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"Il diritto di sapere", di Vittorio Zucconi

Finita la fase concitata e nebbiosa dell´azione militare contro il generalissimo di un esercito nemico invisibile e implacabile, viene sempre, nella storia delle grandi democrazie, il momento delle spiegazioni e dei dettagli. Questo momento è arrivato anche per l´America di Barack Obama che infatti da quattro giorni si tormenta nel dilemma se diffondere o tenere nascoste le foto orribili dell´uccisione di Bin Laden.
E se non ci possono essere dubbi razionali o ragionevoli sulla morte dell´ispiratore di dozzine di massacri di vittime innocenti nel mondo sapendo qualche disastro epocale sarebbe l´avere mentito, i dubbi sui modi e sull´esecuzione di quell´attacco non possono restare appesi a fermentare nella coscienza internazionale.
Hanno molte buone ragioni il segretario di Stato Clinton, il ministro della Difesa Gates, il nuovo direttore della Cia Panetta e lo stesso Obama nel non voler mostrare le immagini del corpo di Bin Laden raggiunto dai colpi dei commando alla testa, distrutta dai proietti di specialisti d´assalto ai quali viene insegnato proprio a mirare al volto, per non lasciare scampo. Il brivido di orrore e di istintiva “pietas” che proveremmo per un essere umano maciullato, anche di chi scelse di chiamarsi fuori dal “circolo della vita” e di scegliere la predicazione della morte violenta propria e altrui come autostrada per il paradiso, scatterà in chi le vedrà. Così come sarà inevitabile che quelle immagini macabre divengano un´icona truculenta per gli apostoli del terrore.
Le fotografie sono state già mostrate a senatori e deputati, dunque ai rappresentanti eletti direttamente e individualmente, negli Usa, per nome e cognome e non per pacchetti preconfezionati di partito, dal popolo americano e chi le ha viste ha già dichiarato di non avere dubbi sull´identità del morto.
Ma questa garanzia indiretta e credibile, in un´America dove l´opposizione a Obama si è crogiolata per anni nella favola della sua illegittimità per nascita e sarebbe felice di poter sollevare dubbi e distruggere un Presidente che oggi vola altissimo, non può bastare per quell´opinione pubblica mondiale che non dubita della sua parola.
Chi si rende conto che nessun capo di Stato potrebbe reggere per un minuto a una menzogna tanto enorme e chi sa quale sia senza esitazione “la parte giusta” dalla quale stare anche nella lotta sporca e sordida al terrorismo, ricorda che la forza delle nazioni libere non sta nei cannoni o nei suoi commando superaddestrati. Sta nel principio di “accountability”, di responsabilità e di rendiconto pubblico e aperto delle proprie azioni e delle proprie scelte.
Questo è il dilemma che tormenta l´Amministrazione Obama. Continuare a nascondere quelle foto per pudore e per rispetto delle «sensibilità altrui», come dice la Casa Bianca, o offrire spiegazioni esitanti e rateizzate e spesso contraddittorie, alimenta il falò delle assurdità che già si è acceso attorno all´assalto e all´esecuzione di Bin Laden. Soffia sulle fiamme accese dall´insoppribile odio per l´America, residuato acre del fallimento “realsocialista”, e soprattutto dalle troppe menzogne che il predecessore di Obama, George W. Bush ci somministrò per giustificare l´invasione dell´Iraq. Producendo quell´indimenticabile e grottesca testimonianza del generale Powell davanti al Consiglio di Sicurezza dell´Onu che più tardi – troppo tardi – lo stesso Powell definì «il giorno più umiliante» della sua vita. Di questo tremendo precedente, come delle bugie sul falso incidente del Tonkino, che Johnson utilizzò per ottenere l´ok parlamentare alla guerra in Vietnam e tormentò per una generazione l´immagine degli Stati Uniti, Obama deve tenere conto. La “parola di re”, per quanto nobile sia il re, non basta più a tacitare tutti, nel tempo dell´informazione e della disinformazione planetarie e istantanee.
Ma anche la scelta opposta non convincerebbe gli scettici a priori, i teorici della “conspiracy” che ancora dubitano dello sbarco sulla Luna che pure fu seguito metro per metro dalla telemetria sovietica o sono certi che nel deserto del New Mexico sia precipitata un´astronave extraterrestre e i resti degli alieni siano gelosamente nascosti dal governo americano. Non può essere questa impossibilità di persuadere gli irriducibili ciò che può risparmiare al presidente Obama una più minuziosa ricostruzione dei tempi, delle procedure e dei fatti in quella domenica di maggio perché sono coloro che credono alla sua parola, alla forza della democrazia americana in tutte le sue imperfezioni e alla crudele, ripugnante inevitabilità della fine violenta di Osama a domandarglielo.
Nei propri momenti più alti e ammirevoli, l´America ci ha viziato. Ha spiattellato al mondo tutti i propri errori, pubblicando verbali di registrazioni riservatissime, diffondendo documenti segreti molto prima che cominciasse l´età di WikiLeaks, intercettando e frugando nella privacy più intima del primo cittadino, nel nome di un semplice e formidabile principio ancora non assimilato in democrazie più deboli: quello secondo il quale nessun leader politico è più importante della Costituzione e la sopravvivenza delle istituzioni, non il consenso politico o i sondaggi ondivaghi, è il fondamento sul quale si regge una società.
In questo, che è il momento più incandescente e nodale del XXI secolo perché rappresenta la chiusura simbolica – non ancora purtroppo reale e definitiva – del dramma cominciato dieci anni or sono a New York ed è la prova finora più importante per Obama, il presidente che aveva riacceso anche negli scettici e nei delusi dall´estremismo bushista le speranze nell´eccezionalismo positivo americano, non può tradire le attese.
Come si è, a ragione, ammantato della gloria e della popolarità incassate nell´ora del giubilo nazionalistico e patriottico, ora si deve fare carico delle procedure, delle decisioni, delle responsabilità e dei contraccolpi.
Nella civiltà della immagini, non si può restare senza immagini senza generare mostri, sapendo che comunque potranno affiorare o, peggio, essere falsificate da mani interessate a screditarlo. La trasparenza è il prezzo durissimo che le democrazie vere pagano a se stesse, per restare tali.

