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Bersani:Dopo il vertice Italia-Francia Berlusconi e Tremonti si contendono la palma del perdente

Intervista esclusiva di YouDem al segretario del PD sui temi di attualità: i referendum su acqua, nucleare e legittimo impedimento, il grande pasticcio su nucleare e incentivi alle rinnovabili, la presentazione della mozione del Pd sulla Libia che mostra le contraddizioni del governo e nella maggioranza tra Pdl e Lega Nord. E ancora lo scontro nel governo tra Berlusconi e Tremonti e le prossime elezioni amministrative. Bersani ha toccato l’economia, la politica estera, gli attriti tra Lega e PDL i refendum e le amministrative.Ecco la trascrizione dell’intervista:
Cominciamo dalla foto del Parlamento oggi: si discuteva del Documento di economia e finanza, di piano nazionale delle riforme: c’era un sottosegretario sui banchi del Governo, Tremonti non s’è fatto vedere, quando invece era stato presente sul processo breve, come tutto il governo. Quindi sui temi che interessano gli italiani – perché di questo si sta parlando – evidentemente il governo è del tutto disinteressato.

Dopodiché in questa diatriba Tremonti-Berlusconi che è in campo da tempo credo ci sia stato un passaggio critico in questo dialogo coi colleghi francesi. Non si capisce chi abbia perso di più, fra Berlusconi e Tremonti, si stanno contendendo la palma del perdente. Non ho mai visto un disastro diplomatico di proporzioni così incredibili. Non c’è un solo dossier nel quale abbiano vinto loro: quello sulla Libia l’ha perso Berlusconi, quello su Parmalat l’ha perso Tremonti e così via dicendo. Nessuno vuole la palma dello sconfitto e si è messo in moto un meccanismo già presente che dissocia sostanzialmente le prospettive politiche del Pdl e quelle via via della Lega anche nelle sue ‘parentele’ implicite con Tremonti. Questo è uno degli elementi di instabilità di questo governo.

Alla fine, al di là del chiacchiericcio, che cosa viene fuori? Viene fuori un governo che in questo momento non è in grado di tenere la barra nella politica internazionale nè nella politica delle riforme e quindi credo che saremo di fronte anche nelle prossime settimane ad un traccheggiamento, ad affermazioni e smentite, a spade di Alberto da Giussano, che una volta sono imponenti e altre volte flettono perché non si sa più come procedere e intanto il Paese purtroppo non ha modo di affrontare i suoi problemi. (…)

Vorrei capire tutta questa Bossi-Fini, tutta questa politica dell’immigrazione dov’è finita. Non c’è più niente, e non si venga a raccontare il film che l’Europa è ‘buonista’ e noi siamo rigorosi: la Germania non è ‘buonista’, la Francia non è ‘buonista’ però applicano regole europee e forse concludono qualcosa meglio di noi. Tutta questa demagogia, tutto questo coltivare il problema piuttosto che risolverlo, ci ha portato ad aggravarlo: abbiamo avuto un ingresso di clandestini ben superiore durante gli anni di governo di Berlusconi e Lega rispetto agli anni del centrosinistra.

Non c’è stata nessuna soluzione pratica: non è una questione di buonismo, quando c’è un problema che nessuno ha voluto e nessuno ha cercato, se lo si affronta con umanità e razionalità si può dare una risposta, se lo si affronta con demagogia e irrazionalità il risultato è che il problema si aggrava. Di questo devono tenere conto anche gli elettori del centrodestra, gli elettori leghisti che sono corsi dietro a delle parole d’ordine che oggi cascano rumorosamente. (…)

Sulla questione libica noi del Pd siamo all’antica mozione, la ribadiamo: dentro, strettamente dentro al mandato dell’Onu e integrati nel comando Nato sono ammissibili operazioni militari solo finalizzate al fatto che Gheddafi non massacri le sue popolazioni ribelli. Da lì in poi – e meglio prima che poi – deve partire un’operazione politica e diplomatica di cui vorremmo sapere qualcosa da parte del Governo. (…)

