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«Adesso la Fiom torni a trattare», intervista a Cesare Damiano

Pensa che la vittoria a stragrande maggioranza dei sì significhi una sconfitta della Fiom?
«Non c’è dubbio che sia emersa una contraddizione tra la rappresentanza unitaria della ex Bertone e il gruppo dirigente della Fiom. Per quanto nella concezione del sindacato sia normale che le strutture di base, essendo espressione del voto dei lavoratori delle aziende, abbiano un loro margine di automonia, non c’è dubbio che una contraddizione così evidente come quella emersa in questi giorni in quello stabilimento apre un problema».

«Personalmente, penso che la Rsu abbia fatto la scelta giusta votando sì al referendum. Ma penso anche che sia un’opportunità da cogliere per riaprire un dibattito serio, all’interno di quel sindacato, sulla strategia da intraprendere per non rischiare l’esclusione progressiva da tutti i tavoli di contrattazione. La Fiom deve riflettere sul proprio futuro. E credo che sia utile ricordare, in proposito, che la minoranza riformista guidata da Fausto Durante ha espresso coraggiosamente la stessa posizione assunta dalla Rsu della ex Bertone».

«Io penso dunque che la decisione di votare sì sia una decisione piena di saggezza. Al tempo stesso so che in questa scelta c’è sofferenza e coraggio. È stata presa in totale autonomia da quegli stessi lavoratori che sono fuori dalla fabbrica da cinque anni e hanno scelto anzitutto la ripresa produttiva».

«Certo, è ovvio che questo punto le garanzie occupazionali ci devono essere. Adesso mi aspetto conferme sugli investimenti e garanzie anche sul versante occupazionale, da parte di Marchionne».

«Infine, ora che hanno vinto i sì, com’era prevedibile, mi auguro che la Fiom rispetti la posizione assunta dalle Rsu dai lavoratori dello stabilimento della ex Bertone».

La Stampa 04.05.11

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Cremaschi: “Rischiamo la sbandata Dovremo smentire i nostri delegati”, di Roberto Giovannini

Nessun commento ufficiale dalla Fiom nazionale al termine dello scrutinio alla Ex-Bertone. Il segretario generale Maurizio Landini aveva parlato in precedenza da Termini Imerese, ma alla fine si è preferito rinviare tutto a una conferenza stampa in programma per stamani. La linea, però, l’aveva appunto data dalla Sicilia il numero dell’organizzazione: «Non c’è alcun conflitto e nessuno strappo tra la Fiom e i delegati dell’ex Bertone che hanno agito per legittima difesa. Abbiamo dovuto affrontare una situazione difficile, confermando la linea che avevamo già assunto a Pomigliano e a Mirafiori rispetto alla strategia di Marchionne e allo stesso tempo sottraendo i lavoratori al ricatto dell’azienda».

Sono d’accordo anche i «torinesi». Per Pino Viola, delegato Rsu Fiom dello stabilimento, «in questo referendum ha prevalso il senso di responsabilità dei lavoratori, non si può dire che ci siano stati vinti. Questo senso di responsabilità che hanno avuto i lavoratori ora lo chiediamo all’amministratore delegato della Fiat affinché mantenga l’impegno di effettuare l’investimento perchè la fabbrica riparta». Federico Bellono, segretario provinciale della Fiom di Torino, dice che «gli unici vincitori sono i lavoratori che coraggiosamente e responsabilmente pur dissentendo dalla Fiat hanno deciso di non farsi suicidare. La grande affluenza al voto oltre che il risultato – aggiunge toglie a tutti, e in particolare alla Fiat, qualsiasi alibi rispetto all’investimento».

Ragionamenti in linea con quelli del responsabile nazionale auto della Fiom, Giorgio Airaudo, che da subito ha abbracciato la «soluzione» costruita dai delegati della Rsu della ExBertone in cui la Fiom ha una solidissima maggioranza. In mattinata Airaudo aveva spiegato che «non bisogna dimenticare che le Rsu sono anche dipendenti e lavoratori. Per questo i sindacati devono assumersi responsabilità più forti di quelle che possono assumersi i lavoratori nei singoli stabilimenti. Capisco che qualcuno pensava che quei delegati sarebbero stati spinti a spiaccicarsi come insetti sui vetri, ma noi a differenza di altri che considerano le Rsu come proprietà abbiamo sempre dialogato con loro». Una linea su cui concorda anche il numero uno Cgil Susanna Camusso.

Non tutti però in casa Fiom ci stanno, e c’è da attendersi che il Comitato Centrale di lunedì prossimo sia tut’altro che tranquillo. Già aveva protestato il segretario nazionale Sergio Bellavita; ieri ha rincarato la dose Giorgio Cremaschi, presidente del Cc Fiom. «Da un lato c’è un sì, dall’altro un no – afferma il rischio di sbandata della Fiom è evidente. Bisognerà smentire i delegati e dire che la loro firma è a titolo personale e non è valida. Anche alla ex Bertone, come a Mirafiori e a Pomigliano, sarà un accordo separato». Durissima la replica di Airaudo: «Cremaschi farebbe bene prima a informarsi e a pensare prima di parlare. Non c’è nessuna incoerenza tra Pomigliano, Mirafiori ed ex-Bertone. La Fiom ha la stessa posizione: i lavoratori hanno diritto a una difesa».