La Repubblica 05.05.11

Rivara, il doppio gioco della Lega e del Pdl

Rinviato a dopo le elezioni il voto sulle mozioni alla Camera. Ghizzoni e Miglioli attaccano: “Hanno scelto di non scegliere”. Ieri si sono concluse le audizioni alla commissione Ambiente della Camera sul progetto di stoccaggio gas a Rivara. Davanti ai componenti della commissione sono sfilati i privati che hanno presentato il progetto, la Provincia di Modena, la Regione Emilia-Romagna, infine i comitati dei cittadini. Da parte delle istituzioni e dei cittadini è stato ribadito il “no” al progetto, non per motivi ideologici ma sulla base di valutazioni tecniche che mettono in evidenza rischi per la popolazione e per l’ambiente. Ecco, in proposito, un commento degli on. Manuela Ghizzoni e Ivano Miglioli del Pd.

«Ancora una volta Lega e Pdl hanno scelto di non scegliere. Non vogliono e non possono assumersi la responsabilità di prendere una posizione chiara sul deposito di stoccaggio prima delle elezioni amministrative del 15 e 16 maggio. E questo perché sono divisi, su questa come su mille altre questioni: Giovanardi propugna con entusiasmo il progetto; la Lega dichiara a parole di non volerlo; la Bertolini tace. Noi del Pd abbiamo detto chiaro e tondo come la pensiamo e abbiamo presentato una mozione che avremmo voluto votare prima della sospensione dei lavori della Camera, così come avremmo volentieri discusso le mozioni di Lega e Pdl. Ma ci è stato impedito con motivi pretestuosi. E’ stato proprio il presidente della commissione Ambiente della Camera, il leghista Alessandri, a decidere di far slittare discussione e voto a dopo le elezioni, con la scusa che non c’erano i tempi. E’ una balla. Si sarebbe potuto fare oggi in mattinata, o nel pomeriggio o domani. Ma è chiaro che la maggioranza di governo ormai è incartata su tutto, dalla Libia a Tremonti, dal nucleare al deposito di gas di Rivara. E nonostante le rassicuranti dichiarazioni di Manfredini, evidentemente poco informato, la Lega continua a fare il doppio gioco, come il Pdl: a Modena strilla contro il deposito di gas, a Roma diventa improvvisamente afona e china il capo obbediente. Con tanti saluti al federalismo e all’autonomia dei territori».