Per le elezioni amministrative stiamo proponendo uno slogan che a me pare molto sensato. Chiediamo all’elettore ‘un voto per la tua città, un voto per il nostro Paese. Non c’è dubbio che da queste elezioni amministrative deve venire un segnale, un segnale forte che dica ‘così non si può andare avanti’. Le preoccupazioni dei cittadini, che sono il lavoro, il lavoro dei giovani, i servizi, devono trovare espressione anche nel voto amministrativo (…)

Metteremo dentro questa campagna elettorale anche i temi referendari: trovo scandaloso, a proposito del referendum sul nucleare, che ai cittadini si dica ‘non ti faccio pronunciare perché so che mi voti contro ma sia chiaro che poi ci ritorno su. Questo è inaccettabile, improponibile, soprattutto nel momento in cui – mentre si fa questa politica falsa sul nucleare – si affossa la politica energetica sulle rinnovabili. Noi siamo peraltro contro la privatizzazione forzata dell’acqua e non dimentichiamoci del legittimo impedimento, una delle fondamentali leggi ad personam che va respinta e cancellata.

www.partitodemocratico.it

"Bossi: se cade Milano Silvio si faccia da parte", di Federica Fantozzi

Se perde Milano, Berlusconi dovrà lasciare il timone.
A quel punto toccherà a Maroni, o dovremo convincere Giulio a scendere in campo». È l’ultimo, lapidario fronte aperto da Umberto Bossi. Perché «a Milano corre Silvio, se si perde, è lui che perde». Stavolta parole dette in privato, con i fedelissimi. A notte fonda, dopo una bicchierata. Ma che siano parole in libertà, difficile crederlo. Poche ore prima, le bordate sulla crisi libica: «Se il premier non cambia idea, può succedere di tutto». Con l’eco di Calderoli: «In questo momento non vedo via d’uscita. Sull’intervento non ci sentiamo vincolati al programma». Sono in molti però ad essere convinti che lo scontro finale tra PdL e Carroccio non potrà essere sulla missione italiana nel Paese arabo – in mezzo c’è la posizione di Napolitano, il rapporto con il Colle troppo prezioso per il Senatùr – bensì sulle amministrative lombarde. Fatto sta che la legislatura sembra giunta a un giro di boa. E tutti i protagonisti della partita se ne rendono conto. «Giulio», cioè Tremonti, è molto nervoso. A nulla valgono le sue reiterate professioni di lealtà al Cavaliere. In pubblico viene lodato come mediatore e cercatore di un’intesa con l’alleato padano. Ma i sospetti di «Silvio» sul suo ruolo nella querelle con «l’amico di vecchia data Umberto» non si sono affatto dissipati. E i giornali
della galassia berlusconiana continuano ad azzannarlo.