La Stampa 04.05.11

"Il Mostro di Al Qaeda", di Barbara Spinelli

Festeggiata con grida di trionfo negli Stati Uniti, l´uccisione di Bin Laden crea nelle menti più sconcerto che chiarezza, più vertigine che sollievo.
La storia che mette in scena somiglia ben poco a quel che effettivamente sta accadendo nel mondo: è parte di una guerra contro il terrore che gli occidentali non stanno vincendo in Afghanistan, e da cui vorrebbero uscire senza aver riparato nulla. È un´operazione che rivela la natura torbida, mortifera, dell´alleanza tra Usa e Pakistan: una potenza, quest´ultima, che usa il terrorismo contro Afghanistan e India, e che per anni (cinque, secondo Salman Rushdie) ha protetto Bin Laden. Che lo avrebbe custodito fino a permettergli di costruirsi, a Abbottabad, una casa-santuario a 800 metri dal primo centro d´addestramento militare pakistano.
Ma l´operazione nasconde due verità ancora più profonde, legate l´una all´altra. La prima verità è evidente: Bin Laden era già morto politicamente, vanificato dai diversi tumulti arabi, e la cruenza della sua esecuzione ritrae un Medio Oriente e un Islam artificiosi, datati, che ancora ruotano attorno a Washington. Il terrorismo potrebbe aumentare, anche se l´America, che ha visto migliaia di connazionali morire nelle Torri Gemelle, gioisce comprensibilmente per la giustizia-vendetta. Come in M – Il mostro di Düsseldorf l´assassino è stato punito, ma l´ultima scena manca: quella in cui una mano potente agguanta il colpevole, lo sottrae alla giustizia sommaria, lo porta in tribunale. La parola che sigilla il film di Fritz Lang è: «In nome della legge». È la formula performativa che non s´è sentita, a Abbottabad. Con i nostri tripudi avremo forse contribuito alla trasfigurazione di M – il mostro di Al Qaeda.
Oltre che morto politicamente Bin Laden era divenuto irrilevante, prima di essere ucciso. La sue cellule gli sopravvivono, non avendo in realtà bisogno d´un capo per agire. Ma il suo desiderio di forgiare l´Islam mondiale era già condannato. Il mondo arabo e musulmano sembra aver imboccato una via, dal dicembre 2010, che rompe radicalmente con la visione che egli aveva dell´Islam, dell´indipendenza e dignità araba, della democrazia occidentale. La rivoluzione araba è cominciata con un evento, in Tunisia, che lui avrebbe ripudiato: la decisione di un giovane arabo di protestare contro il regime uccidendo se stesso, non seminando morte come un kamikaze, immaginando l´inferno fuori di sé.
Il terrorismo come metodo emancipatore non ha più spazio nelle cronache odierne, perché il suo obiettivo strategico è percepito da milioni di arabi come la radice stessa del male: come atto che espropria di potere il cittadino ordinario, che lo trasforma in uomo nudo, infantilizzato, mosso da paura. Seminando panico, l´atto terrorista congela l´emancipazione dal basso, proprio perché agisce in nome del popolo, non con il popolo. Gran parte dell´Islam non seguì questa via, dopo l´11 settembre, e meno che mai condivise il sogno di un califfato teocratico mondiale, che Bin Laden coltivava. Le sommosse arabe lo hanno ucciso prima degli americani, con le proprie forze e i propri martiri: in Tunisia, Egitto, Yemen, Siria, Marocco, Libia. Le piazze non si sono risvegliate grazie a lui, per il semplice motivo che Bin Laden non aveva scommesso sul loro risveglio ma sul loro sonno, e il più delle volte sulla loro morte (Al Qaeda ha ucciso più musulmani che non-musulmani, secondo uno studio pubblicato nel dicembre 2009 dal Combating Terrorism Center di West Point).
La seconda verità è strettamente connessa alla prima, e concerne le guerre americane ed europee posteriori all´11 settembre. Terrorismo e guerre imperiali al terrore sono stati in tutti questi anni fratelli gemelli, e insieme barcollano. Si sono nutriti a vicenda, fino ad assomigliarsi. La guerra al terrore che oggi vince una delle sue battaglie è la stessa che ha prodotto Guantanamo e Abu Ghraib: le prigioni senza processi, la tortura banalizzata. Una volta abbattute le frontiere del possibile, scrive Clausewitz, è difficilissimo rialzarle: e infatti Obama non ha avuto la forza di chiudere Guantanamo. Forse non ha neppure rinunciato alla tortura, come ha lasciato intendere il portavoce del dipartimento di Stato Philip Crowley prima di dimettersi, il 13 marzo scorso. Lunedì, alla Bbc, Crowley non ha escluso che sia stata usata la tortura, per estrarre dai detenuti di Guantanamo informazioni sul rifugio di Bin Laden. Alla vigilia delle dimissioni aveva parlato di torture e maltrattamenti del soldato Manning (colpevole d´aver fornito documenti a WikiLeaks) inflitte nella prigione di Quantico in Virginia. Senza attendere il processo Obama ha detto, il 21 aprile: «Manning ha infranto la legge».
Fred Halliday, il compianto studioso del Medio Oriente, ha scritto nel 2004 che la nostra modernità ha al suo centro questa complicità fra terrorismo e esportazione della democrazia dall´esterno: «Ambedue hanno imposto con la forza le proprie politiche e le proprie visioni a popoli ritenuti incapaci di proteggere se stessi, proclamando le proprie virtù storiche mondiali, richiamandosi a progetti politici che solo loro hanno definito». Halliday concludeva: «Il terrorismo può essere sconfitto solo se quest´arroganza centrale (evidente nel colonialismo di ieri come nel terrorismo di oggi, ndr) viene superata» (Opendemocracy, 22-4-04).
Ambedue le violenze sui popoli (terrorismo e guerra al terrorismo) sono figlie di ideologie apocalittiche che della realtà non si curano. I popoli che dovevano esser «salvati» hanno dimostrato di voler vigilare su se stessi senza voce del Padrone. Anch´essi sono pronti a morire, ma senza glorificare la morte come i kamikaze. Senza quello che Unamuno chiamò, durante la guerra civile spagnola, il «grido necrofilo» di chi sceglieva come motto «Viva la muerte!». L´uccisione di Bin Laden è un´ennesima salvezza venuta da fuori, che chiude gli occhi.
Eppure è venuto il momento di aprire gli occhi, anche per gli europei che usano seguire l´America senza discutere. Di capire come mai la potenza Usa ha attratto su di sé tanto odio. Quel che è perverso nell´odio, infatti, è che esso nasconde sempre una dipendenza, una segreta ammirazione, un bisogno dell´altro, idolo o Satana. La guerra al terrorismo non comincia l´11 settembre 2011, così come la prima guerra mondiale non comincia con lo sparo a Sarajevo. Comincia nella guerra fredda, quando Washington decide di combattere l´espansione sovietica con ogni mezzo: aiutando regimi autoritari, e anche finanziando e aizzando il radicalismo islamico in Afghanistan.
Non dimentichiamolo, mentre ascoltiamo Obama che annuncia di aver voluto «consegnare Bin Laden alla giustizia» (bring to justice) nel preciso momento in cui invece lo faceva giustiziare. Durante la guerra sovietica in Afghanistan, Reagan chiamava i mujaheddin non jihadisti ma freedom fighters, combattenti per la libertà. Eppure si sapeva che erano terroristi e basta. In un´intervista al Nouvel Observateur, il 15-1-98, il consigliere per la sicurezza di Carter, Brzezinski, racconta come Washington aiutò i jihadisti contro il governo prosovietico di Kabul, nel luglio ´79, sei mesi prima che l´Urss intervenisse. L´intervento del Cremlino fu scientemente forzato «per infliggergli un Vietnam» politico-militare. Brzezinski non rimpiange l´aiuto ai futuri terroristi, e al giornalista esterrefatto replica: «Cos´ha più peso nella storia del mondo? I Taliban o il collasso dell´impero sovietico? Qualche esagitato musulmano o la liberazione dell´Europa centrale e la fine della guerra fredda?».
Sono dichiarazioni simili a creare sconcerto, vertigine. Tanti morti – a New York, Madrid, Londra, e in Tanzania, Kenya, Indonesia, India, Pakistan – quanto pesano, nei Grandi Disegni delle potenze? Valgono l´esecuzione d´un sol uomo? Sono solo qualcosa di politicamente utile? Parole come quelle di Brzezinski erano ricorrenti nel comunismo: nelle democrazie sono veleno. E se così stanno le cose, perché ci hanno detto che la guerra contro qualche esagitato terrorista musulmano era la cruciale, l´infinita, la madre di tutte le guerre? Bin Laden era il mostro di Frankenstein che ci siamo fabbricati con le nostre mani: negli anni ´70-´80 pedina di vasti giochi euro-russi, nel XXI secolo nemico esistenziale.
I giovani protagonisti delle sommosse arabe chiedono ben altro: non un nemico esistenziale (lo hanno avuto per decenni: erano l´America e Israele), ma costituzioni pluraliste, leggi uguali per tutti, separazione dei poteri. Non è detto che riescano: il dispotismo li minaccia, cominciando da quello integralista. Ma per difenderci dal demone di Frankenstein non possiamo sperare che in loro.