Camera dei Deputati: dichiarazioni di voto di Pier Luigi Bersani sulle mozioni concernenti l'impegno italiano in Libia

Signor Presidente, vorrei rivolgere una domanda molto semplice alla maggioranza e al Governo: volete dirci a che cosa è servita precisamente questa pantomima che si è aperta tra la Lega e PdL che ha occupato per giorni e giorni giornali e telegiornali e che oggi ci porta qui in Parlamento? A che cosa è servita precisamente? Da domani che cosa cambia, signor Ministro della difesa? Lei domani darà diverse disposizioni alle nostre Forze armate? Dalla mozione si direbbe di no, dalle parole di Reguzzoni si direbbe di sì (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
E il Ministro degli affari esteri quali diverse disposizioni darà alla nostra diplomazia e che cosa dirà domani alla signora Clinton? Chiederete la data? Vi hanno già risposto stupefatti e lei stesso, Ministro, ha risposto a Reguzzoni: non esiste.
Chiederete di non fare occupazioni in terra? Vi diranno stupefatti: ma lo dice l’ONU. E forse vi chiederanno, loro: ma insomma, voi italiani intendete prendere per mano i missili e accompagnarli, ma non lanciarli? E voi risponderete: no, la risoluzione non dice questo. Infatti non dice questo. E poi vi chiederanno: ma insomma, al dunque, volete smettere da soli, sì o no? E voi, credo, direte: no, la risoluzione non dice questo.
Allora, a questo punto forse qualcuno vi dirà: fino a qualche anno fa l’Italia era un Paese serio. Dall’Iraq se ne andò perché quell’operazione non aveva copertura internazionale (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico), in Kosovo e in Libano andò e portò la pace, quando l’Italia era un Paese serio (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Allora vediamo di che cosa parla precisamente questa vostra risoluzione: di tasse. Prendete l’impegno a non aumentare le tasse e questa è una buona notizia detta da chi le ha solo fatte aumentare, a livello locale e a livello nazionale (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro per il Terzo Polo e Italia dei Valori). Dite: non aumenteremo la benzina. E cosa volete fare di più? Quest’anno incasserete, mal contati, un miliardo in più di euro presi dalle tasche degli italiani sulla benzina (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico): la benzina sì, ma l’accorpamento delle elezioni amministrative con i referendum – 300 milioni di euro – no (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro per il Terzo Polo, Futuro e Libertà per il Terzo Polo e Italia dei Valori).
E poi di cosa parlate? Parlate di immigrazione e parlate, ecco qua, nella risoluzione sulla Libia, della sentenza della Corte di giustizia contro il reato di immigrazione clandestina. È una sentenza che non vi è piaciuta e la mettete qui dentro. Ma allora perché non ci mettete anche le quote latte, i giudici comunisti, le elezioni di Milano, poi la mandate all’ONU e vediamo cosa dice l’ONU su queste cose (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro per il Terzo Polo, Futuro e Libertà per il Terzo Polo, Italia dei Valori e Misto-Alleanza per l’Italia).
Con questa vergognosa sceneggiata voi date un altro colpo alla credibilità dell’Italia, perché in realtà domani non cambia niente. Solo una cosa cambia: abbiamo fatto un altro scalino in basso nella nostra credibilità, verso gli alleati e verso le popolazioni della Libia che aspettano la libertà (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro per il Terzo Polo, Futuro e Libertà per il Terzo Polo, Italia dei Valori e Misto-Alleanza per l’Italia).
Chi siamo noi visti da fuori? Guardiamoci da fuori. Ha ragione Casini e gli altri che sono intervenuti: visti da fuori, noi siamo quelli che gli hanno baciato la mano, che non lo disturbavano per telefono, che si specializzavano sulle nipoti dei rais per salvarle dalle questure. Siamo quelli che sono stati zitti al vertice di Parigi, dove – lì sì! – si doveva dire: ci siamo a queste nostre condizioni, con queste nostre idee, perché essere leali con un’alleanza non vuol mai dire essere subalterni, neanche ad un’alleanza (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)!