Ieri Panorama gli ha dedicato la copertina con domanda (all’apparenza molto retorica): «Si stava meglio quando non c’era lui?». E Libero ha riportato in un ampio pezzo la dichiarazione del coordinatore di via dell’Umiltà Denis Verdini: «Chi ha fatto il titolo del Giornale («Giulio aizza La lega», il giorno prima, ndr)? Il direttore? Il vicedirettore? Ma noooo: lo ha fatto Berlusconi di suo pugno!». Il clima nella maggioranza è così surriscaldato che, di buon mattino, il banchiere toscano deve rettificare piccato: «Scorretti, era solo una battuta». Berlusconi, dal canto suo, ha fiutato l’aria. Sa di giocarsi tutto a Milano. E sa anche di correre in proprio, in un territorio sempre meno amichevole. I sondaggi più recenti parlano di un testa a testa tra Letizia Moratti e Pisapia. L’ultimatum di Bossi – se si perde, è lui che perde – così come la spaccatura sul caso Lassini, sono freschi nella sua mente.
Così ieri pomeriggio ha preso l’iniziativa. Ha inviato a tutti i deputati e senatori del PdL una mail e un sms: «Ti aspetto sabato 7 maggio alle 15,30 al Palasharp. Fai vincere il governo del fare. Non mancare». La firma in calce all’invito è molto personale: Sivio Berlusconi. Non il partito, non la coalizione: un uomo solo. E la missiva contiene un invito a portare ognuno 50 persone. Il Carroccio, il terzo contendente, ha anche lui le sue divisioni. Con il “movimentista” Salvini, vicesindaco in pectore, impegnato a spada tratta per la Moratti. L’ala più strettamente bossiana tentata, a quanto sussurrano i malpensanti, dalla desistenza al (l’ipotetico) secondo turno
elettorale. E il duo Maroni-Giorgetti sospettato, a sua volta, di giocare una terza partita. Quella che vede, ove si concretizzasse il crepuscolo di Berlusconi, il ministro dell’Interno possibile premier di un nuovo governo. Contro la volontà di Bossi che punterebbe invece sul ministro dell’Economia? Parole forti: lo scenario è tutto in divenire, per ora si parla del nulla. Di certo, però, l’inquilino del Viminale è un politico forte, credibile, con una vetrina spendibile sull’immigrazione e le sue interlocuzioni nel centrosinistra e nelle istituzioni. E con una voce che non esita a far sentire: lo ha fatto in prima persona contro il via libera alle bombedi Berlusconi
(che non lo ha perdonato). Poi l’uppercut: «Se noi della Lega fossimo soli al governo delle grandi città, sarebbe meglio». E il sindaco di Verona Tosi, molto vicino a Maroni, ha attaccato il «voltafaccia» del premier. Con una significativa postilla: «Stimo Napolitano ha sbagliato».