La Repubblica 04.05.11

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“Ma l´America resta nel suo labirinto”, di LUCIO CARACCIOLO

La morte di Osama Bin Laden avrebbe dovuto idealmente coronare la vittoria degli Stati Uniti nella guerra al terrorismo. Rischia invece di marcarne un altro passo verso la sconfitta.
Perché l´eliminazione del Nemico numero uno, che scatena l´entusiasmo degli americani, sta rieccitando la diffidenza e l´odio nei confronti dell´”alleato” a stelle e strisce nel più strategico dei teatri bellici, quello afghano-pakistano. Il labirinto da cui disperatamente il presidente Barack Obama cerca di uscire da quando è entrato alla Casa Bianca. Ma che non lascia facilmente chi vi si avventura.
Più che aprire nuovi orizzonti, l´esecuzione di Osama simboleggia il fallimento dell´opzione bellica perseguita da George W. Bush nei primi sei anni della sua presidenza, e che Obama non è riuscito a correggere.
Di quella convinzione secondo cui all´11 settembre l´America non poteva rispondere che dispiegando la sua ineguagliata potenza militare per sradicare il Male e affermare l´Impero della Libertà (Jefferson). Per la prima volta nella storia la potenza dominante, invece che difendere il sistema internazionale sul quale era egemone, cercava di rovesciarlo. Rispondendo alla chiamata di Dio e aderendo alla “direzione della storia” (Bush, in vena hegeliana), che indica agli Stati Uniti la missione di eliminare la tirannia nel mondo.
Le campagne d´Afghanistan e d´Iraq erano solo le prime due tappe della redenzione dell´umanità.
La guerra non doveva solo smantellare le cellule del terrore, ma i regimi che le proteggevano. Nel caso, i taliban e – secondo Bush – Saddam. Grazie alla trionfale esibizione di forza tra Hindu Kush e Mesopotamia, si sarebbe prodotto un effetto domino per cui, nel tempo, i tiranni si sarebbero arresi uno dopo l´altro alla forza del Bene.
Dieci anni dopo, che cosa resta di tale visione?
Per azzardare un bilancio di questo lunghissimo decennio, occorre resistere alla tentazione di scavare dietro i misteri che hanno accompagnato la fine dell´architetto dell´11 settembre. Non sapremo mai tutta la verità sui fatidici minuti del raid di Abbottabad. E possiamo star certi che fra qualche secolo vi sarà chi giurerà che Osama Bin Laden non è mai morto, ma si nasconde da qualche parte fra Terra e Cielo in attesa dell´ultima ora.
Lasciamo i dietrologi alle loro esercitazioni, non perché non siano legittime, ma perché inutili. Peggio: devianti. Ci impediscono di guardare alla sostanza.
La valutazione strategica della guerra al terrorismo implica invece di rispondere a una domanda: che cos´era l´America il 10 settembre 2001, e che cos´è oggi?
Dieci anni fa l´America era la “superpotenza solitaria”. Vittoriosa nella guerra fredda e nelle due precedenti guerre mondiali. La prima economia, la primissima potenza militare, soprattutto la massima potenza soft. Termine con cui si intende la capacità di ottenere ciò che si vuole dagli altri soggetti della scena internazionale senza dover impiegare la forza. Qualcosa di simile alla gramsciana “egemonia”.
L´America oggi resta la prima economia. Quasi tutti gli esperti concordano però sul fatto che il sorpasso cinese sia questione di anni, non decenni (il che non vuol dire che accadrà, viste le normali performance degli esperti). Ma a differenza di dieci anni fa, gli Stati Uniti sono indebitati fino al collo, soprattutto con la Cina. Quanto può essere dominante una potenza il cui massimo creditore è anche il suo concorrente principe?
Una delle radici del debito Usa sta nella sovraesposizione militare. I costi della guerra al terrore avvicinano secondo il Congresso i 1.300 miliardi di dollari, ma è una stima conservativa. Le campagne di Bush e di Obama sono state finanziate da Pechino, che naturalmente è stata ben felice di farlo. Perché? Lo spiega Hillary Clinton: «Come fai a essere duro col tuo banchiere?».
In termini globali, è dunque la Cina ad aver vinto, per ora, la guerra al terrore. A spese dell´America e di noi altri occidentali. I rapporti di forza nel mondo sono espressi dal pauroso indebitamento dei dominatori del Novecento nei confronti dell´Asia riemergente.
Nel decennio della guerra al terrorismo, la Cina è tornata ad esprimere il 25% della crescita mondiale, quanto valeva a inizio Ottocento, prima di perdere il treno della rivoluzione industriale e di essere umiliata nelle guerre dell´oppio.
Le perdite più rilevanti nella guerra al terrorismo l´America le ha però subite quanto a potenza materiale (hard) e immateriale (soft). A che serve la strapotenza militare se non a vincere le guerre? Washington non riesce nemmeno a terminarle. E se pure gli Stati Uniti mantengono una formidabile capacità tecnologica – ma la Cina si avvicina anche in questo campo – e un´ammirevole produzione culturale, non sono più in grado di esercitare quel soft power un tempo incarnato nel “Washington Consensus”.
Certo sarebbe ingeneroso attribuire alla sovraesposizione imperiale di Bush la responsabilità unica del declino americano. Ma non c´è dubbio che per sfortuna del suo paese – e di noi europei occidentali, che della protezione a stelle e strisce abbiamo goduto per i migliori decenni della nostra modernità – quella Casa Bianca sia caduta nella trappola dei terroristi islamici. Esemplificata nel “messaggio al popolo americano” indirizzato nell´ottobre 2004, via Aljazeera, dallo stesso Osama: «E´ stato facile provocare quest´amministrazione e portarla là dove noi volevamo; ci basta mandare in Estremo Oriente due mujaheddin a sollevare una banderuola di al-Qaida perché i generali vi si affrettino, aumentando così le perdite umane, finanziarie e politiche (…). Abbiamo imparato a condurre la guerriglia e la guerra di logoramento contro le superpotenze inique. (…) La Casa Bianca e noi operiamo come una stessa squadra che ha come scopo di segnare punti contro l´economia americana, nonostante le intenzioni siano differenti».
Per Barack Obama, la morte di Osama Bin Laden ha un valore tutto simbolico. Deve approssimare la fine della guerra al terrorismo, termine che peraltro ha già messo in naftalina. Non riuscendo a finirla materialmente, Obama deve lavorare sull´immaginario. Se non può vincere, deve almeno convincere il suo pubblico di essere sulla buona strada per farlo e cominciare a riportare i ragazzi a casa. Per occuparsi delle faccende serie, dall´economia alla Cina (la stessa cosa).
Il problema è che il messaggio forse funziona con gli americani, molto meno con pakistani, afgani e altri musulmani. Se un giorno i terroristi islamici saranno definitivamente sconfitti lo dovremo dunque ai musulmani che in questi mesi dimostrano di rifiutare il nichilismo jihadista e i regimi che l´hanno sfruttato per spillare soldi e status all´America.
Gente di coraggio che noi, “guerra umanitaria” a parte, ci rifiutiamo di aiutare.

