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La Spezia – Iniziativa "Università e riforme"

Come incidono le direttive nazionali sulle realtà locali,proposte e possibilità degli Atenei italiani

Sala CAMEC (Piazza C. Battisti 1 – La Spezia)

Coordina:
GIULIA MERCADANTE – Responsabile Università Giovani Democratici La Spezia

Intervengono:
ALESSANDRO POLLIO – Assessore Università Comune della Spezia
GIACOMO DEFERRARI – Rettore Università di Genova
PAOLO ROSSI – Membro Consiglio Universitario Nazionale
FEDERICO NASTASI – Coordinatore nazionale RUN
MATTEO BIANCHI – Membro Consiglio Nazionale Studenti Universitari
Conclude:
ON. MANUELA GHIZZONI
Capogruppo PD Commissione Cultura Camera dei Deputati

"La Libia, il governo, l'Italia", di Marina Sereni

Non è la prima volta che la politica estera, e in particolare l’uso della forza da parte della comunità internazionale, diviene terreno di distinzione all’interno di una maggioranza di governo. La Lega espresse già sulla ex-Yugoslavia un atteggiamento del tutto diverso rispetto agli alleati del centrodestra di allora. L’Unione attraversò su questo nodo più di un momento critico nell’ultima esperienza del Governo Prodi, per le posizioni presenti nelle forze della cosiddetta “sinistra radicale”.
Tuttavia i toni e i protagonisti che si confrontano in questi giorni sul ruolo dell’Italia nella missione internazionale in Libia hanno un carattere diverso e manifestano in tutta la sua profondità il logoramento irreparabile di un’esperienza di governo fondata sul rapporto Berlusconi-Bossi (più che sull’asse Pdl-Lega).
Sin dall’inizio della crisi libica il Governo ha mostrato incertezze e contraddizioni inconcepibili per un Paese importante come il nostro. Certo, tutto l’Occidente, e l’Europa in particolare, è stato colto impreparato dalla “primavera araba”. Ancora oggi poco sappiamo e poco riflettiamo sui movimenti in atto e sui mutamenti in corso. La notizia di un accordo tra Hamas e ANP, propiziato dal nuovo governo egiziano, è soltanto il primo segnale (difficile ora dire se positivo o negativo) di ciò che sta cambiando in Medio Oriente. Gli stessi interrogativi sui pericoli di destabilizzazione per tutta l’area che possono derivare dalla situazione della Siria, il cui regime sta sanguinosamente reprimendo la rivolta, ci dicono che il mondo si è rimesso in movimento e che alle porte di casa nostra stanno accadendo fatti destinati probabilmente a cambiare il corso della storia. Non possiamo non vedere tutto questo e non possiamo non guardare con preoccupazione al fatto che un Governo screditato e diviso condanna l’Italia all’irrilevanza in uno scenario in cui ci sarebbe invece bisogno di protagonismo e autorevolezza, anche per sollecitare un’Europa il cui asse si è spostato eccessivamente verso Est, perdendo di vista il Mediterraneo con tutte le sue contraddizioni e opportunità.