L’Unità 30.04.11

"Due "impresentabili" riammessi in Regione l´ok è di Berlusconi", di Conchita Sannino

Condannati, ma portano consensi. Pd e Fli accusano: “Caldoro disse che non voleva gente così, ma ora se li deve tenere”. Gli impresentabili, eletti nelle istituzioni malgrado le condanne per peculato o per associazione mafiosa, son tornati. E a dargli il via libera per sedere nel consiglio regionale della Campania, guarda caso a ridosso delle elezioni amministrative di Napoli, è stato un decreto del presidente del Consiglio.
Il premier Berlusconi con i decreti 824 e 825, firmati tre giorni fa, ha preso atto dei ricorsi vinti dai due consiglieri Alberico Gambino e Roberto Conte, che erano stati eletti ma immediatamente sollevati dal consiglio. E, modificando il proprio precedente decreto – senza attendere l´esito di ulteriori reclami in corso, né valutare le incompatibilità pre-esistenti – ha disposto il reintegro in aula di Gambino e Conte. Politici dai profili molto controversi, e oggi tutti e due macchine porta-voti del Pdl.
Gambino, appena tornato anche sindaco di Pagani, vicinissimo al senatore e presidente di quella Provincia Edmondo Cirielli, è stato condannato in primo e secondo grado per peculato; caduta, invece, la concussione. Roberto Conte, trasmigrato dal centrosinistra al centrodestra, e l´anno scorso eletto in una lista («Alleanza di popolo») a sostegno del governatore Pdl Stefano Caldoro, è stato invece condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Dietro la sentenza, una storia di voto di scambio tra Conte e il clan camorristico Misso. Lo stesso Conte risulta inoltre coinvolto in un´altra inchiesta e rinviato a giudizio in un terzo processo sui “Fitti d´oro”, truffa consumata ai danni di uffici istituzionali. Proprio in questo procedimento, capolavoro dei paradossi, si è costituita come parte civile la stessa Regione Campania in cui Conte si appresta a sedere, trionfante. D´altro canto, in queste ore, tra le 11 liste a sostegno di Lettieri, ve n´è una che porta il timbro di Conte, “Insieme con Napoli”, dove ha piazzato quattro dei suoi fedelissimi.
Condanna immediata dalle opposizioni. «Pensavamo avessero il pudore di farlo dopo le elezioni, ci sbagliavamo, sono atti inqualificabili», sottolinea il segretario regionale Pd, Enzo Amendola. Il vicepresidente di Fli Italo Bocchino tuona: «Ormai è chiaro che Pdl e questione etica della politica stanno agli antipodi». Cade un´altra ipoteca forte sull´esito del ballottaggio di Napoli? «Se dovessero andare alla sfida finale il candidato di centrosinistra e quello di centrodestra, noi ci sentiremmo distanti da entrambi. Però sapremmo anche che da un lato c´è un prefetto dello Stato e dall´altro l´espressione di Cosentino e di gente come Conte». Da parte di Bocchino, anche la stoccata al governatore Pdl Caldoro: «Un anno fa, il governatore aveva correttamente detto che lui non voleva assolutamente i voti di Conte, ma ora, per garantire il pacchetto di consenso di Conte al candidato Lettieri, se li tiene, eccome».
Va ribadito che il termine di sospensione dall´aula, fissato in diciotto mesi, era già scaduto per entrambi gli eletti. Ma non vi era urgenza nell´esecuzione, sostengono i legali dei consiglieri regionali che ora dovranno uscire per effetto del reintegro: l´orientamento giurisprudenziale suggerisce di attendere la fine dei reclami oggi sospesi, proposti sia dall´avvocatura regionale, sia da coloro che erano subentrati, Carmine Sommese al posto di Conte e Monica Paolino per Gambino. «Il mio ricorso è in discussione in Tribunale il 6 maggio: si trattava di attendere una settimana», spiega Sommese. E la Paolino, moglie a sua volta del sindaco di Scafati, Pasquale Aliberti, ha inviato addirittura una lettera di diffida alla presidenza della Regione: Gambino è già sindaco a Pagani e deve risolvere la incompatibilità con la carica di consigliere regionale, il senso della protesta.
Parola d´ordine, imbarazzo. Perfino Nicola Turco, presidente nazionale di “Alleanza di popolo”, la lista che un anno fa decretò per Roberto Conte un trionfo di 10mila preferenze alla Regione, e produsse un certo imbarazzo a Stefano Caldoro, oggi se la dà a gambe: «Stiamo annullando tutto di quella votazione. Sono stato all´autorità giudiziaria a raccontare che Conte e i suoi amici falsificarono le firme della lista. Ho scoperto mentre io registrai il partito a febbraio 2010, loro avevano apposto le firme già il 4 gennaio 2010. No basta, non voglio avere più nulla a che fare con questi. Mio figlio di 13 anni mi dice ancora: “Papà, ma chi avevi messo nella lista con te, uno del genere?”».

