”.

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"Arriva la stangata d’estate Tremonti cerca 8 miliardi", di Bianca Di Giovanni

Entro l’estate servono 8 miliardi per spese incomprimibili. Ma intanto si «regala» a imprese e famiglie un nuovo piano casa, opere pubbliche meno trasparenti, l’«occupazione» di arenili e coste. Da via Venti Settembre arriva la verità: serviranno 8 miliardi a giugno per le «spese incomprimibili». Fonti governative ripetono che «non è una manovra». Ma se ci sono spese non rinviabili e mancano i fondi, è chiaro che il deficit è in rialzo. Se poi si troveranno, significa che si farà appunto una manovra di correzione (non si chiama in un altro modo) per rispettare l’obiettivo del deficit al 3,9% del Pil concordato con l’Europa. Il rientro sarà anche pesante, vista la cifra da reperire a metà anno. Tant’è che per una volta Silvio Berlusconi non usa infingimenti, e ammette: «Non si può abbassare la pressione fiscale».
Per ora, però, il rigorismo di Giulio Tremonti può attendere. Prima delle elezioni, con Milano pericolosamente in bilico, e le imprese sul piede di guerra, meglio parlare di sviluppo. È previsto per oggi il varo del decreto su cui il superministro ha dovuto cedere parecchio alle pressioni del premier e della Confindustria.
Da cui anche ieri sono arrivate «frustate» all’esecutivo. Emma Marcegaglia chiede «fatti» sul fronte della sburocratizzazione e della semplificazione. Tremonti esegue a modo suo. Dalle «bozze» circolate ieri emerge una totale deregulation soprattutto sul fronte ambientale. Arriva un«diritto di superficie» di 90 anni per coste e litorali fermo restando il diritto «libero e gratuito» di accesso e raggiugimento della battigia, anche ai fini di balneazione. Tale diritto viene esteso anche a eventuali costruzioni. Sarebbe questo il piano turismo da tempo annunciato. Il «nuovo» piano casa, che rispolvera la possibilità di aumentare le cubature del 20% (il 10% per edifici non destinati ad uso abitativo), impone alle Regioni il termine di 60 giorni per recepire la norma, che entrerà in vigore dopo 120 giorni anche senza il recepimento degli enti decentrati. Le nuove leggi potranno prevedere «anche
interventi di demolizione e ricostruzione: il riconoscimento di una volumetria aggiuntiva come misura premiale; la delocalizzazione delle volumetrie in area o aree diverse; l’ammissibilità di modifiche di destinazione d’uso (insomma, anarchia più assoluta, ndr), purché siano tra loro compatibili o complementari; le modifiche della sagoma necessarie per l’armonizzazione architettonica con gli organismi edilizi esistenti». Per finire «in bellezza» (si fa per
dire), c’è anche l’innalzamento della soglia per gli appalti senza gara nei lavori pubblici, che passa da opere per 500mila euro a un milione.
FISCO
Sul fronte fiscale si ripescano parecchie idee avviate dal governo Prodi e inspiegabilmente bloccate con il
cambio di maggioranza. Ci sarà un credito d’imposta per le nuove assunzioni al Sud sarà pari a 300 euro al mese per ogni lavoratore assunto. I lavoratori dovranno essere assunti a tempo indeterminato entro i 12 mesi successivi l’approvazione del decreto. La misura potrebbe essere n segnale rivolto al gruppo dei responsabili, che oggi potrebbero ottenere nuove poltrone nell’esecutivo.
Altra mossa preelettorale è la stabilizzazione di 65mila precari della scuola, tra Ata e insegnanti. Un capitolo è dedicato almondo del credito. Oltre alla rinegoziazione dei mutui-casa fino a 150mila euro, si propone di aumentare i poteri di Bankitalia, che potrà vietare la distribuzione di dividendi, rimuovere banchieri se ritenuti inadeguati, limitare i bonus. Infine «per le banche che beneficiano di eccezionali interventi di sostegno pubblico la banca d’italia può inoltre fissare limiti alla remunerazione complessiva degli esponenti aziendali».
Sul tavolo del consiglio di oggi arriverà anche il decreto sugli incentivi alle rinnovabili. Un testo
condiviso da PaoloRomani e Stefania Prestigiacomo, che hanno ridisegnato il meccanismo di erogazione degli aiuti pubblici.