Il Pd ha sin dall’inizio assunto un atteggiamento responsabile. Siamo, come dice spesso Bersani, “una forza di governo momentaneamente all’opposizione”, e di fronte alle risoluzioni delle Nazioni Unite 1970 e 1973 abbiamo nettamente sostenuto la necessità che il nostro Paese partecipasse attivamente all’iniziativa della comunità internazionale, per evitare il massacro dei rivoltosi in Libia e favorire una transizione verso la libertà e la democrazia. La situazione sul campo si è rivelata più complessa del previsto e gli Stati Uniti (giustamente a mio avviso) chiedono ai paesi europei della coalizione di intensificare il loro impegno. In questo contesto si colloca la decisione di Berlusconi di accettare di far partecipare i militari italiani ad azioni aeree contro obiettivi militari libici ed è in questo contesto che esplode il dissenso della Lega.
Nel merito vedremo la prossima settimana come si risolverà questo ennesimo scontro, quando la Camera si dovrà pronunciare sulla mozione del Pd il cui dispositivo recita: “impegna il Governo a continuare nell’adottare ogni iniziativa necessaria ad assicurare una concreta protezione dei civili, – in coerenza con le deliberazioni adottare dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e le conseguenti deliberazioni del Parlamento italiano – mantenendo altresì costantemente aggiornate le Camere sulla quotidiana evoluzione del contesto libico”.
E’ paradossale che ad oggi – mentre tutti i giornali italiani e non titolano sullo scontro tra i Ministri della Lega e il Premier – non sia dato di sapere se e con quali contenuti la maggioranza è in grado di affrontare questo imminente passaggio parlamentare.
Può darsi che sulla Libia si consumi davvero la rottura tra Bossi e Berlusconi. Oppure può darsi che, com’è stato in altre occasioni analoghe, la Lega alla fine rientri nei ranghi, magari con una “mozione-ircocervo” di quelle a cui ci hanno abituato in frangenti simili (dico non dico, dico contraddico). La bocciatura di ieri da parte della Corte Europea della norma italiana sul “reato di clandestinità”, fortemente voluto dalla Lega, dimostra dove porta questo “fantasioso” modo di legiferare e scrivere documenti. Questo comincia a diventare il vero problema della Lega e del Berlusconismo: con la propaganda non si governa, tanto più sono complicati i problemi tanto più bisogna avere il coraggio di dire ai cittadini la verità. Vale per la situazione economica e finanziaria, vale per la gestione del fenomeno dell’immigrazione, vale per le situazioni di crisi internazionale.
Quale che sarà l’esito del passaggio in Aula è evidente che la maggioranza non esiste più, che il Governo vive di conflitti, sospetti, complotti, e che il Paese non ha una guida. Al Pd e alle forze che si sentono alternative al Cavaliere, alla sua concezione della politica e della democrazia, tocca di rendere credibile al più presto una diversa proposta di governo.