La Repubblica 30.04.11

"Energia, il governo senza progetti", di Raffaella Mariani

Tanto risoluti nel sostenere l’energia nucleare, quanto veloci nel tornare sui propri passi appena è stato chiaro che la risposta degli italiani sarebbe stato un secco “no”. L’atteggiamento del governo è una perfetta sintesi della mancanza di un progetto complessivo per far ripartire il nostro paese.
Il ministro Romani ha cercato di motivare la retromarcia repentina sul piano nucleare con la necessità di individuare «nuove misure necessarie a garantire la sicurezza e la diversificazione dell’approvvigionamento energetico». Già la moratoria di un anno sul decreto per l’individuazione dei siti, decisa sull’onda della tragedia giapponese, era una scappatoia per togliersi dall’imbarazzo in vista del referendum. Poi questa nuova mossa. Il decreto che abroga le disposizioni relative alla realizzazione di nuovi impianti nucleari e, con precisione chirurgica, sopprime ogni riferimento alla costruzione e all’esercizio di impianti. Un rosario di norme introdotte, in sei diversi provvedimenti.
Da sottolineare proprio l’assoluta mancanza di chiarezza legislativa, in una materia strategica per il paese, con il succedersi di leggi, decreti legge, decreti legislativi, sei provvedimenti che in tre anni hanno reintrodotto con forzature discutibili una scelta, quella del nucleare, che ha suscitato conflitti con le Regioni, cui sono seguiti pronunciamenti della corte costituzionale, e grande sconcerto tra i cittadini, gli enti locali e molti soggetti economici e sociali.
A niente sono valse le obiezioni, tutte di merito, mosse dal nostro gruppo. A niente sono valsi i no di molti Governatori, anche del centrodestra, al piano nucleare del governo.
Abbiamo chiesto garanzie: basti l’esempio dell’Agenzia per la sicurezza nucleare, organismo che esiste in ogni paese, istituita grazie al Pd. Abbiamo chiesto di parlare di trasparenza dei costi: in tre anni il governo non è stato in grado di fornire un quadro chiaro e completo della spesa prevista. Spesa in cui si sarebbero dovuti includere anche gli investimenti, quelli per le bonifiche necessarie al momento della cessazione dell’attività degli impianti. L’esecutivo non è stato capace di fornire dati precisi e le esperienze di altri paesi insegnano che le centrali in costruzione sforano spesso le spese previste, mentre i tempi di realizzazione registrano continui ritardi.
E se non c’è stata trasparenza sul costo dell’intero ciclo, ancora meno chiaro è come si sarebbe inteso affrontare la necessità di smaltire le scorie: perché l’Italia non ha siti idonei in termini di sicurezza, tanto che la questione dei rifiuti provenienti dalle centrali chiuse in seguito al referendum del 1987 non è stata ancora completamente definita e ancora ne stiamo pagando i costi in bolletta.
Un governo irremovibile, dicevamo.
Fino alla svolta di questa settimana, dall’“effetto Fukushima” sul referendum di giugno, e quindi dalla necessità di evitare le conseguenze di una partecipazione consistente dei cittadini sui provvedimenti pro-Berlusconi. Nucleare o legittimo impedimento: cosa importa di più al governo? Ormai non esistono ragioni economiche, strategiche, sociali, né rapporti internazionali o progetti tra Stati che possano avere la priorità sugli interessi personali del premier.
Ecco perché questa marcia indietro provoca in noi solo in parte soddisfazione: rimangono le preoccupazioni circa la mancanza di un Piano energetico nazionale, da noi sollecitata sin dal 2008.
Il ministro Romani ha inserito nel decreto che abroga il piano nucleare l’impegno a definire entro un anno dall’approvazione la strategia energetica nazionale: ammettendo così di non averne ancora una. E a fare le spese della mancanza di programmazione, delle sbandate della maggioranza e della distanza dalle politiche europee, saranno gli italiani che oggi pagano i costi salati dell’inefficienza governativa e della dipendenza dal petrolio.
Oggi, dopo le crisi del Giappone e del Golfo del Messico, la discussione sull’approvvigionamento energetico è ripresa con forza: queste tragedie hanno indicato chiaramente al nostro paese il traguardo di una riorganizzazione in vista dell’autosufficienza dal petrolio e dall’uranio.
Il Pd ha manifestato da tempo la sua netta contrarietà alla scelta dell’energia atomica: abbiamo chiesto un piano in grado di ridare slancio al sistema delle imprese e di sollevare i bilanci delle famiglie e dell’industria troppo gravati dalle bollette, da realizzare investendo sulle rinnovabili e promuovendo l’efficienza energetica per raggiungere gli obiettivi europei al 2020. E abbiamo chiesto misure di garanzia e regole chiare, a tutela dei cittadini e dei territori. E abbiamo lavorato a sostegno del settore delle rinnovabili, pesantemente penalizzato. Una scelta, quella di colpire un settore giovane, che investe sulla ricerca e le nuove tecnologie creando posti di lavoro e tutelando l’ambiente, che ci porta indietro, ben lontani dal traguardo di un’Italia competitiva, innovativa e pulita.

da Europa Quotidiano 30.04.11

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“Rinnovabili, slitta il decreto braccio di ferro nel governo”, di Antonio Cianciullo