La Repubblica 04.05.11

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“Noi più sicuri ma meno innocenti”, di Nathan Englander

Ho trovato il telefono e il computer invasi di messaggi – racconta – e la mia prima reazione è stato il rammarico di non averlo saputo in diretta».
Che cosa ha provato?
«Delle emozioni contraddittorie. La sensazione che si fosse chiuso un ciclo, ma anche il timore che questa soluzione violenta possa generare altro sangue. Resisto quindi anche a definirmi felice: c´è certamente un pericolo in meno, ma c´è anche meno innocenza».
Cosa pensa di chi ha festeggiato?
«Anche in questo caso mi trovo di fronte ad emozioni opposte: in un primo momento non sapevo come giudicare la gente che scendeva per strada a gridare «Usa, Usa!», che si raccoglieva a Times Square o Ground Zero. Ma poi ho capito che era una celebrazione che nasceva in primo luogo dal dolore, e rispondeva ad una richiesta di giustizia. Ho ricordato lo sguardo di orrore e di dolore che ho visto in Israele quando c´erano degli attacchi terroristici e la volontà di reagire. I canti nelle strade di New York, le celebrazioni e anche i momenti più sguaiati rispondevano alla constatazione che era morto un nemico dello Stato».
A suo avviso l´esecuzione di Bin Laden è un atto di giustizia o di vendetta?
«È una riflessione che non può essere risolta con un giudizio semplicistico. Diciamo che era un atto inevitabile e atteso. Ed è difficile pensare che non sia stato anche giusto. Non dimentichiamo che parliamo di qualcuno che si è reso responsabile di migliaia di morti, di infiniti tormenti inflitti agli altri, e che se ne è anche rallegrato. Generando così odio e farneticazioni di ogni tipo».
Non avrebbe preferito un processo?
«Per alcuni versi sarebbe stato un atto di autentica forza e superiorità. Ma forse complicato, se non impossibile, da molti punti di vista. Io credo che sia stata una decisione estrema ma legittima da parte del presidente, che è anche il comandante in capo. La sua è una responsabilità che porta anche a scelte drammatiche. Personalmente sono un pacifista ed odio le armi, ma so che il mondo è sempre ingiusto: basta pensare a quanto è successo in Ruanda o nei Balcani. So anche che chi esige il rispetto civile deve conquistarlo, come deve conquistare il proprio ruolo nella società del mondo. La cultura e la tradizione americana sono semplici, siamo molto ancorati a gesti forti e simbolici. Quanto è successo ha avuto e avrà un impatto enorme. Inoltre, sul piano militare mi sembra che l´azione sia stata condotta in maniera impeccabile».
Cosa pensa delle teorie del complotto che si sono diffuse immediatamente?
«Tutto il male possibile. Sono teorie penose e imbarazzanti. Non riesco a credere che ci sia chi si ostina a negare i fatti, e ritiene di essere l´unico a sapere come siano andate veramente le cose. Questi atteggiamenti non meritano rispetto e abbassano a livello del fango argomenti seri e momenti importanti che riguardano tutti».
Nel suo discorso Obama ha parlato di una nazione indivisibile “sotto Dio”.
«Ho apprezzato molto che il presidente sottolineasse l´indivisibilità della nazione, attenuando le grandi differenze ideologiche e culturali del paese. Obama ha ben chiara la separazione tra Stato e Chiesa, e il riferimento così forte e diretto a Dio, ripetuto anche nella chiusura del discorso, è inseparabile dalla tradizione americana, ma è dovuto anche al suo credo intimo».
Si può affermare che per quanto riguarda l´eliminazione di Osama Bin Laden Obama ha portato a termine ciò che aveva avviato Bush?
«Non sono mai stato un fan di Bush, e cercherò di rispondere con distacco: da un punto di vista militare molti generali sono gli stessi, e alcune linee portanti sono analoghe, a cominciare dalla chiarezza dell´identificazione del nemico. Ritengo tuttavia che Obama abbia una credibilità che Bush non aveva, per la sua storia, per come ha conquistato – a differenza del predecessore – la presidenza, e anche per come ha saputo gestire l´eredità scomoda, giungendo a non rinnegare alcune scelte controverse. In questo ha creato molti delusi e nemici, ma ha dimostrato una statura autentica di leader».
Ritiene che l´America abbia sempre bisogno di un nemico?
«Mi auguro di no, è una posizione cinica e facile. L´America è prima di ogni cosa una promessa. Quanto è avvenuto in America dall´undici settembre in poi ha ispirato registi e scrittori meno di quanto è successo in Vietnam. È diverso per il cinema: ancora non sono arrivati capolavori come Il Cacciatore e Apocalypse Now, ma in letteratura abbiamo avuto i libri di Don De Lillo, Colum McCann e Jonathan Safran Foer, che affrontano il tema in maniera diversa e sempre avvincente. A differenza di quanto sento spesso, ritengo che non siamo troppo vicini, ma già troppo lontani: si tende già ad essere assuefatti. Io vorrei proporre di spostare il Memorial Day (la cerimonia in cui si ricordano i caduti in tutte le guerre, fissata il 30 maggio, ndt) dal lunedì al mercoledì per evitare il ponte: non si può onorare il ricordo di chi è morto andando in spiaggia».