L’Unità 05.05.11

"Avvocati e architetti: un giovane su due lavora gratis in studio", di Isidoro Trovato

E gli Ordini vogliono il tirocinio all’università. Sono i liberi professionisti di domani. Ma oggi praticanti e stagisti di libero hanno davvero poco. Almeno questo è quanto emerge da un’indagine condotta dall’Ires per Filcams Cgil sul mondo delle professioni. Il dato più impressionante è rappresentato dalla natura del rapporto: i giovani che si accostano al mondo professionale vengono utilizzati come dei dipendenti con orari fissi e carichi di lavoro che impediscono di svolgere attività in proprio. Basti pensare che quasi la totalità (84,5%) deve garantire una presenza quotidiana, il 76,8%oltre alla presenza deve anche rispettare un orario di lavoro e la media di ore lavorate è quella di un impiego in full-time: 38 ore. Inoltre l’utilizzo dei praticanti e dei tirocinanti, in tutte le aree professionali, avviene in maniera intensa e a orario pieno: il 77,2%ha delle scadenze rigide, il 41,7%ha «spesso» un ritmo di lavoro elevato, il 27,8%non ha abbastanza tempo per ultimare il lavoro. Impegno molto alto ma ben retribuito? Per niente. Proprio l’aspetto economico è la fonte del maggior disagio degli aspiranti professionisti: dall’indagine emerge che il 91,6%del campione è insoddisfatto della retribuzione. Ma essere insoddisfatti della paga è già un privilegio perché quasi la metà dei praticanti uno stipendio non lo riceve proprio: solo poco più della metà del campione (il 54,1%) riceve un compenso mensile per l’attività di tirocinio, con una percentuale un po’più alta per i praticanti dell’area economica (68,3%). Una situazione a dir poco imbarazzante che costringe due tirocinanti su tre (65,5%) a ricorrere spesso agli aiuti della propria famiglia di origine per fare fronte alle difficoltà economiche e il 26,4%ci ricorre solo «qualche volta» , mentre solo l’8,1%non ci ricorre mai. E non si tratta di un dettaglio di poco conto considerato che l’età media dei praticanti sfiora i trent’anni, epoca in cui bisognerebbe essere in grado di far a meno degli aiuti della famiglia d’origine. Del resto, basta fare un giro tra i forum di stagisti, tirocinanti e praticanti per capire che la paga è davvero il primo problema: il livello retributivo cambia da città a città e da un settore all’altro ma raramente un praticante riceve più di mille euro netti al mese. Per questo non sorprende che solo il 35%dei giovani vive la pratica come un’esperienza utile per inserirsi nel mondo del lavoro, mentre il 18,3%la considera una perdita di tempo e il 46,7%la giudica un obbligo (o un fastidio necessario). Possibili soluzioni? Oggi il consiglio dei ministri dovrebbe valutare la proposta del ministro Sacconi di applicare anche ai praticanti un tipo di contratto come quello dell’apprendistato che possa garantire maggiori tutele. Ma l’obiettivo non è semplice da raggiungere visto che le varie aree professionali hanno caratteristiche molto diverse. «Si va dai sei mesi ai tre anni— — spiega Marina Calderone, presidente del Comitato unitario delle professioni— senza considerare quelle che non prevedono periodo di praticantato. E’per questo che risulta difficile trovare un’intesa sul terreno retributivo. Invece ci trova concordi l’ipotesi di un tirocinio da svolgere in Università, sotto il controllo degli ordini professionali» .