www.areadem.info

"Politica estera: Quirinale garante", di Stefano Folli

Se si esclude una battuta del ministro Calderoli («si va di male in peggio»), ieri la Lega non ha buttato altra benzina sul fuoco in cui arde la politica estera dell’Italia. Non è poco, pensando che proprio ieri i Tornado hanno volato per la prima volta con il loro carico di bombe nel cielo sopra Misurata. Quando un partito vuole dissociarsi e provocare la caduta del governo di cui fa parte, di solito insiste, alza il tono, non dà tregua. Viceversa, Bossi e i suoi, pur nella loro irritazione, hanno evitato di compiere altri passi verso la crisi e sembrano in attesa; mentre l’offensiva di carta è affidata alla “Padania”, il foglio che riflette gli umori della base.
Un altro dato: non è in vista, almeno fino a stamane, alcun autonomo documento leghista per la seduta di martedì alla Camera. Ci sono le mozioni delle diverse opposizioni, ma non c’è il testo che segnerebbe la vera, irrimediabile frattura fra il Carroccio e il governo Berlusconi. Questo non significa che il peggio sia passato. Al contrario, l’impressione è che il paese stia attraversando un momento di estrema confusione. Non dipende solo dall’avvicinarsi del voto amministrativo a Milano e altrove. Dipende dal progressivo sfilacciamento della relazione politica fra la Lega e il Pdl.
È un logoramento i cui protagonisti si muovono con ovvia cautela, perché non si sa cosa ci sia dietro l’angolo e non conviene a nessuno passare per destabilizzatore. Ma in tanti sono scontenti: a cominciare da Maroni fino al gruppo (Calderoli) più vicino a Tremonti. Il quale a sua volta appare sotto tiro. In fondo, se Berlusconi ha ancora un amico, questi è Umberto Bossi. Ma anche il vecchio leader è deluso e dubbioso: sulla Libia e su molto altro. Non può ammettere – come ha detto con tono accorato a Napolitano – che la Lega sia ferita nella sua dignità.
Ciò significa che l’incidente libico, peraltro gravissimo, potrà essere tamponato in tempo per il dibattito a Montecitorio. Ma l’impianto di fondo della coalizione Pdl-Lega come l’abbiamo conosciuta in questi anni si sta sgretolando. Berlusconi ha costruito la sua lunga stagione politica su di una salda ed efficiente leadership personale. Riconosciuta come tale anche dagli avversari. Ma ormai è evidente – e non da oggi – che il problema del governo risiede anche nella guida. È la debolezza del leader, il più delle volte, la fonte delle contraddizioni e degli incidenti di percorso. Lo si è visto nella gestione a zig-zag della questione libica. E se ne è avuta conferma nell’incontro bilaterale con Sarkozy.
Ora il presidente del Consiglio ha una sola strada davanti a sé, come si è capito ieri sera con il colloquio al Quirinale: affidarsi senza riserve a Napolitano, nei termini ben riassunti dal ministro degli Esteri, Frattini. La cornice è quella offerta dalla risoluzione Onu, all’interno della quale il capo dello Stato ha agito fin dal primo istante. Napolitano è l’unico soggetto in grado di limare gli spigoli, anche rispetto a Bossi, con l’obiettivo di portare l’insieme delle forze politiche (escluse l’Italia dei Valori e la sinistra pacifista) a superare senza danni lo scoglio parlamentare. Se la Lega acconsente, l’impresa è tuttora possibile.
Il risultato sarà che la coerenza della politica estera italiana è garantita dal Quirinale più che dal governo. Un’anomalia, certo, ma anche l’unica via per limitare i danni e sfuggire al discredito internazionale. Lo ha capito Berlusconi e nel complesso lo ha compreso il Pd che non a caso ha presentato una mozione di grande equilibrio.