Quindi è l’insieme di queste vicende, unite ad altre, perché non dimentichiamocele: sento parlare di aiutarli a casa propria. Reguzzoni, ma lo sai che noi in tutto il mondo abbiamo perso punti incredibili per avere quasi azzerato i fondi della cooperazione allo sviluppo (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)? Lo sa che dobbiamo vergognarci in tutti i consessi internazionali perché non paghiamo i debiti (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)?
E per tacere d’altro: incontri bilaterali. Stendiamo un velo di silenzio su questo «bilaterale» sulla Francia. Mettiamo un velo di silenzio a tutta questa vicenda, dalla morte di quel povero ragazzo, Mohamed Bouazizi, bruciato, che si è dato fuoco e che ha dato il via ad una rivolta di libertà di quei popoli.
Non dimentichiamocelo. Da quel momento, abbiamo avuto una catastrofe diplomatica del nostro Paese, che non so quanto tempo ci vorrà per rimontare; una catastrofe diplomatica, perché la credibilità ce l’hai, se hai una posizione lineare. Lineare! L’Italia non può sottrarsi alle sue responsabilità, deve essere all’altezza di queste responsabilità e mettersi a disposizione delle risoluzioni delle Nazioni Unite, nei ristretti termini di quelle risoluzioni; deve impedire, anche con lo strumento militare, che Gheddafi massacri il suo popolo in rivolta. Non più di questo e non meno di questo.
E questo deve portare il più rapidamente possibile ad un passaggio alla fase politica e diplomatica. Ecco qua il ruolo dell’Italia: in Afghanistan, in Libia, essere fedeli ai mandati internazionali dell’ONU ed essere leali con gli Alleati, ma avere una propria strategia per accelerare le soluzioni politiche e diplomatiche con proprie idee e proprie iniziative.
Questo deve essere l’Italia in tali contesti: fedele, sì, alla Costituzione, che vuole la pace e riconosce la sovranità legittima delle organizzazioni internazionali, anche per l’uso della forza a fini di legalità e di pace. Chi ha dubbi su questo, faccia attenzione, perché dovremmo ancora arrossire tutti quanti per quello che è successo negli anni che abbiamo alle spalle. Chi si è dimenticato il Ruanda? Chi si è dimenticato Srebrenica? Si pecca anche per omissione! Si pecca anche per omissione (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro per il Terzo Polo e Italia dei Valori)!
Anche per l’Afghanistan la pensiamo così. Avremmo voluto che Osama Bin Laden, un massacratore di innocenti in ogni parte del mondo, fomentatore della guerra di civiltà, fosse arrestato e giudicato. La sua morte, oggi, per noi, deve suggerire – mentre la guardia resta alzata contro il terrorismo – di provare a dare forza a una soluzione politica in Afghanistan, secondo linee e proposte che devono essere discusse con gli Alleati e nelle quali ci piacerebbe che avesse un ruolo l’Italia. Questo è quanto, signor Presidente, sul punto in oggetto.
Tuttavia, voglio concludere con una riflessione finale che riguarda la dignità di questo Parlamento. È ora di dirlo chiaramente. Governo e maggioranza fanno così: «spengono» il Parlamento per lunghe settimane e lo «accendono» solo per le proprie esigenze politiche di propaganda e per esigenze personali del Presidente del Consiglio, senza rapporto alcuno con i problemi del Paese (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)!
Qualche settimana fa abbiamo passato giorni e notti su processi lunghi, processi brevi e processi su misura. Nei giorni scorsi abbiamo scoperto l’urgenza che il Parlamento intervenisse a piedi giunti tra la vita e la morte dei cittadini italiani. Oggi il Parlamento deve stare qui, prima, come abbiamo fatto, a tentare – naturalmente su vostra iniziativa – di «scippare» il referendum sul nucleare e adesso siamo chiamati qui a comporre un conflitto internazionale tra Arcore e via Bellerio. Perché di questo abbiamo parlato qui (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
E vedrete cosa arriverà nei prossimi giorni: siccome ci sono le elezioni amministrative, vuoi che non arrivi una frustata all’economia? A costo zero! Arriva! Sarà «la quindicesima frustata» (questa è una citazione raffinata dei New Dada), ma l’economia non se ne è ancora accorta.