Il Corriere della Sera 05.05.11

"Successi di governo se una donna su due è senza lavoro", di Cesare Damiano

I dati Istat parlano chiaro: per quanto riguarda l’occupazione femminile siamo, nel mondo, all’88. posto. Ma Sacconi esulta… I dati dell’Istat parlano, a marzo, di una disoccupazione in risalita all’8,3 per cento. A star peggio, insieme ai giovani, sono le donne. Al femminile, il tasso dei senza lavoro è del 9,2 per cento, lo 0,1 in più rispetto al mese precedente. Il quadro peggiora se, anziché alla percentuale di chi è alla ricerca di un posto, si guarda il tasso di inattività. Oltre il 49 per cento delle donne non ha un lavoro. In pratica, una su due. L’obiettivo stabilito per l’Italia dal Trattato di Lisbona, che fissava al 60 per cento entro il 2010 la soglia dell’occupazione femminile, è stato mancato. Nel mondo, siamo al 96esimo posto per quel che riguarda la partecipazione delle donne alla vita economica e all’88esimo per la loro partecipazione al lavoro. Un fallimento. Nonostante questi dati, però, il ministro Sacconi gongola. Afferma che, grazie a terziario e turismo, il riequilibrio tra occupazione maschile e femminile procede. E, in occasione del Primo Maggio, arriva ad esaltare «le buone pratiche aziendali volte alla conciliazione tra i tempi di lavoro e i temp di famiglia», che sarebbero fattori di sostegno alla famiglia stessa e all’occupazione femminile.
Eppure, anche in quest’ultimo caso, i dati rivelano una realtà diversa. È stato lo stesso ministro, un anno fa, a riferirli al parlamento. Nel solo 2009 sono state 18mila le donne che si sono dimesse «volontariamente» dal lavoro durante il primo anno di vita del bambino. Resta un dubbio. Quante di queste donne hanno lasciato l’impiego compiendo in modo volontario una scelta di vita? Quante lo hanno fatto perché impossibilitate a conciliare maternità e lavoro? E quante, invece, hanno abbandonato il posto perché costrette a firmare, al momento dell’assunzione, una lettera di dimissioni – su foglio bianco e senza data – da utilizzare nel caso in cui fossero rimaste incinte?
L’esperienza dice che la pratica delle «dimissioni in bianco» è particolarmente diffusa nelle piccole aziende, dove l’azione di controllo dei sindacati è minore. E che colpisce le fasce di lavoratrici più deboli, immigrate e precarie. La cronaca politica, invece, ricorda –o dovrebbe ricordare – che questa pratica odiosa era stata bandita nel 2007 dal governo Prodi con la legge n.188. E che il governo Berlusconi, appena entrato in carica, ha provveduto a reintrodurla
abrogando la norma attraverso una precisa iniziativa del nuovo Ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi.
Ora si tratta di riprendere l’iniziativa. Un anno fa il Pd ha presentato una proposta di legge che ripropone, estendendone gli effetti, la 188. Con due obiettivi: evitare abusi in ogni forma di recesso dal contratto di lavoro e rendere concreta, nei fatti, quella valorizzazione dell’occupazione femminile che il governo, a parole, afferma di voler tutelare.