Il Sole 24 Ore 29.04.11

"Per difendere la società civile ritorniamo a fare cultura", di Carlo Fontana

La cultura ha fatto il pieno» . Così ha di recente titolato, con opinabile eleganza, uno studio pubblicato online da un centro studi economico di deciso orientamento liberista, senza darsi briga di verificare quanto, dell’ipotizzato aumento di due centesimi delle accise sulla benzina, fosse effettivamente necessario al reintegro del Fus e dei fondi per i beni culturali, e quanto per altri scopi. E senza neppure la preoccupazione di sottoporre a critica la rigida e poco assennata strategia di tagli lineari fino a quel momento difesa dal governo contro ogni ragionevole obiezione. Nessun accenno a tutto questo, nello studio sopracitato: piuttosto, la solita giaculatoria di presunti rimedi di stampo economicistico contro una cultura sprecasoldi, maldiretta e incapace di stare sul mercato. Purtroppo (e, ahimè, prevedibilmente) i commenti apparsi all’indomani del provvedimento si sono perlopiù espressi nello stesso modo, cavalcando l’onda di malumore dell’utente motorizzato. Ora, che il finanziamento delle attività culturali, musicali e dello spettacolo, peraltro previsto dalla nostra Costituzione, rappresenti un problema economico è fuor di dubbio. Giunge però a proposito, anche ad illuminare il pensiero di certi nostri liberisti («all’amatriciana» li avrebbe definiti Flaiano), ricordare la lezione di un grande liberale quale Luigi Einaudi, che ebbe a scrivere: «Chi cerca rimedi economici a problemi economici è su falsa strada; la quale non può che condurre se non al precipizio. Il problema economico è l’aspetto e la conseguenza di un più ampio problema, spirituale e morale» . Meglio non si potrebbe dire. Se vogliamo ripensare e ridisegnare un fondamentale comparto della nostra vita civile qual è la cultura, da qui dobbiamo ripartire: dal cercare soluzione a un problema che anche in questo caso si presenta, innanzitutto, come «spirituale e morale» . Già. Ma a chi toccherebbe, in questo caso, assumere l’iniziativa, addossandosene oneri e responsabilità? Forse alla classe politica, che in larga parte continua a mostrarsi sorda a queste tematiche? O ai manager, categoria salvifica tanto più invocata quanto meno esperta nella materia da gestire? O agli artisti, a cui toccherebbe di esprimere ben diversamente— ed è giusto così — la loro creatività? Sono tutte domande a cui trent’anni fa sarebbe stato facile rispondere: il compito di indicare il cammino spetta in primo luogo agli operatori culturali. Operatori culturali: l’espressione suona oggi un po’ desueta, ma ancora negli anni Novanta non sarebbe stato difficile riferirla a numerose e note figure del panorama artistico nazionale. Organizzatori di cultura animati da una forte carica di passione civile, capaci di individuare progetti, di suscitare nuovi stimoli al dibattito, di animare con nuove iniziative gli interventi di pubblico interesse. Pur con accenti e sfumature diversi, per gli operatori culturali attivi in Italia dal dopoguerra all’ultimo decennio dello scorso secolo l’idea da affermare era semplice: le attività culturali hanno valore e legittimano l’investimento di risorse pubbliche quando contribuiscono giorno per giorno alla costruzione e al miglioramento dei rapporti umani, «spirituali e morali» per dirla con Einaudi, tra i cittadini. La cultura, dunque, deve essere sostenuta dalla finanza pubblica in quanto servizio, entro cui trovano soddisfazione specifici bisogni individuali e della società nel suo insieme. Si trattava, lo si vede bene, di una visione comune, condivisa da chi operava sia nel «pubblico» sia nel «privato» , dentro o fuori dalle istituzioni. Obiettivo del proprio agire, per l’operatore culturale, era «l’utilità sociale» . Non altro: non il ritorno di immagine, non la visibilità mediatica, non la logica alla quale si vorrebbe talvolta piegare la cultura per conseguire esiti distanti dal suo fine più autentico e profondo. Ne esistono ancora, oggi, di «operatori culturali» ? Certamente sì. Può far sorridere, in tempi dominati da professionalismi di varia estrazione, sempre e comunque ammantati dall’ambigua veste della managerialità, ricordare che quella dell’operatore culturale è stata (e dovrà tornare ad essere, credo) una missione. Ma sarebbe già un bel passo avanti insinuare, nel conformismo del momento, il dubbio che il continuo, abusato ricorso a parole come «mercato» , «prodotto» , «impresa» , «eccellenza» , abbia infine generato una falsa convinzione: che fare cultura sia innanzitutto un problema di autosostenibilità economica. Non è così né mai lo è stato. Fare cultura è in primo luogo favorire l’affermazione di un sistema di valori «spirituali e morali» nel quale la società possa riconoscersi. Fornire, insomma, una bussola di civiltà ad ognuno di noi. Al lavoro degli operatori culturali ancora attivi nel nostro Paese il compito di aiutarci, se smarrita, a ritrovarla. sovrintendente del Teatro alla Scala dal 1990 al 2005.

Il Corriere della Sera 29.04.11

"Sgarbi ai Beni culturali come ministro-ombra Galan avverte: mi dimetto", di Paolo Griseri e Dario Pappalardo

Sgarbi ai Beni culturali come ministro-ombra Galan avverte: mi dimetto

Per il critico ipotesi di un “alto commissariato”