La Repubblica 04.05.11

Ci opporremo allo scippo dei referendum

RaiNews24 intervista Bersani: “Serve votare, anche al referendum sul nucleare spiegando che il governo non ha rinunciato al piano di costruzione delle centrali”. E sulla Libia: “Maggioranza rabberciata, la loro mozione è un pasticcio”. Pier Luigi Bersani parla con il direttore di Rai News Corradino Mineo della situazione politica, dalla Libia alla morte di Bin Laden, dalle amministrative al referendum, dal dibattito interno al Pd alle contraddizioni della maggioranza e del governo.

Stanno lavorando per scippare i referendum

“Stanno lavorando per scippare il referendum. Se uno vuole essere sicuro di non avere il nucleare un sistema ce l’ha”. Il segretario dei democratici ha ribadito la necessità di votare in merito al referendum sul nucleare spiegando che il governo non ha rinunciato al piano di costruzione delle centrali.

Un tramonto fiammeggiante
“Berlusconi rappresenta dei contenuti che sono risultati vincenti per tutte le destre del mondo, siamo però al tramonto di questa esperienza, e credo che sarà un tramonto fiammeggiante”.

Dopo Berlusconi grande compromesso tra progressisti e moderati
L’ex segretario Veltroni ha chiesto una verifica della linea del Pd dopo le amministrative, ma Bersani non si scompone: “Nel nostro partito discutiamo ma poi votiamo”, risponde il segretario.
La differenza è tra essere un partito “del ghe pensi mi o una democrazia normale, o si fanno le primarie o non si fanno. Ma poi al dunque e davanti a scelte fondamentali noi abbiamo delle proposte, siamo in condizioni di avere un progetto per il paese,
e siccome dovrà essere un progetto ricostruttivo servirà un grande compromesso – spiega Bersani -, un grande avvicinamento tra forze progressiste e moderate, contrarie al populismo, che pro tempore si danno un progetto di riforme per la democrazia e per il sociale”.

Libia, voti incrociati sulle mozioni
“Credo che ci saranno domani le condizioni per voti incrociati” sulle rispettive mozioni presentate dall’opposizione. “L’opposizione ha votato in partenza in modo comune sull’iniziativa in Libia, ora credo che ci saranno le condizioni per votio incrociati ma -osserva il segretario del Pd- il punto di partenza e’ il pasticcio del tutto inutile combinato dal governo visto
che il Parlamento si era gia’ pronunciato”. E sulla mozione ribadisce la smentita della telefonata con il Quirinale: “La telefonata con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non c’e’ stata, dopodiche’ il Quirinale sa bene che siamo un partito di governo momentaneamente all’opposizione e quindi davanti a scelte anche le piu’ complicate ci carichiamo di responsabilita”‘. Cosi’ il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, in un’intervista di Corradino Mineo a Rainews 24, torna sulla smentita del Colle alla telefonata tra il Capo dello Stato e il leader Pd sulla Libia.

www.partitodemocratico.it

"Ocse: in Italia aumenta divario tra ricchi e poveri", di Elysa Fazzino

L’Italia è tra i Paesi industrializzati con la maggiore disparità dei redditi, anche per effetto dell’aumento del divario tra ricchi e poveri negli ultimi 20 anni. È quanto emerge da uno studio dell’Ocse. La Penisola figura al quinto posto tra i 17 Paesi Ocse che hanno segnato un ampliamento del gap dei redditi tra il 1985 e il 2008, dopo Messico, Stati Uniti, Israele e Regno Unito e in assoluto è al sesto posto per il divario tra i 22 Paesi considerati, inclusi i cinque che lo hanno ridotto (Turchia, Grecia, Francia, Ungheria e Belgio).

Il coefficiente Gini, che misura l’ineguaglianza dei redditi (va da 0, ovvero totale uguaglianza di reddito a 1, totale disparità), per l’Italia era pari a 0,35 alla fine degli anni 2000, con un incremento del 13% rispetto allo 0,31 di metà degli anni 80. Non solo, mentre il reddito reale nell’Ocse in questo lasso di tempo è salito in media dell’1,7% l’anno, con un incremento dell’1,4% per il 10% più povero della popolazione e del 2% per il 10% al top, in Italia l’incremento medio annuo si è fermato allo 0,8% (solo la Turchia ha fatto peggio, con lo 0,5%) e mentre per il 10% della popolazione con il reddito più basso l’aumento è stato solo dello 0,2%, per la fascia dei redditi più elevati è stato dell’1,1 per cento.