L’Unità 05.05.11

"Il potere nudo di un premier grottesco", di Franco Cordero

“Grottesco” è la categoria estetica applicabile all´occupante del palazzo Chigi. La parola viene dalle arti figurative: nel lessico rinascimentale erano “grotte” i relitti romano-imperiali sepolti o quasi, con pareti variamente decorate; putti, priapi, arpie, sfingi, un bestiario e flore abnormi. Giorgo Vasari le definisce «pitture licenziose e ridicole molto» ma è falso riso, spento in gola da ripulsione e paura: figure stravolte evocano l´innaturale pericoloso; siccome siamo fuori dei quadri razionali, lì dentro può succedere tutto. Lo scurrile domina nell´iconografia berlusconiana (carattere assente nei dittatori dell´ultimo secolo, talvolta ridicoli, vedi Mussolini, ma era effetto involontario, mentre l´homo in fabula cerca applausi e risate): canta, gesticola, imita; viene alla ribalta nella posa d´una ballerina; protende il pollice a pugno chiuso; fa le corna in fotografie ufficiali; racconta barzellette oscene nelle sedi meno congrue; ride a ganasce aperte o accenna i sorrisi ambigui d´uno che plani sulle mischie (mimiche d´alto interesse clinico); e lasciamo da parte quel che raccontano le ospiti delle serate postribolari. Il fondo è torvo. Appena qualcuno lo sfiori, esplodono pulsioni distruttive ormai incoercibili. Spettatori inebetiti dall´oppio televisivo rispondono come nei Due Minuti d´Odio gestiti da Big Brother: sale un profondo, lento, ritmico canto; «B-B.. . B-B.. . B. B.» (Orwell, Millenovecentottantaquattro, I, cap, 1). Ai lati o in prima fila o alle spalle stanno impavidi i famigli, sguardo acceso, ugola pronta, più regolari d´un disco nelle giaculatorie: vedi i refrain sull´”uso politico della giustizia”; nella farsa nera i processi pendenti svaniranno e lui se ne sotterra un paio, “perché lo chiede l´Europa”. Senza costoro l´effetto grottesco sarebbe meno forte: le messinscene d´Oceania 1984 presentavano solo Big Brother ed era una lacuna; regie 2011 schierano coreuti, flabellieri, cantori, turiferari; fa la sua parte qualche valchiria. Apparso Lui, vanno in estasi. Nelle soirées le ospiti gli cantano “Meno male che Silvio c´è”.
“Sinistro buffone”, l´avevano definito fonti inglesi e l´immagine elisabettiana riesce perfetta. Ripetiamolo, starebbe a pennello nella parte del Joker, impersonato da Jack Nicholson, contro cui combatte Batman. Domenica 17 aprile porta in scena le due parti: occhi liquidi e viso compunto, canta “bela Madunina” dirigendo il coro, poi maledice i residui d´una legalità da sradicare; aveva inveito al “brigatismo giudiziario” e qualcuno raccoglie l´idea nei manifesti contro le Brigate rosse in toga; denuncia pacta sceleris tra magistratura e presidente della Camera; vitupera Corte costituzionale, Carta, scuola pubblica, opinione dissidente; rimpiange l´immunità parlamentare, diritto d´asilo d´una fiorente malavita. Niente che non avesse già sbraitato: è solo più furioso e ogni battuta va presa alla lettera; chi può ancora vederlo imprenditore virtuoso, patriota, liberalmoderato, custode dei buoni costumi? Resta colpa imperdonabile avergli lasciate le porte socchiuse quando molti sapevano chi fosse. Nella collera non simula mai, fedele a se stesso, come Leviathan, caimano biblico, temuto anche dagli angeli (Iob, 41.16). Quei manifesti erano sporca contumelia: il Quirinale li condanna; lo Straparlante mantiene un cupo silenzio; i soliti dignitari deplorano l´eccesso espressivo, puntando il dito sull´”uso politico della giustizia” (eufemismo da intendere nel senso che rispetto a Lui non vigano norme: sacrilega quindi ogni accusa); l´espositore dello slogan, invitato a dimettersi dalla lista elettorale, risponde che non se lo sogna nemmeno, avendo buoni motivi in logica d´Arcore; infine accondiscende pro forma. Non s´era mai visto concerto più ipocrita. Re Lanterna resta muto: lo slogan infame ripigliava una delle sue invettive; sono vecchio refrain ossessivo i gruppi eversivi operanti nella magistratura ogniqualvolta un pubblico ministero lo incrimini, avendo sotto mano prove pesanti, e dei giudici condannino; li chiama “associazione a delinquere”; tirava in ballo “quelli della Uno bianca”; minaccia inchieste parlamentari; vuol colpirli nel portafoglio.
Conclusione ovvia: lo spettacolo politico italiano prelude alla catastrofe; s´illude o finge chi lo ritiene ancora nelle regole, tolte le punte d´una volgarità male tollerabile; consapevoli o no, i soi-disants moderati pacificatori conducono giochi letali disseminando narcosi, quando l´unica difesa sta nel vedere i fatti quali sono e definirli in parole chiare, affinché gli elettori pensanti sappiano cosa rischiamo. L´Italia è preda d´un pirata, dalle cui ciurme sarebbe stupido aspettarsi cortesie leali: «non faremo prigionieri», esclamava uno dello stato maggiore, ora tra le quinte dove sconta o scontava la pena inflittagli (rendeva cospicui servizi all´Olonese, inter alia comprandogli le sentenze, candidato guardasigilli nel primo governo). Dura un mattino o poco più la commedia dello statista. Provvede a sé stesso: ante omnia schiva i processi; una volta dichiarava venti miliardi d´euro; Dio sa quanti ne accumuli confondendo pubblico e privato, nella qual materia imbroglia anche Satanasso; ignora l´interesse collettivo perché gli altri non esistono. Congenitamente nomòfobo, aborre ogni limite: mai gli entra in testa l´idea evocata da parole quali “legge”, “diritto”, “loi”, “law”, “Gesetz”; predilige lo ukase, decreti sul tamburo, li emetta lo zar o il Presidium del Soviet supremo; e appena comandasse solo lui con quei gusti, sarebbe l´Italia dei malaffari, polizie segrete, vite spiate, altro che tutela della privacy. Fantasie apocalittiche? Nossignori, secche analisi. Lo dicono i proclami: non gli basta essersi comprate due Camere; vuole un potere nudo, esercitabile senza moleste dialettiche, id est signoria a base plebiscitaria, garantita dal monopolio mediatico. Cose mai viste in occidente: Louis Napoléon, persona civile e colta, non era affarista predone né istupidiva gli elettori spacciando droga televisiva; nel secondo Impero l´opposizione conta molto. Persino l´Italia fascista conserva poteri concorrenti.