Sponsor politico dell´operazione sarebbe la Lega. Il nodo dei piani paesaggistici. Voci anche di una nomina a sotto- segretario. Ma l´interessato le smentisce. Vittorio Sgarbi si fa sponsorizzare dalla Lega e dichiara guerra a Giancarlo Galan. La lotta tra il critico e il ministro, iniziata quando Sgarbi è stato escluso dal concorso per la soprintendenza di Venezia, è ormai diventata uno dei capitoli dell´eterno conflitto tra Galan e Gianluca Zaia, due veneti che si sono scambiati i ruoli di governatore del Veneto e ministro delle Politiche agricole. Oggi Galan guida i Beni culturali e si è già meritato da Sgarbi non pochi improperi. L´ultima raffica è di ieri pomeriggio: «Galan? È un pigro che preferisce la pesca al lavoro. Lo definirei un “banal grande”».
La baruffa goldoniana è in realtà una tessera dello scontro tra Berlusconi e la Lega. Ma potrebbe sfociare, se le voci di ieri pomeriggio diventassero realtà, nelle dimissioni lampo del ministro dei Beni culturali, insediatosi poco più di un mese fa nel posto lasciato da Sandro Bondi. Nei giorni scorsi infatti Sgarbi ha incontrato i vertici leghisti: «Ho visto Zaia e Maroni – afferma il critico – e ho trovato con loro molte consonanze, a partire dal no alla scelta di bombardare la Libia. Sulla mia candidatura a soprintendente di Venezia sono sempre stato sostenuto da Zaia». L´incontro spiega perché ieri pomeriggio, anche prima che Berlusconi salisse al Quirinale, circolasse con insistenza la voce della nomina di Sgarbi a sottosegretario. Un´ipotesi che Galan vede, ovviamente, come il fumo negli occhi: cacciato dalla porta della soprintendenza veneziana, Sgarbi si installerebbe direttamente al ministero dei Beni culturali. Le pesanti dichiarazioni del critico nei confronti del ministro sembrerebbero però sconsigliare questa scelta. Che non sembra gradita nemmeno allo stesso Sgarbi: «Tengo molto – fa sapere il critico – alla trasmissione televisiva che partirà il 18 maggio prossimo. È dieci anni che attendo un contratto in Rai».
Ma c´è un secondo scenario, meno legato ai tempi stretti del rimpasto di governo, che potrebbe invece interessare lo stesso Sgarbi provocando le dimissioni di Galan. È l´ipotesi, paventata ieri ai piani alti del ministero, che il critico possa essere nominato da Berlusconi “Alto commissario alla cultura”, una sorta di ministro-ombra. L´idea di una nomina a commissario era circolata già nelle ore immediatamente successive alla bocciatura di Sgarbi alla soprintendenza veneziana. Ma si trattava di un´ipotesi ben più modesta dell´attuale: l´incarico di commissario della cultura italiana all´estero doveva avere principalmente l´effetto di stemperare l´irritazione del critico. L´istituzione di un “Alto commissariato alla cultura” in Italia equivale invece alla creazione di un vero e proprio dicastero-ombra. In questa ipotesi, si faceva sapere ieri al ministero, Galan si dimetterebbe immediatamente.
Resta da capire per quale motivo la Lega voglia avere un suo uomo – o comunque una figura di suo gradimento – ai Beni culturali. Una spiegazione potrebbe essere nella conclamata inimicizia del Carroccio verso Galan, reo di aver combattuto, da ministro dell´Agricoltura, i truffatori delle quote latte strenuamente difesi da Bossi e da Zaia che aveva diretto l´Agricoltura prima di Galan. Ma c´è un secondo e più concreto motivo: il ministero dei Beni culturali ha titolarità sui piani paesaggistici delle Regioni e delle Provincie. Un capitolo importante nella pianificazione urbanistica ed è probabile che gli amministratori leghisti del Nord vogliano avere qualcuno di cui fidarsi a Roma. Così la nomina di Sgarbi, o addirittura le dimissioni di Galan, potrebbero diventare uno dei “contentini” offerti a Bossi per far digerire ai leghisti lo strappo sulla Libia.