Messico al “primo” posto della classifica
Messico il Il Paese con le maggiori diseguaglianze è il Messico, con un coefficiente Gini dello 0,50, davanti alla Turchia (0,42), mentre la Danimarca (0,25) ha le minori disparità. Nemmeno i Paesi nordici e la Germania, che tradizionalmente avevano una bassa disparità tra i redditi, sono stati tuttavia risparmiati dal trend di aumento del divario tra ricchi e poveri e anzi – come sottolinea l’Ocse – negli ultimi dieci anni hanno segnato il maggior incremento.

L’andamento medio nei Paesi Ocse
In media il coefficiente Gini nell’area Ocse è salito all’incirca del 10% dallo 0,28 di metà degli anni 80 allo 0,31 della fine dello scorso decennio. Tra le cause dell’aumento, l’Ocse ricorda che le ore lavorate sono diminuite soprattutto tra gli occupati con il salario più basso, che sempre più spesso il lavoro femminile é part-time e che il peso del reddito da capitale é aumentato ma soprattutto per i redditi più elevati. Anche globalizzazione e progressi tecnologici hanno aumentato la disparità dei salari, andando a favore dei lavoratori più qualificati. Tra le annotazioni, anche il fatto che il trend verso famiglie più piccole (con un solo genitore) aumenta il divario tra i redditi. Inoltre é cresciuta la tendenza dei matrimoni tra persone con livelli di reddito simili. Oggi il 40% delle coppie in cui entrambi i partner lavorano appartengono allo stesso decile contro il 33% di 20 anni fa. Secondo l’Ocse lo strumento più diretto ed efficace per ridurre le disparità sono la riforma delle tasse e delle politiche di agevolazione per i redditi più bassi. La persistenza e l’ampiezza delle perdite di reddito nelle fasce più svantaggiate dopo la recessione – scrivono gli esperti dell’Ocse – sottolinea l’importanza di politiche di sostegno al reddito ben mirate.

Il Sole 24 Ore 03.05.11

Prof supplenti, tutti contro tutti così si è arrivati al pasticcio precari", di Salvo Intravaia

Dalle scelte dei governi democristiani alla riorganizzazione che si credeva definitiva del ministro Fioroni. Poi la Gelmini blocca tutto e i tagli della manovra Tremonti fanno il resto. Così tutti i protagonisti in attesa di un posto si sentono defraudati, partono i ricorsi e le sentenze di annullamento dei provvedimenti. E ora il governo tenta di varare un difficile compromesso. Il pasticcio del governo sulle graduatorie dei supplenti ha scatenato la guerra di tutti contro tutti. Migliaia di ricorsi e intervento dei giudici amministrativi, prima, e costituzionali, dopo. Sindacati contro sindacati, supplenti contro supplenti e politici a difesa dei propri elettorati, a prescindere dai partiti di appartenenza. E adesso si spettano le ultime mosse del governo, che non mancheranno di suscitare altre polemiche. Qualsiasi intervento scontenterà comunque una parte. Ma come si è arrivati a questa guerra senza esclusione di colpi?

Il precariato della scuola “moderno” ha una quarantina d’anni. Fu il democristiano Franco Maria Malfatti, nel 1974, a varare il decreto che istituì il cosiddetto “doppio canale”. A palazzo Chigi, per la quinta volta, era salito Mariano Rumor. Il decreto 416 stabiliva che per accedere al ruolo, oltre che attraverso il concorso a cattedre, si poteva partecipare anche al concorso per soli titoli. Il requisito essenziale, oltre al diploma o alla laurea e all’abilitazione all’insegnamento, per accedere alla graduatoria provinciale era quello di avere insegnato nella scuola statale per almeno due anni scolastici, che successivamente diventarono 360 giorni.

Era dunque sufficiente avere prestato servizio un paio d’anni da precario per accedere ad una graduatoria che garantiva il ruolo, bastava sapere aspettare qualche anno. Ma le graduatorie del concorso per soli titoli duravano fino all’indizione della selezione successiva. E nel 1999, l’allora ministro della Pubblica istruzione,
Luigi Berlinguer, le trasformò in graduatorie “permanenti”.

Coaì nel 2007, accompagnato da un piano di 150 mila immissioni in ruolo, l’allora ministro Fioroni trasforma le graduatorie permanenti in graduatorie ad esaurimento, consentendo per l’ultima volta – nell’aggiornamento per gli anni il 2007/2009 – il trasferimento di provincia. Fu allora che migliaia di precari meridionali, con punteggi record, decisero di trasferirsi, dalle graduatorie delle regioni settentrionali, nuovamente al Sud. Il piano di immissioni in ruolo varato dal governo Prodi garantiva anche i precari delle affollate liste del meridione. Ma una parte decise comunque di rimanere al Nord: sarebbero entrati di ruolo prima con i punteggi accumulati in quegli anni.

Quando a viale Trastevere si trasferì Mariastella Gelmini, nel 2008, il mega-piano di assunzioni venne bloccato così come, nell’aggiornamento delle graduatorie per gli anni 2009/2011, il trasferimento di provincia. Di conseguenza, le graduatorie di merito del Sud rimasero ingolfate e quelle del Nord semivuote. E per evitare che rimanessero centinaia di cattedre vuote vennero inventate le graduatorie “di coda”: ogni precario poté scegliere altre tre province dove essere inserito in coda.

Nel frattempo – nel triennio 2009/2011 – la scuola è stata oggetto della cura Tremonti-Gelmini che ha fatto sparire 87 mila cattedre, il 53 per cento delle quali nelle 8 regioni meridionali, accentuando il divario Nord-Sud in termini di possibilità di lavorare. E due mesi fa, dopo migliaia di ricorsi al Tar Lazio, la Corte costituzionale ha dichiarato illegittime le graduatorie di coda, un provvedimento che ha scatenato la guerra tra precari. I supplenti meridionali rimasti al Nord per “scelta di vita”, con punteggi ormai adeguati all’immissione in ruolo, in caso di riapertura delle graduatorie, temono di essere scavalcati dai colleghi meridionali che decidessero di ritornare al Nord. Mentre i colleghi settentrionali, con punteggi molto bassi, hanno la certezza di non vedere un posto per i prossimi anni.

Anche il sindacato si è spaccato: l’Anief, la neonata organizzazione che ha promosso i ricorsi al Tar Lazio e determinato il terremoto causato dal pronunciamento dei giudici della Consulta, canta vittoria. Mentre tutti gli altri sindacati, più cauti perché consapevoli della complessità del fenomeno, per allentare la tensione chiedono immissioni in ruolo su tutti i posti vacanti: 30 mila circa. Ma anche un tavolo di confronto col governo per affrontare in maniera definitiva il problema del precariato della scuola.