La Repubblica 05.05.11

"65.000 assunzioni. Il Governo dice sì ma in tre anni", di A.G. da Tecnica della Scuola

La “spalmatura” tra il 2011 ed il 2013 è indicata nella bozza del Decreto sviluppo, che approderà il 5 maggio in Consiglio dei ministri: rientra in un intervento di manutenzione dei conti pubblici e di rifinanziamento di spese per un totale di 7-8 miliardi di euro. Per i sindacati una notizia agro-dolce. Sui precari stavolta il Governo appare fortemente intenzionato a dire sì alle assunzioni su tutti i posti vacanti: la risposta alla richiesta unitaria è arrivata a ventiquattrore dalla conferenza di Cisl, Uil, Snals e Gilda. Peccato che nella bozza del Decreto sviluppo, che approderà il 5 maggio in Consiglio dei ministri, sia indicato che i 65.000 supplenti da assumere a tempo indeterminato verranno “spalmati” su un piano triennale, che va dal 2011 fino al 2013. Mentre le organizzazioni sindacali avevano spinto per l’immissione in ruolo, dello stesso contingente, da effettuare tutta in un’unica tornata, da attuare nella prossima estate. Il provvedimento rientra nella manovra di giugno, decreto ormai battezzato con il nome di “manovra d`estate”: consisterà in un intervento di manutenzione dei conti pubblici e di rifinanziamento di spese obbligatorie per un totale, al momento, di 7-8 miliardi di euro. L’approvazione del piano rientra tra “le spese obbligatorie non previste a legislazione corrente” ed intende determinare in concreto, si legge sempre nel documento, “la copertura totale (o quasi) dei posti vacanti disponibili nell’anno 2011-2012”. Per i sindacati ed i diretti interessati la notizia delle assunzioni ha un sapore che potremmo definire agro-dolce: da una parte i lavoratori non di ruolo della scuola possono rallegrarsi, visto che ne verranno assunti a titolo definitivo una quota maggiore (anche se non di molto) rispetto alla media di 15.000 decretata negli ultimi anni; dall’altra, però, si tratta pur sempre di un obiettivo molto lontano rispetto alla richiesta di collocazione in ruolo auspicata dai sindacati su tutti i 65.000 posti che risultano vacanti e disponibili “in modo tale che – hanno detto all’unisono nella conferenza stampa di Roma – il prossimo 1° settembre, all’apertura del nuovo anno scolastico, altrettanti precari possano rientrare con un contratto a tempo indeterminato”.

da Tecnica della Scuola 05.05.11

"La nuova tecnica di seduzione", di Marcello Sorgi

Ci sarebbero molte buone ragioni per fare spallucce, di fronte a Berlusconi che candida Tremonti per la sua successione. In fondo, nemmeno un mese fa, a cena con i principali corrispondenti stranieri in Italia, lanciò per lo stesso ruolo Alfano, e il giovane ministro s’affrettò a ridimensionare quella che magari era un’indicazione sincera, ma nei fatti rischiava di bruciarlo. Esistono tuttavia anche seri motivi per non considerare l’uscita di ieri sera del Cavaliere solo una boutade.