Incentivi, disaccordo tra Romani e Prestigiacomo. Boom dell´energia solare. Nove premi Nobel scrivono a Berlusconi: alt al nucleare. Fotovoltaico, lo scontro riguarda il via libera dell´Enel ogni volta che si crea un impianto. Sul fotovoltaico è saltato l´accordo. Il Parlamento aveva chiesto di evitare la cancellazione retroattiva degli impegni economici. Le Regioni si erano rifiutate di avallare un taglio degli incentivi troppo rapido che metterebbe a rischio l´industria del settore. I sindacati erano scesi in piazza per difendere i 120 mila posti di lavoro in pericolo. E a questi contrasti ieri si è aggiunto un dissenso netto all´interno del governo.
Così il decreto è slittato. Per rispettare i tempi di scadenza dovrebbe essere firmato oggi, ma probabilmente sarà il prossimo Consiglio dei ministri a sciogliere il contenzioso. A bloccare l´intesa è il braccio di ferro tra il ministero dello Sviluppo Economico e quello dell´Ambiente su un tema che riguarda la certezza del diritto e il sistema delle regole. Oggi quando un operatore privato termina la costruzione di un impianto fotovoltaico deve aspettare il via libera dell´Enel per l´allaccio e solo a quel punto può cominciare a godere del ritorno economico del proprio investimento: un ritardo prolungato rischia di metterlo al tappeto.
Di fronte a questa situazione il Parlamento aveva proposto di far scattare il conto energia dal momento in cui l´impianto è pronto. E il ministero dell´Ambiente aveva suggerito una mediazione: verifica del Gse e un termine massimo di 60 giorni per l´allaccio e dunque per i benefici economici. Così si garantirebbero regole certe in modo che le aziende e le famiglie che mettono un pannello sul tetto possano fare il loro investimento e dormire tranquille. Su questo punto la trattativa si è arenata.
«Il decreto Romani introduce liste di attesa e tempi burocratici insostenibili rendendo impossibile la programmazione e l´accesso al credito al cittadino e alle piccole e medie imprese. In questo modo possono operare solo i gruppi che dispongono di grande liquidità finanziaria», osserva Angelo Consoli, presidente del Cetri, il Circolo europeo per la terza rivoluzione industriale.
Il rallentamento dei progetti nucleari post Fukushima (proprio ieri Greenpeace ha fatto circolare la lettera a Berlusconi di nove Nobel per la pace che chiedono l´alt al nucleare e il rilancio delle rinnovabili), ha dato il via libera – in contro tendenza rispetto all´Italia – a una nuova ondata di incentivi per l´energia pulita.
Che l´energia dal sole sia un fiume in crescita lo testimoniano anche i numeri record di Solar Expo, la terza fiera mondiale del settore che si aprirà il 4 maggio a Verona con 1.400 aziende provenienti da 40 paesi. «Abbiamo dovuto rafforzare i server: sul nostro sito gli accessi sono raddoppiati rispetto all´anno scorso», racconta Luca Zingale, il direttore di Solar Expo. «Il trend è globale e irreversibile: tra 4 anni il costo del fotovoltaico diventerà competitivo. E già negli ultimi tre anni, in Italia, l´energia solare ha fornito l´elettricità equivalente a quella di una centrale nucleare: senza scorie e senza pericoli. Entro il 2016, secondo le previsioni del governo, nel nostro Paese avremo 23 mila megawatt di fotovoltaico. E´ quanto basta a soddisfare i consumi elettrici di 9 milioni di famiglie. E forse questo è il problema: qualcuno rischia di perdere 9 milioni di clienti».