Intanto, per evitare di aggirare la sentenza della Corte, l’unica via possibile per l’aggiornamento 2011/2013 sembra quella di consentire nuovamente lo spostamento di provincia: una sola a scelta del supplente. E a questo punto, entra in campo anche la politica, con posizioni diverse e non sempre legate alle coalizioni del momento. Per il Pd e l’Italia dei valori, anche con l’inserimento in graduatoria “a pettine” prospettato dall’esecutivo, il problema del precariato “resta irrisolto”. Mentre un gruppo bipartisan di 61 deputati – quasi tutti meridionali – decide di muoversi in maniera autonoma e intima al ministro Gelmini di investire il Parlamento della vicenda. Così la Lega, che caldeggia l’idea di un blocco delle graduatorie, rimane isolata. Un vero pasticcio all’italiana.

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Sanità, ecco i “capisaldi” del Pd

La direzione provinciale del PD di Modena ha approvato ieri sera un documento d’indirizzo elaborato dal Forum. Sostenere il sistema emiliano, universalistico e imperniato sulla sanità pubblica. Garantire la salute dei cittadini attraverso la prevenzione e la promozione di corretti stili vita. Organizzare servizi a misura di cittadino, capaci di assicurare le migliori prestazioni attraverso percorsi di cura e assistenza strutturati e integrati. Sono questi i capisaldi che il Pd indica per la nuova programmazione sanitaria del territorio modenese, dopo un lungo percorso di elaborazione del Forum e un’intensa campagna di ascolto e confronto con il territorio, i professionisti e gli operatori del settore.

Ne è scaturito un documento di indirizzi e obiettivi – approvato ieri sera dalla Direzione provinciale del Pd – che fa i conti con i tagli a comuni e regioni, le incertezze del cosiddetto federalismo regionale, il blocco del turn over e dei contratti nella sanità. Ma al tempo stesso tiene conto dei mutamenti sociali (l’invecchiamento della popolazione, immigrazione, crisi economica, nuovi disagi emergenti) che rappresentano altrettante sfide ad un sistema che ha dato buona prova di sé ma non può rimanere fermo.

Per questo il documento del Pd indica alcune linee di innovazione e rafforzamento del sistema, tese a investire sul territorio e sulla riorganizzazione della rete ospedaliera. A partire dai servizi di prossimità (medici di base e pediatri di libera scelta da un lato, ma anche personale infermieristico) e dai percorsi di cura e assistenza che prendano in carico la persona coi suoi bisogni specifici.

Il documento, in particolare, sottolinea la necessità di una più stretta integrazione tra azienda ASL e Policlinico, riorganizzando la rete ospedaliera per modelli di intensità assistenziale e di cura, superando inutili duplicazioni e assegnando a ciascuna struttura una chiara mission all’interno della rete. Con l’intento, tra l’altro, di contenere i costi amministrativi, integrando e riducendo le strutture burocratiche delle aziende, semplificando e snellendo la macchina pubblica. Una proposta più complessiva d‘innovazione del sistema provinciale a rete è rappresentata inoltre dalla riorganizzazione dell’Azienda ASL su tre aree geografiche, sia a livello territoriale che a livello ospedaliero, con l’obiettivo essenziale di garantire le prestazioni più frequenti nell’ambito delle tre aree geografiche, evitando inutili spostamenti per le persone.

Viene ribadita, infine, l’esigenza di rafforzare il governo di sistema, da un lato con l’istituzione di una cabina di regia provinciale in grado di monitorare costantemente i risultati della gestione e correggere eventuali incongruenze, dall’altro rafforzando il ruolo dei distretti quali snodo essenziale dell’integrazione sociosanitaria.

“Abbiamo presentato un progetto organico – commenta Claudio Pistoni, responsabile del Forum sanità del Pd – adeguato ai nuovi tempi e alla società che cambia. C’è un’opzione politica precisa, il servizio universalistico e il primato del servizio pubblico come garanzia per tutti i cittadini, contro la visione residuale del governo e di altri sistemi regionali. Al centro sta la persona, non il servizio e l’organizzazione: sono le aziende a doversi adeguare ai bisogni della comunità, non viceversa”.