Il primo è la sede scelta per tornare su un argomento così delicato: «Porta a Porta», il programma di Bruno Vespa, è il luogo metapolitico che il presidente del Consiglio ha sempre prediletto per i suoi annunci importanti, dal «contratto con gli italiani», che lo riportò alla guida del governo nel 2001 dopo sette anni di opposizione, in poi. Il secondo è il modo in cui il messaggio è stato costruito da un leader che più di tutti tiene in considerazione il peso della comunicazione: prima, ovviamente, la sua disponibilità a ricandidarsi, poi, in caso di rinuncia, l’accenno al ministro dell’Economia, accompagnato dal ricordo delle confidenze di altri premier, come Blair e Brown, che hanno lasciato e che considerano quello dell’addio il migliore dei giorni vissuti al potere.

Ci sono ancora due dettagli strategici da non trascurare nell’intervista di Berlusconi. L’idea che seppure deciderà di non ricandidarsi a Palazzo Chigi, vorrebbe tenere per se la guida del Pdl, restando azionista di maggioranza del centrodestra e distinguendo in altre parole la leadership dalla premiership. E’ una novità fin troppo raffinata, per un uomo che ha sempre snobbato le sofisticherie della politica professionale, ma tant’è. Se Berlusconi sta pensando a un’ennesima reincarnazione democristiana, avrà il suo perché. Come pure – anche se non lo ha detto esplicitamente, in tanti hanno capito così – se ha messo le mani avanti lasciando intuire che il suo successore dovrà venire dal suo partito, inteso come l’ex Forza Italia, e dal giro delle persone più fidate.

Ricapitolando: da giorni, da settimane ormai, Berlusconi rimugina sulla situazione. Benché ufficialmente lo neghi, è il primo a rendersi conto del degrado della sua maggioranza, appesa al quotidiano ricatto dei deputati transfughi che chiedono posti in cambio di voti, della difficoltà di cambiare il Paese portando avanti riforme importanti come quelle che si era proposto, o anche semplicemente di governarlo, in ordinaria amministrazione, con tutte le resistenze a cui deve andare incontro. Chi crede che su questa base il Cavaliere stia per gettare la spugna, però, sbaglia di grosso: Berlusconi vede lucidamente l’assenza di un’alternativa che ieri anche Napolitano, rivolto al centrosinistra, ha riconosciuto pubblicamente, e cerca il modo di superare la fase di logoramento e rilanciare il centrodestra.

Questo rilancio può passare per un rafforzamento dell’azione di governo, che al momento, è inutile nasconderlo, è assai difficile; oppure, è più probabile, per un nuovo passaggio elettorale, rispetto al quale Berlusconi deve decidere se sia meglio per lui stare in prima linea per la sesta volta in vent’anni, sfidando qualsiasi ostacolo, le leggi di natura e le regole della politica, o altrimenti rassegnarsi a fare il famoso passo indietro, pronto magari a rifarne due avanti subito dopo.

Nessuna di queste decisioni è già presa. Ma a condizionarle giocheranno molto i risultati delle prossime elezioni amministrative, a cominciare da Milano, a cui il Cavaliere ha deciso di dare un valore politico nazionale. Non solo vuole vincere nella capitale del Nord da cui è partita nel 1994 la sua avanzata: ma è come se si rivolgesse al suo popolo, ai suoi elettori, con l’aria un po’ stanca con cui è apparso ieri sera nel salotto di Vespa, per dire che anche le sue inesauribili energie non sono infinite e stavolta ha bisogno di uno sforzo in più, di un aiuto pancia a terra da parte della sua gente, che non gli ha mai fatto mancare l’appoggio nei momenti difficili.

Con questa logica, e con buona pace di Tremonti e Alfano, Berlusconi ieri ha tutt’altro che annunciato la sua successione: ha solo messo a punto una studiata nuova tecnica di seduzione dei cittadini-telespettatori, i cui effetti misurerà di qui a poco nei sondaggi, e calato sul tavolo un’altra carta. Se anche questa mano del gioco gli va bene, può anche darsi che lasci Palazzo Chigi. Ma per puntare al Quirinale.

La Stampa 05.05.11