La Repubblica 30.04.11

"Quando la volontà non è più popolare", di Giovanni Valentini

Per una maggioranza parlamentare fondata sul populismo mediatico, assuefatta alla ricerca e alla raccolta del consenso attraverso il controllo pressoché esclusivo della televisione, pubblica e privata, il subdolo tentativo di sottrarsi ai tre referendum in calendario a metà giugno è un paradosso imbarazzante che ha tutte le caratteristiche di una nemesi storica. Ovvero, di una pena del contrappasso di dantesca memoria. Tanto è avvezzo il centrodestra a invocare come un´ordalia la volontà o la sovranità popolare, al riparo del conflitto di interessi che fa capo al presidente del Consiglio e in forza di questo o quel sondaggio d´opinione, quanto il governo appare adesso preoccupato e smarrito di fronte alla verifica di una consultazione diretta.
Che cosa c´è di più “popolare” di un referendum? In quale altra occasione o con quale altro strumento si può esprimere più efficacemente la volontà del popolo? E in quale istituto della democrazia, appunto, si manifesta meglio la sua sovranità?
Innescata dalla catastrofe atomica giapponese, la paura di una sconfitta politica nel referendum sul nucleare ha indotto il centrodestra a ricorrere a una duplice ipocrisia: prima, quella della “pausa di riflessione”; poi, la cosiddetta “moratoria”. Entrambe all´insegna di un proclamato “senso di responsabilità”, pubblicamente contraddetto nell´arco di pochi giorni dallo stesso Berlusconi con l´improvvido annuncio che se ne riparlerà comunque fra uno o due anni, appena superato il tragico ricordo di Fukushima. Se questo non è un trucco, uno scippo, una truffa, ai danni della volontà popolare, tanto vale abolire il referendum dal testo della Costituzione.
Hanno ragione perciò i comitati referendari a protestare contro l´oscuramento decretato dalla Rai, nell´ultima fase della dissennata gestione di Mauro Masi, violando palesemente i compiti d´informazione e gli obblighi d´imparzialità e completezza che spettano al servizio pubblico radiotelevisivo. E mentre l´Autorità sulle Comunicazioni richiama i telegiornali per la “sovraesposizione del premier”, fa bene ora il sindacato dei giornalisti interni a reclamare un segnale immediato di discontinuità da parte della nuova direzione generale. Piaccia o non piaccia al governo in carica e alla maggioranza posticcia che ancora lo sorregge, il ricorso al referendum abrogativo è un diritto supremo che garantisce il rispetto della volontà e della sovranità popolare.
A ulteriore conferma di questa operazione truffaldina, c´è poi il boicottaggio annunciato contro il referendum sull´acqua. Lasciamo stare qui il merito della questione: se l´acqua resta una risorsa pubblica, se si tratta di un´effettiva privatizzazione oppure se si possa distinguere tra gestione e distribuzione. Quello che conta è che c´è una legge approvata dal Parlamento e che questa legge può essere abrogata o meno attraverso una consultazione popolare. Non è accettabile sul piano democratico che la maggioranza cerchi di cambiare in extremis le carte in tavola, ricorrendo a qualche espediente per modificare o correggere un provvedimento già sottoposto alla procedura referendaria. Allo scippo, si aggiungerebbe in questo caso anche l´esproprio.
Ma il “clou” della manovra anti-referendaria, dissimulata sistematicamente dalla propaganda filo-governativa, riguarda il “legittimo impedimento”: cioè il meccanismo che consente al capo del governo di decidere se ed eventualmente quando presentarsi in tribunale, per rispondere alle varie accuse che gli vengono rivolte dalla magistratura, chiamata ad amministrare la giustizia proprio “in nome del popolo italiano”. E questo sarebbe davvero il colpo grosso, con l´unico obiettivo di difendere la posizione giudiziaria del presidente del Consiglio. Anche qui, a parte il merito della questione, si tratta essenzialmente di rispettare il fondamentale diritto dei cittadini a esprimere un giudizio definitivo su una legge votata da una maggioranza di parlamentari nominati dai capi-partito.
Arriviamo così all´invereconda situazione di un centrodestra che vince le elezioni con il sostegno di un apparato mediatico in cui si realizza il più macroscopico conflitto di interessi al mondo. Attraverso una legge elettorale definita notoriamente una “porcata”, conquista una maggioranza dei seggi in Parlamento pur avendo ottenuto una minoranza dei voti nelle urne. E poi, invocando a ogni piè sospinto la volontà o la sovranità popolare, nega al popolo la possibilità concreta di ricorrere al referendum abrogativo. Se questa è ancora una democrazia, bisogna dire che è gravemente malata.