PRESIDENTE. Onorevole Bersani, la invito a concludere.

PIER LUIGI BERSANI. Abbiamo problemi grossi come una casa: il lavoro, la precarietà, i redditi, piccole imprese che saltano perché hanno troppi debiti, non riescono a pagare il fisco e hanno poco lavoro. Abbiamo 40 miliardi di euro di manovra davanti, che voi avete scritto nei vostri documenti, e qui non si riesce a parlarne. Qui parliamo dei problemi vostri. Non può andare avanti così.

PRESIDENTE. Onorevole Bersani, deve concludere.

PIER LUIGI BERSANI. Con dei cerotti e delle aspirine, la vostra crisi politica non si risolverà (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro per il Terzo Polo e Misto-Alleanza per l’Italia – Congratulazioni)!

www.camera.it

Sbugiardati subito «La missione durerà il tempo necessario», di Umberto de Giovannangeli

Non l’hanno ancora votata, e quella mozione è già stata «bocciata» da uno dei referenti internazionali:
la Nato. Fissare un limite temporale alle operazioni militari in Libia è impossibile. Ma Frattini insiste…
Una pagliacciata. È il termine più soft con cui, con la garanzia dell’anonimato, autorevoli fonti Nato a Bruxelles liquidano la trovata della «guerra a termine» con cui Berlusconie Bossi hanno «risolto» il problema-Libia nella mozione che sarà votata oggi alla Camera.

RIMANDATA AL MITTENTE
Una figuraccia internazionale. L’ennesima inanellata dal Cavaliere prigioniero del Senatur. «La Nato non
è in grado di fissare un termine alla durata della missione militare in Libia. «La missione durerà il tempo che sarà necessario», afferma il vice ammiraglio Rinaldo Veri, responsabile delle attività marittime di Unified Protector, rispondendo ai giornalisti che chiedevano una previsione sui tempi dell’operazione. Non credo che la missione sia in una situazione di stallo: stiamo procedendo in modo lento ma progressivo», rileva l’ufficiale. «È un lavoro che richiede pazienza e determinazione, ma dobbiamo continuarlo e procedere in avanti», ha aggiunto. Ad una domanda su quanti giorni o mesi questa pazienza dovrà durare, il vice ammiraglio risponde che «durerà
il tempoche sarà necessario farla durare». Veri ha ricordato i tre obiettivi della pressione militare definiti
dagli Alleati nella ministeriale di Berlino: la fine di tutti gli attacchi alla popolazione civile; il ritiro dell’ esercito di Gheddafi, dei mercenari e delle forze paramilitari; il libero accesso degli aiuti umanitari al popolo libico. Secondo Veri, al momento questi tre obiettivi si possono raggiungere nell’ambito del mandato attuale che prevede l’utilizzo della potenza aerea e marittima, ma non di forze a terra. «Ogni giorno c’è qualcosa di positivo che succede e ci avviciniamo all’obiettivo finale che vogliamo raggiungere», ha assicurato l’alto ufficiale. A Silvio Berlusconi, il vice ammiraglio Vieri dà anche un’altra risposta: il figlio di Gheddafi, dichiarato morto in un raid della Nato a Tripoli, non era un target dell’Alleanza. «Noi non attacchiamo individui.
Tutti i nostri target sono militari», rimarca il responsabile delle attività marittime della missione Unified Protector. Incurante della bocciatura-Nato, il titolare della Farnesina, Franco Frattini fa finta di niente. E annuncia, imperterrito che l’Italia
L’Italia «cercherà con le organizzazioni internazionali,come la Nato, e con gli alleati, la fissazione di un termine» delle operazioni in Libia. Così
il ministro degli Esteri risponde ad un giornalista che gli ha ricordato come oggi l(ieri, ndr) la Nato abbia
spiegato che non si può mettere un termine alla fine delle operazioni.
«Nessuno riuscirà a trovare altre storie per mettere in difficoltà la maggioranza», sottolinea con piglio puntuto Frattini. «Noi – assicura il titolare della Farnesina riferendosi alla mozione di maggioranza – abbiamo adottato un testo condivisibile». Questo pateracchio nostrano, il Cavaliere e il suo fido «scudiero» (Frattini) dovranno spiegarlo ai ministri degli Esteri del Gruppo di contatto che si ritroveranno domani a Roma per fare il punto sulla guerra in Libia.
Tra i partecipanti, ci sarà anche la segretaria di Stato Usa, Hillary Clinton, con cui , annuncia una nota della presidenza del Consiglio, Berlusconi avrà un incontro a due a Palazzo Chigi. Fisseremo la fine delle operazioni con gli alleati, ripete Frattini. Ma il ministro degli Esteri fa finta di non sapere che questa richiesta è improponibile perché impraticabile.
A spiegarlo sono i vertici Nato come le cancellerie più impegnate sul fronte libico: Francia, Gran Bretagna in primis. A ribadirlo ieri è stato l’omologo britannico di Frattini, William Hague. Il capo del Foreign Office in una comunicazione ai Comuni ha affermato senza mezzi termini che che i raid aerei della Nato contro i centri di comando e controllo di Muammar Gheddafi
sono «perfettamente legittimi». E che dureranno il «tempo necessario». La «guerra a termine» non ha
una traduzione in inglese o in francese. E nemmeno una versione «americana».