La Repubblica 29.04.11

"I risultati della xenofobia", di Gad Lerner

Convinta fino a ieri di veleggiare trionfalmente, in sintonia con gli umori popolari e lo spirito dei tempi, la Lega d´un colpo s´imbatte nella maledizione della politica. Vent´anni dopo, non si può permettere di tornare all´opposizione.
Ma l´abuso propagandistico dello strumento legislativo, adoperato come orpello simbolico a prescindere dalla sua funzionalità, quasi che le istituzioni potessero impregnarsi di stati d´animo, ora rivela platealmente i suoi limiti.
In poche settimane il popolo cui veniva promessa la salvaguardia dall´”invasione straniera” ha visto sbriciolarsi l´architrave normativo della xenofobia leghista. La partnership con il dittatore-amico Gheddafi ridotta a carta straccia; la pena detentiva per chi non ottempera al decreto di espulsione bocciata dalla Corte di Giustizia dell´Unione europea. Una sequenza inesorabile perché il vento della storia soffia in tutt´altra direzione, e la rendita parassitaria sugli effetti perduranti del terrorismo islamico non basta più a orientare la rotta, trascorso un decennio dall´11 settembre 2001.
Sta inceppandosi il meccanismo di accumulazione leghista: protesta e potere sono addendi che alla lunga non si sommano neppure dietro la maschera del populismo. Né si può governare un paese mediterraneo, grande e industrializzato come l´Italia, predicando la contrapposizione alle sue normative comunitarie (Ue) e alle sue alleanze militari (Nato).
Anche l´introduzione del reato di clandestinità per i migranti irregolari, legge approvata nel 2009, è un episodio tipico di questo abuso propagandistico della legislazione. Tale norma ha solo contribuito a intasare i tribunali. Altro che processo breve. Nessun vantaggio nella lotta al crimine deriva da questo allungamento delle istruttorie, solo oneri aggiuntivi per la macchina giudiziaria distratta dal perseguimento di reati più gravi. Nel frattempo, invece di sveltire le pratiche di espulsione, è subentrato l´obbligo di arresto replicato per migliaia di volte nei confronti degli stranieri espulsi inadempienti, con ingente spreco di spesa pubblica.
Tutto ciò venne fatto presente dall´Associazione nazionale dei magistrati prima del varo di norme che peraltro il Guardasigilli emanava malvolentieri, solo perché alla Lega non poteva dire di no. Per giustificare la necessità di introdurre il nuovo reato di clandestinità nei nostri codici, ad esempio, non potendo ammetterne la finalità meramente ideologica, il povero Angelino Alfano si arrampicò sui vetri: “Riteniamo che possa essere una misura di deterrenza forte che disincentivi l´ingresso di immigrati che vogliono essere clandestini”, dichiarò. Insomma, una minaccia in più che chissà come dovrebbe risuonare fino alle orecchie di persone che partono dai loro paesi per miseria o disperazione, convincendole che venire in Italia sarebbe troppo pericoloso. Argomento risibile, non concernesse la fatica di vivere toccata in sorte a tanti nostri simili.
Il ministro degli Interni, Roberto Maroni finge di non capire quando lamenta uno speciale accanimento della Corte di Giustizia europea ai danni dell´Italia. È per sua volontà, infatti, che il nostro Parlamento non ha ancora approvato la Direttiva comunitaria che regolamenta i rimpatri dei migranti irregolari solo dopo un vaglio accurato dei loro diritti: il contrario dei respingimenti sbrigativi, nel bel mezzo del Canale di Sicilia, che ci hanno procurato disonorevoli condanne internazionali. Sa benissimo, Maroni, che anche i paesi europei in cui vige il reato di clandestinità ottemperano al dovere dell´accoglienza dei profughi in misura di gran lunga superiore all´Italia. Hanno introdotto nella loro legislazione la Direttiva comunitaria. E soprattutto non brandiscono leggi-spauracchio, come ha fatto lui, pretendendo una pena sino a 4 anni di reclusione per i clandestini che non ottemperano al decreto di espulsione, anziché governare i flussi migratori. È difatti la mentalità della legge-spauracchio a subire la bocciatura della Corte di Lussemburgo. Evidenziando la differenza fra severità funzionale e cattivismo propagandistico.
Il leghista pretende di urlare pure quando legifera, ma nel frattempo è incapace di governare con efficienza. Guarda con invidia gli apparati statali dei nostri vicini europei, più severi del nostro nell´effettiva applicazione dei decreti di espulsione, ma ne ignora i percorsi d´integrazione e la cultura dei diritti umani.
La Lega che in questi giorni sta simulando le sue prove di crisi di governo, nell´attesa che giunga il momento propizio per sganciarsi da Berlusconi e ereditarne l´elettorato settentrionale, non prevedeva di trovarsi di fronte a un tale bivio strategico. Ha parlamentari in carica da tre o quattro legislature, e nuove leve che premono. Non può rinunciare alla sua vocazione di governo e sottogoverno, tramite fra Roma e la provincia. Ma i flussi dell´economia internazionale e i mutamenti in corso sulla sponda meridionale del Mediterraneo rivelano all´improvviso l´anacronismo del suo progetto isolazionista, di piccola patria. Può prendersela con gli arabi, con i cinesi, con i francesi. Può sparare minacce secessioniste dall´Unione europea o dall´Italia meridionale. Ma la sua protesta risuona come un mugugno dialettale minoritario, dal fiato sempre più corto.