La Repubblica 30.04.11

"Vuole vincere facile, Silvio", di Jolanda Bufalini

La presa di posizione della Agcom risponde a due esposti presentati da tutte le opposizioni nelle scorse settimane, sulla base dei monitoraggi nelle prime tre settimane di campagna elettorale. Vi è un’obiettiva sovraesposizione del presidente del Consiglio, il quale, oltre tutto, è direttamente parte nelle elezioni amministrative in quanto capolista a Milano». L’invadenza televisiva del premier, leader di partito, capolista a Milano è, da ieri, certificata dalla Agenzia per le comunicazioni che, a due settimane dal voto, si è pronunciata sugli squilibri nella informazione politica in regime di par condicio. Il monito riguarda soprattutto il Tg1 e il Tg5, in particolare per quanto riguarda la sfida elettorale a Milano. La presa di posizione della Agcom risponde a due esposti presentati da tutte le opposizioni nelle scorse settimane, sulla base dei monitoraggi nelle prime tre settimane di campagna elettorale, dal 31 marzo al 23 aprile. Soprattutto le giornate dell’11 e del 17 aprile aveva spinto i deputati del Pd Roberto Zaccaria
e Vinicio Peluffo a denunciare «lo stritolamento della par condicio». Il 17 aprile, Silvio Berlusconi era a Milano per sostenere la ricandidatura di Letizia Moratti. Il premier-capolista-leader di partito, sotto la gigantografia del simbolo, del suo nome e di quello della candidata, utilizzò il palco per attaccare i magistrati e Gianfranco Fini. Operazione che ha portato alla saldatura dei tempi che, nella causidica organizzazione della par condicio, vengono definiti «della parola» e «della notizia». Quando si tratta di
Berlusconi le parole sono al tempo nstesso campagna elettorale, espressione del governo e posizione della maggioranza, nonché, ça va sans dire, notizia di cronaca politica. E così la campagna elettorale di Letizia Moratti finisce in apertura del Tg1 dell’ora di pranzo, quando a Silvio Berlusconi sono dedicati 44 secondi di tempo di «parola» e 74 secondi di tempo «di notizia». Nella stessa edizione e con gli stessi criteri Bersani e Letta cumulano 31 secondi. Nella
edizione della sera, a Berlusconi spettano ancora due minuti buoni, mentre per Di Pietro ci sono 15 secondi e 16 secondi vanno a Veltroni.
Gianfranco Fini, principale bersaglio dell’attacco del premier, ha diritto a soli 12 secondi. Tutte le opposizioni hanno avuto meno di Berlusconi da solo. Uno squilibrio che, nella settimana precedente, aveva fatto dire a Pier Ferdinando Casini «l’Autorità per le comunicazioni si svegli, noi facciamo gli esposti ma loro dovrebbero muoversi autonomamente, altrimenti sono inutili». La cosa più eclatante, però, è la scomparsa di Giuliano Pisapia, «in un servizio sulla campagna elettorale a Milano, che mostra e fa parlare il capolista Pdl, la candidata sindaco e non mostra, non fa parlare il principale candidato dell’opposizione».
L’Authority, nel suo comunicato, mette in rilievo lo squilibrio in favore del premier nel «tempo di parola», anche se, dice l’Authority, negli ultimi giorni, si è ridotto. Quanto al «tempo di notizia», fatta salva «la libertà editoriale», «la cronaca politica deve evitare che si determinino posizioni di vantaggio per determinati competitori elettorali».
Ma come? Protestano il direttore del Tg1 Minzolini e quello del Tg5 Mimun, «non era proprio Zaccaria, da presidente Rai, ad aver definito la proporzione 33-33-33 per governo, maggioranza e opposizione? Siamo pienamente dentro queste proporzioni». Solo che Zaccaria mette in evidenza, oltre al danno per Pisapia, almeno un paio di altre questioni:
1) non ci sono solo le forze politichema anche i leader politici rispetto ai quali va fatta rispettare la legge.
2) «è difficile che i servizi di Tg1 e Tg5 (le due principali testate televisive per ascolti) siano critici verso il presidente del Consiglio, io non ne ricordo negli ultimi mesi, se le cose stanno così l’Agcom dovrebbe essere meno formalistica nei suoi giudizi».

Ora la battaglia si sposta sulle sanzioni e sul riequilibrio, per Roberto Zaccaria «il riequilibrio è urgente soprattutto nel caso di Milano» mentre per Pardi (Idv) «senza sanzioni al danno si aggiunge la beffa». Ma dall’interno dell’Agcom si fa sentire il commissario Antonio Martuscello: «Non è emersa nessuna violazione della normativa a carico delle
emittenti». Per questo, sostiene Martuscello «non ci sono state sanzioni» e lui si è astenuto. Dall’Agcom una nota precisa: «Posizione personale, è una posizione personale dell’unico astenuto».

L’Unità 29.04.11