L’Unità 04.05.11

"Così la Gelmini ha indebolito l’Università" di Alessandro Figà Talamanca

La “riforma Gelmini” dell’università ha acquistato una valenza politica che va ben oltre i suoi modesti contenuti. È vantata dal centro destra come prova della capacità di riforma del governo, della maggioranza e della minoranza di destra, mentre, a sinistra, è stata oggetto di proteste e critiche che sembravano ignorarne i contenuti specifici. A oltre due mesi dalla entrata in vigore della “riforma”, è forse il momento di esaminarne le conseguenze immediate, visto che gli effetti sul lungo periodo, sembrano incerti. Osserviamo prima di tutto che la nuova legge, come quasi tutti gli interventi legislativi sull’università degli ultimi quarant’anni, riguarda quasi solo il personale docente e non affronta i problemi del sistema universitario nei suoi rapporti con gli studenti e la società. È ignorato, in particolare, il problema degli abbandoni (in parte fisiologici) ed il più grave problema dei ritardi negli studi universitari. Non è una sorpresa. Negli anni settanta e ottanta erano i sindacati a promuovere “riforme” che, ovviamente, riguardavano le “categorie” da essi rappresentate. Oggi la “riforma” è stata promossa da alcuni professori-opinionisti, e ne riflette una visione del tutto autoreferenziale. Ma, infine, quali sono o saranno gli effetti immediati della legge sul sistema universitario? È presto detto: la legge obbligherà per qualche anno le università a spendere male i fondi loro assegnati ed il Ministero a distribuire male, tra le diverse sedi, il fondo di finanziamento. Vediamo perché. Prima dell’entrata in vigoredella legge il personale docente universitario era inquadrato in tre categorie o “fasce”: professori ordinari, professori associati e ricercatori di ruolo. La prima posizione permanente era quella di ricercatore, una figura nata più di trenta anni fa per sistemare i “precari” di allora, che si era però evoluta, anche per interventi legislativi, in un ruolo di docenti a tutti gli effetti. La legge Gelmini ha soppresso il ruolo dei ricercatori: non si possono più bandire concorsi per questo ruolo. La prima posizione permanente di docente sarà quella di professore associato. Ma gli attuali 25.000 ricercatori di ruolo in servizio non possono essere soppressi. Per essi, giustamente, la legge prevede una procedura, assolutamente non automatica, per la promozione a professore associato. Dovranno prima di tutto conseguire una “abilitazione al ruolo degli associati” che sarà conferita da una commissione nazionale, sulla base di un giudizio sulla produzione scientifica dei candidati. Successivamente dovranno essere “chiamati” dall’università.Tutto a posto quindi? Forse, ma solo sulla carta. Dobbiamo chiederci quanti ricercatori di ruolo conseguiranno l’abilitazione a professore associato. La mia stima è che il loro numero si collocherà tra 15.000 e 20.000 e la loro promozione impegnerà tutti i fondi disponibili al sistema universitario. Gli abilitati saranno tanti, perché la grande maggioranza dei ricercatori ha raggiunto e superato le qualificazioni scientifiche vantate dagli attuali professori associati. A che titolo si potrà sostenere che queste qualificazioni sono insufficienti? Del resto, le commissioni non hanno nessun incentivo ad essere severe. Se mai è vero il contrario: i settori e le aree che concederanno più abilitazioni avranno un numero maggiore di professori, e si rafforzeranno quindi all’interno delle sedi. Né sarà possibile per le università porre un argine alla promozione ad associato degli “abilitati”. Formalmente le università possono decidere come spendere i fondi a loro disposizione. Potrebbero ignorare le richieste di promozione dei loro ricercatori di ruolo “abilitati”, e destinare i fondi al reclutamento dei giovani, nei modi previsti dalla nuova legge. O potrebbero invece spendere tutto per la promozione di “abilitati”. Si tratta però di una scelta obbligata: i ricercatori di ruolo “abilitati” sono già presenti nell’università e bene in grado di esercitare pressioni anche come elettori del rettore e dei direttori di dipartimento. Essi avranno anche acquisito meriti accettando compiti didattici cui non erano ufficialmente tenuti. Non sarà possibile rifiutare la promozione a chi già svolge i compiti di un professore associato ed è stato dichiarato “abilitato” da una commissione nazionale. Molto più debole sarà la posizione del giovane che non è ancora nei ruoli ed aspira ad una posizione che gli consenta di entrarvi. Anche a livello nazionale ci saranno forti pressioni sul Ministero perché la ripartizione tra le sedi del fondo di finanziamento tenga conto del numero dei ricercatori “abilitati” presenti in ciascuna sede. Nel caso poi che i fondi disponibili per il sistema universitario non siano sufficienti per tutte le promozioni, è probabile che il problema sia risolto prolungando la validità temporale delle abilitazioni. Il blocco ai nuovi ingressi si protrarrebbe quindi per un numero maggiore di anni. Oltre a bloccare i nuovi ingressi si perderà anche l’occasione di ridistribuire sulla base delle esigenze didattiche, i fondi provenienti dal massiccio pensionamento in atto. I fondi andranno alle sedi, e ai settori, che vanteranno il maggior numero di ricercatori in attesa di promozione. Uno strano risultato per una legge che, fin dal titolo, si propone di “incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario”.