La Repubblica 29.04.11

"Una guida ai profili più gettonati nei prossimi anni", di Iolanda Barera

Quali saranno le “professioni calde”del 2017? Abbiamo chiesto una previsione a un gruppo di esperti in materia. Risultato: nessun architetto galattico o hacker del pensiero umano, ma sicuramente qualche novità interessante per curricula diversi. Partiamo dall’ambito green: l’attenzione all’ecosistema è vista in crescita all’unanimità o quasi. Figure nuove nel campo? «I Sustainability Engineer, tecnici specializzati in tematiche legate alle fonti rinnovabili, che affiancheranno il Chief Sustainability Officer, la posizione al top su questo fronte in azienda — risponde Stefano Griccioli, responsabile in Accenture della service line Talent &organization performance —. E, per chi ha competenze più soft, i Change Sustainability Ambassador, agenti di cambiamento che si relazionano con la business community» . Altra possibile new entry è l’Energy Auditor, «un esperto in certificazione dei bilanci in campo energetico» spiega Giovanna Brambilla, ad di Value Search. Ma anche l’Ingegnere focalizzato sul project financing ambientale ed energetico potrebbe essere molto richiesto. «Ci sarà un’evoluzione dei grandi progetti impiantistici nel settore» prevede Fabio Ciarapica, senior partner di Praxi. Nonmeno importante la “rivoluzione web”su marketing e comunicazione. E un’ipotesi è che le aziende avranno bisogno di Social Media Manager per gestire più adeguatamente la loro presenza su Facebook &Company. «E chi può aiutarle meglio dei ragazzi che escono dall’università e ne fanno già uso come consumatori?» sottolinea Stefano Griccioli. «L’ecommerce accountant, poi, diventerà quasi pervasivo: consente di contattare con grandi masse di consumatori senza la mediazione di reti di vendita fisiche » aggiunge Francesco Lamanda, chairman di Mercer Italia. Marina Pastorelli, associate partner Kpmg advisory executive search, vede grande sviluppo sul tema delle piccole e medie aziende. «Oggi puntano sulla ricerca di nuovi mercati — afferma — quindi, per esempio, chiederanno ai profili alti commerciali di conoscerne i meccanismi» . Sempre legato all’internazionalizzazione delle nostre multinazionali tascabili è, poi, il General Counsel: «un legale che dovrà, però, avere una grossa sensibilità al business» riassume l’esperta. Non è tutto. Più richiesta di figure a cavallo tra ingegneria di produzione, qualità e controllo di gestione: «la metodologia Lean Six Sisma diventerà di processo nelle aziende» immagina Fabio Ciarapica. E gettonatissimi saranno anche gli specialisti di robotica e nanotecnologie, ma pure i giovani che sviluppano contenuti per la formazione a distanza. Una buona notizia per i laureati umanistici arriva da Mercer. «In prospettiva si accentuerà la terziarizzazione dell’economia italiana e l’importanza della sua globalizzazione» afferma Francesco Lamanda. Mentre Giovanna Brambilla dà una speranza agli amanti dell’arte. «Serviranno manager del turismo dei Beni culturali — dice —. Per rilanciare il sistema Paese dobbiamo ricorrere al nostro petrolio» .

Il Corriere della Sera 29.04.11