"I raccomandati", di Maria Novella De Luca

Accade un po´ dovunque, ma altrove se ne parla, anzi fa scandalo. Da noi invece la regola è il silenzio, in una anomalia tutta italiana fatta di rassegnazione, furbizia, pazienza: «Così è, che ci vuoi fare…». Raccomandazioni, spintarelle, segnalazioni: se non ce l´hai non esisti, se non esisti nessuno ti assume, e il lavoro, già scarso, diventa un miraggio. Esiste in Italia un´anagrafe dei cittadini e un´anagrafe dei «fantasmi», come hanno gridato in queste settimane i precari nelle piazze di tutto il paese: i fantasmi sono le persone normali, con in tasca una laurea, un curriculum doc, ma senza le conoscenze giuste, gli appoggi che servono, gli amici che contano, non hanno insomma nemmeno uno straccio di santo in paradiso. E dunque per la società non esistono, sono invisibili, «espulsi» da professioni, carriere, posti, business, possibilità.
Raccomandazioni: fenomenologia di un male endemico oggi più aggressivo che mai. Sintomo antropologico di «diffidenza nello Stato, nelle istituzioni, soprattutto nella pubblica amministrazione» spiega Giuseppe De Rita, presidente del Censis. Perché non si tratta soltanto di posti di lavoro: un italiano su 4, dice proprio una recente ricerca del Censis, ricorre alla «conoscenza», al «politico» al «personaggio importante», anche per conquistare un ricovero in ospedale, iscrivere i figli a scuola, accelerare l´arrivo della pensione, ottenere udienza in tribunale, per non parlare di multe o condoni edilizi. Per sopravvivere insomma, nella radicata abitudine e non soltanto italiana del cercare scorciatoie.
Se in Inghilterra però il vicepremier Nick Clegg si è dovuto scusare pubblicamente per aver ricevuto a 25 anni una «spintarella» dal padre banchiere al fine di ottenere un prestigioso stage, in Italia essere raccomandati è normale, essenziale, e nessuno si discolpa o fa ammenda per questo.
Anzi le “spinte” sono ormai necessarie non solo per i mediocri, ma anche per i bravissimi, come dimostra ad esempio la “piaga” dei concorsi universitari ammalati di parentopoli, dove le cattedre passano di padre in figlio, e ai candidati titolati, ma senza protettori, spesso non resta che ricorrere ai tribunali amministrativi per ottenere ruoli e incarichi legittimi. Nulla è mai lineare come dovrebbe essere insomma, molto viene distorto dal gioco dei favori e degli scambi, eppure dice Giuseppe De Rita, «nonostante le apparenze anche nel nostro Paese, seppure lentamente, le cose si stanno normalizzando, negli anni Cinquanta era molto peggio, ricordo quando lavoravo nella segreteria di un famoso ministro, il ricorso alla raccomandazione era venti volte più esteso di oggi». Eppure la sfiducia di potercela fare con le proprie forze, secondo De Rita, è figlia oltre che delle circostanze, di altri due fattori.
«L´Italia delle professioni è stata fino a 15 anni fa un sistema chiuso, a caste, il figlio del notaio faceva il notaio, il figlio dell´avvocato studiava legge, il figlio del dentista subentrava nello studio di famiglia, ereditando così non solo i clienti, ma anche gli amici del padre. Chi accedeva quindi (e accede tuttora) a quelle professioni senza reti di conoscenze, si sia sentito espulso o penalizzato, costretto a fare doppia fatica. L´altro elemento – aggiunge De Rita – è invece l´atavica paura italiana dello sportello, inteso come tutto ciò che è pubblico e dunque nemico, perché non funziona, è ostile, e quindi per ottenere qualcosa c´è bisogno dell´amico. Basta però che quel settore della Pubblica Amministrazione inizi ad essere efficiente, che le cose si normalizzano, e non c´è più bisogno di raccomandazioni per avere ciò che è legittimo».
Eppure il sistema delle segnalazioni, intese come la spinta di un potente o il favore di un politico (e non come le references del mondo universitario inglese o americano) è invece considerato dai giovani che iniziano a cercare un lavoro, il vero male della società italiana. Un veleno. Quel meccanismo di espulsione dal sistema produttivo che si riverbera nelle loro vite private, deprivandole di figli, futuro, serenità. Portando alla depressione, quando non alla disperazione vera e propria. E non è un caso allora il successo di pubblico di un film da poco uscito C´è chi dice no, di Giambattista Avellino, dove Luca Argentero, Paola Cortellesi e Paolo Ruffini, sono tre ex compagni di scuola accomunati dal “mal comune” di non riuscire a realizzare le proprie professioni proprio a causa di concorrenti più raccomandati di loro.
«Prima che il film uscisse nelle sale – racconta il regista Giambattista Avellino – abbiamo fatto delle anteprime con gli studenti universitari, e alla fine si scatenava sempre un dibattito acceso, in cui emergevano proprio la rabbia e la frustrazione contro i meccanismi di “selezione” drogata che non solo impediscono l´accesso al lavoro, ma distruggono relazioni, coppie e famiglie».
Ed è interessante guardare i numeri delle poche ricerche sul tema raccomandazioni: colpisce ad esempio quanto gli italiani (1 su 4) scoraggiati dalle lentezze del sistema sanitario, cerchino la “segnalazione” non solo per essere operati in tempo e dal chirurgo considerato bravo, ma anche per cose che dovrebbero essere semplici e garantite. Come iscrivere i figli a scuola (3,2%), o vedere i propri diritti rispettati sul luogo di lavoro (4,4%). Numeri di un fenomeno sottostimato, perché non è mica facile confessare di aver chiesto aiuto. Soprattutto in aree piccole, dove il ricorso al favore del politico risulta ancor più diffuso e capillare. Ma dove a un favore ricevuto corrisponde quasi sempre un voto assicurato, in una antica e malata rete di complicità. E se dai dati di Unioncamere emerge che il 62% degli imprenditori afferma di non ricevere raccomandazioni, c´è un altro 18% che ammette sia di riceverne che di ritenerle «molto importanti». Così come la pensa del resto, a differenza del suo vice, anche il premier inglese David Cameron, che a qualche giorno di distanza da Clegg, si è schierato a difesa della “segnalazioni”.
Domenico De Masi, docente di Sociologia del lavoro all´università La Sapienza, sostiene però, a sorpresa, che in tempi di crisi il meccanismo delle selezioni ad uso e consumo dei raccomandati, smette di funzionare. «Le aziende danno posti di lavoro con il contagocce e non possono permettersi errori: un dipendente che non funziona, seppure segnalato, può diventare una zavorra insostenibile, e l´Italia è fatta all´80% di piccole e medie imprese con meno di 15 dipendenti dove è ben difficile imboscarsi. Altra cosa è la pubblica amministrazione, ma qui ci sono due Italie. Da Roma in su la situazione delle clientele nel tempo è migliorata, nel Sud no – ammette De Masi – nel Mezzogiorno siamo al nuovo feudalesimo, nulla si ottiene senza intercessioni».
De Masi cita però anche il meccanismo delle segnalazioni “virtuose”, quelle in vigore nelle università di tutto il mondo, dove i docenti scrivono lettere di “referenza” ad altri docenti, segnalando gli studenti più brillanti. «Anche qui non si può sbagliare: la London School of Economics, o la Harward Business School hanno banche dati dove se i profili dei segnalati non si rivelano coerenti con quanto scritto nelle lettere di presentazione del docente, questo ultimo viene espulso dalla lista dei referenti. Come è giusto che sia…». Una distinzione netta insomma tra segnalazione e scambio di favori.
Più amaro il commento di Donata Francescato, docente di Psicologia di comunità, autore del recente saggio Amarsi da grandi, una lunga esperienza di formatrice aziendale e un contatto quotidiano con gli studenti. «Oggi purtroppo anche i più meritevoli hanno bisogno della raccomandazione, è quasi un secondo biglietto da visita. Questo provoca una forte depressione negli studenti che si sentono esclusi, ma anche altrove, nei luoghi di lavoro, dove il raccomandato crea invidie, malumori, litigi… Per fortuna nelle aziende esiste ancora un core business che ha bisogno di competenze, e allora qualcuno bravo passa. Ma sono pochi, pochissimi. E per chi ha talento e non ha conoscenze l´unica strada è fare le valige ed emigrare all´estero».

La Repubblica 03.05.11