Il Riformista 04.05.11

"Una carta dei diritti contro la giungla del lavoro precario", di Enrico Rossi*

Diciamo spesso, o scriviamo, “lavoratori atipici”. Ma che senso ha questo aggettivo quando ormai sono milioni quelli che si aggirano nella giungla dei contratti precari? È un mondo ormai vastissimo, per lo più popolato da giovani,una realtà che preoccupa, spaventa e ci impone di affrontare il problema per fermare una deriva che minaccia il futuro del Paese.
In questi mesi, in Toscana, pur nei limiti dei mezzi a disposizione, stiamo cercando di dare senso al valore del lavoro e alla dignità della persona. Abbiamo varato un progetto e trovato le risorse (30 milioni di euro) per disciplinare tirocini e stage, mettendo vincoli ben definiti per scoraggiarne l’uso distorto cresciuto negli ultimi anni. Stage e tirocini non devono essere occasioni di sfruttamento del lavoro, ma strumenti utili per lavoratori in formazione.
Per questo abbiamo firmato intese con sindacati, organizzazioni di categoria e lo stiamo facendo con le associazioni professionali.
Con la Carta dei tirocini e degli stage abbiamo definito i soggetti promotori, le modalità di attivazione e di applicazione, la durata e il trattamento economico. Approveremo una legge regionale, la prima in Italia su questa materia, per dare ai giovani in formazione un compenso di 400 euro al mese per un anno, metà a carico della Regione e metà dell’impresa. Metteremo così fine a questa diffusa forma di sfruttamento. Il tema della dignità del lavoro è al centro anche di un altro provvedimento: quello della mobilità in deroga, che la Toscana – unica regione – ha esteso anche a chi fino ad oggi non ne aveva diritto. Agli apprendisti,
ai contratti a tempo determinato, ai lavoratori interinali, ai lavoratori delle imprese per le quali sono in corso progetti di reindustrializzazione, o a coloro che hanno perduto il lavoro alle soglie della pensione
e rischiano di perdere i contributi di una vita. Alla vigilia del primo maggio abbiamo firmato l’accordo che rende operativa questa novità, gestita direttamente da noi, così come facciamo da due anni per la cassa integrazione in deroga, quella per le piccole aziende o per chi ha esaurito la cassa “normale”. Ma se la crisi rende ancora indispensabile fronteggiare l’emergenza, vogliamo anche guardare oltre e pensare a un futuro di sviluppo in grado di far ripartire l’occupazione.
In Toscana ci sono incentivi per le imprese che stabilizzano i precari, siano lavoratori licenziati o in cassa integrazione o con contratti di collaborazione, ed anche per chi assume stagisti e tirocinanti o stabilizza l’occupazione femminile.
Dare diritti a chi non ne ha è ancora il modo più efficace e moderno per combattere lo sfruttamento, per offrire una prospettiva ai giovani e trovare strade efficaci per far ripartire il Paese.

*Presidente Regione Toscana

L’Unità 04.05.11

"Tremonti pigliatutto", di Raffaella Coscioli

Verso il consiglio dei ministri che consegnerà il fondo di garanzia per le pmi al superministro.
Il pressing dura da oltre tre mesi, ovvero da quel 2 febbraio quando un sorridente Silvio Berlusconi annunciava ai microfoni del Tg1 la famosa «scossa all’economia». Domani, a quasi 90 giorni dal varo del complesso quanto fumoso pacchetto di stimoli all’economia sul quale il ministro dell’economia non aveva messo la faccia preferendo prendere il treno con Bonanni e Angeletti per un grand tour al sud, il governo ci riprova.
Nel mezzo ci sono un dl antiscalate che è stato approvato ieri dalla camera e passerà al senato; un decreto omnibus che, oltre allo stop al nucleare e a un parziale ripristino del fondo per la cultura con l’aumento delle accise, contribuisce a gonfiare di fatto l’inflazione in Italia con inevitabili riflessi a fini statistici sul Pil nominale.
Ci sono poi le nomine nelle società pubbliche e un nuovo attivismo della Cassa depositi e prestiti. Oltre a un Def di contenimento in cui di sviluppo non c’è traccia. Insomma, in questi mesi il ministro dell’economia Giulio Tremonti, non solo ha fatto spallucce del pressing del premier e di quella parte di Pdl che la prossima settimana sarà costretta in tanti comuni a chiedere il voto agli elettori per la tornata delle amministrative, ma ha operato scelte che certo non vanno nella direzione della televendita inscenata dal premier sulla fase due del governo.
Al centro di polemiche nei giorni scorsi, il ministro dell’economia avrebbe però rotto gli indugi.
Ad annunciarlo è stato stavolta, non il premier insonne per i bombardamenti in Libia, quanto piuttosto il ministro Renato Brunetta secondo cui domani sarà approvato dal consiglio dei ministri il decreto per lo sviluppo che conterrà norme anti-burocrazia che per le imprese vale tra i 10 e i 12 miliardi di euro. Che cosa induce ora Tremonti al varo di un provvedimento di semplificazione dei controlli d’impresa sul quale ovviamente non metterà nemmeno una risorsa e su cui è facile ironizzare visto che a farsi portavoce della rivolta contro i troppi controlli è colui che ha passato gli ultimi otto anni dell’ultimo decennio sulla poltrona di ministro dell’economia? Il perché è presto detto: a fine settimana gli imprenditori riuniranno le Assise di Confindustria.
Un appuntamento che sottolinea la gravità del momento per l’impresa tanto più che l’ultimo appuntamento simile si è svolto vent’anni fa in un altro momento drammatico per il nostro paese. Nelle ultime settimane le critiche degli imprenditori non sono state leggere e c’è necessità di dare risposte immediate, tanto più che con maggio iniziano le assemblee delle grandi organizzazioni datoriali (Rete Imprese Italia e Confindustria).
C’è necessità di fare presto, di dimostrare che il governo è in grado di dare risposte. Il decreto in questione dovrebbe essere indirizzato alle imprese, ma sotto sotto Tremonti avrebbe maturato l’idea di inserire anche un intervento sul fondo di garanzia per le pmi che passerebbe dal ministero dello sviluppo economico a quello dell’economia.
Sarebbe un colpo da maestro non solo perché in meno di due anni il ministro avrebbe completamente azzerato i fondi in capo allo sviluppo economico, ma anche perché resterebbe l’unico referente del sistema imprenditoriale.
Per il resto bisognerà attendere la manovra di fine giugno che, c’è da giurarci, riserverà più di una sorpresa. D’altra parte, un assaggio di quanto il ministro sia disposto a concedere ai colleghi lo si è avuto ieri quando il pidiellino De Angelis ha rimesso il mandato di relatore in commissione bilancio della camera sul dl per gli assegni una tantum al personale delle forze dell’ordine dopo il duro braccio di ferro tra i ministri La Russa e Maroni, ispiratori di emendamenti volti ad affievolire gli effetti dei tagli alla sicurezza, e Tremonti che prima con il parere della Ragioneria e poi con una telefonata al vetriolo ha risolto la questione a proprio favore.

da Europa Quotidiano 04.05.11